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Tuesday, May 16, 2017

Le scomode conclusioni della Commissione Difesa

Alcune delle conclusioni approvate con voto unanime dalla Commissione Difesa del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sul ruolo delle Ong nei salvataggi di migranti in mare:
1) "In nessun modo può ritenersi consentita dal diritto interno e internazionale, né è desiderabile, la creazione di corridoi umanitari da parte di soggetti privati, trattandosi di un compito che compete esclusivamente agli Stati e alle organizzazioni internazionali e sovranazionali".

2) Per le Ong impegnate nel soccorso in mare ai migranti, "occorre elaborare forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa".

3) L'intervento di polizia giudiziaria dovrebbe essere "contestuale" al salvataggio. "Al fine di non disperdere preziosi dati ed elementi di prova utili per perseguire i trafficanti di esseri umani, sarebbe opportuno adeguare l'ordinamento italiano o comunque prevedere modalità operative tali da consentire l'intervento tempestivo della polizia giudiziaria contestualmente al salvataggio da parte delle Ong. Parallelamente, occorrerebbe potenziare la forza e gli strumenti investigativi, favorendo ad esempio l'intercettazione dei telefoni satellitari".

Dati Frontex: nel 2017 sono arrivati illegalmente nell'Unione europea l'84% in meno dei migranti rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre in Italia ne sono arrivati il 33% in più (principali paesi di provenienza: Nigeria, Bangladesh e Costa d'Avorio). Siamo il ventre molle d'Europa...

Monday, July 11, 2016

L'America lacerata di Obama: le divisioni razziali rischiano di incendiare la corsa alla Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.

Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.

Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.

Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.

Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.

Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.

Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).

Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.

Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.

Thursday, September 20, 2012

Un'inchiesta per restituire credibilità alla giustizia italiana

Se le parole di Sollecito oggi possono apparire verosimili e non farneticazioni, è perché il teorema accusatorio, la natura puramente indiziaria del processo e le modalità della raccolta delle prove, giudicate dai periti super partes «approssimative», non conformi agli standard, hanno destato pesanti perplessità. Considerando i sospetti che fin dall'inizio gravano sulla correttezza dell'operato della pubblica accusa, e la vasta eco internazionale della vicenda, le nostre istituzioni non possono permettersi il lusso di rispondere con il silenzio alle gravi accuse esplicitate nel libro di Sollecito e, c'è da scommettere, anche in quello di Amanda. Per tutelare la credibilità e l'onorabilità della giustizia italiana dovrebbe essere fatta piena luce sulla condotta della procura durante le indagini e durante il processo. Sia il ministero della Giustizia che il Csm dovrebbero aprire un'inchiesta formale per stabilire non solo se vi siano state violazioni di legge, ma anche incompetenze e negligenze, per capire come sia stato possibile che, delle due l'una, o due innocenti sono rimasti in carcere per quattro anni, o due ragazzini hanno messo in scacco una procura.
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Friday, March 02, 2012

La Tav solo un pretesto

Due o tre cose sui No Tav. La protesta contro la realizzazione dell'opera non c'entra più nulla, bisognerebbe prenderne atto invece di parlare di «dialogo». La valle ha i suoi rappresentanti istituzionali e con quelli il governo centrale deve interloquire.

All'opera c'è una rete antagonista che salta da un pretesto all'altro, ovunque nel Paese, pur scontrarsi con le forze dell'ordine, danneggiare beni pubblici o privati, mettere in atto blocchi e occupazioni, vere e proprie tattiche di guerriglia premeditate, ben organizzate, esattamente come accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre (ma pare ci siamo già scordati quel pomeriggio). E' una cosa ben diversa da una manifestazione che sfocia spontaneamente in atti di violenza. Si tratta invece di una strategia della tensione pianificata a tavolino e di carattere eversivo.

Lo Stato si dimostra impotente perché si rifiuta di riconoscere questa realtà, e rinuncia all'uso legittimo della violenza contro chi vuole sovvertire il metodo democratico e attenta ai diritti e alla proprietà degli altri cittadini. Fermezza sulla continuazione dei lavori - e ci mancherebbe! - ma vengono tollerati blocchi di autostrade e stazioni, non solo nella valle ma anche nelle grandi città, danni alle infrastrutture pubbliche e alla proprietà privata, persino aggressioni personali.

I pochi violenti che finiscono davanti ai magistrati o vengono subito liberati o si beccano un'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, al massimo lesioni. Non ha alcun senso: la premeditazione e l'organizzazione degli scontri e dei blitz contemporanei in diverse città su tutto il territorio sono tali da prefigurare, almeno come ipotesi, l'associazione per delinquere di stampo eversivo. Ma i magistrati fanno finta di niente, perché provare certe accuse richiederebbe troppo lavoro e perché in fondo la nutrono un po' di simpatia per quello che qualificano come ribellismo giovanile. Quindi non se la sentono di applicare ben più gravi fattispecie di reato che calzerebbero a pennello con ciò che accade.

Come ho già scritto in occasione degli scontri di ottobre a Roma, sul piano legislativo, come si sta valutando il reato fin troppo specifico di «omicidio stradale», così si potrebbe introdurre un nuovo tipo di reato associativo, specifico per chi partecipa a disordini e scontri all'interno di cortei e manifestazioni, o almeno delle aggravanti nel caso di lesioni e danneggiamenti in simili contesti.

E' comprensibile che i metodi violenti e squadristi dei cosiddetti No Tav inducano qualche commentatore a definirli «fascisti», ma è sempre meglio applicare una terminologia appropriata e non nascondere la matrice ideologica di questo sovversivismo, che è anarchico, neomarxista, ecologista, di estrema sinistra.

Tuesday, October 18, 2011

Sempre i soliti sul banco degli imputati

Non è durato neanche cinque minuti il momento della condanna unanime delle violenze. Già sabato sera sul banco degli imputati sono finiti le forze dell'ordine e il ministro dell'Interno: mancata prevenzione, sottovalutazione dei violenti, li hanno "lasciati fare". E non ci siamo fatti mancare nemmeno la patetica caccia al poliziotto infiltrato e i soliti piagnistei sui tagli. Comunque vada, che ci scappi il morto, o che si contino solo danni materiali (tutto sommato contenuti, pare di capire), la colpa è sempre delle forze dell'ordine. E tutti gli articoli, i servizi sulla «preparazione» della guerriglia hanno lo scopo di evidenziarne i presunti errori. Vittime i manifestanti "pacifici", quelli che hanno riempito di insulti, minacce e sputi Pannella. Eppure, il fatto che tutti, ma proprio tutti, sapessero che cosa si stava preparando - gli annunci correvano copiosi e baldanzosi persino su internet - chiama in correità anche i media stessi, che non hanno lanciato l'allarme, ma soprattutto gli organizzatori della manifestazione, che nulla ma proprio nulla hanno fatto per evitare il peggio, nonostante i «capetti del movimento», come emerge da alcune interviste, e non difficile da intuire, conoscano bene chi siano e da dove vengano i violenti.

