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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Friday, February 24, 2017

La "sveglia" di Trump alla Nato e all'Europa

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"

La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.

I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.

I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.

Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.

Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.

Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...

Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).

Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".

E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".

Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".

Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.

A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".

Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.

E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.

P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.

Tuesday, January 17, 2017

Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera

Pubblicato su Ofcs Report

L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale

L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.

Quando mancano due giorni all’Inauguration Day,  tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.

Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.

In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.

Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.

Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.

Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.

“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.

Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.

L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.

In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.

La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.

Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.

E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…

Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.

Wednesday, February 10, 2010

Svolta filorussa in Ucraina. Ora Mosca vorrà stravincere?

L'ormai acquisita vittoria del filorusso Yanukovich alle presidenziali in Ucraina significa che la rivoluzione arancione è stata definitivamente sconfitta e che non è servita a nulla? E' innegabile che molte delle aspettative che di allora sono rimaste disattese. Non ho mai creduto però che i successi e l'eredità della rivoluzione arancione fossero legati alla sorte politica dei due leader che si trovarono alla sua guida. Quindi, la fine della presidenza Yushenko e la sconfitta della Timoshenko non segnano sic et simpliciter la sconfitta della rivoluzione arancione.

Ad anni di distanza resta una tappa importante, forse decisiva e irreversibile, nel cammino dell'Ucraina verso la democrazia e una piena autodeterminazione. Un processo di tutta evidenza non ancora concluso e che non si può meccanicamente misurare con l'avvicinamento del Paese all'Occidente o alla Russia. Non tutto è andato perso. Sembra, infatti, stando agli osservatori dell'Ocse, che le elezioni questa volta siano state sostanzialmente corrette, che non ci siano stati brogli rilevanti. E forse un altro effetto positivo di quella "rivoluzione" è aver costretto Yanukovich ad assumere un profilo più moderato, più "ucraino" e filoeuropeo, e ad attenuare, sia pure solo in superficie, il suo legame con la Russia.

Yanukovich terrà il Paese lontano dalla Nato. Ma perché, la Nato ha forse dimostrato di volere diversamente? Il nuovo presidente però sembra aver abbandonato la sua intransigenza filorussa e la concezione dell'Ucraina come stato satellite di Mosca, e aver sposato una linea pragmatica rispetto al posizionamento del suo Paese tra Occidente e Russia, riconoscendo l'importanza di una riconciliazione nazionale tra le due parti del Paese, quella che si sente "europea" e quella che si sente "russa", sulla base del compromesso "Ue sì, Nato no". Si rende conto infatti dei vantaggi di una futura integrazione dell'Ucraina nell'Ue, e sembra intenzionato ad andare avanti su quella strada, senza compromettere i rapporti con Mosca, che in questi termini sembra disposta a dar sfogo alla vocazione filoeuropea e occidentale che rimane forte almeno in una metà degli ucraini.

Difficile distinguere le colpe del mancato definitivo posizionamento dell'Ucraina nella sfera occidentale, a totale scapito dell'influenza russa. Mi pare evidente che Yushenko e Timoshenko abbiano entrambi fallito alla prova della leadership, soprattutto nel dare stabilità al nuovo assetto politico che si era creato all'indomani della rivoluzione arancione. E' anche vero, come loro attenuante, che Mosca ce l'ha messa tutta per destabilizzarlo e c'è riuscita, complice l'indifferenza e la passività europea e, ultimamente, anche americana. La responsabilità dell'Occidente - e dell'Europa in particolare - è senz'altro quella di aver evocato una prospettiva, senza aver avuto il coraggio di perseguirla coerentemente e concretizzarla, sfidando l'ira di Mosca.

Trascorsi i giorni ed evaporato l'entusiasmo della rivoluzione arancione, Ue e Usa hanno buttato al vento l'occasione, non offrendo sponde concrete alle aspirazioni filoeuropee e occidentali della parte di Ucraina uscita in quel momento vittoriosa. A sancire il disimpegno la decisione in sede Nato di non mettere in agenda l'adesione di Kiev all'alleanza. Rimane una domanda: sarà un disimpegno bilaterale quello nei confronti dell'Ucraina, cioè sia occidentale che russo? Staremo a vedere, ma ne dubito.

Monday, August 24, 2009

Russia, pronta a settembre la nuova dottrina militare

Da il Velino

E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».

«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».

