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Thursday, February 14, 2013

Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.

Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.

Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.

Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.

Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.

Tuesday, January 22, 2013

Mario vs Mario, è Draghi a smentire Monti

Falso che il premier non avesse altra scelta che aumentare le tasse

Anche su Notapolitica e L'Opinione

«Ridurre le esigenze di finanziamento dell'Italia era un imperativo, ma poteva esser fatto solo alzando le tasse». E' sull'idea che non avesse altra scelta che aumentare le tasse per affrontare l'emergenza finanziaria del novembre scorso che il premier Mario Monti fonda la sua difesa dalle critiche dell'editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau. Una linea difensiva però molto debole, perché già smentita non oggi, non ieri, ma quasi un anno fa, il 23 febbraio scorso, e non da un oppositore politico, né dai colleghi professori-editorialisti che tanto lo irritano, ma da un altro Mario, il presidente della Bce Draghi. Il quale, in una lunga intervista al Wall Street Journal ammetteva che «non c'è alternativa al consolidamento fiscale», cioè alle politiche di austerità, aggiungendo però che c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità «buona» e una «cattiva». E quale delle due ha perseguito Monti? Indovinato. «Un buon consolidamento è quello in cui le tasse sono più basse», spiegava Draghi, mentre «il cattivo consolidamento è in effetti più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non è una buona via, perché deprime il potenziale di crescita». In numerose altre occasioni Draghi ha ripetuto che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse», ma su tagli alla spesa corrente.

Ecco confutata, dunque, in questo dialogo indiretto ma per nulla immaginario, la tesi del premier secondo cui non avrebbe avuto scelta, solo aumentando le tasse poteva salvare l'Italia. Un enorme equivoco falsa il dibattito pubblico sull'austerità. Senza rigore nei conti pubblici non solo non può esserci crescita, ma si rischia il default, e una crisi europea (e mondiale) catastrofica. Non emerge, però, che la disputa non è solo tra pro e contro l'austerità, ma anche tra due diverse politiche di austerità: aumentare le tasse o tagliare le spese. E «l'evidenza empirica - sostengono Alesina e Giavazzi - dimostra che tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori rispetto ad aumenti di imposte. Se il governo Monti avesse perseguito l'austerità in questo modo, cioè tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave». Dunque, il premier aveva due strade tra cui optare, nell'ambito dell'austerità, ma ha scelto quella sbagliata.

«L'aggiustamento è stato progressivamente ribilanciato» sui tagli alla spesa, obietta ancora Monti. Ma anche questo non corrisponde al vero, perché nemmeno un centesimo dei timidi tagli previsti (non ancora prodotti) dalla spending review è stato destinato ad alleggerire la pressione fiscale, dunque non si può parlare di «ribilanciamento».

Nella sua intervista Draghi non negava che nel breve termine l'austerità comportasse effetti recessivi, ma avvertiva che se accompagnata da riforme strutturali, nel mercato dei servizi e del lavoro, avrebbe portato ad una crescita sostenibile nel medio-lungo termine. Ebbene, le riforme partorite dal governo Monti si sono rivelate un bluff: timide, ai limiti del patetico, le liberalizzazioni; controproducente la riforma del mercato del lavoro, che ha reintrodotto rigidità in entrata senza superare le incertezze giuridiche legate all'articolo 18.

Monti si giustifica chiamando in causa la «mancanza di una vera maggioranza in Parlamento». Un argomento che sfiora il ridicolo, avendo goduto di una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana: oltre l'80% delle forze parlamentari. E se è vero che partiti e lobby hanno opposto resistenza alle riforme, è anche vero che per almeno i primi sei mesi non avrebbero potuto mai e poi mai assumersi la responsabilità di mandare a casa Monti. Ciò significa che il premier aveva la forza politica e l'autorevolezza per imporre praticamente qualsiasi scelta di politica economica.