Se bisogna parlarne, allora parliamone. Sabato in piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare». Una strategia di riduzione del danno, volta a non farci scappare il morto tra i manifestanti. E infatti incassano persino l'ipocrita solidarietà di Ezio Mauro: «Siamo dalla parte del carabiniere assediato». Già, a patto - sottinteso - che non osi difendersi come a Genova nel 2001. Gli agenti hanno senz'altro il merito di aver reagito con freddezza e professionalità, eseguendo gli ordini nonostante la comprensibile esasperazione. Ma se il morto non c'è scappato per mano, invece, dei manifestanti violenti, è stato purtroppo solo un caso fortuito. C'è mancato poco, per esempio, che un agente venisse linciato o che una coppia di anziani bruciasse viva nella propria abitazione. L'aspetto più criticabile di questa strategia è che le vite dei violenti sembrano più preziose di quelle degli agenti e dei cittadini, quindi delle potenziali vittime. Sabato scorso i responsabili dell'ordine pubblico, probabilmente senza rendersene conto, si sono assunti la terribile responsabilità di rischiare la vita degli agenti, e dei cittadini inermi, piuttosto che quella dei violenti. In certi casi non si percepisce come scegliere di non agire possa avere conseguenze ancor più negative di agire e sbagliare. La lodevole intenzione era che nessuno si facesse troppo male. E' andata bene, ma troppo, troppo si è rischiato che a farsi male, molto male, fossero i "buoni", gli agenti o i cittadini da proteggere.

E' una critica però, quella dell'eccessiva passività delle forze dell'ordine, che i politici e la stampa di sinistra non possono permettersi di avanzare. Sono i primi, infatti, a denunciare la «militarizzazione» dei cortei e la brutalità degli agenti appena reagiscono più duramente. Mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quello che è stato fatto sabato.

Pur non condividendo la strategia adottata, non possiamo ignorare un triste dato di fatto: se le forze dell'ordine fossero intervenute immediatamente, riuscendo a soffocare sul nascere i violenti ma al prezzo di molti più feriti, se non anche di un morto, avremmo visto tutt'altre immagini e allora il consenso che oggi, a cose fatte, sembra esserci per una repressione più dura, sarebbe svanito. Viviamo in un Paese dove l'uso legittimo della forza da parte delle forze dell'ordine non gode della sufficiente approvazione da parte delle élite politiche, sociali e intellettuali, anzi viene strumentalizzato, criminalizzato e delegimittato. Oggi si parla dei violenti. Se la polizia si fosse comportata con maggiore fermezza, oggi si parlerebbe della sua brutalità. E' così, è un fatto triste di fronte al quale bisogna agire con intelligenza. Non possiamo ignorarlo e pur non condividendola, dobbiamo comprendere la strategia difensiva delle forze dell'ordine, essergli vicini, perché è un problema politico e culturale che purtroppo non si può affrontare in piazza.

Monday, October 17, 2011

Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine


Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.

In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.

E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.

E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.

C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.

Monday, December 20, 2010

Attenuante di gruppo

Dopo la bufala dell'"infiltrato", ecco la bufala del ragazzo pestato - pestato sì, ma da un "compagno" incaricato di picchiare chi avesse contravvenuto agli "ordini" decisi in un'assemblea «tecnica» tenutasi a La Sapienza (video). E' comprensibile il senso di frustrazione per la scarcerazione dei ragazzi fermati nei disordini di piazza del 14, ma dobbiamo ricordarci - e il sindaco Alemanno dovrebbe saperlo - che la responsabilità penale è sempre personale e le posizioni degli arrestati vanno valutate singolarmente. Tutti abbiamo negli occhi le immagini delle violenze, ma se il reato contestato è resistenza a pubblico ufficiale, se si tratta di incensurati, e per lo più di minorenni, quella che è stata a tutti gli effetti una guerriglia e una tentata insurrezione, finisce per essere derubricata a marachella giovanile.

Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).

Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".

Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.

Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.

Wednesday, December 15, 2010

Sfatare il mito dei Black Bloc

L'Oscar degli articoli più vergognosi scritti in questi giorni sulla gestione dell'ordine pubblico nella giornata di ieri va a Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera), non nuova a imprese del genere. Così come vergognosa è la polemica sul finanziere ripreso con l'arma d'ordinanza in pugno e sui presunti "infiltrati". Ovviamente ci sono già le prime interrogazioni parlamentari, ma basterebbe guardare le immagini per capire come si sono svolti realmente i fatti. Da tutte le sequenze fotografiche, e dal video, disponibili in rete o sui giornali appare chiaramente che il finanziere protegge l'arma, uscita dalla fondina dopo essere stato scaraventato a terra e già privato di casco e altro, per impedire che gli venga sottratta anche quella.

E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.

Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.

Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.

Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
«L'allarmismo sull'ordine pubblico è un genere giornalistico che un tempo era riservato ai giornali d'opposizione più politicamente scalmanati, e di cui non si sentiva particolare nostalgia. E' probabile che i settori più estremisti puntino a creare incidenti, ed è doveroso evitarlo. Ma è davvero difficile vedere nella polizia un mostruoso apparato repressivo a difesa del governo. La libertà di manifestazione non sembra davvero in pericolo, e la democrazia ancor meno. La stessa Sarzanini ammette che i divieti sono indispensabili, per poi aggiungere che "se sono indiscriminati rischiano di ottenere l'effetto opposto". Anche gli allarmismi indiscriminati, per la verità».
Oggi Giuliano Ferrara si pone le domande giuste...
«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»
... e arriva alle conclusioni sotto gli occhi di tutti:
«Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe. Sotto il miserabile pretesto della "compravendita" di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l'hanno chiamata "sfiducia dal basso" o "faremo l'inferno se il governo non cade". Una performance di sordido cinismo dalla quale la sinistra e i borghesi decaduti di un establishment intollerante e ambiguo non si risolleveranno tanto presto...».
IL MITO DEI BLACK BLOC - Infine, bisognerebbe anche sfatare una volta per tutte questo mito dei Black bloc. I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all'opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po' meno coraggiosi. E' una violenza tecnicamente "fascista", ma che culturalmente e politicamente trova origine nell'estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla.

UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.

Wednesday, October 13, 2010

La cultura della resa

Si sta affermando sempre più, con i fatti di ieri sera a Genova, un immaginario diritto all'incolumità dei violenti - ammesso (ed è ancor più grave e pericoloso) che siano in gruppo. Responsabili delle forze dell'ordine e Figc sottolineano come un successo - avrebbe evitato addirittura una «tragedia» - la gestione dell'ordine pubblico nello stadio Marassi in occasione dell'incontro di calcio Italia-Serbia. Se l'obiettivo è che nessuno, neanche i violenti e i prevaricatori della legge, si faccia male, allora sì, quello di ieri è un successo. Ma se l'obiettivo era lo svolgimento dell'evento sportivo in programma, come credo debba essere, allora si è trattato di un fallimento completo.

