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Wednesday, July 03, 2013

L'euroassistenzialismo non ci salverà

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.

Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.

Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.

La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.

Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.

Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Thursday, July 19, 2012

Con la Grecia in casa ci sentiremo tutti un po' più "tedeschi"

Cosa direbbero gli italiani se il governo Monti proponesse una tassa speciale per evitare il default della Sicilia? Con le debite differenze e in scala ridotta, potremmo ritrovarci presto in casa una piccola Grecia. Allora, forse, chi ha troppo facilmente accusato i tedeschi di miopia ed egoismo per aver condizionato gli aiuti ad Atene a tagli recessivi e scrupolosi controlli, comprenderà meglio la loro "ossessione" per il rigore, cosa significa dover garantire il debito contratto da altri o addirittura doverlo rimborsare a fondo perduto.
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
(...)
Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.

Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.

Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
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Tuesday, June 05, 2012

Per lo sviluppo minestre riscaldate

Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".

Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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Thursday, May 13, 2010

Chi tira la carretta e chi si fa tirare

Cinque regioni tirano la carretta in questo Paese, tutte le altre arrancano, si fanno tirare. E' quanto emerge dall'ennesima analisi della Cgia di Mestre. Solo cinque regioni infatti presentano "residui fiscali" attivi, cioè danno molto di più alle amministrazioni pubbliche - con imposte, tasse e contributi - di quanto ricevono sotto forma di trasferimenti e di servizi pubblici. Solo Lombardia, Veneto e Piemonte contribuiscono per oltre 50 miliardi di euro. La Lombardia risulta da sola in credito di 42,574 miliardi, il Veneto di 6,882 miliardi e il Piemonte di 1,219 miliardi. Contribuiscono in larga misura anche Emilia Romagna (+5,587 miliardi) e Lazio (+8,720 miliardi), grazie soprattutto a Roma.

A guadagnarci non sono solo le regioni del Sud, ma anche quelle a Statuto speciale del Nord. Se la Toscana presenta un deficit del residuo fiscale di 776 milioni e la Liguria di 3,304 miliardi, non sono da meno realtà a Statuto speciale come Trentino Alto Adige (-2,177 miliardi), Friuli Venezia Giulia (-2,104 miliardi) e Valle d'Aosta (-617 milioni). Il divario sale drasticamente in alcune Regioni del Sud, capitanate dalla Sicilia - dove il residuo fiscale è pari a -21,713 miliardi - seguita da Campania (-17,290 miliardi) e Puglia (-13,668 miliardi). La Lombardia da sola "mantiene" Sicilia e Campania.

Ma il dato più sorprendente è che negli ultimi anni, dal 2002 al 2007, nonostante le lagnanze meridionaliste, il flusso da Nord a Sud è addirittura aumentato. In Lombardia, ad esempio, l'attivo è aumentato del 47 per cento, in Piemonte del 33 per cento e in Veneto del 32 per cento. I cittadini di queste tre regioni probabilmente se ne sono accorti, mentre a Roma e nel Centrosud del Paese l'opinione prevalente è che non si faccia abbastanza per il Sud, che qualche "cattivone" abbia chiuso i rubinetti. Sarebbe ora, ma non è così. Per il Sud non si fa certamente abbastanza in termini di politiche, ma si va molto oltre la decenza in finanziamenti.

Proprio stamattina il governo ha giustamente negato l'utilizzo dei fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) a Lazio, Campania, Molise e Calabria. Quei fondi devono servire per programmi di sviluppo regionale, e non per coprire il deficit del settore sanitario. Dunque, niente Fas senza piani di rientro adeguati e prima del raggiungimento degli obiettivi previsti. Naturalmente i governatori piangono, e qualcuno (il molisano Iorio e il campano Caldoro) sostiene che il governo gli avrebbe chiesto di alzare le tasse, mentre Scopelliti ha evocato il «rischio» di nuovi tributi. Non ci provate, la scelta di ripianare il deficit sanitario con più tasse è solo vostra. Al governo interessa che ci siano i piani di rientro e che siano rispettati. Se con tagli agli sprechi e alla spesa, o con nuove tasse, è una scelta politica che spetta ai governatori.

