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Tuesday, November 22, 2016

La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?

Pubblicato su Ofcs Report

I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo

La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.

L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?

Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?

Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.

Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.

Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.

Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?

Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.

La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.

Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.

Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.

Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.

Monday, July 11, 2016

L'America lacerata di Obama: le divisioni razziali rischiano di incendiare la corsa alla Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.

Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.

Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.

Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.

Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.

Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.

Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).

Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.

Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.

Monday, May 13, 2013

Requisitoria da brividi. In che mani siamo?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Bisogna sospendere anche i processi, per le frasi razziste pronunciate dai pm, come ieri sera è stata sospesa la partita Milan-Roma per i cori razzisti all'indirizzo di Balotelli? Se in un'aula di tribunale capita di ascoltare da una pm, durante la sua requisitoria, una frase vagamente razzista (nei confronti di una ragazza che, tra l'altro, secondo l'ipotesi accusatoria dovrebbe essere la vittima), come possiamo sorprenderci che in un contesto un po' più "popolare", allo stadio, un gruppetto di tifosi intoni "buuu" razzisti all'indirizzo di un calciatore di colore?

«Furba, di quella furbizia orientale propria delle sue origini». Questa la frase infelice pronunciata durante la sua requisitoria dalla pm Ilda Boccassini per spiegare i comportamenti di Karima El Mahroug. Ragazza che tra l'altro, essendo marocchina (e non egiziana, com'è stato appurato!), difficilmente può essere definita «orientale». Il ragionamento della pm sulla «furbizia» di Ruby appare viziato non solo da un pregiudizio vagamente razzista, ma anche sessista, laddove sembra accennare a quel particolare tipo di furbizia che usano le donne giovani e belle per ottenere i loro scopi. Che poi, la presunta «furbizia» imputata alla maghrebina Karima non sarebbe anche tipicamente italiana?

Se una frase del genere l'avessero pronunciata un leghista, o Berlusconi, è facile immaginare la quantità di reazioni veementi e indignate. Alla Boccassini, eroina della "resistenza" al berlusconismo per via giudiziaria, verrà perdonata dalla sinistra solidal-chic e politicamente corretta. Non sentiremo condanne né critiche da parte della presidente della Camera Boldrini né dal ministro dell'integrazione Kyenge. E immaginiamo come suonerebbe una frase simile nei confronti di Kabobo, tristemente famoso come il picconatore di Niguarda: "Feroce, di quella ferocia meridionale propria delle sue origini". Come la prenderebbero i concittadini ghanesi di Kabobo? Probabilmente come le concittadine marocchine di Karima.

Ma non è tutto. Dopo averla ascoltata nella sua interezza, ci verrebbe da assolvere Berlusconi solo sulla base della requisitoria della Boccassini, senza nemmeno bisogno di ascoltare l'arringa dei difensori. Una requisitoria che dovrebbe fondarsi su fatti circostanziati e prove inoppugnabili, tenuti assieme da una logica ferrea, risulta essere invece un minestrone di luoghi comuni, pregiudizi, moralismi, teoremi, fino a scadere nell'analisi psico-sociologica da bar. E le prove schiaccianti? Tutte in un "non poteva non sapere", "non si può non pensare", "non può non aver detto", "non c'è alcun dubbio che". Emerge sì uno spaccato di squallore, quello dell'imputato, ma anche tutto lo squallore di una magistratura che anziché alla caccia di reati eventualmente commessi sembra dare la caccia a "spaccati" di squallore, voler raddrizzare il "legno storto" degli italiani.

Il tutto espresso attraverso un eloquio stentato nell'incedere, povero nel lessico, sconnesso, sgrammaticato, al punto che la Boccassini non sembra in grado di accordare le desinenze di genere, numero e persona secondo le regole della concordanza della lingua italiana. Questa la trascrizione letterale delle sue parole: «Furba, di quella furbizia proprio orientale, dellE suE ORIGINE. Sfrutta... riesce in una... a sfruttare LA propriA essere extracomunitariA». Un appello rivolgiamo al ministro della Giustizia Cancellieri: nonostante le ristrettezze finanziarie, stanziare subito fondi per corsi di italiano e geografia per magistrati. E test Invalsi per le verifiche.

Da cittadini un inquietante dubbio ci assilla sul funzionamento del sistema giustizia nel suo complesso: se questo è il pm che sta processando un ex presidente del Consiglio in un tribunale importante come quello di Milano, dunque si suppone non sia l'ultimo dei pretori di una cittadina di provincia, chi si trovano di fronte i cittadini comuni, i poveri "ladri di polli"? Bisogna avere fiducia nella magistratura, ci viene ripetuto, bisogna difendersi "nel" processo e non "dal" processo. Poi ascolti una requisitoria come quella della Boccassini, un vero e proprio compendio del 90% dei problemi della giustizia italiana, e un brivido ti corre lungo tutta la schiena. No, grazie.

UPDATE ore 17:15
Ma l'apice di inciviltà giuridica viene toccato a conclusione della requisitoria, con la richiesta di condanna, o meglio "la" condanna, pare di capire dall'emblematico lapsus della Boccassini, che nei confronti dell'imputato Berlusconi usa le parole «la procura lo condanna», anziché la formula di rito «ne richiede la condanna». Come se fosse lei, non i giudici, a emettere la sentenza (il video). E forse è davvero così...

Tuesday, June 19, 2012

Capacità di soffrire e fattore C: basteranno?

La capacità di soffrire, solo quella ci è rimasta e solo quella, e un pizzico di fortuna (la sportività degli avversari, di cui abbiamo sospettato), ci hanno permesso di qualificarci. E' l'Italia dei paradossi, quella che gioca la partita più brutta delle tre del girone eppure è l'unica che riesce a vincere. Complice l'avversario, l'Irlanda di Trapattoni: davvero modesta, la squadra tecnicamente più scarsa dell'intero torneo. Non una diga in difesa, tanto da prendere gol dopo soli 3 minuti sia dalla Croazia che dalla Spagna (noi ce ne mettiamo mi pare 38 di minuti), e da subirne 9 in tre partite; senza speranze in attacco, non ha dato mai veramente la sensazione di poter pareggiare, anche se sotto pressione lo svarione azzurro, come con la Croazia, ci poteva stare.

