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Monday, July 04, 2016

L'Ue dopo la Brexit: la padella o la brace

Pubblicato su L'Intraprendente

"Adesso è il momento di essere pragmatici". In un'intervista al Welt Am Sonntag (edizione domenicale del Die Welt), Wolfgang Schäuble, il ministro tedesco delle finanze, delinea la sua idea di rilancio dell'Unione europea dopo il voto sulla Brexit. E nel farlo emergono due visioni contrapposte sul futuro dell'Ue.

"Se non tutti i 27 Stati membri vogliono mettersi insieme dall'inizio, allora inizieremo con pochi. E se la Commissione non collabora, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi tra Governi", ha spiegato Schäuble. "Questo approccio intergovernativo si è dimostrato efficace durante la crisi dell'Eurozona. Siamo onesti - ha aggiunto - la domanda se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo non è quella che preoccupa la gente in modo particolare. Alla gente interessa sapere se riusciamo a controllare il problema dei profughi. Contano i fatti, non le parole altisonanti". E ancora: "In Europa abbiamo troppo spesso pomposamente proclamato nuove iniziative non realizzate".

Dalle osservazioni di Schäuble emerge una netta linea di demarcazione, riguardo i futuri passi da far compiere all'Ue, rispetto alle fughe in avanti dei vertici di Commissione e Parlamento europeo, Juncker e Schulz. "In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione", ha spiegato Schäuble. "Ma non è il momento giusto per questo". Dopo il voto sulla Brexit, ha ribadito, "non è il momento per le grandi visioni. La situazione è così seria che dobbiamo smettere di fare i soliti giochetti europei e di Bruxelles". "Al momento, non riusciamo a modificare gli accordi. Le istituzioni dovrebbero piuttosto intervenire per la soluzione dei problemi. E se non dovessero riuscire, risolviamo noi questi problemi tra i governi al di fuori delle istituzioni". Non manca nelle parole di Schaeuble un'accusa diretta alla Commissione europea, inadempiente a suo avviso nel far rispettare le regole del rigore e dell'austerità. Come dire che i tedeschi non accetteranno mai di consegnare a Bruxelles i poteri di una unione fiscale.

Insomma, da una parte, c'è l'Unione europea a più velocità e a trazione tedesca (intergovernativa); dall'altra, l'integrazione per accentramento progressivo di poteri nella Commissione europea di Juncker (che ovviamente nessuno ha mai eletto), che però rischia di accelerare anziché placare le forze centrifughe, facendo saltare tutto.

Scegliete voi dove sta la padella e dove la brace tra queste due opzioni, ma di Stati Uniti d'Europa qui non se ne vedono nemmeno lontanamente. Dell'ideale federalista di cui molti sedicenti liberali nostrani si riempiono la bocca non c'è traccia. Né Churchill né Spinelli. Questa Europa non si sta avvicinando passo passo a quell'ideale... Difenderla, essere a favore di più integrazione in questo contesto, significa fare da stampella proprio a chi quell'ideale l'ha già ucciso. Si può nonostante tutto sostenere che all'Italia, per come è "sgovernata", convenga "più Europa". L'unica cosa che non potete fare, però, è provare a venderci che stiamo procedendo verso gli Stati Uniti d'Europa.

A Berlino e a Bruxelles, non a Londra e nelle campagne inglesi, abitano i veri nemici dell'Europa. La Brexit avrà forse il merito di fare chiarezza. Non nel senso di imporre agli amici britannici un aut-aut, un dentro o fuori, un tutto o niente. Ma nel senso di chiarire le opzioni reali che questa Unione europea ha di fronte. Tra la padella e la brace, appunto, teniamoci il mercato unico e azzeriamo il resto, provando a riscrivere i trattati.

Thursday, July 04, 2013

Letta brinda ma non ci serve più spesa

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Altro che brindisi! Sarà un successo forse per il governo Letta, e per l'ex premier Monti, ma per l'Italia è una beffa, l'ennesima occasione sprecata. Cerco di spiegare perché. L'apertura del presidente della Commissione europea Barroso ad una maggiore flessibilità di bilancio (ma sempre al di sotto del tetto del 3%) per quei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo sembra una buona notizia, ma al di là delle apparenze è la conferma del dramma continentale che stiamo vivendo. Un'Europa che impone ai paesi in crisi un'austerità cieca, perché incapace di distinguere, ferma restando la necessità di consolidamento dei conti pubblici, tra diverse politiche economiche, tra i diversi percorsi al risanamento, più o meno recessivi, che esistono e che vengono indicati anche dal presidente della Bce Draghi.

In questo senso, le parole di Barroso sono sintomatiche di un'Europa che non sa immaginare politiche per la crescita se non all'interno della cornice della spesa pubblica: più spesa, più crescita, è l'unica equazione che sembrano conoscere non solo a Roma, ma anche a Bruxelles. Ma leggiamole attentamente le dichiarazioni di Barroso: «Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, deciderà caso per caso se permettere, sempre nel pieno rispetto del Patto di stabilità, deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso gli obiettivi di medio termine fissati nelle raccomandazioni specifiche per Paese». Tali "deviazioni", cioè la maggiore flessibilità di bilancio concessa, ha precisato Barroso, «dovranno essere collegate alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dall'Ue nell'ambito della politica di coesione, delle reti transeuropee Ten o di Connecting Europe, con un effetto sul bilancio positivo, diretto, verificabile e di lungo termine».

