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Friday, June 09, 2017

È MayDay nel Regno Unito

-Prima lezione: non fidarsi mai (MAI!) dei sondaggi quando le elezioni non sono ancora convocate.

-May ha perso il confronto personale con Corbyn. Commessi grossolani errori di comunicazione e grande confusione nelle proposte economico-sociali, ma soprattutto mancò il carisma. Carisma che Corbyn ha.

-Attenzione ai numeri: qualcosa di straordinario è accaduto. Sia May che Corbyn hanno eguagliato nelle percentuali vittorie storiche dei loro partiti. Dal 1979, il partito che ha superato il 40% ha sempre portato a casa maggioranze molto ampie, a volte sopra i 400 seggi (Blair 413 seggi nel 2001 con la percentuale di Corbyn). Nel 2015 Cameron ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi con il 37%, alla May non è bastato il 42. Il 42,4% è lo stesso risultato della Thatcher nel 1983 (396 seggi). Era dal 1970 però che non accadeva che entrambi i partiti superassero il 40%. Probabile quindi che entrambi abbiano fatto il pieno dei propri elettorati potenziali.

-Gli errori della May, più che farle perdere voti tory, hanno aiutato Corbyn a mobilitare l'elettorato più di sinistra. Dal 18 maggio, presentando il manifesto conservatore la May ha spostato la campagna dal tema più importante per gli elettori tory e libdem (la Brexit) ai temi che "scaldano" l'elettorato labour (stato sociale, sanità e assistenza). E poi, tre gravissimi attentati in pochi mesi non aiutano certo chi è al governo, meno che mai chi è stato ministro degli interni o premier negli ultimi sette anni.

-Grande capacità di mobilitazione dimostrata da Corbyn che ha praticamente prosciugato gli altri partiti di opposizione. Ma non è una buona notizia per il Labour: perché il "pieno a sinistra" ti porta (a volte) a percentuali da capogiro, ma non a conquistare il centro e, quindi, la maggioranza dei seggi. Chissà perché il termine "populismo" non viene accostato al Labour di Corbyn... Eppure, con le sue ricette tutto-gratis né è la quintessenza.

-I britannici non hanno cambiato idea sulla Brexit, che nell'ultimo mese (quando il 57% degli elettori che hanno votato Labour ha maturato la propria scelta) non è stata al centro della campagna. Partiti europeisti i grandi sconfitti: libdem e SNP (Ukip per l'esaurirsi della sua funzione storica). Ma certamente il risultato indebolisce il futuro governo nei negoziati con la Ue, per la miope goduria degli europei...

-Incredibile in Scozia: gli elettori puniscono la leader indipendentista Sturgeon e sono decisivi per la tenuta dei tory. Meglio il Regno Unito fuori della Ue che la Scozia fuori dal Regno Unito?

Due pareri opposti sulle conseguenze del voto sulle trattative per la Brexit:
William Hague sul Telegraph:
"Any threat to execute a 'no deal' strategy and take the UK in a lower-tax, lighter regulation direction has lost much of its credibility, so our negotiating position in Europe is weaker."
Daniel Hannan sul Daily Mail:
"This is the most pro-Brexit House of Commons ever elected. More than 90 per cent of MPs have just been returned for parties that are promising to leave the EU, namely the Conservatives, Labour and the Democratic Unionist Party.

That fact is worth remembering as you listen to the excited comments by British Europhiles about stopping Brexit, and the sneering by some in Brussels about the supposed hopelessness of our position now that Theresa May has lost her outright majority."

Wednesday, May 31, 2017

Quale Europa senza inglesi e americani?

Non c'è dubbio: Brexit e Trump sono argomenti forti a favore di un rafforzamento politico e istituzionale dell'Ue. Però bisogna vedere di che tipo di Europa stiamo parlando e soprattutto, prese le distanze da inglesi e americani, nelle mani di chi finirebbe il nostro destino...

E poi, gli altri membri del club concordano sul fatto che il rinnovato impulso al progetto europeo avvenga a scapito dei rapporti transatlantici, che forse i tedeschi hanno dovuto ingoiare per 70 anni ma altri intrattengono ben volentieri?

Sul Financial Times, Gideon Rachman definisce un "passo falso" quello della Merkel...
"It is baffling that a German leader could stand in a beer-tent in Bavaria and announce a separation from Britain and the US while bracketing those two countries with Russia. The historical resonances should be chilling.
...
some have even proclaimed that the German chancellor is now the true leader of the western world. That title was bestowed prematurely. The sad reality is that Ms Merkel seems to have little interest in fighting to save the western alliance."
Ma attenzione, perché a volte i desideri diventano realtà: la Merkel rischia di dare a Trump esattamente ciò che vuole... che l'Europa diventi responsabile della sua difesa.

