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Friday, June 08, 2012

Il programma liberale c'è, ma le gambe "politiche"?

«Un programma per i prossimi 50 anni», è l'ambizioso sottotitolo di "Sudditi", il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni presentato mercoledì a Roma. Ma chissà che non ne nasca un programma di governo per i prossimi 5 anni, quelli della legislatura 2013-2018. Scritto a più mani e curato da Nicola Rossi, economista e presidente del think tank liberale, è una serie di saggi brevi con un unico comune denominatore: il rapporto tra Stato e cittadini.
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo  del '94, che ci spera.
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Thursday, April 23, 2009

Soluzione liberale per il dopo-terremoto

Otto miliardi di euro complessivi ma senza un centesimo in più di tasse. Questa la cifra messa a disposizione dal Consiglio dei ministri per il dopo-terremoto in Abruzzo. Ma adesso, oltre ai soldi, servono idee per il dopo-terremoto. Qualche buona idea la suggerisce un "focus" pubblicato oggi dall'Istituto Bruno Leoni, dal titolo "Un contributo di idee per il dopo-terremoto". Secondo l'autore, Piercamillo Falasca, finanziare la ricostruzione «non significa affatto che lo Stato gestisca in prima persona la ricostruzione stessa. Un sistema di indennizzi commisurati ai danni subiti sarebbe assai migliore, in quanto più trasparente, utile alla popolazione, meglio al riparo da malversazioni».

L'idea del premier dei "cento cantieri" da suddividere tra le province italiane si scontra con i livelli di efficienza delle province, «troppo diversi tra loro». Per quanto riguarda la fonte del finanziamento, il governo ha già deciso di «evitare il ricorso ad una tassazione straordinaria», come suggerito dall'IBL. Ma è proprio inevitabile «che il settore pubblico debba gestire materialmente l'intera ricostruzione delle aree terremotate, pianificando ex ante cosa ricostruire e dove»? E la «ricostruzione» è davvero «l'unica forma possibile di risarcimento ai terremotati»? Falasca propone invece di affidare «ad ogni famiglia e ad ogni impresa» un «indennizzo monetario di importo parametrato al danno stimato, ma non vincolato alla ricostruzione dell'immobile».

Questa soluzione avrebbe numerosi vantaggi: si eviterebbe che i soggetti danneggiati siano «preda delle inefficienze, dei ritardi e degli sprechi delle macchine burocratiche e politiche»; quanti lo vorranno potranno optare per scelte diverse dalla ricostruzione («l'acquisto di un'abitazione già esistente in un luogo diverso; una diversa tipologia di abitazione; l'avvio di un'attività economica»); alleggerirebbe i compiti per lo Stato, che quindi «potrebbe investire le proprie risorse umane nel controllo degli standard di qualità di ciò che viene costruito o riparato».

Certo, Falasca è consapevole che «si condannerebbero alcuni borghi o quartieri a non essere ricostruiti o a perdere una parte degli abitanti», ma per quanto sia spiacevole ammetterlo, a volte «il ripristino dello status quo ante si scontra con la razionalità, l'efficienza economica e la libertà individuale, che non può essere sacrificata sull'altare di una visione romantica della conservazione». Affidando i soldi «direttamente nelle mani delle persone e non della burocrazia o della politica», «i tempi della normalizzazione si ridurrebbero e non si condannerebbero le persone ad una dipendenza di medio-lungo periodo dall'intervento pubblico».

A seguito del terremoto che ha colpito l'Abruzzo, si è aperto un dibattito sull'ipotesi, per il futuro, dell'introduzione di una polizza obbligatoria per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali. Secondo Falasca, il modello più efficace sarebbe quello neozelandese. In Nuova Zelanda «un ente pubblico assicura da sinistri fino a un tetto massimo (nel caso del paese oceanico, circa 100.000 dollari americani). Sopra quella soglia, sono le compagnie private in concorrenza tra loro ad offrire forme integrative di assicurazione».