Innanzitutto, nulla di nuovo: sapevamo già che come premio per l'uscita dalla procedura di deficit eccessivo ci sarebbe stato concesso di discostarci dagli obiettivi di medio termine per il pareggio di bilancio, ma sempre restando al di sotto del tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità. Il che in termini concreti per noi significa - se le previsioni del Pil e del fabbisogno pubblico saranno rispettate, e se il mercato dei nostri titoli di Stato non subirà scossoni - che avremo nel 2014, tra il deficit previsto al 2,4% e il tetto del 3%, comunque da rispettare, un margine di manovra di circa lo 0,5% del Pil, ossia 7-8 miliardi.

Dove sta la beffa, dunque? Ci viene sì concesso un margine di manovra, ma ci viene anche detto come dobbiamo utilizzarlo: non per la riduzione delle tasse di cui la nostra economia ha disperato bisogno, ma per fantomatici «investimenti produttivi». E il principale criterio per attribuirgli o meno questa patente di "produttività" sarà l'essere "agganciati" a progetti cofinanziati dall'Ue, nell'ambito della politica di coesione e delle reti. Ma se gli investimenti pubblici di cui si parla fossero davvero produttivi, in quest'ultimo decennio di programmi europei il nostro Pil sarebbe schizzato alle stelle.

L'Italia ha certamente bisogno di investimenti, ma non dei cosiddetti «investimenti pubblici produttivi», che alla fin dei conti non si sono mai rivelati tali. Sia per la lentezza nell'avvio di questi progetti, e per le note difficoltà dell'Italia a spendere i fondi europei, sia perché gli "investimenti" finiscono il più delle volte ai soliti attori economici, che o sono inefficienti o non ne avrebbero bisogno. Per richiamare investimenti privati, e perché siano davvero produttivi, lo Stato deve alleggerire il suo peso sull'economia, deve abbassare le sue pretese fiscali e burocratiche. Non ci sono scorciatoie.

A parte il fatto che stiamo festeggiando, ma quel margine dobbiamo ancora conquistarcelo (ed è a rischio se la stima del Pil dovesse peggiorare ancora), oggi il premier Letta brinda, insieme ai ministri del Pdl, perché l'Ue ci concede di spendere di più quando l'Italia sta morendo proprio di questo, di troppa spesa, quindi dovrebbe esigere dall'Europa di poter utilizzare qualsiasi flessibilità di bilancio dovesse manifestarsi per ridurre la pressione fiscale, per esempio il costo del lavoro. E il Pdl non sembra accorgersi che proprio alle direttive di Barroso farà ricorso Letta per spiegare che i ristrettissimi margini che ci saranno nel 2014 non potranno essere usati per tagliare le tasse.

Wednesday, April 04, 2012

Dalla Ue warning a Monti: l'Italia rischia

Sembra un film già visto: filtrano indiscrezioni, spesso da Bruxelles, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; Palazzo Chigi smentisce. Il tempo ci dirà se anche stavolta dovremo rassegnarci al solito esito: la manovra alla fine s'ha da fare, ma siccome nell'emergenza – l'alibi è sempre lo stesso – il governo si trova impreparato a tagliare la spesa, aumentano le tasse. Questa volta il ruolo da protagonista tocca al governo Monti.

In effetti, il rapporto citato dal Financial Times non dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito. Ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sulla riforma del lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue. Ci ricorda che il fiscal compact prevede per i Paesi indebitati come il nostro uno sforzo colossale per il rientro dal debito. Insomma, le sfide per l'Italia sono solo all'inizio. Per questo suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbattere velocemente lo stock del debito, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione.

Siamo già in recessione, ma gli aumenti di tasse previsti per quest'anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi. In attesa della stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012, che l'Istat diffonderà a metà maggio, si avvicina il momento della verità. Il rischio che corriamo, a causa di una politica di risanamento di tasse anziché di tagli alla spesa, è un progressivo avvitamento nella spirale "più tasse-recessione-deficit-nuove tasse". E' la via dell'austerità definita da Draghi «cattiva» - politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere «buoni numeri» anche senza tagliare la spesa corrente, solo alzando le tasse - quella fin qui seguita anche dal governo Monti, che in totale continuità con i governi tecnici e politici del passato, e in connubio con i vertici della burocrazia statale, difende la spesa pubblica caricando sul Paese tutti gli oneri del risanamento.
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Thursday, September 23, 2010

Anche Zapatero con Sarkozy

Oltre a Berlusconi, a quanto pare anche il premier spagnolo Zapatero sostiene la politica di Sarkozy sui rom. L'aveva già fatto al Consiglio europeo, ma i nostri media l'avevano accuratamente nascosto. Ieri, al Wall Street Journal, è tornato sulla questione assicurando che i rom «non sono stati espulsi a causa della loro origine etnica». I provvedimenti sono stati adottati «nel rispetto dello stato di diritto». «I principi dell'integrazione devono funzionare - spiega - ma deve anche essere rispettato l'ordine pubblico nei campi che non hanno le condizioni sanitarie e di sicurezza necessarie». Guarda caso allineati i governi di Francia, Italia, Spagna (e Repubblica Ceca). Per ideologia, o perché condividono lo stesso problema?