Nonostante le novità tattiche è stata una partita-fotocopia di quella con la Croazia, ma giocata leggermente peggio. Primo tempo noi a fare il gioco, anche se bloccati dall'ansia, e loro a ripartire; produciamo meno palle gol ma passiamo in vantaggio verso la fine con Cassano (colpo di testa! E questo la dice lunga sulla difesa irlandese); poi nel secondo tempo tiriamo i remi in barca, come avevamo fatto giovedì scorso (forse segno di cattiva condizione fisica?), e ci facciamo schiacciare nella nostra metà campo dall'Irlanda. Attacchi sterili, vero, buttano la palla lunga in mezzo, ma la squadra peggiore del torneo ci schiaccia e ci fa passare brutti tre quarti d'ora, quasi incapaci di reagire.

Un altro paradosso è che per come era schierata in campo stavolta la squadra sembrava più razionale, anche se le due punte hanno avuto poco supporto, i centrocampisti sono stati avidi di inserimenti e di assist. Stavolta terzini di ruolo che sanno cosa fare (Balzaretti molto meglio di Abate, comunque sufficiente), De Rossi mastino in copertura supplisce alla scarsa vena di un Pirlo spento (si fa sentire la fatica di un campionato giocato alla grande?), Marchisio stantuffo avanti-dietro, Motta troppo lento per essere vero, pare una statua. Davanti Cassano combina pochissimo, meno delle altre partite, ma fa gol, di testa, probabilmente colto anche lui di sorpresa; meglio Di Natale che però non viene quasi mai innescato da chi era deputato a farlo (Pirlo e Cassano).

Ci dice bene: l'Irlanda è davvero troppo scarsa, a noi servirebbero tre gol per stare tranquilli, almeno rispetto all'1-1 di Spagna e Croazia, ma non è aria. Per fortuna c'è la sportività dei nostri avversari che per oltre 80 minuti restano inchiodati all'unico risultanto - lo 0-0 - che penalizza entrambi. Alla fine è la Spagna a segnare, ma non emana odore di biscotto, infatti nessun pareggio regalato nei minuti finali ai croati, che sono fuori. Attenzione, perché non altre squadre, ma l'Italia con la capacità di soffrire e il fattore C è capace di arrivare in finale. A questo punto non si può escludere, speriamo solo di meritarcelo così da non doverci vergognare ad esultare.

Commento a parte la meritano la zampata di Balotelli, che ci porta sul 2-0 nei minuti finali, ma anche il suo comportamento. Appena entrato rischia di farsi buttare fuori tentando di rifilare una gomitata gratuita ad un avversario, per fortuna senza colpirlo. Fa un bel gol ma si ritiene evidentemente troppo offeso per regalare ai suoi compagni, al suo mister, e ai suoi connazionali, un cenno d'esultanza. No, lui deve mandare affanculo tutti, ditino alzato, non si capisce bene se solo il pubblico che l'ha fischiato al suo ingresso in campo o anche Prandelli che l'aveva sostituito nelle precedenti partite e non l'ha fatto partire titolare ieri. Non lo sapremo mai, perché Bonucci accorre a bloccarlo e a tappargli la bocca. Bel gol, ma Balotelli è quel tipo di giocatore che devi aspettare dieci partite irritanti per un gol del genere, inoltre rischiando ogni minuto che si faccia buttare fuori. Gioca e sembra che ti fa un favore; segna e fa l'offeso perché è partito dalla panchina (avendo giocato male le altre due gare). No, preferisco un giocatore più scarso ma con più voglia di indossare la maglia azzurra. A prescindere dalle qualità tecniche, non è una buona scelta affidarsi a lui in un torneo di sole 3-4, al massimo 6 partite in un mese. Il guaio è che a Balotelli se ne fanno passare troppe, e sappiamo perché: perché è bravo, è di colore, e nessuno vuole correre il rischio di passare per razzista. Ma così non si fa certo il suo bene.

PAGELLE: Buffon 7 Abate 6 Barzagli 6 Chiellini 6 Balzaretti 7 Marchisio 6,5 Pirlo 5 De Rossi 6,5 Motta 5 Cassano 6,5 Di Natale 6,5; Bonucci 6 Diamanti 6 Balotelli 6 (-1 per il comportamento); Prandelli 6

Friday, March 23, 2012

Danni collaterali del multiculturalismo

Tre bambini e un genitore ebrei, uccisi davanti a una scuola elementare, e tre militari di origini maghrebine hanno pagato con la vita la sconcertante sottovalutazione da parte delle autorità francesi della jihad combattuta nel cuore dell'Europa. Il loro assassino, Mohamed Merah, si era addestrato nei campi di al Qaeda ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dove si era recato anche l'anno scorso, facendo ritorno in Francia ad ottobre come se niente fosse, come se avesse trascorso le vacanze in una colonia estiva. Aveva scelto la jihad insomma, e i servizi segreti lo conoscevano. Era stato persino arrestato in Afghanistan - non chissà quanti anni fa, ma nel 2010 - e da quel momento era stato inserito nella no fly list americana. Eppure, i servizi francesi non hanno dato peso a tutto questo. Il premier Fillon si è giustificato dicendo che «non c'era alcun elemento» per fermarlo prima che entrasse in azione: «Non abbiamo il diritto in un Paese come il nostro di sorvegliare in modo permanente, senza una decisione giudiziaria, qualcuno che non ha commesso un delitto. Viviamo in uno stato di diritto».

Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?

Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.

Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.

