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Monday, September 06, 2010

Fini rompe "ma anche" no

Se nel suo discorso di ieri a Mirabello Fini non ha annunciato esplicitamente un nuovo partito, è solo per non contraddire la narrativa della sua "cacciata" dal Pdl (a cui contribuisce l'inutile documento approvato a fine luglio dal Pdl). Ma il nuovo partito è nei fatti, come trova conferma tutto ciò che scrivo da mesi sulle sue reali intenzioni. Un discorso ben poco "alto", da capopartito più che da terza carica dello Stato. Altro che "manifesto", è pieno di polemichette e battute caustiche, alternate a lunghe tirate demagogiche (che flirtano con insegnanti della scuola, poliziotti, magistrati, meridionali e "gggiovani", tanto per avere un'idea del tipo di elettorato cui intende rivolgersi). Diverso da quello che pronunciò in direzione lo scorso aprile solo per la carica molto più intensa e nervosa di antiberlusconismo.

Non lo può ammettere, ma Fini sa bene che non gli si contestano idee, opinioni, analisi, diverse da quelle maggioritarie nel Pdl o da quelle di Berlusconi, né i suoi "appunti" sull'operato del governo, ma il fatto che non vengano espressi nelle sedi opportune, in modo costruttivo, e che prendono piuttosto la forma di attacchi esterni, dissociazioni, sponde offerte alle opposizioni o, peggio, alla magistratura politicizzata che cerca di delegittimare per via mediatico-giudiziaria l'esecutivo e il premier. Se Fini avesse voluto influenzare davvero, in buona fede, la linea, avrebbe dovuto accettare un incarico nel Pdl o nel governo, come gli era stato prospettato all'inizio della legislatura, in questo modo essendo anche costretto a condividere la responsabilità dell'azione politica di entrambi. Invece, ha scelto per sé una carica di garanzia, "irresponsabile" rispetto all'azione di governo e persino rispetto all'iniziativa legislativa, pretendendo però di usarla non solo come tribuna da cui emettere sentenze di merito, impallinare, "picconare" quotidianamente, ma anche come cabina di regia di un'ostruzionistica attività parlamentare.

Vorrei tornare di nuovo su questo aspetto, davvero decisivo: il presidente del Consiglio dovrebbe negoziare con lui, presidente della Camera, un «nuovo patto di legislatura», come ha detto Fini ieri sera? Non si è mai visto. Mai un presidente della Camera si era permesso di rivendicare per sé un ruolo di vero e proprio indirizzo politico nell'azione di governo; mai nessuno ha costituito "suoi" gruppi parlamentari in dissenso dal suo partito; mai ha utilizzato la carica per condurre la sua personale lotta politica all'interno del partito e per la sua leadership; ed è certamente scorretto per un presidente della Camera esprimersi nel merito di un provvedimento appena uscito dal Senato, che dovrà quindi iniziare il suo iter proprio alla Camera, come ha fatto ieri sul cosiddetto "processo breve".

Al contrario di quanto ripete Fini sui partiti moderni, europei, liberali, in nessun'altra parte d'Europa vediamo svolgersi in questo modo la dialettica all'interno dei partiti di governo. Possono essere di destra o di sinistra, ma la sfida alle leadership avviene prima delle elezioni, non dopo. Dopo, quando si è al governo, si governa. Non che il dissenso o gli avversari interni spariscano, o vengano annientati. Continuano a "covare" all'interno, ma il confronto avviene nel partito, non prende le forme di una critica ostentata, costante e demolitoria del partito stesso e dell'esperienza di governo. Tanto meno utilizzando una carica istituzionale. Nessuno in Europa, né Sarkozy, né la Merkel, né Cameron, ha il suo "Fini". Tutti hanno avversari nel partito, certamente, ma nessuno che si comporti come Fini.

Quando ha parlato di un «nuovo patto di legislatura», teorizzato una coalizione di governo non più a due ma a tre gambe, quando ha detto di condividere i cinque punti programmatici, ma solo i titoli, perché poi vanno riempiti andando a trattarli con lui (anzi, con i «nostri capigruppo»), Fini ha confermato la linea del logoramento. Vorrebbe ricreare le stesse condizioni politiche, ritrovare lo stesso potere di ricatto, della legislatura 2001-2006, quando la coalizione di governo aveva in An e Udc una terza e anche una quarta gamba. Vuole replicare quello schema per far arrivare Berlusconi a fine legislatura esausto politicamente, come vi arrivò nel 2006. Fini ha quindi offerto un patto di legislatura sì, ma ad una condizione inaccettabile per il premier e il Pdl: accettare di farsi logorare, tornare allo status quo ante, proprio quello che si voleva superare con il partito unico del centrodestra.

Una posizione di cui Casini e Di Pietro nei loro commenti hanno rilevato le contraddizioni: il primo rivendicando, dal suo punto di vista, la coerenza di non essersi piegato ad entrare nel "partito del predellino", come invece ha fatto Fini evidentemente, bisogna concludere, per mera scelta tattica o per un errore madornale. E come può, osserva giustamente il leader dell'Idv, un giudizio così impietoso sul berlusconismo e sul Pdl, di cui l'ex pm rivendica il copyright, convivere con il rilancio di un «patto di legislatura» proprio con il detestato Berlusconi, se non semplicemente per sfuggire al giudizio degli elettori? Fini vuole restare dov'è, essere la "terza gamba" della coalizione, ma pretende di restarci da antiberlusconiano.

Già, perché è proprio questo a contraddire ogni moralità politica: come mai quando si tratta di prendere i voti, si corre, come ha fatto Fini, sotto l'ombrello berlusconiano, per poi un minuto dopo aver preso i voti, solo quando ci si è accomodati sulla propria poltrona grazie a quei voti, scoprire la vera natura del berlusconismo, contrastarlo apertamente, sfidare la sua leadership non nelle urne ma nei Palazzi? Berlusconi fa l'annuncio del Predellino, e Fini reagisce in modo sprezzante («comiche finali») sulla base di un calcolo politico sbagliato, e cioè che il governo Prodi non sarebbe caduto e la leadership di Berlusconi non avrebbe retto per altri cinque anni all'opposizione; Prodi invece cade subito dopo, e Fini (a differenza di Casini) accetta "obtorto collo" di entrare nel Pdl, invece di lanciare - in quel momento sì - una sfida aperta alla leadership berlusconiana. Non è che Fini si sia pentito di averlo cofondato, è che nel Pdl non ha mai creduto. Lo ha sempre vissuto come una scelta tattica da cui distinguersi prima possibile per tornare a sfidare Berlusconi nell'unico modo in cui è capace e sa di avere qualche chance: logorandolo dall'interno, e dall'esterno offrendo sponde alle opposizioni, politiche e mediatico-giudiziarie.

Non ci sono dubbi: Fini vuole essere un leader di centrodestra, ma quell'accenno alla legge elettorale è una minaccia di disponibilità a un governo di transizione, in caso di crisi, per ritardare il più possibile il ritorno alle urne e affrontarle magari con un sistema di voto più favorevole. Cosa può fare Berlusconi a questo punto? L'unica via - difficile - è questa.

P.S.: Del tutto superfluo concentrarsi sul merito delle questioni poste da Fini: solo puro tatticismo, non poteva che uscirne fuori un minestrone contraddittorio di "ma anche" in puro stile Veltroni. Ma già che ci siamo: il federalismo ma anche la retorica meridionalista e nazionalista; il rigore ma anche i precari della scuola, per carità, e i poliziotti senza benzina; il Lodo Alfano ma anche no alle leggi "ad personam"; la magistratura politicizzata, ma anche «caposaldo»; il governo «ha operato bene» ma anche no; né sono mancate vuote banalità come il «patto tra capitale e lavoro», il «patto generazionale», il «quoziente familiare», la «meritocrazia», di tutto di più, purché si rimanga sul vago. Unici spunti apprezzabili la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e l'abolizione delle Province, che fanno parte del programma del Pdl (già, che fine hanno fatto?). E a proposito, che fine ha fatto la bioetica?

Monday, March 23, 2009

Il messaggio di Fini: ora ognuno per sé

Al Congresso di scioglimento di An, Gianfranco Fini ha pronunciato un discorso da leader di una destra moderna ed europea, pragmatica, sicuramente post-ideologica, per forza di cose moderata. Privo di populismi, il suo è stato un discorso da popolare, non da conservatore. Il passaggio più significativo, a mio avviso, quando ha spiegato che il PdL non dev'essere "la Destra", non deve rappresentare identità passate, ma «gli italiani del futuro», «tra cui molti saranno italiani pur non essendo figli di italiani». I dirigenti e i militanti di An sono più preoccupati di preservare, e portare in dote, nel nuovo partito, la propria identità "aennina", mentre Fini pensa e parla da leader che già sente come suo il problema di trovarsi in sintonia con la maggioranza degli «italiani del futuro».

Il messaggio più importante che Fini ha lanciato alla platea, contenuto in ognuna delle numerose affermazioni che hanno lasciato attoniti colonnelli e militanti, è che d'ora in poi, "ognuno per sé". Si percepiva un vago senso di liberazione in quelle affermazioni che Fini sapeva sarebbero state accolte in modo tiepido. Altro che correnti, Fini non vede l'ora di poter giocare in proprio.

Ha riconosciuto che fu un errore rompere con Berlusconi dopo il suo annuncio dal predellino a Piazza San Babila. Fini ha compreso che il partito unico è in realtà, innanzitutto per lui, una straordinaria occasione, perché mai e poi mai da leader di An avrebbe potuto ambire a candidarsi alla guida della coalizione di centrodestra e quindi del paese. Il PdL gli offre l'opportunità di una scelta irripetibile tra rimanere il capo-corrente di Gasparri e La Russa, ammesso che ci riesca, per ricavarsi comunque un posto di primo piano, una rendita di posizione, oppure rimodellare i contorni della sua figura politica per ambire non solo alla leadership del partito, ma anche al governo del paese.

Da questo punto di vista Fini è già proiettato nella lunghissima campagna elettorale post-berlusconiana. Per questo motivo forse oggi possiamo affermare che il vero Fini sia quello di ieri e non quello che solo due anni fa - è bene ricordarlo - bollava come "omicidio" la morte di Piergiorgio Welby. Fini è pronto, e deciso (al contrario dei leader che si sono succeduti a sinistra, da Prodi e D'Alema a Veltroni e Franceschini), a conquistare politicamente il centro dell'elettorato, senza appaltare la rappresentanza del "centro" a un partitino alleato.