Friday, September 17, 2010

Euroipocrisia

Il fossato che si è aperto tra la Commissione europea da una parte e la Francia di Sarkozy dall'altra (di cui hanno preso le difese platealmente solo Berlusconi, Zapatero e il premier ceco Necas, ma i leader che covano in silenzio la loro insofferenza verso Bruxelles sono molti di più) è totalmente il risultato dell'ipocrisia e dell'irresponsabilità politica delle istituzioni europee.

La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?

Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.

Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.

C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.

«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».

Thursday, June 17, 2010

Eurofollie ed eurotruffe

A quanto pare di capire il Parlamento europeo avrebbe dato il via libera ad un nuovo sistema di etichettatura degli alimenti per evidenziarne i valori nutrizionali, cioè la quantità di zuccheri, grassi, sale e calorie contenute in 100 grammi di prodotto. Più informazione, fin qui niente di male. Se non che una norma vieterebbe ai prodotti con una eccessiva presenza di zuccheri (non più del 10%), grassi saturi (non più di 4 grammi) o sale (non più di 2mg), di essere pubblicizzati con richiami salutistici o al benessere fisico. Insomma, se il prodotto è troppo dolce, non si potrà dire che "fa bene". Avete presente la pubblicità di Nutella pezzo forte della prima colazione degli Azzurri? Dimenticatevela.

Un problema non da poco per la nostra e altrui industria dolciaria, se l'Ue dovesse avviare una campagna terroristica obbligando ad apporre sulle etichette diciture come "provoca obesità", o "nuoce gravemente alla salute", come sulle sigarette. Non siamo ancora a questo punto, ma quel divieto è un primo passo verso quella direzione. Una norma che l'emendamento 191 avrebbe abrogato, se Sonia Alfano (Idv) e Leonardo Domenici (Pd) non avessero votato contro, unici tra gli eurodeputati italiani. La votazione infatti si è chiusa in parità (309 sì contro 309 no), quindi l'emendamento è stato respinto per un solo voto e il divieto confermato. Grazie.

Ma l'Europa non è nuova a simili scemenze: «A subire gli effetti delle normative comunitarie - accusa Coldiretti in una nota - lo scorso anno era stato un altro importante prodotto della dieta mediterranea come il vino per il quale... è stata autorizzata la possibilità di zuccheraggio per i paesi del nord Europa, ma anche la produzione e la commercializzazione di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti diversi dall'uva come lamponi e ribes». Inoltre, in materia di formaggi la Commissione ha respinto qualche mese fa una proposta italiana per rendere obbligatoria l'indicazione di origine del latte impiegato nel latte a lunga conservazione e in tutti i prodotti lattiero-caseari. Altra contraddizione sospetta, l'obbligo di etichettatura dei prodotti agricoli impiegati per l'allevamento solo per la carne bovina, ma non per quella di maiale.

E' ovvio che la legislazione in questa materia viene orientata da blocchi di Paesi che si coalizzano per danneggiare i prodotti altrui e avvantaggiare i propri, per cui andrebbe del tutto abolita.

Monday, June 07, 2010

Occasione da non perdere

La Commissione europea oggi è apparsa irremovibile sulla necessità dell'equiparazione immediata, a partire già dal primo gennaio 2012 (e non dal 2018 come previsto dal governo), dell'età di pensionamento delle donne nel settore pubblico a quella degli uomini, cioè a 65 anni. E' una fortuna. La manovra, ha riconosciuto il ministro del Welfare Sacconi, è «il veicolo più tempestivo» per adeguarci alla richiesta dell'Ue. E c'è davvero da augurarci che il governo non sia così stupido da lasciarsi sfuggire questa occasione. Oltre a risparmiare centinaia di milioni di sanzioni, potrebbe fare subito una riforma strutturale comunque inevitabile, migliorando la manovra sul fronte della tenuta dei conti pubblici.

Certo, le proteste delle parti sociali e delle categorie più retrive sarebbero ancora più veementi, mettendo alla prova la determinazione riformista sia della maggioranza che dell'opposizione. Ma per arginare l'impopolarità della misura il governo può sempre contare sul solido - e solito - argomento "l'Europa ci obbliga", senza il quale pare che in Italia non sia possibile alcuna riforma significativa. E chissà che la dialettica tra il ministro Sacconi e la commissaria Reding non fosse nient'altro che un più che opportuno gioco delle parti. Il risparmio per le casse dello Stato sarebbe in effetti piuttosto esiguo nel breve termine, ma nel medio-lungo termine potrebbe liberare importanti risorse per riequilibrare la spesa sociale a vantaggio dei capitoli ad oggi trascurati. E potrebbe rendere più accettabile l'innalzamento dell'età pensionabile anche nel settore privato.

Friday, April 30, 2010

Ma cosa ci sta a fare l'Unione europea?

Non essendo un tecnico, vi rimando agli editoriali di Roberto Perotti sul Sole e di Oscar Giannino su Il Messaggero. Certo, le agenzie di rating hanno fallito e solo all'ultimo - quando le magagne erano ormai evidenti ai mercati - hanno reagito, ma ciò non dovrebbe distoglierci dal vero problema: i governi greci che hanno truffato i propri cittadini e tutti gli europei; e le istituzioni europee preposte (e per ciò lautamente pagate) ad evitare tali disastri che invece hanno miseramente fallito. Il problema è che la Grecia non può neanche essere messa sotto amministrazione controllata. Saranno sempre gli stessi governanti che hanno truffato sul debito a gestire il prestito.

