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Thursday, June 17, 2010

Eurodemagogie

Al grido demagogico di «chi ha provocato la crisi paghi», un'Europa che si crede vittima della finanza e della speculazione, e non delle sue sciagurate politiche di bilancio (tanta spesa e poca crescita), crede di vendicarsi imponendo una tassa sulle banche e promuovendo l'idea di una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie durante il prossimo vertice del G20. Tasse che ovviamente le banche e gli operatori finanziari faranno pagare a chi usufruisce dei loro servizi, aumentandone i costi.

Al vertice Ue si sarebbe deciso, inoltre, di tener conto anche della dinamica del debito e non solo del debito pubblico, ma anche di quello privato, ai fini della valutazione di sostenibilità dei conti pubblici degli stati membri. Bene per l'Italia, la cui dinamica in questo momento è relativamente lenta e che presenta un livello relativamente basso di indebitamento privato. Ha senso tenerne conto, ma ora bisogna vedere se i mercati se la berranno... perché restano loro a decidere se, e a quali interessi, acquistare i titoli di debito emessi dagli stati... e quindi se il Paese che li emette ha conti sostenibili o meno.

Monday, May 10, 2010

Psicodramma europeo

I veri "untori" e parassiti sono i politici

Il solito vecchio film: la stessa trama, i soliti colpevoli. Gli speculatori, cui si sono aggiunte come guest star le agenzie di rating. Contro questi moderni "untori" si sono scagliati i leader e i media europei in questi giorni definiti «drammatici» per la tenuta dell'Eurozona, nel tentativo di occultare le loro tremende responsabilità, individualmente come capi di Stato e di governo nei loro Paesi e collettivamente come Unione (si fa per dire) europea.

Ci sta che alcune agenzie di rating che hanno fallito nel recente passato, ora con troppo zelo cerchino di recuperare credibilità, provocando forse più allarmismo del dovuto. Ma prendersela con esse per la reazione dei mercati alla situazione debitoria di alcuni Paesi europei, che per altro può essere verificata da chiunque senza alcun particolare "rating", è ridicolo. E particolarmente risibile l'idea di un'agenzia di rating europea, avanzata la scorsa settimana dal commissario Ue ai servizi finanziari, guarda caso un francese, che accusa quelle attuali di essere troppo poche, colluse, e naturalmente troppo "amerikane". Credo (non sono un esperto, quindi chiedo lumi) che nulla vieti l'emergere di nuove agenzie di rating, che sia solo una questione di autorevolezza riconosciuta dai mercati, ma come giustamente fa notare Perotti, sabato sul Sole, quale credibilità potrebbe avere un'agenzia di rating europea - magari con sede a Parigi e Bruxelles e diretta emanazione dei governi europei - nel valutare i titoli di Stato dei Paesi Ue?

Gli speculatori sono stati naturalmente indicati negli investitori e nei media anglosassoni, contro cui qualcuno pensa di mobilitare addirittura i servizi segreti. Occhi puntati in particolare sui fondi Usa e asiatici (e perché non arabi?), in un già visto, già sentito, di complotti "demo-plutocratici" e pericolo "giallo" che sanno di ideologie e razzismi vecchi e nuovi. Insomma, va in scena il solito film. Ma non c'è una spectre all'azione, altro che complotto... Sta accadendo ciò che era ampiamente prevedibile: avete voluto affrontare la crisi economica aumentando deficit e debito? Bene, ora si avvicina il momento di pagare il conto, perché le banconote non crescono sugli alberi. E per onestà i politici, le classi dirigenti dei nostri Paesi, dovrebbero spiegarlo ai cittadini, non agitare l'alibi degli avidi speculatori. Uno dei pochi che timidamente si è defilato, l'altro giorno alla Camera, è il ministro Tremonti, bisogna dargliene atto, che da tempo parla di una crisi che si sposta dai debiti privati ai debiti pubblici e inaspettatamente non si unisce al coro contro gli speculatori, ma ammonisce: «Se c'è la forza di una visione comune per capire che la speculazione è solo una parte del problema, credo che ci siano ragioni per essere fortemente ottimisti».