Una soluzione simile avrebbe molti pregi. Innanzitutto, «sottrarrebbe all'arbitrio della politica le risorse accantonate (oggi il terremoto appare una priorità, ma tornerà a non esserlo), destinandole ad una bilancio separato». Inoltre, «con molto più zelo dello Stato, le assicurazioni private interverrebbero sul fronte della prevenzione, premendo – attraverso il valore dei premi assicurativi - perché siano rispettati gli standard di sicurezza rispetto ai terremoti... e alle altre tipologie di calamità».

Thursday, January 15, 2009

L'Italia sprofonda quasi tra i paesi "poco liberi"

Dall'inizio dell'anno nuovo mi sono occupato solo di Medio Oriente. Tanto dall'Italia, oltre ai soliti teatrini, giungono solo cattive notizie. Nel 2009 Pil in calo del 2%, calcola la Banca D'Italia. Ancora di più si contrae la produzione industriale, «uno dei peggiori risultati dal secondo dopoguerra». In grave difficoltà anche l'export.

«Torniamo al 2006, non mi sembra il Medioevo», sdrammatizza il ministro Tremonti, commentando questo -2%. Certo che non sarebbe un dramma, ma se non si trattasse di un paese che da circa dieci anni praticamente non cresce, o ha percentuali di crescita da prefisso telefonico, e non lo sarebbe per un paese che terminata la recessione sapesse ripartire di slancio. Purtroppo non è il nostro caso. E visto che la riduzione del Pil peggiorerà inevitabilmente anche il rapporto debito/Pil, forse sarebbe stata opportuna una politica più coraggiosa di tagli alle tasse e alla spesa.

Preoccupante anche il dato dell'Ocse, che ha assegnato all'Italia la "maglia nera" per la crescita economica nell'Eurozona negli anni dal 2003 al 2007. Italia penultima, davanti solo al Portogallo. In media la crescita del Pil è stata solo dell'1,1%, a fronte di una media del 2% nei paesi della zona euro.

Ma non finiscono qui le brutte notizie. L'Italia fa registrare un record negativo anche nell'Indice della libertà economica, pubblicato ogni anno dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, in collaborazione con un pool di think tank tra cui, per l'Italia, l'Istituto Bruno Leoni. L'Italia quest'anno è al 76esimo posto, ben 12 posizioni sotto il 64esimo posto conquistato l'anno scorso. In valore assoluto, il livello di libertà economica viene valutato al 61,4%, circa un punto percentuale in meno rispetto all'anno scorso, e sempre più pericolosamente vicino a quella soglia del 60% sotto la quale si passa dalla categoria dei paesi "moderatamente liberi" a quella dei paesi "poco liberi". Nei prossimi giorni lo leggeremo con maggiore attenzione.

Tuesday, October 07, 2008

Troppe leggi, come i rifiuti. Lezione dell'IBL ai legislatori

Questa mattina i valorosi dell'Istituto Bruno Leoni sono stati ascoltati dalla Commissione parlamentare per la semplificazione legislativa, il cui contraltare a livello governativo è il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Gli studiosi del Bruno Leoni (il direttore Alberto Mingardi, Silvio Boccalatte, responsabile questioni giuridiche dell'Istituto, l'avvocato Serena Sileoni, e Piercamillo Falasca, responsabile fisco e finanza pubblica) hanno ovviamente sottolineato la necessità di una semplificazione normativa agendo sia sullo «stock», cioè sulle leggi esistenti, sia sul «flusso», adottando cioè misure che semplifichino le leggi in fieri.

Uno degli studiosi, in particolare, ha proposto un paragone significativo, e malizioso, tra produzione di leggi e produzione di rifiuti: come i treni che partivano verso la Germania durante l'emergenza rifiuti, lo strumento "taglia-leggi" avanzato dal ministro Calderoli può essere una misura emergenziale, che andrebbe comunque accompagnata da uno strumento per lo «smaltimento strutturale» delle leggi e da una produzione delle leggi più saggia e misurata: deregulation, insomma, senza lasciarsi fuorviare dalle letture prevalenti sulla crisi finanziaria Usa. Questa sera, a partire dalle 22 circa, l'audizione sarà ascoltabile su Radio Radicale, all'interno dello Speciale Commissioni.