A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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Friday, July 03, 2009

Obama-Medvedev, prove di disgelo

E' evidente che se i rapporti tra Usa e Russia dovessero peggiorare, come alcuni commentatori prevedono nel prossimo futuro (anche il sottoscritto, a meno di cedimenti di Obama), la posizione italiana rischierebbe di entrare in affanno, alla luce del ruolo di mediatore del quale si è sempre sentito investito Berlusconi, affettivamente legato alla bella pagina di Pratica di Mare 2002. Se Usa e Russia si allontanano, saranno sempre meno opportuni i suoi slanci filo-russi e saranno più difficili da far digerire ai nostri alleati gli affari energetici con Mosca. Un rischio «spaccata» per l'Italia, l'abbiamo definito qualche post fa. Tuttavia, alla vigilia di questa visita del presidente Obama a Mosca, entrambe le parti sembrano interessate, e impegnate, a volgere al meglio i loro rapporti, anche se su molti temi le aspettative ancora divergono.

Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.

Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.

Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.

Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.

Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».

Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».

Friday, May 22, 2009

Ue-Russia, ancora diffidenza

Come molti avevano previsto, il vertice Ue-Russia di Khabarovsk si è chiuso con un nulla di fatto. Tra Europa e Russia corre ancora troppa diffidenza e l'impressione è che non si diraderà molto presto. A dispetto delle buone intenzioni e della retorica del "partenariato", ancora non è chiaro se l'Ue possa considerare la Russia un futuro partner strategico, o piuttosto una potenza con la quale sì cooperare, ma pur sempre rivale. D'altra parte, anche in Russia il dibattito è aperto tra chi pensa che il paese possa ancora recitare un ruolo da potenza indipendente sullo scenario globale e quanti invece ritengono che dovrebbe andare verso la piena integrazione e interdipendenza nella comunità internazionale e verso una vera partnership con l'Ue. Le complicate relazioni con l'Europa riflettono il dibattito tra queste diverse visioni.

Le aree in cui le divergenze sono più accentuate vanno dalla sicurezza energetica alla politica commerciale, fino alla partnership orientale dell'Ue con sei ex Repubbliche sovietiche (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Armenia e Georgia). Una politica volta ad accelerare le riforme democratiche ed economiche in quei paesi, ma che Mosca vede come un'ingerenza nella sua sfera di influenza: «Non si trasformi in un'alleanza anti-russa», ha avvertito il presidente Medvedev.

Sul fronte della sicurezza energetica, dopo la crisi del gas del gennaio scorso l'Ue si aspettava rassicurazioni circa il non ripetersi di interruzioni nelle forniture attraverso l'Ucraina. Ma la Russia «non ha dato e non darà garanzie», ha avvertito Medvedev. Secondo Mosca, infatti, è Kiev che non ha i soldi per pagare le forniture e lo stoccaggio di 19,5 miliardi di metri cubi, che costano più di 4 miliardi di dollari. «Se l'Ucraina ha i soldi, bene; ma abbiamo dei dubbi». Medvedev si è detto però disposto ad aiutare l'Ucraina con un prestito: «Siamo pronti a dare una mano. I partner aiutano i partner», ma non si deve muovere solo la Russia. Anche l'Ue («quei paesi interessati a forniture affidabili e alla cooperazione energetica») deve prendere «su di sè parte del lavoro».

Posizioni inconciliabili anche sulla Carta europea dell'energia, un trattato sottoscritto nel 1991 da 51 stati (i paesi dell'allora Comunità europea, i paesi dell'Europa orientale e dell'ex Unione sovietica) per la cooperazione economica ed energetica. L'Ue non vuole «rinunciare» alla Carta, ma la Russia non ha alcuna intenzione di ratificarla e propone un trattato sostitutivo. A tutto questo si aggiunga che Mosca non ha ancora rispettato tutti gli obblighi del cessate-il-fuoco in Georgia. Non solo non ha ritirato le truppe portandole ai livelli pre-bellici, ma ha inviato altre guardie di frontiera in Ossezia del Sud e Abkhazia, oltre ad aver siglato con le due province indipendentiste accordi di difesa militare. La recente polemica tra Russia e Nato sulle esercitazioni in Georgia e le espulsioni di alcuni diplomatici russi da Bruxelles, e dei paesi Nato da Mosca, non hanno certo aiutato.

L'Ue dovrebbe essere consapevole di avere molti strumenti di pressione nei confronti del Cremlino. Innanzitutto, conta 500 milioni di cittadini, rispetto ai 140 milioni della Russia. E' molto più ricca e rappresenta uno dei più grandi e attraenti mercati al mondo. Il 70% dei proventi di Gazprom vengono dalle forniture energetiche all'Europa e i paesi Ue acquistano quasi il 60% di tutto l'export russo. L'economia russa, inoltre, è gravemente provata dalla crisi economica: recessione, inflazione elevata, disoccupazione crescente (10,2%) e uscita di capitali (-30% rispetto al 2008).