Se, appunto. Perché il problema è altrove e speriamo che passata la tempesta i leader europei se ne ricordino e non tornino nello stato di beato far niente delle settimane scorse. E' vero che se i governi greci non avessero "barato", probabilmente i mercati avrebbero concesso ulteriore tempo ai Paesi europei prima di suonare la sveglia. Ma parlare di speculazione serve solo ai politici per allontare da sé le proprie responsabilità. Che idea hanno degli investitori? Di gente che regala i propri soldi? Se vi accorgete che un investimento è sempre più rischioso, che è meno certo che uno Stato o un qualsiasi debitore riesca a ripagarvi la somma prestata, che fate, non acquistate titoli più sicuri, o non chiedete più interessi? Il problema sta nel debitore, non nel creditore che cambia investimento e decide di non rifinanziare il suo debitore. Nelle famiglie normali quando si spende più di quanto entra, si tagliano le spese non ci si indebita ancora di più. Perché invece i politici continuano a spendere? Ovvio: per accattivarsi il consenso del proprio elettorato.

Ma il problema non è solo il debito, è anche la crescita: bisogna rimboccarsi le maniche, e non stampare moneta, se vogliamo mantenere i nostri standard di benessere. In questi dieci anni l'Europa non si è quasi preoccupata di promuovere la produttività dei suoi stati membri, costringendoli a realizzare le riforme strutturali che tutti sanno essere indispensabili, ma non è riuscita neanche a far rispettare il Patto di Stabilità, che anzi ultimamente, con la crisi, è stato del tutto travolto. Concentrandosi solo sui saldi di bilancio e non anche sulla crescita, alla fine non è riuscita a mantenere solidi gli uni, né a promuovere l'altra. Non essendo riuscita a far rispettare i parametri di Maastricht attuali, non si vede quale credibilità potrà avere un nuovo patto.

Gli investitori non si accaniscono sulla Grecia e sugli altri soci deboli dell'Ue per chissà quale complotto o avidità, ma perché diffidano della sostenibilità negli anni avvenire di debiti pubblici crescenti. Ma come fa notare oggi anche Giavazzi sul Corriere, se fosse solo questo «i mercati non si preoccuperebbero solo di Grecia, Spagna e Portogallo, ma anche di Gran Bretagna e Stati Uniti, che invece non hanno alcuna difficoltà a finanziarsi». Si tratta certo di deficit e debito troppo elevati, ma per di più accompagnati a bassi tassi di crescita e scarsa competitività. Ed una razionale allocazione delle risorse è buona, non cattiva "speculazione".

Per rendere sostenibili quei debiti occorrono risparmi privati ed esportazioni, su cui per fortuna l'Italia è messa meglio di altri, ma anche tassi di crescita sostenuti, produttività, redditi, su cui purtroppo siamo carenti. E' stato senz'altro un bene che il governo - e bisogna riconoscere questo a Tremonti - abbia affrontato la crisi senza abbandonarsi alle pazze spese come suggeriva l'opposizione (e tra l'altro l'effetto dei pacchetti di stimolo dove sono stati più generosi si è rivelato comunque modesto), ma ora occorrono urgentemente quelle riforme strutturali (fisco, pensioni, mercato del lavoro e ammortizzatori) in grado di alleggerire il cavallo della nostra economia in modo che possa tornare a correre. La sfida dev'essere quella di agganciarci alla Germania. Le misure emergenziali assunte dai leader europei, in collaborazione con gli Usa, possono funzionare, a patto però che si riconosca la vera causa di quanto sta accadendo: non la speculazione, ma debito elevato ed economie poco dinamiche.

Thursday, September 24, 2009

C'è speculazione e speculazione

Ieri, dal podio dell'Assemblea generale dell'Onu, Berlusconi ha farneticato di combattere la speculazione sulle materie prime con una gigantesca operazione speculativa globale... da attuare magari insieme all'"amico" Putin. Bah. Qui si è d'accordo con Carlo Stagnaro... e non siamo comunisti...