Friday, September 17, 2010

Euroipocrisia

Il fossato che si è aperto tra la Commissione europea da una parte e la Francia di Sarkozy dall'altra (di cui hanno preso le difese platealmente solo Berlusconi, Zapatero e il premier ceco Necas, ma i leader che covano in silenzio la loro insofferenza verso Bruxelles sono molti di più) è totalmente il risultato dell'ipocrisia e dell'irresponsabilità politica delle istituzioni europee.

La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?

Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.

Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.

C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.

«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».

Tuesday, January 12, 2010

Modello Rosarno, Calabria. Modello Sud, Italia

Mentre i cittadini di Rosarno scendono in piazza per contrastare "l'immagine di una città xenofoba, mafiosa e razzista veicolata dai mass media nazionali e da qualche esponente della politica e dell'associazionismo a livello regionale e nazionale", il formidabile reportage di Giuseppe Salvaggiulo, per La Stampa, fa chiarezza come neanche una commissione d'inchiesta avrebbe potuto sui veri motivi alla base degli scontri dei giorni scorsi tra immigrati africani e residenti. In testa al corteo di ieri pomeriggio uno striscione piangeva: "Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo". Abbandonati, ma anche assistiti, come documenta Salvaggiulo raccontando il «miracolo» delle «arance di carta».

«Le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi» europei. Un business che «ingolosiva politica e cosche». «Grazie alle "arance di carta" come qui le chiamano - scrive Salvaggiulo - prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L'Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell'ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni. Dieci anni fa, c'erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un'autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso - spiega il corrispondente de La Stampa - il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l'economia di Rosarno».

Un sistema che tuttavia negli ultimi anni ha ceduto. «La stretta dell'Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l'anno. E l'escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l'Ue». Prima gli arresti e poi sono cambiate le regole europee: «Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione». Sparite le «arance di carta», crollati il prezzo di vendita e gli incassi, oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi e Rosarno, «che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia».

Ma siccome «bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani», «i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro». Ecco perché la tensione è esplosa. Ed ecco perché - se lo chiedeva ieri Ferrara, in realtà conoscendo bene la risposta - queste cose accadono in Calabria e «non nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista». Solo dopo che è scoppiato il casino e sono finiti in tv e sui giornali - e non prima - i cittadini onesti di Rosarno si ribellano. Più onorevole la scelta dei loro concittadini che si sono ribellati a tutto questo fuggendo al Nord o all'estero.

Monday, January 11, 2010

Perché a Rosarno e non a Treviso

Perfetto l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sui vergognosi fatti di Rosarno: «Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud».
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
(...)
Non è l'assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell'assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della 'ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.

Wednesday, May 13, 2009

Immigrazione, quanti pulpiti con le carte poco in regola

Come al solito è stata una settimana di gran confusione e gigantesche demagogie sul tema dell'immigrazione. Innanzitutto, cominciamo col dire che la politica dei cosiddetti "respingimenti" è autorizzata dall'Ue e da anni praticata dai paesi membri. Ce lo ricorda Maria Giovanna Maglie, oggi su il Giornale:
«Dal 2005 al 2008 l'Unione europea ha mandato indietro centocinquantamila immigrati clandestini... Molti altri sono stati rimpatriati a forza in operazioni di difesa delle frontiere decise a Bruxelles e concordate da singoli Paesi, in prima fila le richieste della Spagna del socialista Zapatero... Nella sola estate 2006, le forze di polizia italiana hanno partecipato con quelle di Spagna, Malta, Francia, Belgio, Grecia a quindici operazioni, come la Poseidon, Amazon, Hera I ed Hera II, Hera III e Nautilus. Nel 2007 il flusso di immigrati bloccati, respinti o rimpatriati di forza sotto l'egida dell'Unione europea è cresciuto sostanzialmente, e così nel 2008».
La novità è che per la prima volta questa politica viene attuata con la Libia, perché finalmente c'è un accordo di collaborazione a lungo cercato, e in modo bipartisan, tra Roma e Tripoli, nonché fortemente sostenuto dal Frontex, l'agenzia europea per la difesa delle frontiere.

L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.

E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.

Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.

L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.

Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.

La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.

Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».

Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.

Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.

Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".

Wednesday, April 22, 2009

Le critiche del Dalai Lama e la risposta del regime a Charta 08

In una conferenza stampa tenuta oggi a Tokyo, il Dalai Lama è tornato a criticare la Cina. Sfiduciato dall'assenza di risultati della sua ultradecennale politica della "Via di mezzo", negli ultimi tempi le sue critiche si sono fatte più dure ed esplicite, quasi a voler dimostrare ai tibetani in Tibet di tenere in considerazione la loro crescente frustrazione. Lo stallo nei colloqui con Pechino e l'inasprimento della repressione spingono sempre più tibetani a criticare la moderazione del Dalai Lama e a sostenere una linea d'azione più radicale.

Ma nelle sue più recenti critiche al governo cinese il Dalai Lama sembra anche concentrarsi più sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Cina che solo sulla questione tibetana. «Una nazione così grande come la Cina si comporta come un bambino». Il governo arresta «regolarmente» chi è in dissenso verso la sua politica, ma «una grande nazione di oltre un miliardo di persone non deve avere paura» di ogni minimo dissenso, osserva il Dalai Lama. La Cina è «una potenza demografica, militare, ed economica. Ora la quarta condizione perché diventi una superpotenza è l'autorità morale. In questo è carente». E la chiave per guadagnarsi l'autorità morale è la «fiducia». «Una ragione di debolezza del governo cinese – spiega – è che non c'è trasparenza, dà sempre notizie distorte». Quello della trasparenza e della fiducia nelle comunicazioni del governo è in effetti un tasto al quale gli stessi cinesi stanno diventando molto sensibili.

Tra i paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani che nei giorni scorsi hanno partecipato alla conferenza dell'Onu sul razzismo c'era anche la Cina, che è riuscita ad ottenere l'esclusione dalla conferenza del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), ong ammessa al primo appuntamento di Durban nel 2001. All'agenzia di stampa Asianews il direttore del Centro ha denunciato l'esclusione e raccontato il «sistematico razzismo» praticato dalle autorità cinesi nei confronti dei tibetani.

