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Wednesday, November 18, 2009

Obama si fa ingabbiare dai cinesi

Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.

Su il Velino

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».

«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».

Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.

Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Monday, October 05, 2009

Sarà per un'altra volta, Sua Santità

Per la prima volta dal 1991 il Dalai Lama visiterà Washington questa settimana senza incontrare il presidente Usa. Dal 1991 è stato nella capitale americana dieci volte, e ogni volta si è recato anche alla Casa Bianca. Questa volta sarà diverso, perché alla Casa Bianca c'è Barack Obama. Citando "diplomatici, funzionari governativi e altre fonti vicine ai colloqui", il Washington Post rivela che gli Stati Uniti «hanno esercitato pressioni sui rappresentanti tibetani per ottenere il rinvio dell'incontro tra il Dalai Lama e il presidente Obama a dopo il vertice con il presidente cinese Hu Jintao in programma per il prossimo mese». In attesa della nuova data, in pratica la notizia è che Obama non incontrerà il Dalai Lama.

Come detto, sarà la prima volta dal '91 che il Dalai Lama passerà per Washington senza incontrarsi con il presidente americano, dopo che nel 2007, per la prima volta, un presidente in carica, George W. Bush, lo ha incontrato anche pubblicamente, nel corso di una cerimonia in cui ha insignito il leader spirituale tibetano del più alto riconoscimento conferito dal Congresso degli Stati Uniti per meriti civili, la Congressional Gold Medal. La decisione dell'amministrazione Obama fa parte di una più ampia strategia con la Cina definita da alcuni funzionari di «rassicurazione strategica», che prevede un approccio più "soft" sui diritti umani. Nel febbraio scorso era stato annunciato dal segretario di Stato, Hillary Clinton: la difesa dei diritti umani non può «interferire con la crisi economica globale, con la crisi derivante dai cambiamenti climatici, e la crisi in materia di sicurezza».

Tra i temi del vertice Obama-Hu Jintao, i programmi nucleari di Corea del Nord e Iran, mentre l'amministrazione Usa starebbe valutando la possibilità di vendere una nuova "tranche" di armamenti a Taiwan. Con la visita del Dalai Lama sarebbero stati «troppi i fattori irritanti tutti in una volta», osserva una fonte asiatica al WP.

Thursday, October 01, 2009

Buon compleanno Repubblica popolare! Una scia di sangue lunga sessant'anni

Sessant'anni di Repubblica popolare cinese compiuti al prezzo del sangue versato sulla stessa piazza dove oggi si è tenuta la principale celebrazione, un'imponente parata militare. Se, infatti, quei ragazzi che nel 1989 sfidarono i carri armati a Piazza Tienanmen avessero vinto la loro battaglia di libertà, oggi il regime comunista non starebbe spegnendo le sue 60 candeline, perché sarebbe stato decurtato di vent'anni di vita. Una lunga scia di sangue lega quel primo ottobre 1949, quando Mao Tse tung annunciò la fondazione della Repubblica popolare, ai giorni nostri, passando per la repressione di Tienanmen. Sotto la guida di Mao, per 27 anni, milioni di persone morirono tra purghe, repressioni e rivoluzioni culturali, e decine di milioni morirono vittime di tremende carestie, sacrificate sull'altare di quell'assurdo esperimento di ingegneria sociale che è il comunismo.

Sessanta colpi di cannone hanno dato il via alla festa. Davanti al presidente Hu Jintao – casacca grigio-scura stile Mao – sono sfilati in 200 mila tra soldati e comparse, e i gioielli delle forze armate cinesi, compresi i missili intercontinentali in grado di trasportare testate nucleari. «E' da qui che il presidente Mao ha annunciato solennemente la fondazione della Repubblica popolare cinese, e da allora il popolo cinese si è rialzato», ha detto Hu davanti a ospiti e militari. «Oggi una Cina socialista che abbraccia la modernità, abbraccia il mondo e abbraccia il futuro si erge alta e compatta. Il progresso in questi 60 anni dimostra pienamente che solo il socialismo può salvare la Cina». Hu ha promesso che la Cina continuerà a svilupparsi, e a cercare la «completa riunificazione della patria» (con Taiwan) in modo pacifico, ma nello stesso tempo ha esaltato la «forza militare dell'esercito». Il messaggio che la leadership cinese vuole ribadire al mondo e al suo popolo è chiaro: la scelta del partito unico è quella vincente per governare 1,3 miliardi di cinesi e trasformare la Cina in una superpotenza.

