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Monday, March 29, 2010

Vince il partito della destabilizzazione

Un simile crollo dell'affluenza potrebbe annunciare un vero e proprio terremoto politico elettorale. Se alle 22 di ieri ha votato circa il 9 per cento in meno che nel 2005, il dato finale dell'affluenza potrebbe faticare non poco a superare il 60 per cento (raggiungendo, ottimisticamente, il 63%), contro il 73 di cinque anni fa. Il fantasma dell'astensionismo si sta dunque materializzando nelle dimensioni più temute e non è difficile intuire chi colpirà: il centrodestra. Anzi, il Pdl. Tre astenuti su quattro potrebbero essere elettori del Pdl, i cui consensi in termini percentuali (considerando anche l'assenza della lista a Roma e provincia) potrebbero fermarsi ben al di sotto del 35%.

Un astensionismo simile potrebbe danneggiare fortemente anche il Pd, mentre a giovarsene - sia pure in termini meramente percentuali e non numerici - sarebbero i principali partiti alleati delle formazioni maggiori (Lega e Di Pietro). La mia impressione è che neanche l'Udc troverà motivi per rallegrarsi. Per quanto riguarda i governi regionali, a questo punto è da escludere un'affermazione del centrodestra in Lazio e Piemonte (e a maggior ragione, di sorprese in Liguria e Puglia neanche a parlarne), mentre rimarrebbe probabile in Campania e Calabria. Risultato finale: 9 a 4 per il centrosinistra.

Riguardo le cause, altro che "sindrome francese". E' ovvio che un astensionismo di tali proporzioni è più di un campanello d'allarme per il governo e le forze di maggioranza che lo sostengono, verso cui l'elettorato mostra disaffezione e disillusione. Ma non è un caso che proprio nel Lazio - dove è assente la lista del Pdl e più forti sono state le polemiche sul caos liste - si registra il picco di astensionismo (il 12% in meno). La sensazione è che a far esplodere la voglia di astensione - da un aumento fisiologico del +2-3% ad un vero e proprio boom del 9% - sia stato più che altro il disgusto per una campagna elettorale che definire anomala sarebbe un eufemismo.

Il caos liste, quindi la battaglia a colpi di ricorsi, carte bollate, decreti e piazze piene, la solita giostra di intercettazioni e le solite inchieste ad orologeria, che tra qualche settimana si riveleranno infondate, le pretestuose polemiche sui talk show Rai, hanno occupato i tre quarti della campagna elettorale, avvelenato il clima e quindi dissolto ogni interesse, già scarso, degli elettori per la competizione elettorale e per candidati già deboli di per sé.

Il governo e le forze che lo sostengono, che evidentemente non hanno corrisposto alle aspettative di cambiamento del proprio elettorato, ci hanno senz'altro messo del loro, hanno offerto il fianco con la loro sciatteria e il loro immobilismo, ma ad ottenere oggi i primi risultati, dopo un anno di tentativi e sforzi andati a vuoto, è il partito della destabilizzazione. Una destabilizzazione perseguita da vari "agenti" - pezzi 'deviati' della magistratura, gruppi economico-editoriali, il partito dei giustizialisti (Santoro-Travaglio-Di Pietro) - ciascuno con il proprio obiettivo (dal semplice abbattimento di Berlusconi alla destrutturazione del bipolarismo, dalla conservazione di un primato morale, e quindi di un potere di condizionamento, sulla politica alla tutela di privilegi corporativi), ma uniti dalla medesima strategia: la delegittimazione dell'intero sistema politico. E complice la soggezione di un Pd in crisi di identità, queste forze hanno sequestrato l'opposizione costituzionale.

