Ecco perché la proprietà della compagnia di bandierina doveva rimanere italiana. Per garantire ai politici, soprattutto di regioni ed enti locali, di continuare a influenzarne le scelte in funzione delle loro clientele. Così ecco l'ultimo, inutile, braccio di ferro tra Formigoni e Alemanno, tutto in casa PdL. «Malpensa sarà l'aeroporto di riferimento e privilegiato per Cai», annuncia tronfio il governatore della Lombardia. «Ipotesi inaccettabile e infondata», la replica di Alemanno, a cui invece consiglierei di rispondere alla romana: "Ma che ce frega, ma che ce 'mporta".
La Nuova Alitalia sarà per forza di cose una compagnia molto più piccola della vecchia Alitalia e che Fiumicino resti deserto è un'ipotesi che può far solo sorridere chiunque sia dotato di un minimo di buon senso. Se non ci sarà Cai, le compagnie di tutto il mondo faranno a pugni per esserci. Stiamo parlando del principale scalo di Roma, con una posizione invidiabile, al centro dell'Italia e del Mediterraneo. Alemanno si rilassi.
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Thursday, December 11, 2008
Tuesday, November 11, 2008
Il governo ricordi Reagan nel 1981
Ciò che sta accadendo nei principali aeroporti italiani è qualcosa di indegno in un paese civile, e il governo finora non è riuscito ad andare oltre a qualche ferma presa di posizione, dei ministri Matteoli (Trasporti) e Maroni (Interni).
Qualche decina di estremisti, senza alcuna legittimazione, né sindacale né democratica, stanno tenendo in ostaggio migliaia di viaggiatori. A nulla sembra essere servita la precettazione decisa ieri, dopo 24 ore di sciopero senza preavviso da parte di gruppi autonomi di assistenti di volo e piloti. «il governo non consentirà...» (Matteoli); «quello che è avvenuto ieri... non potrà più avvenire... perché è una violazione della legge»; si tratta di «comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare» (Maroni). Ma intanto gli aerei sono ancora a terra.
Un'inchiesta è stata aperta per interruzione di pubblico servizio e inosservanza del provvedimento di precettazione, ma il governo rimane fin troppo esitante. Le parole, sebbene dure, non bastano. Occorrono fatti concreti.
In caso di scioperi illegali nel pubblico impiego o nei serivizi pubblici, il datore di lavoro dovrebbe essere autorizzato a sostituire gli scioperanti con personale anche esterno all'azienda. E l'adesione a uno sciopero illegale, che sia oggetto di precettazione, dovrebbe divenire giusta causa di licenziamento. Per fare ciò occorre porre mano a una riforma da molti ritenuta urgente: quella dello statuto dei lavoratori.
Ricordiamo cosa accadde negli Stati Uniti nell'agosto del 1981. Circa 13 mila dei 17 mila e cinquecento membri del sindacato dei controllori di volo decisero di scioperare, violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero in quanto impiegati federali. Il presidente Reagan intimò al sindacato di revocare lo sciopero e ai controllori di ritornare al lavoro entro due giorni, pena il licenziamento. Solo 1.500 su 13 mila obbedirono e il 5 agosto Reagan comunicò alla nazione di aver appena firmato il decreto di licenziamento per coloro che non erano ritornati al lavoro, stabilendo che non potessero mai più venire assunti nei servizi federali.
Per ristabilire la normalità del traffico aereo, furono intensificati i corsi per diventare controllori di volo e i militari dell'aeronautica coprirono i buchi rimasti. Alcuni mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio 75 leader della protesta selvaggia e comminò multe per due milioni di dollari.
Fermo restando il diritto di sciopero anche nei servizi pubblici, almeno in caso di adesione a scioperi illegali già oggetto di precettazione, cioè senza preavviso e senza rispettare i termini di legge, anche in Italia dovrebbe essere previsto il licenziamento e il risarcimento dei danni materiali, sia al datore di lavoro (lo stato), sia agli utenti (i singoli cittadini).
Qualche decina di estremisti, senza alcuna legittimazione, né sindacale né democratica, stanno tenendo in ostaggio migliaia di viaggiatori. A nulla sembra essere servita la precettazione decisa ieri, dopo 24 ore di sciopero senza preavviso da parte di gruppi autonomi di assistenti di volo e piloti. «il governo non consentirà...» (Matteoli); «quello che è avvenuto ieri... non potrà più avvenire... perché è una violazione della legge»; si tratta di «comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare» (Maroni). Ma intanto gli aerei sono ancora a terra.
Un'inchiesta è stata aperta per interruzione di pubblico servizio e inosservanza del provvedimento di precettazione, ma il governo rimane fin troppo esitante. Le parole, sebbene dure, non bastano. Occorrono fatti concreti.
In caso di scioperi illegali nel pubblico impiego o nei serivizi pubblici, il datore di lavoro dovrebbe essere autorizzato a sostituire gli scioperanti con personale anche esterno all'azienda. E l'adesione a uno sciopero illegale, che sia oggetto di precettazione, dovrebbe divenire giusta causa di licenziamento. Per fare ciò occorre porre mano a una riforma da molti ritenuta urgente: quella dello statuto dei lavoratori.
Ricordiamo cosa accadde negli Stati Uniti nell'agosto del 1981. Circa 13 mila dei 17 mila e cinquecento membri del sindacato dei controllori di volo decisero di scioperare, violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero in quanto impiegati federali. Il presidente Reagan intimò al sindacato di revocare lo sciopero e ai controllori di ritornare al lavoro entro due giorni, pena il licenziamento. Solo 1.500 su 13 mila obbedirono e il 5 agosto Reagan comunicò alla nazione di aver appena firmato il decreto di licenziamento per coloro che non erano ritornati al lavoro, stabilendo che non potessero mai più venire assunti nei servizi federali.
Per ristabilire la normalità del traffico aereo, furono intensificati i corsi per diventare controllori di volo e i militari dell'aeronautica coprirono i buchi rimasti. Alcuni mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio 75 leader della protesta selvaggia e comminò multe per due milioni di dollari.
Fermo restando il diritto di sciopero anche nei servizi pubblici, almeno in caso di adesione a scioperi illegali già oggetto di precettazione, cioè senza preavviso e senza rispettare i termini di legge, anche in Italia dovrebbe essere previsto il licenziamento e il risarcimento dei danni materiali, sia al datore di lavoro (lo stato), sia agli utenti (i singoli cittadini).
Friday, September 26, 2008
Il prezzo di Walter: un posto nella foto ricordo dei salvatori
Basta osservare i fatti degli ultimi giorni sotto la lente della più elementare logica per accorgersi di quanto sia allo stesso tempo arrogante e patetico il tentativo di Veltroni di autointestarsi i meriti del salvataggio di Alitalia. Ma noi vogliamo credergli. Sì, Veltroni è stato determinante per il raggiungimento dell'accordo tra le parti. Le parti sono Cai, che ha messo i soldi; i sindacati, che hanno fornito la manodopera; il governo, che si è impegnato a ripianare i debiti e ammortizzare gli effetti negativi degli esuberi. Resta da chiedersi: e l'opposizione, che ci ha messo? La moral suasion, ci diranno.
Ma allora, a condizioni contrattuali e industriali praticamente invariate, riconoscere a Veltroni dei meriti per la conclusione positiva della trattativa significa ammettere implicitamente che fino a un momento prima non ha fatto altro che remare contro di concerto con la Cgil, per evitare che Berlusconi si prendesse in esclusiva i meriti dell'operazione. Se davvero è bastato solo il suo intervento, si vede che era lui stesso l'ostacolo. Era questo l'obiettivo politico della farsa a cui abbiamo assistito questa settimana. Prima la rottura, determinata soprattutto dalla Cgil; poi il "responsabile" Veltroni che "fa ragionare" i sindacati, pronti a firmare a un suo cenno. Sono proprio la Cgil ed Epifani che in questa partita escono con l'immagine devastata di un sindacato burattino del Pd.
Alitalia è rimasta ostaggio dell'ennesimo gioco politico, speriamo l'ultimo. Prima Berlusconi, alla vigilia delle elezioni, ha offerto una sponda al "no" dei sindacati, cui rimane comunque la responsabilità principale di aver detto no ad Air France, per ergersi a salvatore della patria. Poi, dopo le elezioni, Veltroni si è vendicato facendo di tutto per sabotare gli sforzi del governo, finché quest'ultimo infine ha dovuto accettare che in "zona Cesarini" anche Veltroni trovasse posto in pompa magna nella foto ricordo dei salvatori.
Ma allora, a condizioni contrattuali e industriali praticamente invariate, riconoscere a Veltroni dei meriti per la conclusione positiva della trattativa significa ammettere implicitamente che fino a un momento prima non ha fatto altro che remare contro di concerto con la Cgil, per evitare che Berlusconi si prendesse in esclusiva i meriti dell'operazione. Se davvero è bastato solo il suo intervento, si vede che era lui stesso l'ostacolo. Era questo l'obiettivo politico della farsa a cui abbiamo assistito questa settimana. Prima la rottura, determinata soprattutto dalla Cgil; poi il "responsabile" Veltroni che "fa ragionare" i sindacati, pronti a firmare a un suo cenno. Sono proprio la Cgil ed Epifani che in questa partita escono con l'immagine devastata di un sindacato burattino del Pd.
Alitalia è rimasta ostaggio dell'ennesimo gioco politico, speriamo l'ultimo. Prima Berlusconi, alla vigilia delle elezioni, ha offerto una sponda al "no" dei sindacati, cui rimane comunque la responsabilità principale di aver detto no ad Air France, per ergersi a salvatore della patria. Poi, dopo le elezioni, Veltroni si è vendicato facendo di tutto per sabotare gli sforzi del governo, finché quest'ultimo infine ha dovuto accettare che in "zona Cesarini" anche Veltroni trovasse posto in pompa magna nella foto ricordo dei salvatori.
Wednesday, September 24, 2008
Dopo i bluff ancora si tratta, la farsa continua
I timori erano più che fondati. Contatti, spiragli... insomma, a una settimana dalla rottura e dal ritiro dell'offerta di Cai, si tratta ancora per salvare Alitalia. Anche se non lo si dice espressamente perché entrambe le parti, Cai (che in teoria avrebbe ritirato l'offerta giovedì scorso) e i sindacati (che hanno rotto e festeggiato il ritiro), si esporrebbero a brutte figure. A sbloccare la situazione il governo, agendo su Cai, e il Pd (più D'Alema che Veltroni, la cui lettera dimostra l'assoluto zero cerebrale), lavorando ai fianchi Epifani, dopo averlo spinto a rompere per fare un dispetto a Berlusconi.
Le due parti - Cai e Cgil - hanno ripreso a parlarsi e c'è da ritenere che il passetto in avanti sia stato possibile grazie a qualche aiutino messo in campo dal governo, ancora con i soldi dei contribuenti. Qui continuiamo ad augurarci un fallimento rumoroso. Berlusconi non si rende conto che gli italiani lo premierebbero molto di più per aver dato una lezione memorabile ai sindacati e ai lavoratori privilegiati che per aver salvato con i loro soldi una compagnia che in termini di servizi rende poco o nulla alla collettività, ed è off limits per le tasche dei più.
Le due parti - Cai e Cgil - hanno ripreso a parlarsi e c'è da ritenere che il passetto in avanti sia stato possibile grazie a qualche aiutino messo in campo dal governo, ancora con i soldi dei contribuenti. Qui continuiamo ad augurarci un fallimento rumoroso. Berlusconi non si rende conto che gli italiani lo premierebbero molto di più per aver dato una lezione memorabile ai sindacati e ai lavoratori privilegiati che per aver salvato con i loro soldi una compagnia che in termini di servizi rende poco o nulla alla collettività, ed è off limits per le tasche dei più.