Friday, September 05, 2008

Gli Usa ripartono, l'Europa no

Se quella di cui soffre l'economia americana è una recessione, in Europa c'è da mettersi le mani nei capelli. La convinzione diffusa è che la crisi finanziaria abbia colpito più gli Stati Uniti che l'Europa, inducendo addirittura qualcuno a dare per morto il capitalismo e ad enfatizzare il ritorno dell'interventismo statale. Ma intanto l'Ocse rivede al rialzo le stime di crescita del Pil Usa (1,8% nel 2008) e al ribasso quelle dell'area euro (1,3%). Tra i Paesi del G-7, neanche a dirlo, l'economia più lenta è quella italiana. Il tempo sembra dare ragione a chi, come Oscar Giannino, alcune settimane fa pronosticava che gli Stati Uniti si sarebbero ripresi più in fretta di noi europei.

Il prezzo del petrolio continua a scendere (oggi a 106 dollari al barile) e il dollaro a rafforzarsi. La bolla speculativa, dunque, si sta sgonfiando, «ma l'Europa non riparte», come osservava un paio di giorni fa Giacomo Vaciago su Il Sole24 Ore. Il «gioco non-cooperativo» di Stati Uniti ed Europa ha regalato «benefici netti» ai Paesi produttori di materie prime, che invece di ringraziare usano i soldi per invadere i Paesi vicini. Si poteva agire diversamente, non lasciando «solo alle autorità americane il compito di attaccare la bolla speculativa». Ora i prezzi delle materie prime sono in ribasso, mentre il dollaro è in ripresa. «Gli Usa sono riusciti a "passare" all'Europa quella che altrimenti sarebbe stata la loro recessione», come l'Ocse ha puntualmente registrato.

Thursday, July 17, 2008

Tagli alla spesa, ricomincia il piagnisteo bipartisan

Ciò che più mi allarma di Tremonti, come ho scritto qualche giorno fa, è la sua tendenza a guardare oltre confine, quasi che sul fronte interno ci sia poco da fare, oltre a rispettare i vincoli di bilancio, e che sul fronte esterno, nella lotta contro la "speculazione", si decida il nostro futuro economico. La crisi internazionale è seria e figurarsi se voglio negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per la sua arretratezza, ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi. Faremmo bene quindi a guardare più al nostro interno che ai massimi sistemi. Il nostro "male", prim'ancora che nella speculazione, è nello Stato. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me pare che la partita più importante si giochi dentro.

Dovremmo smetterla però con un vecchio vizio che vedo riaffiorare sia nell'opposizione che nella maggioranza. Ci riempiamo tutti la bocca della necessità di tagliare la spesa. Poi, quando da qualche parte si comincia, ci stracciamo le vesti. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano. Sulla sanità e sulla sicurezza hanno torto Formigoni e i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?

Proprio riguardo la sanità e la sicurezza tutti i dati - numero di addetti e bilanci - parlano chiaro: spendiamo di più, ma peggio, di molti Paesi europei. Più spesa uguale più servizi e servizi migliori, è questa la scriteriata logica che ha trainato verso l'alto la spesa pubblica e gonfiato il debito nel nostro Paese. Il compito dei ministri - e dei governatori - non è chiedere più soldi (troppo facile!), ma far funzionare la macchina con il minimo della spesa. La sfida è utilizzare in modo più efficiente le risorse che si hanno. C'è qualcuno che ai livelli di spesa in cui siamo ha forse il coraggio di sostenere che non ci siano i margini? Ricordo che in un suo articolo Ricolfi aveva addirittura parlato di 80 miliardi l'anno di sprechi. Nella sanità la "responsabilizzazione del singolo cittadino-paziente", come scrive Mingardi, per esempio rimborsando i cittadini anziché le strutture convenzionate, sarebbe elementare buon senso.

Wednesday, July 16, 2008

Il petrolio giù di 14 dollari non è una notizia?