Friday, April 04, 2008

Il "giorno nero" dei sindacati e il "nuovo Fanfani"

E' stato il «giorno nero dei sindacati», come l'ha definito Piero Ostellino sul Corriere. Non solo perché la loro premeditata rottura delle trattative con Air France «è la plastica rappresentazione del fallimento del nostro sistema di relazioni industriali». Per anni, infatti, «in nome dell'occupazione, avevano retto la coda al malcostume politico di gonfiare gli organici della compagnia di bandiera per ragioni clientelari. Il malcostume politico aveva retto la coda ai sindacati pompando soldi dei contribuenti nell'azienda per tenerli buoni». I sindacati «hanno offerto lo spettacolo di un tasso di litigiosità e di un livello di divisioni fra loro, nonché di inadeguata capacità decisionale, davvero mortificante. Ma se la variabile occupazione non ubbidisce alle logiche di impresa, le aziende falliscono...».

Un «giorno nero dei sindacati» anche perché appare sempre più chiaro che molti lavoratori di Alitalia, forse una maggioranza silenziosa, è a favore della vendita ad Air France, l'unica in grado di garantire un futuro di primo piano alle loro professionalità. In 400 hanno manifestato per questa soluzione, hanno dato vita a un "comitato pro Air France", alcuni hanno iniziato uno sciopero della fame. Epifani, Bonanni e Angeletti dovrebbero dimettersi. Da tempo l'Istituto Bruno Leoni propone un referendum tra i lavoratori, ma - chissà perché - questa volta i sindacati non vi ricorrono.

Intanto, dopo l'editoriale di qualche giorno fa, il Wall Street Journal sbeffeggia la posizione di Berlusconi su Alitalia, titolando un altro commento sul tema «Air Silvio». «E' raro per un politico innescare una grave crisi prima ancora che abbia vinto le elezioni. E' quello che Silvio Berlusconi ha fatto con Alitalia. Se, come sembra, fra dieci giorni otterrà il suo terzo mandato come premier, Berlusconi si sarà meritato qualsiasi sofferenza che dovesse venirgli dalla compagnia di bandiera italiana... che perde un milione di euro al giorno e, se non sarà ristrutturata, potrebbe non arrivare all'estate prossima».

Gli stessi sindacati, ragiona il WSJ, «non avrebbero avuto tanto margine di manovra se non fossero stati sostenuti da Berlusconi, che ha apertamente osteggiato la proposta franco-olandese, facendo leva sull'orgoglio nazionale italiano». E fa notare che «chiunque sarà il prossimo premier italiano non avrà molto spazio di manovra poiché l'Ue ha ribadito che non consentirà nuovi salvataggi da parte del governo», mentre «la soluzione italiana» per cui spinge Berlusconi «non sembra avere spessore, poiché l'Eni, il colosso energetico da lui evocato, ha smentito di avere interesse nella compagnia». Forse, azzarda il WSJ - il piano di Berlusconi è invitare di nuovo l'Air France-KLM al tavolo negoziale, bypassando i sindacati, una volta che egli fosse capo del governo. Altrimenti l'Alitalia avrà bisogno di un prete che le impartisca i sacramenti dei moribondi».

Scrive invece il Financial Times:
«Il punto è se data la situazione l'Alitalia può essere ancora salvata. Se ciò avverrà sarà probabilmente la prova dell'intervento di un esorcista o di un miracolo... Perché è chiaro a tutti che l'Alitalia ha ormai raggiunto la fine della pista. Il governo uscente ha di fronte tre sgradevoli opzioni: come hanno fatto precedenti governi, potrebbe tentare di salvare la società, ingaggiando per questo una lunga battaglia con Bruxelles, che non ammette altri interventi statali per mantenere operativa la compagnia; oppure potrebbe semplicemente lasciarla precipitare e bruciare o, terza possibilità, adottare una soluzione "tipo Parmalat" e mettere la compagnia sotto amministrazione controlata. A quel punto, sarebbe necessaria una importante ristrutturazione, mediante l'intervento delle banche e di partner industriali. Tra questi potrebbe esserci Air One, così come Lufthansa e, forse, persino Air France».
Sulla triplice responsabilità Governo-Sindacati-Berlusconi si concentra il commento di Alberto Mingardi, su il Riformista: «... di una cosa ormai siamo certi: l'Alitalia è profondamente italiana. Perché italiano, nella connotazione più pregiudizialmente deteriore, è stato il concatenarsi di passi falsi che ci ha portato allo stop dei sindacati e poi alla mezza retromarcia di ieri».

