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Thursday, May 09, 2013

Imu, la stangata continua (e raddoppia)

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».

Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.

Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.

Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.

Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.

Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.

Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.

Tuesday, February 05, 2013

C'è una Corte che chiede meno Stato

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.

Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».

Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.

Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Wednesday, November 14, 2012

Sulla patrimoniale Monti strizza l'occhio alla coppia Pd-Sel?

Dopo la smentita ufficiale di martedì, anche ieri autorevoli esponenti dell'esecutivo – i sottosegretari Catricalà e Polillo, i ministri Giarda e Fornero – sono tornati a negare che in questo momento il governo stia pensando ad una nuova imposta patrimoniale o ad accrescere quelle esistenti. Imposte sul patrimonio, tra l'altro, il governo le ha già introdotte: sugli immobili, sui beni di lusso e sui conti deposito e titoli. E' assodato, dunque, che al "Financial Times Italy Summit" il presidente del Consiglio non abbia voluto annunciare alcuna nuova patrimoniale. Come interpretare, allora, le sue parole? Giocando un po' tra passato (quello che avrebbe voluto fare ma non ha potuto) e futuro  («siamo all'inizio del lavoro») dell'azione di governo, Monti ha spiegato che non ha introdotto una patrimoniale «generalizzata», e non ha intenzione di introdurla ora, non perché sia contrario in linea di principio, ma semplicemente perché non ha gli strumenti tecnici per "scovare" le ricchezze evitando una fuga dei capitali dall'Italia che metterebbe al tappeto la nostra economia. Lascia tuttavia intendere che se li avesse...

La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.

Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.

Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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Wednesday, October 03, 2012

Lo dice anche la Corte dei Conti: la cura Monti non basta

Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule "Monti-bis" o "agenda Monti", che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura sfruttando l'inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l'impresentabilità altrui. Se è in campo, non più solo come carta d'emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni. Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta "agenda Monti" non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest'ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, e tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell'Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.

Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
(...)
Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».

E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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Friday, June 08, 2012

Il programma liberale c'è, ma le gambe "politiche"?

«Un programma per i prossimi 50 anni», è l'ambizioso sottotitolo di "Sudditi", il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni presentato mercoledì a Roma. Ma chissà che non ne nasca un programma di governo per i prossimi 5 anni, quelli della legislatura 2013-2018. Scritto a più mani e curato da Nicola Rossi, economista e presidente del think tank liberale, è una serie di saggi brevi con un unico comune denominatore: il rapporto tra Stato e cittadini.
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo  del '94, che ci spera.
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Thursday, June 07, 2012

Scoperto il bluff-Italia di Monti

I magistrati della Corte dei Conti avevano appena finito di parlare degli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale con gli aumenti delle tasse, di metterci in guardia dal «pericolo di un avvitamento», cioè del rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», ed ecco materializzarsi i primi segni di avvitamento: obiettivi di gettito mancati, almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancano all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che il governo si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti Iva già previsti per ottobre. Una dura lezione di economia reale con cui i professori dovrebbero fare i conti.

La politica fiscale non funziona come un bancomat. Non basta prelevare più tasse per ottenere più entrate, perché oltre una certa soglia di pressione fiscale complessiva (che in Italia abbiamo da tempo superato) si deprimono i consumi, si riducono le attività economiche, e si finisce per ottenerne di meno. Il ricorso alle maggiori entrate poteva essere giustificabile nel pieno dell'emergenza, lo scorso dicembre, quando il governo appena entrato in carica aveva poche settimane, se non giorni, per salvare il paese dal baratro. Ma ormai sono trascorsi sette mesi e l'approccio non è ancora mutato. Proprio ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha ammonito per l'ennesima volta che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse» ma su tagli alla spesa corrente. Il problema italiano è la sua politica fiscale. Non è l'euro né la Merkel, non sono gli speculatori, né gli evasori, che di volta in volta vengono chiamati in causa dai politici e dai tecnici come alibi.