Nell'editoriale "riparatore" il Financial Times mostra di puntare, nonostante tutto, sulla coppia Bersani-Monti, ai quali però non risparmia una pesante critica di fondo: «Nessuno dei due ha ancora esposto una convincente visione economica del paese». A Berlusconi riconosce «elementi ragionevoli» nel programma elettorale, ma nessuna credibilità, mentre Bersani e Monti hanno entrambi «credibilità personale», ma il primo «deve dimostrare che non sarà ostaggio dalla sinistra, che si oppone a riformare un mercato del lavoro inefficiente», mentre al secondo fa notare che la nostra produttività è «stagnante» e che tra i paesi eurodeboli - Spagna, Portogallo e Irlanda - l'Italia è l'unico in cui il costo del lavoro non è diminuito.

Monday, January 21, 2013

Monti un bluff conclamato

Il discusso editoriale di Wolfgang Münchau sul Financial Times va letto innanzitutto in chiave anti-austerità e anti-Merkel. E' in base a tali criteri che giudica le tre principali offerte politiche in Italia, evidenziandone i limiti e giungendo a conclusioni pessimistiche (e purtroppo fondate). A Monti essenzialmente rimprovera di aver «sottovalutato il prevedibile impatto dell'austerità» e di non essersi opposto ad Angela Merkel. Ma questo non deve suonare come un endorsement a favore di Berlusconi. Tutt'altro. All'ex premier riconosce una «buona campagna», all'insegna di un «messaggio anti-austerità», ma non la credibilità necessaria: sono solo slogan. Piuttosto, è a Bersani che Münchau sembra guardare con più indulgenza: di recente il segretario del Pd ha provato a prendere le distanze dalle politiche di austerità e c'è una possibilità leggermente superiore che riesca a tenere testa alla Merkel, «perché in una posizione migliore per fare squadra con Hollande».

Comunque sia, che la vediate "da destra" o "da sinistra", che vi iscriviate alla prima, alla seconda o alla terza delle tre opzioni anti-crisi delineate da Münchau (restare nell'euro e sopportare da soli l'intero peso dell'aggiustamento, fiscale ed economico; restare nell'euro, a condizione di un aggiustamento condiviso e simmetrico tra paesi debitori e creditori; uscire dall'euro), un paio di verità incontestabili e senza attenuanti su Monti emergono: 1) ha solo aumentato le tasse, mentre le timide riforme strutturali che ha cercato di introdurre sono state «annacquate fino all'irrilevanza macroeconomica»; 2) racconta di aver salvato l'Italia dal baratro, ma il calo dello spread e dei rendimenti si deve alle iniziative di un altro Mario - Draghi, presidente della Bce - e gli italiani lo sanno bene.

Che siate acerrimi oppositori delle politiche di austerità imposte da Berlino, come Seminerio, per intenderci, o che invece vi convinca di più la prima opzione (la via "virtuosa" al risanamento attraverso tagli di spesa, debito e tasse - quella di Giannino), da qualsiasi punto di vista, insomma, Monti è stato un fallimento, o un bluff, come scrivo ormai da mesi. Riconoscerlo non significa essere berlusconiani né di sinistra.

Monti non si è opposto alla Merkel - se pensate come Münchau che avrebbe dovuto farlo - né ha realizzato le necessarie riforme strutturali (nemmeno in campagna elettorale, finora, ha proposto qualcosa di concreto). Si è limitato ad alzare le tasse per aggiustare i conti nel breve termine e guadagnare tempo in attesa che la tempesta finisse. Quella che l'editorialista del FT chiama la «quarta opzione», in realtà una falsa pista che presto o tardi riporta alle prime tre opzioni.

Tuesday, January 15, 2013

Il pifferaio magico e il grande bluff

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.

Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.

Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.

Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.

Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.

Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?

Wednesday, December 05, 2012

Mario & Mario: i meriti di Draghi e i tentennaMonti

Anche su L'Opinione

C'è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell'altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest'ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo "inconfessato" desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l'idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.

La realtà è che il "mood", l'umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell'euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d'intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal "buyback" di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell'euro sembra un più lontano.

In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un'apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell'economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l'anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell'avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del "cavallo di troia" degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.

L'economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l'attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l'ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.

Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un'ampia fetta di elettorato; dall'altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un'alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l'ingresso a Palazzo Chigi.

Se Monti rifiuterà di "politicizzarsi", di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l'Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.

