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Thursday, May 29, 2008

Magistratura, sfiducia massima. E il Sud senza più alibi

Tertium non datur: o hanno ragione i magistrati, e allora verrà fuori che per risolvere l'emergenza rifiuti lo Stato da anni si era affidato a una banda di criminali; oppure, se l'inchiesta, come tante in passato, si sgonfierà con il tempo (basti ricordare il non lontano, né temporalmente né geograficamente, "caso Mastella"), o se solo non si rivelerà così esteso (25 arresti) il coinvolgimento negli illeciti, la magistratura avrà agito con una imprudenza irresponsabile e inaccettabile, che potrebbe causare persino dei morti.

Diciamo subito e chiaramente che i precedenti giocano tutti contro la credibilità della magistratura napoletana, una procura che andrebbe cancellata per decreto, e i membri sostituiti con magistrati di Bolzano (se non di Berlino).

"Monnezzopoli" è vecchia di quindici anni e la procura napoletana solo oggi, quando forse la politica ha deciso di compiere uno sforzo decisivo per risolvere l'emergenza, esegue i primi arresti, richiesti dai pm nientemeno che alla fine di gennaio. «Se è passato tanto tempo — commenta qualcuno — forse non era così urgente procedere e rischiare di sfasciare tutto». Insomma, il solito sospetto di una tempistica perfetta, l'attesa del momento mediaticamente più propizio per delegittimare chi in questo momento sta conducendo la battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli.

Chi ne risponderà? «Se i rifiuti tornano, magari ad agosto, la gente ci aspetterà qui sotto con i forconi», dice al Corriere un «giovane procuratore». Ricordiamo: è la procura che torturò Enzo Tortora, della faida contro il procuratore capo Cordova. Ed è la magistratura capace del tragico errore di Gravina; delle inchieste funamboliche e inconcludenti di Garlasco e Perugia.

«Con il "decreto rifiuti" è stato fatto uno strappo violento all'ordinamento giudiziario, alla nostra autonomia»; «il caso napoletano è un pretesto per rivedere l'ordinamento giudiziario». Le dichiarazioni che Imarisio ha riportato dal palazzo di giustizia di Napoli inducono a sospettare che questa ondata di arresti improvvisi nasconda un forte movente politico. Poi c'è quella «assemblea di lunedì nella sala riunioni all'ottavo piano del Palazzo di giustizia», che «ha unito diverse correnti nelle critiche al decreto e al procuratore capo». La sensazione è quella di una casta che, invece di lavorare, fa politica per difendere se stessa.

Oggi Napoli è messa sotto tutela, è commissariata dal governo nazionale. E lo è, forse, persino troppo poco. Giuseppe D'Avanzo, su la Repubblica, ritrae un quadro perfetto di cosa non ha funzionato a Napoli in questi anni...
«E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario».
... e del dilemma politico-giuridico della situazione oggi.
«L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza... Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea».
Ma anche Ernesto Galli Della Loggia, dalle pagine del Corriere, offre un'interessante riflessione, spiegando come il Sud abbia perso una grande occasione negli anni, ormai passati, in cui la questione meridionale aveva una centralità politica. Ma politici, intellettuali, semplici cittadini del Mezzogiorno hanno commesso - e molti commettono ancora oggi - l'errore capitale di confondere la statualità con lo statalismo, pretendendo come presenza dello Stato non il controllo del territorio e il rispetto della legalità, ma l'erogazione di fondi e assistenzialismo.
«Un regime democratico è portato sempre a credere che a risolvere ogni problema basti un'iniezione di denari; e ancora di più lo credono naturalmente i politici i quali quei soldi sono incaricati poi di spendere. Ma se il Mezzogiorno dimostra qualcosa è che i soldi, nel suo caso, non sono (non erano) affatto tutto: che contano forse anche di più la correttezza e la capacità amministrativa, la cultura civica, il senso della legalità e dello Stato, lo spirito d'iniziativa. Di tutto questo si convinse alla fine degli anni '80-inizio '90 l'opinione pubblica italiana. E decise perciò di smettere di rovesciare sul Sud il fiume di soldi che vi aveva rovesciato fino allora: in qualche modo di chiederne conto, anzi».
Per decenni, conclude Galli Della Loggia, le classi dirigenti del Sud «hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l'essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale», ma hanno dilapidato questa centralità. La via che andava intrapresa era quella della «richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società. Ma era difficile trovare qualcuno con il coraggio per una simile scommessa; e infatti non si è trovato».

Thursday, January 17, 2008

La mala-politica e la mala-giustizia

C'è da rimanere sconcertati dalle immagini della conferenza stampa del procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere. Moderando i termini e ricorrendo agli eufemismi, un personaggio che non è apparso esattamente la quintessenza dell'equilibrio, della serenità e della competenza. E c'è da rimanere sbigottiti dagli atti dei verbali della procura riportati questa mattina dai giornali (qui la Repubblica).

Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.

Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.

Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?

E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.

Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.

Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.

Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.

In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.

Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.

«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.

«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.

Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.