Quella della Repubblica popolare è la storia di un partito contro il suo popolo. Una storia che è tabù, perché i cinesi non possono nemmeno raccontarla ai loro figli. Sessant'anni di sofferenze per lo stesso popolo cinese, ha riconosciuto Samdhong Rimpoche, premier del governo tibetano in esilio. "Contro il popolo" è il titolo di questa storia, persino nel giorno dell'orgoglio. Solo 20mila civili hanno potuto assistere alla parata, quelli selezionati e "invitati" dal regime, che a tal punto non si fida della popolazione di Pechino da impedirgli persino di partecipare alle celebrazioni. Come per le Olimpiadi dell'anno scorso, i pechinesi sono "invitati" a restare in casa. Ai residenti nell'area di Tiananmen e nei viali circostanti è stato ordinato di «non aprire finestre o affacciarsi ai balconi», «non invitare amici o altre persone».

Sarebbe facile indulgere nella retorica, ma al di là del fattore umano c'è di che dubitare delle sorti magnifiche e progressive che attendono la Cina. Quella cinese, anche recente, è una storia cosparsa di «grandi fallimenti», ricorda Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: è un tipo di progresso «in cui lo Stato controlla oltre il 70% dell'economia, frenando la creatività e garantendo promozioni e favori senza alcun merito; rampante corruzione; mancanza di sostegno sociale a poveri, pensionati, disoccupati; strutture sanitarie ed educative allo sfacelo; genitori che mettono in vendita i loro organi per pagare l'università ai figli; inquinamento, soprusi, sequestri di terre e di case da parte di membri del Partito...». I 100mila «incidenti di massa» in un anno (proteste con centinaia o migliaia di persone, 87 mila nel 2006 secondo i dati ufficiali) «dicono che il popolo vuole contare». E non basta la forza economica e militare, per essere "potenza" occorrono anche un modello culturale e uno stile di vita attraenti, che questa Cina non offre neanche lontanamente.

Il partito «non tiene più il passo del popolo dinamico che governa», osserva Gordon Chang sul Wall Street Journal. «Non bisogna farsi impressionare». Nonostante la sua «apparente forza», lo Stato cinese è «profondamente insicuro». Non c'era una folla festante lungo Chang'an Avenue. Quasi un milione di poliziotti e "volontari" hanno tenuto lontani dalle celebrazioni i cittadini normali, da cui il Partito comunista «è sempre più scollegato». Non può fidarsi di loro. «I cinesi stanno cambiando velocemente». Lo sviluppo economico ha reso la gente sempre più «consapevole, assertiva e, al contrario dei leader, sicura di sé. Ormai, questo cambiamento sociale ha preso slancio e il partito non può più fermarlo. Può dispiegare su larga scala soldati al passo dell'oca – conclude Chang – ma non può stare al passo del suo popolo, che, nel vero senso della parola, è l'unico in marcia».