Eppure, qualcosa sembra muoversi all'interno del regime cinese. All'inizio della settimana scorsa il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani", nel quale in perfetto stile comunista vengono "pianificati" gli obiettivi del prossimo biennio nel campo dei diritti civili e sociali. Ne abbiamo parlato qualche post fa.

Al di là della sua attuazione - piuttosto improbabile - è importante l'ammissione implicita da parte del Partito dell'esistenza di diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla mera sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini. Da sempre infatti Pechino afferma che i diritti umani come concepiti in occidente non siano applicabili alla diversa realtà cinese. Il Piano indica ancora come prioritaria «la protezione dei diritti del popolo alla sussistenza» (mangiare, abitare, vestirsi), ponendosi gli obiettivi di aumentare i redditi, creare 180 milioni di nuovi posti di lavoro, costruire case popolari, ma per la prima volta accanto ad essi compaiono diritti umani di diversa fattispecie. La stessa agenzia di stampa ufficiale Xinhua riferisce che «il governo ha ammesso che la Cina ha davanti una lunga strada nel tentativo di migliorare la situazione dei diritti umani».

Siamo di fronte ad un cambiamento di visione? Di certo una concessione, anche se solo formale, alla quale potranno appellarsi quanti si battono per i diritti umani in Cina e la comunità internazionale. E di certo, come osserva Enzo Reale su Laogai.it, «è significativo che questo programma d'azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant'anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani».

Monday, April 20, 2009

Lo show di Ahmadinejad, con la complicità occidentale

Come volevasi dimostrare, Ahmadinejad ha sfruttato la tribuna internazionale offertagli dall'Onu per aggredire verbalmente Israele. I paesi dell'Ue che hanno deciso di non boicottare la conferenza sul razzismo hanno avuto torto. I loro delegati hanno dovuto prendere atto delle parole pronunciate dal presidente iraniano ed abbandonare i lavori. Incredibilmente la Francia di Sarkozy e Kouchner (Kouchner!) è incappata nell'errore di legittimare con la sua presenza, insieme a molti, troppi paesi europei, l'assise in cui ha preso la parola Ahmadinejad. Siamo lieti di constatare che per una volta l'Italia ha fatto una figura migliore. Sarkozy e Brown si sono sbrigati a condannare con estrema durezza le parole di Ahmadinejad, non riuscendo però a cancellare del tutto l'imbarazzo per aver reso i loro paesi complici della trappola propagandistica tesa contro Israele.

Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
«Se l'Occidente si divide, coloro che puntano a usare le istituzioni internazionali in chiave antioccidentale hanno facile gioco... I Paesi europei che, insieme al Vaticano, hanno scelto comunque di andare alla Conferenza forse riusciranno a impedire che essa si risolva in una Durban bis ma corrono anche un rischio: il rischio che la loro presenza contribuisca a dare legittimazione internazionale a regimi politici che fanno quotidianamente strage di diritti umani a casa loro e che non hanno le carte in regola neppure in materia di razzismo essendo noti campioni di propaganda antisemita...

I diritti umani non possono essere facilmente separati dal contesto culturale occidentale che li ha generati... altri, con alle spalle altre e diverse tradizioni culturali, si impadroniscono di quelle istituzioni, e del connesso linguaggio dei diritti umani, cambiandone radicalmente l'ispira­zione e il significato. E' proprio in nome dei "diritti umani" (nel senso che essi danno a queste parole) che i Paesi islamici cercano oggi di imporre a tutto l'Occidente una drastica limitazione della libertà di parola e della libertà di stampa, erigendo barriere giuridiche che rendano la religione islamica non criticabile.

L'impossibilità di separare diritti umani e politica. A Ginevra "si fa" e "si farà" politica, ossia la questione del razzismo e dei diritti umani verrà usata come arma propagandistica ai fini della competizione di potenza e delle connesse negoziazioni politiche».
E' rimasto letteralmente sbigottito Natan Sharansky nell'apprendere dall'intervistatore di la Repubblica che il Papa era intervenuto per "benedire" la conferenza: «Il Papa? Sul serio?». Sì, sul serio.
«Dunque, le ipotesi sono due. O il pontefice semplicemente non capisce il contenuto della conferenza, ed è un conto. O invece è a conoscenza di che cosa si parlerà a Ginevra e con chi. E se fosse vera l'ultima ipotesi, allora questo potrebbe essere motivo per noi di grande preoccupazione. Anche in vista del suo prossimo viaggio qui in Israele. Possiamo meglio comprendere il potere della Chiesa e i tanti comportamenti espressi in passato dal Vaticano».

Vergogna Vaticano

Non c'è niente da fare. Sotto Benedetto XVI tra Santa Sede e Israele (e mondo ebraico) proprio non c'è sintonia. Ieri, esprimendo tutto il suo appoggio alla conferenza dell'Onu sul razzismo, il Papa ha pronunciato parole ovvie e condivisibili contro ogni discriminazione razziale e intolleranza, ma è impensabile che Ratzinger stesso e i suoi uffici in Vaticano ignorassero le polemiche che circondano l'iniziativa di Durban I e II.

Stati Uniti, Italia, Germania, Israele, Australia, Canada, Olanda e Svezia boicotteranno l'appuntamento, perché la dichiarazione della conferenza, che dovrebbe essere contro il razzismo, paradossalmente trabocca di antisemitismo. Com'è noto infatti, la conferenza - così come il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - è in mano alle dittature e ai paesi islamici, che la usano principalmente come pulpito da cui levare davanti all'opinione pubblica mondiale, sfruttando la credibilità dell'Onu (quella poca che gli è rimasta), la loro inappellabile sentenza di condanna nei confronti di Israele. Un'altra parte inaccettabile della dichiarazione è quella sulla cosiddetta «diffamazione religiosa», che i paesi islamici hanno introdotto per giustificare la censura e i limiti alla libertà d'espressione.