Wednesday, November 12, 2008

Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata

Proprio nel giorno in cui la Russia rispedisce al mittente la proposta di collaborazione avanzata dagli Stati Uniti sullo scudo anti-missile (l'accesso degli ufficiali russi agli impianti in Polonia e nella Repubblica Ceca), il ministro degli Esteri Frattini rilascia a la Repubblica un'intervista che rischia di spostare troppo verso Mosca l'asse della politica estera italiana.

«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».

Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.

Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
«Un'amministrazione americana impegnata sull'Afghanistan più che in passato, proiettata verso l'Asia più di quanto abbia fatto Bush, non potrà permettersi una guerra fredda con la Federazione russa. Quindi, non si potrà permettere di schierare lo scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, perché non si può permettere i missili russi a Kaliningrad».

Washington dovrebbe cedere alle minacce dei russi?

«No, bisogna andare verso una prospettiva in cui Europa, Russia e America costruiscano insieme un nuovo ordine di sicurezza. Non vuol dire rimpiazzare la Nato, come qualcuno ha pensato. America, Russia ed Europa devono costruire un'intesa che abbia una strategia condivisa sulla non-proliferazione nucleare, sulla nuova architettura di sicurezza in Pakistan-Afghanistan. Una collaborazione fondamentale perché il Quartetto davvero giochi positivamente per la pace in Medio Oriente. Per questo i missili non servono».

Vuol dire che suggerisce all'America di bloccare lo schieramento del sistema anti-balistico in Polonia e Repubblica Ceca?

«Io consiglio di cambiare approccio: sbagliando, la Russia ha interpretato male lo scudo anti-missile americano, lo ha considerato un segnale di inimicizia. Dobbiamo ribaltare la situazione, perché quando Medvedev annuncia missili a Kaliningrad significa missili al centro della Lituania. La prudenza di Obama è indicativa. E aggiungo una cosa: dobbiamo riflettere con prudenza sull'allargamento della Nato a Ucraina e Georgia: il vertice di Bucarest ha preso delle decisioni, ma accelerare quelle decisioni sin dal prossimo dicembre sarebbe un altro segnale che non aiuterebbe nei rapporti con la Russia».
Dunque, in sostanza per Frattini niente scudo e niente ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. Una posizione del tutto sovrapponibile a quella russa. La «prudenza di Obama», che Frattini giudica «indicativa», è dettata innanzitutto dal fatto che non è ancora il presidente in carica. Due sono le cose: o Frattini ha ben interpretato il nuovo vento che spira a Washington, e allora appresta l'Italia a giocare un significativo ruolo di "facilitatore" della nuova concordia tra Stati Uniti e Russia; oppure, ha sbagliato i calcoli, Obama tirerà dritto per non dare l'impressione di abbassare lo sguardo di fronte ai bluff di Mosca.

Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.

Friday, April 18, 2008

Berlusconi in bilico tra Washington e Mosca

da L'Opinione

Con il ritorno al governo di Berlusconi la politica estera italiana, di cui non si è parlato affatto durante la campagna elettorale, cambierà in modo rilevante. L'Italia di Berlusconi sarà più in sintonia con gli Stati Uniti e più amica di Israele. Dopo la Germania (con Angela Merkel) e la Francia (con Sarkozy) sarà la terza grande nazione europea a tornare su posizioni più atlantiste. Berlusconi ha sempre privilegiato il rapporto con gli Usa e in Europa giocato al fianco dei migliori amici di Washington. Non c'è motivo di ritenere che non sarà così anche nei prossimi cinque anni. E' probabile, per esempio, che dica sì a un maggior impegno in Afghanistan e che sostenga con Sarkozy la candidatura di Blair alla nuova presidenza dell'Ue.

Ma quale sarà la posizione italiana sui principali dossier che dividono Nato e Russia? Berlusconi, infatti, è anche molto amico del presidente russo uscente, e futuro premier, Vladimir Putin. Lo ha sempre difeso dalle critiche europee e americane, persino sulla guerra in Cecenia e le violazioni dei diritti umani, e ripete che la Russia è ormai parte dell'Occidente. E' giunto persino a criticare apertamente le dichiarazioni di Bush sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato: «La Russia si sente circondata e rischiamo, dopo che si sono fatti tanti sforzi per farla diventare parte dell'Occidente, di rovinare tutto».

Secondo Oksana Pakhlovska, docente di studi ucraini all'Università "La Sapienza" di Roma, l'elezione di Berlusconi «non è una buona notizia» per Kiev, che non potrà contare sul sostegno di Roma per l'accesso al Membership Action Plan della Nato: è un «populista», «non ha convinzioni politiche, per lui l'Europa orientale è solo un mercato». Crediamo invece che Berlusconi si rimetterà all'opinione prevalente all'interno della Nato, limitandosi ad assumere un ruolo di mediazione.