Tuesday, May 11, 2010

Un cattivo modello per l'Europa

«Non incolpate la moneta unica per i fallimenti delle politiche keynesiane», e di leadership «irresponsabili», scriveva ieri il Wall Street Journal, osservando che L'Europa «non sta vivendo una crisi monetaria, ma una crisi del debito provocata da eccessivo indebitamento, eccessivo peso e inefficienze pubbliche e insufficiente crescita economica». Il rischio è che il salvataggio di oggi, inducendo a credere che in circostanze simili l'Ue agirà come «prestatore di ultima istanza», produca ulteriore «azzardo morale» domani, e non maggior rigore. Il messaggio mandato ai creditori e ai governi è che «saranno sempre salvati». Il rischio che la Bce appaia pronta a «monetizzare» i debiti dei Paesi Ue potrebbe spingere gli uni a correre rischi eccessivi, gli altri a non agire come dovrebbero sul deficit.

Fa bene a insistere Carlo Stagnaro, oggi su Il Foglio:
«La radice di tutti i mali non è nel mercato, nella speculazione, nel profitto. La radice dei mali è nelle finanze pubbliche allegre e creative, nello stato spendaccione e irresponsabile. Nella speranza di alcuni governi europei che dei loro disastri si sarebbero fatti carico altri: gli investitori gonzi, i Paesi più solidi, le generazioni future... Non possiamo più considerare la spesa come una variabile indipendente, e se le entrate non bastano, finanziare la differenza in debito. Dobbiamo tagliare il debito... La parola d'ordine per il settore pubblico deve essere: austerità. La parola d'ordine per il settore privato dev'essere: crescita».
L'aumento del deficit è «comprensibile in tempi di crisi - ammette oggi il WSJ - ma i mercati hanno mandato il messaggio che questo livello di spesa è insostenibile». Con le misure assunte, osservava ieri Munchau sul Financial Times, l'Europa ha guadagnato tempo, ma - avverte oggi il WSJ - se la classe politica europea non approfitta di questa apertura per «tornare in forma», la crisi ritornerà. Una crisi, insiste il WSJ, dovuta alla «spesa eccessiva e a politiche che ostacolano la crescita economica». L'argine innalzato ieri ha «solo posticipato la resa dei conti - e ad un prezzo allarmante».

Ma soprattutto, nel commento di ieri il Wall Street Journal coglieva una tendenza particolarmente preoccupante. La crisi di questi giorni rischia infatti di generare un'ulteriore spinta all'idea che l'Unione anche politica dell'Europa coincida con un «super-stato europeo» che abbia il potere di «fissare» una politica economica comune, «armonizzare» i livelli di imposizione fiscale e «facilitare» i trasferimenti dai Paesi ricchi ai poveri, nella sostanza di «imporre il welfare state che ha cacciato l'Europa in questo guaio». E' esattamente, mi viene da pensare, l'errore che ha commesso l'Italia nei confronti del Sud e di cui ancora non riusciamo a liberarci: dirigismo, tasse elevate e uguali dappertutto, assistenzialismo da Nord a Sud. L'Europa si sta pericolosamente avviando verso un modello perdente già sperimentato in Italia, e l'Italia rischia di "esportare" in Europa il suo modello più fallimentare.

