Banchi vuoti, cervelli disoccupati
Un quadro avvilente quello emerso dal mondo della scuola nella trasmissione 24Mattino, oggi su Radio24. Si parla di occupazioni (i casi si moltiplicano in prossimità delle festività del 7 e 8 dicembre!). Interviene un preside di Milano che «dialoga tutto il pomeriggio» con gli occupanti, che alla fine minaccia di denunciarli non perché l'occupazione sia di per sé un atto illegale e violento, un'interruzione di servizio pubblico, un uso privato di proprietà pubbliche, ma perché non è scaturita da «un'assemblea autorizzata», insomma «è mancata la trafila democratica». I motivi che giustificano l'occupazione, ovviamente, non mancano: il disagio giovanile, la crisi economica, la prospettiva di una «scuola di classe» (!), e «l'ansia di giustizia sociale» che da sempre contraddistingue i "gggiovani".
Prende la parola un sottosegretario, Marco Rossi Doria. Da un rappresentante del governo uno si aspetterebbe un richiamo alla legalità. E invece niente, zero, anzi con nonchalance Rossi Doria racconta di aver "okkupato" ai suoi tempi e giustifica le okkupazioni di oggi: «Ho occupato per due giorni, fummo sgombrati dalla polizia. C'era la piena occupazione, i giovani avevano in concreto una prospettiva più rosea, non sono di quelli che dicono "le mie occupazioni erano belle e giustificate e queste no"». Anzi, «dobbiamo cogliere quest'ansia», la prospettiva che hanno di fronte gli studenti oggi è «più difficile» di quella dei loro «compagni di 20, 30 o 40 anni fa» (se quelli usavano spranghe e pistole, oggi che è «più difficile» cosa dovrebbero usare?). Ci si accontenta che le scuole non vengano «vandalizzate», e pazienza se le funzioni del servizio pubblico vengono sospese, i diritti di altri studenti calpestati.
Poi è il turno dell'insegnante Gianna, da Prato, che invece di fare lezione fa ascoltare la trasmissione in classe! «Cos'ha fatto questo governo per investire nella scuola?». Parola al rappresentante di classe, 16 anni, che - poveretto - farfuglia al telefono, fa la figura dell'imbecille, riesce ad abbozzare un motivo di doglianza solo quando la prof da dietro gli suggerisce cosa dire: «I tagli verso gli insegnanti, verso l'istruzione». Che dire? Un'altra dimostrazione della bancarotta educativa in cui versa da decenni il nostro paese e che non ha nulla - ma proprio nulla! - a che fare con la scarsità delle risorse economiche. Aggravata dal fatto che in questi anni gli studenti vengono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dalla corporazione degli insegnanti, da cui dovrebbero pretendere qualità e dedizione, e che invece sostengono nella loro difesa interessata dello status quo.
A parte il fatto che nel 99% dei casi il disagio e la protesta non c'entrano nulla - si tratta di un manipolo di agitatori che si portano dietro decine di ragazzini ansiosi di farsi accettare dalla comitiva, di fare qualcosa di "figo", e per altri semplicemente di andarsene in giro a divertirsi - anche se fossero animate dalle più condivisibili motivazioni, in ogni caso le occupazioni sono atti illegali che tolgono credibilità all'istituzione e danneggiano la didattica, facendo saltare intere settimane di lezioni e altre attività. Sì alla protesta, ma fuori dalla scuola. A scuola si fa lezione e si studia.
Se davvero, come si sente dire, la scuola deve tornare «al centro dell'attenzione nazionale», la tolleranza zero con le okkupazioni dovrebbe essere il primo passo per ridare dignità all'istituzione. Il secondo è cacciare i presidi che le subiscono e gli insegnanti che fanno propaganda e strumentalizzano i propri studenti. Chi ha il coraggio non dico di farlo, ma di dirlo?
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Tuesday, December 04, 2012
Friday, March 02, 2012
La Tav solo un pretesto
Due o tre cose sui No Tav. La protesta contro la realizzazione dell'opera non c'entra più nulla, bisognerebbe prenderne atto invece di parlare di «dialogo». La valle ha i suoi rappresentanti istituzionali e con quelli il governo centrale deve interloquire.
All'opera c'è una rete antagonista che salta da un pretesto all'altro, ovunque nel Paese, pur scontrarsi con le forze dell'ordine, danneggiare beni pubblici o privati, mettere in atto blocchi e occupazioni, vere e proprie tattiche di guerriglia premeditate, ben organizzate, esattamente come accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre (ma pare ci siamo già scordati quel pomeriggio). E' una cosa ben diversa da una manifestazione che sfocia spontaneamente in atti di violenza. Si tratta invece di una strategia della tensione pianificata a tavolino e di carattere eversivo.
Lo Stato si dimostra impotente perché si rifiuta di riconoscere questa realtà, e rinuncia all'uso legittimo della violenza contro chi vuole sovvertire il metodo democratico e attenta ai diritti e alla proprietà degli altri cittadini. Fermezza sulla continuazione dei lavori - e ci mancherebbe! - ma vengono tollerati blocchi di autostrade e stazioni, non solo nella valle ma anche nelle grandi città, danni alle infrastrutture pubbliche e alla proprietà privata, persino aggressioni personali.
I pochi violenti che finiscono davanti ai magistrati o vengono subito liberati o si beccano un'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, al massimo lesioni. Non ha alcun senso: la premeditazione e l'organizzazione degli scontri e dei blitz contemporanei in diverse città su tutto il territorio sono tali da prefigurare, almeno come ipotesi, l'associazione per delinquere di stampo eversivo. Ma i magistrati fanno finta di niente, perché provare certe accuse richiederebbe troppo lavoro e perché in fondo la nutrono un po' di simpatia per quello che qualificano come ribellismo giovanile. Quindi non se la sentono di applicare ben più gravi fattispecie di reato che calzerebbero a pennello con ciò che accade.
Come ho già scritto in occasione degli scontri di ottobre a Roma, sul piano legislativo, come si sta valutando il reato fin troppo specifico di «omicidio stradale», così si potrebbe introdurre un nuovo tipo di reato associativo, specifico per chi partecipa a disordini e scontri all'interno di cortei e manifestazioni, o almeno delle aggravanti nel caso di lesioni e danneggiamenti in simili contesti.
E' comprensibile che i metodi violenti e squadristi dei cosiddetti No Tav inducano qualche commentatore a definirli «fascisti», ma è sempre meglio applicare una terminologia appropriata e non nascondere la matrice ideologica di questo sovversivismo, che è anarchico, neomarxista, ecologista, di estrema sinistra.
All'opera c'è una rete antagonista che salta da un pretesto all'altro, ovunque nel Paese, pur scontrarsi con le forze dell'ordine, danneggiare beni pubblici o privati, mettere in atto blocchi e occupazioni, vere e proprie tattiche di guerriglia premeditate, ben organizzate, esattamente come accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre (ma pare ci siamo già scordati quel pomeriggio). E' una cosa ben diversa da una manifestazione che sfocia spontaneamente in atti di violenza. Si tratta invece di una strategia della tensione pianificata a tavolino e di carattere eversivo.
Lo Stato si dimostra impotente perché si rifiuta di riconoscere questa realtà, e rinuncia all'uso legittimo della violenza contro chi vuole sovvertire il metodo democratico e attenta ai diritti e alla proprietà degli altri cittadini. Fermezza sulla continuazione dei lavori - e ci mancherebbe! - ma vengono tollerati blocchi di autostrade e stazioni, non solo nella valle ma anche nelle grandi città, danni alle infrastrutture pubbliche e alla proprietà privata, persino aggressioni personali.