La vicenda di Alitalia, sottolinea Mingardi, «è emblematica della rivoluzione del Cavaliere».
«Il quale si diverte a recitare tutte le parti in commedia: un giorno promette lotta dura all'evasione fiscale, quello dopo giustifica la resistenza ad aliquote troppo alte. Confermando che la sua agenda è molto diversa dal passato. Il nodo irrisolto del nostro Paese è l'incapacità dei ceti dinamici e produttivi di trovare adeguata rappresentanza politica. Fra tutti coloro che si sono acconciati a fornirgliela, Berlusconi è l'unico sempre in grado di sintonizzarsi col proprio elettorato. Storicamente, biograficamente, retoricamente, lui è l'Italia operosa. E ne ha consolidato le domande, con non troppa coerenza ma molta efficacia. Per anni, il barometro meglio tarato su che cosa pensasse il Paese erano i discorsi di Silvio Berlusconi. Il problema è che ora sembra che le speranze di quel pezzo d'Italia si siano talmente affievolite, da non farsi più neanche registrare nelle promesse berlusconiane».
Forza Italia, ricorda Mingardi, debutta «nell'emergenza» promettendo una "rivoluzione liberale", citando la Thatcher come suo modello. Trascorsi cinque anni all'opposizione, nel 2001, «il Cavaliere è più cauto: cambieremo l'Italia al 50%. Eppure, delle sue trentasei riforme, soltanto due (la legge Biagi e lo scalone Maroni) si fanno ricordare come tali». Ma adesso Berlusconi «oscilla verso toni consolatori. Spergiura di essere il "nuovo Fanfani", non la Thatcher italiana. Si fa votare perché è il meno peggio, senza promettere rivoluzioni».

Occorre sperare che «il Cavaliere sia sfasato rispetto al suo popolo, tornato a votare turandosi il naso» e non, invece, «che quattordici anni di vana attesa hanno spento non solo l'entusiasmo, ma persino le speranze dei ceti produttivi».

Monday, March 10, 2008

Quando almeno far finta di essere liberali serviva

Dopo l'infelice uscita su Alitalia e Malpensa, il programma in cui si propongono «dazi e quote» europei contro la «concorrenza asimmetrica» asiatica, il libro "no global" e protezionista di Tremonti, per altro indicato come eventuale futuro ministro dell'Economia, Berlusconi ha completato l'opera di autolesionismo di questo inizio di campagna elettorale con le liste. I volti "nuovi" rispondono ai nomi di Loreno Bittarelli - capopopolo dei tassisti romani e simbolo delle resistenze corporative a ogni ipotesi di liberalizzazione, anche in forme illegali (non confligge con il proposito, dichiarato nel programma, della «tutela dell'ordine pubblico dagli attacchi alla legalità dei vari "disobbedienti"») - e Ciarrapico, il cui "orgoglio fascista" ha provocato le prime crepe interne al PdL (Fini, Cicchitto, Nirenstein), ovviamente subito sfruttate dal Pd e dai giornali "nemici".

Nelle liste del PdL non compare, invece, Capezzone, il cui comunicato pacato e propositivo lascia comunque intravedere che non sia chiuso ogni discorso per un suo coinvolgimento.

Anche il PdL sembra assumere come atteggiamento di fondo il "ma anche" veltroniano. Liberisti ma anche statalisti; Fiamma Nirenstein ma anche Ciarrapico.