E sì, ha ragione l'Uefa, ci sono responsabilità anche italiane: «Oltre alla responsabilità di chi provoca incidenti - ricorda un dirigente - i regolamenti Uefa prevedono anche quella della federazione che organizza la partita e che deve garantire la sicurezza nello stadio e il regolare svolgimento dell'incontro». E' evidente, infatti, che sono state commesse ingenuità in serie, prima e dopo l'evento, e che di fronte alla palese volontà dei tifosi serbi di non far giocare la partita qualcuno ha deciso di non intervenire in alcun modo. Al contrario di quanto accade in occasione delle partite di campionato, ai tifosi serbi è stato permesso di portare all'interno dello stadio fumogeni e oggetti contundenti; li si è lasciati completamente soli all'interno di un settore, senza circondarli preventivamente con un cordone di polizia come si fa di solito (il che ha reso rischioso tentare il blitz a disordini in corso); una volta annullata la gara, si è permesso loro di sfollare dal settore in tutta tranquillità (tanto che il protagonista assoluto della serata è stato arrestato quasi per caso, sorpreso nel vano motore del pullman che lo stava già riportando a casa). Non solo ai teppisti serbi non si è torto un capello, ma non li si è minimamente disturbati, neanche ricorrendo all'uso degli idranti. Probabilmente sarebbe bastato sparare del narcotizzante ai tre-quattro capi che hanno guidato i disordini, come si fa con gli orsi.

Facile "gestire" in questo modo l'ordine pubblico, di fatto arrendendosi ai violenti per poi vantarsi che nessuno si è fatto male. Ieri a Genova hanno vinto loro, gli ultranazionalisti serbi, punto e basta. E' stata una umiliazione che non si può cancellare con una manciata di identificazioni e arresti tardivi. Non solo annullare la partita equivale ad una resa, ma di tutta evidenza sarà di incoraggiamento, una vera e propria istigazione, a qualsiasi esaltato pensi di emulare simili gesta, perché da ieri sera può sperare di poterla avere vinta. Per la Federazione si è trattato inoltre di un considerevole danno economico (l'incasso della partita), eppure non risultano ancora denunce a carico degli autori dei disordini.

Bisognerebbe introdurre nel codice penale un'aggravante, o uno specifico reato, per chi provoca danni e disordini, resiste o commette oltraggio a pubblici ufficiali, agendo sotto la copertura del "gruppo", della "folla", nell'ambito di manifestazioni sportive o politiche. In queste occasioni i violenti la fanno quasi sempre franca, mentre per gli stessi comportamenti, se a livello individuale, si va incontro a guai seri. Gli stadi soprattutto, ma anche le manifestazioni politiche, appaiono come delle vere e proprie zone franche, dove le responsabilità individuali in qualche modo si diluiscono fino a dileguarsi.

Ma quel che è più preoccupante è che si sta affermando sempre più nella gestione dell'ordine pubblico una cultura della rinuncia e della resa totale ai violenti, specie se in gruppo (e quindi più pericolosi). Il che può risparmiare qualche osso rotto e qualche proiettile di gomma, ma puntualmente a rimetterci è chi rispetta la legge e alla lunga il rischio è di lacerare la credibilità - già ampiamente compromessa - del nostro stato di diritto.

Wednesday, October 29, 2008

E li chiamano studenti...

Possibile che nell'Italia del 2008 una delle piazze più belle di Roma debba essere sequestrata e deturpata da scontri tra fascisti e comunisti (video)? Sedicenti studenti. Intanto, a Milano, veniva bloccata la stazione di Lambrate.

Dov'è la mano del governo, che perde il controllo di una manifestazione in una piazza centrale di Roma, adiacente al Senato, e tollera il blocco di una stazione ferroviaria ad opera di un manipolo di teppisti? Come temevo, peggio di un governo che tollera l'illegalità, c'è solo un governo che non dà seguito alla promessa di non tollerare l'illegalità.

Dopo aver cavalcato la protesta, il povero Veltroni si ritrova invischiato negli eccessi provocati dalle solite frange estremiste ed è costretto a schierarsi:
«I disordini di oggi sono stati solo l'aggressione di una parte politica sull'altra».
Una dichiarazione sintomatica della linea suicida intrapresa da Veltroni. Da leader del principale partito di opposizione, che vuole dimostrarsi credibile come partito di governo, e per di più da "premier ombra", non avrebbe dovuto neanche lontanamente interessarsi agli scontri, che nulla hanno di "politico", tra qualche decina di teppistelli.

Purtroppo, invece, avendo abbracciato la protesta della piazza, ora si trova costretto a fare di tutto perché il movimento resti "pacifico", o perché appaia tale, cosa su cui nessuno si sentirebbe di scommettere un euro. E' stato un azzardo da parte di Veltroni legare l'immagine del Pd ai comportamenti di manifestanti su cui non ha il minimo controllo, visto che, com'è dimostrato, bastano gli eccessi di pochi per rovinare quel clima composto e civile che anche nella protesta ci si aspetta da un partito di governo.

Peccato che Veltroni sia intervenuto nel modo peggiore: non condannando i violenti "senza se e senza ma", ma prendendo le difese di alcuni di loro, come ci saremmo potuti aspettare da un Bertinotti o da un Diliberto. La triste verità che sta emergendo è che con Veltroni il Pd non sta assumendo la fisionomia di un partito riformista di massa, ma sta occupando lo spazio politico lasciato vuoto in Parlamento dalla sinistra radicale, immobilista e conservatrice.

Thursday, July 10, 2008

Indagini alla spagnola

«Rivalutiamo il lavoro della polizia», fanno sapere i legali della famiglia di Federica, la ragazza uccisa in Spagna, a Lloret de Mar. Non c'è nulla da rivalutare. Semplicemente, la polizia spagnola ha utilizzato un approccio di indagine opposto a quello che siamo abituati a vedere in Italia. Invece di arrestare subito il principale sospettato, torchiarlo e cercare di estorcergli la confessione con la durezza del carcere, lo hanno interrogato e lasciato andare; hanno atteso di ritrovare il corpo della ragazza, ma hanno mantenuto sotto controllo il sospettato, con discrezione, seguendone i movimenti, le telefonate, gli incontri. Il tizio ha già confessato, appena arrestato, senza neanche un giorno di carcere. Altro che «rivalutare». Qualcosa ci fa presumere che in Italia quello di Federica sarebbe potuto divenire il delitto irrisolto dell'estate 2008, nel solco di Garlasco, Perugia... e Gravina, naturalmente. E intanto leggiamo (su La Stampa di ieri, in un articolo di Francesco La Licata), la purtroppo non incredibile storia di un innocente che si è fatto 31 anni di carcere per una confessione estorta sotto tortura. In Italia, non a Guantanamo.

Saturday, April 19, 2008

Una riforma federalista per la sicurezza

Si mette male per Rutelli, che non può far altro che definire «strumentalizzazioni» le polemiche seguite a una nuova aggressione a Roma, ai danni di una 31enne, pugnalata e stuprata da un romeno a poca distanza dalla stazione della periferia di "La Storta". Come non è mai esistito un "modello Napoli", è bene che si capisca che non è mai esistito un "modello Roma".