I pochi violenti che finiscono davanti ai magistrati o vengono subito liberati o si beccano un'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, al massimo lesioni. Non ha alcun senso: la premeditazione e l'organizzazione degli scontri e dei blitz contemporanei in diverse città su tutto il territorio sono tali da prefigurare, almeno come ipotesi, l'associazione per delinquere di stampo eversivo. Ma i magistrati fanno finta di niente, perché provare certe accuse richiederebbe troppo lavoro e perché in fondo la nutrono un po' di simpatia per quello che qualificano come ribellismo giovanile. Quindi non se la sentono di applicare ben più gravi fattispecie di reato che calzerebbero a pennello con ciò che accade.
Come ho già scritto in occasione degli scontri di ottobre a Roma, sul piano legislativo, come si sta valutando il reato fin troppo specifico di «omicidio stradale», così si potrebbe introdurre un nuovo tipo di reato associativo, specifico per chi partecipa a disordini e scontri all'interno di cortei e manifestazioni, o almeno delle aggravanti nel caso di lesioni e danneggiamenti in simili contesti.
E' comprensibile che i metodi violenti e squadristi dei cosiddetti No Tav inducano qualche commentatore a definirli «fascisti», ma è sempre meglio applicare una terminologia appropriata e non nascondere la matrice ideologica di questo sovversivismo, che è anarchico, neomarxista, ecologista, di estrema sinistra.
Monday, December 20, 2010
Attenuante di gruppo
Dopo la bufala dell'"infiltrato", ecco la bufala del ragazzo pestato - pestato sì, ma da un "compagno" incaricato di picchiare chi avesse contravvenuto agli "ordini" decisi in un'assemblea «tecnica» tenutasi a La Sapienza (video). E' comprensibile il senso di frustrazione per la scarcerazione dei ragazzi fermati nei disordini di piazza del 14, ma dobbiamo ricordarci - e il sindaco Alemanno dovrebbe saperlo - che la responsabilità penale è sempre personale e le posizioni degli arrestati vanno valutate singolarmente. Tutti abbiamo negli occhi le immagini delle violenze, ma se il reato contestato è resistenza a pubblico ufficiale, se si tratta di incensurati, e per lo più di minorenni, quella che è stata a tutti gli effetti una guerriglia e una tentata insurrezione, finisce per essere derubricata a marachella giovanile.
Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).
Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".
Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.
Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.
Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).
Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".
Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.
Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.
Wednesday, December 15, 2010
Sfatare il mito dei Black Bloc
L'Oscar degli articoli più vergognosi scritti in questi giorni sulla gestione dell'ordine pubblico nella giornata di ieri va a Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera), non nuova a imprese del genere. Così come vergognosa è la polemica sul finanziere ripreso con l'arma d'ordinanza in pugno e sui presunti "infiltrati". Ovviamente ci sono già le prime interrogazioni parlamentari, ma basterebbe guardare le immagini per capire come si sono svolti realmente i fatti. Da tutte le sequenze fotografiche, e dal video, disponibili in rete o sui giornali appare chiaramente che il finanziere protegge l'arma, uscita dalla fondina dopo essere stato scaraventato a terra e già privato di casco e altro, per impedire che gli venga sottratta anche quella.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
«L'allarmismo sull'ordine pubblico è un genere giornalistico che un tempo era riservato ai giornali d'opposizione più politicamente scalmanati, e di cui non si sentiva particolare nostalgia. E' probabile che i settori più estremisti puntino a creare incidenti, ed è doveroso evitarlo. Ma è davvero difficile vedere nella polizia un mostruoso apparato repressivo a difesa del governo. La libertà di manifestazione non sembra davvero in pericolo, e la democrazia ancor meno. La stessa Sarzanini ammette che i divieti sono indispensabili, per poi aggiungere che "se sono indiscriminati rischiano di ottenere l'effetto opposto". Anche gli allarmismi indiscriminati, per la verità».Oggi Giuliano Ferrara si pone le domande giuste...
«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»... e arriva alle conclusioni sotto gli occhi di tutti:
«Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe. Sotto il miserabile pretesto della "compravendita" di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l'hanno chiamata "sfiducia dal basso" o "faremo l'inferno se il governo non cade". Una performance di sordido cinismo dalla quale la sinistra e i borghesi decaduti di un establishment intollerante e ambiguo non si risolleveranno tanto presto...».IL MITO DEI BLACK BLOC - Infine, bisognerebbe anche sfatare una volta per tutte questo mito dei Black bloc. I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all'opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po' meno coraggiosi. E' una violenza tecnicamente "fascista", ma che culturalmente e politicamente trova origine nell'estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla.
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
Tuesday, December 14, 2010
Assalto alle istituzioni
In una giornata come quella di oggi c'è da ringraziare le forze dell'ordine che hanno consentito a Camera e Senato di esercitare le proprie funzioni democratiche. Il centro di Roma, intorno al Senato e a Montecitorio, è stato messo letteralmente a ferro e fuoco. In fiamme auto, mezzi della polizia, cassonetti; devastate vetrine e bancomat. Non studenti, ma gruppi di estremisti esigui e ben organizzati che hanno tentato - è bene non tacerlo e non sottovalutarlo - di dare l'assalto alle Camere dove si stava votando la fiducia al governo. Mi chiedo in quale altro Paese si possa impunemente tentare di assaltare le istituzioni democratiche; in quale altro Paese neanche in circostanze simili - in cui persino la sicurezza delle sedi istituzionali, quindi la democrazia stessa, è messa a repentaglio da una violenza squadrista - si ricorre all'uso legittimo della forza.
Thursday, November 25, 2010
Tutti sul tetto
Non solo Bersani, che divulgando i suoi 30 e lode dimostra plasticamente quanto l'università italiana abbia bisogno di una profonda riforma. Anche i deputati di Fli Della Vedova, Granata, Moroni e Perina sono saliti sul tetto della Facoltà di Architettura a La Sapienza, accogliendo un invito del cantautore Antonello Venditti (quello di «Valle Giulia ancoraaaaa... quiiiii, architetturaaaaa, albe cinesi di seta indiana...»). E pensare che qualcuno si è sforzato di venderci Fli come la nuova terra promessa del liberalismo...
Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.
Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».
Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.
Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».
Wednesday, November 24, 2010
Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto
Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
Thursday, July 15, 2010
Di "P3" e altra noiosissima fuffa
Mai vista tanta fuffa in giro, e tanti creduloni finti o veri come in questo periodo. Che barba che noia, per fortuna che tra poco stacco per qualche giorno, ma non sarà mai abbastanza per trovare qualcosa di diverso al mio ritorno. C'è ancora chi crede che le vicende cui assistiamo da giorni abbiano a che fare con la legalità, o con l'etica addirittura. Si tratta invece di meschine lotte di potere all'interno di un partito, su cui le opposizioni fuori e dentro il Parlamento tentano pateticamente di far leva. Non credo che ci siano politici - di primo piano o di sottobosco - imprenditori, intrallazzatori o millantatori di ogni genere che non abbiano mai attivato le proprie conoscenze - vere o presunte - per ottenere un favore (a buon rendere), un aiuto, una raccomandazione, una certa nomina o una decisione gradita, o anche solo un briciolo di notorietà in questo teatrino. Piaccia o non piaccia, la politica è anche questo. Il guaio è quando è solo questo, ma qui si apre un altro discorso, che su questo blog ho già trattato parecchie volte: più girano soldi, più è grande la somma di denari che lo Stato - quindi la politica - si trova a gestire, più questo circo cresce di dimensioni e di intensità, e non ci puoi fare niente.