Nell'istintivo "egoismo" dei tedeschi contrari al piano per la Grecia (l'86%) c'è più sale in zucca, e più intuitiva conoscenza di come funziona l'economia di mercato, di quanto i professionisti dell'euroretorica siano disposti ad ammettere: i salvataggi non funzionano, non evitano i fallimenti e provocano guai peggiori. Credevamo ingenuamente che l'Europa, tutta la sua pletorica burocrazia, i parametri di Maastricht, quei 'rompiballe' della Commissione europea, servissero almeno ad evitarci una situazione simile. E invece, neanche questo.

Le critiche rivolte all'Europa, e alla Germania, per aver ritardato a concedere il piano alla Grecia sono demagogiche, come scrive Perotti:
«Queste critiche sono anche dettate dalla retorica europeista ed eurista che prevale in Italia, per cui l'Unione Europea e l'euro sono diventati dei feticci dello status quo politically correct, invece che degli strumenti per migliorare la governance e la politica economica. Questa retorica ci impedisce di vedere che l'euro può funzionare benissimo, e magari meglio, anche senza la Grecia: non c'è alcun motivo tecnico perché non sia così».
Per Giannino, l'Europa ha contribuito in tre modi al disastro greco:
«L'insuccesso clamoroso degli aiuti strutturali. Un tasso d'interesse troppo basso rispetto a quello "naturale", per l'economia greca. Infine, la clamorosa cecità di fronte alle truffe contabili (truffe maccheroniche nell'ordine di 10 punti di Pil di deficit nascosto)».
E' la conferma che il problema, ciò che dovrebbe essere al centro delle critiche, non sta nella lentezza con cui l'Europa è andata in soccorso della Grecia, ma nelle sue stesse politiche, che hanno portato a questa situazione invece di evitarla, e nella totale mancanza di controllo. L'Unione europea, con il suo mercato unico, non è stata pensata e realizzata per salvare gli stati membri irresponsabili ogni volta che combinano magagne, ma per "costringerli" a migliorare la loro governance e la loro politica economica. Se fallisce in questo, cosa ci sta a fare?

Wednesday, December 03, 2008

Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia

Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».
In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).

Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».
Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.

Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.

Tuesday, December 02, 2008

Sky, Tremonti cala l'asso nella manica

Tremonti ha messo tutti nel sacco. Con quella punta di perfidia che lo contraddistingue si era tenuto l'asso nella manica e ha atteso che l'opposizione prendesse lo slancio. Nella conferenza stampa di oggi, da Tirana, Berlusconi rideva sotto i baffi: se proprio insiste, la sinistra, riportiamo pure l'Iva al 10%, ma secondo i dettami europei (cioè per tutti, a prescindere dalle tecniche di trasmissione utilizzate, facendo un gran favore a Mediaset, evidentemente).

Eh già, perché il premier conosceva il «blocco di documenti» che avrebbe tirato fuori Tremonti: «Dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate». E' quanto stabilisce l'Unione europea. Dunque, per evitare una procedura di infrazione comunitaria, già il governo precedente, il Governo Prodi, si era impegnato per l'allineamento delle aliquote: «C'è un carteggio tra la Commissione Ue e il Governo Prodi che prevede l'impegno ad allineare le aliquote. L'impegno scadeva in questi giorni». Un carteggio che il ministro ha distribuito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa al termine della riunione Ecofin.

Certo, la Commissione chiedeva di allineare le aliquote, quindi si poteva anche decidere di portare tutti al 10%, anziché tutti al 20%. Ma se il governo si fosse azzardato a portare tutti al 10%, c'è da scommettere che l'opposizione avrebbe gridato ancora di più allo scandalo, perché in quel caso il vantaggio per le tv del premier sarebbe stato più evidente.

Ancora una volta spiazzato Veltroni e nel caos il Pd. Erano partiti in quarta, ma ecco che viene fuori che l'impegno era stato preso da Prodi, ed è ragionevole ritenere che forse qualcuno dei prodiani se lo ricordasse, ma ha pensato bene di non avvertire l'inconsapevole Walter.

Rimane però, se non mi sbaglio, l'anomalia della Rai, che gode di un abbonamento obbligatorio (il canone), su cui si applica un'aliquota Iva del 4%. Questo privilegio il governo non si azzarda a toccarlo.

Friday, September 05, 2008

Nessuna discriminazione sui rom, l'opposizione perde la faccia

E così, alla fine, ha avuto ragione Maroni. La Commissione europea ha accertato che il censimento dei campi nomadi abusivi e le altre misure nei confronti dei rom contenute nel pacchetto sicurezza non sono discriminatorie e sono conformi al diritto comunitario.

Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.

La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.

Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.

Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.

Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
«... il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell'entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano... Dinanzi a questo terremoto culturale e politico... sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza, poco coraggio di interrogare l'Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria (!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell'Italia peggiore».
Il problema è innazitutto «culturale», perché «nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea».
«La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l'Italia repubblicana... Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno. Il centrodestra sembra invece avere una visione dell'Italia, e a modo suo la porta avanti».