Non solo l'amicizia con Putin, anche l'endemica dipendenza energetica dell'Italia e la necessità di attirare capitali ed esportare "made in Italy" per rivitalizzare la nostra economia suggeriscono a Berlusconi di privilegiare i rapporti con Mosca.

Putin è stato il primo leader che Berlusconi ha incontrato, ieri in Sardegna, dopo le elezioni. Per parlare di un possibile interessamento di Aeroflot ad Alitalia, dei recenti attriti tra Ue e Russia, ma anche di energia. Putin, di ritorno dalla Libia, sta da tempo rafforzando l'intesa con il regime di Gheddafi e l'Algeria per le forniture di gas all'Europa. Gazprom, che a Tripoli ha siglato un accordo di joint venture con la compagnia petrolifera libica, è interessata alla costruzione di un oleodotto sottomarino dalla Libia alla Sicilia. L'Eni, ha ricordato il numero uno Aleksei Miller, è coinvolta nello sviluppo di grandi giacimenti di petrolio e di gas in Libia. «Visti i rapporti tra Gazprom ed Eni per lo scambio di asset, ci aspettiamo che anche noi potremo far parte di questi progetti». «Abbiamo buone possibilità di collaborare in progetti comuni», ha confermato lo stesso Berlusconi ricevendo Putin ad Olbia.

L'Eni sta cooperando con Gazprom ad un gasdotto sul Mar Nero, alternativo a quello europeo del Progetto Nabucco, ideato per rompere la dipendenza energetica dell'Ue dalla Russia. L'amicizia tra Berlusconi e Putin potrebbe ostacolare gli sforzi Ue per una comune politica energetica. Se è innegabile il feeling tra i due, non si deve però dimenticare che il Governo Prodi si è mosso in assoluta continuità con il precedente Governo Berlusconi per quanto riguarda i rapporti con Mosca: di «partnership strategica», sul piano politico, economico, ed energetico, parlò D'Alema al vertice di Bari nel marzo 2007.

Tuesday, April 08, 2008

Vertici positivi per la Nato, Mosca non è in grado di porre veti

I "mainstream media" non sono riusciti a tenersi nel cassetto le analisi già pronte sui fallimenti di Bush al vertice Nato di Bucarest e a quello di Soci con Putin, nonostante l'evidenza del buon esito di entrambi. Permangono divergenze all'interno dell'Alleanza, e tra Stati Uniti e Russia, ma questa volta si inseriscono in una ritrovata armonia dal punto di vista strategico.

Nessuno dei presunti ritorni alla Guerra Fredda, né grande né piccola, che i media amano tanto evocare. Mosca e Washington dichiarano il passaggio delle loro relazioni «dallo stato di rivalità strategica a quello di partnership strategica». C'è «disponibilità reciproca a lavorare insieme per superare le divergenze nello spirito del reciproco rispetto». I giornali hanno sottolineato il mancato accordo sullo scudo anti-missile, ma Bush e Putin tornano da Soci con una solida premessa sulle cui basi costruire proprio quell'accordo in tempi brevi: Russia, Usa e Ue «parteciperanno come partner paritari» al progetto. Putin ha finalmente fatto capire di credere alle rassicurazioni americane sul fatto che lo scudo non sia rivolto contro la Russia: gli Usa «non solo capiscono la nostra preoccupazione ma sono anche interessati a farla scomparire. Dunque posso dirmi prudentemente ottimista e, per un eventuale accordo finale, devo dire che secondo me è possibile trovarlo».

Sorprendenti i toni concilianti e il cauto ottimismo di Putin a Bucarest e a Soci, a poche settimane dall'aver subito l'indipendenza del Kosovo. Ok al transito logistico della Nato dal territorio russo all'Afghanistan; accordo vicino sull'impostazione dei nuovi trattati sulle forze convenzionali in Europa e sulla limitazione degli armamenti nucleari; collaborazione sul dossier iraniano. Lo scudo si farà e alla fine Ucraina e Georgia entreranno nella Nato, anche se la Russia continua a ritenere l'allargamento alle due ex repubbliche sovietiche una minaccia esplicita alla sua sicurezza nazionale, di fronte alla quale sarà costretta a prendere delle contromisure.