Intendiamoci, i politici ce la mettono tutta per delegittimarsi da sé, principalmente non riuscendo a fare il loro lavoro e a far funzionare le istituzioni. Ma è in corso un pericoloso e spregiudicato gioco al massacro, che approfittando della debolezza della politica, avvalendosi di ordini dello Stato fuori controllo e poteri esterni non democratici, e dando sfogo a pulsioni populiste, mette a rischio la democrazia stessa nel nostro Paese. Prima di oggi Berlusconi, con il grande consenso di cui godeva, era l'unico argine. Ma domani? Sarà ancora più difficile per il governo reagire nel solo modo in cui dovrebbe - e avrebbe dovuto-potuto reagire anche prima: riforme, riforme, riforme. Da domani la maggioranza sarà più irrequieta al suo interno, Fini più scalpitante, e il Pd, rinfrancato dal primo stop degli avversari, meno incline a ragionare.

UPDATE: e il partito Montezemolo...
L'astensione record fa comprensibilmente tornare alla memoria l'articolo a doppia firma Andrea Romano-Carlo Calenda, della Fondazione Italia Futura, in cui si invitavano esplicitamente gli elettori a disertare le urne. Non per qualunquismo ma per un «messaggio forte, persino ultimativo, che si manifesterebbe attraverso la decisione consapevole e legittima di non esercitare un diritto di scelta la cui efficacia è stata svilita», mentre votare oggi, «per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso», rappresenta forse «un qualunquismo ancora peggiore».

In democrazia, ribadisce oggi Andrea Romano al Corriere della Sera, «l'astensione può essere lo strumento con cui l'elettore respinge un'offerta politica deludente». E' certamente ciò che sta accadendo e certamente, come ho scritto, è stata una campagna elettorale «tra le peggiori degli ultimi anni. Rissosa, rivolta all'indietro e non al futuro, mai centrata sui problemi reali, lontanissima dalle aspettative dei giovani». Ma questo «segnale» rappresentato dalla crescita dell'astensione avrà davvero l'effetto di dare «un impulso utile ad un auspicabile rinnovamento del copione»? O piuttosto ad un ulteriore imbarbarimento? Luca Cordero di Montezemolo e il Corriere della Sera rappresenterebbero questo preteso «rinnovamento»? Sembrano già pronti a intestarsi il partito dell'astensione, ma in democrazia dovrebbero contarsi i voti, non i "non voti".

4 comments:

John Christian Falkenberg said...

Il partito della destabilizzazione, come lo chiami, non avrebbe avuto chance se il PdL non avesse commesso un quasi-harakiri politico. Ci siamo dimenticati chi siamo e non basta che Berlusconi si sia ricordato, in estremis, della "rivoluzione liberale". E' dal 2001 che aspettiamo, ma l'efficacia del partito invece di aumentare, cala drasticamente.

JimMomo said...

Perfettamente d'accordo! E infatti, più tempo aspetta, più sarà difficile... come dimostrano gli ultimi 16 anni.
ciao

luigi castaldi said...

Ci sarebbe da commentare pure il baciamani di Berlusconi a Gheddafi, Jimmo'. E da cambiare il link al mio blog nella blogroll, ché non l'hai fatto ancora, cattivo!

Antimonio said...

Fini scalpitante pe fare cosa ?
L'astro nascente del liberalismo italiota come preludio al rinnovamento della generazione Italia ha servito sul piatto ai laziali la sedicente socialista di destra Renata Polverini (peraltro contrapposta alla liberista immaginaria Emma Bonino),e al preludio é seguita la fuga degli elettori,complice l'autogol della presentazione delle liste. Va benissimo criticare gli ex socialisti degli anni 80 intruppatisi nel PdL, ma sarebbe bene guardare fin da subito nella casetta in costruzione del geometra fuoricorso Fini,così, giusto per non risentire fra una decina d'anni le solite geremiadi degli elettori liberali del centrodx.
PD vincente con due "eretici" e antidalemiani come Bonino e Vendola ? Per andare dove a livello nazionale ?
Much ado 'bout nothing, sono pur sempre regionali, che storicamente premiano di più il centrosinistra. Mi sa che si continuerà a navigare a vista fino al 2013, all'insegna dell'adagio: lui é peggio di me.

P.S. Al baciamo di Monsieur Berlusconi al raìs libico affiancherei la foto di Obama a P greco/2 davanti a re Abdullah. Tira un'aria strana nei Paesi musulmani, un'aria che ti fa piegare la schiena.