Che la direzione intrapresa dal governo Monti sia sbagliata, che i suoi sforzi per le riforme abbiano prodotto risultati parziali e insufficienti, e che ormai la sua debolezza politica sia tale da non permettergli di riprendere slancio, è qualcosa di cui stanno assumendo sempre maggiore consapevolezza gli investitori e i media internazionali, che avevano accolto Monti con una entusiastica apertura di credito.
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Wednesday, June 06, 2012

La Corte dei Conti: tagliare spesa e tasse di 50 miliardi

Nel rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato ieri in Parlamento, la Corte dei Conti, come fa da anni in ogni sede, è tornata a denunciare gli squilibri recessivi delle politiche fiscali in cui i nostri governi perseverano, pur riconoscendo l'efficacia del contenimento della spesa - tra 2008 e 2011 una vera e propria inversione di rotta rispetto alla spesa allegra degli anni precedenti. Ma la notizia è la pressoché totale continuità, nel male ma anche nel bene, che la Corte ravvisa tra il governo Berlusconi e l'attuale.

La critica fondamentale riguarda il consolidamento fiscale, troppo sbilanciato sul lato delle entrate, da cui vengono reperiti «oltre i due terzi delle maggiori risorse di bilancio». Anche gli interventi correttivi decisi dal nuovo governo nel dicembre scorso confermano «il ricorso prevalente alla leva tributaria per l'intero orizzonte programmatico». Una scelta che ha però una pesante «controindicazione» negli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale, con il rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni. La Corte mette dunque in guardia dal «pericolo di un avvitamento» ed invita a «disinnescare il circolo vizioso». Per reperire il «gettito mancante», avvertono in sostanza i magistrati contabili, non si può più agire sul lato delle entrate, né volontarie né tributarie, essendo la pressione fiscale ormai ad un livello insopportabile, ma bisogna ampliare la base imponibile, incidendo sui fattori che bloccano la crescita.

E uno dei fattori che blocca la crescita è il nostro sistema fiscale, ancora lontanissimo dal «benchmark europeo». Non c'è stato, infatti, lo spostamento del carico fiscale "dalle persone alle cose" che era stato promesso sia dal governo Berlusconi che da Monti: «L'aumento impositivo che ha investito consumi e patrimoni - registra la Corte - si è tradotto in una riduzione molto limitata del prelievo sui redditi da lavoro e d'impresa».
(...)
Servirebbero, per alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa avvicinandolo alla media europea, 50 miliardi di euro. Ma con gli aumenti recenti, e quelli già previsti, delle aliquote Iva (tra l'altro «gravidi di controindicazioni sul piano economico e sociale») sono esauriti anche i margini del prelievo sui consumi. Dove reperirli, dunque?

Secondo la Corte «l'opzione di fondo da perseguire non può non essere quella di una consistente riduzione della spesa corrente - sia primaria che per interessi sul debito». In poche parole la Corte dei Conti suggerisce di tagliare la spesa corrente di 50 miliardi - altro che i 4-5 previsti dalla spending review! - e di usarli per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Insiste, inoltre, per «un abbattimento significativo del debito, attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio mobiliare ed immobiliare in mano pubblica», ricordando di aver più volte sottolineato le carenze, sul fronte dismissioni, «nell'identificare dimensioni, condizioni e responsabilità realizzative».
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Tuesday, June 05, 2012

La giornata: più tasse meno entrate, la dura lezione dell'economia reale ai professori

Questa mattina la Corte dei Conti ha presentato il suo rapporto 2012 sulla finanza pubblica ed è tornata a denunciare, come fa da anni, gli squilibri recessivi delle politiche fiscali perseguite pressoché da tutti i governi in carica. Il consolidamento fiscale è basato per oltre 2/3 su nuove entrate, e laddove la spesa è stata contenuta, lo si è fatto male, contraendo la spesa per investimenti piuttosto che quella primaria. Al forte aumento delle tasse su consumi e patrimoni, poi, non è corrisposto un alleggerimento del carico su lavoro e imprese. Esauriti i margini per agire sul lato delle entrate, perché la pressione fiscale è ormai ad un livello insopportabile, bisogna ampliare la base imponibile incidendo sui fattori che bloccano la crescita. E per crescere la Corte suggerisce di tagliare spesa e tasse di 50 miliardi, non escludendo dalla revisione alcun settore della spesa pubblica, nemmeno la sanità.