E mentre Fini si iscrive tra i più entusiasti sostenitori della proposta di un'agenzia di rating europea, bisogna riconoscere a Tremonti - oggi lo fa Oscar Giannino su Il Messaggero, non certo un "tremontiano" - di aver tenuto stretti i cordoni della borsa, resistendo a pressioni interne ed esterne alla maggioranza.
«Meno male, che sono rimasti stretti. E' questo ciò che il ministro vorrebbe oggi non riconosciuto a lui personalmente, ma che divenisse un riflesso condizionato di tutti i protagonisti della vita italiana in questa difficile fase. Questa volta abbiamo evitato di essere considerati, dai mercati come dagli altri Paesi, come un appestato che poteva diffondere il contagio. Una non disprezzabile novità, in un mondo in cui Stati Uniti, Giappone e Regno Unito dovranno tutti tagliare strutturalmente tra i 12 e i 14 punti di Pil il loro deficit pubblico anno per anno, se vogliono tornare a ristabilizzare il loro debito verso il 65% del Pil entro il 2030. E in cui la media dei Paesi Ocse dovrà farlo di 8 punti di Pil, dice il Fmi. Mentre all'Italia ne basterebbero meno di 5 (...)».

Tuesday, May 04, 2010

Unità d'Italia, Fini spiazzato dalla Lega di governo

Celebrare l'unità d'Italia con i fatti e non a parole. Si può sintetizzare così il pensiero espresso sia dal ministro Calderoli domenica scorsa, ospite di In Mezz'ora, di Lucia Annunziata, sia dal leader della Lega Bossi, in un'intervista di oggi a la Repubblica. Oppure, si può travisare, fingere di non capire, mettere in bocca ai leghisti espressioni dissacranti anche quando non lo sono. Mi dispiace per Fini, ma non vedo alcuna «sostanziale negazione dell'unità nazionale» nelle parole di Calderoli e l'intervista di Bossi ne è la conferma. E' una macchietta polemica che ormai serve solo al presidente della Camera per distinguersi a tutti i costi, per trovare le ragioni di una frattura che sente come necessaria in realtà per la sua frustrazione di "eterno secondo".

Bossi non esclude di partecipare alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, anche se, osserva, «a naso mi sembrano le solite cose inutili e un po' retoriche». Chi in tutta onestà può dirsi certo che i fatti gli daranno torto? Deve ancora rifletterci su e decidere, aggiunge Bossi, ma fa comunque capire che non mancherebbe all'appuntamento se il presidente Napolitano lo chiamasse. Qui si scommette che i leghisti ci saranno. Fini giudica «un'inezia», in tempi di crisi economica e ristrettezze di bilancio, spendere 35 milioni di euro per le celebrazioni. Che ci saranno, stia tranquillo, ma c'è sicuramente un modo più concreto rispetto alle parate, ai musei e ai gagliardetti per celebrare l'anniversario dell'unità.

La «speranza» del leader leghista, per esempio, è di «arrivarci con il federalismo fatto, che sia legge e diventi finalmente realtà». Il ragionamento di Calderoli e Bossi è semplice: oggi l'Italia può dirsi davvero unita? O forse il federalismo, proprio nella ricorrenza del prossimo anno, può rappresentare il completamento del processo unitario? Fini ci tiene a marcare la sua differenza culturale dalla Lega e risponde di no: l'Italia è «già unita» e il federalismo «non serve a unire». Da romano non mi vergogno di sentirmi più vicino all'approccio di chi invece pensa che l'Italia sia unita formalmente, dal punto di vista dei confini, e che abbia bisogno di più unità.

Quello tra il Nord che produce e il Sud assistito è uno squilibrio che, prima di ogni altra considerazione, non regge più e che rischia - questo sì - di minacciare l'unità nazionale, nella misura in cui gli italiani delle diverse parti del Paese hanno sempre meno la sensazione di condividere una stessa storia, uno stesso destino, gli stessi interessi in termini di prospettive di benessere e realizzazione. Serve quindi un nuovo patto unitario tra Stato centrale, comunità locali e singoli cittadini, in cui ci sia un rapporto tra la ricchezza che si crea in un territorio e ciò che si spende, tra i servizi che si offrono e ciò che si chiede ai cittadini. Con tutti i dovuti paracadute, ma se non si crea questo rapporto, e non entra nella percezione dei cittadini che il malgoverno si paga, allora addio non solo all'unità.