Thursday, April 24, 2008

Pechino soffia sul nazionalismo, ma in Tibet ancora proteste

Mentre proseguono le solite schermaglie diplomatiche – ieri la Commissione Ue ha reiterato il suo appello nei confronti di Pechino perché si impegni in un «dialogo costruttivo e sostanziale» con il Dalai Lama, sentendosi però accusare di «ingerenze» riguardo un «affare interno della Cina» - dal Tibet trapelano in qualche modo notizie di decine di manifestazioni represse nel sangue, come riporta Claudio Tecchio (Ufficio Internazionale Cisl) sul sito Icn-News. A partire dal 10 marzo hanno avuto luogo oltre 50 proteste in altrettanti centri situati anche oltre i confini della Regione Autonoma del Tibet. La rivolta ha infatti raggiunto l'Amdo e il Kham, aree tibetane oggi province cinesi. E nonostante i morti, gli arresti, la mobilitazione di truppe e le campagne di "rieducazione patriottica", ancora la scorsa settimana ci sono state manifestazioni e scontri e la polizia (che ha avuto l'ordine di sparare su ogni assembramento «ostile») ha aperto il fuoco uccidendo molti pacifici manifestanti tibetani, in maggioranza giovani, sia laici che religiosi.

I più importanti monasteri rimangono sotto assedio e si registrano i primi casi di morte per fame. I religiosi vengono costretti ad abiurare sottoscrivendo una dichiarazione di fedeltà al regime. I tibetani sembrano aver compreso che questa potrebbe essere l'ultima occasione per ribellarsi al giogo cinese, considerando che la "Via di Mezzo", dialogante e moderata, preseguita dal Dalai Lama non ha prodotto risultati e che il regime non può permettersi stragi su vasta scala con le Olimpiadi alle porte. Le deportazioni in atto da mesi (800 mila pastori nomadi e contadini deportati nei nuovi "villaggi socialisti") e l'immigrazione di cinesi di etnia han rappresentano la "soluzione finale" della questione tibetana. Nel corso di una recente manifestazione, prima di essere ucciso dalla polizia, un giovane monaco avrebbe gridato «ora o mai più».

In vista del passaggio della torcia olimpica a Lhasa, le autorità cinesi stanno pianificando qualcosa di simile alle manifestazioni pro-Cina viste soprattutto a San Francisco. Le agenzie di viaggio nella capitale tibetana, hanno riferito a Radio Free Asia fonti del luogo, sono state autorizzate dalla Lega giovanile del Partito comunista ad organizzare «un'attività patriottica» per l'arrivo della fiaccola nel cortile del Potala Palace. Su Lhasa confluiranno almeno 20 mila persone sventolando la bandiera rossa della Repubblica popolare. Saranno chiamati ad unirsi ai cortei i turisti cinesi di etnia han, mentre sarà vietato ai tibetani.

Pochi giorni fa le autorità avevano soffiato sul nazionalismo incoraggiando in diverse grandi città manifestazioni per il boicottaggio delle merci francesi vendute dalla catena Carrefour, come rappresaglia per le contestazioni subite a Parigi al passaggio della fiaccola olimpica.

Intanto, è sempre più evidente che la Cina potrà contare su un nuovo stato satellite ai suoi confini. Nessuno poteva davvero credere che la fine della monarchia, con la rinuncia al potere da parte del re Gyanendra, potesse significare per il Nepal l'inizio di un cammino verso la democrazia. Elezioni ci sono state, certo, ma a prevalere sono stati i maoisti, la cui linea è strettamente filo-cinese. Da pochi giorni dominano il governo e come primo atto hanno duramente represso le manifestazioni degli esuli tibetani. Nei giorni scorsi la polizia ne ha arrestati oltre 400. Siamo democratici, ma non permetteremo alcuna protesta contro Pechino, ha spiegato ad AsiaNews il portavoce del governo: «Non permetteremo mai alcuna attività anti-cinese. Siamo molto severi con chi assume questi atteggiamenti. Questo non vuol dire che siamo contrari alla democrazia: abbiamo avvertito più volte i manifestanti dei rischi che corrono».

Tuesday, March 18, 2008

L'ipocrisia di Ue e Usa, che restano a guardare

Sono palpabili l'imbarazzo e l'incertezza nelle reazioni dei governi occidentali alla violenta repressione dell'esercito cinese in corso nel Tibet, che ha già provocato decine di morti. Non solo si ha la netta percezione di un deficit strategico, dell'assenza di una visione politica di fondo nei confronti della Cina – tranne, naturalmente, che per l'apertura dal punto di vista economico e commerciale – ma sembrano non avere neanche la minima idea del tipo di pressioni più efficaci da esercitare in questi giorni, per tentare di salvare la vita a migliaia di tibetani. Gli europei si limitano a esprimere «preoccupazione» e a chiedere «moderazione», escludono il boicottaggio delle Olimpiadi definendola una risposta «inadeguata», ma si guardano bene dall'indicare altre azioni politiche e diplomatiche da intraprendere nei confronti di Pechino. Non sanno cosa fare oltre a produrre comunicati.

La presidenza di turno slovena ha espresso «preoccupazione», chiesto «chiarimenti», esortato «tutte le parti alla moderazione» e a rinunciare alla violenza. In particolare, ha invitato le autorità cinesi a «rispondere alle dimostrazioni in accordo con i principi democratici internazionalmente riconosciuti». «L'Ue – si legge nella nota – sostiene fermamente la riconciliazione pacifica tra le autorità cinesi e il Dalai Lama» e «incoraggia entrambe le parti» a trovare una «soluzione accettabile a tutti che rispetti pienamente la cultura, la religione, l'identità tibetana».