Sunday, September 21, 2008
Gli ultimissimatum e la "privatizzazione statale"
Pubblico il commento di un lettore, Cumino, che ringrazio.
Prima gli ultimatum per domattina, anzi no pomeriggio, anzi no dopodomani, poi gli ultimatum-ultimi, poi quelli definiti inderogabili (che è come dichiarare che gli altri, come dire, era chiaro a tutti che erano fasulli. Ottimo, suk-style lo definirei). Poi sono venuti gli ultimissimatum, e poi finalmente CAI si ritira. Era ora! Ma, alt!, un momento, non si scioglie, tiene a dire alle agenzie! E perchè no? Che ci fa con la cordata, una scalata in alta montagna? Mah! Dall'altra parte i sindacati autonomi non firmeranno assolutamente, anzi no uno o due ora son disposti a firmare (e perchè a distanza di 24 ore, che è cambiato?). I piloti "restano sulle loro posizioni" ma sono pronti a discutere. Di che, se mi è permesso? La CGIL che "appoggiava il dissenso per allargare il consenso" (fantastico, anni '70, purissimo!) manda a dire che non si possono chiudere tutte le porte (il dettaglio che le abbia chiuse lei è secondario). Rutelli riappare dalla tomba e, visti i sondaggi che danno la maggioranza degli italiani imbestialiti con piloti & Co., non gli par vero di potersi smarcare e certificare così la sua esistenza anche al di fuori dell'estetista e del circolo del tennis. Il Governo sta mediando, ci informano, ma su cosa non è dato comprendere. Azzardo che sia perché non c'è nulla da comprendere. Fantozzi doveva avviare le procedure 7 giorni fa, quando i soldi erano finiti. Forse è finito anche l'inchiostro per fare una firma sull'atto d'avvio delle medesime, sta di fatto che son sparite dai Tiggì e dai quotidiani. E non c'è una partita della Nazionale, non c'è una mamma che strangola il figlioletto, e nemmeno hanno intercettato Schifani mentre dice che le preferisce depilate. Ma non disperiamo, una cosa per distrarre noi beoti si troverà, e così infilare l'ennesimo pastrocchio. Così, dopo il "federalismo solidale" e "l'economia sociale di mercato", avremo finalmente anche "la privatizzazione statale".
Cumino
Vi segnalo anche la lettera di Pietro Ichino pubblicata oggi dal Corriere della Sera, dove un riformista blairiano spiega cosa dovrebbe fare un governo davvero thatcheriano:
Prima gli ultimatum per domattina, anzi no pomeriggio, anzi no dopodomani, poi gli ultimatum-ultimi, poi quelli definiti inderogabili (che è come dichiarare che gli altri, come dire, era chiaro a tutti che erano fasulli. Ottimo, suk-style lo definirei). Poi sono venuti gli ultimissimatum, e poi finalmente CAI si ritira. Era ora! Ma, alt!, un momento, non si scioglie, tiene a dire alle agenzie! E perchè no? Che ci fa con la cordata, una scalata in alta montagna? Mah! Dall'altra parte i sindacati autonomi non firmeranno assolutamente, anzi no uno o due ora son disposti a firmare (e perchè a distanza di 24 ore, che è cambiato?). I piloti "restano sulle loro posizioni" ma sono pronti a discutere. Di che, se mi è permesso? La CGIL che "appoggiava il dissenso per allargare il consenso" (fantastico, anni '70, purissimo!) manda a dire che non si possono chiudere tutte le porte (il dettaglio che le abbia chiuse lei è secondario). Rutelli riappare dalla tomba e, visti i sondaggi che danno la maggioranza degli italiani imbestialiti con piloti & Co., non gli par vero di potersi smarcare e certificare così la sua esistenza anche al di fuori dell'estetista e del circolo del tennis. Il Governo sta mediando, ci informano, ma su cosa non è dato comprendere. Azzardo che sia perché non c'è nulla da comprendere. Fantozzi doveva avviare le procedure 7 giorni fa, quando i soldi erano finiti. Forse è finito anche l'inchiostro per fare una firma sull'atto d'avvio delle medesime, sta di fatto che son sparite dai Tiggì e dai quotidiani. E non c'è una partita della Nazionale, non c'è una mamma che strangola il figlioletto, e nemmeno hanno intercettato Schifani mentre dice che le preferisce depilate. Ma non disperiamo, una cosa per distrarre noi beoti si troverà, e così infilare l'ennesimo pastrocchio. Così, dopo il "federalismo solidale" e "l'economia sociale di mercato", avremo finalmente anche "la privatizzazione statale".
Cumino
Vi segnalo anche la lettera di Pietro Ichino pubblicata oggi dal Corriere della Sera, dove un riformista blairiano spiega cosa dovrebbe fare un governo davvero thatcheriano:
«Quelli che hanno applaudito fanno conto sull'intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro. Qualcuno dovrà pure, prima o poi, far volare gli aerei sulle nostre rotte al posto di Alitalia; e piloti e personale di volo non si sostituiscono così facilmente. Logico? No, per nulla. Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l'offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l'offerta di Cai».Nessun ammortizzatore sociale per chi rifiuta il lavoro, avrei titolato sul mio blog, ma il Corriere opta per un meno traumatico "Illogico usare la cassa integrazione con chi rifiuta un vero negoziato". Ma Ichino si sofferma anche su questo singolare «principio non scritto che regola le relazioni industriali» in Italia, per cui «anche il sindacato più piccolo può esercitare un diritto di veto» su qualsiasi cosa, e sul tema della riforma della rappresentanza sindacale.
Friday, September 19, 2008
Fallimento! E che sia rumoroso
Non è la fine del libero mercato, ma forse è la fine di Alitalia. «Non ci sarà alcuna rinazionalizzazione», ha per fortuna detto oggi il ministro dell'Economia Tremonti intervenendo in Consiglio dei ministri. Inutile nascondersi che il "non detto" che ha fatto fallire le trattative tra la Cai e i sindacati riguarda proprio la natura statale della compagnia. I lavoratori di Alitalia vogliono continuare ad essere dipendenti pubblici e sperano che con i loro "no" i sindacati riescano a costringere i governi a mandare avanti la compagnia grazie ai soldi pubblici.
Sì, lo so, si illudono, ma sono persone che hanno perso il contatto con la realtà. E' per questo che i governi continuano a ribadire qualcosa che dovrebbe essere fuori discussione da tempo, e cioè che in ogni caso Alitalia non sarà più di proprietà dello Stato.
A questo punto, se per salvare Alitalia non sono più disponibili soluzioni di mercato (quella della Cai non lo era), meglio un fallimento. E che sia rumoroso, cioè senza privilegi di sorta per i lavoratori di Alitalia rispetto a tutti gli altri lavoratori. Che anche in Italia una grande azienda di stato possa fallire avrebbe un grande valore pedagogico per tutti, soprattutto per i sindacati.
E' proprio vero, come si legge oggi su il Riformista, che «se alla fine Alitalia fallirà, sarà stato un fallimento di Berlusconi, per quante attenuanti possa vantare»? A mio modo di vedere, da quello che sento in giro, sarebbe di gran lunga più impopolare per il governo accollarsi 1 miliardo e mezzo di debito e garantire ai lavoratori in esubero l'80% dello stipendio per sette anni (!). Agli italiani non frega nulla di Alitalia e Berlusconi farebbe bene a prenderne atto: che fallisca, è l'opinione comune.
Sarebbe una sconfitta, piuttosto, se i sindacati ottenessero quello che vogliono, o se i lavoratori di Alitalia ricevessero trattamenti di favore rispetto a tutti gli altri. La questione su cui misurare il successo o l'insuccesso del governo non è il salvataggio o meno di Alitalia, come forse anche Berlusconi crede, ma è la fine degli sprechi e dei privilegi, dell'arrogante strapotere sindacal-corporativo.
La sfida adesso per il governo dovrebbe essere quella di gestire il fallimento della compagnia in modo che gli italiani non siano costretti a rimanere all'improvviso senza voli per settimane. Un black out aereo avrebbe sì ripercussioni negative sull'immagine del governo. Il rischio, infatti, come ha spiegato il presidente dell'Enac, Vito Riggio, a Mf-Milano Finanza, è che da giovedì due ottobre Alitalia non possa più volare: «Il primo requisito che deve avere una compagnia per conservare la licenza di volo è che dimostri di avere liquidità sufficiente per almeno tre mesi, in modo che possa far fronte agli impegni». E' evidente che al momento Alitalia non ha quei soldi.
Fallito il tentativo di Cai, Berlusconi dovrebbe giocare d'anticipo: fare in modo che l'Enac ritiri la licenza di volo ad Alitalia, che il commissario venda gli slot e conceda a terzi i diritti di traffico, in modo che altri vettori siano in grado di assicurare tutti i voli necessari nel nostro Paese. Come osserva giustamente Nicola Porro, «il governo adesso deve avere il coraggio di fare ciò che interessa davvero al Paese e non ai sindacati o ai dipendenti Alitalia. Rimettere in moto e in fretta il nostro trasporto aereo». Si presenta oggi una straordinaria «opportunità per rendere competitivo e sano il nostro trasporto... E il governo, arbitro, regoli. Faccia pure entrare gli stranieri, ma li metta l'un contro l'altro, affinché le tariffe siano le più competitive e la qualità sotto controllo. Berlusconi non potrà essere ricordato come il salvatore dell'Alitalia, ma come quello dei cieli italiani».
Ma se vuole davvero "vincere", il governo non dovrebbe fermarsi qui. Dovrebbe subito abolire tutti i privilegi sindacali - come i "distacchi" e le forme di co-gestione - nella pubblica amministrazione. Avrebbe la quasi interezza dell'opinione pubblica dalla sua parte.
Sì, lo so, si illudono, ma sono persone che hanno perso il contatto con la realtà. E' per questo che i governi continuano a ribadire qualcosa che dovrebbe essere fuori discussione da tempo, e cioè che in ogni caso Alitalia non sarà più di proprietà dello Stato.
A questo punto, se per salvare Alitalia non sono più disponibili soluzioni di mercato (quella della Cai non lo era), meglio un fallimento. E che sia rumoroso, cioè senza privilegi di sorta per i lavoratori di Alitalia rispetto a tutti gli altri lavoratori. Che anche in Italia una grande azienda di stato possa fallire avrebbe un grande valore pedagogico per tutti, soprattutto per i sindacati.
E' proprio vero, come si legge oggi su il Riformista, che «se alla fine Alitalia fallirà, sarà stato un fallimento di Berlusconi, per quante attenuanti possa vantare»? A mio modo di vedere, da quello che sento in giro, sarebbe di gran lunga più impopolare per il governo accollarsi 1 miliardo e mezzo di debito e garantire ai lavoratori in esubero l'80% dello stipendio per sette anni (!). Agli italiani non frega nulla di Alitalia e Berlusconi farebbe bene a prenderne atto: che fallisca, è l'opinione comune.
Sarebbe una sconfitta, piuttosto, se i sindacati ottenessero quello che vogliono, o se i lavoratori di Alitalia ricevessero trattamenti di favore rispetto a tutti gli altri. La questione su cui misurare il successo o l'insuccesso del governo non è il salvataggio o meno di Alitalia, come forse anche Berlusconi crede, ma è la fine degli sprechi e dei privilegi, dell'arrogante strapotere sindacal-corporativo.