Una ritrovata, rinvigorita unità del Paese oggi passa indubbiamente anche, se non soprattutto, per il federalismo fiscale. Perché non riconoscere i passi avanti compiuti dalla Lega, che non solo non parla più di secessione, ma che vede nel federalismo - parole di Bossi - «l'unico pezzo che manca al compimento della vera storia del nostro Paese»? Perché non riconoscere alla Lega di aver offerto al Paese intero (non solo al Nord), con il federalismo, una chance per meglio concepire, dopo 150 anni, la nostra unità nazionale e un'alternativa all'assistenzialismo per cercare di risolvere la questione meridionale?

Friday, April 23, 2010

Partito vero, ma non per merito di Fini

Che bravi Tremonti e Brunetta (e Alfano)

Certo, si preferirà - ed è comprensibile - concentrarsi sullo scontro Berlusconi-Fini, "macchiettizzare" il Pdl ironizzando sugli interventi degli "yesman", ma se la direzione di ieri ha segnato per il Pdl l'inizio di una nuova fase, di crescita, una sorta di battesimo del fuoco - il «primo lavacro democratico», l'ha definito Ferrara - di un partito che si scrolla di dosso l'etichetta di partito "di plastica", «palcoscenico» per i monologhi del Cav., nel quale invece si dibatte, si discute apertamente e in pubblico al suo interno, forse non si deve a Berlusconi, ma sicuramente non a Fini. Fini, lo abbiamo detto più volte, ha trasformato legittimi e insindacabili (avrà le sue ragioni) motivi di distinzione dal presidente del partito e dalle opinioni prevalenti nel Pdl in pretesti per una incomprensibile rottura, o per la comprensibilissima costituzione di una corrente, il cui obiettivo, come nei partiti della Prima Repubblica, non è il dibattito e il confronto interno, né il semplice caratterizzarsi della sua leadership, ma il logoramento del presidente del Consiglio espressione delle correnti avversarie. Cioè esattamente il motivo per cui nella Prima Repubblica i governi duravano non anni, ma mesi, se non settimane.

Molti degli intervenuti ieri si sono posti sinceramente il problema di come il Pdl possa competere più efficacemente con la Lega al Nord. Ma ben diversamente da Fini, che si è limitato su questo a riciclare dalla sinistra i logori pregiudizi che vedono nei leghisti dei pericolosi razzisti. Per esempio, il ministro Brunetta, che ha criticato la deriva «conservatrice» della Lega: se «il potere locale la sta facendo diventare conservatrice», «noi dobbiamo accentuare la nostra forza modernizzatrice».

Fini ha mostrato di vedere nel federalismo fiscale una minaccia alla coesione nazionale e sociale più che un'opportunità di responsabilizzazione delle classi dirigenti del meridione. Una riserva mentale che ormai anche il Pd ha il pudore di dissimulare. Il problema dei decreti attuativi è semmai cercare di limitare i costi, non di limitare l'impatto di responsabilizzazione. Persino sulla riforma della giustizia Fini e i suoi ormai disconoscono la grande questione democratica posta dalla magistratura politicizzata e riducono l'anomalia certamente rappresentata da alcuni provvedimenti ad hoc alla mera ricerca di «sacche di impunità». In questo modo rischiano di fondare un antiberlusconismo "di destra" in realtà non troppo dissimile da quello perdente della sinistra.

Nel suo intervento di ieri il ministro Tremonti - dopo lo strappo di Fini corteggiato da De Benedetti in quanto, in vista del futuro, sempre più cruciale "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega - ha messo in campo concetti "pesanti", come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.