Segnali comunque non incoraggianti da entrambi i fronti e l'involuzione è letta in modo che ci pare corretto da Salvatore Carrubba, che ieri sul Sole 24 Ore scriveva: «Quando tutti si dicevano liberali, ora non più».

«La parabola del mercato ridotto a mercatismo, ossia della condizione dell'assetto capitalista mortificata a patologia della dimensione globalizzata, riassume bene l'opacità di contenuti dalla quale prende ufficialmente le mosse la campagna elettorale. L'eterogeneità delle liste finalmente chiuse è solo la conseguenza dello sforzo di definire più che un profilo di proposte una galleria di profili: di facce, di persone, di tipi umani, di categorie professionali. La logica di acchiappare voti ha prevalso sulla capacità di fabbricare idee, premiando fedeltà che (certamente) non daranno problemi e notorietà che (probabilmente) non avranno soddisfazione».

Se i programmi dei due partiti maggiori si somigliano (e potrebbe trattarsi anche di un «buon segno»), tuttavia non si può dire che in «questa piattaforma comune prevalga un forte orientamento liberale». Stupisce, considerando che «tutti fino a pochi anni fa correvano a dirsi liberali».

Carrubba si chiede cosa sia successo, in un così breve lasso di tempo, «per far sì che la rivoluzione liberista del Berlusconi del 1994 abbia lasciato il posto alla seria ipotesi di proporre dazi e invocare difese dell'italianità e che la svolta modernizzatrice di Veltroni abbia finito con l'imboccare la via di un dirigismo dolce». Scorrendo le liste dei candidati di PdL e Pd, ci si accorge che «della vecchia, e già sparuta, presenza liberale, in entrambi gli schieramenti resta ben poco».

Eppure, non è che di liberali e di politiche liberali non ci sia più bisogno. Le 12 proposte avanzate dall'Istituto Bruno Leoni nel rapporto "Liberare l'Italia" «riassumono bene il carattere rivoluzionario che oggi assumerebbe un'offerta politica basata sulla fiducia nella competizione, nel merito e nella responsabilità individuale».

In una certa fase della politica italiana dirsi "liberali" conveniva, era funzionale a una riverniciatura post-ideologica di cui avevano bisogno sia quanti provenivano dal vecchio Msi o dal comunismo, sia quanto avevano fatto parte dei partiti della Prima Repubblica travolti da Tangentopoli. Adesso è come se quell'abito non servisse più, se persino nel fingersi liberali non ci sia più alcuna convenienza. Conclude Carrubba: «Quando in Italia liberali si dichiaravano tutti e nel mondo le riforme di mercato si facevano, il nostro Paese è rimasto fermo, bloccato dai veti e dalle corporazioni, a partire da quelle sindacali... Così, dalla fase in cui (quasi) tutti si proclamavano liberali senza esserlo siamo passati a quella in cui (quasi) tutti fanno gli statalisti senza dirlo».

Saturday, December 29, 2007

I poco credibili difensori di Malpensa

Gli effetti negativi della vendita di Alitalia ad Air France su Malpensa non c'entrano nulla con la questione settentrionale e con le politiche punitive che questo governo ha sì attuato nei confronti dei ceti produttivi e, quindi, in gran parte nei confronti del Nord Italia.

Malpensa è uno scalo aeroportuale di proprietà del Comune di Milano sul quale ogni compagnia aerea può (e dovrebbe) decidere in piena autonomia se e quanto puntare, se e quanto investire, seguendo logiche commerciali. Finora Alitalia non ha potuto seguire quelle logiche, proprio per gli interessi e le pressioni della politica, non solo romana ma anche locale. Il Tesoro, azionista di maggioranza, ha dovuto tenere conto di tutte le istanze "politiche" nella gestione della compagnia di bandiera. Proprio queste palle al piede non hanno permesso ad Alitalia di essere gestita secondo logiche di mercato e l'hanno resa una compagnia da 400 milioni di euro di perdite l'anno. Coloro che oggi protestano per Malpensa sono parte del problema che ha portato Alitalia al fallimento.