Friday, July 10, 2009

Ingerire in nome della stabilità

Mi sembra che sia stato poco sottolineato il fatto che in due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come il Tibet e lo Xinjiang. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da Piazza Tienanmen. Se si considera la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni (secondo un rapporto governativo 100mila l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa - ogni 4 minuti una protesta di oltre 100 persone), bisogna concludere che la crescita della Cina sia tutt'altro che "armoniosa" e che anzi l'instabilità interna stia aumentando pericolosamente, per la Cina ma anche - per gli stessi motivi per cui è ritenuta ormai interlocutore irrinunciabile su tutti i temi globali - per la stabilità economica e politica del resto del mondo. C'è n'è abbastanza per preoccuparsi e per "ingerire" un po' negli affari interni cinesi? Le dimensioni del PIL e la percentuale della sua crescita sono davvero gli unici parametri che rendono la Cina indispensabile per la governance globale, o non dovrebbe contare anche (non dico la democrazia, roba da neocon ormai) la stabilità interna? Si è parlato di escludere l'Italia dal G8 per un premier che si gode la vita, ma nessuno mette in dubbio i titoli della Cina di far parte di un G14 nonostante sia sempre più evidente che è seduta su una polveriera. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao non è solo un colpo all'immagine e alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa", ma essendo "la prima volta nella storia della Repubblica popolare che un presidente abbandona un appuntamento ufficiale per rientrare in patria", come ha ricordato Il Foglio, è la prova che la crescente instabilità preoccupa come mai prima i vertici cinesi, anche se a quanto pare non i governi occidentali. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità, ma nonostante l'avanzato stato di "sinizzazione" e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet, ora proprio quelle politiche si rivelano causa di instabilità. E' una conferma - per i molti che sembrano ancora averne bisogno - che la democrazia è l'unica via per una "società armoniosa" e per la stabilità. Questo chi dovrebbe farlo capire ai cinesi?

UPDATE: Splendido post di 1972. Anche Enzo si sofferma sulla «periferia dell'impero» e sente puzza di ex Jugoslavia:
Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.
La Cina «che pretende di essere una grande potenza internazionale» in realtà non ha le carte in regola. L'instabilità dovuta ai conflitti etnici e sociali è in pericolosa crescita e per ora non irradia alcun modello coerente che possa competere con quello liberaldemocratica, né alcuna attraente way of life: «Ethnic conflict is perhaps the most intractable problem, even for democracies. For one-party states, it is almost insoluble».

Wednesday, July 08, 2009

Cina altro che "armoniosa", cresce l'instabilità

In due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due importanti rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come lo Xinjiang e il Tibet. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da quella di Piazza Tienanmen. Senza considerare la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni: secondo un rapporto governativo oggi in Cina hanno luogo 100mila proteste l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa (ogni 4 minuti una protesta a cui prendono parte più di 100 persone).

Questi dati dovrebbero far riflettere gli interlocutori occidentali del governo cinese e indurli a riconsiderare la loro fiducia nella crescita "armoniosa" della Cina. In realtà, dietro la tumultuosa crescita economica degli ultimi anni e la tenuta durante questa crisi globale, l'instabilità in Cina aumenta. E aumenta pericolosamente ai "confini" dell'impero di mezzo, nonostante l'avanzato stato di sinizzazione e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità. Ma ora proprio quelle politiche si dimostrano incapaci di garantire l’ordine e la sicurezza e, al contrario, si rivelano causa di instabilità.

Uno smacco clamoroso alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa" e di convivenza fra etnie propagandato da Hu Jintao. Su questo piano il Partito ha fallito, le tensioni tra etnie aumentano anziché diminuire, anche se il mondo sembra avere troppa fiducia nel pugno di ferro di Pechino per accorgersene. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao dal G8 dell'Aquila è un colpo all’immagine della Cina e testimonia la gravità della situazione, l'inquietudine che probabilmente serpeggia all'interno degli stessi vertici del regime.

Oggi è stato il quarto giorno consecutivo di proteste e violenze. E mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), i vertici locali del partito hanno minacciato la pena di morte e Urumqi è blindata da migliaia di agenti delle forze di sicurezza in assetto anti-sommossa. Ma ciò che è più grave è che gli scontri potrebbero degenerare in un conflitto interetnico tra uiguri e han, che per molti aspetti potrebbe ricordare quelli della ex Jugoslavia. Uiguri che incendiano i negozi nei quartieri han e gruppi di han che danno la caccia agli uiguri, nelle strade e fino nelle loro case, violando il coprifuoco notturno. In centinaia gli uiguri sono scesi di nuovo in strada a Urumqi armati di bastoni, pietre e pugnali, affrontando le forze di polizia, mentre gli han erano asserragliati nei loro quartieri. Per gli uiguri non ci sono da parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali le stesse mobilitazioni promosse per i tibetani. Forse perché la loro causa è ancora poco nota, o forse perché sono musulmani?