Il suo atteggiamento nei confronti degli elettori della destra, da cui proviene, è molto diverso dall'atteggiamento dei leader dell'Ulivo e del Pd nei confronti degli elettori di sinistra, che nei momenti di difficoltà vengono spasmodicamente inseguiti. A farne le spese è sempre il percorso di ammodernamento della sinistra, rimandato "sine die".

Sunday, September 14, 2008

Una causa giusta e una parte sbagliata

Gianfranco Fini sul fascismo (Atreju, 13 settembre 2008):
«Il giudizio complessivo da parte della Destra deve essere un giudizio negativo in ragione della limitazione e della soppressione della libertà... Non possiamo negare la storia. Il fascismo abolì alcune libertà fondamentali, fu una dittatura... L'infamia delle leggi razziali, questa aberrazione, questo male assoluto è la negazione a priori del principio dell'uguaglianza. La soppressione della libertà, la negazione dell'uguaglianza... e l'ultimo atto del film è stata una dichiarazione di guerra, che ha messo l'Italia in ginocchio, una catastrofe che i nostri padri e i vostri nonni non hanno dimenticato».

Gianfranco Fini sui ragazzi di Salò (Atreju, 13 settembre 2008)
«Dobbiamo essere intellettualmente onesti... Riconciliare un popolo significa riuscire a scrivere una memoria condivisa. E una memoria condivisa si scrive quando si ha l'onestà da ogni parte di dire delle verità, che possono essere scomode ma che sono verità. Sicuramente ci sarà stata da parte di tanti ragazzi assoluta buona fede nel fare certe scelte, nel rimanere fedeli ad una ideale, nel continuare a combattere per una bandiera. Riconoscere questa buona fede è in molti casi doveroso, ma è altrettanto doveroso dire che non è in discussione la buona fede. Non si può equiparare chi stava da una parte e chi stava dall'altra. Perché onestà storica - e compito per una Destra che voglia costruire il futuro e fare i conti con il passato - è anche dire che non era equivalente se si stava da una parte o dall'altra. C'era chi combatteva per una causa giusta, la causa della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale, e chi - fatta salva la buona fede in molti casi - combatteva per una parte sbagliata».

Friday, February 08, 2008

La CdL non c'è più, verso elezioni bipartitiche

Fino all'ultimo non si è fidato di Veltroni. Ha aspettato di vedere che rimanesse davvero coerente con la scelta di far correre il Pd da solo, senza desistenze. E in questi mesi abbiamo constatato quanto fosse attratto dalla prospettiva di correre da solo anche lui. Così Berlusconi ha dato seguito all'"annuncio del predellino", decidendo di presentare il PdL. Chi ci sta, ci sta. Rispetto a qualche mese fa Fini ha cambiato idea e ci sta, Casini no. Ma chi non ci sta, è fuori anche dalla coalizione. Unica eccezione per la Lega, perché è un partito territoriale.

La Lega quindi sarà federata al PdL. E l'Udc? L'Udc sbanda: a caldo Cesa dichiara che l'Udc è pronta ad andare sola. Poi si corregge: «L'Udc intende rimanere nel centrodestra con una sua autonomia. Niente lista unica del PdL, dunque, ma uno schema che prevede il collegamento elettorale e di programma, così come farà la Lega Nord». Infine, è intervenuto Casini: solo se FI e An impediranno una «nuova alleanza», allora «andremo da soli». «Non escludiamo affatto la federazione, è una possibilità concreta a cui siamo disponibili».

A cui però non è disponibile Berlusconi, che in pochi minuti ribatte: «Spero che l'Udc aderisca. Se non aderiscono, noi andiamo avanti ugualmente. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione. Possono presentarsi da soli e poi in Parlamento potremo naturalmente trovare un accordo per farli entrare in un'alleanza». L'opzione di federarsi al PdL, come la Lega, non esclusa da Casini, è invece Berlusconi a escluderla: «No, per la Lega è diverso, è un partito territoriale...». Mastella e Storace devono ancora decidere, ma per loro vale lo stesso discorso: PdL o fuori.

Certamente la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo ha creato i presupposti di questa evoluzione che di fatto scrive la parola fine sulla CdL così come l'abbiamo conosciuta. In conseguenza di quella scelta, infatti, FI e An, più la Lega, possono contare sul premio di maggioranza nazionale alla Camera e sui premi regionali al Senato: il 55% dei seggi. L'Udc serviva a far scattare i premi fin tanto che dall'altra parte vi era una coalizione come l'Unione, che mettendo insieme Ulivo e sinistra massimalista poteva arrivare a sfiorare il 50% dei voti. Ma di fronte al Pd non è più necessaria e ciò permette più mani libere nelle alleanze.

Si trattava quindi di capire se i parlamentari dell'Udc dovessero rientrare in questo 55%, e quindi diventare determinanti per le sorti del futuro governo Berlusconi, oppure no. E il Cav. ha pensato: se entrano nel nuovo partito, bene, altrimenti fuori. Dopo le elezioni Berlusconi accoglierebbe in un'alleanza di governo l'Udc, perché a quel punto non potrebbe minacciare la sopravvivenza della maggioranza, non facendo parte con i suoi parlamentari di quel 55% di seggi ottenuto dai soli PdL e Lega. Ma presentandosi da sola, al di fuori della coalizione che sostiene "Berlusconi presidente", dubitiamo persino che l'Udc riesca a superare lo sbarramento del 4% ed entrare in Parlamento.

Altro che «maquillage»! Se, come appare probabile, l'Udc non farà parte del PdL per sua scelta, ma neanche della coalizione, per scelta di Berlusconi, allora anche il centrodestra si presenterà agli elettori profondamente ridisegnato, semplificato e in grado di dar vita a un governo meno esposto al ricatto dei partiti minori.

L'impegno a formare un gruppo parlamentare unico, e ad approvare insieme al Pd una riforma dei regolamenti parlamentari che impedisca la proliferazione di gruppi con denominazioni diverse dalle liste presentate alle elezioni, rende l'operazione FI-An ancora più solida per poter resistere all'accusa di «maquillage» prontamente lanciata da Veltroni. Nulla di sorprendente, siamo in campagna elettorale ed è ovvio che Veltroni non voglia lasciarsi sfuggire di mano l'arma polemica di rinfacciare al centrodestra quella disomogeneità di cui il Pd si è liberato correndo da solo.

Una scelta obbligata quella del Pd, perché perdere con la coalizione uscita sconfitta già alle scorse elezioni e bocciata da una disastrosa prova di governo sarebbe stato letale anche per il nuovo partito, mentre perdere lanciando una nuova prospettiva può rivelarsi addirittura salutare. Non avrebbe avuto senso il Pd, se si fosse di nuovo presentato alleato con la sinistra comunista e massimalista perpetuando lo schema fallimentare del prodismo.

Ma una scelta obbligata anche per Berlusconi e Fini, per non ripresentare una CdL decrepita e per contrapporre al Pd, anche dal punto di vista emotivo, una sfida nuova che potesse suscitare un rinnovato interesse negli elettori e negli stessi militanti del centrodestra.

Certo, sarà difficile che in soli due mesi Berlusconi e Fini riescano a dare al Popolo della libertà il volto di un partito nuovo e non di una semplice sommatoria di apparati, di FI e di An: dovranno puntare con coraggio a far emerge donne e uomini nuovi, giovani, e contenuti innovativi. Con la decisione di presentare il PdL - e se il nuovo partito prenderà davvero forma e sostanza all'indomani del voto - queste elezioni potrebbero più o meno produrre l'esito maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

A questo punto gli schieramenti dovrebbero essere questi: PdL + Lega, con eventuali sigle che dovrebbero essere assorbite nel PdL oppure rimanere fuori; Udc (reintegrando i ribelli della "Rosa bianca"?); Pd (forse + Di Pietro); "Cosa rossa". Più coalizioni ma meno liste e meno partiti. Rimarrebbero fuori socialisti e radicali? Se, come appare probabile, il Ps non fosse accolto con il proprio simbolo e la propria lista dal Pd, allora potrebbe tornare di attualità una Rosa nel Pugno bis con Emma Bonino candidata premier. Il 4% resterebbe comunque un miraggio.

Thursday, February 07, 2008

Il rischio della CdL di presentarsi decrepita

Da non perdere il solito esilerante Daw in "Tutto Prodi in 10 minuti". E vi segnalo anche questo articolo in cui Alessio Vinci (Cnn) racconta agli americani - forse nell'unico modo possibile - l'ultima fase da operetta della politica italiana.

Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.

Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.

La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.

L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.

Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.

Thursday, January 24, 2008

Prodi contro tutti

Ciò che nutre ancora la speranza di Prodi di potercela fare ad ottenere la fiducia anche al Senato è il fatto che gli incerti, come Fisichella, i diniani e gli Ud Bordon e Manzione, e persino l'Udeur, che ha provocato la crisi, non vogliono quella fine traumatica della legislatura, quelle "elezioni subito", che uno scontro all'ultimo sangue in Senato provocherebbe, ma un governo di "tregua", istituzionale, innanzitutto per approvare una nuova legge elettorale, ciascuno con le idee diverse nel merito. Insomma, quelli da cui dipende la sua caduta, allo stesso tempo non vorrebbero tornare subito alle urne.

Così Prodi li sfida: se mi fate cadere avrete ciò che non volete. Poi ci sono le 600 nomine pubbliche con le quali può sempre "comprare" qualche assenza nel campo avversario, o qualche voto tra gli "incerti": i vertici di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Terna, Tirrenia non sono poca cosa.

Proprio per favorire uno scenario meno conflittuale, che rendesse possibile il proseguimento della legislatura con un governo di "tregua", istituzionale, soprattutto Napolitano e D'Alema si sono adoperati nelle ultime ore per convincere il professore a dare le dimissioni: "Se ti bocciano in Senato ti precludi la possibilità di un altro incarico". Un reincarico, un Prodi-bis di breve durata, a tempo, è stata l'esca con la quale hanno cercato di tentare Prodi, che però non si è fidato. Innanzitutto, crede possibile un reincarico anche venendo bocciato dal Senato mentre teme, a ragione, che da dimissionario verrebbe messo da parte in fretta. Inoltre, ciò che vuole evitare a tutti i costi è che la legislatura prosegua senza di lui. Dunque, non ha alcun interesse a svelenire il clima per permettere accordi sopra la sua testa. Prodi accarezza l'idea di essere di nuovo lui il candidato premier del centrosinistra se si andasse a elezioni anticipate, o comunque di mettere i bastoni tra le ruote di Veltroni presentando una sua lista salva-nanetti.