E a proposito del ritiro americano dall'accordo di Parigi sul clima... "Since when is a difference of opinion on climate policy a signal of US retreat from Europe?" chiede il Wall Street Journal. Da quando le politiche sul clima sono alla base dell'alleanza transatlantica? Sulla Nato, invece, si direbbe che l'alleato inaffidabile è la Germania... che spende una cifra ridicola nella difesa rispetto alla sua ricchezza e contribuisce pochissimo alle missioni. Però adesso vuole farsi una difesa comune "europea"...

Intanto, sempre sul WSJ il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster e il consigliere economico di Trump, Gary D. Cohn, spiegano che "America First doesn't mean America alone".

Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.

Tuesday, March 21, 2017

Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump

Pubblicato su formiche

Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.

Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).

L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".

Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.

Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.

E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".

Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.

Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".

Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".

Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"

"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".

Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?

Tuesday, January 24, 2017

Trump fa sul serio: i primi ordini esecutivi e il discorso di insediamento

Pubblicato su Ofcs Report

Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica

Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.

La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.

E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).

Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.

Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).

Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.

In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.

Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.

Tuesday, January 17, 2017

Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera

Pubblicato su Ofcs Report

L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale

L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.

Quando mancano due giorni all’Inauguration Day,  tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.

Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.

In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.

Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.

Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.

Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.

“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.

Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.

L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.

In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.

La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.

Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.

E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…

Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.

Monday, July 04, 2016

L'Ue dopo la Brexit: la padella o la brace

Pubblicato su L'Intraprendente

"Adesso è il momento di essere pragmatici". In un'intervista al Welt Am Sonntag (edizione domenicale del Die Welt), Wolfgang Schäuble, il ministro tedesco delle finanze, delinea la sua idea di rilancio dell'Unione europea dopo il voto sulla Brexit. E nel farlo emergono due visioni contrapposte sul futuro dell'Ue.

"Se non tutti i 27 Stati membri vogliono mettersi insieme dall'inizio, allora inizieremo con pochi. E se la Commissione non collabora, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi tra Governi", ha spiegato Schäuble. "Questo approccio intergovernativo si è dimostrato efficace durante la crisi dell'Eurozona. Siamo onesti - ha aggiunto - la domanda se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo non è quella che preoccupa la gente in modo particolare. Alla gente interessa sapere se riusciamo a controllare il problema dei profughi. Contano i fatti, non le parole altisonanti". E ancora: "In Europa abbiamo troppo spesso pomposamente proclamato nuove iniziative non realizzate".

Dalle osservazioni di Schäuble emerge una netta linea di demarcazione, riguardo i futuri passi da far compiere all'Ue, rispetto alle fughe in avanti dei vertici di Commissione e Parlamento europeo, Juncker e Schulz. "In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione", ha spiegato Schäuble. "Ma non è il momento giusto per questo". Dopo il voto sulla Brexit, ha ribadito, "non è il momento per le grandi visioni. La situazione è così seria che dobbiamo smettere di fare i soliti giochetti europei e di Bruxelles". "Al momento, non riusciamo a modificare gli accordi. Le istituzioni dovrebbero piuttosto intervenire per la soluzione dei problemi. E se non dovessero riuscire, risolviamo noi questi problemi tra i governi al di fuori delle istituzioni". Non manca nelle parole di Schaeuble un'accusa diretta alla Commissione europea, inadempiente a suo avviso nel far rispettare le regole del rigore e dell'austerità. Come dire che i tedeschi non accetteranno mai di consegnare a Bruxelles i poteri di una unione fiscale.

Insomma, da una parte, c'è l'Unione europea a più velocità e a trazione tedesca (intergovernativa); dall'altra, l'integrazione per accentramento progressivo di poteri nella Commissione europea di Juncker (che ovviamente nessuno ha mai eletto), che però rischia di accelerare anziché placare le forze centrifughe, facendo saltare tutto.