Preoccupazione e moderazione anche nelle parole usate dalla Commissione Ue, che attraverso un portavoce esclude ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, perché non sarebbe una risposta «appropriata». Il problema dei diritti e della cultura dei tibetani «dovrà essere affrontato in un altro modo». Quale sia non è dato sapere. Anche il ministro degli Esteri D'Alema spiegava che la proposta di boicottare le Olimpiadi creerebbe solo «confusione», ma di iniziative più lineari e meno confuse non si vede nemmeno l'ombra, né da parte europea né italiana. I governi occidentali sanno benissimo solo cosa non possono permettersi di fare e minacciare.

Silenzio assordante da parte della Chiesa cattolica. Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato i tragici eventi in Tibet, ritenendo forse più importante qualche ordinazione vescovile condivisa con Pechino. Evidentemente la vita e i diritti umani dei tibetani non ricadono tra i «valori non negoziabili» e la sola libertà religiosa che conta è quella dei cattolici.

E' stato detto che il Papa «non ha fonti dirette di informazione, non ha un nunzio o una comunità che viva lì da cui avere notizie e chiarimenti per eventuali appelli pubblici», ma è ridicolo. Autorevoli agenzie come Asianews e Misna documentano da giorni cosa sta accadendo in Tibet e il Papa dovrebbe fidarsi almeno dei suoi giornalisti.

Da parte americana si sottolinea che la Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società» e si ricorda che secondo il presidente Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha rinnovato a Pechino la richiesta di coinvolgere l'autorità spirituale tibetana, preannunciando di voler affrontare la questione con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. Proprio alla vigilia della repressione il Dipartimento di Stato toglieva la Cina dalla top ten dei peggiori violatori dei diritti umani. Un'apertura di credito mai così infelice e intempestiva.

Prevedibile, invece, il totale appoggio della Russia a Pechino, anche se sorprende l'asprezza dei toni usati. Mosca auspica che le autorità cinesi assumano «le misure necessarie per fermare le azioni illegali e garantire la normalizzazione» della situazione in quello che viene definito il «distretto autonomo» del Tibet e bolla come «inaccettabile» qualsiasi tentativo di politicizzare le Olimpiadi. Nel comunicato si ribadisce anche che per la Russia il Tibet è «parte inseparabile della Cina» e che «la soluzione dei rapporti con il Dalai Lama è un affare interno».

Mentre nel vicino Nepal, dove vivono oltre 20 mila tibetani, la polizia ha disperso violentemente, con cariche, bastoni, lacrimogeni e arresti, le manifestazioni pacifiche degli esuli, più complicata e di difficile definizione la posizione dell'altro gigante asiatico, l'India. Tradizionalmente ospitale con la diaspora, in funzione anti-cinese, da alcuni anni la maggiore interdipendenza con Pechino ha raffreddato l'iniziale simpatia nei confronti della causa tibetana. La polizia indiana ha arrestato, senza usare violenza, oltre cento manifestanti durante la marcia che da Dharamsala doveva raggiungere e varcare la frontiera con la Cina, penetrando in Tibet, proprio all'inizio dei Giochi olimpici. Le autorità indiane permettono agli esuli tibetani di svolgere manifestazioni ma non di lasciare il distretto di Kangra per intraprendere iniziative provocatorie nei confronti della Cina.

Thursday, November 22, 2007

Blair, il leader di cui l'Ue ha bisogno

Dal suo incontro con il cancelliere tedesco Angela Merkel è uscito un "no" di Prodi all'ipotesi di Tony Blair presidente della Commissione europea. A parte che è desolante che sia stata l'unica notizia del vertice; a parte l'imprudenza di far uscire una posizione così netta che rischia di venire battuta in Europa e marginalizzare il nostro Paese; a parte il fatto che invece vedrei bene Blair alla guida della Commissione europea; detto questo, la cosa più sconcertante della posizione di Prodi è l'argomento che ha utilizzato: Blair sarebbe una personalità troppo di spicco, con la sua figura rischierebbe di "soffocare" la visibilità delle istituzioni europee.

Come ha giustamente osservato Il Foglio, «bisogna avere una considerazione davvero bassa dell'Europa se si pensa che a rappresentarla di fronte alle altre potenze mondiali debba essere una mezza figura».

Viceversa, forse Blair è l'unico tra gli ex e gli attuali primi ministri e capi di stato europei con doti di leadership. Il prestigio di cui gode a livello internazionale, la sua autorevolezza politica, messi al servizio della Commissione europea, potrebbero invece, per la prima volta, far diventare l'Ue un attore di primo piano sulla scena mondiale.

Non so come interpretare la sgradevole uscita di Prodi, se come una meschinità, o se come un ridicolo pretesto per nascondere il vero motivo: Blair è troppo liberale e amico degli americani. In ogni caso, Prodi dimostra ancora una volta la sua stupidità: l'autorevolezza e il prestigio di Blair sono argomenti a favore della sua candidatura.