Oltre a fornire una esauriente spiegazione sul ruolo degli «odiati speculatori» nei mercati - «contribuiscono a stabilizzare il mercato comprando quando il prezzo è basso (rendendolo così meno basso) e vendendo quando il loro prezzo è alto, contribuendo a calmierarlo» - nel suo editoriale di oggi, su il Riformista, Alberto Mingardi esprime lo stesso concetto che in qualche modo avevo tentato di esprimere in questo post: «L'Italia della crescita zero è almeno in parte altra cosa, rispetto a questo scenario» (il fallimento delle banche Usa, la crisi internazionale).
«Non abbiamo fatto le riforme di cui avevamo bisogno, e ora nemmeno si parla più, di farle. Abbiamo tasse troppo alte e regole troppo complesse, che non incentivano chi ha voglia di fare. Sarebbe il momento di usare le comprensibili paure degli italiani, per svoltare e riattivare il circuito virtuoso della creazione di ricchezza sulla base di un patto più equo, fra Stato e individuo. Sarebbe il momento del coraggio. Sarebbe».
Sempre oggi, su la Repubblica, il re saudita Abdullah ha scaricato sulla speculazione le colpe dell'aumento dei prezzi del petrolio, puntando l'indice sull'«avidità speculativa di certi personaggi, di certe imprese», che «hanno sfruttato il rialzo delle quotazioni del greggio per accumulare ricchezze, per avvantaggiarsene personalmente». Ma il re saudita è naturalmente parte in causa, interessatissima, visto che il suo regno è il primo produttore mondiale. «La speculazione (cioè l'attività finanziaria) - spiega Carlo Stagnaro in un breve commento su Il Foglio.it - dà probabilmente un contributo a trainare verso l'alto i prezzi. Però ciò è possibile oggi, mentre non lo era dieci anni fa, perché il margine tra domanda e offerta si è fatto stretto. Cioè, perché si è indebolito il paese che fino ad allora era stato il cardine dei mercati globali grazie al suo ruolo di "swing producer", ossia di produttore di ultima istanza che, modulando il suo output, ammorbidiva gli shock. Questo, però, il sovrano arabo non può ammetterlo senza riconoscere che Riad ha un grave problema di sottoinvestimenti, e che dunque si trova nella spiacevole condizione di non più governare, ma subire, i mercati. Questo è il classico caso in cui occorre concentrarsi sul dito anziché sulla luna. La speculazione è un perfetto spauracchio per giocare – mai espressione fu più appropriata – il gioco dello scaricabarile».

Intanto, tra ieri e oggi il prezzo del petrolio ha subito una decisa inversione di tendenza. Da 147 dollari al barile a 133 (qui Phastidio.net spiega tecnicamente ciò che è accaduto). Il fatto strano è che giornali, siti on line e televisioni, che strillano al nuovo record ad ogni aumento di uno o due dollari, stanno tuttora ignorando un calo dei prezzi del greggio di ben 14 dollari (circa il 10%) in 48 ore. Non è forse una notizia da sparare su tutte le prime pagine (on line e stampate) e nei titoli dei notiziari televisivi?

Monday, July 14, 2008

Altro che speculatori

Alcuni giorni fa ho cercato di capire che tipo di analisi circolassero nei think tank Usa sull'aumento dei prezzi del petrolio. Ne è uscito fuori questo articolo pubblicato su Ideazione.com. Ulteriori interessanti elementi di conoscenza li fornisce oggi Phastidio.net, rafforzando la tesi secondo cui la corsa del greggio sia dovuta più a fattori legati alla domanda e all'offerta che alla speculazione.

Dal lato dell'offerta, è lo stesso ex presidente russo, oggi premier, Putin, ad ammettere, per esempio, che «il tasso di crescita della produzione russa è diminuito, nel primo trimestre di quest'anno la produzione è addirittura calata dello 0,3 per cento». Si apprende che l'Arabia Saudita non potrà raggiungere l'anno prossimo i 12 milioni di barili al giorno ma solo nel 2010, e non sarà comunque in grado di mantenere quel volume di produzione a lungo; e che i vecchi campi petroliferi sauditi producono meno mentre i nuovi stentano a decollare e non sono ancora in grado di sostituirli.

«Solo due esempi - conclude Seminerio - della difficoltà non solo ad aumentare la produzione, ma addirittura a mantenerla entro i livelli attuali. Il tutto a fronte di uno sviluppo della domanda che continua ad essere rampante. Che sia Peak Oil "fisico" o "politico" ha poca o nulla rilevanza: ciò che conta è che l'offerta non tiene il passo della domanda. Nel frattempo la Commodities and Futures Trading Commission, il regolatore statunitense delle borse-merci a termine, ha svolto un'indagine scoprendo che non vi sono evidenze di manipolazione del mercato americano dei futures petroliferi, nel senso che non sono stati individuati comportamenti collusivi degli operatori volti a spingere i prezzi al rialzo».