L'idea di D'Alema sarebbe stata quella di riagganciare Udeur e Udc promettendogli un governo di "tregua", di breve durata, per varare una nuova legge elettorale sul modello tedesco, con Veltroni emarginato nel ruolo dello spettatore. «L'operazione - ha spiegato ieri il sottosegretario Naccarato - è denominata "due piccioni con una fava". Cioè un modo per far fuori insieme Prodi e Berlusconi. Io ci aggiungerei anche un terzo piccione, Veltroni. L'idea è quella di portare in Parlamento un governo con un unico punto programmatico: una legge elettorale sul modello tedesco. Gli ideatori? Napolitano e D'Alema». Che l'operazione sia stata in campo è quasi certo. Che potesse riuscire, improbabile.

Casini chiedeva che Prodi rinunciasse ad andare in Senato e comunque avrebbe avuto molto da perdere in termini di immagine e voti, senza avere la certezza che il modello tedesco avesse potuto trovare i numeri in Parlamento. Era uno scenario ovviamente guardato con sospetto da Veltroni, cui non dispiacerebbe arrivare alle elezioni senza Prodi, ma non con il modello tedesco. Allora meglio l'offerta di Berlusconi, che il forzista Crosetto ha spiegato così: «Riforme tutti insieme dopo le elezioni. E intanto Walter va alle urne con questa legge che gli consente di scegliere lui chi mettere in lista e chi fare fuori».

Sull'altro lato, Berlusconi sembra consapevole infatti che tornare al governo con l'attuale legge elettorale, pur vincendo in modo schiacciante le elezioni, non lo metterebbe nelle migliori condizioni per governare. Fini e Casini tornerebbero da subito a perseguire l'obiettivo di logorarlo e l'Udc ha già preannunciato che all'indomani del voto lavorerebbe a un governo di "larghe intese".

«Io sono stanco, la macchina non c'è e soprattutto non ho la bacchetta magica. E invece ora tocca correre davvero e chissà come faremo...», riporta sul Corriere di oggi Marco Galluzzo, che spiega: Berlusconi «ha la consapevolezza che se tornasse al governo sarebbe comunque una via crucis». Al Senato avrebbe sì 30 o 40 senatori in più della sinistra, un'ampia maggioranza, eppure Berlusconi confida: «Sono preoccupato». Il margine al Senato potrebbe anche essere molto più largo di quello risibile di cui ha goduto Prodi, ma la pluralità di apparati da soddisfare renderebbe Berlusconi di nuovo ricattabile da An e Udc.

A questo punto le soluzioni a disposizione del Cavaliere sarebbero due. Una volta caduto Prodi, potrebbe rilanciare l'accordo con Veltroni per una nuova legge elettorale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica - che però troverebbe difficoltà a trovare i voti in Parlamento, dove nel Pd sono più forti le correnti dalemiana, mariniana e rutelliana, favorevoli al modello tedesco - oppure per andare al referendum. E potrebbe, dopo la probabile vittoria, allargare comunque la sfera del consenso, coinvolgere in qualche modo il Pd o come minimo promuovere una "pacificazione nazionale" su alcune tematiche, con una formula ancora tutta da trovare: si va dalla "Grossa Coalizione" per la quale spinge l'Udc al "modello Sarkozy", su cui sarebbe d'accordo An, prendendo il meglio della sinistra, da Amato a Ranieri.

Wednesday, January 23, 2008

Dopo Prodi, chi e che cosa?

Una volta caduto Prodi, se i nostri conti si dimostrassero esatti, cosa accadrà? Berlusconi chiede elezioni subito e definisce quella attuale una buona legge elettorale, che darebbe al centrodestra una maggioranza solida. Veltroni risponde che votare ora sarebbe la «cosa peggiore» per il Paese.

Dunque, dobbiamo concludere che la crisi di governo abbia infranto le premesse e le basi di massima dell'accordo tra i due leader? E' presto per dirlo. Probabilmente dovremo aspettare l'avvio delle consultazioni al Quirinale, quando esporranno al presidente della Repubblica i loro reali punti di vista, oggi inevitabilmente condizionati dal gioco delle parti che la situazione richiede nei due campi finché Prodi rimarrà in sella.

Certamente, come ho già osservato più volte, a Veltroni conviene che tra l'esperienza disastrosa del Governo Prodi e le elezioni si frappongano un governo cuscinetto di circa un anno e una legge elettorale che favorisca la scelta del Pd di correre da solo. Berlusconi non ha queste necessità, ma non dovrebbe sottovalutare le profonde divisioni che ormai si sono aperte anche nel centrodestra fin dagli ultimi mesi della scorsa legislatura.

La richiesta di Berlusconi di andare a votare subito, anche con l'attuale legge elettorale, potrebbe rivelarsi un tentativo di alzare la posta, di esercitare una pressione in vista di una trattativa sui tempi di un governo di transizione che abbia come unico obiettivo l'approvazione di una nuova legge elettorale o lo svolgimento del referendum. Tra elezioni subito, come reclama Berlusconi, e nella primavera del 2009, come forse vorrebbe Veltroni, i due potrebbero raggiungere un compromesso per un governo di transizione dalla durata certa, e breve. Berlusconi invoca elezioni subito, ma in realtà non chiuderebbe le porte a un accordo per una nuova legge elettorale in senso maggioritario, purché comprenda l'indicazione di un termine temporale preciso, e molto breve, entro cui tornare alle urne.

Ci auguriamo davvero che Berlusconi non s'illuda che possa essere genuina la ritrovata unità del centrodestra nella prospettiva di un voto imminente con l'attuale legge elettorale. Una simile illusione sarebbe disastrosa. Fini, Casini e Berlusconi si ritroverebbero insieme per convenienza ma non per convinzione, mentre i dissapori personali e le divergenze programmatiche in questi anni e mesi sono andate approfondendosi. Ultimo esempio, proprio sul "caso Mastella", sulla giustizia: mai come questa volta, su questo tema, An aveva così nettamente contraddistinto la sua posizione da quella di Forza Italia.

Anche a Berlusconi è assolutamente necessaria una legge elettorale che gli consenta di correre da solo e farebbe bene a mettere da parte la sua fretta. Potrebbe non importare infatti la portata della vittoria sul Pd, se comunque in una delle Camere dipendesse da An e Udc, che proseguirebbero l'opera di logoramento del leader già avviata negli ultimi mesi della scorsa legislatura e ancora in atto.

Monday, January 21, 2008

Anche a Berlusconi conviene correre da solo

Suonano come un epitaffio per L'Unione le parole pronunciate sabato da Veltroni: «Quale che sia il sistema elettorale, o il testo Bianco o il referendum, o l'attuale legge elettorale, voglio dire con chiarezza che il Pd si presenterà con le liste del Partito democratico. E se Forza Italia avesse il coraggio di fare altrettanto sarebbe un'enorme conquista per la democrazia italiana».

Il Pd, dunque, come da tempo evocato dal suo segretario, si presenterà da solo alle prossime elezioni, senza allearsi con tutto ciò che c'è alla sua sinistra. Identico impegno viene richiesto al maggiore partito dell'opposizione, guidato da Berlusconi, per favorire, quale che sia il sistema elettorale, un clima, se non un sistema, bipartitico.

«Quale che sia il sistema elettorale», assicura Veltroni. Eppure, la scelta di correre da soli da parte dei due maggiori partiti, Pd e PdL, si presta ad esiti molto diversi, a seconda del sistema elettorale usato. Se il partito che prevarrà non sarà in grado di governare da solo, allora si troverà costretto - dopo le elezioni anziché prima - a negoziare compromessi con le forze politiche con cui non si era voluto alleare, le quali si mostreranno comprensibilmente irrigidite.

Se è vero, però, come appare a questo punto sempre più probabile (e da noi auspicato), che o con la carota del vassallum, o con il bastone del referendum, i due leader sono già d'accordo per una legge elettorale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, il "gentlemen's agreement" di correre da soli alle prossime elezioni sarebbe l'inevitabile e indispensabile presupposto, o corollario, di quell'accordo. Infatti, se uno dei due dovesse sospettare che l'altro sia pronto ad aggirare la legge che uscirebbe dal referendum, presentando non una lista di partito, ma un listone contenente tutti i partiti della vecchia coalizione, costui non troverebbe più alcun interesse nell'accordo sulla legge elettorale.

Come è stato fatto notare, far correre il Pd da solo per Veltroni è una necessità. Perdere ripresentando la stessa coalizione che ha dato vita al fallimentare Governo Prodi sarebbe un disastro. Perdere presentando il Pd da solo avrebbe almeno il valore di una svolta politica, di una scommessa di lungo periodo, dell'inizio di una "nuova stagione".

Il centrodestra, è stato anche detto, appare meno diviso del centrosinistra, non ha al proprio interno l'equivalente di una sinistra comunista e antagonista, i partiti che ne fanno parte condividono una «comunione di valori». Non solo questa ci pare una lettura superficiale, ma anche smentita dalla precedente esperienza di governo della CdL, che pur non toccando il fondo come il Governo Prodi, si è comunque rivelata inadeguata ad affrontare le sfide urgenti del paese e inadempiente rispetto alla promessa di "rivoluzione liberale".

Ma al di là delle divergenze programmatiche, delle resistenze stataliste e dei riflessi corporativi di An e Udc, che forse non raggiungono i livelli di allarme degli eventuali alleati del Pd, identico è il fattore di blocco espresso dalle stesse oligarchie e burocrazie partitiche, interessate alla propria visibilità e alla propria sopravvivenza molto più che alle riforme e al governo del Paese. L'eterogeneità degli apparati è il problema, oltre che dei programmi.

Sarebbe un errore imperdonabile, l'ennesimo, da parte di Berlusconi, se sottovalutasse questo elemento, che lo rende, esattamente come Veltroni, vulnerabile al potere di ricatto degli alleati.

