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Wednesday, March 31, 2010

Gli inconsolabili

Da un lato scoprono l'acqua calda: ma guarda un po', tutti i partiti in termini assoluti hanno perso voti, persino la Lega (l'unica ad aver guadagnato qualcosa, invece, in termini percentuali, avendo in parte compensato l'elevata astensione con la maggiore fedeltà del suo elettorato). Per non parlare del Pdl, che avrebbe perso addirittura 2,5 milioni di voti. Insomma, la tentazione è di dire che in fondo, se hanno perso tutti, non ha vinto nessuno. Alla vigilia ci avevano spiegato che un forte astensionismo avrebbe penalizzato le forze di governo, limitando le loro chance di conquistare altre regioni oltre a Lombardia e Veneto. Il forte astensionismo c'è stato (è cresciuto dell'8%, con il picco di oltre l'11 nel Lazio), ma la notizia vera è che non ha penalizzato le forze di governo, permettendogli anzi di strappare ben quattro regioni (le più "pesanti") alle forze di opposizione.

Dovrebbe stupire, insomma, non quanti voti ha perso il Pdl, ma quanti piuttosto non ne ha persi, e quanti ne hanno persi i partiti di opposizione, che avrebbero dovuto fare il pieno del malcontento degli italiani, persino Di Pietro, che avrebbe dovuto tenere almeno quanto la Lega. Come fa notare Velardi, «il centrosinistra avrebbe dovuto vincere queste elezioni per due motivi semplici, banali, universali»: la crisi economica, «che toglie lavoro e preoccupa tutti». Dal che si evince, invece, o che la crisi non c'è, o che il governo non sta facendo poi così male; «le classiche elezioni di medio termine. Quelle che un governo in carica perde (quasi) sempre». Nel 2005, ricorda Velardi, finì 12 a 2 (con l'Abruzzo). Oggi «Sarkozy straperde in Francia, mentre in Italia il governo in carica, gravato da scandali (veri o presunti), da ossessive campagne di stampa, da inchieste più o meno fondate, e con una politica di mediocre gestione ordinaria di un paese declinante, le elezioni le vince»; per non parlare del Lazio, dove il Pdl correva azzoppato.

L'astensione record è senz'altro indice di una disaffezione dell'elettorato per l'intero sistema dei partiti e di un certo disgusto per questa particolare campagna elettorale. Ma questo è persino troppo ovvio, e allora c'è chi preferisce consolarsi guardando ai milioni di voti persi dal Pdl, piuttosto che alle quattro regioni strappate agli avversari. Comprensibile. Pur con tutti gli avvertimenti del caso, anche gli analisti più esperti paragonano tranquillamente elezioni diversissime tra di loro: le Regionali di domenica e lunedì con le Europee dell'anno scorso. Sia Mannheimer sul Corriere che D'Alimonte sul Sole sottolineano che rispetto a Politiche ed Europee il voto alle Regionali tende ad essere molto più frammentato a causa della presenza di molte liste locali e che in molte regioni "pesanti" le liste civiche personali dei candidati presidente riescono ad assorbire quote rilevanti di voti dai partiti maggiori delle coalizioni, Pdl e Pd. Senza considerare, poi, l'esclusione della lista del Pdl a Roma e provincia e il tentativo di dirottare i suoi voti, in gran parte riuscito, sulla Lista Polverini.

Allora, se proprio si vuole estrarre un attendibile dato di riepilogo nazionale dei due principali partiti, bisognerebbe attribuire al Pdl e al Pd per lo meno i voti delle liste personali di quei candidati direttamente riconducibili ai due partiti. Dunque, al Pdl i voti delle liste di Renata Polverini (Lazio), Sandro Biasotti (Liguria), Rocco Palese - e Raffaele Fitto - (Puglia), Giuseppe Scopelliti (Calabria) e Nicola Pagliuca (Basilicata). Al Pd quelli delle liste di Mercedes Bresso (Piemonte), Claudio Burlando (Liguria), Agazio Loiero (Calabria) e solo in parte (la metà) di Nichi Vendola (Puglia).