Accusata dai cinesi di essere «la mente» delle violenze e di separatismo, oggi Rebya Kadeer presidente del Congresso Mondiale degli uiguri, ha affidato al Wall Street Journal la sua versione, spiegando che a scatenare la protesta di questi giorni è stata «l'inazione delle autorità cinesi dopo l'uccisione di alcuni lavoratori uiguri in una fabbrica di giocattoli a Shaoguan, nella provincia meridionale del Guangdong». Ma il malcontento degli uiguri è più in generale dovuto ad «anni di repressione cinese», aggiunge. La dissidente riferisce che secondo fonti uigure all'interno del Turkestan orientale i morti sarebbero 400 e che sarebbero in corso rastrellamenti casa per casa; che la protesta si sta diffondendo ad altre città della regione e che solo nella città di Kashgar sarebbero stati uccisi 100 uiguri.

La repressione di questi giorni sta assumendo «accenti razziali», osserva Kadeer, accusando il governo cinese di «incoraggiare il nazionalismo tra i cinesi di etnia Han in sostituzione della fallita ideologia comunista». Nazionalismo «evidente nella folla di cinesi han che ha attaccato gli uiguri a Shaoguan». La propaganda nazionalista tra i cinesi han «rende molto difficile il cammino davanti a noi», spiega Kadeer sul WSJ. Il Congresso Mondiale degli uiguri, come il Dalai Lama, «sostiene l'introduzione pacifica dell'autodeterminazione e un reale rispetto dei diritti umani e della democrazia. I cinesi di etnia Han e gli uiguri devono instaurare un dialogo basato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza. Ma con le attuali politiche del governo cinese ciò è impossibile». Per riportare la calma nel Turkestan orientale, secondo Kadeer le autorità cinesi dovrebbero prima di tutto «indagare sulle uccisioni nella fabbrica di Shaoguan e portare i responsabili di fronte alla giustizia». Kadeer chiede inoltre l'apertura di «un'inchiesta indipendente e trasparente sui disordini nella città di Urumqi«.

Gli Stati Uniti «possono giocare un ruolo in questo processo», sostiene la leader del Congresso degli uiguri: «Devono condannare le violenze e aprire a Urumqi un consolato che possa servire da faro della libertà in un contesto di feroce repressione e monitorare le violazioni quotidiane dei diritti umani perpetrate contro gli uiguri».

Monday, July 06, 2009

Dopo i tibetani, gli uiguri

E Berlusconi demanda a Napolitano la "grana" dei diritti umani

Dopo i tibetani, gli uiguri. Cova sotto la cappa repressiva del regime il fuoco della rivolta delle minoranze, che periodicamente si riaccende. Il bilancio degli scontri ha proporzioni "cinesi": 140 morti e quasi mille feriti. E siccome gli uiguri non sono i tibetani, la loro protesta è stata improvvisa e incendiaria: in fiamme centinaia tra bus, taxi e auto della polizia, negozi distrutti. Anche nella regione dello Xinjiang il problema è la politica di sinizzazione di Pechino, identica a quella attuata in Tibet, e quindi i rapporti tesi con la crescente popolazione di etnia Han, e le discriminazioni politiche, economiche e sociali.

Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino incoraggia da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.