La città continua a essere insicura, sia per le orde di nomadi che vivono esclusivamente di furti, sia per il manto stradale letteralmente assassino; traffico e trasporti pubblici rimangono dopo 15 anni di alternanza Rutelli-Veltroni problemi irrisolti; l'illuminazione salta anche in quartieri centrali. E con una bassa percentuale di raccolta differenziata e la chiusura imminente della discarica di Malagrotta, già posticipata di anni in attesa del termovalorizzatore (comunque insufficiente), rischiamo di fare la fine di Napoli.

Oltre alla gestione clientelare e partitocratica di municipalizzate, commesse, consulenze, manifestazioni, permessi di costruzione, ciò che ha favorito il permanere al potere di giunte di centrosinistra nella capitale è la coincidenza che spesso nelle ultime tornate elettorali si è verificata tra voto politico e amministrativo. Il dibattito sulla città è stato troppo spesso "coperto" dalla campagna per le elezioni politiche.

La «reazione pronta» dei carabinieri di cui parla Giuliano Amato - che questa volta ha evitato alla ragazza di fare la fine di Giovanna Reggiani e dell'uomo cui è stata spaccata la testa su una pista ciclabile per rubargli l'ipod - è stata possibile grazie all'allarme lanciato da due passanti, ma il punto è che la città non dovrebbe offrire zone di degrado e di abbandono tali da indurre in tentazione.

E' vero che i sindaci non hanno poteri di polizia, ma se le stazioni sono totalmente incustodite, non vi è alcuna forma di vigilanza, né personale ferroviario, né videocamere, l'illuminazione è quasi assente, e se il Municipio segnala le situazioni di pericolo ma il Comune non provvede, allora la responsabilità non può essere che del sindaco. E' un problema che riguarda anche Milano, dove il sindaco, Letizia Moratti, è del PdL.

Non direi, invece, che mancano le leggi. Leggi e direttive europee per espellere anche tutti i rom ci sono già. E' solo una questione di volontà: fuori i barbari dall'Italia.

Sorprende che in tutti questi anni la Lega non abbia condotto una vera battaglia federalista, quella per l'abolizione dei prefetti e il trasferimento ai sindaci (almeno delle città medio-grandi) della responsabilità delle forze di sicurezza. I prefetti non sono espressione della volontà popolare e dunque non rispondono politicamente della gestione delle forze dell'ordine. Al contrario, se ne fossero responsabili i sindaci, questi ne risponderebbero davanti ai cittadini che votando potrebbero sanzionare o premiare la loro gestione della sicurezza.

Tuesday, November 13, 2007

Processo al lessico

Castaldi firma un post che non meriterebbe attenzione, ma non riesco a far finta di niente quando vedo una penna geniale della blogosfera incappare in un abbaglio solo perché sente lo stimolo impellente, direi quasi fisiologico, di incasellare qualcuno in un cliché. Lo stereotipo sarebbe del tipo "quello che va coi fascisti impara a esprimersi come i fascisti". La cosa che mi addolora di più è accorgermi di quanto sia scarsa, anche in chi dovrebbe conoscermi, la stima per JimMomo, fino al punto da ritenermi facilmente preda di un tale istinto conformista. Ma procediamo con ordine.

Quanto alle responsabilità di quanto è accaduto domenica, di prima mattina e non di pomeriggio, nell'area di sosta di un Autogrill, dubitavo dell'incredibile casualità del proiettile partito involontariamente mentre l'agente correva e ipotizzavo, invece, che l'agente avesse comunque voluto mirare all'auto per fermarla. Pare che ci abbia visto giusto, stando a quanto dice il capo della polizia Manganelli a Giuseppe D'Avanzo, oggi su la Repubblica.
«Non c'è dubbio che, dopo un primo colpo sparato in aria, il secondo è stato esploso con il braccio teso in avanti... La volante vede da lontano, dalla carreggiata sud, il tafferuglio nell'area di servizio in carreggiata nord. Nessuno è in grado di capire che sia una rissa tra tifosi. Non ci sono vessilli, non ci sono bandiere, non ci sono slogan. C'è soltanto un gruppo di ragazzi che si picchiano. L'iniziativa migliore è dell'agente che attiva la sirena: in genere, è sufficiente per convincerli a chiuderla lì. E infatti i ragazzi smettono e si allontanano in fretta. L'altro agente, però, crede di essere testimone di un delitto più grave di una rissa e, da lontano, spara in aria e spara una seconda volta. Ripeto, con il braccio teso, in un'azione che ho definito maldestra».
Ciò che Castaldi presenta come un «esempio» delle resaponsabilità da me individuate sono in realtà considerazioni generali sul «disastro di incompetenza e inefficienza» che polizia e magistratura dimostrano in molteplici ambiti, ben oltre il mondo del calcio, nel garantire la legalità.

Castaldi ci ha abituati a copia-incolla degli scritti altrui più fedeli al loro significato letterale, ma può darsi che in questo caso sia stato io a spiegarmi male. «Non è il consueto Jimmomo - scrive - è un Jimmomo che per "garantire l'ordinato e legale svolgimento di eventi pubblici" pensa che le forze di polizia debbano sparare, e accontentiamoci al momento che "dovrebbero" farlo "fuori dagli stadi"».

Ma il collage stravolge il senso dell'originale, mi mette in bocca qualcosa che non ho scritto. Mi limitavo a constatare, in un periodo tra due punti e virgola, che le forze di polizia si dimostrano spesso «incapaci di garantire l'ordinato e legale svolgimento di eventi pubblici». Mi rendo conto che possa risultare più ambiguo il passaggio in cui scrivo che «soprattutto fuori dagli stadi» vediamo la polizia «arretrare», mentre non scrivo affatto che «soprattutto fuori dagli stadi» si debba sparare. Credo, questo sì, che le forze di polizia debbano comunque essere capaci di non consegnare gli stadi e le strade in mano ai violenti.

Pretendo il risultato, i mezzi (tra i quali lo stato di diritto contempla anche l'uso della forza) li trovino i professionisti del settore della sicurezza. Volevo solo dire: quando ce ne sarebbe davvero bisogno, in caso di aggressioni o rapine, gli agenti non sparano, mettendo in pericolo loro stessi e spesso facilitando la fuga dei banditi; poi però ecco il rambo o il maldestro che spara a casaccio.

«Ogni persona perbene sottoscriverebbe quello che scrive Jimmomo», premette Castaldi. Sarebbe assurdo invece sottoscrivere quanto mi si attribuisce, cioè che si dovrebbe sparare fuori dagli stadi. Un'affermazione così generica non avrebbe senso e sarebbe irresponsabile. L'arma da fuoco è l'ultima risorsa in mano ai tutori dell'ordine pubblico e l'opportunità/necessità del suo utilizzo va valutata caso per caso.