Thursday, November 29, 2012

Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta

Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.

Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.

Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.

Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Tuesday, November 20, 2012

Il marchio Monti in franchising non può bastare

Anche su L'Opinione

Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.

Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?

Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?

Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?

Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.

Friday, September 07, 2012

Ma il problema del moral hazard resta

Come prevedibile la stampa nazionale e la politica italiane (nonché i mercati) hanno celebrato enfaticamente il piano Draghi, mentre in Germania sono molto meno contenti. Le polemiche aizzate dalla Bundesbank e da alcune testate sono talmente chiassose e sopra le righe, a tal punto da ignorare gli aspetti del piano che obiettivamente vanno incontro alle preoccupazioni tedesche, da dare l'idea di una vera e propria sollevazione anti-Bce, che a ben vedere non c'è stata. Se il silenzio-assenso da parte del governo Merkel viene criticato dai falchi all'interno della stessa maggioranza, anche il mondo produttivo e la comunità degli economisti sono divisi tra falchi e colombe. Ma non siamo certo noi, con la nostra stampa che titola "IV Reich" o peggio, a poter dare lezioni di sobrietà alla stampa tedesca che parla alla pancia dei suoi lettori.

Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.

Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.

Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.

A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?

Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.

Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.

Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi

Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.

Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.

Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Wednesday, September 05, 2012

Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni

L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
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L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Saturday, August 11, 2012

A settembre ultima chiamata per l'Italia

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Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.

Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.

Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.

Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).

Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.

Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.

Saturday, August 04, 2012

Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola

(...)
Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).

Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.

Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.

Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.

Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Friday, August 03, 2012

Il bazooka c'è, ma non gratis: su richiesta e condizionato

Anche su L'Opinione

Nessun automatismo nell'attivazione dello scudo anti-spread, che dipende, invece, dalla richiesta degli stati interessati con tutte le condizionalità previste. E' questo il nodo politico: lo scudo come meccanismo di stabilità che scatta in modo autonomo, o come forma di "salvataggio", quindi su richiesta e condizionato? Le aspettative innescate dal discorso di Draghi del 26 luglio a Londra - che forse perché inaspettato, o perché così volitivo («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»), aveva rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui titoli di stato - si sono infrante ieri sulle sue parole al termine del direttorio della Bce, provocando il nuovo tonfo in Borsa (-4,6%) e il rialzo dello spread (511). «Nessuna retromarcia», assicura Draghi. Solo che i mercati avevano interpretato le sue parole di una settimana fa come il segnale di un prossimo intervento della Bce sui mercati obbligazionari di Spagna e Italia, ma in realtà, fa notare, non c’era alcun riferimento esplicito ad una ripresa degli acquisti di bond.

Consapevole che gli spread sono «eccezionalmente alti», a livelli «inaccettabili», a causa delle paure di reversibilità dell'euro, Draghi ha ribadito che la moneta unica è «irreversibile» e che l'intenzione di «fare di tutto» per preservarla c'è ed è «unanime». Questo solenne impegno dovrà bastare a dissuadere gli speculatori nel mese di agosto, perché la «decisione finale» sugli interventi della Bce sarà presa solo «nelle prossime settimane» (a settembre). L'accordo con i tedeschi sulle modalità ancora non c'è. Draghi ha ripetuto che la Bce «nell'ambito del suo mandato per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine e in osservanza della sua indipendenza nel determinare la politica monetaria, può eseguire operazioni di mercato di una dimensione adeguata a raggiungere il suo obiettivo». Ma sugli acquisti di bond, ha avvertito, restano le note «riserve» della Bundesbank, forse un vero e proprio veto. Quindi i negoziati continuano. Al momento, la situazione è che prima deve arrivare la richiesta formale di assistenza da parte di Spagna e Italia, e solo dopo la Bce si affiancherebbe al fondo salva-Stati (Efsf o Esm) con gli acquisti di bond sul mercato secondario, i quali sarebbero concentrati sui titoli a breve scadenza e non sui decennali. Da qui la raccomandazione ai governi di «tenersi pronti» a inoltrare la richiesta.