Thursday, September 20, 2007

Quale Europa? Federale e liberale, un sogno

Sarà l'Europa a costringerci a liberalizzare il settore dell'energia? C'è da dubitarne, stando a come è stata accolta la proposta della Commissione Ue per la separazione proprietaria effettiva tra l'attività di produzione e quella di trasporto di gas ed elettricità. Sperazione che dovrebbe riguardare tutti gli attori: società pubbliche e private, europee e non europee, che intendano operare nell'Unione. Due le opzioni per realizzare l'unbundling: separazione patrimoniale con la scissione del gruppo in due parti distinte, oppure il mantenimento della nuda proprietà accompagnato però dall'affidamento della gestione della rete a un operatore indipendente, sotto il controllo delle Autorità regolamentari nazionali, indipendenti e con poteri rafforzati.

Né vengono risparmiati i paesi terzi: la Russia di Gazprom come l'Algeria di Sonatrach, per intendersi. Anche ad essi la Commissione vuole che siano applicate esattamente le stesse regole: per poter comprare partecipazioni più o meno consistenti nelle reti di trasporto dell'energia dovranno quindi ottenere una certificazione ad hoc, dimostrando di essere a tutti gli effetti "unbundled", cioè di non cumulare attività di produzione e trasporto di energia. Questi i punti salienti del terzo pacchetto per la liberalizzazione e integrazione del mercato europeo dell'energia presentato ieri a Bruxelles dal presidente della Commissione José Barroso insieme a Andris Piebalgs e Neelie Kroes, responsabili rispettivamente all'Energia e alla Concorrenza.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Ma che probabilità ci sono che la proposta divenga normativa? Scarse. Francia e Germania sono contrari per proteggere i loro presunti campioni nazionali, così come l'Italia dell'Eni. Per non parlare della Russia, da cui sono già giunte minacce di ritorsioni. Vedete, non sembra, nessuno farà questo "link", ma una questione del genere va a toccare il tasto dolente di cosa vuole essere l'Europa, e della sua riforma costituzionale, del rapporto tra i vari poteri. La proposta della Commissione Ue presuppone un'"altra" Europa rispetto a quella che abbiamo oggi.

Cosa vogliamo che sia, in ultima analisi, la Commissione Ue? Un Governo europeo? Allora occorre che venga eletta direttamente dai cittadini europei e che i governi nazionali facciano molti passi indietro. Oppure, solo il braccio amministrativo dei governi nazionali? Allora proposte simili sono del tutto velleitarie. E' la differenza che passa tra un'Europa federale (nel primo caso) e intergovernativa (nel secondo).

Sempre sul Sole 24 Ore troviamo una lucida analisi di Innocenzo Cipolletta. Perché, si chiede, l'Europa non cresce, nonostante ve ne siano le condizioni? «L'Europa dovrebbe essere la molla della crescita mondiale, con consumi elevati e una forte domanda di investimenti, entrambi stimolati dall'innovazione tecnologica, che impone un forte ricambio dei beni disponibili e induce a nuove infrastrutture». Potrebbe - dovrebbe - essere questo il nuovo ruolo dell'Europa nell'economia globale.

«Perché non avviene? Perché in Europa la domanda interna langue e non produce stimoli ai nuovi consumi e ai nuovi investimenti?». L'Europa, osserva Cipolletta, è «l'area caratterizzata dal più elevato tasso di risparmio delle famiglie, a cui si confronta un disavanzo pubblico che lo compensa in larga misura: qui sta la chiave della malattia europea. Una larga parte della domanda interna europea non è decisa dagli individui (famiglie e imprese) con meccanismi di mercato, ma è intermediata dallo Stato (centrale o locale), che finisce per ostacolare modifiche nella struttura dei consumi e degli investimenti, a causa di strutture di offerta, pubbliche o private, ma con una larga influenza sulla politica, che ormai sono cristallizzate nel tempo. Basti pensare ai vasti settori dell'istruzione, della sanità, della distribuzione dell'energia, dei trasporti, fino all'agricoltura...»

I singoli paesi europei continuano a credere in uno sviluppo «trainato dalle esportazioni» in un mondo in cui il loro ruolo «è fondamentalmente cambiato... Per mantenere questo modello, finiscono per proteggere i loro (presunti) campioni nazionali, caricando oneri sui consumatori. Così facendo, deprimono la domanda interna e la cristallizzano in vecchi modelli, facendo venir meno quella spinta all'innovazione e alla crescita che potrebbe assicurare all'Europa un futuro più autonomo e realmente più competitivo, nel senso di capacità di anticipare consumi e tecnologie che sono trainati non tanto da generici investimenti in ricerca, quanto dalla libertà della domanda interna che indirizza e premia le innovazioni».

Da sottoscrivere.

Tuesday, August 28, 2007

La Chiesa cattolica paga meno degli altri?

La Commissione Ue chiederà al governo italiano «informazioni supplementari» su «certi vantaggi fiscali della Chiesa italiana». Sulla base di tali informazioni deciderà se aprire un'indagine per aiuti di Stato illegali.

Sotto la lente norme contenute nella Finanziaria 2006, l'ultima del governo Berlusconi, che prevedono l'esenzione dall'Ici per gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica anche con finalità commerciali e le riduzioni di imposta (al 50%) per le imprese commerciali della Chiesa.