Precisato questo, le successive righe di Castaldi chiariscono che la sua intenzione era quella di dimostrare quanto la mia prosa fosse mutata dopo e in conseguenza dell'avvicinamento di Capezzone e Decidere.net al centrodestra, e in particolare a Forza Italia.

Mi si contesta «un lessico che si compiace di non pochi luoghi comuni di una certa destra: il "disfacimento di questo paese" è da imputare a "sociologismi da salotto, una malintesa tolleranza, una debole cultura dell'autorità e della legalità"».

«C'è un po' di tutto questo», scrivevo (ma non solo questo, ovviamente), «nel lento disfacimento di questo paese». Ora, sarebbe più interessante capire se questi luoghi comuni contengano o meno un fondamento, cioè se trovino un qualche riscontro nella realtà. Perché se così fosse, cosa importerebbe se li facessero propri la destra o la sinistra? E siamo così sicuri che tali "luoghi comuni" siano rigettati da alcui ambienti "di sinistra" e, soprattutto, estranei ai cittadini che si definiscono "di sinistra"? Colpevolizzare, come ho fatto con un po' d'anticipo e con scarsi elementi, l'agente che ha ucciso Sandri, è atteggiamento diffuso, in queste ore, in una "certa destra"?

La cosa più odiosa è che Castaldi vede nel mio post un «retouche allo stile» che imputa a una mia supposta necessità di «entrare nell'Officina di Forza Italia». Dunque, non mi si contesta il merito di ciò che avrei scritto (ma che in realtà neanche ho scritto), ma il metodo, il «come» lo avrei scritto. Perché? Perché «lo sottoscriverebbero con più slancio certi perbenisti della CdL». Con la mia prosa rischierei di «scivolare nel qualunquismo fascistoide» e ritrovarmi «sopra un palco accanto a Ignazio La Russa».

Mi sono ritrovato a sostenere una coalizione con Bertinotti e Diliberto, perché ho creduto che là dentro i politici in cui confidavo potessero condurre battaglie liberali. Se ve ne fossero le condizioni, sarei pronto ad assumermi il rischio di fare altrettanto tra Calderoli e La Russa.

Ma Castaldi arriva buon ultimo nel giudicare la mia prosa «qualunquismo fascistoide», eppure - strano - fino ad oggi sembrava non essersene accorto. Lo pensa da sempre il suo amico Bordin e un mio articolo molto più esplicito di questo, sugli stessi temi, fu oggetto, mesi fa, in tempi non sospetti, di una polemica con i radicali Michele Rana e Francesco Pullia. Naturalmente replicai al primo e al secondo.

Dunque, oggi che è funzionale a criticare implicitamente una mia (presunta) scelta politica, dipinta naturalmente a priori nel modo peggiore, allora Castaldi si accorge della mia prosa «fascistoide». Chiunque può giudicare se in questi mesi la mia prosa sia davvero "scivolata": sarà diretta, rozza, qualunquista, povera, scadente, ma è quella che è. Non si dica, questo no, che mi metto a studiarla a tavolino per sembrare "di destra" o "di sinistra".

La cultura della legalità «non è né di destra né di sinistra». Nel mio post non si sostiene il contrario e, soprattutto, ritengo che manchi, in diverse forme, sia a destra che a sinistra. E' curioso, invece, che proprio chi sostiene che i liberali non siano né di destra, né di sinistra, né di centro, ma ammette che al limite ci si possano trovare, a destra, a sinistra, o al centro, sia così sbrigativo nel ritirare la patente di liberale. Non sarebbe un bel vedere, amico mio, caro Malvino.

Monday, November 12, 2007

Lo specchio del disfacimento delle istituzioni

Non conosco altro paese in cui possano accadere cose simili a quelle accadute ieri. Un ragazzo ucciso in modo assurdo nell'area di sosta di un Autogrill e tutto quello cui abbiamo dovuto assistere nelle ore successive: dalla reticenza delle autorità, al caos delle notizie fino alla violenza degli ultrà.

E' davvero, davvero difficilmente credibile, la versione fornita dall'agente che ha sparato "ad altezza d'uomo". Un proiettile partito accidentalmente, mentre correva, dalla stazione di servizio sul lato opposto, superando tre guard rail e tutto il traffico dell'autostrada, si va a conficcare nel collo di una persona addormentata sul sedile posteriore di un auto. Tragica fatalità, certamente, ma considerando tutte le variabili, simile ad essere colpiti da un fulmine. Più credibile, invece, che l'agente abbia comunque mirato all'auto per fermarla.

Forze di polizia che non reagiscono e non sparano quando dovrebbero, ma più spesso arretrano, soprattutto fuori dagli stadi; incapaci di garantire l'ordinato e legale svolgimento di eventi pubblici; come i magistrati, non sanno fare indagini e l'80% dei reati rimane senza colpevole. Però poi c'è la testa calda, o l'imbranato che sparacchia a casaccio. Insomma, un disastro di incompetenza e inefficienza, esattamente come gli altri settori della pubblica amministrazione, di cui il potere politico ha voluto talmente estendere i compiti da non riuscire a garantire quelli essenziali.

Detto questo, la situazione del calcio in Italia non ha paragoni in Europa e difficilmente in America Latina, e descrive fedelmente le condizioni da terzo mondo del nostro paese. I fatti di ieri sono l'ulteriore dimostrazione che il campionato è nelle mani degli ultrà. Di una sola partita, Inter - Lazio, è stato deciso il rinvio dalle autorità sportive. Per il resto, gli estremisti del tifo hanno deciso dove si poteva giocare e dove no. A Milano, a Roma e a Bergamo non si è giocato.

Da qualche anno, da quel derby Roma - Lazio di cui le due tifoserie, come atto dimostrativo del loro potere di ricatto, pretesero l'interruzione, divulgando deliberatamente la falsa notizia di un bambino travolto da una pattuglia, è evidente che gli ultrà hanno preso il totale controllo del calcio, fino ad imporre persino il rinvio o la sospensione delle partite e a scatenare guerriglie urbane ai limiti dell'eversione.

Eppure, c'è chi ancora non lo ha capito. Si susseguono le misure che alimentano il potere delle curve. Anche in questa circostanza, ovviamente, non sono mancate le anime candide e ipocrite che hanno invocato e ottenuto lo stop dei campionati. Sembra addirittura che adesso i questori potranno vietare le gare anche nel caso di incidenti al di fuori dello stadio, concedendo così agli ultrà un potere immenso di determinare con il loro comportamento lo svolgimento o meno degli incontri.

A questa situazione ci ha portati la politica della riduzione del danno, l'illusione che non reprimendo si evitassero almeno di peggiorare le cose e si potesse contenere il fenomeno. Sociologismi da salotto, una malintesa tolleranza, una debole cultura dell'autorità e della legalità, un difetto di comprensione del fenomeno criminale, la sottovalutazione degli effetti di lungo termine sulla credibilità delle istituzioni. C'è un po' di tutto questo nel lento disfacimento di questo paese.