La sfida adesso per il governo dovrebbe essere quella di gestire il fallimento della compagnia in modo che gli italiani non siano costretti a rimanere all'improvviso senza voli per settimane. Un black out aereo avrebbe sì ripercussioni negative sull'immagine del governo. Il rischio, infatti, come ha spiegato il presidente dell'Enac, Vito Riggio, a Mf-Milano Finanza, è che da giovedì due ottobre Alitalia non possa più volare: «Il primo requisito che deve avere una compagnia per conservare la licenza di volo è che dimostri di avere liquidità sufficiente per almeno tre mesi, in modo che possa far fronte agli impegni». E' evidente che al momento Alitalia non ha quei soldi.
Fallito il tentativo di Cai, Berlusconi dovrebbe giocare d'anticipo: fare in modo che l'Enac ritiri la licenza di volo ad Alitalia, che il commissario venda gli slot e conceda a terzi i diritti di traffico, in modo che altri vettori siano in grado di assicurare tutti i voli necessari nel nostro Paese. Come osserva giustamente Nicola Porro, «il governo adesso deve avere il coraggio di fare ciò che interessa davvero al Paese e non ai sindacati o ai dipendenti Alitalia. Rimettere in moto e in fretta il nostro trasporto aereo». Si presenta oggi una straordinaria «opportunità per rendere competitivo e sano il nostro trasporto... E il governo, arbitro, regoli. Faccia pure entrare gli stranieri, ma li metta l'un contro l'altro, affinché le tariffe siano le più competitive e la qualità sotto controllo. Berlusconi non potrà essere ricordato come il salvatore dell'Alitalia, ma come quello dei cieli italiani».
Ma se vuole davvero "vincere", il governo non dovrebbe fermarsi qui. Dovrebbe subito abolire tutti i privilegi sindacali - come i "distacchi" e le forme di co-gestione - nella pubblica amministrazione. Avrebbe la quasi interezza dell'opinione pubblica dalla sua parte.
Tuesday, September 16, 2008
Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi
Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita
«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.
I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».
C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.
Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.
Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.
«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.
I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».
C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.
Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.
Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.
Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.
Monday, June 30, 2008
Il governo con il guaio Alitalia, il Pd si è inguaiato da solo
Anche grazie all'ottimo lavoro dei due migliori elementi del Pd, il sindaco Chiamparino e la presidente Bresso, nel fine settimana il governo ha potuto incassare l'accordo siglato con i comuni della Val Susa interessati dalla Tav. Sbloccare questa importante opera pubblica sarebbe un risultato non scontato e non di poco conto per il governo.
Dall'altra parte si profila un primo e annunciatissimo fallimento. Invece di passare di mano la patata bollente, Berlusconi ha voluto usare la vicenda Alitalia in campagna elettorale, impegnandosi a far fallire - complici i sindacati - la trattativa con Air France. Il risultato è che di sbocchi e di partner industriali esteri nemmeno l'ombra e che il piano allo studio dell'advisor nominato dal governo, Banca Intesa, prevederebbe oltre 4 mila esuberi (il doppio di quanto prevedeva il piano di Air France respinto dai sindacati), una legge ad hoc che permetta il commissariamento della società senza comprometterne l'attività e un partner industriale fragilissimo come AirOne, che sancirebbe definitivamente il carattere regionale, se non nazionale (e monopolista nella tratta Milano-Roma) della compagnia.
Sul fronte dell'opposizione, proprio il tema che più di ogni altro avrebbe dovuto segnare il passaggio ad una «nuova stagione» di reciproco riconoscimento con l'attuale maggioranza, cioè la giustizia e i guai giudiziari che investono il premier, diventa invece il terreno del ritorno al passato di Veltroni, sancito e proclamato dalle colonne di Repubblica. Il Pd si trova costretto a inseguire Di Pietro, sciaguratamente imbarcato come alleato, e a offrire di nuovo sponde politiche alla magistratura politicizzata.
Per Veltroni la giustizia italiana non è un'anomalia che ha avvelenato il clima politico degli ultimi 15 anni, ma un'«urgenza» personale del solo Berlusconi che vuole sottrarsi ai processi. Dunque, ecco servito il ritorno al passato: l'anomalia è Berlusconi. Pretendere che l'immunità per le alte cariche dello Stato debba «scattare dalla prossima legislatura» vuol dire che non deve riguardare Berlusconi e, quindi, offrire una sponda politica a quei giudici che vogliono scalzare il premier da Palazzo Chigi per via giudiziaria.
I sondaggi danno ragione a Di Pietro (l'IdV a giugno passerebbe dal 4,4% al 7,4%), perché tra gli elettori di sinistra gli antiberlusconiani e i giustizialisti sono pur sempre quantificabili in un 10/15% dell'elettorato. Ma quella giustizialista, su cui il Pd pare si stia facendo schiacciare, rimane una linea minoritaria nel Paese, quindi dannosa per un partito che si dice a «vocazione maggioritaria». Purtroppo, ancora nessun leader del Pd ha finora voluto combattere una battaglia culturale per estirpare il giustizialismo dalla cultura politica della sinistra.
C'è ancora, nel Pd, la voce di qualche liberale, come quella di Antonio Polito, che dopo aver dato lezione di diritto pubblico comparato a Scalfari-Barbapapà, conclude così il suo editoriale di oggi:
Dall'altra parte si profila un primo e annunciatissimo fallimento. Invece di passare di mano la patata bollente, Berlusconi ha voluto usare la vicenda Alitalia in campagna elettorale, impegnandosi a far fallire - complici i sindacati - la trattativa con Air France. Il risultato è che di sbocchi e di partner industriali esteri nemmeno l'ombra e che il piano allo studio dell'advisor nominato dal governo, Banca Intesa, prevederebbe oltre 4 mila esuberi (il doppio di quanto prevedeva il piano di Air France respinto dai sindacati), una legge ad hoc che permetta il commissariamento della società senza comprometterne l'attività e un partner industriale fragilissimo come AirOne, che sancirebbe definitivamente il carattere regionale, se non nazionale (e monopolista nella tratta Milano-Roma) della compagnia.
Sul fronte dell'opposizione, proprio il tema che più di ogni altro avrebbe dovuto segnare il passaggio ad una «nuova stagione» di reciproco riconoscimento con l'attuale maggioranza, cioè la giustizia e i guai giudiziari che investono il premier, diventa invece il terreno del ritorno al passato di Veltroni, sancito e proclamato dalle colonne di Repubblica. Il Pd si trova costretto a inseguire Di Pietro, sciaguratamente imbarcato come alleato, e a offrire di nuovo sponde politiche alla magistratura politicizzata.
Per Veltroni la giustizia italiana non è un'anomalia che ha avvelenato il clima politico degli ultimi 15 anni, ma un'«urgenza» personale del solo Berlusconi che vuole sottrarsi ai processi. Dunque, ecco servito il ritorno al passato: l'anomalia è Berlusconi. Pretendere che l'immunità per le alte cariche dello Stato debba «scattare dalla prossima legislatura» vuol dire che non deve riguardare Berlusconi e, quindi, offrire una sponda politica a quei giudici che vogliono scalzare il premier da Palazzo Chigi per via giudiziaria.
I sondaggi danno ragione a Di Pietro (l'IdV a giugno passerebbe dal 4,4% al 7,4%), perché tra gli elettori di sinistra gli antiberlusconiani e i giustizialisti sono pur sempre quantificabili in un 10/15% dell'elettorato. Ma quella giustizialista, su cui il Pd pare si stia facendo schiacciare, rimane una linea minoritaria nel Paese, quindi dannosa per un partito che si dice a «vocazione maggioritaria». Purtroppo, ancora nessun leader del Pd ha finora voluto combattere una battaglia culturale per estirpare il giustizialismo dalla cultura politica della sinistra.
C'è ancora, nel Pd, la voce di qualche liberale, come quella di Antonio Polito, che dopo aver dato lezione di diritto pubblico comparato a Scalfari-Barbapapà, conclude così il suo editoriale di oggi:
«Il nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle. Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono molti altri. Primo dei quali è garantire al paese il diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete incapaci».
Tuesday, June 03, 2008
I petrolieri la faranno pagare a noi la «supertassa»
Nel suo editoriale di oggi, sul Corriere, Giavazzi promuove i primi passi del sottosegretario per il Commercio estero Adolfo Urso, che «crede nell'apertura dei mercati» e chiede solo «reciprocità» ai paesi emergenti, e la determinazione con la quale il ministro Brunetta ha avviato il dibattito sulla riforma in senso meritocratico della pubblica amministrazione. Ma il primo vero test per la politica economica del governo sarà a fine giugno, quando insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009 verrà adottato «un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Dal governo ci aspettiamo ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici locali.
Giavazzi rimanda a quel momento il giudizio su Tremonti, ma indica alcuni motivi di dissenso dalle prime mosse del ministro dell'Economia. In effetti, è discutibile l'idea di una Banca del Sud, già sperimentata per ben due volte in passato con esiti fallimentari. Non si capisce quali vantaggi abbiano portato ma si sa benissimo quanto siano costate ai contribuenti. La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l'ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero bizzarra, nasconde probabilmente il fallimento del tentativo di Ermolli (e il primo della terza era berlusconiana): non c'è nessuna cordata italiana e all'orizzonte non si vedono partner industriali esteri. Ma sul capitolo Alitalia avremo modo di tornare in seguito.
Giavazzi contesta anche la decisione di ridurre le tasse partendo dall'eliminazione dell'Ici, ma qui dissentiamo. Sarà anche stata una tassa «federalista», ma rigiriamo l'argomentazione: proprio con l'Ici dovrebbe partire la fiscalità federalista? Mai tassa fu più iniqua dell'Ici sulla prima casa. Si troveranno altri modi, magari spostando quote dell'Irpef sulle addizionali, per dar vita al federalismo fiscale e alla concorrenza fiscale tra regioni.
Per il momento, ci dobbiamo accontentare di un Tremonti versione Robin Hood, che demagogicamente si inventa una nuova tassa, addirittura una «supertassa» (ma non avevano promesso di non aggiungere tasse?) sui petrolieri. «L'idea è di ragionare sui profitti e non di applicazione dell'Iva alla pompa»: tassazione «straordinaria» su profitti «straordinari». Così Tremonti s'illude di colpire la speculazione, ma chi credete che ci rimetterà? A chi faranno pagare la nuova tassa i petrolieri? A noi. Non sarà una tassa alla pompa ma a loro basterà aumentare i profitti alzando i prezzi per ammortizzare il nuovo prelievo. Tremonti mette le mani nelle tasche degli italiani passando per quelle dei petrolieri, usandoli come esattori.
Giavazzi rimanda a quel momento il giudizio su Tremonti, ma indica alcuni motivi di dissenso dalle prime mosse del ministro dell'Economia. In effetti, è discutibile l'idea di una Banca del Sud, già sperimentata per ben due volte in passato con esiti fallimentari. Non si capisce quali vantaggi abbiano portato ma si sa benissimo quanto siano costate ai contribuenti. La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l'ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero bizzarra, nasconde probabilmente il fallimento del tentativo di Ermolli (e il primo della terza era berlusconiana): non c'è nessuna cordata italiana e all'orizzonte non si vedono partner industriali esteri. Ma sul capitolo Alitalia avremo modo di tornare in seguito.