La «controindicazione» della scelta di puntare sulle tasse anziché sui tagli alla spesa è stata pesante, in termini di «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale. E' concreto il «pericolo di un avvitamento», cioè «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni.

Tempismo perfetto quello della Corte. L'incubo infatti sembra diventare realtà quando in serata il dipartimento delle finanze del Ministero dell'Economia certifica esattamente il mancato raggiungimento degli «obiettivi di gettito», almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancherebbero all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che ci si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti di Iva già previsti a ottobre.

Una dura lezione di economia reale quella con cui devono fare i conti in queste ore i professori al governo: avranno imparato che l'economia vera è molto diversa da una lezione universitaria e che il fisco non funziona come un bancomat? Puoi chiedere 100, ma ottenere solo 90. Aumenti le tasse per avere più entrate, ma deprimi i consumi, riduci le attività economiche, e finisci per prenderne di meno.

Miracolo dei tecnici, che chiamati a scontrarsi con caste e corporazioni per riformare l'Italia subiscono invece i diktat di sindacati e sinistra sul lavoro (accettando una controriforma che irrigidisce il mercato in entrata e complica l'uscita), sulla scuola (scusandosi per aver osato solo pensare di favorire il merito) e gli statali (per i quali non possono valere le nuove norme sul lavoro).

Mentre in Italia si parla di stampare moneta, di bizzarre e improbabili liste civiche e di quando andare a votare, la crisi dell'Eurozona sembra entrare in una fase decisiva. Diventa sempre più evidente che per una mutualizzazione dei debiti (i famosi Eurobond) ci vuole una vera unione fiscale (ben oltre il fiscal compact) e nel fine settimana il premier spagnolo Rajoy si è fatto coraggiosamente avanti. Non si può chiedere ai cittadini tedeschi di utilizzare le loro tasse per garantire politiche di bilancio, quindi debiti, su cui non hanno alcun controllo (no taxation without...). Proprio su questo, sulla volontà di procedere verso una vera unione fiscale, per rendere possibili quegli Eurobond che si ritengono indispensabili, si scopriranno i bluff, si vedrà chi fa il furbo, se la Germania o qualcun altro (la Francia?). E' legittimo un sospetto: chi invoca gli Eurobond vuole solo che i tedeschi paghino il conto, ma non ha alcuna intenzione di cedere quote di sovranità sul proprio bilancio nazionale. E' qui che i "federalisti" della spesa getteranno la maschera.

Tuesday, April 24, 2012

Spending review ennesimo bluff

Non devono ingannare le recenti dichiarazioni sui tagli alla spesa pubblica. Non c'è chiarezza sulla natura della spending review, né sui target di risparmio, né sull'utilizzo delle somme risparmiate. «Lo spazio per ridurre costi inutili c'è», assicura il ministro Passera, aggiungendo però che la revisione critica delle spese «vuol dire ridurle, ma anche aumentarle in certi campi» come «futuro e innovazione, ricerca, sostegno alle aziende e alle esportazioni». Insomma, ridurre alcune voci, aumentarne altre: ma il saldo finale? Non è chiaro chi sia a remare a favore e chi contro i tagli, assistiamo ad un gioco di specchi e ad una serie di prese di posizione contraddittorie che sanno di bluff.
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Monday, April 23, 2012

La giornata: lunedì nerissimo e tasse da allarme rosso

Lunedì nerissimo per le Borse europee. Milano perde quasi il 4%, è sotto la soglia dei 14.000 punti, lo spread è salito fino a 410 punti. A preoccupare i mercati i risultati del primo turno delle presidenziali francesci (più Hollande che Le Pen, a mio avviso), la crisi politica in Olanda dopo il fallimento delle trattative sulle misure di austerity per ridurre l'elevato deficit, e come se non bastasse il dato negativo del manifatturiero in Germania.

Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.

Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».

Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.

Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.

Tuesday, March 13, 2012

Fisco da paura

Politiche di finanza pubblica del governo Monti sotto accusa da parte di Corte dei Conti e Garante per la privacy

Anche su Notapolitica

Si sta forse incrinando il monolitico unanimismo che circonda e accoglie le scelte di politica economica del governo Monti, e in particolare quelle che riguardano la crociata contro l'evasione fiscale? Presto per dirlo, ma certo ieri due importanti istituzioni di controllo – Garante per la privacy e Corte dei Conti – hanno posto l'accento su alcune criticità delle politiche del governo che dovrebbero quanto meno ridestare lo spirito critico dei mainstream media.