Friday, January 04, 2008

Anche il centrodestra avrà la sua Rifondazione

«Rifondazione nazionale», l'ha ribattezzata il vicedirettore Mario Sechi. Niente di più calzante, se i caratteri della nuova Alleanza nazionale - Alleanza per l'Italia - saranno davvero quelli anticipati su Panorama.

Dalla bozza del documento politico in preparazione per la conferenza programmatica fissata dall'8 al 10 febbraio a Milano, emerge una An che «guarda al futuro» con le risposte del passato.

Critica della globalizzazione e politiche protezionistiche in economia. Va riscoperta «una cultura dell'interesse nazionale». Sul banco degli imputati quelle nazioni che «fanno shopping di aziende e industrie» italiane, ponendo «un problema di difesa degli interessi strategici economici nazionali».

Su tutti i temi etici, dal testamento biologico alle coppie di fatto, fino all'omosessualità, le posizioni sono quelle del Vaticano. «C'è chi dirà che si tratta di un passo indietro rispetto alla visione laica e moderna del partito modellato da Fini. Forse non è così, ma certo un ritorno ai temi più in linea con il motto "Dio, patria, famiglia" è evidente e avrà un peso decisivo nelle prossime scelte di An in Parlamento», osserva Sechi.

Anche per quanto riguarda le tasse, il partito della spesa pubblica sul lato destro sta bene accorto. Riduzione sì, ma solo verso i redditi medio-bassi e le famiglie, con la proposta di introduzione del quoziente familiare.

Per quanto riguarda il problema della casa, An riscopre l'intervento diretto dello Stato: «E' necessario non solo finanziare l'edilizia economico-popolare, ma lanciare una vera politica di housing sociale che metta a disposizione case con affitti controllati per il ceto medio».

Insomma, conclude Sechi, «a leggere la bozza in corso d'opera, sono proposte molto più vicine a quelle di un partito di sinistra che di centrodestra». E se nel frattempo non interverrà una legge elettorale maggioritaria e almeno tendenzialmente bipartitica, difficilmente Berlusconi potrà rispolverare in modo attendibile e convincente il suo volto liberale e liberista, dovendo fare i conti con una "Rifondazione" di centrodestra come minimo al 10%.

Saturday, December 29, 2007

I poco credibili difensori di Malpensa

Gli effetti negativi della vendita di Alitalia ad Air France su Malpensa non c'entrano nulla con la questione settentrionale e con le politiche punitive che questo governo ha sì attuato nei confronti dei ceti produttivi e, quindi, in gran parte nei confronti del Nord Italia.

Malpensa è uno scalo aeroportuale di proprietà del Comune di Milano sul quale ogni compagnia aerea può (e dovrebbe) decidere in piena autonomia se e quanto puntare, se e quanto investire, seguendo logiche commerciali. Finora Alitalia non ha potuto seguire quelle logiche, proprio per gli interessi e le pressioni della politica, non solo romana ma anche locale. Il Tesoro, azionista di maggioranza, ha dovuto tenere conto di tutte le istanze "politiche" nella gestione della compagnia di bandiera. Proprio queste palle al piede non hanno permesso ad Alitalia di essere gestita secondo logiche di mercato e l'hanno resa una compagnia da 400 milioni di euro di perdite l'anno. Coloro che oggi protestano per Malpensa sono parte del problema che ha portato Alitalia al fallimento.

E nel caso Malpensa abbiamo la migliore dimostrazione di quanto siano trasversali agli schieramenti i cosiddetti veto-player: veti corporativi, localistici, clientelari, posti da sindacati, partiti, enti locali di sinistra o di destra che sanno solo dire no e opporsi alle decisioni prese da Roma nell'interesse generale, come nel caso della Tav, o da un'azienda che per sopravvivere dovrebbe poter agire secondo logiche commerciali, come nel caso di Alitalia. Nel caso della Tav sono Verdi, comunisti, Disobbedienti e altre formazioni antagoniste, oltre ai sindaci della Val Susa. Oggi, nel caso di Malpensa, è Formigoni a guidare la protesta, gettando la maschera da liberale e mostrando le sua cultura democristiana. Protesta cavalcata anche da An e Lega, in compagnia dei sindacati. Eccolo qui il problema del nostro paese: per una volta che all'interno di un governo fallimentare prevale il "partito del mercato", è dall'opposizione di centrodestra che si leva la bandiera dell'italianità, strumentale a nascondere la voglia di partiti e sindacati di avere ancora le mani in pasta in Alitalia.

D'altra parte, come si spiega il no a Ryanair, che si è offerta di coprire in parte il parziale ritiro di Alitalia, per quanto riguarda le rotte internazionali a breve-medio raggio? Si vuole a tutti i costi mantenere una compagnia italiana a Malpensa, di proprietà dello Stato o delle banche, su cui poter esercitare la propria influenza politica e sindacale. Certo, passando ad Air France-Klm (primo vettore mondiale), quei partiti non potrebbero più tracciare rotte di loro comodo oppure sistemare "compagni" dirigenti.

Sono «senza senso» le proteste del «partito del Nord», spiega Andrea Giuricin, fellow dell'Istituto Bruno Leoni: «Alitalia ha scelto Roma Fiumicino nel suo piano industriale presentato in settembre. La stessa scelta viene ora portata avanti da Air France, probabile futuro acquirente della compagnia italiana. Sarà il mercato a dire se tale scelta industriale compiuta è giusta o meno... la realtà dura e cruda è solo una: Alitalia non è mai stata in grado di avere un doppio hub (Roma e Milano), se non con perdite di milioni di euro l'anno. Non deve essere lo Stato a salvare Malpensa, così come non doveva essere lo Stato a gestire Alitalia così male per così tanti anni».

Se Alitalia cederà gli slot su Malpensa, ciò non significa che non possano essere acquisiti da altre compagnie. Se non lo fossero, vuol dire che non c'è sufficiente traffico aereo e in quel caso autorità pubbliche e privati dovrebbero sforzarsi per attrarne. Il problema, quindi, è come sviluppare al meglio Malpensa, non più obbligando Alitalia a scelte autolesionistiche perché tanto pagano i contribuenti, ma puntando su una seria strategia commerciale. Il Comune di Milano, primo azionista della SEA Milano, «deve agire come un privato e cercare nuovi clienti». La domanda a questo punto è: saprà farlo?

«Se la domanda di traffico è reale, resterà tale, a prescindere da chi offrirà i voli», spiega anche Oscar Giannino, su Libero, rivolgendosi direttamente al presidente della Lombardia Formigoni. Il Nord, Malpensa, non sono stati traditi oggi, ma quando si «fece credere che, malgrado le perdite di Alitalia già evidenti, la compagnia avrebbe potuto senza problemi allestire una seconda propria base di armamento a Malpensa» e «in tutti gli anni successivi, fino a quando è apparso evidente anche ai più testoni, che ormai Alitalia era in condizioni puramente fallimentari, fuori dalle rotte internazionali, con il ricco traffico business del Nord sempre più aspirato da Monaco e Francoforte, con una flotta sempre più vecchia e velivoli che non valgono più nemmeno il prezzo della lega metallica con cui sono realizzati».

Sunday, December 23, 2007

Alitalia. Anche il centrodestra ha i suoi Pecoraro Scanio

La vera «sconfitta nazionale» di cui parla Bonanni, segretario della Cisl, è non aver ristrutturato Alitalia secondo logiche di mercato, e non averla rilanciata privatizzandola, a suo tempo, quando forse era ancora possibile, come parecchie compagnie di "bandiera" europee, compresa Air France, hanno fatto. Prima di scandalizzarsi delle offerte non certo esaltanti giunte da quelli che in definitiva sono suoi competitori, occorre ricordare a caratteri cubitali che con 400 milioni di euro di perdite l'anno Alitalia è da considerarsi una società fallita (ripeto: fallita). Quanto vale una società che produce 400 milioni di euro di debito l'anno? Non credo molto.

Inutili dunque le pretestuose accuse che si levano da esponenti e giornali di centrodestra: sì, Prodi sta liquidando Alitalia. Qualcuno lo farà comunque, prima o poi, perché altro non si può fare. Sì, Air France-Klm-Alitalia faranno di Malpensa l'uso che a loro più conviene dal punto di vista commerciale. E a noi non risulta che altri paesi europei mantengano due hub delle dimensioni attuali di Malpensa e Fiumicino. E intanto ci manca un vero e proprio hub di dimensioni adeguate alle esigenze e all'importanza del nostro paese.

Ma alle molte voci demagogiche che si sono alzate in queste ore e che continueranno ad alzarsi, il consiglio d'amministrazione della compagnia ha risposto con una decisione responsabile, motivata in un «documento» oggi apprezzato, sul Corriere della Sera, da Francesco Giavazzi: contiene «argomentazioni di buon senso», un «confronto preciso fra le due offerte» e «analisi industriali e finanziarie» fondate sui «pareri tecnici degli advisor della società». Pensiamo davvero che una compagnia solo italiana, seppure privatizzata, possa sostenere la concorrenza di grandi gruppi a livello europeo? E pensiamo che potrebbe farlo sostenendosi quasi unicamente sul flusso di voli da e per l'Italia?

Eppure, dopo un anno di tentennamenti, in cui tutte le questioni sul tavolo sono state analizzate e vivisezionate, il Governo si è preso altre due settimane per decidere. Due settimane che sembrano incoraggiare gli oppositori dell'opzione franco-olandese. Come dire: "Chi vuol esercitare pressioni, lo faccia ora e sarà ascoltato, o mai più".

E quello che Giavazzi ha definito «il partito del Nord» non ha tardato a farsi sentire. Un coro straordinariamente compatto di voci. Ci sono sindacati, banchieri, politici di maggioranza e di opposizione, sindaci, presidenti di regione, il presidente di Confindustria.

Da una parte la difesa della corporazione di steward e piloti; dall'altra, interessi localistici e il mito dell'"italianità". Solo all'interno della squadra di governo, il ministro per i Trasporti, il comunista Bianchi («La partita non è ancora chiusa»), e il ministro della Cultura, Francesco Rutelli («Partita aperta»).

Ma a mostrare il loro vero volto sono le componenti corporative e anti-mercato del centrodestra, che tanta responsabilità hanno se la privatizzazione non si è fatta nella scorsa legislatura e se, oltre ad aver perso negli ultimi anni centinaia di milioni di euro l'anno, ora quella di Alitalia è una svendita.