Ma il guaio è anche quando per ipocrisia o interesse si guarda da una parte sola. Ed ecco un gruppo di sfigati che diventano i "furbetti" dell'eolico, mentre non si va a rovistare tra le telefonate e i contatti mossi dai veri padroni dell'eolico in Italia. Poco importa che il termine "cricca" sia emerso da un'intercettazione in cui ci si lamenta del fatto che se non sei amico di Veltroni o Rutelli non lavori; poco importa che i giudici della Consulta - come d'altra parte tutti, giudici e politici - non vivono sotto una campana di vetro, hanno le loro frequentazioni, i loro contatti, persino le loro idee politiche. Solo che certi contatti diventano un'associazione segreta eversiva, altri li chiamano salotti buoni. Cosa importa se un presidente della Camera abusa sfacciatamente della sua carica istituzionale per mettere in difficoltà il suo avversario all'interno del suo partito, che guarda caso è anche premier (ma i "guardiani" della Costituzione tacciono). Stiamo oltrepassando il senso del ridicolo.
Tutti colpevoli nessun colpevole? Mai, questo mai. Ma ho la vaga sensazione che tra qualche mese o anno sarà più o meno questo il verdetto che uscirà dalle sentenze, quelle vere, emesse dai tribunali. E noi staremo qui a polemizzare sui trafiletti che i giornali avranno dedicato ai proscioglimenti o alle assoluzioni di quanti oggi vengono additati al pubblico ludibrio. Personaggi sgradevoli quanto si vuole, poco presentabili, con la sola colpa di sgomitare, come tutti, ma per il verso politicamente scorretto. Qui non si hanno certezze, ma diciamo che visti i precedenti non scommetterei i famosi due euri su condanne eclatanti. Intanto, però, il polverone di questi giorni sarà servito ai disegni di molti. Va bene così, dimissioni a go-go, godetene tutti, date sfogo al vostro moralismo, nutrite la bestia, ma poi non lamentatevi quando capiterà a voi.
A Bocchino è già capitato di finire nel tritacarne per le sue frequentazioni e qualche telefonata un po' ingenua, e dovrebbe ringraziare il fatto che all'epoca nel suo partito di Bocchino come oggi non ce ne fossero. Granata fa il moralista a Roma, ma in Sicilia quanto si sentiva a suo agio da assessore nella giunta dell'indagato per mafia Cuffaro... e quanto si sente a suo agio ancora oggi, a sostenere l'indagato Lombardo. E' vero, le stagioni politiche cambiano, le idee anche, ed è legittimo, per carità, ma se cominciano a sventolare come bandierine da un mese all'altro, qualche sospetto dovrebbe cominciare a sorgere.
Devo dire che qui si era capito da mesi quale sarebbe stato il vero punto di rottura di Fini. Certo non questioni come l'immigrazione, la cittadinanza, la bioetica, il Mezzogiorno, la politica economica, temi su cui il Pdl è in grado di assorbire posizioni diverse. Ciò su cui non è possibile alcuna mediazione, almeno finché c'è Berlusconi, è il no al giustizialismo. Fini, con buona pace di Ferrara, ha trovato nella legalità l'arma perfetta per la sua guerriglia di logoramento a Berlusconi. Perché è pur sempre un tema "di destra", e perché può trovare preziosi fiancheggiatori dentro e fuori il Parlamento: può sfruttare gli spunti offerti da procure e gazzette delle procure, e pazienza se il prezzo da pagare è venire sfruttato a sua volta.
E' anche vero che il governo ci sta mettendo del suo. Solo una manica di incapaci buoni a nulla può farsi dare dell'"imbavagliatore" per due anni per portare a casa una legge inutile, quando avrebbe potuto metter mano ad una vera e trasparente riforma complessiva della giustizia che prevedesse, tra le altre cose, pesanti disincentivi in capo ai magistrati per scoraggiare fughe di notizie durante le indagini. Non che sarebbe servito ad evitare le polemiche, ma almeno avrebbero combattuto per qualcosa di davvero efficace.
Ormai al giustizialismo ci siamo assuefatti. Fini ha dato la stura a tutti i forcaioli di destra. Lo cavalca per rifarsi una verginità politica (prima era il fascismo, oggi il berlusconismo), ma la cosa patetica è che non si rende conto che, dovesse un giorno arrivare dove spera di arrivare (non succede, ma se succede...), verrà spazzato via in men che non di dica dalla bestia che lui stesso sta contribuendo ad alimentare. Auguri.
Ma il guaio è anche quando per ipocrisia o interesse si guarda da una parte sola. Ed ecco un gruppo di sfigati che diventano i "furbetti" dell'eolico, mentre non si va a rovistare tra le telefonate e i contatti mossi dai veri padroni dell'eolico in Italia. Poco importa che il termine "cricca" sia emerso da un'intercettazione in cui ci si lamenta del fatto che se non sei amico di Veltroni o Rutelli non lavori; poco importa che i giudici della Consulta - come d'altra parte tutti, giudici e politici - non vivono sotto una campana di vetro, hanno le loro frequentazioni, i loro contatti, persino le loro idee politiche. Solo che certi contatti diventano un'associazione segreta eversiva, altri li chiamano salotti buoni. Cosa importa se un presidente della Camera abusa sfacciatamente della sua carica istituzionale per mettere in difficoltà il suo avversario all'interno del suo partito, che guarda caso è anche premier (ma i "guardiani" della Costituzione tacciono). Stiamo oltrepassando il senso del ridicolo.
Tutti colpevoli nessun colpevole? Mai, questo mai. Ma ho la vaga sensazione che tra qualche mese o anno sarà più o meno questo il verdetto che uscirà dalle sentenze, quelle vere, emesse dai tribunali. E noi staremo qui a polemizzare sui trafiletti che i giornali avranno dedicato ai proscioglimenti o alle assoluzioni di quanti oggi vengono additati al pubblico ludibrio. Personaggi sgradevoli quanto si vuole, poco presentabili, con la sola colpa di sgomitare, come tutti, ma per il verso politicamente scorretto. Qui non si hanno certezze, ma diciamo che visti i precedenti non scommetterei i famosi due euri su condanne eclatanti. Intanto, però, il polverone di questi giorni sarà servito ai disegni di molti. Va bene così, dimissioni a go-go, godetene tutti, date sfogo al vostro moralismo, nutrite la bestia, ma poi non lamentatevi quando capiterà a voi.
A Bocchino è già capitato di finire nel tritacarne per le sue frequentazioni e qualche telefonata un po' ingenua, e dovrebbe ringraziare il fatto che all'epoca nel suo partito di Bocchino come oggi non ce ne fossero. Granata fa il moralista a Roma, ma in Sicilia quanto si sentiva a suo agio da assessore nella giunta dell'indagato per mafia Cuffaro... e quanto si sente a suo agio ancora oggi, a sostenere l'indagato Lombardo. E' vero, le stagioni politiche cambiano, le idee anche, ed è legittimo, per carità, ma se cominciano a sventolare come bandierine da un mese all'altro, qualche sospetto dovrebbe cominciare a sorgere.
Devo dire che qui si era capito da mesi quale sarebbe stato il vero punto di rottura di Fini. Certo non questioni come l'immigrazione, la cittadinanza, la bioetica, il Mezzogiorno, la politica economica, temi su cui il Pdl è in grado di assorbire posizioni diverse. Ciò su cui non è possibile alcuna mediazione, almeno finché c'è Berlusconi, è il no al giustizialismo. Fini, con buona pace di Ferrara, ha trovato nella legalità l'arma perfetta per la sua guerriglia di logoramento a Berlusconi. Perché è pur sempre un tema "di destra", e perché può trovare preziosi fiancheggiatori dentro e fuori il Parlamento: può sfruttare gli spunti offerti da procure e gazzette delle procure, e pazienza se il prezzo da pagare è venire sfruttato a sua volta.
E' anche vero che il governo ci sta mettendo del suo. Solo una manica di incapaci buoni a nulla può farsi dare dell'"imbavagliatore" per due anni per portare a casa una legge inutile, quando avrebbe potuto metter mano ad una vera e trasparente riforma complessiva della giustizia che prevedesse, tra le altre cose, pesanti disincentivi in capo ai magistrati per scoraggiare fughe di notizie durante le indagini. Non che sarebbe servito ad evitare le polemiche, ma almeno avrebbero combattuto per qualcosa di davvero efficace.