Il Vaticano avrebbe potuto partecipare alla conferenza mantenendo un basso profilo, come faranno tanti altri stati. Invece, non casualmente bisogna dedurre, Ratzinger ha voluto onorare la ben poco raccomandabile conferenza con una vera e propria benedizione urbi et orbi. Non dico che il Vaticano doveva boicottarla, ma almeno Ratzinger poteva fare a meno di "benedirla" così platealmente. Ma ormai ci ha abituati a queste gaffe. Evidentemente la Santa Sede non vuole perdere occasione per dimostrarsi più interessata a mantenere buoni rapporti con i paesi islamici piuttosto che con Israele e il mondo ebraico.

Monday, January 26, 2009

Nuova era, vecchi principi e un futuro post-razziale

E' interessante vedere come alcuni conservatori hanno accolto le prime parole di Obama. Davvero una «nuova Era?», si è chiesto sul Weekly Standard Fred Barnes, secondo cui quello d'insediamento «non è stato il miglior discorso che Obama abbia mai pronunciato». E come discorso inaugurale, «non sarà menzionato tra quelli del presidente Lincoln, o di Franklin Roosevelt, di Kennedy o di Reagan». Mentre annunciava una «nuova era» in America e nel mondo, Obama ricorreva a principi e valori del passato, sia in economia che in politica estera.

Barnes ha ammesso di essersi sentito «abbastanza tranquillizzato, sebbene forse solo momentaneamente», dalle parole di Obama sul libero mercato, che indicano che il nuovo presidente ne comprende l'importanza. Così come, osserva, sulla guerra al terrorismo «ha pronunciato le parole che qualsiasi presidente entrante avrebbe usato». E' stato «churchilliano» - «anzi, ad essere onesti, un finto churchilliano».

Poi Barnes ha osservato che «come molti politici, anche Obama è innamorato della parola "nuovo"». Ma davvero ci aspetta una "nuova era"? In realtà, il modo in cui ha descritto questa epoca alle porte è sembrato «piuttosto vecchio». Fare appello ad una «nuova era di responsabilità», secondo Barnes colloca Obama «tra i tradizionalisti, non tra i progressisti». D'altra parte, tra le cose cruciali nella nuova era Obama ha messo «duro lavoro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo». Tutte cose, come ha ammesso lo stesso Obama, «vecchie ma vere». Questa la contraddizione notata da Fred Barnes tra «nuova era» e valori vecchi. Insomma, conclude, «da un punto di vista conservatore, il discorso di Obama sarebbe potuto essere molto peggiore».

Interessante, come ha segnalato 1972, il punto di vista di Charles Krauthammer, che ha messo in evidenza un'altra particolarità del discorso inaugurale di Obama. Discorso certo «affascinante», ma sorprendentemente «contenuto», «piatto dal punto di vista retorico, privo di ritmo e cadenza». E c'è da credere che sia stata una scelta consapevole. «Meglio non stupire nel giorno dell'insediamento. Altrimenti, si aspetteranno magie per tutto il resto del mandato», deve aver calcolato Obama.

Originale la lettura che Krauthammer dà del nuovo presidente, uno che «dà ciò che deve dare per perseguire i suoi obiettivi, i suoi programmi, le sue ambizioni. Ma non di più. Non ne ha bisogno». Ne è uscito fuori un discorso inaugurale che «mancava di lirismo. Nessuna traiettoria narrativa... nessuna idea centrale, come fu la libertà universale per Bush». Krauthammer si spiega questa «mediocrità» inaugurale con il fatto che avendo «promesso la luna» da candidato, ora Obama cerca di «abbassare le aspettative» e raffreddare quel senso di attesa quasi messianica che farebbe tremare i polsi anche a uno come George Washington.

Avendo descritto «un mondo devastato da Bush, un mondo che da presidente avrebbe redento», ora che è presidente «il redentore Obama si trattiene, il tono è nuovamente sobrio, persino cupo e austero. Il mondo è ancora tra le rovine bushiane, segnato da "paura... conflitto... discordia... meschine lamentele e false promesse... recriminazioni e logori dogmi". Ma non c'è più la prospettiva di una magica restaurazione. Obama non ha offerto solo sangue, sudore e lacrime, ma anche responsabilità, lavoro, sacrificio e spirito di servizio... Da qui il suo monito a non contare "sull'abilità o sulla visione di coloro che occupano gli alti uffici", ma su "Noi stessi, il Popolo"».

Ma a Krauthammer Obama è piaciuto per come ha affrontato il tema della razza, «persino più trattenuto, e in modo ammirevole». Perché «ha capito che la sua sola presenza era già sufficiente per rimarcare la storicità del momento. Le parole sarebbero state superflue. Collegando se stesso a Washington piuttosto che a Lincoln, Obama ha legittimato l'intero corso della storia americana, senza annotazioni o riserve mentali. Se mai avremo un futuro post-razziale, questo momento segnerà il suo inizio. Un uomo complicato, questo nuovo presidente. Opaco, contradditorio, e sottile. E siamo solo al primo giorno», conclude Krauthammer.

Monday, November 10, 2008

Il voto per Obama come voto patriottico

Concedetemi questa piccola soddisfazione. Mi sembra che Anne Applebaum, autorevole commentatrice del Washington Post, abbia fornito sul Daily Telegraph della scorsa settimana una lettura della vittoria di Obama molto simile a quella che ho tentato di esporre nel post Generation Obama. Secondo Anne Applebaum, la vittoria di Obama era «inevitabile». Ma la spiega, più che per le sue proposte politiche, per la voglia dell'elettorato di colore, ma anche dei bianchi, persino di qualche conservatore, di «fare la storia», eleggendo il primo presidente di colore. Un numero incredibile di americani di colore, per la prima volta nella storia recente, si è recato a votare. Ma ancor più importante, osserva, anche molti americani bianchi sono stati attratti da Obama, e persino alcuni repubblicani bianchi.