Eppure, osserva, il ministro Tremonti prosegue la sua crociata anti-speculatori dalle pagine di Panorama e Corriere della Sera.

Friday, July 11, 2008

La partita più importante si gioca in Italia, non fuori

Con il Dpef si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock

A giudicare dalla dichiarazione finale del G8 di Toyako, in Giappone, in cui si legge dell'«importanza di implementare rapidamente tutte le raccomandazioni del Financial Stability Forum», presieduto dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, per contrastare la crisi finanziaria internazionale, si direbbe che all'estero nella sua disputa con Draghi il ministro Tremonti stia avendo la peggio.

Non mi pare che nei consessi europei o internazionali la crociata che Tremonti porta avanti con toni davvero troppo apocalittici nei confronti della speculazione e della globalizzazione stia riscuotendo molto successo. Il che è un bene e dovrebbe forse rassicurarci, indurci a non enfatizzare troppo le parole del ministro nel dibattito interno e a goderci un Dpef e una manovra finanziaria che effettivamente, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, sono impostati per la prima volta sui tagli alla spesa.

Vi consiglio però di sentire l'audizione di Tremonti sul Dpef dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, lo scorso 2 luglio. Non è rassicurante il fatto che il ministro, di fronte a ciò che succede (o meglio, alla sua interpretazione di ciò che sta accadendo) nell'economia mondiale, ritenga che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo per l'Italia. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma di fronte alla crisi la soluzione dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.

Figurarsi se vogliamo negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per cause interne, è la più fragile e la più esposta tra i Paesi sviluppati. Il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Proprio per l'arretratezza in cui ci troviamo, l'Italia ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi internazionale. Nella situazione in cui versa l'Italia, faremmo bene a guardare al nostro interno, non ai massimi sistemi. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello. Il rischio invece è che si limiti all'ordinaria amministrazione, a fare il minimo indispensabile, mentre ciò che serve è uno shock.

Lo ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Martino in un editoriale sul sito dell'Istituto Bruno Leoni: oltre all'aumento del prezzo del petrolio e all'inflazione, «sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive». Scrollandoci di dosso questi «45 anni di cattocomunismo» possiamo migliorare di molto la nostra condizione a prescindere dalle crisi internazionali. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me sembra che la partita più importante si giochi dentro.

«Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l'urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo renda meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive». E qui, dopo l'analisi, la critica di Martino:
«Tutti ci aspettavamo che il successo elettorale del PdL avrebbe indotto il nuovo governo, largamente dotato dei numeri per farlo, a mantenere quanto a gran voce promesso in campagna elettorale, dando vita ad una profonda riforma fiscale e riducendo il peso delle tasse gravante sulle famiglie e sulle imprese, invertendo il corso inaugurato dal governo dei sinistri. Invece, a nemmeno due mesi dal suo insediamento, il governo aumenta le tasse giustificando la decisione con le spiritosaggini del ministro dell'Economia che si appella all'autorità di Robin Hood, rinazionalizza quella autentica vergogna nazionale che è l'Alitalia e la sua montagna di debiti (la "compagnia di bandiera" perde oltre un milione di euro al giorno), taglia le già scarse risorse delle forze armate e delle forze di polizia e manda 2500-3000 militari a presidiare discariche e svolgere compiti di ordine pubblico come se non fossero sufficienti a quello scopo i 400.000 addetti delle forze dell'ordine. Non è questa la svolta promessa, non è questa la rivoluzione liberale di cui abbiamo bisogno. L'Italia non ha bisogno di un governo che gestisca l'esistente – è l'esistente la causa del nostro declino – l'Italia vuole ed ha chiesto in modo inequivocabile un cambiamento, una inversione di rotta. Se questo governo non si affretta a darcela rischia di incappare nel profondo disprezzo degli Italiani di oggi e di quelli che verranno».
Non saranno i toni comprensibilmente astiosi dell'ex ministro Martino - uno dei tanti liberali doc a non aver trovato nella compagine governativa un incarico all'altezza del suo valore e della sua figura - a impedirci di dargli ragione. Nel Dpef varato dal governo e all'esame del Parlamento c'è un'importante svolta sulla spesa pubblica, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto al precedente governo Berlusconi. Di questo sarebbe ingiusto non darne atto.