Come riferito dalla "Sueddeutsche Zeitung", Draghi pensa ad una «doppia strategia», «un'azione concertata» tra Bce e fondo salva-stati. Quest'ultimo acquisterebbe i titoli direttamente dai governi, alle aste, mentre la Bce sul mercato secondario. Dalle parole di Monti pare di capire che il nostro governo spera nella seconda opzione, senza passare per una richiesta esplicita, ma il premier, alla vigilia del vertice del 29 giugno, e da allora in altre occasioni, non ha nemmeno escluso la richiesta d'aiuto. L'Italia, ha detto ieri da Madrid, «non ha bisogno di alcun salvataggio», ha i conti a posto, e al momento «non c'è alcuna intenzione» di chiedere l'attivazione dello scudo, ma «ci riserviamo di valutare azioni di accompagnamento» per far calare gli spread.

Ricapitolando: Monti distingue tra salvataggio, di cui l'Italia non ha bisogno, e strumento per raffreddare lo spread, per la stabilità dell'Eurozona. Per i tedeschi invece è la stessa cosa, da attivare previa richiesta formale di aiuto e firma del memorandum d'intesa, che porta al monitoraggio Commissione Ue-Bce. La posizione di Monti - compiti a casa da una parte, «soluzione europea» per calmierare lo spread dall'altra, per dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole. Il problema è che non abbiamo ancora compreso che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.

Wednesday, August 01, 2012

Arriva la Bce e Monti torna ottimista, ma lo scudo non risolve la crisi

«La fine del tunnel sta cominciando a illuminarsi». Queste le parole del premier Mario Monti ieri mattina a Radio Anch'io. Speriamo solo che quella luce in fondo al tunnel non sia di un treno che ci viene addosso. Rinfrancato dall'intervento volitivo di Mario Draghi, le cui parole («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza») hanno rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui nostri titoli di Stato, il premier è tornato a diffondere ottimismo. E ci risiamo. Anche nel marzo scorso, infatti, Monti aveva parlato con troppa disinvoltura di crisi «quasi finita» e del peggio ormai alle nostre spalle. Allora furono le due operazioni di prestiti della Bce alle banche a far calare indirettamente lo spread, ma si trattò di un'aspirina, tanto che la "febbre" tornò ben presto a salire fino al picco dei 540 punti dei giorni scorsi.

Oggi come allora gli acquisti di bond da parte della Bce, o dei fondi salva-stati Efsf/Esm, servirebbero solo a guadagnare tempo, ma non a risolvere la crisi.
(...)
Mentre anche Monti e Hollande siglano un patto per l'integrità della zona euro e chiedono che siano subito attuate le decisioni dell'ultimo vertice Ue, il problema è che appena cala lo spread, anche di poco, ci rilassiamo e si allenta la determinazione nell'attuare le riforme necessarie. E' capitato persino a Monti, proprio nel marzo scorso, quando in un periodo di relativo "rientro" dello spread ha ceduto ai sindacati e al Pd sulla riforma del mercato del lavoro.

Dunque, se da una parte, come hanno ripetuto Monti e Hollande dopo il loro incontro di ieri, è vero che «diversi paesi dell'Eurozona devono oggi rifinanziarsi a tassi di interesse troppo elevati, malgrado stiano portando avanti le difficili ma necessarie riforme economiche», e quindi meritano in un certo senso la fiducia degli altri partner Ue e il sostegno della Bce, è anche vero tuttavia che proprio quel sostegno rischia di provocare un rilassamento dei governi e delle classi politiche. Un film già visto che non fa che confermare i pregiudizi tedeschi: solo sotto la costante minaccia di spread elevati si può sperare che i paesi eurodeboli, Italia in testa, imbocchino la via del risanamento e delle riforme strutturali. A complicare la situazione ci sono i partiti, impegnati nei loro esasperati tatticismi sulla legge elettorale.
(...)
Insomma, potremmo essere alla vigilia di una tregua della crisi, ma i "compiti a casa" dovremo continuare a farli e spargere ottimismo non aiuta a tenere alta la concentrazione né del governo né dei partiti.
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Wednesday, July 11, 2012