Monday, August 13, 2007

Una cosa certa: qualcuno è gravemente incompetente

Si aggrava la posizione del pm Zucca, che nega l'esistenza di un rapporto della polizia sull'omicida, ma sembrerebbe essere smentito dal capo della squadra mobile, che lo ha mostrato ai cronisti. Nelle 67 pagine ci sarebbero le motivazioni in base alle quali la Mobile chiese l'arresto di Luca Delfino dopo le indagini sul primo omicidio: «Gli indizi gravi per l'arresto c'erano e noi li abbiamo forniti alla Procura», ribadisce il poliziotto. Inoltre, la Mobile genovese, a ridosso del 28 aprile 2007, data in cui Delfino inviò il minaccioso sms alla sua vittima scrivendole "Ricordati che giorno è", chiese alla Procura la riapertura delle indagini sul trentenne genovese considerandolo «persona pericolosa».

Ripetiamo che anche escludendo il dolo, e ammesso che siano da escludere gravi negligenze, rimarrebbe comunque il fatto, tragico. Anche per i magistrati e la polizia esiste una responsabilità oggettiva, quella di non essere riusciti a fare bene il proprio lavoro - per aver sottovalutato le prove a carico dell'assassino, oppure per non averne trovate a sufficienza (è comunque loro compito). E' giusto quindi che l'incompetenza dimostrata, in un caso o nell'altro, pesi nel condizionare carriere e stipendi, così come avviene per ciascun professionista, imprenditore e lavoratore.

Thursday, February 15, 2007

«Sono stato anche beccato... dalla Polizia!»

Un Vasco "amico" della polizia, che richiama al rispetto delle regole, viene fuori in questa intervista per... Poliziamoderna.

«Beh, veramente quella del poliziotto è una vita spericolata... Mi dispiace che spesso il messaggio di quella canzone (uscita nel 1983, ndr) sia stato travisato e strumentalizzato per sostenere che inneggiavo al non rispetto delle regole e quant'altro. Allora avevo 31 anni e desideravo una vita spericolata nel senso di non ordinaria, non piatta o fatta di sole certezze. Ma chi del resto quando è giovane non sogna di fare esperienze emozionanti e straordinarie? Problemi con la giustizia li ho avuti e sono noti. Ma ora ho un rapporto splendido con i poliziotti. Adesso se mi fermano è per chiedermi un autografo. Certo qualche multa dalla Stradale l'ho presa, ma neanche tante e solo una per eccesso di velocità di 5 km/h rispetto al limite, per cui niente decurtazione di punti dalla patente. Del resto viaggio in automobile molto meno di prima».

Il cittadino Vasco cosa chiederebbe alla polizia?
«Professionalità, serietà, e rispetto. Con affetto. Anche questo fa rima, come casco con Vasco...»

UPDATE: bel pezzo davvero di Vittorio Macioce, su il Giornale, che ricorda un significativo passaggio di una canzone di Vasco, "Stupendo": «E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia. Erano giorni di grandi sogni, sai. Erano vere anche le utopie. Ma non ricordo se chi c'era aveva queste facce qui. Ma non mi dire che è proprio così. Non mi dire che sono quelli lì. Sì. Stupendo! Mi viene il vomito... È la vita ed è ora che cresci. Devi viverla così».

Tuesday, February 06, 2007

Dal caso Catania al caso Italia: dove la legge è off limits

La curva del PalermoTicketing nominativo; adeguamento infrastrutturale degli stadi, con sistemi di videosorveglianza, tornielli all'ingresso e steward; "privatizzazione" dei costi della sicurezza; società responsabilizzate. Anch'io sono un sostenitore del "modello inglese" e mi sembrano tutte utili anche le misure decise dopo il vertice che si è tenuto a Palazzo Chigi, ma la mancanza di questi utili strumenti non autorizza gli ultrà a mettere a ferro e fuoco uno stadio o le vie circostanti. Credo, infatti, che vi sia qualcosa che venga prima di quel tipo di soluzioni. Il successo del "modello inglese" si deve prima di tutto a leggi durissime applicate fino in fondo, senza sgarrare, senza deroghe né proroghe, senza sociologismi ad attenuare la responsabilità dei singoli. Ecco, è qui il problema italiano.

Siamo ormai assuefatti a una "cultura emergenzialista": sull'onda dello sdegno sforniamo leggi su leggi che passate poche settimane vengono disapplicate, fino alla successiva ondata, che giustifica nuove misure annunciate stavolta come «drastiche». E così via. Prima di pensare a ulteriori provvedimenti, bisognerebbe chiedersi: nella vicenda Catania sono state applicate tutte le leggi e utilizzati tutti gli strumenti e le tecniche già a nostra disposizione? Perché le nostre forze dell'ordine non utilizzano idranti, pallottole di gomma, o altri metodi in dotazione alle polizie dei paesi più civili? E' normale che i 500 tifosi del Palermo siano stati fatti entrare all'inizio del secondo tempo? E' normale che sia stato permesso ai tifosi del Catania di attendere per un'ora i tifosi avversari al di fuori dello stadio? Non potevano essere dispersi, o costretti ad entrare? E' normale che con 1.500 uomini non si riescano a contenere cento, duecento, al massimo trecento tifosi? Queste cose nessuno se l'è chieste, perché in questo paese quando qualcosa va storto la prima cosa che a tutti viene in mente è che ci vogliono nuove leggi e nuovi strumenti, senza chiedersi se quelli vecchi sono stati utilizzati in modo appropriato e se le leggi esistenti sono state applicate.

Nessuno che si fermi a chiedersi se per caso la responsabilità di ciò che è accaduto non sia da attribuire anche a una cattiva gestione dell'ordine pubblico quella sera intorno allo stadio di Catania. Vogliamo almeno chiedercelo? I responsabili - il questore e il prefetto - hanno agito nel migliore dei modi? Per esempio, al prefetto spettava decidere se e quando far giocare la partita, che era noto fosse "a rischio", e se aprire lo stadio al pubblico nonostante non fosse a norma.

L'obiettivo primario delle forze di polizia non è l'incolumità dell'aggressore, ma garantire l'ordine pubblico e il rispetto della legalità. Se possibile, solo se possibile, preservando anche l'incolumità dell'aggressore. Meglio qualche ferito in più e qualche ora in meno di guerriglia. Siccome dalle molte immagini che si sono viste in televisione mi è sembrato che quei reparti avessero perso del tutto il controllo della situazione e che i violenti invece avessero il totale dominio delle strade, non direi che sia stata una grande prova.