I magistrati contabili non fanno politica, ma unendo i puntini ciò che emerge dalla relazione del presidente Giampaolino dinanzi alla Commissione Bilancio della Camera è un atto d'accusa alle politiche di finanza pubblica del governo. In sostanza, suggerisce una serie di misure che Monti non sta facendo e non sembra intenzionato a fare: ridurre le tasse, tagliando drasticamente la spesa, e abbattere lo stock di debito pubblico attraverso dismissioni. Il presidente della Corte dei Conti quantifica in 50 miliardi il taglio necessario per riportarci a livelli di tassazione europei. Da ricavare, ovviamente mantenendo l'equilibrio di bilancio, da una «tenace» e «severa» riduzione della spesa e dalla lotta a erosione ed evasione fiscale. Si tratta di tagli alle tasse e alla spesa dell'ordine di 3-4 punti di Pil, ben lontano dalle più rosee intenzioni del governo.

Ovviamente Giampaolino apprezza il conseguimento del pareggio di bilancio, ma avverte che «dal punto di vista della crescita fa differenza a quale livello della pressione fiscale – e quindi della spesa pubblica – quel pareggio di bilancio verrà conseguito». E osserva: «Sulla spinta dell'emergenza, le ripetute manovre di aggiustamento finanziario condotte nel 2011 hanno operato soprattutto dal lato dell'aumento della pressione fiscale, piuttosto che, come sarebbe stato desiderabile – ammonisce – dal lato della riduzione della spesa. Il risultato è che ci avviamo verso una pressione superiore al 45% del prodotto, un livello che ha pochi confronti nel mondo». Considerando che «le stime più accreditate – aggiunge – ipotizzano un livello dell'evasione fiscale dell'ordine del 10-12% del prodotto, ne consegue che il nostro sistema è disegnato in modo tale da far gravare un carico tributario sui contribuenti fedeli sicuramente eccessivo». Quindi non si può certo affermare che gli italiani nel loro complesso non pagano le tasse, visto che devolvono allo Stato il 45% della loro ricchezza, ma la pressione fiscale sull'economia regolare, sugli "onesti", sfiora il 60%, la più alta del mondo sviluppato. Per poter ridurre la pressione fiscale, in modo da aiutare il rilancio dell'economia senza compromettere l'equilibrio di bilancio, «è necessario lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa».

«In termini complessivi – osserva inoltre la Corte dei Conti – se si assume che l'assetto fiscale "medio" europeo (Europa a 17) identifichi il benchmark cui rapportare un'evoluzione virtuosa del sistema tributario italiano, gli sgravi necessari per riportare a livello europeo il prelievo sui redditi da lavoro e da impresa dovrebbero aggirarsi attorno ai 50 miliardi di euro (32 per i redditi da lavoro e 18 per quelli d'impresa)». Si tratta di 3-4 punti di Pil. Ma considerando che «un ulteriore aumento del prelievo sui consumi non assicurerebbe più di un decimo», una «trasformazione del sistema per conferirgli un assetto "europeo" in grado di rilanciare competitività, efficienza e crescita economica resta subordinata» ad una «severa politica di contenimento e di riduzione della spesa» e alla lotta a erosione ed evasione fiscale.

Il presidente Giampaolino mette anche in guardia da una politica che punti al rientro dal debito solo attraverso avanzi primari: «Anche in condizioni di pareggio di bilancio, e per quanto il risanamento faccia flettere lo spread, ancora a lungo avremo a che fare con elevati oneri per interessi del debito pubblico. Non si può, pertanto, rinunciare a ridurre lo stock del debito attraverso la cessione di quelle parti del patrimonio pubblico non funzionali allo svolgimento dei compiti essenziali delle amministrazioni e non oggetto di tutele artistiche e simili». E osserva che per «gran parte» delle dismissioni pubbliche l'ostacolo «non consiste affatto in eventuali considerazioni strategiche, bensì in difficoltà di procedura, in resistenze burocratiche, in ritardi operativi».