Monti esclude bis, ma la crisi lo candida

Nonostante da più parti si invochino presunte soluzioni definitive alla crisi dell'Eurozona, ci stiamo silenziosamente e lentamente accorgendo che le cose stanno diversamente. Forse qualcuno ancora s'illude, o finge di credere perché così gli impone il suo ruolo di capo partito, che dal giorno dopo le elezioni la politica possa tornare al business as usual pre-crisi. Ma non è così, perché in questa crisi non esiste la pallottola d'argento, il colpo fatale in grado di risolvere la partita. Nonostante imputiamo ai tedeschi di non volerlo spingere, non c'è alcun interruttore. Non gli eurobond, non la Bce come la Fed, non firewalls e bazooka finanziari o monetari. C'è solo da rimboccarsi le maniche per anni e lavorare per ridurre gli squilibri. Prima lo capiamo, meglio è. Ci vorranno anni, perché quelli che ci chiedono i mercati sono cambiamenti epocali sia nel modello economico-sociale, sia nella governance dell'Eurozona. Cambiamenti che richiedono tempi tecnici per essere adottati e politici per essere accettati.

Per questi motivi, e per lo scenario politico interno, in cui i partiti maggiori (Pd e Pdl) si dimostrano incapaci di autoriformarsi, sia per quanto riguarda la proposta politica che la leadership, in cui i loro alleati storici si abbandonano alla demagogia (Lega e Idv) e all'ideologia (Sel), in cui il Terzo polo, lo si è capito alle amministrative, non decolla, e in cui si stagliano all'orizzonte forze populiste (Grillo) o liberal-riformiste che però rischiano di restare elitarie (Italia Futura), ecco che la prospettiva di un Monti-bis per la prossima legislatura non può essere liquidata a cuor leggero.
(...)
Se, dunque, un Monti-bis non può essere escluso a priori (tutti lo pensano ma nessuno può ammetterlo), nemmeno può essere vissuto come un esito ineluttabile e auspicabile "ad ogni costo". Al contrario, potrebbe essere "presentabile" e vantaggioso dal punto di vista della politica economica in presenza di certe condizioni politiche, o rivelarsi un inutile e anzi pericoloso pastrocchio sotto altre.
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Thursday, July 05, 2012

Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?

Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.

Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).

Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.

Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.

Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.

Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.

Thursday, June 07, 2012

Scoperto il bluff-Italia di Monti

I magistrati della Corte dei Conti avevano appena finito di parlare degli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale con gli aumenti delle tasse, di metterci in guardia dal «pericolo di un avvitamento», cioè del rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», ed ecco materializzarsi i primi segni di avvitamento: obiettivi di gettito mancati, almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancano all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che il governo si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti Iva già previsti per ottobre. Una dura lezione di economia reale con cui i professori dovrebbero fare i conti.

La politica fiscale non funziona come un bancomat. Non basta prelevare più tasse per ottenere più entrate, perché oltre una certa soglia di pressione fiscale complessiva (che in Italia abbiamo da tempo superato) si deprimono i consumi, si riducono le attività economiche, e si finisce per ottenerne di meno. Il ricorso alle maggiori entrate poteva essere giustificabile nel pieno dell'emergenza, lo scorso dicembre, quando il governo appena entrato in carica aveva poche settimane, se non giorni, per salvare il paese dal baratro. Ma ormai sono trascorsi sette mesi e l'approccio non è ancora mutato. Proprio ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha ammonito per l'ennesima volta che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse» ma su tagli alla spesa corrente. Il problema italiano è la sua politica fiscale. Non è l'euro né la Merkel, non sono gli speculatori, né gli evasori, che di volta in volta vengono chiamati in causa dai politici e dai tecnici come alibi.

Che la direzione intrapresa dal governo Monti sia sbagliata, che i suoi sforzi per le riforme abbiano prodotto risultati parziali e insufficienti, e che ormai la sua debolezza politica sia tale da non permettergli di riprendere slancio, è qualcosa di cui stanno assumendo sempre maggiore consapevolezza gli investitori e i media internazionali, che avevano accolto Monti con una entusiastica apertura di credito.
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Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

Thursday, May 24, 2012

La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea

Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.

Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.

Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.

Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).

Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.

Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.

La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.

«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).

Friday, May 04, 2012

Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere

Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.

Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.

D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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