L'impressione è che alla fine la Nato riuscirà a far accettare a Mosca tutti i suoi obiettivi e che nella sostanza il Cremlino non sia affatto in grado di porre veti. Nonostante toni a volte minacciosi e gesti aggressivi, non può impedire alla Nato di installare difese missilistiche o di allargarsi verso Est. Si può concludere quindi che il successo di Putin, al termine del suo mandato, stia nell'aver garantito alla Russia di non ritrovarsi di fronte a fatti compiuti e di avere, invece, una sorta di diritto a fare la "voce grossa" sulle scelte dell'Occidente, il quale se non vuole perseguire una politica aggressiva verso Mosca, deve parlarci, per scendere a compromessi o quanto meno per non ferirne l'orgoglio.

Insomma, Putin ha il merito di aver portato la Russia a dialogare con l'Occidente da pari, minacciando ma di fatto non trasformandosi mai in controparte. Non è tutto rose e fiori. Mosca proverà a destabilizzare l'Ucraina e ad alimentare il separatismo filo-russo in Georgia per far saltare il loro ingresso nella Nato e continuerà a giocare sulle divisioni tra i Paesi europei, e tra Ue e Usa, ma le "ambizioni imperiali", se ci sono, per ora rimangono tali.

All'interno della Nato, al di là delle divergenze, è tornata la concordia strategica. Sarkozy ha ottenuto quel che la diplomazia francese inseguiva da decenni: la difesa europea. Ancora tutta da costruire, ma per la prima volta Parigi ha avuto il via libera da Washington, perché per la prima volta un presidente francese non è stato ambiguo sul ruolo della nuova struttura, abbandonando ogni velleità di una politica estera europea in contrapposizione agli Usa: nell'ambito di una Nato globale, sarà una difesa europea «complementare» all'Alleanza.

Tuesday, April 01, 2008

Vertice Nato, verso il rinvio del sì a Ucraina e Georgia

Si apre domani a Bucarest, in Romania, e si concluderà il 4 aprile, un delicatissimo vertice dal quale la Nato potrebbe uscire spaccata. Materia del contendere l'adesione di Ucraina e Georgia al Membership Action Plan, primo passo verso l'ammissione completa nell'Alleanza.

Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi dell'Europa orientale, favorevoli, oltre che per allargare l'alleanza anche per consolidare i progressi democratici nelle ex repubbliche sovietiche e limitare l'influenza russa; dall'altra, la "Vecchia Europa" – Francia e Germania in testa – contraria, in obbedienza a una logica ottocentesca di equilibrio tra potenze. «Ci opponiamo, perché pensiamo che non sia la risposta giusta all'equilibrio del potere in Europa e tra Europa e Russia. Vogliamo dialogare su questo argomento con la Russia», ha spiegato il primo ministro francese Fillon. Sembrano riprodursi le stesse divisioni del 2003 sulla guerra in Iraq, ma a Parigi non c'è più Chirac e il nuovo presidente ha impresso alla politica estera francese una "rupture" atlantica.

In linea di principio la Francia non si oppone più ad una nuova concezione della Nato, allargata ad Est e dalla proiezione più globale. Anzi, come ha annunciato Sarkozy nella sua recente visita a Londra, promettendo anche l'invio di più truppe in Afghanistan, la Francia vuole rientrare da protagonista nel comando militare dell'Alleanza, abbandonato da De Gaulle nel 1966. In cambio Parigi si aspetta che Washington e Londra non siano più ostili alla politica di difesa europea, naturalmente a guida francese, visto che oggi è concepita come strumento complementare e non alternativo alla Nato.

La Russia si sente accerchiata ai suoi confini da un'Alleanza ex nemica e considera Ucraina e Georgia poco più che sue province, certamente parti irrinunciabili della sua sfera d'influenza. Per questo da Mosca si susseguono moniti e dichiarazioni minacciose. L'ambasciatore russo alla Nato si è espresso in modo perentorio: l'adesione alla Nato rappresenterebbe «un punto di non ritorno» nelle relazioni con Kiev e Tbilisi. Prima di lui il vice ministro degli Esteri, Karassin: l'ingresso dell'Ucraina nella Nato provocherebbe «una crisi profonda» tra Kiev e Mosca, tale da avere un «impatto negativo sulla sicurezza dell'Europa». La Russia, ha spiegato, si vedrebbe costretta a «cambiare priorità nella realizzazione della sua sicurezza strategica».

Come la Russia ha dovuto subire l'indipendenza del Kosovo, così l'Occidente potrebbe trovarsi a subire l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia, è la minaccia che Mosca torna a ventilare come rappresaglia per l'eventuale adesione della Georgia alla Nato, che d'altra parte impedirebbe alla Russia di alimentare il separatismo filo-russo nelle due regioni. Per questo Tblisi considera l'ingresso nella Nato una garanzia per la sua integrità territoriale.