Particolarmente inquietanti gli allarmi lanciati dal Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, sulle armi di cui lo Stato si è dotato per stanare gli evasori. Bolla infatti le nuove norme volte a semplificare per l'amministrazione i controlli fiscali come «strappi forti allo Stato di diritto». La richiesta sempre più massiccia di accesso ai dati personali dei cittadini da parte degli uffici pubblici che combattono l'evasione fiscale o l'illegalità in settori come la previdenza è comprensibile, osserva, ma «è importante che si consideri questa una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto, perché altrimenti – avverte – lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe».

«È proprio dei sudditi – ricorda Pizzetti – essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». Definisce esplicitamente il suo come un «monito», perché è «in atto, a ogni livello dell'amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all'acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all'amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell'open data e all'invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Sotto accusa anche ipotesi di recente formulate dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, come quella del "bollino" per le aziende "brave" fiscalmente: «Attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi. Attenzione ai bollini di qualunque colore siano. Le vie dell'inferno – ammonisce il Garante per la privacy – sono lastricate di buone intenzioni».

Tuesday, December 13, 2011

Curare un obeso ad abbuffate

Anche su Notapolitica

Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.

Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.

Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.

Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.

Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.

Friday, December 09, 2011

Più tasse e la spesa aumenta

Nelle loro relazioni sulla manovra illustrate stamattina alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, e il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, confermano tutti gli aspetti negativi delle ultime manovre di finanza pubblica, le ultime due del governo Berlusconi ma anche la prima del governo Monti: rilevanti e pericolosi effetti recessivi; troppo squilibrate sul lato delle entrate, mentre i tagli alla spesa sono pochi; scarsa attenzione alla crescita.

Fin troppo ottimistiche le stime di Visco riguardo l'impatto della manovra su Pil e pressione fiscale. In assenza di veri e propri shock riformatori, soprattutto fiscali (ma ordinamentali, non agendo sulla deducibilità), l'effetto recessivo di questa manovra (60 miliardi in tre anni quasi solo di più tasse) sarà ben maggiore di «mezzo punto percentuale nel prossimo biennio». Potrebbe in realtà superare il punto percentuale. E appare davvero difficile che la pressione fiscale, che già si prevede salirà al 44,5% per effetto delle precedenti manovre, si contenga «intorno al 45%». Considerando anche una più marcata contrazione del Pil di quella attualmente stimata, e senza interventi compensativi sulle aliquote che gravano su lavoro e imprese, non mi stupirei se superasse il 46%.

Il problema è che esattamente come le altre manovre anche quella dei "tecnici", conferma il governatore Visco, «si concentra per circa due terzi sulle entrate» piuttosto che sui tagli. Nulla invece per superare il vero ostacolo alla crescita, il cosiddetto cuneo fiscale, che «in Italia supera la media degli altri Paesi dell'area euro di 5,5 punti percentuali». In linea le valutazioni della Corte dei Conti, la quale mette in guardia da quella che potrebbe definirsi come la sindrome greca: non si può sottovalutare «il rischio che il ricorso prevalente a manovre che impiegano lo strumento fiscale concorrano a determinare una spirale negativa, nella quale dosi sempre maggiori di restrizione sono imposti proprio dagli impulsi recessivi che vengono trasmessi all'economia».

Anche per la Corte dei Conti la manovra del governo Monti risente dei difetti imputati a quelle dei suoi predecessori:
«I tagli strutturali della spesa, se si escludono quelli di grande rilievo del sistema pensionistico, sono insufficienti. Si misura qui la difficoltà del passaggio dal metodo dei tagli lineari a criteri di selezione della spesa pubblica più accorti e mirati e che va perseguito con impegno, rafforzando le iniziative di implementazione degli indirizzi di spending review».
Dunque c'è di più: dagli odiati «tagli lineari» siamo passati a niente tagli. Almeno sulle reali intenzioni dei nemici dei tagli lineari aveva ragione Tremonti, come purtroppo temevamo. La conseguenza è che la riduzione del deficit programmata fino al 2014, certifica la Corte dei Conti, «sarebbe conseguita solo per l'aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi)». Non solo senza tagli, quindi, ma «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più 45 miliardi)». Il che conferma che finché continueremo a pagare più tasse lo Stato continuerà ad ingrassare e i nostri sacrifici risulteranno vani nel giro di pochi mesi. «Si tratta con tutta evidenza - ammette Giampaolino - di un trend già ai limiti della sostenibilità».