Ormai al giustizialismo ci siamo assuefatti. Fini ha dato la stura a tutti i forcaioli di destra. Lo cavalca per rifarsi una verginità politica (prima era il fascismo, oggi il berlusconismo), ma la cosa patetica è che non si rende conto che, dovesse un giorno arrivare dove spera di arrivare (non succede, ma se succede...), verrà spazzato via in men che non di dica dalla bestia che lui stesso sta contribuendo ad alimentare. Auguri.
Friday, April 23, 2010
Partito vero, ma non per merito di Fini
Che bravi Tremonti e Brunetta (e Alfano)
Certo, si preferirà - ed è comprensibile - concentrarsi sullo scontro Berlusconi-Fini, "macchiettizzare" il Pdl ironizzando sugli interventi degli "yesman", ma se la direzione di ieri ha segnato per il Pdl l'inizio di una nuova fase, di crescita, una sorta di battesimo del fuoco - il «primo lavacro democratico», l'ha definito Ferrara - di un partito che si scrolla di dosso l'etichetta di partito "di plastica", «palcoscenico» per i monologhi del Cav., nel quale invece si dibatte, si discute apertamente e in pubblico al suo interno, forse non si deve a Berlusconi, ma sicuramente non a Fini. Fini, lo abbiamo detto più volte, ha trasformato legittimi e insindacabili (avrà le sue ragioni) motivi di distinzione dal presidente del partito e dalle opinioni prevalenti nel Pdl in pretesti per una incomprensibile rottura, o per la comprensibilissima costituzione di una corrente, il cui obiettivo, come nei partiti della Prima Repubblica, non è il dibattito e il confronto interno, né il semplice caratterizzarsi della sua leadership, ma il logoramento del presidente del Consiglio espressione delle correnti avversarie. Cioè esattamente il motivo per cui nella Prima Repubblica i governi duravano non anni, ma mesi, se non settimane.
Molti degli intervenuti ieri si sono posti sinceramente il problema di come il Pdl possa competere più efficacemente con la Lega al Nord. Ma ben diversamente da Fini, che si è limitato su questo a riciclare dalla sinistra i logori pregiudizi che vedono nei leghisti dei pericolosi razzisti. Per esempio, il ministro Brunetta, che ha criticato la deriva «conservatrice» della Lega: se «il potere locale la sta facendo diventare conservatrice», «noi dobbiamo accentuare la nostra forza modernizzatrice».
Fini ha mostrato di vedere nel federalismo fiscale una minaccia alla coesione nazionale e sociale più che un'opportunità di responsabilizzazione delle classi dirigenti del meridione. Una riserva mentale che ormai anche il Pd ha il pudore di dissimulare. Il problema dei decreti attuativi è semmai cercare di limitare i costi, non di limitare l'impatto di responsabilizzazione. Persino sulla riforma della giustizia Fini e i suoi ormai disconoscono la grande questione democratica posta dalla magistratura politicizzata e riducono l'anomalia certamente rappresentata da alcuni provvedimenti ad hoc alla mera ricerca di «sacche di impunità». In questo modo rischiano di fondare un antiberlusconismo "di destra" in realtà non troppo dissimile da quello perdente della sinistra.
Nel suo intervento di ieri il ministro Tremonti - dopo lo strappo di Fini corteggiato da De Benedetti in quanto, in vista del futuro, sempre più cruciale "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega - ha messo in campo concetti "pesanti", come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.
Ha riconosciuto come la tenuta dei conti pubblici non è solo merito suo, ma non sarebbe stata possibile senza la "copertura" politica ed elettorale di Berlusconi e ha offerto una lucida analisi del voto: i ceti produttivi che non votano più la sinistra, sempre più ridotta all'Appennino tosco-emiliano (e pugliese); la Lega che non ruba i voti al Pdl, ma li strappa alla sinistra tra i ceti popolari e operai; il Pdl che emerge come unica forza «nazionale». E per questo può permettersi di concedere alla Lega due governatori, un ministro dell'Interno, e proprio perché è un partito nazionale al Nord non può rivolgersi in modo esclusivo come fanno i leghisti. E' l'unico che ieri ha individuato due semplici compiti a cui lo Stato dovrebbe limitarsi per fare del bene al Sud: l'ordine pubblico e le grandi opere. Per il resto, il federalismo fiscale potrà fare solo che bene perché il Sud non ha bisogno di più spesa pubblica, ma di spendere meglio.
E' passato per lo più inosservato, ma c'è chi ha avuto il coraggio, nell'infuocata direzione di ieri, di muovere delle critiche costruttive e puntuali anche a Tremonti, il più "blindato" dei ministri. Per competere con la Lega, ha detto Brunetta, bisogna accelerare nell'azione riformatrice del governo. A cominciare dalle cosiddette riforme «a costo zero», che non costano, ci fanno risparmiare e contribuiscono in maniera determinante a rilanciare l'economia. Sono «quelle più difficili da fare», perché vanno contro «privilegi, sprechi, corporativismi, clientelismi, egoismi». Ma rivolgendosi al ministro Tremonti, Brunetta ha avvertito che la crisi e il deficit non possono essere «alibi» per non fare le «riforme modernizzatrici». Anzi, si devono fare proprio quando la congiuntura economica è negativa. E dai tagli «lineari» della spesa bisogna passare a tagli mirati premiando le realtà più meritevoli e punendo le altre.
Cos'è questo se non un confronto sulla linea di politica economica del partito e del governo, ma costruttivo, che fa emergere aree politico-culturali diverse, ma non correnti? E il ministro Alfano, che ha messo in guardia il presidente Berlusconi dal compiere l'errore di escludere riforme a maggioranza? Se un'ampia condivisione va ricercata, tuttavia la sinistra ha tutto l'interesse a presentarsi nel 2013 accusando il governo di non aver fatto nulla: «Fra tre anni i cittadini ci chiederanno non se abbiamo dialogato, ma se abbiamo portato a casa le riforme promesse».
Certo, si preferirà - ed è comprensibile - concentrarsi sullo scontro Berlusconi-Fini, "macchiettizzare" il Pdl ironizzando sugli interventi degli "yesman", ma se la direzione di ieri ha segnato per il Pdl l'inizio di una nuova fase, di crescita, una sorta di battesimo del fuoco - il «primo lavacro democratico», l'ha definito Ferrara - di un partito che si scrolla di dosso l'etichetta di partito "di plastica", «palcoscenico» per i monologhi del Cav., nel quale invece si dibatte, si discute apertamente e in pubblico al suo interno, forse non si deve a Berlusconi, ma sicuramente non a Fini. Fini, lo abbiamo detto più volte, ha trasformato legittimi e insindacabili (avrà le sue ragioni) motivi di distinzione dal presidente del partito e dalle opinioni prevalenti nel Pdl in pretesti per una incomprensibile rottura, o per la comprensibilissima costituzione di una corrente, il cui obiettivo, come nei partiti della Prima Repubblica, non è il dibattito e il confronto interno, né il semplice caratterizzarsi della sua leadership, ma il logoramento del presidente del Consiglio espressione delle correnti avversarie. Cioè esattamente il motivo per cui nella Prima Repubblica i governi duravano non anni, ma mesi, se non settimane.
Molti degli intervenuti ieri si sono posti sinceramente il problema di come il Pdl possa competere più efficacemente con la Lega al Nord. Ma ben diversamente da Fini, che si è limitato su questo a riciclare dalla sinistra i logori pregiudizi che vedono nei leghisti dei pericolosi razzisti. Per esempio, il ministro Brunetta, che ha criticato la deriva «conservatrice» della Lega: se «il potere locale la sta facendo diventare conservatrice», «noi dobbiamo accentuare la nostra forza modernizzatrice».