E' dunque improbabile che dal vertice di Bucarest giunga un "sì" formale a Ucraina e Georgia: più che sul principio dell'allargamento, gli alleati sarebbero di idee diverse sui tempi. Con la sua visita a Kiev, proprio alla vigilia, incontrando il presidente ucraino Yushchenko e la premier Tymoshenko, il presidente Bush ha voluto sottolineare che gli Stati Uniti «sosterranno con forza» l'ingresso di Ucraina e Georgia nel programma di pre-adesione all'Alleanza e che «la Russia non avrà alcun diritto di veto su quello che sarà deciso a Bucarest». Nei giorni scorsi, in effetti, era stato il presidente georgiano Saakashvili ad avvertire gli alleati che una loro risposta negativa sarebbe interpretata da Mosca come l'acquisizione di «un diritto di veto diretto» nelle questioni della Nato.

Ma Bush ha anche fatto sapere di voler rispettare «il processo di decisione per consenso», per venire incontro alle perplessità degli alleati ma anche perché è consapevole che tra Nato e Russia sono aperti altri due capitoli spinosi, causa di frizioni, che consigliano di non forzare la mano: la collaborazione in Afghanistan, dova la Nato è in difficoltà, e il progetto di scudo anti-missile. Anche se Bush ha fermamente negato l'ipotesi di veti o baratti, rimane concreta la possibilità di un rinvio a tempi migliori dell'adesione di Georgia e Ucraina per favorire un compromesso sui due capitoli che verranno trattati personalmente da Putin e Bush nell'incontro di Soci del 6 aprile.

Come dimostra un documento della premier ucraina, Yulia Tymoshenko, pubblicato su Foreign Affairs, i paesi dell'ex Patto di Varsavia ora parte della Nato e le ex repubbliche sovietiche come Ucraina e Georgia sono i più consapevoli del fatto che le ambizioni imperiali della Russia non sono finite con la caduta dell'Urss. Mosca vuole tornare ad essere una grande potenza a spese dei suoi vicini, ma il resto dell'Europa è molto meno sensibile al problema. Eppure, passa anche dai "sì" a Kiev e Tblisi la risposta europea all'uso dell'arma energetica da parte di Mosca e all'involuzione autoritaria impressa da Putin al sistema politico russo, cose di cui finora gli europei hanno dimostrato di preoccuparsi solo a parole.

Thursday, October 04, 2007

Yulia contro il nuovo "inciucio" ucraino

Con tempistica per lo meno sospetta, proprio nel momento in cui si stava delineando la vittoria elettorale, seppure di misura, della coppia filo-occidentale Yushenko-Tymoshenko, la Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, minacciava di chiudere i rubinetti del gas all'Ucraina, se entro un mese Kiev non avesse saldato il debito, che secondo Mosca ammonterebbe a un miliardo e trecentomila dollari. Il colpo si deve essere fatto sentire, se oggi da Mosca sono arrivate rassicurazioni sia sulla disponibilità dell'Ucraina a saldare (anche da Kiev non sono giunte dichiarazioni bellicose), sia sull'assenza di rischi per le forniture in Europa.

Ma «a Mosca sanno che di fronte alla paura dei termosifoni spenti la voglia di sostenere la democrazia viene meno in molte capitali europee», commentava ieri Anna Zafesova su La Stampa. La Commissione Ue ha comunque deciso di riunire gli esperti del gas dei 27 Paesi membri a metà ottobre, per valutare la situazione tra Russia e Ucraina, invitando all'incontro anche i rappresentanti delle aziende energetiche di Mosca e Kiev.

L'affermazione elettorale della coppia Yushenko-Tymoshenko non è tale da far pensare a un immediato superamento della fase di stallo e ingovernabilità che da mesi affligge l'Ucraina. Ne sono il segno evidente le prime dichiarazioni dei due a risultato acquisito. Il presidente Yushenko ha invitato i tre principali partiti, quindi compreso quello filo-russo del premier uscente Yanukovic, ad avviare consultazioni per formare un governo di unità nazionale. Yulia Tymoshenko ha però subito replicato bocciando l'idea del presidente: «Mai in una coalizione con i filorussi. In caso si formasse una coalizione tra Nostra Ucraina [Yushenko, n.d.r.] e il Partito delle Regioni [Yanukovic, n.d.r.] resteremo all'opposizione. Non faremo da tetto politico alla mafia». Parole dure.