«Una vecchia amica, una repubblicana irriducibile, sposata ad un altrettanto irriducibile repubblicano, anche piuttosto noto, mi ha confessato di aver votato Obama», rivela la Applebaum. «Sebbene avesse i suoi dubbi, il giorno delle elezioni ha scoperto che la decisione era facile. Più che facile: edificante. Quando è uscita dal seggio, aveva le ali ai piedi, perché aveva appena votato per il primo presidente nero. "E questa non è poca cosa", mi ha scritto: "Forse le vale un po' di tasse in più". Non solo democratici, indipendenti, non solo indecisi, ma anche veri repubblicani erano mossi dalla prospettiva di un presidente nero - e così disgustati dall'amministrazione Bush - che hanno deciso di votare Obama». La sua retorica «inclusiva, centrista, bipartisan» ha prevalso persino sulla sfilza dei suoi voti da sinistra liberal in Senato.
«Questa elezione non è stata storica nel senso che presentava agli americani una sorta di scelta epocale tra due presidenti che avrebbero avuto enormi differenze politiche, e che avrebbero preso decisioni molto diverse. Chiunque fosse entrato alla Casa Bianca avrebbe avuto possibilità limitate, poco spazio di manovra. Non ho alcun dubbio che un McCain compirebbe molte scelte simili a quelle di Obama su molti temi... Tuttavia, è stata una elezione completamente diversa da ogni altra e ha prodotto un'euforia che non ho mai visto prima nella politica americana».
«Quando il primo presidente di colore è salito sul podio, con la prima First Lady di colore al suo fianco, era impossibile non sentire che qualcosa di profondo era davvero cambiato». La Applebaum ricorda le parole pronunciate da Obama: «Se c'è ancora qualcuno che ancora dubita che l'America sia un posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri Fondatori sia ancora vivo ai giorni nostri, stasera ha la sua risposta». E anche McCain se n'è accorto. Nel suo «gentile e memorabile» discorso di concessione ha elogiato Obama per aver saputo «ispirare le speranze di tanti milioni di americani che prima credevano, sbagliandosi, di avere poco interesse o poca influenza nell'elezione di un presidente americano».

«Mi sono del tutto convinta adesso - prosegue la Applebaum - che alla fine per Obama essere nero non è stato uno svantaggio. Al contrario, si è rivelato enormemente vantaggioso, una delle chiavi della sua vittoria». Perché la vittoria di Obama «ha permesso agli americani di credere, ancora una volta, che gli Stati Uniti sono ancora una nazione virtuosa. E non si tratta solo di piacere all'estero, sebbene sia cosa di non poco conto: si tratta di essere certi che siamo ancora, come spesso ci siamo detti, un esempio per le altre nazioni», quella «città sulla collina» che risplende.

Per la maggior parte degli americani che hanno votato Obama non si è trattato di eseguire banalmente ciò che dettava il politically correct, o di una scelta dettata da una sorta di "razzismo" invertito - favorire Obama come compensazione, o "affirmative action", per il colore della sua pelle - ma di un'opzione davvero patriottica, di rilanciare al mondo e a se stessi il messaggio del senso profondo e dei principi su cui si fonda la democrazia americana. Dimostrare che in America «nulla è impossibile» - e cosa più di un presidente di colore avrebbe potuto provarlo? - è la prima medicina che gli americani hanno deciso di prescrivere alla politica e a loro stessi per potersi risollevare dalla crisi economica.

Friday, January 11, 2008

Obama, un sermone agli assetati

Di Barack Obama, del suo essere afro-americano, o americano-afro, quindi del fattore colore della pelle nella corsa alla Casa Bianca, ha parlato Christian Rocca conversando con Franco Zerlenga, sessantacinquenne ex professore della New York University, italo-americano di Torre del Greco, liberal convinto e registrato al Partito democratico, prossimo convinto elettore di Obama. Considerazioni interessanti, degne di nota, quelle del prof. Zerlenga, anche in relazione al mio post di questa mattina sull'ascesa di Obama e il mito dell'America "razzista".

«Obama è il classico "white liberal guy" che si interessa dei problemi e dei bisogni dei negri». La sua straordinaria forza, dice Zerlenga, consiste proprio in questo curriculum tipico del bianco di sinistra: a Chicago prima lavorando in una comunità afroamericana, poi avvocato dei diritti civili, «militanze che tradizionalmente hanno sempre fatto i bianchi di sinistra, molto spesso ebrei».

La novità di Obama rispetto agli altri politici neri, dice Zerlenga, è che si presenta prima come americano e poi come nero e, inoltre, il primo che non invoca aiuto per i neri in quanto neri, ma per i poveri, bianchi o neri che siano. «Obama è l'opposto dei relitti storici come Jesse Jackson e Al Sharpton che si sono inventati questa etichetta di afro-americani, prima africani e poi americani».

Non solo: secondo Zerlenga, il fenomeno Obama è merito di George W. Bush, «e lo dico io che sono democratico». Bush, ricorda, «a noi democratici ci ha schiaffato in faccia due segretari di stato negri, uno Colin Powell e l'altro non solo negro, ma anche donna, Condoleezza Rice. Neanche Billy Clinton ha avuto lo stesso coraggio». E' stato Bush ad abbattere l'ultimo residuo di razzismo istituzionale. Se non si capisce questo, e non si comprende quanto sia mutato il contesto storico e sociale americano, dice Zerlenga, non si spiega perché «la mia amica 72enne repubblicana del New Jersey voterà Obama».

E non si capisce che Obama ha sì buone possibilità di ottenere la nomination democratica, ed eventualmente anche di finire alla Casa Bianca, ma che ci sono molti motivi, che non hanno nulla a che fare con il colore della sua pelle, per i quali può perdere l'una e l'altra.