Fini ha mostrato di vedere nel federalismo fiscale una minaccia alla coesione nazionale e sociale più che un'opportunità di responsabilizzazione delle classi dirigenti del meridione. Una riserva mentale che ormai anche il Pd ha il pudore di dissimulare. Il problema dei decreti attuativi è semmai cercare di limitare i costi, non di limitare l'impatto di responsabilizzazione. Persino sulla riforma della giustizia Fini e i suoi ormai disconoscono la grande questione democratica posta dalla magistratura politicizzata e riducono l'anomalia certamente rappresentata da alcuni provvedimenti ad hoc alla mera ricerca di «sacche di impunità». In questo modo rischiano di fondare un antiberlusconismo "di destra" in realtà non troppo dissimile da quello perdente della sinistra.
Nel suo intervento di ieri il ministro Tremonti - dopo lo strappo di Fini corteggiato da De Benedetti in quanto, in vista del futuro, sempre più cruciale "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega - ha messo in campo concetti "pesanti", come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.
Ha riconosciuto come la tenuta dei conti pubblici non è solo merito suo, ma non sarebbe stata possibile senza la "copertura" politica ed elettorale di Berlusconi e ha offerto una lucida analisi del voto: i ceti produttivi che non votano più la sinistra, sempre più ridotta all'Appennino tosco-emiliano (e pugliese); la Lega che non ruba i voti al Pdl, ma li strappa alla sinistra tra i ceti popolari e operai; il Pdl che emerge come unica forza «nazionale». E per questo può permettersi di concedere alla Lega due governatori, un ministro dell'Interno, e proprio perché è un partito nazionale al Nord non può rivolgersi in modo esclusivo come fanno i leghisti. E' l'unico che ieri ha individuato due semplici compiti a cui lo Stato dovrebbe limitarsi per fare del bene al Sud: l'ordine pubblico e le grandi opere. Per il resto, il federalismo fiscale potrà fare solo che bene perché il Sud non ha bisogno di più spesa pubblica, ma di spendere meglio.
E' passato per lo più inosservato, ma c'è chi ha avuto il coraggio, nell'infuocata direzione di ieri, di muovere delle critiche costruttive e puntuali anche a Tremonti, il più "blindato" dei ministri. Per competere con la Lega, ha detto Brunetta, bisogna accelerare nell'azione riformatrice del governo. A cominciare dalle cosiddette riforme «a costo zero», che non costano, ci fanno risparmiare e contribuiscono in maniera determinante a rilanciare l'economia. Sono «quelle più difficili da fare», perché vanno contro «privilegi, sprechi, corporativismi, clientelismi, egoismi». Ma rivolgendosi al ministro Tremonti, Brunetta ha avvertito che la crisi e il deficit non possono essere «alibi» per non fare le «riforme modernizzatrici». Anzi, si devono fare proprio quando la congiuntura economica è negativa. E dai tagli «lineari» della spesa bisogna passare a tagli mirati premiando le realtà più meritevoli e punendo le altre.
Cos'è questo se non un confronto sulla linea di politica economica del partito e del governo, ma costruttivo, che fa emergere aree politico-culturali diverse, ma non correnti? E il ministro Alfano, che ha messo in guardia il presidente Berlusconi dal compiere l'errore di escludere riforme a maggioranza? Se un'ampia condivisione va ricercata, tuttavia la sinistra ha tutto l'interesse a presentarsi nel 2013 accusando il governo di non aver fatto nulla: «Fra tre anni i cittadini ci chiederanno non se abbiamo dialogato, ma se abbiamo portato a casa le riforme promesse».
Tuesday, April 06, 2010
Calciopoli atto secondo, quello che tutti sanno
L'aspetto più sconcertante di quanto sta emergendo dal processo Moggi è come al solito l'uso criminale che è stato fatto delle intercettazioni telefoniche. Come è possibile, infatti, che non siano state trascritte le intercettazioni dello stesso tenore di quelle imputate a Moggi ma che riguardano i rapporti, nello stesso identico periodo, tra il designatore degli arbitri Bergamo e i dirigenti di Inter, tra cui il presidente Moratti in persona, e Milan? Come ebbi modo di osservare quando scoppiò Calciopoli, la giustizia sportiva deve per forza seguire criteri diversi, più severi e meno garantisti, rispetto a quella penale, se vuole preservare la regolarità di una competizione. Non è quindi necessario che si provi che una partita, e un campionato, siano stati "truccati" (anche se certo non ci si può illudere che milioni di sportivi siano degli babbei, tutti vediamo le "stranezze" che accadono sui campi di calcio), ma basta che si configuri un comportamento sleale per portare alla squalifica di una squadra. Ed è questo ciò che è accaduto alla Juventus, riconosciuta colpevole per un comportamento non singolo, ma definito «illecito strutturale», una vera e propria organizzazione volta a influenzare i risultati potenzialmente di tutte le partite. Colpa ammessa e pena patteggiata.
Ma Moggi si è sempre difeso sostenendo che non era solo la Juve a fare parte e ad avvantaggiarsi del cosiddetto "sistema Moggi". Quanto sta emergendo dalle intercettazioni riportate alla luce dai suoi legali sembra dargli ragione. Il "sistema" coinvolgeva almeno - e dico almeno - anche Inter e Milan. Che si tratti anche per loro di un «illecito strutturale» e di una organizzazione non si può dire per ora, ma certo si tratta pur sempre di violazioni dell'articolo 1 (dovere di lealtà) della giustizia sportiva. Il massimo della confidenza accettabile nei rapporti tra un designatore e i dirigenti di una società è che questi si raccomandino per ricevere arbitraggi capaci, com'è comprensibile chiamare per protestare dopo una partita arbitrata male. Questo sì, è umano, ma scegliersi gli arbitri per la partita successiva e frasi del tipo «è una sfida che vedrai la vinciamo insieme», «vediamo di fare dieci risultati utili di fila, eh!» (Bergamo all'Inter), «però gli fai un bel discorsetto, se no gli tagliamo la testa noi» (Meani del Milan a Bergamo), presidenti che vanno a trovare gli arbitri prima della partita, ecco tutto questo crea quel clima di sudditanza psicologica, se non peggio, di cui si è sempre parlato e la cui esistenza da tempo ormai nessuno nega più. Una sudditanza tale da falsare i campionati? Secondo me indubbiamente sì.
Ed è legittimo ritenere che se queste intercettazioni «fossero state trasmesse all'Ufficio Indagini della Federcalcio nel 2006», più lieve sarebbe stata la sanzione nei confronti della Juve e dei suoi dirigenti e l'Inter non solo non avrebbe vinto lo scudetto a tavolino, ma quasi certamente non avrebbe vinto neanche quelli successivi. Insomma, si sarebbe scritta un'altra storia. Che fare ora? Nessuno intellettualmente onesto dovrebbe avere dubbi: revocare tutti gli scudetti almeno dal 2005 al 2007, quando cioè, oltre a quello a tavolino, l'Inter ha vinto con Juve e Milan fuori dai giochi, e non assegnargli ad alcuno. Speriamo di non dover vedere Moggi passare alla storia del calcio come un Craxi.