Le autorità hanno accusato Rebya Kadeer, la leader del Congresso Mondiale degli uiguri, di aver organizzato le violenze e di volere la secessione. La Kadeer, il cui obiettivo è un'autonomia vera e il rispetto dei diritti umani, ha respinto le accuse e ha invece puntato l'indice sul regime di Pechino, reo di non aver condotto un'inchiesta credibile sull'assassinio dei due giovani uiguri che ha scatenato le violenze. Ma la dissidenza uigura è un universo complesso. Non c'è solo il movimento democratico e nonviolento di Rebya Kadeer. Ci sono anche spinte indipendentiste e forse anche infiltrazioni islamiste e di al Qaeda.

Intanto, si conferma la totale continuità dei governi italiani nei rapporti con la Cina. Il tema dei diritti umani è stato solo sfiorato nel vertice bilaterale di oggi tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente cinese Hu Jintao, che si sono concentrati invece sui temi del G8, mentre - fanno sapere fonti di Palazzo Chigi - è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a parlare di diritti umani ad Hu Jintao. Divisione dei compiti, quindi, tra Palazzo Chigi e Quirinale. Onore a Napolitano, ma non sfuggirà che è stato un modo un po' vigliacco per svuotare il tema di ogni significato politico nei rapporti tra i due governi, relegandolo in un ambito più formale e retorico. La politica cinese è coerente con una «politica dell'armonia» e del «dialogo», ha detto Berlusconi, che pur riferendosi ai rapporti internazionali di Pechino e non agli affari interni, è stato comunque fin troppo generoso.

Monday, March 09, 2009

Vigilia di tensione in Tibet

Sale la tensione in Tibet alla vigilia del 50esimo anniversario della più grande rivolta contro l'occupazione cinese. Un evento altamente simbolico per la resistenza tibetana. Era il 10 marzo 1959 e la rivolta si concluse con una sanguinosa repressione ad opera dell'esercito cinese e con la fuga in esilio del Dalai Lama. Ora il regime teme che si ripetano le proteste scoppiate il 10 marzo di un anno fa, quando a seguito dell'arresto di centinaia di monaci migliaia di dimostranti riempirono le strade e attirarono l'attenzione dei media di tutto il mondo. I movimenti dei tibetani in esilio in India hanno annunciato «manifestazioni spettacolari» per commemorare l'anniversario.

Per questo, Lhasa e le altre città tibetane sono militarizzate. Rigidissimi i controlli di polizia ed esercito per le strade. Truppe schierate alle frontiere. Ieri i primi scontri, nella provincia tibetana del Qinghai, tra alcune decine di manifestanti e la polizia. Questa mattina un'auto della polizia e un autocarro dei pompieri sono stati fatti saltare con l'esplosivo. Sempre nella provincia del Qinghai più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, un terzo dei circa 300 che vi abitano, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio. Per aver intervistato alcuni monaci nel Quinghai sono stati fermati e interrogati oggi, per 3 ore, due giornalisti italiani.

Robert J. Barnett, un esperto di Tibet intervistato dal Council on Foreign Relations, conferma che il governo è piuttosto «nervoso» per la ricorrenza di domani. Pechino «sperava in una luna di miele» con l'amministrazione Obama dopo la recente visita del segretario di Stato Hillary Clinton, ma le sue speranze rischiano di rimanere disattese se dovesse esplodere di nuovo la situazione in Tibet. I contrasti sul Tibet «potrebbero essere risolti», ma il governo cinese deve fare di più, secondo Barnett, che indica due ordini di problemi, uno dei quali Pechino dovrebbe affrontare subito perché insostenibile:
The easy way for the Chinese to solve it, if they wanted to, is to break the Tibetan problem into two kinds of issues. They should separate the difficult talks about autonomy and the Dalai Lama's status, which they're nervous about, from the easy issues, which are about religion, and migration, and development. Lots of Tibetans in Tibet have told them, "Stop demonizing the Dalai Lama, allow people to practice religion, and regulate the migration of non-Tibetans into the area." That's pretty straightforward. Every other country in the world does that almost normatively. So these are the easy ways it could build up huge political capital very very quickly in Tibet, and that would be welcomed. The question is, does China have the political will that allows the leaders to take that kind of step? I think they will have to do that. It's unsustainable, keeping one-third of your country under military garrison every so often.
Ma intanto è ancora in atto la campagna del regime contro il Dalai Lama, dipinto come terrorista e separatista. Il presidente cinese Hu Jintao ha esortato i funzionari tibetani a erigere una nuova «Grande muraglia contro il separatismo».