E nel caso Malpensa abbiamo la migliore dimostrazione di quanto siano trasversali agli schieramenti i cosiddetti veto-player: veti corporativi, localistici, clientelari, posti da sindacati, partiti, enti locali di sinistra o di destra che sanno solo dire no e opporsi alle decisioni prese da Roma nell'interesse generale, come nel caso della Tav, o da un'azienda che per sopravvivere dovrebbe poter agire secondo logiche commerciali, come nel caso di Alitalia. Nel caso della Tav sono Verdi, comunisti, Disobbedienti e altre formazioni antagoniste, oltre ai sindaci della Val Susa. Oggi, nel caso di Malpensa, è Formigoni a guidare la protesta, gettando la maschera da liberale e mostrando le sua cultura democristiana. Protesta cavalcata anche da An e Lega, in compagnia dei sindacati. Eccolo qui il problema del nostro paese: per una volta che all'interno di un governo fallimentare prevale il "partito del mercato", è dall'opposizione di centrodestra che si leva la bandiera dell'italianità, strumentale a nascondere la voglia di partiti e sindacati di avere ancora le mani in pasta in Alitalia.

D'altra parte, come si spiega il no a Ryanair, che si è offerta di coprire in parte il parziale ritiro di Alitalia, per quanto riguarda le rotte internazionali a breve-medio raggio? Si vuole a tutti i costi mantenere una compagnia italiana a Malpensa, di proprietà dello Stato o delle banche, su cui poter esercitare la propria influenza politica e sindacale. Certo, passando ad Air France-Klm (primo vettore mondiale), quei partiti non potrebbero più tracciare rotte di loro comodo oppure sistemare "compagni" dirigenti.

Sono «senza senso» le proteste del «partito del Nord», spiega Andrea Giuricin, fellow dell'Istituto Bruno Leoni: «Alitalia ha scelto Roma Fiumicino nel suo piano industriale presentato in settembre. La stessa scelta viene ora portata avanti da Air France, probabile futuro acquirente della compagnia italiana. Sarà il mercato a dire se tale scelta industriale compiuta è giusta o meno... la realtà dura e cruda è solo una: Alitalia non è mai stata in grado di avere un doppio hub (Roma e Milano), se non con perdite di milioni di euro l'anno. Non deve essere lo Stato a salvare Malpensa, così come non doveva essere lo Stato a gestire Alitalia così male per così tanti anni».

Se Alitalia cederà gli slot su Malpensa, ciò non significa che non possano essere acquisiti da altre compagnie. Se non lo fossero, vuol dire che non c'è sufficiente traffico aereo e in quel caso autorità pubbliche e privati dovrebbero sforzarsi per attrarne. Il problema, quindi, è come sviluppare al meglio Malpensa, non più obbligando Alitalia a scelte autolesionistiche perché tanto pagano i contribuenti, ma puntando su una seria strategia commerciale. Il Comune di Milano, primo azionista della SEA Milano, «deve agire come un privato e cercare nuovi clienti». La domanda a questo punto è: saprà farlo?

«Se la domanda di traffico è reale, resterà tale, a prescindere da chi offrirà i voli», spiega anche Oscar Giannino, su Libero, rivolgendosi direttamente al presidente della Lombardia Formigoni. Il Nord, Malpensa, non sono stati traditi oggi, ma quando si «fece credere che, malgrado le perdite di Alitalia già evidenti, la compagnia avrebbe potuto senza problemi allestire una seconda propria base di armamento a Malpensa» e «in tutti gli anni successivi, fino a quando è apparso evidente anche ai più testoni, che ormai Alitalia era in condizioni puramente fallimentari, fuori dalle rotte internazionali, con il ricco traffico business del Nord sempre più aspirato da Monaco e Francoforte, con una flotta sempre più vecchia e velivoli che non valgono più nemmeno il prezzo della lega metallica con cui sono realizzati».