Ma Moggi si è sempre difeso sostenendo che non era solo la Juve a fare parte e ad avvantaggiarsi del cosiddetto "sistema Moggi". Quanto sta emergendo dalle intercettazioni riportate alla luce dai suoi legali sembra dargli ragione. Il "sistema" coinvolgeva almeno - e dico almeno - anche Inter e Milan. Che si tratti anche per loro di un «illecito strutturale» e di una organizzazione non si può dire per ora, ma certo si tratta pur sempre di violazioni dell'articolo 1 (dovere di lealtà) della giustizia sportiva. Il massimo della confidenza accettabile nei rapporti tra un designatore e i dirigenti di una società è che questi si raccomandino per ricevere arbitraggi capaci, com'è comprensibile chiamare per protestare dopo una partita arbitrata male. Questo sì, è umano, ma scegliersi gli arbitri per la partita successiva e frasi del tipo «è una sfida che vedrai la vinciamo insieme», «vediamo di fare dieci risultati utili di fila, eh!» (Bergamo all'Inter), «però gli fai un bel discorsetto, se no gli tagliamo la testa noi» (Meani del Milan a Bergamo), presidenti che vanno a trovare gli arbitri prima della partita, ecco tutto questo crea quel clima di sudditanza psicologica, se non peggio, di cui si è sempre parlato e la cui esistenza da tempo ormai nessuno nega più. Una sudditanza tale da falsare i campionati? Secondo me indubbiamente sì.
Ed è legittimo ritenere che se queste intercettazioni «fossero state trasmesse all'Ufficio Indagini della Federcalcio nel 2006», più lieve sarebbe stata la sanzione nei confronti della Juve e dei suoi dirigenti e l'Inter non solo non avrebbe vinto lo scudetto a tavolino, ma quasi certamente non avrebbe vinto neanche quelli successivi. Insomma, si sarebbe scritta un'altra storia. Che fare ora? Nessuno intellettualmente onesto dovrebbe avere dubbi: revocare tutti gli scudetti almeno dal 2005 al 2007, quando cioè, oltre a quello a tavolino, l'Inter ha vinto con Juve e Milan fuori dai giochi, e non assegnargli ad alcuno. Speriamo di non dover vedere Moggi passare alla storia del calcio come un Craxi.
Monday, March 22, 2010
Pretese assurde e facce di c... bronzo
Assurda non è la stima della questura dei partecipanti alla manifestazione del Pdl sabato a Piazza San Giovanni (150 mila). Assurdo è «l'autogol» comunicativo, come l'ha giustamente definito il ministro Maroni, dei capogruppo alla Camera e al Senato del Pdl, Cicchitto e Gasparri, che hanno preferito polemizzare sui numeri della questura, insistendo sul miraggio del milione, invece di sottolineare come, proprio stando a quei numeri "ufficiali", il Pdl abbia comunque richiamato in piazza più manifestanti delle opposizioni sabato scorso (sei volte di più). Un'occasione persa che rivela la scarsa materia cerebrale persino di chi guida il partito di maggioranza relativa alla Camera e al Senato, e non solo di chi lo guida a livello locale.
Quella di gonfiare fino all'inverosimile il numero dei manifestanti è una bruttissima e ormai patetica abitudine bipartisan. Ogni volta si spara più o meno una cifra dieci volte superiore a quella realistica. Se a Piazza del Popolo due sabati fa c'erano 200 mila persone invece di 25 mila, sabato scorso ecco che si sarebbero materializzate in Piazza San Giovanni un milione di persone, quando non potevano essere più di 150 mila. E la cosa più ridicola è che non ci si rende conto che si tratta comunque di numeri ragguardevoli, tali da ritenere un successo entrambe le manifestazioni.
Ormai il calcolo dei presenti ad una manifestazione lo può fare chiunque. Si calcola la superficie della piazza in mq e si moltiplica per tre, massimo quattro, tante sono infatti le persone che possono stare in piedi stipate in un metro quadrato. Poi, si arrotonda a seconda dello spazio occupato da palco e stand, o delle vie laterali eventualmente occupate dai manifestanti. Applicando la formula alle piazze in questione, si ottiene più o meno la stima della questura. Se non il numero esatto, almeno l'ordine di grandezza è quello: 140-160 mila a Piazza San Giovanni; 25-40 mila a Piazza del Popolo.
Davvero senza vergogna il modo opportunistico in cui la Giunta regionale del Lazio ha utilizzato il decreto interpretativo del governo sul caos liste per non concedere il rinvio del voto alla lista di Sgarbi, riammessa la scorsa settimana. Quando si tratta di non ammettere la lista del Pdl a Roma e provincia, il decreto è inapplicabile nel Lazio e la Regione decide persino di ricorrere contro di esso dinanzi alla Corte costituzionale, sostenendo che vale la legge elettorale regionale; quando si tratta di evitare il rinvio, spudoratamente ci si richiama al decreto contro cui si è fatto ricorso e dichiarato inapplicabile per due volte dallo stesso Tar del Lazio. Altro che rispetto delle regole e legalità, questo dimostra la totale strumentalità con cui il Pd e la sinistra (i compagni di viaggio della Bonino nel Lazio) hanno affrontato la vicenda liste. Tentando di approfittare di sviste giudiziarie o ingenuità da parte del Pdl per escludere gli avversari o comunque avvantaggiarsene.
Quella di gonfiare fino all'inverosimile il numero dei manifestanti è una bruttissima e ormai patetica abitudine bipartisan. Ogni volta si spara più o meno una cifra dieci volte superiore a quella realistica. Se a Piazza del Popolo due sabati fa c'erano 200 mila persone invece di 25 mila, sabato scorso ecco che si sarebbero materializzate in Piazza San Giovanni un milione di persone, quando non potevano essere più di 150 mila. E la cosa più ridicola è che non ci si rende conto che si tratta comunque di numeri ragguardevoli, tali da ritenere un successo entrambe le manifestazioni.
Ormai il calcolo dei presenti ad una manifestazione lo può fare chiunque. Si calcola la superficie della piazza in mq e si moltiplica per tre, massimo quattro, tante sono infatti le persone che possono stare in piedi stipate in un metro quadrato. Poi, si arrotonda a seconda dello spazio occupato da palco e stand, o delle vie laterali eventualmente occupate dai manifestanti. Applicando la formula alle piazze in questione, si ottiene più o meno la stima della questura. Se non il numero esatto, almeno l'ordine di grandezza è quello: 140-160 mila a Piazza San Giovanni; 25-40 mila a Piazza del Popolo.
Davvero senza vergogna il modo opportunistico in cui la Giunta regionale del Lazio ha utilizzato il decreto interpretativo del governo sul caos liste per non concedere il rinvio del voto alla lista di Sgarbi, riammessa la scorsa settimana. Quando si tratta di non ammettere la lista del Pdl a Roma e provincia, il decreto è inapplicabile nel Lazio e la Regione decide persino di ricorrere contro di esso dinanzi alla Corte costituzionale, sostenendo che vale la legge elettorale regionale; quando si tratta di evitare il rinvio, spudoratamente ci si richiama al decreto contro cui si è fatto ricorso e dichiarato inapplicabile per due volte dallo stesso Tar del Lazio. Altro che rispetto delle regole e legalità, questo dimostra la totale strumentalità con cui il Pd e la sinistra (i compagni di viaggio della Bonino nel Lazio) hanno affrontato la vicenda liste. Tentando di approfittare di sviste giudiziarie o ingenuità da parte del Pdl per escludere gli avversari o comunque avvantaggiarsene.
Friday, March 12, 2010
Dal caso Italia al caso mezza Italia
Liste forse escluse, l'immagine del Pdl ai minimi, candidati deboli, Berlusconi non può che personalizzare su di sé la campagna elettorale per provare a vincere (o a questo punto a non pedere) le regionali, aiutato dallo schieramento avversario che, persa un'occasione buona per dimostrare fair play e sensibilità democratica, sembra non riuscire ad esprimere altro che dipietrismo contro Berlusconi. La manifestazione di domani rischia di dare una mano al premier, ancor di più dopo il nuovo caso intercettazioni che coinvolge Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini (che guarda caso si era schierato con decisione contro questo uso delle intercettazioni, tanto che è stato subito punito), e il commissario dell'Agcom Innocenzi, reo evidentemente di essersi permesso di sollevare dubbi sulla correttezza di Annozero.
Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.
Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...
Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».
Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.
Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".
Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.
Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...
Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».
Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.
Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".
Wednesday, March 10, 2010
Giallo sulle due versioni e Pd nella trappola Di Pietro
La versione ricostruita dal Tar del Lazio nell'ordinanza in cui respinge la richiesta di sospensiva avanzata dal Pdl contro la sua esclusione, di cui riporto questo passaggio (fonte: Ansa)...
Un passaggio interessante della ricostruzione di Berlusconi è il seguente (fonte: il Velino):
E' una «trappola» invece, come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quella in cui si è infilato il Pd con la manifestazione di sabato. Il Pd avrebbe potuto approfittare dell'autogol del Pdl e dire «accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione». Invece, essendo un partito che si fa dettare l'agenda politica dai «giornali di riferimento» e da Antonio Di Pietro, sabato assisteremo al «pasticcio politico» del Pd, «summa e specchio di tutte le sue debolezze».
Il rischio che dalla manifestazione di sabato si levi una contestazione anche nei confronti del capo dello Stato, per la firma al decreto interpretativo del governo sul caos liste, e persino nei confronti del Pd, non è affatto scongiurato. Anzi, a sentire Antonio Di Pietro («parlerò eccome, ci mancherebbe» e «ribadirò che l'arbitro ha sbagliato»), c'è da aspettarselo. La reazione del Pd «ha già consentito al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica». E sabato concederà a Di Pietro una vetrina da «leader morale dell'opposizione».
«... al momento della scadenza delle ore 12, e della conseguente delimitazione dell'area di attesa, erano presenti per consegnare la documentazione prescritta solo quattro delegati di lista, tra i quali non figurava alcun delegato di parte ricorrente, e che solo dopo più di mezz'ora un delegato di parte ricorrente cercava di accedere alla predetta area, al fine di poter consegnare la lista e solo dopo le ore 12:30 veniva individuato all'interno dell'area di attesa un plico incustodito...»... e la versione del Pdl, secondo la ricostruzione minuto per minuto degli eventi resa da Berlusconi in persona nella conferenza stampa di stamattina. Sull'inapplicabilità, secondo il Tar, del decreto interpretativo del governo mi sono già soffermato (mi pare quanto meno dubbia). Non sapremo probabilmente mai cosa è davvero successo negli uffici del tribunale di Roma intorno alle 12 di quel maledetto sabato, mentre è certo che non poteva essere impedito ai delegati del Pdl di presentare la loro lista anche con quaranta minuti di ritardo, pur verbalizzando l'avvenuta consegna oltre i termini della documentazione. Ciò ha impedito al Pdl di fare ricorso contro l'eventuale esclusione per presentazione oltre i termini. In quel caso, avrebbero dovuto giustificare il loro ritardo, mentre adesso devono dimostrare lo scatolone che avevano con sé conteneva tutta la documentazione necessaria. Il che rende la questione molto complicata.
Un passaggio interessante della ricostruzione di Berlusconi è il seguente (fonte: il Velino):
«Ore 14,15: convinto dell'arbitrarietà dell'intimazione Abrignani insisteste vigorosamente, ma viene chiamato dal Prefetto di Roma che lo invita a desistere da ogni azione di forza tesa ad ottenere comunque l'ingresso in cancelleria. Il prefetto asserisce di aver avuto dal presidente dell'ufficio centrale circoscrizionale dottor Durante precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso, che consigliava di presentare tempestivamente allo stesso ufficio».Alla luce dell'ordinanza del Tar, e delle ultime sentenze del Consiglio di Stato (in cui si parla in effetti di presenza nell'edificio e non nella fila, né di strisce), qualcosa mi dice che c'è ancora possibilità che il Consiglio di Stato riammetta la lista del Pdl per la provincia di Roma... Nel frattempo, Berlusconi ha fatto benissimo - era ora - a mettere in secondo piano i ricorsi e a tornare alla politica, alla campagna elettorale, confermando per il 20 marzo una manifestazione nazionale «non di protesta ma di proposta». Non dovrebbe quindi riguardare il diritto di voto, se non marginalmente, ma un patto dei 13 candidati governatori con i cittadini.
E' una «trappola» invece, come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quella in cui si è infilato il Pd con la manifestazione di sabato. Il Pd avrebbe potuto approfittare dell'autogol del Pdl e dire «accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione». Invece, essendo un partito che si fa dettare l'agenda politica dai «giornali di riferimento» e da Antonio Di Pietro, sabato assisteremo al «pasticcio politico» del Pd, «summa e specchio di tutte le sue debolezze».
Il rischio che dalla manifestazione di sabato si levi una contestazione anche nei confronti del capo dello Stato, per la firma al decreto interpretativo del governo sul caos liste, e persino nei confronti del Pd, non è affatto scongiurato. Anzi, a sentire Antonio Di Pietro («parlerò eccome, ci mancherebbe» e «ribadirò che l'arbitro ha sbagliato»), c'è da aspettarselo. La reazione del Pd «ha già consentito al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica». E sabato concederà a Di Pietro una vetrina da «leader morale dell'opposizione».
Tuesday, March 09, 2010
Passare alla riduzione del danno
Come ho avuto modo di scrivere fin dall'inizio, la questione del Pdl laziale è molto più complicata rispetto al "listino" Formigoni e forse andava lasciata al suo destino. Governo e maggioranza dovrebbero a questo punto incassare con pragmatismo la decisione del Tar del Lazio, anche se desta più di qualche dubbio. Al massimo, se a breve, attendere il Consiglio di Stato. Il caos, il tira e molla di questi giorni, l'impressione che il decreto interpretativo sia stato superfluo per Formigoni e inutile per il Pdl nel Lazio, stanno demolendo l'immagine efficientista della coalizione di governo (incapace due volte: prima a presentare le liste, poi a risolvere il problema per decreto), il che rischia di tradursi in una emorragia di consensi. Passano i giorni, e la situazione rischia di aggravarsi fino ai limiti della irrecuperabilità. Quindi, è nel loro interesse chiudere al più presto in un modo o nell'altro, perché la campagna, la strategia comunicativa di Berlusconi, che potrebbero limitare il danno, non possono partire in questa incertezza. L'idea che siano state modificate le regole del gioco in corsa disturba anche gli elettori di centrodestra più moderati, ma non aver potuto salvare la lista del Pdl a Roma, se non altro, è un argomento in più, decisivo, per sostenere che il decreto non cambiava le regole, era davvero solo interpretativo.
Certo, la sentenza del Tar solleva dubbi inquietanti. Nel respingere la richiesta di sospensiva che avrebbe ammesso la lista del Pdl per la provincia di Roma, i giudici amministrativi fanno notare che il decreto interpretativo varato venerdì scorso dal governo «non può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell'esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio». Sorge il dubbio però che ormai la questione sia solo politica. E' vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l'articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.
E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di "rinvio dinamico" che vincola la legge a un'altra legge. Quando, infatti, il rinvio è "statico", "le eventuali variazioni apportate all'atto cui si rinvia sono indifferenti". Nel caso di rinvio dinamico, invece, l'ordinamento "si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell'altro ordinamento si producono" (G. Pitruzzella). In altre parole - sostiene il professor Sbailò - con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare... Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco "creativo" dei giudici amministrativi».