Dai risultati così elaborati emerge un Pdl al 31,4% (31,13 escludendo la provincia di Roma), con perdite minime dunque rispetto al 32,3% del 2009, al 33,3 del 2008 e al 31,4 del 2005 (dati ottenuti sempre escludendo la provincia di Roma). Mentre il Pd si attesta al 27,03%, guadagnando qualche decimale di punto rispetto alle ultime Europee (26,6%), ma restando molto al di sotto del 34,1% delle Politiche del 2008 e del 32,5% delle precedenti Regionali. Un'operazione simile la fa Mannheimer, mentre D'Alimonte si limita ad aggiungere al Pdl solo i voti della Lista Polverini, nonostante rispetto al Pd molti più candidati presidente avevano liste personali, alcune davvero molto votate. In termini assoluti il Pdl perde 2,1 milioni di voti rispetto alle Europee dell'anno scorso (il 23%) e il Pd poco meno di un milione di voti (circa il 12%). Bisogna poi considerare che le regioni "rosse" erano tutte chiamate al voto, mentre tra quelle "azzurre" mancava, per esempio, la Sicilia.

C'è tuttavia da considerare un ulteriore aspetto che mi pare nessuno abbia sottolineato. Stiamo confrontando le Regionali, le elezioni più maggioritarie, presidenzialiste, che abbiamo in Italia, con le Europee, quelle più proporzionaliste. Non stiamo mettendo insieme mele e pere, ma mele e meloni. Ebbene, alle Europee o alle Politiche gli elettori non possono votare solo per il candidato presidente. Mentre alle Regionali un numero sempre maggiore di elettori si limita ad esprimere la propria preferenza per uno dei candidati alla presidenza, senza mettere una croce anche su una delle liste collegate. E questi voti solo ai candidati presidente - circa il 10% del totale dei voti espressi - che siano frutto di pigrizia, indecisione o di semplificazione "presidenzialista", pur considerando il voto disgiunto e il traino del candidato, sarebbe sbagliato non considerarli in qualche misura collegati alle coalizioni di liste che li esprimono, e in particolare ai due partiti maggiori, Pdl e Pd.

4 comments:

Cachorro Quente said...

"Stiamo confrontando le Regionali, le elezioni più maggioritarie, presidenzialiste, che abbiamo in Italia, con le Europee, quelle più proporzionaliste."

Appunto.

Confrontiamole con le regionali del 2005, il nadir storico di FI e AN; che comunque allora presero molti più voti in termini sia assoluti che percentuali.

Per piacere, dai... siamo tornati alla Prima Repubblica, con un partito di opposizione fisiologicamente impossibilitato a governare e un partito di governo screditato e informe.
Ma tranquilli che adesso Berlusconi comincia la Rivoluzione Liberale (e prossimamente sui nostri schermi: il Sol dell'Avvenire, la Seconda Venuta di Cristo e naturalmente le Calende Greche).

Anonymous said...

yaawnnnn...

"Come fa notare Velardi, «il centrosinistra avrebbe dovuto vincere queste elezioni per due motivi semplici, banali, universali»: la crisi economica, «che toglie lavoro e preoccupa tutti». Dal che si evince, invece, o che la crisi non c'è, o che il governo non sta facendo poi così male;"

Peccato che il brillante Velardi non noti che in Francia Sarkosy non possiede 5/6 delle tv, che possono tranquillamente occultare o mitigare la crisi e presentare l'operato del governo in una luce decisamente positiva (e in italy 6 elettori su 10 fanno scelte elettorali in base a ciò che sentono in tv)... magari in francia non esiste il panino nei telegiornali, né all'opposizione vengono destinati 1 minuto e rotti secondi su mezz'ora di tg contro i circa 15 minuti riservati e osannanti il governo... ma magari tutto ciò è sfuggito al sempre ottimo Velardi, forse perché distratto da un editoriale dell'altrettanto ottimo Minzolini, chissà...

Stefano said...

Bel commento
contenti quelli di sx...
alle politiche tra 3 anni, quando voterà l'84% come l'ultima volta il pdl farà il 43% se continua così

Angelo D'Amore said...

io sono due elezioni che non voto. mi sento molto piu' libero e sereno.
in questo momento storico, l'astensionismo e' l'unica forma di vero evoluzionismo sociale, l'unico strumento per riappropriarsi della propria identita', frantumata da partiti clientelari, privi di qualsiasi ideologia, scivolati in una sterile contrapposizione personalistica, senza idee, uomini carismatici, ma solo candidati indrottinati, scelti nei freddi uffici romani, come tasselli inermi di una strategica battaglia navale.