Ha riconosciuto come la tenuta dei conti pubblici non è solo merito suo, ma non sarebbe stata possibile senza la "copertura" politica ed elettorale di Berlusconi e ha offerto una lucida analisi del voto: i ceti produttivi che non votano più la sinistra, sempre più ridotta all'Appennino tosco-emiliano (e pugliese); la Lega che non ruba i voti al Pdl, ma li strappa alla sinistra tra i ceti popolari e operai; il Pdl che emerge come unica forza «nazionale». E per questo può permettersi di concedere alla Lega due governatori, un ministro dell'Interno, e proprio perché è un partito nazionale al Nord non può rivolgersi in modo esclusivo come fanno i leghisti. E' l'unico che ieri ha individuato due semplici compiti a cui lo Stato dovrebbe limitarsi per fare del bene al Sud: l'ordine pubblico e le grandi opere. Per il resto, il federalismo fiscale potrà fare solo che bene perché il Sud non ha bisogno di più spesa pubblica, ma di spendere meglio.

E' passato per lo più inosservato, ma c'è chi ha avuto il coraggio, nell'infuocata direzione di ieri, di muovere delle critiche costruttive e puntuali anche a Tremonti, il più "blindato" dei ministri. Per competere con la Lega, ha detto Brunetta, bisogna accelerare nell'azione riformatrice del governo. A cominciare dalle cosiddette riforme «a costo zero», che non costano, ci fanno risparmiare e contribuiscono in maniera determinante a rilanciare l'economia. Sono «quelle più difficili da fare», perché vanno contro «privilegi, sprechi, corporativismi, clientelismi, egoismi». Ma rivolgendosi al ministro Tremonti, Brunetta ha avvertito che la crisi e il deficit non possono essere «alibi» per non fare le «riforme modernizzatrici». Anzi, si devono fare proprio quando la congiuntura economica è negativa. E dai tagli «lineari» della spesa bisogna passare a tagli mirati premiando le realtà più meritevoli e punendo le altre.

Cos'è questo se non un confronto sulla linea di politica economica del partito e del governo, ma costruttivo, che fa emergere aree politico-culturali diverse, ma non correnti? E il ministro Alfano, che ha messo in guardia il presidente Berlusconi dal compiere l'errore di escludere riforme a maggioranza? Se un'ampia condivisione va ricercata, tuttavia la sinistra ha tutto l'interesse a presentarsi nel 2013 accusando il governo di non aver fatto nulla: «Fra tre anni i cittadini ci chiederanno non se abbiamo dialogato, ma se abbiamo portato a casa le riforme promesse».

Monday, August 17, 2009

Una via liberale per il Sud

Così Angelo Panebianco oggi sul Corriere della Sera:
«La via liberale... è quella che dice: solo i meridionali, e nessun altro, possono risolvere i loro problemi. Lo Stato, quindi, offre al Sud, come ha suggerito da tempo l'Istituto Bruno Leoni, solo l'opportunità di trasformarsi in una grande no tax area interrompendo contestualmente i flussi di trasferimento di risorse. Lo Stato resterebbe al Sud solo con gli apparati della forza (per contrastare la criminalità) e i servizi pubblici essenziali. A quel punto, probabilmente, si scatenerebbe un conflitto feroce fra le forze modernizzatrici del Sud (che ci sono) e quel "clientelismo senza risorse", fino ad oggi dominante, di cui ha parlato recentemente il presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello. Essendo cambiate le condizioni del gioco, le forze modernizzatrici avrebbero, per la prima volta, la possibilità di prevalere».
Ma Panebianco coglie il punto anche quando esamina l'altra via, quella «paternalista», diremmo statalista. Se si sceglie quest'ultima, «bisogna seguirla fino in fondo, coerentemente».
«In questo caso, è il centro che deve decidere tutto e a tutto sovrintendere. Anche con soluzioni istituzionali drastiche: fine di ogni autonomia regionale (Sanità in testa) e locale, azzeramento delle classi dirigenti colpevoli di sprechi, eccetera. Il problema è impedire che gli interventi modernizzatori del centro vengano distorti e le risorse centrali "catturate" da classi dirigenti locali interessate a sfamare clientele. Come accadde alla vecchia Cassa del Mezzogiorno e come accadrà di nuovo se si mescoleranno ancora centralismo e autonomia, paternalismo e liberalismo».