Giavazzi contesta anche la decisione di ridurre le tasse partendo dall'eliminazione dell'Ici, ma qui dissentiamo. Sarà anche stata una tassa «federalista», ma rigiriamo l'argomentazione: proprio con l'Ici dovrebbe partire la fiscalità federalista? Mai tassa fu più iniqua dell'Ici sulla prima casa. Si troveranno altri modi, magari spostando quote dell'Irpef sulle addizionali, per dar vita al federalismo fiscale e alla concorrenza fiscale tra regioni.
Per il momento, ci dobbiamo accontentare di un Tremonti versione Robin Hood, che demagogicamente si inventa una nuova tassa, addirittura una «supertassa» (ma non avevano promesso di non aggiungere tasse?) sui petrolieri. «L'idea è di ragionare sui profitti e non di applicazione dell'Iva alla pompa»: tassazione «straordinaria» su profitti «straordinari». Così Tremonti s'illude di colpire la speculazione, ma chi credete che ci rimetterà? A chi faranno pagare la nuova tassa i petrolieri? A noi. Non sarà una tassa alla pompa ma a loro basterà aumentare i profitti alzando i prezzi per ammortizzare il nuovo prelievo. Tremonti mette le mani nelle tasche degli italiani passando per quelle dei petrolieri, usandoli come esattori.
Thursday, April 24, 2008
Era meglio Air France subito, ma mi sbagliavo: la cordata c'è
Dalla qualità del partner internazionale cui Alitalia finirà dovrà essere giudicato l'operato del Governo Berlusconi nella vicendaAl di là di quanto possa rivelarsi comprensiva la Commissione Ue, non c'è dubbio che ha ragione il Wall Street Journal: il prestito-ponte di 300 milioni concesso dal governo ad Alitalia è un aiuto di stato. I sindacati hanno fatto fuggire i francesi, trovando però in Berlusconi, che manifestava apertamente la sua contrarietà alla loro offerta, definita «irricevibile», una sponda politica importante.
Come commentava ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «una volta di più ce l'abbiamo messa tutta per far capire al mondo le difficoltà di fare affari in Italia».
«La politica è un crocevia obbligato. L'esecutivo uscente ha tutto il diritto di biasimare le "dichiarazioni irresponsabili" della ex opposizione: ma si farebbe fin troppo in fretta a ricordare i casi Autostrade-Abertis e Telecom-AT&T. Entrambe le volte Prodi era riuscito in qualcosa di più grave che non cedere un asset pubblico a un compratore sgradito: aveva reso impossibile ai loro proprietari di disporre liberamente di due realtà ormai privatizzate. L'immagine dell'Italia ne è uscita come sappiamo».Continuo a pensare che avremmo dovuto svendere, e di corsa, Alitalia ad Air France. E questo a prescindere dalle condizioni offerte dai franco-olandesi. La compagnia è di fatto in fallimento, ha un valore prossimo allo zero, e quindi tutto ciò che potevamo chiedere (e che Spinetta era disposto a concedere) era la conservazione del marchio Alitalia. Bisognava svendere ad Air France soprattutto perché sarebbe stata la soluzione migliore, più rapida, di maggior prestigio e dalle prospettive di sviluppo più promettenti per l'azienda e i lavoratori.
Nel valutare l'offerta, infatti, non bisognava soffermarsi sul prezzo d'acquisto (che comunque difficilmente verrà eguagliato dai prossimi compratori), ma sul piano industriale e sull'affidabilità dell'acquirente. Con Air France saremmo entrati nel primo gruppo aereo al mondo. Era l'unica cosa che contava davvero e ieri Franco Locatelli, sul Sole 24 Ore, l'ha spiegato bene.
I criteri da seguire erano soprattutto il modello di business e la qualità del partner industriale. Sul primo aspetto, spiegava, «nell'evoluzione della moderna industria del trasporto aereo ci sono tre soli modelli di business vincenti: quello delle compagnie low cost, quello delle grandi alleanze internazionali e quello delle compagnie regionali». Nessuna «quarta via». In Europa nessuna compagnia nazionale che punti a operare su scala internazionale riesce a fare profitti e a stare sul mercato con le sue sole gambe. Da sola una compagnia nazionale può solo buttarsi sul low cost o al massimo accontentarsi di diventare un operatore regionale.
Oggi «soltanto l'ingresso in una grande alleanza internazionale può permettere ad Alitalia il raggiungimento della massa critica necessaria» per svolgere un ruolo di primo piano nel trasporto aereo mondiale. Dunque, «l'idea che possa bastare una cordata nazionale ad assicurare un futuro di lunga durata, stabile e profittevole, per Alitalia è pura illusione». Il problema quindi non è quello di trovare imprenditori italiani volonterosi o banche amiche, ma un «partner industriale efficiente, esperto e disponibile a imbarcarsi in un'avventura ad alto rischio... Più ancora di nuovi capitali, che a breve sono certamente necessari, all'Alitalia serve una gestione manageriale finalmente libera dai troppi vincoli politici e sindacali che l'hanno sempre soffocata fino ad affossarla e che solo un'alleanza internazionale può garantire». Siccome oltre ad Air France non se ne vedono molte in giro che fanno al caso nostro, provocare il ritiro della sua offerta non è stata una mossa geniale.
Già, ma adesso? Adesso non credo che Berlusconi pensi seriamente ad Aeroflot come partner industriale: trasporta un terzo dei viaggiatori di Alitalia, possiede aerei ancora più decrepiti, il record di incidenti e di piloti ubriachi. E una privatizzazione a una compagnia statale straniera suona ridicola.
Non credevo che la fantomatica cordata italiana ci fosse davvero. Invece, devo ammettere che con ogni probabilità ci sarà. Anche se continuo a ritenere che sarebbe stato più saggio e molto più semplice svendere ai francesi, devo ammettere anche che il tentativo Ermolli-Letta sembra, dalle notizie che trapelano, più serio di quanto si pensasse. L'ipotesi che si fa strada non è quella di lasciare Alitalia a una cordata di imprenditori (Ligresti e Tronchetti Provera) e banche (Intesa-San Paolo) senza alcuna esperienza nel settore, oppure al massimo ricorrendo a una fusione con AirOne di Toto.
No, il piano è rischioso ma sembra diverso. Lo stesso Oscar Giannino, che da «liberista da anni ripete che occorreva commissariarla», fa notare che «la cordata italiana è qualcosa che nella testa del premier, come di Gianni Letta o di Bruno Ermolli... è di molto diversa da come sinistra e scettici la dipingono». Nessuno di coloro che ne farà parte è «scemo», scrive Giannino: «Sanno che il traffico aereo va gestito da esperti del settore, e in una modularità complementare a una rete e a una flotta integrata nei grandi flussi e nelle grandi alleanze internazionali».
La cordata italiana, dunque, servirà per una ricapitalizzazione (700 milioni-1 miliardo di euro tra imprenditori, banche e AirOne) che consenta alla compagnia di superare lo stato di insolvenza e operare i tagli dolorosi cui accennava Berlusconi. Solo dopo, in una seconda fase, si aprirà la porta al partner estero, dinanzi al quale Alitalia potrebbe presentarsi in condizioni migliori per trattare con pari dignità un'integrazione internazionale.
«Prima o poi una soluzione per Alitalia si troverà, ma il metro di paragone di Air France-Klm resterà», avvertiva ieri Locatelli: «La nuova offerta sarà davvero migliore di quella franco-olandese? Ma migliore per chi? Per i soli dipendenti o anche per i consumatori e per i contribuenti?». La nostra impressione è che sarà certamente inferiore o uguale dal punto di vista del prezzo di acquisto e dei tagli; e che difficilmente la qualità del partner industriale sarà paragonabile al livello di Air France: Lufthansa, British, o qualche compagnia americana (con l'apertura dei corridoi atlantici e gli accordi Open Skies) sono le uniche alternative valide. Al di fuori di queste Alitalia ha solo da rimetterci e la politica avrà fallito di nuovo. E' dal nome del partner internazionale cui verrà venduta Alitalia che potremo dare un giudizio conclusivo sull'operato del governo Berlusconi in questa vicenda.
Friday, April 18, 2008
La prima prova è la squadra di governo
Tratta con l'opposizione per una soluzione condivisa; parla con Putin per coinvolgere Aeroflot; riapre ai francesi, a patto che sia «un gruppo internazionale con pari dignità». Cos'ha in mente di fare Berlusconi per Alitalia. L'impressione è che di cordata non ce ne sia neanche mezza; che Aeroflot sia un modo per mettere del pepe alla coda di Air France. Con Putin si è parlato soprattutto di gas, della collaborazione tra Eni e Gazprom, una politica russa implementata nella più assoluta continuità dai governi Berlusconi-Prodi-Berlusconi.
Nel frattempo, rimane il nodo Formigoni-Lega (la Lega vuole il Viminale) sulla formazione del Governo. Certi giornali fremono, non gli pare vero di poter già parlare di un Berlusconi in difficoltà con la Lega. Ma non s'illudano, dureranno cinque anni e forse più. Il dissidio c'è e non è di poco conto, ma sarà difficile eguagliare l'indecoroso spettacolo cui abbiamo dovuto assistere nel 2006, quando Prodi dovette accontentare ben nove partiti componendo alla fine una pletorica squadra di oltre 100 tra ministri e sottosegretari, di cui molti incapaci e qualche impresentabile. Ma la composizione del nuovo governo sarà indicativa degli anni che ci attendono.
Riguardo le azioni che dovrebbe sviluppare, Piero Ostellino, sul Corriere di oggi, invita giornali e opinion-makers liberali ad alzare l'«asticella» delle pretese, indicando tre macro-settori di intervento liberale.
Riguardo il «conformismo culturale», nel quale rientrano la polemica sui libri di testo e il sistema educativo, Ostellino ricorda che «non spetta ai governi orientare le scelte culturali dei cittadini. Ma il governo può favorire la nascita di un mercato culturale aperto». Favorendo l'acquisizione da parte dei docenti «di una metodologia empirica della conoscenza, rispetto a quella preponderante attuale di matrice filosofico-idealistica»; riformando il sistema scolastico secondario «in modo da lasciare maggiore libertà di scelta dei programmi» a scuole, insegnanti e famiglie; «liberalizzando e privatizzando le università e mettendole in concorrenza fra loro sulle diverse modalità di insegnamento».
Un governo liberale dovrebbe poi agire contro le chiusure corporative degli ordini professionali, «abolendo il valore legale del titolo di studio» e il sistema delle «concessioni» governative, e liberalizzando «accesso ed esercizio» alle professioni.
Infine, dovrebbe delegificare e deregolamentare per contrastare «forme sempre più diffuse di "illegalità legale" e di arbitrarietà della Pubblica amministrazione», un'opera di «semplificazione legislativa in senso liberale, che riduca il numero delle leggi e regolamenti a 9-10mila in tutto». Vedremo se il prossimo governo sarà in grado di saltare l'«asticella». I nomi che ne faranno parte già ci diranno qualcosa in proposito.
Nel frattempo, rimane il nodo Formigoni-Lega (la Lega vuole il Viminale) sulla formazione del Governo. Certi giornali fremono, non gli pare vero di poter già parlare di un Berlusconi in difficoltà con la Lega. Ma non s'illudano, dureranno cinque anni e forse più. Il dissidio c'è e non è di poco conto, ma sarà difficile eguagliare l'indecoroso spettacolo cui abbiamo dovuto assistere nel 2006, quando Prodi dovette accontentare ben nove partiti componendo alla fine una pletorica squadra di oltre 100 tra ministri e sottosegretari, di cui molti incapaci e qualche impresentabile. Ma la composizione del nuovo governo sarà indicativa degli anni che ci attendono.