Infine, conclude la Corte, appare problematico recuperare tutto il gettito previsto dalla tassa dell'1,5% sui capitali scudati, in quanto almeno per gli importi più elevati «hanno avuto tutto il tempo di scomparire senza lasciare traccia». Ma il governo dei tecnici non doveva servire a risparmiarci questi dilettantismi? Evidentemente, ci sono sempre tecnici più tecnici di un governo dei tecnici.

Thursday, December 01, 2011

Caro Monti, è ora di "smontare" le pensioni

I dati diffusi oggi dall'Inps sull'età effettiva di pensionamento in Italia chiudono il dibattito sulle pensioni per chiunque dotato di onestà intellettuale e minimo senso di realtà. L'età media dei pensionati Inps per anzianità nei primi 10 mesi del 2011 è di 58,7 anni. L'età media di uscita nel complesso (vecchiaia e anzianità) è stata di 60,2 anni, addirittura in calo rispetto ai 60,4 anni del 2010. Se poi si guarda solo ai lavoratori dipendenti, l'età media di uscita nel 2011 è stata, tra vecchiaia e anzianità, di 59,7 anni e dunque la più bassa degli ultimi 3 anni; era stata infatti di 60,9 anni nel 2009 e di 60 anni nel 2010. Per i lavoratori autonomi l'età media complessiva di uscita è stata di 61,1 anni, in calo rispetto ai 61,4 del 2009.

L'età effettiva dunque si sta addirittura abbassando: a stento tocca i 60, per anzianità siamo a 58 ed è scandaloso nei confronti di chi in pensione ci andrà, se ci andrà, forse a 70 anni e con nemmeno i 2/3 dello stipendio. Che cosa stiamo aspettando ad abolire le pensioni d'anzianità e a portare subito tutti a 65 anni con il contributivo? Il nervosismo di queste ore dei sindacati e del Pd lascia ben sperare, speriamo che Monti e la Fornero non si facciano irretire o la sua manovra non sarà affatto «equa».

Tra l'altro, da più parti (anche dal precedente governo) si sente il ritornello che il sistema pensionistico italiano sarebbe «in equilibrio», tra i migliori d'Europa. Ecco, ciò è falso. Facile infatti parlare di «equilibrio» quando la fiscalità generale ci mette ben 84 miliardi di euro, mentre i contributi rappresentano appena il 62% delle entrate dell'Inps (dati Corte dei Conti). Quindi sottoscriviamo questa frase di Rondolino su FrontPage: «La democrazia dei liberi mercati ha sferrato un attacco mortale all'oligarchia partitocratica della spesa pubblica».

Monday, December 17, 2007

Le presunte gite di Speciale aggravanti per Padoa-Schioppa e il Governo

Se il filmato, diffuso da la Repubblica, che sembrerebbe ritrarre il generale Speciale in gita domenicale al Passo Rolle con moglie e amici al seguito utilizzando i mezzi della Guardia di Finanza - un elicottero e un aereo da trasporto Atr 42 - dovesse essere rappresentativo dell'uso che il comandante ha fatto delle risorse pubbliche, sarà un Tribunale militare a stabilirlo.

Ci sembra evidente che Bonini e la Repubblica cerchino in qualche modo di dimostrare che l'allontanamento del generale Speciale dal comando fosse giustificato dal suo discutibile operato. Per la scarsa considerazione che abbiamo per gli apparati dello Stato nella gestione delle risorse pubbliche, ai massimi livelli di sprechi e privilegi, non ci stupiremmo, anzi, avremmo solo delle conferme, se venisse accertata una condotta davvero biasimevole da parte di Speciale. Non sarebbe il primo e non sarà, purtroppo, nemmeno l'ultimo, ad approfittare con disinvoltura e arroganza disarmanti dei potenti mezzi a disposizione per uso personale. E sui troppi "occhi chiusi" dai finanzieri, o dai vigili urbani, le voci sono molte e non del tutto infondate.