I due protagonisti della "rivoluzione arancione" inaugurano nel peggiore dei modi la fase post-elettorale, mostrando di poter ricadere – a meno che non sia in atto un gioco delle parti – nel medesimo errore fatto in passato, quello di dividersi, che ha permesso all'ex premier filo-russo Yanukovic di approfittarne e di inserirsi nelle crepe, e ha causato la disaffezione di molti loro sostenitori.

Yushenko sembra forse più pragmatico. Probabilmente sa che le urne non hanno regalato al fronte filo-occidentale una forza tale da reggere ad un altro prolungato periodo di instabilità e, per di più, sotto le pressioni di Mosca. Così, con realismo, avanza la prospettiva di una coabitazione, certamente difficile, ma forse l'unico modo per responsabilizzare Yanukovic, sottraendolo alla tentazione di giocare al massacro. Un gioco che rischierebbe di travolgere definitivamente le posizioni fin qui acquisite dalla nuova Ucraina. Inoltre, il presidente pensa così di accreditarsi come figura di salvaguardia dell'unità nazionale e poter procedere alla riforma costituzionale necessaria per delineare meglio le prerogative di presidente e premier prima delle presidenziali del 2009.

Yulia, al contrario, può sostenere che la coabitazione è stata già tentata con esiti da dimenticare e che oggi tradirebbe le attese e gli accordi pre-elettorali. Sembra avere le idee più chiare e i principi più saldi, oltre ad essere più in sintonia con l'elettorato. Quindi, rifiuta l'"inciucio", di cui tra l'altro è già rimasta vittima in passato.

Ciò che accade in Ucraina può avere contraccolpi in senso positivo, o negativo, anche sulle altre ex repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Georgia fino a tutto il Caucaso e all'Asia centrale. Putin sa di giocarsi in Ucraina molte delle chance di restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale. Nonostante la centralità strategica dell'Ucraina – per la Russia e, di riflesso, anche per l'Ue, che è ai suoi confini – Bruxelles e le capitali europee sembrano troppo lontane da ciò che accade a Kiev.

Le pressioni russe, che Yushenko e Tymoshenko per primi fanno bene a non drammatizzare, e i pericoli di una nuova fase di instabilità a Kiev, si intrecciano con la notizia che Putin, non potendosi candidare per un terzo mandato presidenziale, ha però trovato l'escamotage per mantenere il controllo del potere: candidandosi alle elezioni legislative di dicembre come capolista del suo partito, Russia Unita, investire un presidente "fantoccio" e farsi nominare primo ministro. In questo modo, grazie al suo prestigio personale, attribuite alla carica di primo ministro l'influenza e l'autorità sufficienti, continuerebbe a indirizzare tutte le scelte del Paese. E nulla gli vieterà, se necessario, di trasferire molti poteri, oggi di competenza presidenziale, al capo del governo.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato al New York Post di credere al presidente russo quando assicura di non voler cambiare la Costituzione, ma non è rimasta indifferente alla sua ultima manovra: «Ciò che preoccupa della Russia di oggi è la concentrazione di potere nel Cremlino», avverte, perché «è abbastanza ovvio che non ci sono forti contrappesi istituzionali: il Consiglio federativo non lo è. La Duma non lo è, i tribunali non lo sono». Si tratta di «una questione interna russa», invece, per la Commissione europea, anche se poi ha chiesto a Mosca di invitare l'Osce a seguire le elezioni.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono più soli di fronte a una Russia che sfida l'Occidente praticamente su tutti i capitoli dell'agenda internazionale. Dal più piccolo al più grande, non manca di reagire tirando la corda dal capo opposto a quello da cui la tirano Usa ed Europa. Per Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, la Rice «ha ragione». Quello di Putin è un «metodo originale» per restare al potere. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha nei confronti di Putin un atteggiamento molto più distaccato e critico rispetto al suo predecessore Schroeder. Le relazioni tra Gran Bretagna e Russia, soprattutto dopo l'omicidio Litvinenko, non hanno forse mai raggiunto un livello così basso. E poi c'è il presidente francese Nicolas Sarkozy – la cui "rupture" con la politica estera chirachiana è ogni giorno più evidente – che è arrivato a denunciare la «brutalità» dei metodi di Mosca.

Di ieri, inoltre, un lungo appello di Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, e Martti Ahtisaari, ex premier finlandese, per una politica estera comune dell'Ue. In un passaggio i due affrontano anche il nodo Putin, osservando che «l'Ue ha sottostimato costantemente la propria forza, esagerando quella del Cremlino di Putin e permettendo a questo paese di farsi sempre più bellicoso». Lentamente, forse troppo lentamente, ma sta cambiando l'atteggiamento europeo nei confronti della Russia di Putin.