Riguardo le azioni che dovrebbe sviluppare, Piero Ostellino, sul Corriere di oggi, invita giornali e opinion-makers liberali ad alzare l'«asticella» delle pretese, indicando tre macro-settori di intervento liberale.
Riguardo il «conformismo culturale», nel quale rientrano la polemica sui libri di testo e il sistema educativo, Ostellino ricorda che «non spetta ai governi orientare le scelte culturali dei cittadini. Ma il governo può favorire la nascita di un mercato culturale aperto». Favorendo l'acquisizione da parte dei docenti «di una metodologia empirica della conoscenza, rispetto a quella preponderante attuale di matrice filosofico-idealistica»; riformando il sistema scolastico secondario «in modo da lasciare maggiore libertà di scelta dei programmi» a scuole, insegnanti e famiglie; «liberalizzando e privatizzando le università e mettendole in concorrenza fra loro sulle diverse modalità di insegnamento».
Un governo liberale dovrebbe poi agire contro le chiusure corporative degli ordini professionali, «abolendo il valore legale del titolo di studio» e il sistema delle «concessioni» governative, e liberalizzando «accesso ed esercizio» alle professioni.
Infine, dovrebbe delegificare e deregolamentare per contrastare «forme sempre più diffuse di "illegalità legale" e di arbitrarietà della Pubblica amministrazione», un'opera di «semplificazione legislativa in senso liberale, che riduca il numero delle leggi e regolamenti a 9-10mila in tutto». Vedremo se il prossimo governo sarà in grado di saltare l'«asticella». I nomi che ne faranno parte già ci diranno qualcosa in proposito.
Berlusconi in bilico tra Washington e Mosca
da L'OpinioneCon il ritorno al governo di Berlusconi la politica estera italiana, di cui non si è parlato affatto durante la campagna elettorale, cambierà in modo rilevante. L'Italia di Berlusconi sarà più in sintonia con gli Stati Uniti e più amica di Israele. Dopo la Germania (con Angela Merkel) e la Francia (con Sarkozy) sarà la terza grande nazione europea a tornare su posizioni più atlantiste. Berlusconi ha sempre privilegiato il rapporto con gli Usa e in Europa giocato al fianco dei migliori amici di Washington. Non c'è motivo di ritenere che non sarà così anche nei prossimi cinque anni. E' probabile, per esempio, che dica sì a un maggior impegno in Afghanistan e che sostenga con Sarkozy la candidatura di Blair alla nuova presidenza dell'Ue.
Ma quale sarà la posizione italiana sui principali dossier che dividono Nato e Russia? Berlusconi, infatti, è anche molto amico del presidente russo uscente, e futuro premier, Vladimir Putin. Lo ha sempre difeso dalle critiche europee e americane, persino sulla guerra in Cecenia e le violazioni dei diritti umani, e ripete che la Russia è ormai parte dell'Occidente. E' giunto persino a criticare apertamente le dichiarazioni di Bush sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato: «La Russia si sente circondata e rischiamo, dopo che si sono fatti tanti sforzi per farla diventare parte dell'Occidente, di rovinare tutto».
Secondo Oksana Pakhlovska, docente di studi ucraini all'Università "La Sapienza" di Roma, l'elezione di Berlusconi «non è una buona notizia» per Kiev, che non potrà contare sul sostegno di Roma per l'accesso al Membership Action Plan della Nato: è un «populista», «non ha convinzioni politiche, per lui l'Europa orientale è solo un mercato». Crediamo invece che Berlusconi si rimetterà all'opinione prevalente all'interno della Nato, limitandosi ad assumere un ruolo di mediazione.
Non solo l'amicizia con Putin, anche l'endemica dipendenza energetica dell'Italia e la necessità di attirare capitali ed esportare "made in Italy" per rivitalizzare la nostra economia suggeriscono a Berlusconi di privilegiare i rapporti con Mosca.
Putin è stato il primo leader che Berlusconi ha incontrato, ieri in Sardegna, dopo le elezioni. Per parlare di un possibile interessamento di Aeroflot ad Alitalia, dei recenti attriti tra Ue e Russia, ma anche di energia. Putin, di ritorno dalla Libia, sta da tempo rafforzando l'intesa con il regime di Gheddafi e l'Algeria per le forniture di gas all'Europa. Gazprom, che a Tripoli ha siglato un accordo di joint venture con la compagnia petrolifera libica, è interessata alla costruzione di un oleodotto sottomarino dalla Libia alla Sicilia. L'Eni, ha ricordato il numero uno Aleksei Miller, è coinvolta nello sviluppo di grandi giacimenti di petrolio e di gas in Libia. «Visti i rapporti tra Gazprom ed Eni per lo scambio di asset, ci aspettiamo che anche noi potremo far parte di questi progetti». «Abbiamo buone possibilità di collaborare in progetti comuni», ha confermato lo stesso Berlusconi ricevendo Putin ad Olbia.
L'Eni sta cooperando con Gazprom ad un gasdotto sul Mar Nero, alternativo a quello europeo del Progetto Nabucco, ideato per rompere la dipendenza energetica dell'Ue dalla Russia. L'amicizia tra Berlusconi e Putin potrebbe ostacolare gli sforzi Ue per una comune politica energetica. Se è innegabile il feeling tra i due, non si deve però dimenticare che il Governo Prodi si è mosso in assoluta continuità con il precedente Governo Berlusconi per quanto riguarda i rapporti con Mosca: di «partnership strategica», sul piano politico, economico, ed energetico, parlò D'Alema al vertice di Bari nel marzo 2007.
Wednesday, April 16, 2008
Già i primi dissidi?
Note positive e note negative dalla prima conferenza stampa dei quattro leader della coalizione vincitrice. Innanzitutto, possiamo star certi che quando Berlusconi parla di «momenti difficili» non si riferisce a nuove tasse. Ed è già qualcosa. Ma, pare, a «un forte rinnovamento per fare le riforme necessarie che avranno anche contenuti di impopolarità».
E' stato fatto il nome di Giulia Bongiorno per il Ministero della Giustizia ed è un altro segnale positivo.
Negativo, invece, che il premier in pectore abbia frenato sui nomi della squadra di governo nascondendosi dietro il ruolo del presidente della Repubblica, da non scavalcare: «Ricordo a tutti che è il capo dello Stato a nominarli su proposta del presidente del Consiglio e io non lo sono ancora».
Segno che nonostante si definiscano «distesi» i rapporti e si assicuri che non c'è «alcuna difficoltà nella composizione della squadra» di governo, questa in realtà è ancora in alto mare e qualche intoppo sembrerebbe esserci. Sensazione confermata dalle parole di Bossi all'uscita dall'incontro: «Non si è combinato niente. Finché non si fanno i nomi, prima di fare l'elenco completo passano secoli».
Altro segnale negativo su Alitalia. Da una parte Berlusconi evoca «un'altra possibilità, che è quella di tornare alla primitiva soluzione e cioè la formazione di un grande gruppo internazionale con pari dignità delle tre compagnie aeree», riferendosi ad Alitalia, Air France e Klm. Ma dall'altra sembrerebbe tornare in campo la soluzione russa, avvalorata dall'imminente incontro di Berlusconi con l'"amico" Putin. «Con nuove basi di gara, con la possibilità di una partecipazione di Aeroflot e con una proposta senza dubbio prenderemo in considerazione» la cosa, spiega, all'agenzia Apcom, Lev Koshlyakov, il numero due della compagnia di bandiera russa, che potrebbe addirittura inviare un suo manager in Sardegna per l'incontro Berlusconi-Putin.
Davvero meglio i russi, supponiamo con una compagnia sotto il diretto controllo dello Stato, che i franco-olandesi?
Per quanto riguarda l'accenno di Berlusconi a possibili ministri del Pd la riteniamo una boutade.
E' stato fatto il nome di Giulia Bongiorno per il Ministero della Giustizia ed è un altro segnale positivo.
Negativo, invece, che il premier in pectore abbia frenato sui nomi della squadra di governo nascondendosi dietro il ruolo del presidente della Repubblica, da non scavalcare: «Ricordo a tutti che è il capo dello Stato a nominarli su proposta del presidente del Consiglio e io non lo sono ancora».
Segno che nonostante si definiscano «distesi» i rapporti e si assicuri che non c'è «alcuna difficoltà nella composizione della squadra» di governo, questa in realtà è ancora in alto mare e qualche intoppo sembrerebbe esserci. Sensazione confermata dalle parole di Bossi all'uscita dall'incontro: «Non si è combinato niente. Finché non si fanno i nomi, prima di fare l'elenco completo passano secoli».
Altro segnale negativo su Alitalia. Da una parte Berlusconi evoca «un'altra possibilità, che è quella di tornare alla primitiva soluzione e cioè la formazione di un grande gruppo internazionale con pari dignità delle tre compagnie aeree», riferendosi ad Alitalia, Air France e Klm. Ma dall'altra sembrerebbe tornare in campo la soluzione russa, avvalorata dall'imminente incontro di Berlusconi con l'"amico" Putin. «Con nuove basi di gara, con la possibilità di una partecipazione di Aeroflot e con una proposta senza dubbio prenderemo in considerazione» la cosa, spiega, all'agenzia Apcom, Lev Koshlyakov, il numero due della compagnia di bandiera russa, che potrebbe addirittura inviare un suo manager in Sardegna per l'incontro Berlusconi-Putin.
Davvero meglio i russi, supponiamo con una compagnia sotto il diretto controllo dello Stato, che i franco-olandesi?
Per quanto riguarda l'accenno di Berlusconi a possibili ministri del Pd la riteniamo una boutade.
Tuesday, April 08, 2008
Per il Pd il vero banco di prova sarà all'opposizione
da il Riformista:
Caro direttore, quello del Riformista non è un endorsement a priori. Berlusconi avrebbe potuto riguadagnare credibilità liberale e riformatrice dopo i suoi deludenti 5 anni al governo, ma non ha minimamente voluto, come dimostrano la retromarcia dalla Thatcher a Fanfani e il caso Alitalia (a proposito, i lavoratori vogliono Air France, Epifani e Bonanni dovrebbero dimettersi). E' fisiologico che gli indecisi aumentino in un contesto sempre più bipartitico. L'anti-politica e la vicinanza temporale del 2006 contribuiranno a fermare l'affluenza intorno al 78%. Tra Udc, Pd e Sinistra, a seconda della direzione verso cui slitteranno i consensi, qualcuno otterrà un risultato molto deludente. La priorità di Veltroni è stata di evitare emorragie a sinistra, più che di recuperare Nord e moderati (la ricetta contro il precariato doveva essere quella di Ichino, non quella demagogica e pericolosa del salario minimo). Né Veltroni ha potuto liberarsi del fardello del Governo Prodi. Comprensibile, in un Paese in cui nessuno crede al potere rigenerativo della sconfitta, se fondata su una sfida politica e culturale. Ma escludendo la catastrofe, per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: verrà assorbito in faide interne e introverse per la leadership, allontanando i cittadini? Da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista? Il Riformista, in prima fila nel denunciare come il centrosinistra sprecò i suoi anni all'opposizione tra il 2001 e il 2006, svolgerà un importante ruolo di stimolo.