Scegliete voi dove sta la padella e dove la brace tra queste due opzioni, ma di Stati Uniti d'Europa qui non se ne vedono nemmeno lontanamente. Dell'ideale federalista di cui molti sedicenti liberali nostrani si riempiono la bocca non c'è traccia. Né Churchill né Spinelli. Questa Europa non si sta avvicinando passo passo a quell'ideale... Difenderla, essere a favore di più integrazione in questo contesto, significa fare da stampella proprio a chi quell'ideale l'ha già ucciso. Si può nonostante tutto sostenere che all'Italia, per come è "sgovernata", convenga "più Europa". L'unica cosa che non potete fare, però, è provare a venderci che stiamo procedendo verso gli Stati Uniti d'Europa.

A Berlino e a Bruxelles, non a Londra e nelle campagne inglesi, abitano i veri nemici dell'Europa. La Brexit avrà forse il merito di fare chiarezza. Non nel senso di imporre agli amici britannici un aut-aut, un dentro o fuori, un tutto o niente. Ma nel senso di chiarire le opzioni reali che questa Unione europea ha di fronte. Tra la padella e la brace, appunto, teniamoci il mercato unico e azzeriamo il resto, provando a riscrivere i trattati.

Friday, June 24, 2016

Se l'Ue preferisce ignorare la lezione Brexit

L'europeismo politicamente corretto a caccia di capri espiatori: se la prendono con Cameron, i vecchi egoisti, persino "l'abuso di democrazia", pur di non fare i conti con i loro errori. Così accecati dal livore verso i britannici che nemmeno ci rendiamo conto di quanto rischia di peggiorare l'Ue senza il Regno Unito

A prescindere dal giudizio sulla loro scelta, dovrebbe far riflettere che una maggioranza di elettori britannici abbia resistito a una pressione enorme, senza precedenti, esercitata per settimane, a tamburo battente, da tutti i principali poteri politici, tecnici ed economici, tutti schierati dalla parte del Remain. Un esito che rivela ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, l'incapacità politica dell'Unione europea, delle sue istituzioni e dei professionisti dell'europeismo in servizio permanente effettivo, di rispondere alla sfida della critica e del dissenso.

Al contrario di quanto per settimane hanno cercato di far credere, a far leva sulla paura e sugli allarmismi, avanzando come unici argomenti scenari catastrofici, senza idee né ideali, è stato il fronte pro-Ue, sia all'interno che al di fuori del Regno Unito. Dichiarazioni quotidiane più o meno minacciose di capi di stato e di governo, banchieri centrali, organismi internazionali, centri di ricerca, politici e della maggior parte dei media. A prescindere dalla fondatezza o meno di questi foschi scenari (lo scopriremo non oggi ma nel prossimo futuro, anche se appaiono un poco esagerati), in maggioranza i britannici si sono comunque rifiutati di cedere a minacce e lusinghe che erano lontanissime dal dare risposte concrete alle loro preoccupazioni. La paura ha giocato nel campo del Remain, mentre in quello della Brexit ha giocato il coraggio e sì, persino un pizzico d'incoscienza, perché un simile ribaltamento dello status quo è sempre un rischio, un salto nel buio.

Ma ad inquietare di più sono le reazioni degli sconfitti al di qua della Manica. L'esito del referendum è una sconfitta solo per il premier britannico David Cameron e una sciagura (ammesso che sia così) solo per la Gran Bretagna? Non è forse una sconfitta anche per questa Europa e per chi ne è alla guida? A Londra, Cameron si è dimesso un'ora dopo, assumendosi le sue responsabilità e dando una lezione a tutti. E a Bruxelles? Ancora attaccati alle poltrone? L'hanno capita la lezione della Brexit? Pronto Bruxelles, c'è nessuno? Abbiamo un problema, che dite? Qualcuno ci mette la faccia? Se l'Unione europea avesse compreso la lezione, oggi si parlerebbe di dimissioni dei vertici Ue (Juncker in primis), non solo di Cameron.

Invece niente. Al di qua della Manica si pontifica, o ci si nasconde dietro la solita retorica o, peggio, si evocano infantili vendette: dispiace, ma ora Londra via subito. Nessuno neppure sfiorato dal dubbio che gran parte della responsabilità sia proprio di chi ha guidato l'Ue in questi anni e che lo scossone Brexit possa rappresentare un'occasione per riformare a fondo l'Unione (sì, nonostante tutto anche con gli inglesi). Quelli che non hanno ancora capito niente li potete facilmente riconoscere perché sono quelli che testa bassa e rancore a mille se la prendono con Cameron e persino con quell'"abuso della democrazia" (parole di Mario Monti) che sarebbe stato il referendum.