Mi interessa però mettere a fuoco una questione che ritengo centrale, che attiene a una cultura giuridica e della responsabilità, a una certa idea dell'autorità e dell'ordine pubblico. Il problema non riguarda solo il calcio. Le manifestazioni, calcistiche e politiche, sono spesso zone franche dove sembra che la legge non viga. Tutto è permesso. Spaccare vetrine o aggredire poliziotti è ormai ritenuto la "normalità" e le stesse forze dell'ordine lasciano che la folla, o piccoli gruppi, si sfoghino, come se godessero di una speciale immunità. Ciò accade perché di fronte a un gruppo violento, e non a un singolo cittadino, garantire il rispetto della legge, difendere beni e persone, e punire i trasgressori, è più "costoso": significherebbe dover fare ricorso ad un livello più elevato di forza. Livello che spesso, una volta raggiunto, non trova legittimazione sociale e politica, suscita riprovazione morale da parte di alcune forze politiche e sociali e di settori rilevanti di opinione pubblica. Se venerdì sera a Catania si fosse torto un capello a uno di quei teppisti, staremmo qui a "processare" la polizia. Le forze dell'ordine non operano in un contesto culturale e politico che gli consente di scegliere in scienza e coscienza i mezzi più efficaci a tutela della legge e della vita degli agenti.

Ebbene, è un cedimento alla cultura dell'illegalità. Bisogna accettare fino in fondo, invece, che uno stato, perché democratico, liberale e di diritto, non è affatto chiamato a fare a meno dell'uso della forza. Anzi, in determinate circostanze è addirittura suo dovere farne uso, a tutela di quei cittadini che confidando nel patto contratto con il "monopolista dell'uso della forza" hanno rinunciato a praticare la violenza nei rapporti sociali, ma pretendono che questa rinuncia sia fatta valere effettivamente per tutti i membri della comunità.

Proprio in uno stato democratico e di diritto la violenza della polizia non può essere messa sullo stesso piano di quella dei tifosi: la prima è legittima e dev'essere tale da rendere inoffensivo l'aggressore; l'altra è illegittima sempre. Dunque, chiunque decida di infrangere la legge, e a maggior ragione se decide di usare violenza, si espone prima di tutto alla reazione delle forze dell'ordine, in un secondo tempo alle sanzioni previste dall'ordinamento giudiziario.

Ciò che accade nel nostro paese è che la responsabilità individuale è l'ultimo fattore che si considera nel momento in cui occorre sanzionare un comportamento violento. Si chiamano in causa la "cultura sportiva" e il "disagio sociale"; la società divenuta "troppo violenta"; i giornali, la moviola in tv e le trasmissioni radiofoniche, perché alimentano la logica amico/nemico; la testata di un calciatore; persino un rigore non fischiato; o magari i videogiochi. In questa selva di giustificazioni psico-sociologiche diventiamo "tutti colpevoli" e i veri colpevoli si confondono in mezzo a noi, rimanendo il più delle volte impuniti o quasi. E' come se il rispetto della legge non avesse un valore primario e prevalente su tutti gli altri, ma fosse una istanza tra le altre, da cui si può derogare a seconda dell'opportunità e delle circostanze.

Il paradosso è che per i reati commessi durante le manifestazioni invece dell'aggravante dei "futili motivi" sembra valere una sorta di attenuante "di gruppo". E' una cultura che ci pervade, anche inconsapevolmente, che pervade il poliziotto quando si trova di fronte a dei ragazzi con il passamontagna che assaltano un McDonald's e che pervade il giudice quando deve emettere la sentenza nei loro confronti. Dal giudice al singolo agente di polizia è un continuum di delegittimazione, sociale e politica, a praticare la "tolleranza zero", cioè a far rispettare fino in fondo, alla maniera "britannica", la legge.

Una spiegazione si trova anche nell'assetto istituzionale. Manca sul territorio un responsabile unico dell'ordine pubblico e della sicurezza che risponda del suo operato davanti alla cittadinanza. La responsabilità, invece, è diffusa, anzi direi dispersa, dal singolo questore a salire fino al Presidente della Repubblica. Un possibile rimedio sta nell'opzione federalista di abolire i prefetti, nominati dal governo centrale e privi di qualsiasi legame con le popolazioni locali, e assegnare pieni poteri ai sindaci eletti. Anche le procure, a causa dell'aberrazione dell'obbligatorietà dell'azione penale e di un malinteso concetto di independenza, sono "irresponsabili" di fronte alla cittadinanza.

Mancano quindi i canali istituzionali attraverso i quali far passare la legittimazione politica di cui forze dell'ordine e magistratura avrebbero bisogno per superare i pregiudizi, le pastoie e le pressioni culturali che declassano l'applicazione rigorosa della legge a obiettivo meramente accessorio.

Occorre poi tenere presente che mille condanne anche esemplari valgono poco di fronte a uno spot in diretta televisiva come quello di venerdì sera. Anche se si è dotati dei mezzi più efficaci per individuare i responsabili, il danno è fatto. Scene come quelle, di completo dominio delle strade da parte dei teppisti a fronte di una polizia impotente, diffondono nell'immaginario collettivo l'idea stessa dell'impunità, che si possa cioè scatenare una guerriglia, uccidere un agente, mettere in fuga la polizia e farla franca. L'effetto che si ottiene è di esaltare gli autori delle violenze e spingere all'emulazione.

Non si può non prendere atto con realismo che non è la prospettiva di una condanna, anche severa, o di una penalizzazione inflitta alla propria squadra - entrambe misure comunque indispensabili - che può dissuadere un ultrà. Vale, infatti, la psicologia del singolo che si muove nella folla: si sente immune, trasferisce a un'entità astratta il suo senso di colpa, non ha la lucidità necessaria per calcolare razionalmente le sanzioni penali a cui va incontro. In quel momento la possibilità che venga individuato e punito è così remota dal suo orizzonte temporale, che l'unico freno sta negli ostacoli fisici che incontra di fronte a sé. Se invece ciò che sperimenta è l'assenza di qualsiasi argine, allora si rende conto che le sue azioni non hanno "costi", che le convenzioni sociali non hanno alcun valore se non è lui stesso ad attribuirgliene. Così possono cadere tutte le inibizioni, e diviene capace di atti sempre più violenti.

Per questo l'unico deterrente è non permettere che i teppisti se ne tornino a casa euforici e sulle proprie gambe. E' rendere credibile, una certezza matematica nella testa di tutti, che mettere a ferro e fuoco uno stadio, o una città, è un'impresa praticamente suicida, non una ragazzata di cui il lunedì ci si potrà vantare con gli amici.

Monday, February 05, 2007

The Show Must Go On

«Esaltati e irresponsabili» coloro che parlano di un lungo stop del campionato e di partite indiscriminatamente a porte chiuse. «Il calcio non può chiudere, i morti sono parte del sistema. La Fiat per rilanciarsi non si è certo fermata. Noi siamo addolorati, ma lo spettacolo deve continuare». Parole che hanno suscitato l'indignazione dei vertici del Coni e della politica quelle del presidente della Lega Antonio Matarrese, il rappresentante dei club. Lo stesso Matarrese nel pomeriggio ha però precisato il senso di affermazioni effettivamente ciniche e prive della minima sensibilità.