Tuttavia, queste circostanze non alleggeriscono, semmai aggravano, la posizione del Governo e del ministro Padoa-Schioppa. Ne sanciscono definitivamente l'incapacità. Per loro, infatti, parla l'atto di revoca di Speciale su cui si è espressa la Corte dei Conti: non solo non era motivata, e prefigura un «eccesso di potere», ma pensavano persino di promuoverlo alla Corte dei Conti. Insomma, agli atti non risulta che la decisione di rimuoverlo fosse minimamente dovuta ai disdicevoli comportamenti che oggi sembrano venire alla luce.

Dunque, se quella condotta era nota al ministro, non averne fatto riferimento esplicito come giustificazione della revoca delinea una comprensione ai limiti di un comportamento omertoso. Se invece non ne era a conoscenza, allora sarebbe dimostrata la sua incapacità nel gestire la macchina amministrativa.

Un'aggravante, dicevamo, perché con la loro epurazione politica il Governo e Padoa-Schioppa hanno creato le condizioni tali per cui, se davvero il generale Speciale si fosse macchiato della condotta che gli viene attribuita, un cattivo funzionario pubblico se ne potrebbe tranquillamente andare a spasso con la patente del martire politico, in barba ai contribuenti che gli avrebbero pagato le gite domenicali.

Un'incapacità simile a quella dei magistrati che perseguono un imputato senza avere prove sufficienti per ottenerne la condanna. Nel caso in cui quello stesso imputato fosse davvero colpevole, il danno sarebbe doppio: non solo si perde il processo, ma si regala a quell'imputato l'aureola del martire.

Tuesday, June 12, 2007

Padoa-Schioppa ha perso la calma

Un po' di approssimazione. La tensione fa brutti scherzi. Fatto sta che il ministro Padoa-Schioppa evidentemente sta perdendo la calma, insieme alla residua credibilità di integerrimo euroburocrate. Prima si è visto sospendere dal Tar la rimozione di un consigliere di amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni; poi è stato tirato in mezzo al caso Visco-Guardia di Finanza; si è rifiutato di sottoscrivere - evento rarissimo - un rapporto dell'Ocse che si limitava a ricordarci ciò che tutti sanno: che la riforma delle pensioni va accelerata. La settimana nera del ministro si era chiusa con quel goffo attacco al generale Roberto Speciale, con il quale credeva di aver chiuso il caso a favore del governo.

Ieri è arrivata la doccia fredda dalla Corte dei Conti, a confermare quanto tutti avevamo capito ma il Governo si rifiutava di ammettere: cioè che per fretta e incompetenza mancava qualcosa nell'atto amministrativo con il quale il governo aveva sostituito il generale Speciale con il generale D'Arrigo a capo della Guardia di Finanza.

L'ufficio controllo preventivo di legittimità della magistratura contabile ha infatti deciso di chiedere chiarimenti sulla regolarità del decreto di nomina del generale D'Arrigo. I rilievi dovrebbero essere formalizzati oggi al Ministero dell'Economia, che avrà 30 giorni di tempo per rispondere. Il Governo, fa sapere il portavoce Sircana, risponderà oggi stesso ai rilievi. Se i chiarimenti o gli elementi integrativi risulteranno convincenti, allora il provvedimento di nomina sarà registrato. Altrimenti, la decisione toccherebbe al collegio della Sezione di controllo.

Il ministro in aula aveva ignorato le molte richieste di chiarimento sugli atti emanati dal governo e autorevoli esponenti della maggioranza, come l'on. Violante, avevano negato con insistenza in televisione che vi fossero problemi.

Il problema invece c'era, eccome. Il decreto di nomina di D'Arrigo avrebbe dovuto essere preceduto da un altro provvedimento, motivato, di revoca del generale Speciale. Il provvedimento varato dal Governo e controfirmato il 2 giugno scorso dal Presidente della Repubblica, invece, era unico. «Se i rilievi della Corte dei Conti - ha spiegato il costituzionalista Sergio Fois - sono per mancanza o insufficienza di motivazioni, il provvedimento va reiterato». Insomma, l'atto va emanato ex novo e serve una nuova firma di Napolitano.