Oggi pomeriggio, intervenendo alla presentazione del rapporto dello European Council on Foreign Relation sui rapporti tra Unione europea a Cina, il ministro degli Esteri Frattini ci ha spiegato che «dobbiamo considerare la Cina come partner politico e strategico complessivo, non solo economico». Solo così potremo parlare di diritti umani con Pechino: «Se vogliamo avere una prospettiva realistica di incidere sui diritti umani la Cina deve essere un attore con cui si parla di tutto. Credo che su alcune tematiche la Cina sia troppo poco consultata».

Al prossimo vertice Ue-Cina ci sarà «una riflessione congiunta sulla governance non solo economica ma anche politica». In questo modo, «avremo una leva maggiore per ragionare di diritti umani e per favorire una ripresa del dialogo tra i la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama». Staremo a vedere, ma a questo dialogo sembrano crederci in pochi.

Intanto, il dissidente cinese Bao Tong, tra i firmatari di Charta '08 ed ex membro del Comitato centrale comunista prima del massacro di Tienanmen, si rivolge ai delegati dell'Assemblea nazionale con una lettera aperta (trad. di Asianews) nella quale avverte che «il potere assoluto del Partito soffocherà il popolo e l'economia».

Thursday, March 27, 2008

Le lacrime dei monaci e le prime defezioni politiche dai Giochi

Ieri e oggi ha avuto luogo nella capitale tibetana, Lhasa, la breve visita sotto strettissima sorveglianza concessa dal regime cinese ai giornalisti di alcune testate internazionali ben selezionate. Una farsa che si è ritorta contro i suoi organizzatori quando, nonostante le restrizioni, un gruppo di circa 30 monaci tibetani è riuscito ad avvicinare i giornalisti stranieri al tempio di Jokhang (qui il video, da Corriere.it).

In lacrime hanno urlato al mondo «il Tibet non è libero!», «Vogliamo un Tibet libero!». Le autorità mentono, «il Dalai Lama non è responsabile delle violenze», hanno denunciato i monaci, rinchiusi nel tempio dal 10 marzo scorso, quando tutti i monasteri più importanti furono circondati dall'esercito cinese in seguito alle manifestazioni. L'apparente normalità della vita nel tempio, fino a pochi minuti prima dell'arrivo dei giornalisti assediato dai militari, è solo una messa in scena, hanno rivelato davanti a microfoni e telecamere. «Sappiamo che probabilmente verremo arrestati per questo, ma dobbiamo continuare a lottare», ha detto uno dei monaci, poco più che ventenni.

Lhasa è una città «segnata e spaventata», sempre più divisa tra tibetani e cinesi di etnia han, scrive Shai Oster per il Wall Street Journal. «Vi prego, aiutateci», è quanto ha sussurrato una tibetana ai giornalisti, tra cui Geoff Dyer per il Financial Times.

Sul fronte diplomatico potremmo, per la prima volta da anni, assistere a un atteggiamento più fermo nei confronti di Pechino da parte dell'Europa piuttosto che da parte di Washington.

Il presidente americano Bush ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Hu Jintao, al quale ha espresso la sua «preoccupazione», esortandolo ad «avviare un dialogo concreto con i rappresentanti del Dalai Lama» e a consentire «accesso a giornalisti e diplomatici» in Tibet, ma ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale dei Giochi, attirandosi non poche critiche. «Bush non ha altra scelta che quella di cancellare il suo viaggio a Pechino», ha scritto il conservatore Washington Times, concludendo che «Bush non può stare sul suolo cinese senza trasformare in una barzelletta la sua agenda per la libertà».