La Lega Nord, ovviamente: «È in atto un attacco organizzato nei confronti del Nord, colpevole non solo di mantenere tutti ma anche di voler avere un ruolo nelle politiche decisionali del Paese», ha proclamato Calderoli, minacciando persino blocchi autostradali, come No-Tav e Disobbedienti; e An: una scelta che «rischia di penalizzare in modo grave personale e scali aeroportuali», ha avvertito Gasparri.

Ma anche il presidente della Lombardia Formigoni, al quale addirittura quella del CdA Alitalia sembra una «scelta folle, concepibile solo da una compagnia come Air France, che ha interesse strategico a sviluppare i propri hub di Parigi e Amsterdam avendo poi una piccola propaggine al sud, a Roma, e togliendo di mezzo il proprio concorrente più importante, che è Malpensa. Che Air France persegua questo interesse è comprensibile ma che Alitalia si metta in mano al proprio nemico storico autolimitandosi a diventare una compagnia regionale e al massimo che serve metà del paese, il centro sud d'Italia, questo appare inaccettabile». Ma oggi Alitalia è ancor meno della compagnia regionale che Formigoni teme possa diventare.

Anche il centrodestra ha i suoi No-Tav, i suoi veto-player, i suoi Pecoraro Scanio. Ci auguriamo che Berlusconi non voglia più subire il prezzo dell'inazione dovuto alla loro linea e che vada dritto per la strada di un partito a «vocazione maggioritaria».

Monday, December 17, 2007

Post-Vassallum. Ancora due vie d'uscita

Com'era prevedibile Salvatore Vassallo è di nuovo intervenuto sul Corriere per replicare alle superficiali e pretestuose obiezioni di Sartori alla sua proposta di riforma elettorale, detta Vassallum. Da Sartori si aspettava «maggiore coerenza logica e attenzione ai dettagli».

Proprio Sartori, in uno dei suoi lavori, ricorda Vassallo, spiega che «nella sua forma pura il proporzionale generalmente fallisce...», che «il sistema proporzionale è meglio quando viene corretto» e che il modello tedesco, misto per i criteri di voto, è «perfettamente proporzionale» nell'esito. Quindi, se in origine i partiti sono di più, di più tendono a rimanere.

Il Vassallum invece, rivendica il suo ideatore, «corregge la pura proporzionalità del tedesco con due elementi che lo rendono più semplice per gli elettori e gli conferiscono la necessaria torsione maggioritaria: il voto unico, l'assegnazione dei seggi in circoscrizioni medio-piccole». Sartori, dal suo canto, sostiene che il voto doppio è meglio del voto unico, ma non spiega perché, gli rimprovera Vassallo. E' evidente che il doppio voto riaprirebbe le porte a tutti i «giochetti» e le desistenze del Mattarellum.

Ma Vassallo spiega anche che sarebbe «molto, molto più complicato ridisegnare i collegi uninominali» previsti dal modello tedesco e che tecnicamente è «del tutto fittizia l'alternativa tra assegnazione dei seggi nelle circoscrizioni e in un collegio unico nazionale, perché l'effetto è pressoché identico, cioè puramente proporzionale».

Vassallo osserva poi che Fini e Rifondazione, al solo scopo di non dare vantaggi a Berlusconi e Veltroni, rischiano di appoggiare un sistema che nel lungo termine «li penalizzerebbe molto più del nuovo bipolarismo veltroniano», e infine denuncia anche lui le «pressioni politiche indebite» che il "partito tedesco" starebbe esercitando sulla Corte costituzionale in vista della decisione di ammissiblità del referendum Guzzetta.

E' chiaro infatti che finché non si pronuncerà la Corte, ammettendo i quesiti referendari, la pistola carica puntata sulla tempia sembrano averla Veltroni e Berlusconi, che non potranno usare fino in fondo il ricatto referendario e che invece subiscono l'assedio dei proporzionalisti del "partito tedesco".

Sempre sul Corriere, Angelo Panebianco si dice pessimista fino a ritenere «inesistenti» le «probabilità di successo del dialogo tra Veltroni e Berlusconi». Basta guardare al «formidabile fuoco di sbarramento» in atto nei due schieramenti. Non solo, ci pare, gli alleati temono «un eccessivo rafforzamento dei due leader», non solo sembrano animati da quel pregiudizio italiano nei confronti delle «leadership forti», che «a differenza di quanto accade nelle democrazie ben funzionanti, continuano a essere considerate da tanti l'anticamera della dittatura». Ci pare che siano mossi da ben più egoistici propositi.

Eppure, Panebianco individua «due possibilità residue». Il referendum, dicendosi fiducioso del fatto che le pressioni sulla Corte di cui si parla non sortiranno effetti («Sarebbe un duro colpo per la credibilità della Corte se essa togliesse, alla crisi in atto del sistema politico, anche l'ultimo possibile sbocco positivo»); e un ulteriore slancio politico di Berlusconi, che potrebbe dirsi «pronto a un accordo sul maggioritario a doppio turno di tipo francese», spiazzando alleati e avversari, mettendo così alla prova sia Fini, sia Veltroni, sia tutti «quelli che (soprattutto dentro il Partito democratico) sono sempre stati pronti, a parole, a immolarsi per quel sistema elettorale».

Come hanno «saggiamente» suggerito Bardi, Ignazi e Massari, sul Sole 24 Ore, «quel sistema avvantaggerebbe i grandi partiti senza danneggiare necessariamente i partiti medi».

Friday, December 14, 2007

Per le fumose stanze della Corte costituzionale

Sono due gli aspetti della bozza Bianco per la legge elettorale in grado di determinare o meno i desiderati effetti maggioritari e bipartitici: il voto singolo e la cosiddetta "correzione ispanica", cioè circoscrizioni di piccole dimensioni riguardo i seggi da assegnare. Il primo aspetto la bozza lo lascia alla discrezione dei lavori in commissione; del secondo aspetto, l'ampiezza delle circoscrizioni, a quanto mi risulta non si è ancora parlato, ma è un fattore davvero determinante.

Più il sistema diventa simile a quello tedesco, più ci sarebbe spazio per una forza centrista, per quella "cosa bianca" che sarebbe esiziale per l'alternanza; più si avvicina, invece, a quello spagnolo, più sarebbe favorito un assetto bipartitico che vedrebbe largamente maggioritari Pd e Pdl, e satelliti gli alleati.

Negli ultimi giorni ha cominciato a spirare una brutta aria. Contro l'accordo Veltroni-Berlusconi sono stati lanciati siluri mediatico-giudiziari lungo l'asse Palazzo-Chigi-procure-la Repubblica. I piccoli partiti hanno minacciato di non votare la Finanziaria e Mastella esplicitamente di far cadere Prodi, il quale, ovviamente, già si muove a tutela dei "nanetti" per motivi di autoconservazione. Oltre a Udc e Lega, anche An pare ormai convinta dell'ineluttabilità del sistema tedesco, soprattutto se la Consulta non dovesse ammettere il referendum.

Qualcuno dà già per spacciato il Vassallum. «Il CaW sotto attacco delle armate rosse e prodiane inizia a parlare tedesco», titolava oggi Il Foglio. All'interno del Pd mariniani, dalemiani, rutelliani e fassiniani sono tutti fautori del "tedesco puro", perché guardano alla possibilità di un'alleanza tra il Pd e una "cosa bianca", magari montezemoliana, l'unica che potrebbe riportarli al governo dopo il disastro prodiano, anche nel caso in cui il partito di Berlusconi ottenesse la maggioranza relativa. Lasciarsi convincere del modello tedesco sarebbe un azzardo per Berlusconi.

L'arma che finora Berlusconi e Veltroni hanno tentato di utilizzare per convincere i riottosi è quella del referendum. La legge che ne uscirebbe, infatti, produrrebbe in modo ancor più brutale gli esiti del Vassallum.

Ma oggi un retroscena di Federico Geremicca, su La Stampa, gettava pesanti ombre sulla Corte costituzionale, che sarebbe pronta ancora una volta a giocare il ruolo di conservazione da «suprema cupola della mafiosità partitocratica», per usare un'espressione di Pannella, al quale però, a quanto pare, non interessa poi tanto la sorte di questo referendum e del diritto dei cittadini a esprimersi.

Dubbi, cavilli, ma soprattutto «pressioni» per evitare il voto. La novità degli ultimi giorni, scrive Geremicca, è che «il responso rischia di essere assai meno scontato di quel che sembrava alcune settimane fa. Nei corridoi della Corte tira infatti un'arietta che, al momento, non lascia ipotizzare né un percorso tutto in discesa, né una facile unanimità».

Quel solito criterio di «immediata applicabilità della norma» così come uscirebbe dal referendum, che la Corte si è di sana pianta inventata per aumentare la propria discrezionalità nei giudizi di ammissibilità, lascia di fatto alla Corte lo spazio per una decisione politicissima: sono in gioco la sorte del Governo, della legislatura, la sopravvivenza dei piccoli partiti, l'assetto dell'intero sistema politico.

«Di scontato c'è poco o nulla», conclude Geremicca. Di certo c'è solo il «diluvio di pressioni».

Per Prodi, referendum o legge elettorale veltroniana, poco cambia: l'orizzonte è la caduta. Ma se per caso la Consulta bloccasse almeno uno dei quesiti referendari, quello che assegna il premio di maggioranza, allora al tavolo di discussione sulla legge elettorale Veltroni e Berlusconi si troverebbero con la pistola scarica. E a quel punto, se una nuova legge elettorale dovesse essere approvata, di certo i piccoli partiti riuscirebbero a strapparne una conveniente e il governo sarebbe salvo.

Il vertice di maggioranza sulla legge elettorale è guarda caso fissato al 10 gennaio, presumibilmente circa cinque giorni prima della decisione della Corte. Cosicché fino a quella data la pistola carica puntata sulla tempia sembrano averla Veltroni e Berlusconi, che non potranno usare fino in fondo il ricatto referendario. A quel vertice rischia di essere deciso il responso della Corte, o per lo meno qualcuno capirà quante e quali pressioni esercitare.