Thursday, November 29, 2007

Roma ostaggio dei tassisti

Veltroni si gioca la faccia riformista, An e Udc l'hanno persa

Veri e propri tumulti di piazza quelli dei tassisti. Un blocco selvaggio, del tutto illegale, che paralizza Roma. Una violenza perpetrata sui cittadini e sui migliaia di turisti costretti a interminabili attese alla stazione Termini o all'aeroporto di Fiumicino, con grave danno arrecato all'immagine della città. Ma di fronte alla patente illegalità del blocco dei tassisti nessuna autorità interviene né minaccia sanzioni, neanche una multa per sosta non autorizzata. Ai tassisti che interrompono illegalmente un servizio pubblico andrebbe invece immediatamente sospesa la licenza.

Dobbiamo dire che oggi Veltroni, che un anno fa indebolì la proposta Bersani, intervistato su la Repubblica ha definito «inaccettabile» il blocco. «Il taxi è un servizio pubblico: si può proclamare uno sciopero, purché nei tempi e modi previsti dalla legge. Non si può invece... bloccare all'improvviso una città intera». E sembra intenzionato a tenere il punto su un pacchetto che prevede due proposte inscindibili: il Comune accetta l'aumento delle tariffe del 18%, come richiesto dai tassisti, ma in cambio di 500 nuove licenze. «Questo è il pacchetto, non si può prenderne solo una parte, quella più conveniente, e lasciare l'altra».

E' ciò che ha fatto scoppiare la rivolta dei tassisti, che pretendono di aumentare le tariffe senza il "disturbo" di nuovi possessori di licenza, mantenendo quindi scarsa l'offerta del servizio nella capitale. «Se la trattativa non fosse degenerata, avremmo potuto continuare a discutere. Ora i margini sono stretti, i paletti fissati. I tassisti devono sapere che il pacchetto è unico, si prende o si lascia tutto», insiste Veltroni, che come sulla sicurezza ha davanti quella che qualcuno chiama «una prova di leadership».

Da sindaco, spiega Antonio Polito al Corriere, Veltroni «ha l'occasione di giocare una partita fondamentale per dimostrare la sua volontà riformatrice... È un leader riformista. Se ne desse anche una dimostrazione concreta si rafforzerebbe di certo. Non si preoccupi del consenso, perché nei confronti di queste categorie corporative c'è un giudizio negativo. Tutti i modernizzatori cercano addirittura delle battaglie simboliche per dimostrare la propria forza», fa notare Polito.

Vedremo, ma è certo che Veltroni in questo braccio di ferro si gioca un'importante fetta di credibilità riformista. Chi se l'è ormai giocata, quella credibilità, sono An e Udc. Com'era prevedibile, infatti, a schierarsi con i tassisti sono An, La Destra e Udc. «Diciamo no alle nuove 500 licenze proposte da Veltroni e chiediamo di convocare subito, anche oggi, un consiglio comunale straordinario», si affrettava a dichiarare ieri il consigliere dell'Udc, Gasperini. Qualche crepa in An, con Urso (Farefuturo) più cauto: in linea di principio è giusto liberalizzare; e Alemanno a spada tratta coi tassisti, come Storace e Buontempo.

Intanto, Daniele Capezzone rilancia la proposta di legge elaborata e presentata insieme all'Istituto Bruno Leoni oltre un anno fa. Si tratta, ha spiegato, di «regalare (sottolineo: regalare) ad ogni tassista proprietario di licenza un'altra licenza, che poi potrà usare, far usare o vendere (l'unica cosa che non potrà fare sarà tenerla in un cassetto). In questo modo, si ottiene una doppia soddisfazione: degli utenti (che vedranno clamorosamente aumentare il numero delle auto a disposizione) e dei tassisti (che avranno una doppia "buonuscita")».

Friday, October 12, 2007

Cosa ha fatto Al Gore per la pace nel mondo?

Qualcuno si è sottratto al coro politically correct che quasi unanimemente ha accolto il conferimento del Premio Nobel per la Pace l'ex vicepresidente americano Al Gore. «Piuttosto sorpreso» dalla decisione si è detto il presidente ceco, Vaclav Klaus. «La relazione tra le sue attività e la pace nel mondo appare confusa ed indistinta. Sembra piuttosto che i suoi dubbi sui pilastri della nostra civiltà non contribuiscano alla pace». In un recente discorso Klaus aveva spiegato che gli sforzi degli ambientalisti per bloccare il surriscaldamento globale «fatalmente mettono a rischio la nostra libertà e prosperità».