Lo speaker del Parlamento tibetano in esilio è stato ascoltato ieri dalla Commissione Esteri del Parlamento europeo e durante il dibattito in plenaria sulla situazione in Tibet il Dalai Lama è stato formalmente invitato dal presidente Poettering. Mentre da Londra, oggi, il premier britannico Gordon Brown assicura che anche «la Gran Bretagna parteciperà alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici», giungono gli annunci delle prime defezioni europee: il primo ministro polacco Donald Tusk e il presidente ceco Vaclav Klaus a Pechino non andranno. Il presidente francese Sarkozy si è detto «scioccato» per il Tibet e si «riserva il diritto di decidere se partecipare alla cerimonia d'apertura», precisando che si consulterà comunque con gli alleati europei prima di prendere una decisione.

E' l'ora di incalzare, perché Pechino mostra di temere i boicottaggi politici. «Spetta ai comitati olimpici nazionali invitare i rispettivi capi di Stato e di governo alla cerimonia inaugurale. Se accettano o meno, dipende da loro», mettono le mani avanti i cinesi.

«Tutte le opzioni rimangono aperte», aveva dichiarato giorni fa il presidente francese, riferendosi non al boicottaggio delle Olimpiadi ma all'ipotesi di una sua eventuale assenza alla cerimonia inaugurale, che cadrà in agosto, proprio quando sarà presidente di turno dell'Ue. «Mi appello allo spirito di responsabilità dei leader cinesi», aggiungeva ribadendo la sua richiesta: che si «avvii il dialogo tra il governo cinese ed il Dalai Lama. Regolerò la mia risposta alla risposta delle autorità cinesi». Una posizione che veniva ribadita ieri dal ministro degli Esteri Kouchner: la Francia è contraria al boicottaggio delle Olimpiadi, ma «per la cerimonia d'apertura dei Giochi vedremo secondo l'evoluzione della situazione. Ne parleremo venerdì alla riunione dei ministri degli affari esteri dell'Unione europea».

Intanto, l'Onu continua a dare il peggio di sé. Nel corso di una riunione del Consiglio per i Diritti umani a Ginevra la discussione sulla situazione in Tibet è stata bloccata in seguito alle reiterate proteste cinesi, denuncia Amnesty International. La rappresentanza di Pechino ha chiesto inoltre l'annullamento di un briefing del Partito Radicale, nel quale era previsto l'intervento dello speaker del Parlamento tibetano in esilio.

Gli spiragli e i dubbi di Cavalera

Ci risiamo. Anche oggi Fabio Cavalera, sul Corriere della Sera, mostra un eccessivo e mal riposto ottimismo per quello che interpreta come uno «spiraglio» aperto da Pechino sulla crisi tibetana. Accoglie fin troppo generosamente i presunti «impegni» presi dal presidente cinese Hu Jintao, nient'affatto «di fronte alla comunità internazionale», come scrive, ma semmai al telefono con Bush. Ma rimaniamo sconcertati quando, riguardo una delle misure repressive più odiose - la campagna di «rieducazione patriottica» nei monasteri buddisti tibetani - Cavalera confessa di non capire se «abbia la funzione di promuovere il dialogo [sic!] o se sia al contrario una sorta di lavaggio del cervello, un'arma psicologica per chiudere la bocca alle opposizioni».

Di questi dubbi Federico Rampini, su la Repubblica, per fortuna non ne ha. Pechino, scrive, «insiste con i metodi di sempre»:
«Si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un'odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E' il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture».
Di dialogo con il Dalai Lama non se ne parla proprio, soprattutto in questo momento di debolezza politica del leader spirituale tibetano. Anzi, il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha assicurato che «la Cina schiaccerà con forza tutte le iniziative secessioniste». Gli «spiragli» li vede solo Cavalera, per ora. Perché ci appaiano anche a noi ci vorrà una maggiore pressione dall'esterno sul regime cinese.