«Il "privilegio" che non c'è», titola Avvenire, pubblicando la memoria difensiva di Monsignor Betori. Dal punto di vista normativo se la vedrà la Commissione, ma è chiaro che non si tratta di pregiudizio anticristiano, bensì di presunto privilegio di cui accertare o meno l'esistenza.

D'altra parte non dovrebbe essere difficile verificare: esistono attività commerciali della Chiesa in immobili esenti da Ici? Come la Chiesa spenda i suoi guadagni, o se pratica prezzi vantaggiosi ai parrocchiani meno abbienti, credo interessi poco ai commercianti concorrenti chiamati a pagare fino all'ultimo centesimo.

Thursday, April 19, 2007

Governo Prodi sotto attacco, ma l'opposizione squittisce. Come mai?

«Alla luce di esperienze passate, sono convinta che sia necessario rimanere vigili» sulla vicenda Telecom Italia, perché è la dimostrazione che in Italia permangono «pressioni protezionistiche» nel settore delle telecomunicazioni. È quanto scrive il Commissario europeo per la Società dell'Informazione e i Media Viviane Reding in una lettera inviata a tre commissari Ue - alla Concorrenza (Kroes), al Mercato interno (McCreevy) e all'Energia (Piebalgs) - e al presidente della Commissione Ue Barroso.

La Reding si è detta pronta a intervenire nei confronti dell'Italia se le misure normative nel settore delle Telecomunicazioni non saranno conformi alle regole Ue. Un cartellino giallo e un avvertimento esplicito: tra i commissari «contatti molto stretti nei prossimi giorni», per preparare una risposta «chiara e tempestiva» al Governo italiano «se sarà necessario».

E' strano però che l'opposizione, e Berlusconi in particolare, sempre in prima linea se si tratta di denunciare il Governo Prodi e i suoi ministri quando procurano danni all'immagine e ferite alla credibilità del nostro paese, non ne approfittino per cavalcare le giustificatissime, pesanti critiche - dalla Commissione europea, dagli Usa, per voce dell'ambasciatore Spogli, da Confindustria, dai principali giornali finanziari internazionali - che stanno piovendo addosso a Palazzo Chigi per le sue spregiudicate manovre politiche su Telecom. Neanche lo straccio di una polemica degna di questo nome.

Sarà mica perché Berlusconi potrebbe entrare a far parte di una cordata per Telecom (un suo pallino da sempre), che il Governo a cui in teoria si dovrebbe opporre sta cercando di favorire, eliminando i concorrenti stranieri che via via si presentano? Sarà mica perché di conflitto d'interessi e di legge Gentiloni non si sente più parlare?

Particolarmente grave, ieri, che dalla terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, siano giunte parole così sprezzanti nei confronti del capitalismo italiano, definito «a un estremo di impresentabilità». Tutti sappiamo com'è ridotto il capitalismo italiano, ma la politica ha gravissime responsabilità e comunque non sono questo genere di dichiarazioni che competono al ruolo istituzionale che riveste Bertinotti. Non si può dar torto a Montezemolo, che registra «il clima anti-impresa di larghi settori dell'attuale maggioranza».

Intanto, Randall Stephenson, direttore operativo di AT&T, rivela che la società americana è pronta a rientrare in corsa per Telecom Italia, se la politica deciderà di fare un passo indietro, confermando quindi che «le resistenze politiche hanno bloccato l'accordo».

Thursday, February 01, 2007

Autostrade-Abertis. Dall'Ue sberla annunciata

Bruxelles dà ragione alla Bonino e torto a Di Pietro. Non si è capito, fino ad oggi, se la libertà di movimento che ha avuto il ministro delle Infrastrutture sia dovuta o meno a un sostanziale silenzio assenso da parte del Presidente del Consiglio nell'intralciare la fusione Abertis-Autostrade.

Comunque, l'intervento del prodiano Costa, oggi su Europa, lascia supporre che la ricreazione per l'ex p.m. sia finita e che Prodi voglia riprendere in mano la situazione. Sarebbe un successo lampante della Bonino, nonostante il profilo basso e responsabile mantenuto dal ministro del Commercio internazionale e delle Politiche europee.

La Bonino aveva avvertito il Governo preventivamente del rischio di andare a sbattere lasciando fare Di Pietro. E così è stato. E' stata accertata in via preliminare la violazione da parte dell'Italia della normativa europea sulle fusioni, ma il Governo può ancora presentare le sue obiezioni. Se non riuscirà a convincere la Commissione verrà formalmente aperto il procedimento di infrazione.

Nel comunicato della commissaria alla Concorrenza Kroes è spiegato cosa si rimprovera all'Italia. Non il fatto «che le autorità nazionali possano verificare che il titolare di una concessione rimanga redditizio sotto il profilo finanziario e in grado di adempiere ai propri obblighi di investimento dopo una concentrazione», ma che questo «processo di autorizzazione nazionale» venga di fatto «utilizzato per ottenere concessioni relative a problemi di regolamentazione precedenti» e «per risolvere eventuali problemi futuri derivanti dalle disposizioni di una concessione esistente».

In sostanza, si accusa il Governo italiano di aver sfruttato la situazione della possibile fusione per ritrattare una concessione già sottoscritta. Per riscrivere a proprio vantaggio le regole e i termini di un contratto esistente. Un comportamento autolesionista, tra l'altro, perché incide negativamente sulla certezza del diritto e sulla fiducia degli investitori.