Thursday, November 29, 2007

Roma ostaggio dei tassisti

Veltroni si gioca la faccia riformista, An e Udc l'hanno persa

Veri e propri tumulti di piazza quelli dei tassisti. Un blocco selvaggio, del tutto illegale, che paralizza Roma. Una violenza perpetrata sui cittadini e sui migliaia di turisti costretti a interminabili attese alla stazione Termini o all'aeroporto di Fiumicino, con grave danno arrecato all'immagine della città. Ma di fronte alla patente illegalità del blocco dei tassisti nessuna autorità interviene né minaccia sanzioni, neanche una multa per sosta non autorizzata. Ai tassisti che interrompono illegalmente un servizio pubblico andrebbe invece immediatamente sospesa la licenza.

Dobbiamo dire che oggi Veltroni, che un anno fa indebolì la proposta Bersani, intervistato su la Repubblica ha definito «inaccettabile» il blocco. «Il taxi è un servizio pubblico: si può proclamare uno sciopero, purché nei tempi e modi previsti dalla legge. Non si può invece... bloccare all'improvviso una città intera». E sembra intenzionato a tenere il punto su un pacchetto che prevede due proposte inscindibili: il Comune accetta l'aumento delle tariffe del 18%, come richiesto dai tassisti, ma in cambio di 500 nuove licenze. «Questo è il pacchetto, non si può prenderne solo una parte, quella più conveniente, e lasciare l'altra».

E' ciò che ha fatto scoppiare la rivolta dei tassisti, che pretendono di aumentare le tariffe senza il "disturbo" di nuovi possessori di licenza, mantenendo quindi scarsa l'offerta del servizio nella capitale. «Se la trattativa non fosse degenerata, avremmo potuto continuare a discutere. Ora i margini sono stretti, i paletti fissati. I tassisti devono sapere che il pacchetto è unico, si prende o si lascia tutto», insiste Veltroni, che come sulla sicurezza ha davanti quella che qualcuno chiama «una prova di leadership».

Da sindaco, spiega Antonio Polito al Corriere, Veltroni «ha l'occasione di giocare una partita fondamentale per dimostrare la sua volontà riformatrice... È un leader riformista. Se ne desse anche una dimostrazione concreta si rafforzerebbe di certo. Non si preoccupi del consenso, perché nei confronti di queste categorie corporative c'è un giudizio negativo. Tutti i modernizzatori cercano addirittura delle battaglie simboliche per dimostrare la propria forza», fa notare Polito.

Vedremo, ma è certo che Veltroni in questo braccio di ferro si gioca un'importante fetta di credibilità riformista. Chi se l'è ormai giocata, quella credibilità, sono An e Udc. Com'era prevedibile, infatti, a schierarsi con i tassisti sono An, La Destra e Udc. «Diciamo no alle nuove 500 licenze proposte da Veltroni e chiediamo di convocare subito, anche oggi, un consiglio comunale straordinario», si affrettava a dichiarare ieri il consigliere dell'Udc, Gasperini. Qualche crepa in An, con Urso (Farefuturo) più cauto: in linea di principio è giusto liberalizzare; e Alemanno a spada tratta coi tassisti, come Storace e Buontempo.

Intanto, Daniele Capezzone rilancia la proposta di legge elaborata e presentata insieme all'Istituto Bruno Leoni oltre un anno fa. Si tratta, ha spiegato, di «regalare (sottolineo: regalare) ad ogni tassista proprietario di licenza un'altra licenza, che poi potrà usare, far usare o vendere (l'unica cosa che non potrà fare sarà tenerla in un cassetto). In questo modo, si ottiene una doppia soddisfazione: degli utenti (che vedranno clamorosamente aumentare il numero delle auto a disposizione) e dei tassisti (che avranno una doppia "buonuscita")».

Friday, November 23, 2007

All'improvviso rimasero in pochi a volere il dialogo

Improvvisamente l'unico a voler dialogare con Berlusconi sembra rimasto Veltroni. Lo "scandalo" Rai-Mediaset (che non cambia di un millimetro ciò che andrebbe fatto: privatizzare), confezionato da Palazzo Chigi e la Repubblica, ha offerto a tutti coloro che temono che quel dialogo possa produrre davvero qualche esito un'arma potente da impugnare per minacciare lo stesso Veltroni: il sospetto di "intelligenza" col nemico a sinistra è ancora punito severamente.

L'idea del dialogo piaceva finché Berlusconi appariva chiuso nel suo bunker a studiare "spallate". Tutti a blaterare di quanto fosse civile, proprio di una democrazia matura, discutere con l'avversario le regole del gioco, soprattutto quando il sistema si dimostra così bloccato. Veltroni adesso è solo, e lui stesso non può che allontanare da sé ogni accusa di inciucio. In molti nel centrosinistra hanno paura del dialogo Berlusconi-Veltroni. Il risultato che potrebbe uscirne - cioè una competizione basata sui due partiti maggiori - rischia di produrre un massacro di piccoli-medi partiti, che vedrebbero ridotta di molto la propria forza contrattuale, o di ricatto, e di contribuire alla veltronizzazione del Pd, cosa che i dalemiani, i prodiani, i popolari della Margherita sono impegnati a scongiurare.

Sul lato destro, Fini furioso va soprattutto contro se stesso: se pensa di vendicarsi del Cav. sulle sue tv, o puntellando il Governo Prodi, non farà una bella figura con i suoi elettori. Il leader di An sa che rinchiudersi a destra con il suo 10% - se gli va bene - significherebbe l'irrilevanza, eppure non gli riescono che reazioni scomposte, fin troppo rivelatrici del fatto che Berlusconi deve aver colpito nel segno.

Oggi Fini firma con Casini un comunicato in cui i due sottolineano l'urgenza di «elaborare progetti che nulla hanno a che fare con l'improvvisazione propagandistica né con estemporanee sortite populistiche». Pronta la risposta del Cav.: «Se continuano così a noi va benissimo: noi ci teniamo gli elettori loro si tengono il progetto...»; e la controreplica di Casini: «Quando Berlusconi arriva al 101% ci avverta...».

Ora, se da parte di Berlusconi non sono venuti grandi progetti, nuove idee e proposte, ma ha per mesi rincorso una rivincita personale, è anche vero che dalle loro parti di politica in questi anni non se n'è vista molta, e quella poca che si è vista non ci è sembrata affatto liberale: sia per il ruolo che hanno avuto nella compagine governativa, di difesa del pubblico impiego e delle professioni, quindi di freno sulle riforme liberali, su tasse, pensioni e spesa pubblica; sia per quanto riguarda ipotesi di partito unitario.

Se Berlusconi ha pensato solo ad assestare a Prodi la "spallata" decisiva, mettendo da parte la politica, Fini e Casini hanno pensato innanzitutto a dare "spallate" a Berlusconi. Peccato che in queste "spallate" non ci fosse molta politica, che non avessero i consensi e le proposte politiche per contendergli la leadership in campo aperto.

Berlusconi di errori ne ha fatti tanti, a cominciare dall'essersi concentrato troppo sui suoi interessi, ma forse quello più clamoroso è di aver creato dal nulla due pseudo-leader: Fini, sdoganandolo dal suo passato missino, anche se poi è rimasto sempre in mezzo al guado; Casini, un ex democristiano cui ha regalato seggi e leggi elettorali ad hoc. L'alleanza con Berlusconi ha fatto da "traino" ad An e Udc, verso quote elettorali che fino ad allora potevano solo sognare. E per tenere in piedi la coalizione ha accettato compromessi che hanno contribuito - complici scelte sbagliate compiute in piena autonomia - prima a sbiadire, poi a cancellare, l'iniziale vocazione liberale di Forza Italia. Tanto pieno di politica hanno creato i due da non riuscire a contendere seriamente la leadership di Berlusconi, né a esserne credibili successori, limitandosi invece a logorarlo ai fianchi.

Molti elettori, dovendo scegliere tra Berlusconi, Fini e Casini all'interno di una stessa coalizione, hanno finora scelto gli ultimi due quando hanno inteso rimarcare una posizione critica nei confronti del leader. Ma se si trattasse di scegliere non più all'interno di uno stesso progetto politico, ciascuno per ciò che è e che ha fatto, per l'identità del partito che ha alle spalle, allora penso che fra i tre la scelta ricadrebbe su Berlusconi.

Berlusconi porta con sé una responsabilità enorme: quella di aver sciupato parecchie occasioni per riformare questo sfortunato Paese in senso liberale. «Chi di noi ha la possibilità e l'età per farlo deve pensare al Paese, chi ha 20 anni di più può pensare a se stesso», ha ironizzato oggi Veltroni a 8 e mezzo. Ma la battuta di Veltroni potrebbe essere rivoltata: forse non sarà il caso di Berlusconi, ma alle volte chi ha quei 20 anni di più e ha avuto tutto, ma proprio tutto, dalla vita, può soffermarsi a pensare al Paese, mentre i cinquantenni che non hanno più tutta la vita davanti pensano a se stessi.

Comunque oggi anch'io, che pure sapete bene quanta poca fiducia riponga nell'uno e nell'altro, "tifo" per loro: perché compiano le uniche scelte in grado di dare un senso a due partiti a vocazione maggioritaria.

Nel vicolo cieco del proporzionale

Il bipolarismo «non si uccide», ci tranquillizzava giorni fa Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera: il «bipolarismo è fisiologico in tutte le democrazie "normali" e non dipende, come sostiene la vulgata, dal sistema elettorale. Quasi tutti i Paesi europei sono, contemporaneamente, proporzionalisti e bipolari. Il che dimostra che non occorre un sistema maggioritario per creare e tantomeno per salvare una struttura di voto bipolare».

D'accordo, professore, conosciamo la "storia": il bipolarismo c'è sempre stato, era la conventio ad excludendum nei confronti del Partito comunista filo-sovietico che creava «l'anomalia» solo italiana di un sistema politico senza alternanza al governo. Dunque, siccome il Pci non c'è più e ora anche il maggior partito di sinistra - il Pd - è legittimato a governare il paese, il nostro bipolarismo dovrebbe essere compiuto e produrre anche l'alternanza al governo.

Fin qui ci siamo: bipolarismo e alternanza sono salvi. Ma siamo sicuri però, con il ritorno a un proporzionale puro o con il modello tedesco, di non tornare all'instabilità dei governi della Prima Repubblica? «Non è detto che ci si debba rassegnare», ci rassicura anche Giuliano Ferrara. «Siamo abituati a pensare bipolarismo, maggioritario e alternanza come tre concetti interconnessi, interdipendenti», ma è il venire meno del «bipolarismo imperfetto», con la fine della Guerra Fredda, a rendere compatibili bipolarismo e proporzionale.