Ad essersi convinto della probabile vittoria di Obama è David Horowitz. Premettendo che in questa campagna è un azzardo, da pazzi, prevedere cosa accadrà, secondo Horowitz, Obama «può battere Hillary» e ottenere la nomination. «Mentre sa bene che deve andare a sinistra per battere Hillary, ha già predisposto notevoli indicatori centristi per il futuro. Ma la vera ragione per cui penso che possa conquistare i cuori e le menti della maggioranza democratica è che parla all'anima religiosa del suo partito in toni a cui i credenti non possono resistere. A molti sfugge una cosa ovvia: mentre i Repubblicani hanno un'ala religiosa, i Democratici sono un partito religioso».

E' un oratore «eloquente e ispirato», mentre Hillary appare «sgraziata, calcolatrice e meccanica». Obama ha «la medicina di cui ai Democratici sembra di non poter fare a meno». Il tema di queste elezioni per la sinistra è «cambiare». Ovvio, per chi è all'opposizione. Ma «che tipo di cambiamento? Oppure, trasformazione è la parola giusta? Una fuga miracolosa dal brutto mondo dei talebani e di Al Qaeda, degli iraniani e dei pakistani, della Russia di Putin e del Venezuela di Chavez. L'America ha bisogno solo di tornarsene a casa e tutto sarà ok. Così potremo tornare all'obiettivo di dare a tutti l'assistenza sanitaria, sfamare gli affamati, aprire i nostri confini ai nostri bisognosi e comprensivi nemici globali, "rifare l'America e riparare il mondo"», come ripete Obama.

«Ciò che Obama ha da offrire è un sermone agli assetati spiritualmente» e a quanto sembra ad Horowitz, «ce ne sono a sufficienza nel Partito democratico da far vincere Obama».

Certo, forse queste sono le qualità che permetteranno a Obama di battere Hillary, ma anche quei difetti che gli impediranno di arrivare alla Casa Bianca, molto più del colore della sua pelle.

L'ascesa di Obama e il mito dell'America "razzista"

Forse è scomodo parlarne, ma sotto-sotto, negli Stati Uniti e non solo, in molti pensano che il colore della sua pelle alla fine si rivelerà per Barack Obama un ostacolo insuperabile nella sua corsa alla Casa Bianca. Secondo un pregiudizio consolidato a sinistra, quella americana è ancora una società infestata da un razzismo strisciante. Nella vita pubblica, in quella privata, e ancora più in politica, tanto che gli afro-americani non avrebbero alcuna speranza di raccogliere sufficienti consensi tra i bianchi per poter raggiungere i vertici delle istituzioni. Ma come si concilia questo pregiudizio con le smaglianti prove elettorali di Barack Obama nelle primarie in Iowa e in New Hampshire, dove la popolazione è al 95% bianca? E in elezioni in cui è in gioco nientemeno che la nomination per la presidenza degli Stati Uniti?

Se lo è chiesto John Perazzo, su Frontpage Magazine, osservando quanto siano diffusi tra gli elettori di colore sentimenti di sfiducia. La sensazione è che nella sua corsa Obama sia inevitabilmente destinato a scontrarsi con il razzismo ancora diffuso in America. Un pessimismo condiviso non solo dalla gente comune, ma anche da politici, accademici, attivisti. Mentre gli elettori neri votano per candidati sia neri che bianchi, gli elettori bianchi tenderebbero ancora a votare per candidati bianchi. Tuttavia, obietta Perazzo, «queste affermazioni sono false, e lo sono da molti anni». Gli esempi di elettori in maggioranza bianchi che hanno eletto candidati neri sono molteplici.

Harvey Gantt, eletto sindaco di Charlotte, North Carolina, nel 1983; Edward Brooke, eletto senatore in Massachusetts dal 1967 al 1979; Andrew Young, eletto nel 1972 al Congresso da un distretto bianco della Georgia; Alan Wheat da Kansas City, in Missouri, nel 1982; Douglas Wilder, eletto nel 1989 primo governatore nero della Virginia; J.C. Watts, dell'Oklahoma, e Gary Franks, del Connecticut, eletti nel 1994 al Congresso in distretti al 93 e al 95% bianchi. Due anni dopo, nove candidati neri furono eletti al Congresso da distretti a maggioranza bianchi. Anche nel più povero distretto rurale del più povero stato del profondo Sud, la popolazione a maggioranza bianca dimostrò di poter eleggere un candidato nero mandando Mike Espy al Congresso nel 1987. Più recentemente, nel 2006, Deval Patrick è diventato governatore del Massachusetts.

Lo studio di Perazzo prosegue con moltissimi altri esempi di sindaci neri: Tom Bradley, eletto per 5 volte a Los Angeles tra il 1973 e il 1989. Norm Rice, eletto a Seattle nel 1989. E ancora sindaci di colore sono stati eletti a Kansas City, Denver, Memphis, Cleveland, Dallas, Minneapolis, Des Moines, Houston, Indianapolis. Persino Stone Mountain, in Georgia, la città dove nel 1915 fu fondato il Ku Klux Klan, elesse nel 1997 un sindaco nero, Chuck Burris. Nel 1968 nel Sud degli Stati Uniti c'erano solo tre sindaci neri, ma nel 1996 circa 300. Tra il 1967 e il 1993, sindaci neri sono stati eletti in 87 città di oltre 50 mila abitanti, in due terzi delle quali gli elettori neri sono una minoranza. Anche per la corsa alla Casa Bianca, nel 1996, i sondaggi davano Colin Powell, che poi avrebbe deciso di non candidarsi, in vantaggio sul presidente uscente Bill Clinton.

L'attuale successo di Barack Obama è fedele alla tendenza delle ultime decadi e sorprende solo quei «leftists che proprio non si rassegnano all'idea che la nostra nazione non è il pozzo nero di razzismo che credono». Il pregiudizio è particolarmente resistente tra i professori universitari, osserva Perazzo riportando innumerevoli citazioni. La "Supremazia dei Bianchi" ancora scandisce la vita americana, per il professore della Ivy League Cornel West. Secondo i sondaggi gli americani di colore concordano con queste letture. Per il 49% degli intervistati nel 2006 dalla Cnn il razzismo è un problema «molto serio» in America e per un altro 35% è «abbastanza serio».