Caro direttore, quello del Riformista non è un endorsement a priori. Berlusconi avrebbe potuto riguadagnare credibilità liberale e riformatrice dopo i suoi deludenti 5 anni al governo, ma non ha minimamente voluto, come dimostrano la retromarcia dalla Thatcher a Fanfani e il caso Alitalia (a proposito, i lavoratori vogliono Air France, Epifani e Bonanni dovrebbero dimettersi). E' fisiologico che gli indecisi aumentino in un contesto sempre più bipartitico. L'anti-politica e la vicinanza temporale del 2006 contribuiranno a fermare l'affluenza intorno al 78%. Tra Udc, Pd e Sinistra, a seconda della direzione verso cui slitteranno i consensi, qualcuno otterrà un risultato molto deludente. La priorità di Veltroni è stata di evitare emorragie a sinistra, più che di recuperare Nord e moderati (la ricetta contro il precariato doveva essere quella di Ichino, non quella demagogica e pericolosa del salario minimo). Né Veltroni ha potuto liberarsi del fardello del Governo Prodi. Comprensibile, in un Paese in cui nessuno crede al potere rigenerativo della sconfitta, se fondata su una sfida politica e culturale. Ma escludendo la catastrofe, per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: verrà assorbito in faide interne e introverse per la leadership, allontanando i cittadini? Da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista? Il Riformista, in prima fila nel denunciare come il centrosinistra sprecò i suoi anni all'opposizione tra il 2001 e il 2006, svolgerà un importante ruolo di stimolo.
Friday, April 04, 2008
Il "giorno nero" dei sindacati e il "nuovo Fanfani"
E' stato il «giorno nero dei sindacati», come l'ha definito Piero Ostellino sul Corriere. Non solo perché la loro premeditata rottura delle trattative con Air France «è la plastica rappresentazione del fallimento del nostro sistema di relazioni industriali». Per anni, infatti, «in nome dell'occupazione, avevano retto la coda al malcostume politico di gonfiare gli organici della compagnia di bandiera per ragioni clientelari. Il malcostume politico aveva retto la coda ai sindacati pompando soldi dei contribuenti nell'azienda per tenerli buoni». I sindacati «hanno offerto lo spettacolo di un tasso di litigiosità e di un livello di divisioni fra loro, nonché di inadeguata capacità decisionale, davvero mortificante. Ma se la variabile occupazione non ubbidisce alle logiche di impresa, le aziende falliscono...».Un «giorno nero dei sindacati» anche perché appare sempre più chiaro che molti lavoratori di Alitalia, forse una maggioranza silenziosa, è a favore della vendita ad Air France, l'unica in grado di garantire un futuro di primo piano alle loro professionalità. In 400 hanno manifestato per questa soluzione, hanno dato vita a un "comitato pro Air France", alcuni hanno iniziato uno sciopero della fame. Epifani, Bonanni e Angeletti dovrebbero dimettersi. Da tempo l'Istituto Bruno Leoni propone un referendum tra i lavoratori, ma - chissà perché - questa volta i sindacati non vi ricorrono.
Intanto, dopo l'editoriale di qualche giorno fa, il Wall Street Journal sbeffeggia la posizione di Berlusconi su Alitalia, titolando un altro commento sul tema «Air Silvio». «E' raro per un politico innescare una grave crisi prima ancora che abbia vinto le elezioni. E' quello che Silvio Berlusconi ha fatto con Alitalia. Se, come sembra, fra dieci giorni otterrà il suo terzo mandato come premier, Berlusconi si sarà meritato qualsiasi sofferenza che dovesse venirgli dalla compagnia di bandiera italiana... che perde un milione di euro al giorno e, se non sarà ristrutturata, potrebbe non arrivare all'estate prossima».
Gli stessi sindacati, ragiona il WSJ, «non avrebbero avuto tanto margine di manovra se non fossero stati sostenuti da Berlusconi, che ha apertamente osteggiato la proposta franco-olandese, facendo leva sull'orgoglio nazionale italiano». E fa notare che «chiunque sarà il prossimo premier italiano non avrà molto spazio di manovra poiché l'Ue ha ribadito che non consentirà nuovi salvataggi da parte del governo», mentre «la soluzione italiana» per cui spinge Berlusconi «non sembra avere spessore, poiché l'Eni, il colosso energetico da lui evocato, ha smentito di avere interesse nella compagnia». Forse, azzarda il WSJ - il piano di Berlusconi è invitare di nuovo l'Air France-KLM al tavolo negoziale, bypassando i sindacati, una volta che egli fosse capo del governo. Altrimenti l'Alitalia avrà bisogno di un prete che le impartisca i sacramenti dei moribondi».
Scrive invece il Financial Times:
«Il punto è se data la situazione l'Alitalia può essere ancora salvata. Se ciò avverrà sarà probabilmente la prova dell'intervento di un esorcista o di un miracolo... Perché è chiaro a tutti che l'Alitalia ha ormai raggiunto la fine della pista. Il governo uscente ha di fronte tre sgradevoli opzioni: come hanno fatto precedenti governi, potrebbe tentare di salvare la società, ingaggiando per questo una lunga battaglia con Bruxelles, che non ammette altri interventi statali per mantenere operativa la compagnia; oppure potrebbe semplicemente lasciarla precipitare e bruciare o, terza possibilità, adottare una soluzione "tipo Parmalat" e mettere la compagnia sotto amministrazione controlata. A quel punto, sarebbe necessaria una importante ristrutturazione, mediante l'intervento delle banche e di partner industriali. Tra questi potrebbe esserci Air One, così come Lufthansa e, forse, persino Air France».Sulla triplice responsabilità Governo-Sindacati-Berlusconi si concentra il commento di Alberto Mingardi, su il Riformista: «... di una cosa ormai siamo certi: l'Alitalia è profondamente italiana. Perché italiano, nella connotazione più pregiudizialmente deteriore, è stato il concatenarsi di passi falsi che ci ha portato allo stop dei sindacati e poi alla mezza retromarcia di ieri».
La vicenda di Alitalia, sottolinea Mingardi, «è emblematica della rivoluzione del Cavaliere».
«Il quale si diverte a recitare tutte le parti in commedia: un giorno promette lotta dura all'evasione fiscale, quello dopo giustifica la resistenza ad aliquote troppo alte. Confermando che la sua agenda è molto diversa dal passato. Il nodo irrisolto del nostro Paese è l'incapacità dei ceti dinamici e produttivi di trovare adeguata rappresentanza politica. Fra tutti coloro che si sono acconciati a fornirgliela, Berlusconi è l'unico sempre in grado di sintonizzarsi col proprio elettorato. Storicamente, biograficamente, retoricamente, lui è l'Italia operosa. E ne ha consolidato le domande, con non troppa coerenza ma molta efficacia. Per anni, il barometro meglio tarato su che cosa pensasse il Paese erano i discorsi di Silvio Berlusconi. Il problema è che ora sembra che le speranze di quel pezzo d'Italia si siano talmente affievolite, da non farsi più neanche registrare nelle promesse berlusconiane».Forza Italia, ricorda Mingardi, debutta «nell'emergenza» promettendo una "rivoluzione liberale", citando la Thatcher come suo modello. Trascorsi cinque anni all'opposizione, nel 2001, «il Cavaliere è più cauto: cambieremo l'Italia al 50%. Eppure, delle sue trentasei riforme, soltanto due (la legge Biagi e lo scalone Maroni) si fanno ricordare come tali». Ma adesso Berlusconi «oscilla verso toni consolatori. Spergiura di essere il "nuovo Fanfani", non la Thatcher italiana. Si fa votare perché è il meno peggio, senza promettere rivoluzioni».
Occorre sperare che «il Cavaliere sia sfasato rispetto al suo popolo, tornato a votare turandosi il naso» e non, invece, «che quattordici anni di vana attesa hanno spento non solo l'entusiasmo, ma persino le speranze dei ceti produttivi».
Thursday, April 03, 2008
Inaffidabilità di sistema
Mentre a Firenze viene proibito l'accattonaggio, verrebbe da dire che i veri accattoni sono altrove. Pur improbabile che la riammissione del simbolo della Dc di Pizza porti al rinvio del voto, è l'ennesima bizzarria di questo Paese inaffidabile, in cui un ricorso accolto rischia di danneggiare tutti.
Ancor più emblematica è la vergognosa vicenda Alitalia, che sembra non conoscere fondo. Dopo aver condannato la compagnia al declino opponendosi per anni ad ogni seria ristrutturazione, facendo saltare il banco di proposito (Epifani e Bonanni sapevano di presentarsi a Spinetta con una cintura esplosiva), i sindacati rischiano ora di far ingoiare ai lavoratori un rospo molto più grande di quello che avrebbero dovuto ingoiare con il piano Air France. Fantomatici compratori e cordate non potrebbero offrire più euro, più competenze nel settore e meno esuberi dei francesi.
Una bella sponda al massimalismo dei sindacati l'ha offerta Berlusconi con la sua furbata elettorale, ma verrà ripagato ritrovandosi lui, tra poco, con il cerino in mano. Non è certo immune da responsabilità il governo: poteva chiudere in bellezza con la privatizzazione di Alitalia e invece proprio nel momento decisivo non si è comportato da proprietario, lasciando che i sindacati trattassero con il compratore, mentre ci sarebbe voluto un po' di spirito thatcheriano. Ora è ridicolo evocare un ritorno di fiamma di Lufthansa, perché in questi giorni la ragione che ha indotto i tedeschi a restare alla larga ha trovato conferma: la totale inaffidabilità del sistema Italia.
L'Expo resta l'eccezione, più spesso la politica sa dare solo il peggio di sé in modo bipartisan.
Ancor più emblematica è la vergognosa vicenda Alitalia, che sembra non conoscere fondo. Dopo aver condannato la compagnia al declino opponendosi per anni ad ogni seria ristrutturazione, facendo saltare il banco di proposito (Epifani e Bonanni sapevano di presentarsi a Spinetta con una cintura esplosiva), i sindacati rischiano ora di far ingoiare ai lavoratori un rospo molto più grande di quello che avrebbero dovuto ingoiare con il piano Air France. Fantomatici compratori e cordate non potrebbero offrire più euro, più competenze nel settore e meno esuberi dei francesi.
Una bella sponda al massimalismo dei sindacati l'ha offerta Berlusconi con la sua furbata elettorale, ma verrà ripagato ritrovandosi lui, tra poco, con il cerino in mano. Non è certo immune da responsabilità il governo: poteva chiudere in bellezza con la privatizzazione di Alitalia e invece proprio nel momento decisivo non si è comportato da proprietario, lasciando che i sindacati trattassero con il compratore, mentre ci sarebbe voluto un po' di spirito thatcheriano. Ora è ridicolo evocare un ritorno di fiamma di Lufthansa, perché in questi giorni la ragione che ha indotto i tedeschi a restare alla larga ha trovato conferma: la totale inaffidabilità del sistema Italia.
L'Expo resta l'eccezione, più spesso la politica sa dare solo il peggio di sé in modo bipartisan.
Friday, March 28, 2008
La cordata sempre più fantasma, e anche il WSJ abbandona il Cav.
Sarà anche un'astuta mossa elettorale (il che è ancora tutto da vedere), ma di certo è di cattivissimo auspicio per la prossima azione di governo, che si annuncia di nuovo deludente dal punto di vista delle politiche liberali.Annunciando il suo veto sulla «irricevibile» offerta di Air France per Alitalia e l'intenzione di promuovere egli stesso una cordata di imprenditori e banche italiani a difesa dell'"italianità" della compagnia, Berlusconi ha forse guadagnato qualche lunghezza sul suo principale avversario nella corsa al voto. Con il caso Alitalia tema centrale nel dibattito politico il Governo Prodi viene tirato per i capelli dentro le ultime due settimane di campagna elettorale. Vuol dire rinfrescare la memoria degli italiani sui fallimenti di Prodi, «uno scheletro che Veltroni - parole di Berlusconi - voleva nascondere nell'armadio» e che ora si ritrova davanti, costretto persino alla difesa d'ufficio di una posizione, sulla (s)vendita di Alitalia, che appare effettivamente debolissima. Il leader del Pd non è più protagonista della scena e probabilmente vede neutralizzati i suoi sforzi per recuperare consensi al Nord, l'ossigeno necessario alla rimonta.