Thursday, August 06, 2009

Il "sussidio occulto"

A proposito di salari differenziati, oggi Alberto Alesina, sul Sole 24 Ore, mette il dito nella piaga, sollevando la questione del pubblico impiego. L'idea di legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra Sud e Nord, avanzata da alcuni membri del governo, è «ottima e allo stesso tempo risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Una insegnante a Milano e a Caserta, osserva Alesina, è pagata allo stesso modo. «Come si può pensare che sia giusto così?». E a questo «si aggiunge il fatto che il pubblico impiego al Sud, in proporzione alla popolazione o a qualsiasi altro indicatore (necessità geografiche, reddito medio) è molto più alto che al Nord. Quindi nel Mezzogiorno i dipendenti pubblici sono molti e pagati meglio in termini reali, visto che i salari nominali sono uguali a quelli del Nord».

Secondo Alesina, che cita una sua simulazione di qualche anno fa, «la spesa per i salari pubblici al Sud era del 30-50 per cento più alta di quella ipotetica calcolata con criteri di uguaglianza nei confronti del Nord, sia in termini di tasso occupazionale sia di livello di salari reali. Insomma, fino a metà della spesa per il pubblico impiego al Sud la si poteva considerare un sussidio occulto». «Si può sicuramente discutere - concede Alesina - se sia giusto che il Nord, più ricco, regali risorse al Sud. Ma il punto è quale sia il modo migliore di farlo, per evitare incentivi perversi che finiscano per ostacolare lo sviluppo dei Mezzogiorno stesso».

E «garantire un pubblico impiego remunerato (in termini reali) più al Sud che al Nord è un metodo sbagliato». E' ovvio infatti che rispetto a un lavoro nel settore privato, un residente nel Sud preferisca l'impiego pubblico, fra l'altro a vita e senza alcun rischio. «Ecco allora un minore interesse per il lavoro nel settore privato, difficoltà per gli imprenditori a trovare forza lavoro per la concorrenza del posto statale, e forte domanda di occupazione pubblica che si traduce poi in pressioni politiche in quel senso. E il circolo vizioso continua».

Le reazioni dei sindacati e del Pd avranno un sicuro effetto politico: «Un'alzata di scudi non farà che peggiorare ancora il loro risultato elettorale al Nord con probabili ulteriori perdite di voti verso la Lega». Per quanto riguarda il governo, «il cosiddetto partito del Sud sicuramente insorgerà, ma è auspicabile che forte della sua maggioranza prenda in considerazione la proposta».

Wednesday, August 05, 2009

Salari differenziati, a prezzi di mercato

Su il Velino

Fanno discutere i dati di un "occasional paper" della Banca d'Italia secondo cui il costo della vita al Sud è del 16,5 per cento inferiore rispetto al Nord. Subito il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha rilanciato la proposta della Lega di «buste paga parametrate sul reale costo della vita nelle diverse aree del Paese». Il ministro in effetti non ha usato l'infelice espressione «gabbie salariali», una semplificazione giornalistica che fa riferimento a un sistema di oltre sessant'anni fa, abolito negli anni '68-'69, quando le retribuzioni venivano determinate a livello centrale secondo 14 parametri zonali, chiamati "gabbie". Oggi a SkyTg24 Calderoli ha infatti precisato che «nessuno vuole riportare le gabbie salariali. E' chiaro che è un discorso di contrattazione».

La sensazione quindi è che il dibattito sia entrato in un vicolo cieco di nominalismi che non hanno più attinenza con la realtà di oggi. Se si sgombra il campo dall'equivoco di stipendi differenziati per legge, o per effetto di una contrattazione centralizzata, anche i settori più aperti e riformisti del mondo sindacale e del Pd ritengono opportuno che al Sud le retribuzioni minime possano essere inferiori rispetto al Nord. Ma ciò dev'essere il risultato di una contrattazione d'area e aziendale, basata sulla produttività e sulle condizioni del mercato.