Ma queste convinzioni come possono conciliarsi con la parabola di Obama nello scenario politico? Secondo lo studioso di colore Shelby Steele, dell'Hoover Institution, suona come anacronistica l'accusa che gli Usa siano una nazione razzista: «Forse il peggiore effetto del senso di colpa dei bianchi è che non permette ai bianchi e ai non-bianchi di apprezzare qualcosa di straordinario: che i bianchi in America hanno compiuto una trasformazione morale considerevole. Non ci sono seri difensori della supremazia bianca oggi in America, perché i bianchi considerano questa idea moralmente ripugnante». L'America, scrive il sociologo Orlando Patterson, «è la società a maggioranza bianca meno razzista nel mondo; ha il miglior record di protezione legale delle minoranze di ogni altra società, bianca o nera; e offre maggiori opportunità a un numero più grande di persone di colore di ogni altro paese, inclusi quelli africani».

Affermazioni che sembrano in sintonia con il momento magico della campagna di Barack Obama. Eppure – non possiamo fare a meno di osservare in conclusione – abbiamo la sensazione che contro un Obama, sia Giuliani sia McCain potrebbero facilmente superare lo scetticismo dei settori più tradizionalisti della destra religiosa e del Sud. Decine di milioni di americani bianchi voterebbero certamente per Obama, dimostrando che l'America non è razzista, ma i residui pregiudizi di pochi potrebbero effettivamente sbarrargli la strada verso la Casa Bianca per il colore della sua pelle.

Monday, April 09, 2007

Italia nel fango

Romano Prodi e Massimo D'Alema al SenatoUna macchia sull'immagine dell'Italia che ha un solo nome: razzismo

Una sola, semplice domanda inchioda il Governo Prodi alle sue responsabilità: perché l'accordo concluso per la liberazione di Mastrogiacomo non comprendeva anche la vita del suo interprete afghano?

Solo la domanda, che dovrebbe sorgere spontanea, basta a qualificare un'operazione dal volto cinico e razzista che ha gettato il nostro paese nel fango. Sappiamo, infatti, che il governo italiano ha accettato di "sporcarsi le mani" trattando con i talebani solo per il giornalista italiano, disinteressandosi della sorte degli altri ostaggi e aggravando, così, la posizione di Karzai. Una condotta di un razzismo sconcertante, inedito - se la memoria non ci inganna - nella storia repubblicana. E rispetto alla quale non è estranea neanche Emergency, esecutrice materiale di quell'accordo, il cui ruolo appare sempre più ambiguo dopo la pesante accusa, di aver partecipato all'organizzazione del sequestro, che grava ora sul mediatore.

Oggi davvero è uno di quei giorni in cui è più che lecito, persino doveroso, vergognarsi di essere italiani. Di questa scandalosa e fallimentare pagina, che macchia la dignità di tutti gli italiani nel mondo, qualcuno dovrà essere chiamato a rispondere.

E' falso ciò che disse il ministro degli Esteri D'Alema in tv, cioè che il nostro governo non aveva esercitato pressioni su Karzai per il rilascio dei 5 talebani. Addirittura, da quanto rivelato dallo stesso Karzai, emergono i contorni di qualcosa di molto simile a un ricatto politico.

Il Governo Prodi, per salvare se stesso da un difficile passaggio parlamentare, in cui era a rischio la sua maggioranza ma non la nostra missione in Afghanistan, il cui rifinanziamento sarebbe stato votato dall'Udc e, nel caso, anche dal resto dell'opposizione, ha pensato bene di cedere ai ricattatori quasi senza trattare, senza alcuno scrupolo per le inevitabili, tragiche conseguenze che ciò avrebbe avuto, imponendo quindi un prezzo altissimo agli afghani e ai nostri alleati.

Dal sequestro Mastrogiacomo, infatti, un'altra decina di afghani, e due francesi, sono finiti nelle mani dei talebani, che minacciano di tagliargli la gola. E' già stato decapitato l'interprete del giornalista di Repubblica, che dovrebbe per pudore tacere, visto che la sua stoltezza e incompetenza sono già costate la vita a due innocenti (e purtroppo non sembra essere finita qui). Su chi ricadrebbe l'enorme responsabilità morale se il governo afghano fosse costretto ad eliminare i prigionieri talebani, per far venir meno la preziosa "merce di scambio" che detiene nelle sue prigioni?

Con la sua irresponsabilità e il suo cinismo il Governo Prodi è riuscito a indebolire, come nessuna guerriglia talebana era finora riuscita a fare, il governo legittimo di Karzai, eletto democraticamente e sostenuto dalle Nazioni Unite, l'unica speranza di pace per il popolo afghano.

Tuesday, April 03, 2007

Leggi razziali in Russia

I non russi non potranno più vendere merci al dettaglio. Dal 1 aprile gli stranieri sono banditi da mercati, negozi e bancarelle. Georgiani, azeri, moldavi, armeni, uzbeki, i "culi neri" come vengono chiamati, i caucasici, che secondo la vulgata corrente sono «invasori avidi» che affamano i russi vendendo loro cibo a prezzi maggiorati. Dando sfogo alle ormai diffuse pulsioni xenofobe, Putin trasforma in legge il pregiudizio «che vuole il caucasico, l'orientale, il non russo in generale come mercante-truffatore che si contrappone agli onesti lavoratori russi».

Il risultato per ora è stato quello di svuotare i mercati e di aumentare i prezzi invece di abbatterli, come riferisce un dettagliato articolo di Anna Zafesova, su La Stampa.

Gli stranieri potranno continuare a fare lavori umili (scaricatori, lavapavimenti, fattorini, macellai), oppure manageriali (possono ancora affittare e possedere attività). L'importante è che la merce acquistata non sia ricevuta da mani straniere.