I nomi della cordata anticipati ieri da Augusto Minzolini su La Stampa - Benetton e Ligresti, Mediobanca e persino Eni (che comunque prima di qualsiasi atto informerebbe il Tesoro!) - hanno tutti smentito. Ovvio, finirebbero per caratterizzarsi troppo politicamente. Ma ciò che conta, per il momento, è che si percepisca che Berlusconi sta lavorando per salvare Alitalia dall'umiliazione dell'acquisizione francese. Il maggior punto di forza di questa operazione essenzialmente elettoralistica sta infatti nel muoversi e nell'agire di Berlusconi già da primo ministro in pectore, rafforzando nell'opinione pubblica la sua immagine di uomo che sa governare ancor prima di vincere le elezioni (dimostrando quindi di averle già vinte).
L'operazione-verità su Alitalia - sulla sua necessaria e improrogabile "svendita" e sui sacrifici della ristrutturazione, comunque inferiori a quelli del fallimento - poteva rappresentare un'ottima occasione per esercitare quello spirito bipartisan da più parti auspicato. Invece, Berlusconi ha deciso di far leva demagogicamente sui peggiori istinti assistenzialisti, statalisti, nazional-popolari (Mingardi ha ricordato l'appello mussoliniano «l'oro alla patria»), purtroppo ancora radicati nell'opinione pubblica, ergendosi a tutela di clientele localistiche e interessi sindacal-corporativi ma certo non della generalità dei cittadini del Nord, e ancora meno del Centro-Sud.
Vedremo se alla fine nelle urne verrà premiata questa scelta tattica. Oggi quasi tutti i commentatori ritengono di sì, forse sottovalutando un'area liberale molto delusa, che dai sondaggi non emerge perché non si esprime a favore del Pd, ma che potrebbe ricorrere all'astensione provocando al PdL enormi danni nelle regioni cruciali per il Senato.
Come andrà a finire, il giorno dopo le elezioni, è facilmente prevedibile: o la fantomatica cordata annunciata da Berlusconi si dileguerà; oppure, Alitalia le verrà ceduta a un valore ancora inferiore - e prossimo davvero allo zero - di quello al quale oggi Air France è disposta a comprarla. Nel valutare l'offerta dei francesi, tra l'altro, bisogna concentrarsi non solo sul prezzo che verrebbe pagato per ciascuna azione, ma anche sui due miliardi e mezzo di euro in investimenti e copertura debiti. Chi potrebbe investire tanto nella ristrutturazione, garantendo un'esperienza e una solidità simili ad Air France nel settore aereo, con soldi propri e non prestati da banche magari interessate solo a ricevere in cambio qualche altro favore "politico"?
L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti.
Neanche Berlusconi, come Prodi, ha avuto rapporti facili con la stampa internazionale, soprattutto quella europea, per lo più a causa dell'incessante opera di demonizzazione che proveniva dal centrosinistra italiano e influenzava fin troppo le redazioni e i giornalisti esteri. Ricordiamo tutti l'Economist, che lo giudicava «unfit» per guidare l'Italia, ma anche il Financial Times non è mai stato tenero.
Adesso, proprio a causa delle sue posizioni su Alitalia, ad abbandonare il Cav. è persino il Wall Street Journal, la bibbia del liberalismo conservatore e del libero mercato di stampo anglosassone, che in passato lo aveva sempre difeso. «Per quanto riguarda l'economia, Berlusconi ha deluso nel suo ultimo mandato da primo ministro», ci ricorda un editoriale di qualche giorno fa. E aggiunge che «a giudicare dalle sue promesse prima delle elezioni-lampo indette per il mese prossimo in Italia, nelle quali è il favorito, un suo terzo mandato come premier non sarà una meraviglia».
I suoi recenti orientamenti su Alitalia «potrebbero ben presto corrispondere a scelte di governo ufficiali e mandare a monte l'unica cosa che ancora si frappone tra la compagnia di bandiera e la sua bancarotta. E sono anche segnali della sua mancanza di impegno per realizzare le riforme economiche». Nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi, ricorda il WSJ, Berlusconi «non ha trovato dei salvatori per Alitalia. Invece ha traccheggiato mentre il debito della compagnia si impennava arrivando a circa 1,3 miliardi di euro a gennaio. Gli elettori italiani potrebbero chiedere a Berlusconi perché non ha venduto la quota Alitalia quando ancora valeva qualcosa. Il valore della compagnia è caduto del 70% negli ultimi due anni».
Ma l'ex premier potrebbe essere attaccato ancor più duramente «per la sua incapacità di sistemare l'economia italiana quando ne aveva la possibilità». Berlusconi, ricorda ancora il WSJ, «aveva promesso riduzioni fiscali, riforme nel mercato del lavoro e liberalizzazioni, mancando gran parte degli obiettivi. Il Pil è cresciuto complessivamente del 3,6% nei cinque anni del suo governo; peggio dell'8,6% della Francia e del 4,5% della Germania nello stesso periodo, ben al di sotto del 17,7% spagnolo o del 13,4% britannico».
Accusandolo inoltre di offrire «copertura politica» alla «linea dura» dei Sindacati, il WSJ conclude che in questa vicenda Berlusconi «ha dimostrato di avere un carattere più corporativo, ostile alla competizione del libero mercato, che liberista intenzionato a fare ciò di cui l'Italia ha bisogno per rianimare la sua barcollante economia. E' un politico disposto a qualsiasi cosa pur di riprendere il potere. E questa è tutt'altro che una bella notizia per l'Alitalia, oltre che per l'Italia intera».
Se ci facciamo poche illusioni sul fatto che l'editoriale del Wall Street Journal possa scuotere Berlusconi dalla sua vena assistenzial-statalista, ci auguriamo che almeno alle orecchie di qualcuno nel PdL possa suonare come un preoccupante campanello d'allarme.
Thursday, March 20, 2008
Alitalia, delirio elettoral-clientelare
Non mi piace passare da "indignato speciale", ma credo che ormai sulla vicenda Alitalia la politica italiana abbia toccato il fondo. Quella che sembra una svendita di Alitalia ad Air France - ed effettivamente lo è - poteva essere evitata se i gioverni che si sono succeduti dal 1997 ad oggi avessero preso dieci anni fa la decisione che già allora appariva inevitabile. Lo scandalo vero è che i politici non vogliono capire, o fingono di non capire, che trascinando la situazione fanno il gioco degli acquirenti, perché intanto il valore della compagnia crolla e, quando molto presto non sarà più in grado di assicurare i voli, verrà regalata a prezzi ancor più stracciati o fallirà.Il peggio di sé, in questo momento, lo dà Berlusconi, al quale sarebbe bastato tacere per non trovarsi a gestire la patata bollente dopo le elezioni. Invece no, è pronto a mandare tutto all'aria (o così sembra) lanciando per pura propaganda elettorale quello che mi sembra palesemente uno dei tanti bluff di questi ultimi anni. Una fantomatica cordata costituita da soggetti affidabili (!) come Toto di AirOne, Banca Intesa (ma Passera ha già smentito: «Nulla sul tavolo»), Ligresti, e i figli dello stesso Berlusconi.
C'è da rimanere allibiti: Berlusconi sbatte le porte in faccia ad Air France, che sarebbe certamente in grado di rilanciare Alitalia, anche se oggi viene svenduta, e si fa promotore di una cordata italiota di cui farebbero parte i suoi figli! E già dal Wall Street Journal al Guardian siamo i zimbelli d'Europa.
L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici (e figli!) dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è, e Spinetta, seppure con l'arroganza tipica dei francesi, ci ha detto la verità. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti. L'esperienza dei "coraggiosi" l'abbiamo provata con D'Alema e oggi Berlusconi ce la ripropone in versione addirittura familista.
Alitalia è costata a ciascun italiano (neonato compreso) 270 euro. Praticamente ciascuno di noi avrebbe diritto a un volo gratis. Peccato però che a fronte dell'aiuto statale per sopravvivere, il prezzo dei voli Alitalia è praticamente off limits per la stragrande maggioranza degli italiani, ai quali dunque dell'italianità e della sopravvivenza della compagnia non frega proprio nulla. Possibile che posizioni così assurde vengano prese per qualche migliaio di dipendenti? No: qui semplicemente siamo al delirio elettoral-clientelare.
Tra Fini e Tremonti, tra Maroni e Formigoni (secondo i quali Alitalia dovrebbe rimanere inchiodata a Malpensa perché tanto le perdite le pagano i contribuenti mentre le loro clientele se la godono), si prepara un governo tutt'altro che liberale e riformatore. E c'è un limite anche alla logica del "meno peggio".
Monday, March 17, 2008
Alitalia, accettare l'offerta... al volo
Sorprende che Air France, nonostante l'insostenibile lunghezza dell'operazione, sia rimasta in corsa fino all'ultimo, perché Alitalia è un'azienda decotta, sull'orlo del fallimento. Politici e sindacalisti che cincischiano, cercano di mandarla per le lunghe, magari sperando in cuor loro di far saltare tutto, o ignorano quale sia la situazione o hanno da lucrarci politicamente qualcosa. In entrambi i casi non è un bel vedere. E' nostro interesse accettare al volo l'offerta franco-olandese, perché Alitalia di giorno in giorno perde valore e il prossimo governo rischia di poter solo portare i libri in Tribunale. Come stanno le cose lo scrive oggi Tito Boeri, su La Stampa.
«Alitalia ha distrutto negli ultimi 15 anni circa 15 miliardi di euro, poco meno di due volte le risorse mobilizzate dall'ultima manovra finanziaria. Si tratta di 270 euro per italiano, neonati compresi. E' un bene che qualcuno oggi voglia investire, di tasca propria, per il rilancio della compagnia ed Air France-Klm, una volta acquisito il controllo di Alitalia, avrà tutto l'interesse a rinnovare la flotta e a migliorare un servizio che sta, giorno per giorno, diventando sempre più scadente... l'unica alternativa possibile all'offerta di Air France-Klm è quella di rimettere le mani nelle tasche degli italiani. Chi vuole far fallire la trattativa si deve oggi prendere questa responsabilità: deve dire agli italiani che intende varare una manovra finanziaria per far sopravvivere l'italianità (o, meglio, la statalità) di Alitalia».
E questo pur sapendo che Alitalia in mano pubblica non potrà mai tornare ad essere autosufficiente.
«Alitalia ha distrutto negli ultimi 15 anni circa 15 miliardi di euro, poco meno di due volte le risorse mobilizzate dall'ultima manovra finanziaria. Si tratta di 270 euro per italiano, neonati compresi. E' un bene che qualcuno oggi voglia investire, di tasca propria, per il rilancio della compagnia ed Air France-Klm, una volta acquisito il controllo di Alitalia, avrà tutto l'interesse a rinnovare la flotta e a migliorare un servizio che sta, giorno per giorno, diventando sempre più scadente... l'unica alternativa possibile all'offerta di Air France-Klm è quella di rimettere le mani nelle tasche degli italiani. Chi vuole far fallire la trattativa si deve oggi prendere questa responsabilità: deve dire agli italiani che intende varare una manovra finanziaria per far sopravvivere l'italianità (o, meglio, la statalità) di Alitalia».