La prima proposta concreta in questi termini, tra l'altro, è arrivata solo pochi giorni fa dal segretario confederale della Uil Guglielmo Loy, che sul Sole 24 Ore ipotizzava un «contratto straordinario di accesso»: nelle otto regioni meridionali, in cambio di assunzioni a tempo indeterminato, il sindacato si impegnerebbe ad accettare retribuzioni inferiori ai minimi, derogando temporaneamente - per un periodo di 5 anni - ai contratti nazionali di categoria. Minore costo del lavoro, per creare più occupazione. Una proposta oggi finalmente realizzabile grazie alla maggiore flessibilità introdotta nella contrattazione con l'intesa sulla riforma del modello contrattuale promossa dal governo e siglata dalle parti sociali (tranne la Cgil).

Dato il più basso costo della vita, il nostro Mezzogiorno potrebbe sfruttare il basso costo del lavoro per attrarre gli imprenditori del Nord, che spesso oggi preferiscono trasferire le loro produzioni in Romania e in altri paesi dell'est europeo, scavalcando il Sud d'Italia. E d'altra parte già oggi al Sud in molti accettano di lavorare per molto meno dei minimi nazionali, solo che "in nero".
CONTINUA

Tuesday, July 28, 2009

Il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare

Al di là degli stucchevoli personalismi e delle pretese dei singoli che cercano di far carriera cavalcando facili slogan per il Mezzogiorno, l'unico modo giusto di inquadrare il solito piagnisteo meridionale sugli aiuti pubblici è quello di Alberto Bisin, oggi su La Stampa, dall'emblematico titolo: "E il Nord continua a pagare". E infatti tutti i dati, come aveva già ricordato ieri Nicola Porro su il Giornale, indicano che il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare.

Il reddito pro capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è da 60 anni circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia, osserva Bisin. Dai dati del Ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che «l'eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi».

E accanto a questi trasferimenti "ufficiali", c'è un trasferimento "sommerso", occulto. Nelle regioni meridionali l'evasione fiscale risulta maggiore che in quelle del Nord (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): la Calabria, secondo queste stime, avrebbe un rapporto evaso/dichiarato del 93,89 per cento, la Sicilia del 65,89 per cento, la Puglia del 60,65 per cento, la Campania del 60,55 per cento, la Sardegna 54,71 per cento e il Molise del 54,61 per cento. Mentre le regioni più virtuose sono risultate la Lombardia, con un rapporto evaso/dichiarato del 13,04 per cento, l'Emilia Romagna con il 22,05 per cento, il Veneto con il 22,26 per cento e il Lazio con il 26,05 per cento.

Insomma, il flusso dal Nord al Sud, dalle regioni ricche a quelle povere, non si è mai interrotto. Giusto che sia così, ma se nel corso dei decenni nulla cambia vuol dire che qualcos'altro non va. Il problema, conclude correttamente Bisin, è che «la spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d'Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l'intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato».

«Proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo - nota l'economista - i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove». E la situazione è del tutto simile nell'istruzione, come dimostrano la classifica degli atenei stilata dal ministro Gelmini e i test Pisa (Ocse, 2006). Più spesa, meno qualità. Non è una questione di reddito né di soldi pubblici. «La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente».
«Tali squilibri - conclude Bisin - sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi. Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. Data la situazione in cui versa l'amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud».
Questa volta stiamo con il ministro Tremonti: si tenga stretti i soldi e li conceda solo per progetti concreti e verificabili, non per gonfiare la spesa corrente.

Thursday, May 29, 2008

Magistratura, sfiducia massima. E il Sud senza più alibi

Tertium non datur: o hanno ragione i magistrati, e allora verrà fuori che per risolvere l'emergenza rifiuti lo Stato da anni si era affidato a una banda di criminali; oppure, se l'inchiesta, come tante in passato, si sgonfierà con il tempo (basti ricordare il non lontano, né temporalmente né geograficamente, "caso Mastella"), o se solo non si rivelerà così esteso (25 arresti) il coinvolgimento negli illeciti, la magistratura avrà agito con una imprudenza irresponsabile e inaccettabile, che potrebbe causare persino dei morti.