Il premier britannico può aver sbagliato. Anche se ad essere onesti, quando ha convocato il referendum non poteva prevedere che l'Ue avrebbe gestito in modo letteralmente folle l'emergenza immigrazione, che è stata un fattore decisivo del voto di ieri. Ma Cameron si è dimesso, mentre avrebbero dovuto dimettersi tutti i vertici europei. La Brexit ha rottamato un'intera generazione di leader europei ed europeisti, nonché la maggior parte dei mainstream media la cui pigrizia intellettuale ha ormai superato qualsiasi rischio di servilismo.

Se Cameron è il capro espiatorio, l'alibi è l'"abuso della democrazia". Il referendum non si doveva fare. Ma sa, caro Monti, gli inglesi hanno questa malattia incurabile dell'abuso di democrazia. Sono drogati di democrazia, noi invece quasi astemi... L'altra sera, finché il Remain sembrava prevalesse, trasmissioni tv e social network a reti unificate celebravano la democrazia britannica, con le immagini di quei fantastici ragazzi che trasportavano di corsa le ceste pieni di voti. La mattina dopo ti svegli e li trovi tutti a maledire il fatto stesso che il referendum si sia tenuto. Il problema, dicono, è far decidere il popolo così, su questi temi, per queste ragioni. E' da irresponsabili... Né mancano le analisi sulla composizione del voto. Naturalmente i pro-Brexit sono solo vecchi, poveri, ignoranti, razzisti, cattivi, e anche, scopriremo a breve, un po' sporchi e puzzolenti...

Anche la narrazione, così consolatoria per gli europeisti, dei giovani britannici che avrebbero votato in massa Remain si è rivelata una bufala. I dati dell'affluenza per fasce d'età raccontano tutt'altra storia: i giovani britannici in massa se ne sono proprio strafregati di votare... Solo il 36% degli elettori nella fascia 18-24 è andato a votare, mentre ha votato l'83% degli over 65. Quindi, solo un giovane su quattro ha espresso la volontà di restare nell'Ue. E' l'esatto contrario: proprio i giovani hanno tradito il Remain, e l'Ue, mostrando tutta la loro indifferenza.

Ma naturalmente, quando l'esito non è quello che piace o ci si aspetta, allora si scopre che la democrazia è "abusata", che su "certi" temi con implicazioni globali "le piazze" non dovrebbero potersi esprimere, che c'è il rischio "plebiscitario", il risveglio dei nazionalismi eccetera... L'analogia tra ciò cui stiamo assistendo oggi in Europa e l'ascesa dei nazionalismi negli anni Trenta ci sta. Tuttavia, non sta nell'uso degli strumenti della democrazia (negarli per paura di perdere sarebbe la sua negazione preventiva), ma nell'inadeguatezza di un establishment che si crede "liberale" ma che sta sottraendo sovranità ai cittadini nascondendola e accentrandola in un Superstato inefficiente e dispendioso.

No, non li sfiora nemmeno il dubbio che questo esercizio di chiedersi su cosa il "popolino" possa esprimersi e su cosa no, sia molto, molto scivoloso. La democrazia sì, purché si decida per "il meglio", indicato da chissà quali sapienti o tecnici? Ma la democrazia è nata proprio perché qualcuno ha fatto notare che non sempre i più saggi, i più istruiti, i più ricchi, i più cool, decidevano per il meglio... Democrazia significa affidarsi fino in fondo alla volontà dei cittadini. Non sempre la maggioranza ha anche ragione, ma nemmeno ha torto solo perché ne fa parte qualche vecchietto e qualche ignorante in più. Può accadere che sia indotta in errore, come già tragicamente accaduto in Europa, ma bisogna assumersi il rischio, se no che democrazia è? Gli inglesi non si sono mai sbagliati, finora. Forse oggi è il primo errore, o forse no. Chi può dirlo con certezza oggi? Ma il tema non dovrebbe essere se si doveva o non si doveva votare. Il tema dovrebbe essere perché i pro-Ue hanno perso.

Tuesday, June 21, 2016

Trump e Brexit: ribellione contro il politicamente corretto

Una rabbia cieca verso l'establishment politico e una paura irrazionale dell'immigrazione. Sarebbero questi, secondo la maggior parte degli osservatori, i due fattori che più alimentano fenomeni definiti populistici come la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca, al di là dell'Atlantico, e al di qua l'ampio consenso all'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, su cui i cittadini britannici decideranno il prossimo 23 giugno.

Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".

Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.

In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.

Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".

Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".

Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.

Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".

La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?

Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.

Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.

Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.

Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.

Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.