P.S. E il Governo italiano? Come del resto anche su tutti gli altri temi più scottanti dell'agenda internazionale – vedi il nucleare iraniano – silenzio assoluto, per interessi commerciali o ben più prosaiche esigenze di coalizione.

Sunday, September 30, 2007

L'Ucraina cerca la sua Thatcher

Oggi al voto l'Ucraina e qui si fa il tifo per i due partiti democratici e filo-occidentali, per la coppia Yushenko-Timoshenko. Però si giocheranno la loro ultima occasione per non tradire la rivoluzione arancione, che sembra comunque aver cambiato la mentalità del paese: dovranno restare uniti e procedere con le privatizzazioni in modo trasparente. Questo si attendono i loro elettori.

Intervistata dal Corriere, Yulia Timoshenko, che in caso di vittoria sarà il primo ministro, assicura di voler «lottare per le riforme», di voler essere «la Thatcher di Kiev».
«Volevo fare le riforme e lottare contro la corruzione, ma mi trovai sola e gli oligarchi di ogni colore ottennero il mio allontanamento... Che la gente sia delusa è vero. Ma in sei mesi non nasce un bambino, figuriamoci se il mio governo poteva cambiare l'Ucraina. Ora i tempi sono più maturi, io ho imparato a coprirmi le spalle e l'impegno a lottare contro la corruzione ha conservato il suo richiamo. Da noi i profittatori fanno il bello e il cattivo tempo, l'Ucraina non può restare nelle mani di gruppi di magnati che badano esclusivamente ai loro interessi privati. E poi ci serve una magistratura davvero indipendente. L'avventura di piazza Majdan ha cambiato la coscienza collettiva, oggi sono le élites politiche a dover inseguire la nuova consapevolezza popolare».
Buoni raporti con Mosca, nella «reciproca sovranità», senza trascurare, serebbe «sciocco», i «legami storici e culturali». D'altra parte, l'ingresso nell'Ue e l'adesione alla Nato rimangono dei modelli, obiettivi a medio-lungo termine, «nei tempi che saranno necessari».

Monday, May 28, 2007

Un porto sicuro per l'Ucraina

«Nessuno pone il problema della nostra adesione all'Ue dall'oggi al domani. Vorremmo però che l'Europa in qualche modo sancisse la prospettiva europea dell'Ucraina. Ci serve un porto verso il quale dirigere la nostra nave».
Viktor Yushchenko (Corriere della Sera, 28 maggio 2007)

Sunday, May 27, 2007

L'Ucraina contesa

"Pace fredda" in Ucraina tra il presidente democratico e filo-occidentale e il primo ministro filo-russo. Da Yulia Timoshenko, una dei leader della Rivoluzione arancione, breve ma esauriente spiegazione della crisi politica:
«La decisione del presidente Viktor Yushenko è giustificata: già due mesi fa il governo del primo ministro Viktor Yanukovic preparava un colpo di Stato costituzionale, col quale avrebbe esautorato il presidente dei poteri di supervisione sull'esercito e sulla polizia.

Non ho approvato la decisione di Yushenko di nominare Yanukovic primo ministro dopo le elezioni parlamentari dell'anno scorso. Sapevo che per un presidente propenso alla democrazia, "coabitare", come direbbero i francesi, proprio con colui che si è adoperato per sabotare le elezioni avrebbe provocato la paralisi istituzionale e il caos politico. Così è stato. A imbrigliare la coabitazione è stata la sua prevaricazione sul processo democratico. I democratici ucraini, usciti vittoriosi dal voto, non hanno ottenuto voce in capitolo né il posto che spettava loro al governo. Yushenko ha teso la mano in buona fede ai suoi avversari, per lenire le ferite della nostra nazione. Ma in cambio di ciò, l'accordo di governo con Yanukovic è stato tradito».
Nonostante le prevedibili difficoltà - istituzionali ed economiche - della transizione alla democrazia, sotto la pressione di Mosca per ricondurre l'Ucraina nella sua sfera di influenza, non controbilanciata da alcuna iniziativa dell'Europa, la Rivoluzione arancione non è comunque fallita.
«Certo, l'Europa e il mondo hanno motivo di preoccuparsi, ma dalla Rivoluzione arancione l'Ucraina è cambiata radicalmente. Perfino gli europei convinti, a torto, che la democrazia non metta facilmente radici nei Paesi post-comunisti, dovrebbero riconoscere che il nostro popolo oggi sente di avere potere... una classe media in ascesa preferisce quasi sempre la flessibilità del pluralismo al pugno autoritario».
La Timoshenko esorta dunque l'Europa a inviare «un chiaro messaggio, dal quale si evinca che l'Ucraina... è parte integrante del progetto europeo».