Diciamo subito e chiaramente che i precedenti giocano tutti contro la credibilità della magistratura napoletana, una procura che andrebbe cancellata per decreto, e i membri sostituiti con magistrati di Bolzano (se non di Berlino).

"Monnezzopoli" è vecchia di quindici anni e la procura napoletana solo oggi, quando forse la politica ha deciso di compiere uno sforzo decisivo per risolvere l'emergenza, esegue i primi arresti, richiesti dai pm nientemeno che alla fine di gennaio. «Se è passato tanto tempo — commenta qualcuno — forse non era così urgente procedere e rischiare di sfasciare tutto». Insomma, il solito sospetto di una tempistica perfetta, l'attesa del momento mediaticamente più propizio per delegittimare chi in questo momento sta conducendo la battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli.

Chi ne risponderà? «Se i rifiuti tornano, magari ad agosto, la gente ci aspetterà qui sotto con i forconi», dice al Corriere un «giovane procuratore». Ricordiamo: è la procura che torturò Enzo Tortora, della faida contro il procuratore capo Cordova. Ed è la magistratura capace del tragico errore di Gravina; delle inchieste funamboliche e inconcludenti di Garlasco e Perugia.

«Con il "decreto rifiuti" è stato fatto uno strappo violento all'ordinamento giudiziario, alla nostra autonomia»; «il caso napoletano è un pretesto per rivedere l'ordinamento giudiziario». Le dichiarazioni che Imarisio ha riportato dal palazzo di giustizia di Napoli inducono a sospettare che questa ondata di arresti improvvisi nasconda un forte movente politico. Poi c'è quella «assemblea di lunedì nella sala riunioni all'ottavo piano del Palazzo di giustizia», che «ha unito diverse correnti nelle critiche al decreto e al procuratore capo». La sensazione è quella di una casta che, invece di lavorare, fa politica per difendere se stessa.

Oggi Napoli è messa sotto tutela, è commissariata dal governo nazionale. E lo è, forse, persino troppo poco. Giuseppe D'Avanzo, su la Repubblica, ritrae un quadro perfetto di cosa non ha funzionato a Napoli in questi anni...
«E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario».
... e del dilemma politico-giuridico della situazione oggi.
«L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza... Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea».
Ma anche Ernesto Galli Della Loggia, dalle pagine del Corriere, offre un'interessante riflessione, spiegando come il Sud abbia perso una grande occasione negli anni, ormai passati, in cui la questione meridionale aveva una centralità politica. Ma politici, intellettuali, semplici cittadini del Mezzogiorno hanno commesso - e molti commettono ancora oggi - l'errore capitale di confondere la statualità con lo statalismo, pretendendo come presenza dello Stato non il controllo del territorio e il rispetto della legalità, ma l'erogazione di fondi e assistenzialismo.
«Un regime democratico è portato sempre a credere che a risolvere ogni problema basti un'iniezione di denari; e ancora di più lo credono naturalmente i politici i quali quei soldi sono incaricati poi di spendere. Ma se il Mezzogiorno dimostra qualcosa è che i soldi, nel suo caso, non sono (non erano) affatto tutto: che contano forse anche di più la correttezza e la capacità amministrativa, la cultura civica, il senso della legalità e dello Stato, lo spirito d'iniziativa. Di tutto questo si convinse alla fine degli anni '80-inizio '90 l'opinione pubblica italiana. E decise perciò di smettere di rovesciare sul Sud il fiume di soldi che vi aveva rovesciato fino allora: in qualche modo di chiederne conto, anzi».
Per decenni, conclude Galli Della Loggia, le classi dirigenti del Sud «hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l'essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale», ma hanno dilapidato questa centralità. La via che andava intrapresa era quella della «richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società. Ma era difficile trovare qualcuno con il coraggio per una simile scommessa; e infatti non si è trovato».