Ma manca lo shock. Potrebbero rivelarsi ancora insufficienti le riforme di Brunetta, Sacconi e Gelmini - sempre che riescano a realizzarle - in tre settori chiave. Sarebbe stato opportuno, per esempio, già prevedere almeno entro il prossimo trienno un piano di riduzione delle aliquote fiscali. Il rischio è di ritrovarci con «un governo che gestisce l'esistente», quando è proprio «l'esistente la causa del nostro declino».

Lo stesso difetto nell'approccio di Tremonti lo registrava Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole24 Ore: «La risposta del Governo sembra essere: sul fronte interno c'è poco da fare, perché i vincoli di bilancio non consentono margini di manovra; sul fronte esterno, mobilitiamo i Governi europei contro la "speculazione". È una risposta inadeguata su entrambi i fronti».

C'è, spiega Tabellini, un «fronte esterno su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo», ma non riguarda la "speculazione". Sul «fronte interno, la politica monetaria può fare ben poco... Gli effetti dello shock invece dovrebbero essere contrastati con la politica fiscale. Lo strumento corretto è una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro: dal lato dell'offerta, scenderebbero i costi di produzione; dal lato della domanda, si darebbe sollievo al reddito disponibile delle famiglie». Si potrebbe così «difendere il potere d'acquisto delle famiglie senza scatenare una vana rincorsa tra prezzi e salari».

E' comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».

Secondo gli obiettivi del Dpef, nel 2010 sia la pressione fiscale che la spesa corrente al netto degli interessi in percentuale del Pil continueranno a essere praticamente sugli stessi livelli del 2007. «È un programma troppo rinunciatario, date le difficoltà del Paese», conclude Tabellini. Si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock.

Tuesday, July 08, 2008

Petrolio alle stelle. Il mercato che cambia o la speculazione?

da Ideazione.com

Uno degli aspetti dell'attuale crisi economica internazionale più dibattuti ai massimi livelli, tra i ministri delle Finanze dei Paesi del G-8 e tra le più alte autorità finanziarie, è l'impennata dei prezzi del petrolio. Cosa sta succedendo? Ci sono dei reali mutamenti del mercato, le riserve si stanno esaurendo, oppure si tratta di semplice speculazione? Innanzitutto, alcuni dati. Nell'International Energy Outlook 2008, un rapporto annuale del Dipartimento Usa per l'Informazione energetica, sono contenute interessanti previsioni. Il consumo energetico mondiale crescerà del 50% tra il 2005 e il 2030. Dell'85% crescerà il consumo dei Paesi in via di sviluppo non-Ocse. I prezzi del petrolio rimarranno alti. Un qualche sollievo lo porteranno le nuove produzioni da Azerbaijan, Brasile, Canada, Kazakhistan e Stati Uniti, ma nel lungo periodo l'offerta è destinata a rimanere esigua. E' ormai nota l'allarmante previsione di Goldman Sachs, secondo cui entro la fine dell'anno un barile potrebbe arrivare a costare 200 dollari, esattamente come aveva minacciato Osama bin Laden nel 2001. Di fronte a questa prospettiva gli analisti si dividono tra chi indica nelle trasformazioni del mercato le cause principali e chi invece denuncia fenomeni speculativi. (...) In un paper di Ariel Cohen e Owen Graham per la Heritage Foundation, dal titolo "What Is Driving the High Oil Prices?", si parla di una vera e propria «tempesta» di fattori che stanno facendo salire i prezzi del petrolio. La tesi dei due esperti è che siamo di fronte a mutamenti strutturali della domanda e dell'offerta, mentre la speculazione agirebbe come fattore solo congiunturale. Prima di tutto, sta cambiando la domanda...
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Friday, July 04, 2008

Tremonti e quel suo pregiudizio di sinistra sul mercato

Il ragionamento di Giavazzi di oggi si basa su una premessa: che sia aumentato - addirittura del 150% in un anno - il prezzo «reale» del petrolio (cioè «quante ore dobbiamo lavorare per acquistarne un barile»). Ciò per Giavazzi escluderebbe la speculazione tra le possibili cause.