E questo pur sapendo che Alitalia in mano pubblica non potrà mai tornare ad essere autosufficiente.
«L'offerta Air France-Klm impegna non solo l'attuale governo, ma anche le principali forze dell'attuale opposizione. Si chiede a queste un impegno entro il 31 marzo. Comprensibile perché non si vuole che il prossimo governo metta i bastoni fra le ruote. Per certi aspetti questa vicenda ci darà la prova della coesione interna dei due principali schieramenti che oggi si presentano alla prova del voto. Sarà come un mini-test di governo. E' forse ancora più difficile fare i conti con la realtà per il sindacato quando ci sono tagli all'occupazione. Sono comunque meno di quelli paventati anche solo qualche giorno fa: si tratta di circa 1600 esuberi, meno del 15 per cento del personale di Az flight, quando l'unica vera alternativa alla cessione, è il fallimento della compagnia. Se si vogliono spendere bene i soldi dei contribuenti meglio utilizzarli per riformare davvero i nostri ammortizzatori sociali, offrire coperture non solo ai lavoratori coinvolti dagli esuberi Alitalia, ma anche alle centinaia di migliaia di lavoratori delle piccole imprese che in Italia perdono il lavoro ogni anno senza poter accedere a un'assicurazione contro la disoccupazione degna di questo nome solo perché non hanno santi in paradiso che perorino la loro causa».
Saturday, March 08, 2008
Non è un Paese per liberali/2
Della nostra Italia si potrebbe dire, parafrasando il titolo del film dei fratelli Cohen che ha vinto l'Oscar, che "Non è un Paese per Thatcher". Né per Blair. Insomma, che "Non è un Paese per liberali", a sinistra come a destra. E i due programmi elettorali dei maggiori partiti, PdL e Pd, ne sono la conferma.Se infatti, nel programma del Partito democratico, dietro il nuovo approccio sul fisco non c'è nulla di blairiano e liberale, su pensioni, giustizia, università, servizi pubblici locali, pubblica amministrazione e mercato del lavoro, per nulla thatcheriane suonano le parole di Berlusconi sulla necessità di «salvare» l'aeroporto di Malpensa e l'"italianità" di Alitalia. «Il nostro Paese non dovrebbe privarsi di una compagnia di bandiera. Alitalia deve restare italiana», ha dichiarato pochi giorni fa, definendo inoltre «inaccettabile penalizzare l'hub di Malpensa in caso di cessione della compagnia aerea». Come intervenire, dunque? Con «una cordata di imprenditori italiani». E poi, a fronte delle perdite di Malpensa, che quantifica in uno o due miliardi di euro, ci sono i due-trecento milioni di Alitalia: «Un Paese deve saper sopportare le perdite di certe aziende».
Ve la immaginate la signora Thatcher spiegare ai contribuenti britannici che devono «saper sopportare» di tasca propria le perdite di un'azienda di Stato? Le perdite di Malpensa possono essere compensate dal mercato, vendendo ad altre compagnie gli slot lasciati da Alitalia, ma le perdite della compagnia gravano sui contribuenti, che non vengono ripagati nemmeno con un servizio efficiente e a bassi costi. Che l'aeroporto di Malpensa riesca o meno a divenire un hub dovrebbe essere il mercato a deciderlo. Non si può però pretendere che una compagnia aerea tenga i piedi in due hub, solo perché un aeroporto possa continuare ad avere il cliente fisso e garantito, invece di andarsene a cercare altri sul mercato.
«Se Alitalia rimanesse isolata e non integrata in una delle grandi alleanze europee sarebbe destinata al fallimento in un brevissimo lasso di tempo», spiega persino il sindacato dei piloti. In Europa e nel resto del mondo il mercato del trasporto aereo non è mai stato così profittevole come negli ultimi anni. Almeno per chi ne ha saputo approfittare. Non certo per una compagnia controllata dallo stato e un aeroporto gestito da un comune, che, condizionati dagli interessi dei partiti e dei politici, e non dalle logiche del mercato, hanno conosciuto solo sconfitte.
Dietro l'"italianità" di Alitalia c'è quindi il tentativo di alcune lobby localistiche e stataliste di estorcere denaro pubblico per far compiere, e poi mantenere, alla compagnia scelte anti-economiche e fuori mercato, che privilegiano le clientele di partiti ed enti locali a spese dei contribuenti.
Che creda davvero che sia lo Stato a dover «salvare» Malpensa e garantire l'"italianità" di Alitalia, o che sia solo propaganda elettorale, Berlusconi sta in ogni caso pagando pesanti tributi statalisti ai suoi alleati: alla Lega e a Formigoni su Malpensa e ad An su Alitalia. Ed è un inizio che non promette nulla di buono in vista della probabile nuova esperienza di governo.
Come nulla di buono fanno presagire gli accenti protezionistici che dall'ultimo libro di Giulio Tremonti ("La paura e la speranza") riecheggiano nel programma elettorale del PdL, laddove si annunciano «interventi sull'Unione europea per ridurre la regolamentazione comunitaria» e si proclama l'intenzione di «difendere la nostra produzione contro la concorrenza asimmetrica che viene dall'Asia», specificando, con «dazi e quote».
Innanzitutto, dovremmo chiederci a quale titolo, ammesso che ne fossimo ancora in grado, condanniamo al sottosviluppo (negando il libero commercio) i popoli che stanno appena uscendo dalla miseria. Ma poi: siamo davvero sicuri di trarre vantaggio da queste barriere commerciali? Quella a favore del libero mercato, sempre e comunque, anche sotto la pressione della competizione per molti aspetti scorretta della Cina, non è un'opzione ideale, ma di efficienza del nostro sistema. Dobbiamo sforzarci di difendere le nostre imprese nella, e non dalla, globalizzazione. Proteggendo le nostre imprese con dazi e quote sulle importazioni non facciamo loro un favore. Sarebbe come narcotizzarle, perché le abitueremmo a un mercato protetto artificialmente, nel quale vedrebbero assicurate le loro quote di mercato interno nonostante i margini di inefficienza e di maggiori costi nella produzione. Quindi, perderebbero ogni incentivo a svilupparsi e rinnovarsi, o quanto meno lo farebbero ad una velocità molto più ridotta di quanto avviene là fuori, nel resto del mondo.
Ebbene, in poco tempo ce le ritroveremmo sedute, incapaci di sostenere una competizione sempre più globale alla quale non potranno sottrarsi a lungo, visto che non è esclusivamente sul mercato interno che possono pensare di sopravvivere. Imprese che altrimenti sarebbero costrette a rinnovarsi o a chiudere, e lavoratori altrimenti destinati a perdere il loro vecchio posto, a riqualificarsi e a reinserirsi persino in posizioni migliori, verrebbero cullati nell'illusione di una sicurezza inesistente. Le politiche protezionistiche non rafforzano, ma indeboliscono le nostre imprese e il nostro tessuto produttivo.
Inoltre, Tremonti lamenta il caro-vita mondiale, perché i Paesi emergenti fanno crescere la domanda di materie prime come petrolio e grano, ma non può tacere l'effetto inflattivo che proprio dazi e quote avrebbero sui prodotti intermedi, a danno delle imprese, e sui prodotti finali a basso prezzo, a danno dei consumatori soprattutto meno abbienti: poiché la logica è quella di disincentivare le importazioni aumentandone i costi, l'inflazione è una conseguenza certa.
La cosa migliore che lo Stato può fare per difendere le nostre imprese è invece aiutarle a rendersi più competitive. Quindi, meno tasse sugli utili, così da favorire investimenti in R&S; meno costi sul lavoro e più flessibilità; meno pesantezze burocratiche; una giustizia civile certa e rapida. Bisogna certamente agire anche in sede di Unione europea, ma non per ridurre le politiche a favore della concorrenza. Piuttosto – questo sì – perché l'Europa pretenda dalla Cina la fine di ogni pratica di dumping e il rispetto delle regole di una competizione fair.
Tutti i Paesi europei che si sviluppano più rapidamente fanno dell'apertura, non della chiusura, il loro punto di forza: Svezia e Gran Bretagna, ma anche la Germania, che è riuscita a ripartire dopo aver aperto sia il mercato del lavoro sia gli assetti proprietari delle imprese e delle banche, dopo decenni di protezionismo corporativo di sindacati e industriali. Alcune migliaia di imprese italiane sono già riuscite ad agganciare lo sviluppo globale. I processi di "distruzione creativa", benché dolorosi, si rivelano benefici per l'intero sistema, un fattore di efficienza.
Proprio Tremonti, sempre cauto sull'effettivo potere dei governi di incidere sulla realtà economica, non si accorge di attribuire alle politiche liberiste un'influenza sul commercio globale che non possono esercitare. Dazi e quote danneggerebbero gravemente la competitività delle nostre imprese, mentre inciderebbero in modo trascurabile sulle dinamiche della globalizzazione, le quali prescindono dall'atteggiamento di apertura o di chiusura degli stati, perché direttamente riconducibili alla velocità dei trasporti e delle comunicazioni, che negli ultimi venti anni hanno conosciuto uno sviluppo senza paragoni nell'intera storia dell'umanità. Non è "colpa" del liberismo, insomma, almeno non quanto sia "colpa" di internet.
Nel suo libro Tremonti torna a distinguere tra il liberismo e la sua degenerazione, il "mercatismo", che però ha tutta l'aria di uno di quei concetti costruiti artificiosamente per poter attaccare l'originale di comprovato successo. Colui che Berlusconi ha indicato come prossimo ministro dell'Economia in caso di vittoria del PdL se la prende anche con la "cultura del consumismo" e l'"ideologia delle liberalizzazioni". La sua visione dell'economia e del commercio assume così tutti i tratti cupi e pessimistici del mercantilismo e della chiusura al nuovo e al diverso. E' pronto a rinunciare alle immense possibilità che la globalizzazione apre anche ai Paesi più sviluppati, per non rischiare di perdere certezze che le politiche protezionistiche illudono di poter salvare.
Sono aspetti che si ritrovano anche al di là dell'Atlantico, nelle politiche economiche e commerciali dei due candidati alla nomination democratica per la Casa Bianca, Barack Obama e Hillary Clinton, ma certo non del "global" McCain. Anch'essi fanno leva sulla paura degli americani per il fenomeno della globalizzazione e della delocalizzazione del lavoro, finendo col proporre al pubblico una piattaforma no global, protezionista, se non isolazionista. Entrambi vorrebbero rivedere o sospendere il Nafta, per esempio, il trattato di libero scambio con gli altri paesi nordamericani, malgrado abbia creato ricchezza in tutto il continente. La correlazione tra i bassi salari in Cina e India e la chiusura delle fabbriche in America non è del tutto infondata, ma diviene populista se non se ne ricordano gli effetti benefici: tassi di disoccupazione comunque ai minimi; maggiori possibilità di scelta e prodotti "discount" per i consumatori; maggiore dinamicità delle aziende ed elasticità del mercato del lavoro.
Se dunque la sinistra italiana, Pd compreso, per la sua arretratezza e l'allergia alle politiche liberali, sia nella versione blairiana che scandinava, rappresenta un'anomalia tra le grandi democrazie occidentali (forse solo i socialisti francesi sono messi peggio), anche il PdL con l'impronta anti-liberista di Tremonti e le concessioni di Berlusconi allo statalismo si avvia a rappresentare un'anomalia nel panorama dei partiti di centrodestra europei (tranne, forse, solo il già citato caso francese), per non parlare dei conservatori americani.
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