La domanda di Ferrara è: senza alleanze, indicazioni del premier e premi di maggioranza, sarà ancora possibile decidere con il voto chi va al governo, «oppure la parola torna solo e soltanto al gioco dei partiti in Parlamento?». Ferrara risponde di «sì», ma aggiungendo «un cautelativo e diffidente forse».

Che i due partiti maggiori siano «entrambi abilitati a governare» è importante e le forti leadership - di Veltroni e Berlusconi - aiutano. A noi sognatori della riforma anglosassone piace sceglierci sia il Parlamento sia il governo. Non solo per gusto, ma perché funziona. Entrambi eletti direttamente dall'elettorato, ciascuno forte di una legittimità che né i partiti, né le corporazioni possono scalfire. Arrivano alla fine naturale del loro mandato e, soprattutto, decidono.

Viceversa, con una legge proporzionale, sia pure con sbarramento, i due partiti maggiori potranno ottenere il 30/35% dei voti ma essere costretti a formare governi di coalizione: abbiamo fatto tutto questo casino sul bipolarismo malato, e l'unica differenza è che gli alleati rissosi si imbarcano dopo, anziché prima? Sai che bella "coesione" che ne uscirebbe? Un vicolo cieco.

A nostro avviso vede giusto Tabacci: con un sistema proporzionale, e sbarramento fissato al 5%, ci sarebbe spazio per 6/7 partiti. I due maggiori, Lega, An, "cosa rossa" e anche "cosa bianca". E non ricatterebbero certo meno di quelli di oggi.

Del progetto "grande centro" aveva parlato giorni fa Claudio Tito, su la Repubblica, definendolo «il partito di Montezemolo», con Casini, Tabacci, Pezzotta e Mastella. Forse anche Mario Monti, anche se ci credo poco. Sembra un'ipotesi non del tutto infondata, se ne continua a parlare. A nostro avviso, per superare uno sbarramento del 5%, non essendo "trainato" dalla propria appartenenza alla CdL berlusconiana, l'Udc avrebbe bisogno di una nuova personalità che lo lanciasse verso il 7-8%. Se "cado" in politica, "cado" al centro, ha detto scherzando Montezemolo.
Un partito che per stessa ammissione di Tabacci deciderebbe solo dopo il voto, di volta in volta, con chi stare, riuscendo in un modo o nell'altro a restare sempre al governo, accumulando poteri e consensi, influenzando - forse anche ricattando - senza assumersi responsabilità, logorando, quindi, i due partiti più grossi, nell'attesa di occupare il vuoto che prima poi Berlusconi lascerà e... addio alternanza.

Oscar Giannino, su Libero, ha definito un'illusione il piano di Tabacci, non ci sarà spazio politico. Ma si fonda unicamente sulla convinzione che in fondo, sotto-sotto, Berlusconi punti alla legge che uscirebbe dal referendum o ad una con premio di maggioranza. Vorrei tanto che fosse così, che Berlusconi e Veltroni puntassero al referendum pur non potendo affermarlo.

Ma non ne sarei così sicuro. Invece, temo purtroppo che Berlusconi punti a elezioni, con qualsiasi legge, ed è comprensibile dal suo punto di vista, ma non nell'interesse del Paese. Ecco perché può esserci lo spazio per il "grande centro" sognato da Tabacci.

Tra pochi giorni sapremo se Berlusconi è davvero disposto al dialogo o ha tentato un diversivo per far dimenticare la mancata "spallata". In ogni caso, ciò che mi pare irreversibile è la decisione di mollare gli alleati - a meno di imprevedibili ripensamenti di costoro - e correre da solo, saltando l'intermediazione dei partiti e di qualsiasi ceto politico per stabilire un contatto diretto con tutto il "popolo" di centrodestra.

Diciamola tutta. La svolta di Berlusconi ha in sé tutte le potenzialità per produrre una reale novità politica. An e Udc in fondo sono i due partiti del centrodestra più legati agli interessi corporativi del pubblico impiego e del mondo delle professioni, quelli che più hanno frenato Berlusconi, quando era al governo, sulle riforme liberali, su tasse, pensioni e spesa pubblica.

E' logico che data la sua vocazione maggioritaria il PdL non potrà essere un grande partito liberale come avrebbe potuto essere Forza Italia. Tuttavia, con il proporzionale sarebbe altrettanto logico, dovendo offrire qualcosa in più dei due partiti vicini (uno post-fascista, dall'identità sempre più definita in senso conservatore, e uno moderato di ex-democristiani), che si connotasse per un approccio riformatore e politiche liberali. E però, nutriamo molti dubbi su Berlusconi: perché dovrebbe fare ora ciò che non ha saputo/voluto fare in 13 anni?

Tuesday, November 20, 2007

Pd e PdL. Il grande gioco sulla legge elettorale

A questo punto è chiaro che sia Veltroni, rivendicando per il Pd una «vocazione maggioritaria», sia Berlusconi, sancendo la chiusura della CdL e dando il benservito agli alleati con la nascita del nuovo Partito della libertà, o del Popolo della libertà, mirino a presentarsi alle prossime elezioni "con chi ci sta" o, se necessario, da soli, l'uno senza la sinistra comunista e massimalista, l'altro senza gli alleati infidi e rissosi. Il problema è: con quale legge elettorale?

La rottura con la logica delle «coalizioni di guerra», come le definisce oggi Ostellino, porta i due partiti maggiori a misurare la compatibilità dei propri interessi nel dialogo sulla legge elettorale.

Dialogo difficile, per la comprensibile diffidenza reciproca. «Dobbiamo procedere con grande cautela, non possiamo rompere con alcuni dei nostri alleati che non vogliono questo sistema elettorale per poi scoprire che tutto ciò è servito a Berlusconi solo per riportare a casa Fini... se vediamo che Berlusconi chiede una data certa per le elezioni anticipate, se dice che bisogna andare alle urne subito dopo la riforma, noi lasciamo perdere perché dobbiamo innanzitutto tenere in piedi una maggioranza e un governo». Questi i dubbi attribuiti a Veltroni dal Corriere, mentre è ovvio che Berlusconi voglia assicurarsi che il dialogo non sia strumentale alla sopravvivenza di Prodi e al consolidamento del Pd e delle "armate" veltroniane.

Puntando a presentarsi da soli, Veltroni e Berlusconi scommettono sul fatto che gli elettori sapranno individuare nei due nuovi partiti - Pd e PdL - le forze politiche su cui concentrare i consensi, riducendo così al minimo il potere di veto e di ricatto dei partiti medio-piccoli, che hanno costretto gli ultimi governi all'immobilismo a fronte della necessità di riforme di cui il paese ha urgente bisogno. Ma presentarsi al voto senza alleati, con due leadership forti, indiscutibili presso le rispettive basi elettorali, basterà per produrre questo effetto? E' davvero indifferente, rispetto allo scopo che ci si prefigge, il sistema elettorale con il quale si voterà?

Antonio Polito, oggi su Il Foglio, descrive così le aspettative di semplificazione possibili con il modello tedesco:
«Una Forza Italia che si trasforma in Partito del popolo vale già più voti di una Forza Italia che si ripresenta agli elettori come faticoso compromesso con An, Udc e Lega. Così come un Pd che va da solo davanti agli elettori è più credibile di un Ulivo che dichiara di voler cambiare l'Italia, ma poi aggiunge che dipende da Rifondazione se avrà il permesso di farlo. In un sistema in cui l'unico voto utile è quello che va ai due partiti maggiori, le frange prendono meno voti con qualsiasi sistema elettorale».

Sicuramente il Partito del Popolo e il Partito democratico avrebbero maggiore credibilità ed eserciterebbero una maggiore forza aggregativa presentandosi da soli, con i loro programmi e i loro leader, piuttosto che imprigionati in alleanze che si sono già dimostrate fallimentari.

Il fattore determinante, però, è che gli elettori percepiscano che «l'unico voto utile è quello che va ai due partiti maggiori». Altrimenti, «le frange» non prenderebbero meno voti. Dunque, la nostra domanda è: quale sistema elettorale aiuta gli elettori ad afferrare questa percezione?

I sistemi che favoriscono un assetto sostanzialmente bipartitico sono quelli che inducono gli elettori a sforzarsi di votare, pur turandosi il naso, il partito del proprio schieramento che abbia maggiori possibilità di battere il primo partito dello schieramento opposto. Sono i sistemi uninominali, a turno unico o doppio, il proporzionale adottato in Spagna, ma anche la legge elettorale che uscirebbe dal referendum.

Assegnando infatti il premio di maggioranza al partito, non alla coalizione, di maggioranza relativa, al sfida si ridurrebbe di fatto tra Pd e PdL, e nessun altro partito potrebbe giocare un ruolo determinante per la formazione e la durata del governo.

Tuttavia, bisogna anche essere consapevoli del fatto che dichiarare oggi di volere, o di preferire, la legge elettorale che uscirebbe dal referendum, significherebbe di fatto affossarla. Se davvero quello fosse l'esito preferito, in questi mesi Berlusconi e Veltroni dovrebbero far finta di perseguire altro. Soprattutto Berlusconi: già accusato di populismo, se solo accennasse al referendum, avremmo la certezza che la Corte costituzionale boccerà il quesito. E non è detto che non lo bocci comunque.

Detto questo, temo che Berlusconi sia indifferente al sistema elettorale, basta che si voti. Temo che per lui conti solo la rivincita personale. E una nuova legge elettorale, qualunque essa sia, potrebbe assestare la "spallata" definitiva al Governo Prodi e portare dritti alle urne.

Se le prese di posizione a favore di una legge elettorale proporzionale «pura», seppure con uno sbarramento (che in ogni caso non sarà maggiore del 5%), o del modello tedesco, da parte di Berlusconi e Veltroni, non fossero opere di dissimulazione, allora ci sarebbe di che preoccuparsi.

Il proporzionale, infatti, è il sistema che per eccellenza lascia all'elettore totale libertà di optare per il partito che sente a lui più vicino, che lo induce a pensare che quello che va ai due partiti maggiori non sia affatto «l'unico voto utile».