Tuttavia, nella sostanza, per una volta siamo d'accordo con Matarrese e le decisioni delle ultime ore gli stanno dando ragione. In un momento di straordinario conformismo, nel quale ancora una volta la vera «follia», nella forma di un'isteria collettiva, sembrava essere quella delle autorità, sportive e politiche, anche se espresso malamente il suo è stato l'unico cenno di lucidità, in quanto espressione del legittimo interesse dei club a che lo show vada avanti e non rimanga ostaggio di pochi violenti che lo Stato non riesce ad arginare.

Tanto lucide, nella sostanza, le parole del presidente della Lega, che lo stesso commissario della Figc, Pancalli, che venerdì aveva prospettato lo stop a tempo indeterminato, adesso ritiene tecnicamente possibile tornare sui campi già da domenica prossima. Dunque, la notte porta consiglio, ma soprattutto c'è una macchina fabbrica-soldi da rimettere in moto. Senza ipocrisie, giusto che sia così, anche perché tutte le misure più opportune possono essere prese a campionati in corso: basta volerlo.

Tra un ministro degli Interni che dopo il ritiro dall'Iraq voleva ritirare la polizia anche dagli stadi e dalle strade circostanti e l'immancabile sociologia da salotto, e rispetto a proposte ragionevoli come quelle avanzate da Gianni Mura, continuo a ritenere che la violenza negli stadi e fuori da essi, così come l'assassinio di Raciti a Catania, poco abbiano a che fare con il calcio e certo il mondo del calcio da solo non può risolverli.

Partite senza pubblico negli stadi non a norma; estesa da 36 a 48 ore la flagranza di reato «differita»; steward Coni-società sugli spalti; stop alla vendita di blocchi di biglietti alla società ospitata (ma chiunque rimarrà libero di comprare il biglietto «singolarmente»); "divieto di accedere a manifestazioni sportive" predisposto anche in via preventiva; vietati i rapporti economici tra club e ultrà. Tutte utili le misure decise dopo il vertice che si è tenuto a Palazzo Chigi, ma mi pare che ancora sfugga la questione centrale, che attiene a una cultura giuridica, dell'ordine pubblico e della responsabilità...
SEGUE

Saturday, February 03, 2007

La soluzione non è fermare i campionati

Per i violenti doppia vittoria: lo scacco al sistema

Questo Paese ama compiacersi dei suoi riti ma non riesce mai a risolvere un problema che è uno. Quindi adesso vedremo ripetersi i soliti dibattiti, sentiremo pronunciare le solite prediche («siamo tutti responsabili»), chiamare in causa la «cultura sportiva» e il «disagio sociale», costituire i soliti «tavoli permanenti» con tutte le autorità, sportive e politiche, dare (o tentare di dare) i soliti «segnali forti».

Ma l'idiozia più grossa l'ha sparata questo commissario straordinario della Figc, Pancalli: «Non è sufficiente una giornata. Senza misure drastiche non si riparte». Vedremo se manterrà questa sua promessa, visto che sono decenni che si tenta di porre rimedio alla violenza nel calcio e non sono mai state prese misure non dico drastiche, ma neanche serie. Anzi, non si applicano neanche le norme che già ci sono, né vengono eseguite fino in fondo le più basilari strategie e tecniche di ordine pubblico utilizzate in tutto il mondo civile.

Tutta questa ipocrisia, questo sdegno, servono in realtà a metterci la coscienza a posto, perché non serviranno a risolvere il problema. E questi signori lo sanno, o dovrebbero rendersene conto. Non serve farsi prendere dall'emotività del momento.

Sappiamo tutti che già dalla prossima settimana cominceranno le pressioni dei club, dei giocatori, delle tv, del pubblico, e di tutto quanto ruota attorno a questo fantastico mondo del calcio, per ricominciare a giocare. E' ovvio: dietro ogni singola partita c'è un mondo che lavora, gioca, perde o guadagna, si appassiona. In una parola: vive. Pensare di fermarlo non è solo illusorio ma anche profondamente sbagliato e ingiusto.

Siccome Voi Autorità non riuscite a tenere a bada qualche decina di teppisti, per dei mesi centinaia di migliaia di calciatori dovrebbero non giocare, centinaia di club vedere ridursi attività e guadagni, migliaia di addetti ai lavori e giornalisti non lavorare, un'intera economia fermarsi, milioni di appassionati perdere il loro spettacolo. Tutto questo per qualche decina di delinquenti? Ci facciamo dare scacco in questo modo? Ma soprattutto, a che serve? Funziona?

C'è qualcuno che davvero pensa che i ragazzi che stasera stavano lì a scontrarsi con la polizia si «fermino a riflettere» sulla «follia» dei loro gesti? La risposta è no. Forse rifletteranno, sì, ma esaltati, orgogliosi delle loro grandi imprese. Così, oltre a regalare ai teppisti il dominio delle strade intorno allo stadio di Catania, gli avremo concesso anche quello del calcio, dei media, della politica. Saremo - anzi, già siamo - loro ostaggi.

Il problema non è il «disagio sociale», ma è vedere la polizia che arretra, che non carica cento, massimo duecento, teppistelli appena maggiorenni, e che - al limite - non esploda neanche un colpo dopo che un agente ci ha lasciato la pelle. Oggi abbiamo avuto l'ennesima conferma che anche il teppismo uccide e che non ci possiamo permettere di essere indulgenti. La soluzione non è «fermarsi a riflettere». Tutti sanno qual è la soluzione e tutti sanno qual è il «modello inglese» di cui tanto si parla. E' la più ovvia, ma nessuno si vuole prendere la responsabilità di adottarla, perché è più facile fare l'autocoscienza in tv e sui giornali per una settimana o due.

Non dev'essere mai, mai permesso ai violenti di dominare lo spazio pubblico: né le strade, né le tv e i giornali. E' la sensazione di dominio, sentire di avere l'intero mondo del calcio, e persino la politica, tutti piegati ai loro piedi e impotenti, è questo che li esalta, come l'odore del sangue per uno squalo. Oltre alle vite spezzate di un ragazzo di 38 anni e dei suoi famigliari, che non hanno prezzo, il danno peggiore che l'impotenza delle forze dell'ordine ha provocato questa sera sta nella diffusione dell'immagine stessa dell'impunità, che si possa cioè scatenare una guerriglia, uccidere un agente, mettere in fuga la polizia e farla franca.

La soluzione è non permettere che dopo gli scontri i teppisti se ne tornino a casa euforici e sulle proprie gambe. La soluzione è un mese d'ospedale a riparare le ossa rotte e qualche anno di galera. La soluzione è rendere credibile, matematicamente certo nella testa di tutti, che mettere a ferro e fuoco uno stadio, o una città, è un'impresa praticamente suicida, non una ragazzata di cui il lunedì ci si potrà vantare con gli amici.

Non dobbiamo commettere l'errore di attribuire allo sport un fallimento che è di uno Stato, di un modello di società in cui la responsabilità non è mai individuale, ma sempre di tutti e quindi di nessuno, di un'idea marcia della democrazia, in cui l'autorità è delegittimata e intimidita in partenza, perché metti il caso che stasera si fosse torto un capello a uno di quei teppisti...