Premetto di non essere esperto di economia e di finanza internazionale, ma a me la frase risulta un po' ambigua. A cosa si riferiva Giavazzi? Ai costi di estrazione, oppure a una crescita della domanda, che obbligherebbe a lavorare di più per l'acquisto di un barile? Oppure semplicemente al prezzo dei carburanti alla pompa?

Credo sia stato opportuno da parte della Bce alzare il tasso di interesse e, come Giavazzi, non solo ritengo che l'attuale crisi petrolifera abbia «poco a che vedere con la globalizzazione», ma anche che la globalizzazione, «che in vent'anni ha consentito a un miliardo di persone di uscire dalla povertà e iniziare a consumare», semmai «attenuerà la recessione».

Tuttavia, non escluderei che l'impennata del prezzo del greggio sia dovuta alla speculazione. A quanto mi risulta i costi di estrazione rimangono bassissimi e la domanda è cresciuta, ma non tanto, evidentemente, se i Paesi produttori si rifiutano di aumentare la produzione. Un aumento del prezzo del petrolio dovuto a maggiori costi di estrazione o ad una crescita della domanda sarebbe, credo, più graduale. La dinamica dei prezzi di questi mesi, invece, somiglia di più a un'impennata, per lo più dovuta alla debolezza del dollaro e alla speculazione. D'altra parte, non dobbiamo scordarci che il petrolio è un bene particolarmente esposto alla speculazione, essendo a domanda rigida.

Ma l'editoriale di Giavazzi nasconde in realtà un intento polemico nei confronti del ministro Tremonti, il quale attribuisce la crisi proprio alla globalizzazione e alla speculazione. E' sbagliato assolvere del tutto la speculazione, così come è ingenuo da parte del ministro vedervi un malvagio complotto ordito da un ristretto e oscuro gruppo di finanzieri e tecnocrati.

Questa visione "manichea" del mondo della finanza dimostra una scarsa dimestichezza con i mercati e una scarsa conoscenza dei loro meccanismi di funzionamento. La speculazione non è qualcosa di organizzato a tavolino da poche diaboliche menti, ma è il comportamento spontaneo di migliaia di singoli attori economici che investono i propri fondi in operazioni dove ritengono di poter massimizzare i guadagni minimizzando tempi e rischi, agendo per lo più su beni la cui domanda è rigida.

Tremonti, osserva anche Alberto Mingardi su il Riformista di oggi, tende a «personalizzare, indicandone mandanti ed esecutori in un ristretto gruppo di tecnocrati, persino il processo di globalizzazione». Pare che Henry Paulson al G8 abbia addirittura «ridicolizzato la crociata» tremontiana contro la speculazione sui «barili di carta».

Nel suo commento Mingardi cita il libro "Free Trade Nation", in cui l'autore, Frank Trentmann, annota che chi oggi si oppone alla globalizzazione in realtà attacca «un sistema di scambi globale che è stato costruito da una precedente generazione di consumatori e di progressisti», per i quali esso era sostanzialmente «a democratic ticket for the excluded».

«Parliamo di globalizzazione - riflette Mingardi - come se non fosse un processo che riguarda giorno dopo giorno, ora dopo ora, miliardi di persone che ne costituiscono non gli ingranaggi, ma gli attori. È questo il motivo per cui è più facile che sia Tremonti, e non Draghi, a intercettare simpatie. Viene facile attaccare la globalizzazione come artefatto di una "tecnocrazia internazionale", quanto sarebbe impossibile prenderla di petto per quello che è: una trama di relazioni sociali».

Tremonti ha questo riflesso, o pregiudizio, tipicamente della sinistra comunista e socialdemocratica. Del mercato non sopporta, non riesce letteralmente a concepire, l'imperscrutabilità. Lo vorrebbe prevedibile (programmabile) come un'equazione, mentre essendo una trama di relazioni umane incoercibili contiene in sé un insopprimibile quid di irrazionalità e spontaneità, dimostrandosi al tempo stesso lo strumento più efficiente e razionale a disposizione degli uomini per produrre e scambiarsi beni. E' più facile farsi una ragione dei momenti di crisi denunciando l'"untore", intravedendo una sorta di "demone" interno al mercato, gli animal spirits di keynesiana memoria, che sarebbe compito dei governi incatenare. Peccato che siano proprio questi animal spirits il motore del mercato e del benessere.