Probabilmente le dimensioni di partenza del Pd e del PdL, e le loro forti leadership, permetterebbero ai due partiti di aumentare la propria forza elettorale. Ma una volta che ottenessero - nella migliore delle ipotesi - il 35%, sarebbero comunque costretti a formare governi di coalizione, cioè a scegliersi gli alleati di governo non prima, ma dopo le elezioni, sulla base di un programma da rinegoziare con essi. E si ritroverebbero di fronte i soliti soggetti (Lega, An, "Cosa bianca", "Cosa rossa") ancora più affamati di visibilità. Scusate, ma in uno scenario simile, pur semplificato, non riesco a intravedere nient'altro che un ritorno alla Prima Repubblica, alla partitocrazia degli anni '80, alle sue scene di estenuanti consultazioni e a quei governi che a stento stavano in piedi per più di un anno.

E' anche vero che con un proporzionale senza vincoli di alleanze potremmo finalmente verificare la reale forza elettorale di partiti come An e Udc, che anni fa partirono da percentuali inferiori al 5%. In altre parole: erano An e Udc a "trainare" la CdL oltre il 50%; oppure era la CdL, e il saldo legame con Berlusconi, a "trainare" i due partiti?

La sensazione è che le loro cifre elettorali siano "drogate", "gonfiate" dal fare parte di una coalizione di governo più ampia e che non saprebbero mantenerle facendo appello semplicemente alla loro specifica identità. E quindi, che Berlusconi in questi anni abbia salvato dalla marginalità questi partiti e ne abbia coltivato le ambizioni ben oltre le loro capacità e potenzialità politiche, ricevendone in cambio un'azione di logoramento ai fianchi.

Ciò non toglie che con un sistema proporzionale, a un PdL di Berlusconi che anche riuscisse a sfondare quota 35%, servirebbe sempre il misero 8% di Fini per formare un governo di coalizione.

Per il Partito democratico i rischi del proporzionale sarebbero maggiori. Perché alla prima sterzata riformista, e alla seconda a sinistra, rischierebbe di perdere nel primo caso pezzi di elettorato attratti sul lato sinistro, nel secondo pezzi attratti sul lato centrista.

Per tutte queste considerazioni continuo a ritenere che le operazioni Pd e PdL abbiano senso solo nell'ottica di un sistema elettorale uninominale, o per lo meno di un proporzionale capace di produrre effetti maggioritari, come quello che uscirebbe dal referendum.

Friday, August 03, 2007

Risvegliare segmenti di innovatori

Un battibecco tra i colonnelli di An, voci su un suo imminente ingresso nel partito di Fini, un arrivederci, quello di Castaldi (seppure non un addio). Tutto questo ha suscitato l'intervista di Daniele Capezzone alla rivista on line Confronto.it.

Che l'intervista preluda a un ingresso di Capezzone in An è lettura ridicola, da menti sempliciotte. Né si tratta di investire tempo, energie e speranze in An, di ri-tentare, ri-sperare ancora nella sua trasformazione in senso liberale. An, come tutto il centrodestra oggi, è un contenitore dal profilo molto nebuloso, dalla direzione incerta e contraddittoria, forse (c'è da sperarlo) in via di destrutturazione, dove però le pulsioni conservatrici e illiberali in tutti gli ambiti prevalgono, come in molti altri partiti, sui segmenti, minoritari, più aperti e innovatori.

L'idea alla base di Decidere.net, il network lanciato da Capezzone insieme ad altri promotori, è quella dell'offerta pubblica di acquisto dei 13 punti individuati come priorità del nostro Paese sulle quali far decidere la politica: tramite una "gara" il più possibile aperta - tanto più favorevoli le condizioni quanto le due coalizioni saranno destrutturate - e non una trattativa privata con un compratore prescelto. Nulla nell'intervista a Confronto.it lascia presumere che Capezzone abbia abbandonato questo metodo, né tanto meno l'improvviso precipitare di una qualsivoglia scelta di campo.

Il suo comunicato successivo alle reazioni suscitate è ancora più esplicito.

«Confermo il mio apprezzamento per numerose scelte, in particolare di Gianfranco Fini: per fare due esempi, sul referendum e in politica estera. Sono, nello stesso tempo, note molte altre differenze, che certamente esistono: ed è ragionevole che oggi esponenti autorevoli di An compiano osservazioni e distinguo». Constatando «con piacere» di aver suscitato una certa attenzione, Capezzone aggiunge ovviamente che «ogni conclusione è prematura», ribadendo il metodo...
«Decidere.net sceglierà sulla base dei 13 punti. Anzi, vorremmo che fossero altri a scegliere, insieme a noi, molti di quegli obiettivi. Ora, è il momento di un dialogo serrato con tutte le forze di innovazione. E sono certo che questo dibattito possa giovare a tutti quelli che credono, in qualunque schieramento o partito si trovino, in un percorso di modernizzazione».
... e chiarendo il percorso dei prossimi mesi:
«Con il network Decidere.net ho isolato, insieme ai tanti promotori dell'iniziativa (di storia, cultura, esperienze assai diverse tra loro), 13 punti che a mio avviso rappresentano altrettanti questioni cruciali. Cercherò, nelle prossime settimane e mesi, di lavorare su quegli snodi, costruendo una rete in giro per l'Italia (e, in sole tre settimane, è partita una mobilitazione assai incoraggiante). A settembre, dopo alcune presentazioni regione per regione, ci saranno due eventi nazionali: il 22 a Roma, sulle pensioni (in particolare, nell'interesse delle giovani generazioni, che pagheranno cara la controriforma previdenziale voluta dalla sinistra comunista e dal sindacato), e il 29 a Milano sulle tasse, per riproporre il nostro primo punto: il taglio netto della pressione fiscale, e il passaggio, in cinque anni, ad una tassa piatta del 20. Su questa base ringrazio tutti coloro (ripeto: oggi, in particolare, i dirigenti di An) che stanno manifestando attenzione. E' ora di dialogare sui contenuti, togliendo spazio a chi, nella politica italiana, punta solo, in modo statico, sulle appartenenze».
Piuttosto, un effetto distorto di quell'intervista va riscontrato nel fatto che il dibattito che ne è scaturito si sia concentrato troppo sul futuro politico personale del deputato Capezzone. Il rischio è che i tentativi di Capezzone e dei promotori di Decidere.net di vedere se, dove e quando si aprono spiragli di attenzione, se e quali segmenti delle forze politiche dimostrano interesse per le priorità indicate e possono essere "risvegliati", appaiano e siano riportati dai media nella chiave interpretativa della sistemazione personale di Capezzone dopo l'allontanamento dai radicali, un po' come fu per Della Vedova.

Quel «mi sento in grande sintonia con», nell'intervista, ha senz'altro contribuito a spostare l'attenzione dai contenuti sui quali lo stesso Capezzone ha ripetuto di voler cercare convergenze alla suggestiva eventualità che l'ex segretario radicale possa entrare in An. E d'altra parte, se Decidere.net non è un partito, deve però sapersi distinguere in modo netto da un qualsiasi appello internettiano con autorevoli firmatari che sostengono il giovane politico di turno.

L'attenzione e la calorosa accoglienza che Capezzone sta ricevendo presso il centrodestra, in particolare da pezzi di An, potrebbe essere dovuta in gran parte al suo atteggiamento fortemente critico nei confronti del Governo Prodi, molto più che alle proposte politiche del suo network. Ma sono certo che Capezzone saprà fare questa tara.

Dall'intervista però emerge con chiarezza l'orizzonte politico-culturale in cui Capezzone intende muoversi. E non è una novità.

«Io sono un laico un liberale e da questo punto di vista non farò l'atto d'ipocrisia di dire che la penso diversamente da come invece la penso. Sono convinto che un grande tema oggi, valido per l'economia come per le questioni di coscienza, sia l'allargamento della sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera della decisione pubblica e collettiva. Noi usciamo da un secolo in cui le decisioni sono sempre state affidate ad un'entità diversa: lo Stato, il partito, il sindacato, la famiglia. Io vorrei invece che più decisioni fossero affidate al singolo, sia per ciò che riguarda il suo portafoglio sia per le sue scelte di coscienza. Da questo punto di vista, molto spesso io quando mi viene presentata una proposta mi chiedo se essa allarghi o restringa la sfera della decisione individuale. Per me è questo uno spartiacque concreto per la politica dei nuovi anni».

E' quello, appunto, del liberale che non si sente a prescindere né di destra, né di sinistra, né di centro. Che avverte come obsoleto, anacronistico, lo spartiacque ideologico tra destra e sinistra, ormai incapace di descrivere le demarcazioni ideali e programmatiche della «politica dei nuovi anni». Riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, rispondere alle esigenze dei ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi "utili", benessere e dinamismo, sono due delle lezioni più importanti del blairismo fatte proprie da Decidere.net.

Nell'intervista Capezzone spiega di sognare un centrodestra più simile al Partito repubblicano americano di Rudolph Giuliani, oppure ai Tories di Cameron in Inghilterra, a Sarkozy in Francia e ad Aznar in Spagna. Di tutta evidenza il centrodestra italiano - come il nascente Partito democratico rispetto ad altri punti di riferimento (il Pd americano, il New Labour inglese o il Psoe di Zapatero) - è ancora lontano da quegli standard.

Certo, non si può non riconoscere che in questi anni Gianfranco Fini ha intrapreso un «cammino, faticoso e costoso», che però non lo ha ancora portato ad essere figura leader di una nuova destra, moderna e liberale, né il suo partito ha dimostrato di saperlo, e volerlo, seguire.

Per questo, è importante che il centrodestra «non rimanga uguale a se stesso».
«Se il centrosinistra è in difficoltà, il centrodestra non deve cullarsi su quelle difficoltà e pensare di potersi ripresentare del tutto uguale a se stesso. E' importante, invece, un cambiamento, come dice bene Alleanza nazionale ma anche molti in Forza Italia. Occorre non ripresentarsi con le foto ingiallite di cinque o dieci anni fa».
E all'intervistatore, che gli chiede se darebbe il suo appoggio a Fini candidato sindaco di Roma, Capezzone risponde: «Lo vedremo, ma ad oggi la cosa importante è la convergenza politica su alcuni contenuti. Se vi sarà quella io sarò entusiasta di poter lavorare insieme, ripeto, con chi condividerà quegli obiettivi concreti. Io vedo oggi tanta possibilità di cammino comune con An... Chi vivrà vedrà. Vedremo se e quale sarà il seguito ma io sono fiducioso: fare un buon cammino insieme partendo dalle cose concrete».

Destrutturare le coalizioni, risvegliare segmenti di innovatori che ne sono imprigionati.