Se alla discutibile decisione del Tar del Lazio aggiungiamo le magagne che stanno venendo fuori in Lombardia e in Piemonte, allora - posto che a questo punto, elettoralmente parlando, al centrodestra converrebbe forse non insistere - il problema diventa un altro, quello di una «dissidenza» di parte della magistratura nei confronti delle istituzioni democratiche tutte, come descritto da Il Foglio oggi:
Certo, la sentenza del Tar solleva dubbi inquietanti. Nel respingere la richiesta di sospensiva che avrebbe ammesso la lista del Pdl per la provincia di Roma, i giudici amministrativi fanno notare che il decreto interpretativo varato venerdì scorso dal governo «non può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell'esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio». Sorge il dubbio però che ormai la questione sia solo politica. E' vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l'articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.
E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di "rinvio dinamico" che vincola la legge a un'altra legge. Quando, infatti, il rinvio è "statico", "le eventuali variazioni apportate all'atto cui si rinvia sono indifferenti". Nel caso di rinvio dinamico, invece, l'ordinamento "si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell'altro ordinamento si producono" (G. Pitruzzella). In altre parole - sostiene il professor Sbailò - con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare... Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco "creativo" dei giudici amministrativi».
Se alla discutibile decisione del Tar del Lazio aggiungiamo le magagne che stanno venendo fuori in Lombardia e in Piemonte, allora - posto che a questo punto, elettoralmente parlando, al centrodestra converrebbe forse non insistere - il problema diventa un altro, quello di una «dissidenza» di parte della magistratura nei confronti delle istituzioni democratiche tutte, come descritto da Il Foglio oggi:
«Quei magistrati, in sostanza, spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle. I cavilli procedurali ai quali si sono appellati, il gioco di sponda formalistico con la Corte costituzionale, il derisorio rinvio della decisione definitiva a dopo lo svolgimento delle elezioni, sono lampanti esempi di una arrogante volontà di far prevalere le formalità sulla sostanza, il giurisdizionalismo sulla democrazia. L’intervento autorevole e sofferto di Giorgio Napolitano, che puntava a superare una contrapposizione lacerante con un preciso e coraggioso senso istituzionale, non solo non è stato accolto ma è stato frettolosamente archiviato. Il problema dunque, non è più quello dei pasticci combinati da qualcuno, dei tentativi di porvi rimedio, della validità delle scelte compiute dal governo, è invece quello di una sostanziale dissidenza giudiziaria, di un ordine che vuole prevalere sulle istituzioni elettive, dal Parlamento, al governo, al Quirinale. Il formalismo è l’aspetto esteriore di questa dissidenza».
Sunday, March 07, 2010
Napolitano ci ha messo la faccia, gli altri l'hanno persa
Tutti dovrebbero fare i conti con questa realtà. Nella spiegazione che ha fornito della sua firma al decreto "interpretativo" sul caos liste, il presidente della Repubblica non solo chiarisce che il testo presentatogli «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità», ma mostra di condividerne il merito, o quanto meno di aver condiviso con il governo l'esigenza di un intervento legislativo, laddove spiega che si trattava di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici» e sottolinea che «non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo». Non era sostenibile. Diversamente dalle opposizioni Napolitano ha ritenuto opportuno un intervento, ha riconosciuto che in gioco c'era «il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Dunque, se non il merito, almeno l'opportunità del decreto l'ha condivisa.
Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.
Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.
Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.
Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.
E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.
Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!
Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.
Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.
Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.
Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.
E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.
Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!
Friday, March 05, 2010
Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo
Su il Velino:
A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.
Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).
L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.
Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
LEGGI TUTTO
A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.
Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).
L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.
Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
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Wednesday, March 03, 2010
Aspettate a cantare vittoria
Sono in attesa di altre illustri esclusioni dalla competizione elettorale, ma sembra che tardino ad arrivare. Come mai? Come mai, se l'illegalità è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, per ora sono stati esclusi solo i "listini" di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Dove sono gli altri "casi Formigoni"? Che fine hanno fatto i «controlli in tutta Italia»? In Emilia e in Toscana... in Campania e in Basilicata, tutto regolare?
Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.
In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.
In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.
Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.
Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.
Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.
In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.
In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.
Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.
Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.
Tuesday, March 02, 2010
Dopo il danno, nessun pudore
Quante volte nelle nostre città capita di imbattersi in manifesti palesemente ingannevoli o deliranti, di ogni parte politica? Soprattutto in campagna elettorale, dove la bieca propaganda prevale su tutto, è fisiologico. Eppure, a tutto c'è un limite. La Polverini e il Pdl romano sembrano averlo superato. «Non vogliono farti votare», recitano i manifesti con cui hanno tappezzato la città per protestare contro l'esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma. Puro terrorismo ingannevole. Di tutta evidenza infatti il problema non è che qualcuno il 28 e 29 marzo non potrà votare, ma che qualcuno - guarda caso gli autori dei manifesti - non potrà candidarsi. Pensano davvero che i cittadini romani siano così stupidi e non abbiano capito come stanno le cose?
Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.
La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.
Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.
La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.
Wednesday, February 24, 2010
L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella
Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.
Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.
C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).
Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.
Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.
Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.
C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).
Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.
Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.
Tuesday, January 12, 2010
Modello Rosarno, Calabria. Modello Sud, Italia
Mentre i cittadini di Rosarno scendono in piazza per contrastare "l'immagine di una città xenofoba, mafiosa e razzista veicolata dai mass media nazionali e da qualche esponente della politica e dell'associazionismo a livello regionale e nazionale", il formidabile reportage di Giuseppe Salvaggiulo, per La Stampa, fa chiarezza come neanche una commissione d'inchiesta avrebbe potuto sui veri motivi alla base degli scontri dei giorni scorsi tra immigrati africani e residenti. In testa al corteo di ieri pomeriggio uno striscione piangeva: "Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo". Abbandonati, ma anche assistiti, come documenta Salvaggiulo raccontando il «miracolo» delle «arance di carta».
«Le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi» europei. Un business che «ingolosiva politica e cosche». «Grazie alle "arance di carta" come qui le chiamano - scrive Salvaggiulo - prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L'Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell'ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni. Dieci anni fa, c'erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un'autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso - spiega il corrispondente de La Stampa - il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l'economia di Rosarno».
Un sistema che tuttavia negli ultimi anni ha ceduto. «La stretta dell'Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l'anno. E l'escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l'Ue». Prima gli arresti e poi sono cambiate le regole europee: «Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione». Sparite le «arance di carta», crollati il prezzo di vendita e gli incassi, oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi e Rosarno, «che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia».
Ma siccome «bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani», «i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro». Ecco perché la tensione è esplosa. Ed ecco perché - se lo chiedeva ieri Ferrara, in realtà conoscendo bene la risposta - queste cose accadono in Calabria e «non nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista». Solo dopo che è scoppiato il casino e sono finiti in tv e sui giornali - e non prima - i cittadini onesti di Rosarno si ribellano. Più onorevole la scelta dei loro concittadini che si sono ribellati a tutto questo fuggendo al Nord o all'estero.
«Le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi» europei. Un business che «ingolosiva politica e cosche». «Grazie alle "arance di carta" come qui le chiamano - scrive Salvaggiulo - prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L'Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell'ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni. Dieci anni fa, c'erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un'autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso - spiega il corrispondente de La Stampa - il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l'economia di Rosarno».
Un sistema che tuttavia negli ultimi anni ha ceduto. «La stretta dell'Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l'anno. E l'escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l'Ue». Prima gli arresti e poi sono cambiate le regole europee: «Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione». Sparite le «arance di carta», crollati il prezzo di vendita e gli incassi, oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi e Rosarno, «che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia».
Ma siccome «bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani», «i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro». Ecco perché la tensione è esplosa. Ed ecco perché - se lo chiedeva ieri Ferrara, in realtà conoscendo bene la risposta - queste cose accadono in Calabria e «non nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista». Solo dopo che è scoppiato il casino e sono finiti in tv e sui giornali - e non prima - i cittadini onesti di Rosarno si ribellano. Più onorevole la scelta dei loro concittadini che si sono ribellati a tutto questo fuggendo al Nord o all'estero.
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