Sono scientificamente attendibili questi allarmi apocalittici? E servono? Non si può convenire sulla necessità della riduzione dei gas serra, investendo nella ricerca di nuove tecnologie e in un mix di fonti energetiche, semplicemente a partire dall'inquinamento nelle nostre città che tutti possiamo respirare con il naso? E, soprattutto, perché affidarci a soluzioni «economicamente folli», che minacciano la nostra prosperità e lo sviluppo, quando semmai proprio grazie ad essi possiamo risolvere i problemi?

Per l'Istituto Bruno Leoni, il Nobel per la Pace ad Al Gore «è l'ultimo atto di una commedia attentamente pianificata e facilmente prevedibile». Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL, commenta:
«Ma che ha fatto Al Gore per la pace nel mondo? L'ex vicepresidente americano ha l'unico pregio di aver prodotto un film di fantascienza di grande successo, che gli è valso un premio Oscar e presumibilmente ha ulteriormente rafforzato la sua già solida posizione economica. Se però si vuole prendere Gore sul serio, e non come cinematografaro, allora il giudizio cambia radicalmente: egli ha piegato la scienza a scopi brutalmente politici, mostrando scarso o nessun rispetto per quegli scienziati che hanno manifestato dissenso. Le politiche invocate da Gore sarebbero economicamente folli e non avrebbero alcun impatto discernibile sul clima».
Sul documentario di Al Gore l'IBL propone un focus di Alan Patarga: "Tutte le balle del vicepresidente".

Friday, August 10, 2007

Caro-benzina. Tra le chiacchiere una proposta concreta

«L'incontro è stato un flop», sentenziano le associazioni dei consumatori. Il ministro Bersani ripete che le tasse non c'entrano (ma in ogni caso, perché pagare ancora le tasse per la guerra in Abissinia, per la missione in Libano dell'82 e per ricostruzioni post-terremoti mai eseguite?). Per far abbassare i prezzi dei carburanti per auto basterebbero la riforma strutturale della distribuzione, che però non si sa che fine abbia fatto, e più trasparenza sui prezzi (non è chiaro come). Non c'è bisogno nemmeno di intervenire con decreto sulla «sterilizzazione dell'Iva», come proposto da Visco. A settembre ci penserà il Parlamento (c'è da fidarsi?).

Quindi, finora la rituale polemica estiva sui prezzi dei carburanti non ha prodotto altro che generici appelli alla responsabilità dei petrolieri e ipotesi, evocate da esponenti di governo, sulle quali regna la totale incertezza e che comunque appaiono insufficienti.

Se c'è una cosa, invece, che i rincari hanno avuto il merito di far venire alla luce è proprio l'enormità del prelievo fiscale, che Bersani si ostina a negare.

Nel dibattito, che rischia di chiudersi senza che s'intravedano sbocchi risolutivi, sono intervenuti oggi Decidere.net e l'Istituto Bruno Leoni, avanzando una proposta concreta: il taglio delle accise su benzina e gasolio, fino a portare il prelievo rispettivamente a 0,359 centesimi per litro (contro gli attuali 0,564) e a 0,302 centesimi per litro (contro gli attuali 0,423).

Tale diminuzione delle tasse - fino al livello minimo consentito dall'Unione europea - porterebbe un risparmio di 12,3 euro per pieno di benzina e di 7,3 euro per pieno di gasolio. In altre parole, con gli stessi 100 euro si acquisterebbero 91 litri di benzina invece degli attuali 74 e 97 litri di gasolio invece degli attuali 87.

Tutti i dati, e i commenti di Daniele Capezzone e Carlo Stagnaro, in questo documento: scarica (formato pdf.).

Video della conferenza stampa di Capezzone (Fonte: RadioRadicale.it).