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Wednesday, June 19, 2013

Sforare il tetto, ma per tagliare tasse e spesa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma di che stiamo parlando? Al di là del merito della questione - si può essere a favore o contro lo sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil imposto dall'Ue - è esattamente questa la richiesta italiana a Bruxelles. Non è una provocazione di Berlusconi: il partito dello sforamento del 3% è non solo bipartisan, ma trasversale nella società italiana. Come lo è, purtroppo, il partito della spesa.

Quando si chiede all'Europa la "golden rule", cioè lo scorporo dal calcolo del deficit dei cosidddetti «investimenti pubblici produttivi» - ed è una richiesta che sembra mettere d'accordo proprio tutti: partiti, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, economisti da salotto tv, i giornaloni voce dell'establishment così come i fogli d'opinione di centrodestra e di sinistra - non si sta forse chiedendo il permesso di sforare il 3%?

Il ministro per gli affari europei Moavero ha spiegato alcuni giorni fa alle commissioni parlamentari competenti cosa si impegnerà ad ottenere il governo Letta dalla Commissione Ue e dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno: non solo di poter utilizzare il margine che si aprirà nel 2014 tra il rapporto deficit/Pil previsto (2,4%) e il tetto del 3% (quindi uno 0,5%), ma anche di dedurre dal deficit i 12 miliardi di cofinanziamenti nazionali ai 31 circa dei fondi strutturali europei ancora da spendere entro il 2015. Di sforare il tetto del 3%, insomma, come ha suggerito Berlusconi. Anzi, se Letta è sveglio i toni dell'ex premier potrebbero fargli gioco con i partner europei: "Vedete? Se non mi venite incontro, il malcontento nei confronti dell'Europa potrebbe crescere e l'alternativa al mio governo sarebbe meno affidabile".

Tanto più che il suggerimento dell'ex premier sembra riprendere quello che non più di un mese fa, il 17 maggio scorso, compariva sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma Alesina-Giavazzi: «Quel 3% non sia un tabù». Per i due economisti non vale la pena impiccarsi alla soglia del 3%, perché dal momento che quest'anno saremo sotto d'un soffio, non ci saranno comunque margini per ridurre le imposte. La chiusura della procedura di infrazione da parte della Commissione Ue avrà un effetto quasi solo simbolico: «A parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla. Non si riduce la disoccupazione con l'orgoglio».

Quindi suggeriscono al ministro Saccomanni di «puntare alto, non perdersi con i decimali». In pratica, di dire a Bruxelles: noi sforiamo, ma per attuare un piano, da voi verificabile, di tagli alle tasse (50 miliardi: sufficienti per abolire l'Imu sulla prima casa, evitare l'aumento Iva e a cancellare l'Irap) e alla spesa (un punto di Pil all'anno per tre anni). Certo, la Commissione non chiuderebbe la procedura di sorveglianza, dovrebbe approvare il piano e verificarne l'effettiva attuazione, ma sarebbe il "nostro" piano e, soprattutto, ben più di una speranza di tornare a crescere. «Di questo Saccomanni dovrebbe discutere a Bruxelles, non della seconda cifra decimale del rapporto deficit/Pil».

Dunque, sforare il tetto del 3% non è di per sé un peccato mortale né un'eresia. Dipende: per fare cosa? Per una pioggerellina di investimenti pubblici che gli euro-burocrati e i politici italiani ritengono «produttivi» e che hanno già dimostrato in passato di non funzionare, come grandi opere difficili da avviare o una miriade di contributi e bandi per progetti inutili? E' proprio questo, purtroppo, che il governo Letta si prepara a chiedere e l'Europa, forse, a concedere. No, grazie, abbiamo dato. Sforare, invece, ha senso solo per tagliare le tasse a cittadini e imprese.

Friday, May 17, 2013

Governo, andamento troppo lento

Anche su Notapolitica

Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.

L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.

L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
«Proporre all'Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l'Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell'ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell'economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all'anno per tre anni».
E' la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall'Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo. Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore.

L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.

Tuesday, January 22, 2013

Mario vs Mario, è Draghi a smentire Monti

Falso che il premier non avesse altra scelta che aumentare le tasse

Anche su Notapolitica e L'Opinione

«Ridurre le esigenze di finanziamento dell'Italia era un imperativo, ma poteva esser fatto solo alzando le tasse». E' sull'idea che non avesse altra scelta che aumentare le tasse per affrontare l'emergenza finanziaria del novembre scorso che il premier Mario Monti fonda la sua difesa dalle critiche dell'editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau. Una linea difensiva però molto debole, perché già smentita non oggi, non ieri, ma quasi un anno fa, il 23 febbraio scorso, e non da un oppositore politico, né dai colleghi professori-editorialisti che tanto lo irritano, ma da un altro Mario, il presidente della Bce Draghi. Il quale, in una lunga intervista al Wall Street Journal ammetteva che «non c'è alternativa al consolidamento fiscale», cioè alle politiche di austerità, aggiungendo però che c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità «buona» e una «cattiva». E quale delle due ha perseguito Monti? Indovinato. «Un buon consolidamento è quello in cui le tasse sono più basse», spiegava Draghi, mentre «il cattivo consolidamento è in effetti più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non è una buona via, perché deprime il potenziale di crescita». In numerose altre occasioni Draghi ha ripetuto che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse», ma su tagli alla spesa corrente.

Ecco confutata, dunque, in questo dialogo indiretto ma per nulla immaginario, la tesi del premier secondo cui non avrebbe avuto scelta, solo aumentando le tasse poteva salvare l'Italia. Un enorme equivoco falsa il dibattito pubblico sull'austerità. Senza rigore nei conti pubblici non solo non può esserci crescita, ma si rischia il default, e una crisi europea (e mondiale) catastrofica. Non emerge, però, che la disputa non è solo tra pro e contro l'austerità, ma anche tra due diverse politiche di austerità: aumentare le tasse o tagliare le spese. E «l'evidenza empirica - sostengono Alesina e Giavazzi - dimostra che tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori rispetto ad aumenti di imposte. Se il governo Monti avesse perseguito l'austerità in questo modo, cioè tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave». Dunque, il premier aveva due strade tra cui optare, nell'ambito dell'austerità, ma ha scelto quella sbagliata.

«L'aggiustamento è stato progressivamente ribilanciato» sui tagli alla spesa, obietta ancora Monti. Ma anche questo non corrisponde al vero, perché nemmeno un centesimo dei timidi tagli previsti (non ancora prodotti) dalla spending review è stato destinato ad alleggerire la pressione fiscale, dunque non si può parlare di «ribilanciamento».

Nella sua intervista Draghi non negava che nel breve termine l'austerità comportasse effetti recessivi, ma avvertiva che se accompagnata da riforme strutturali, nel mercato dei servizi e del lavoro, avrebbe portato ad una crescita sostenibile nel medio-lungo termine. Ebbene, le riforme partorite dal governo Monti si sono rivelate un bluff: timide, ai limiti del patetico, le liberalizzazioni; controproducente la riforma del mercato del lavoro, che ha reintrodotto rigidità in entrata senza superare le incertezze giuridiche legate all'articolo 18.

Monti si giustifica chiamando in causa la «mancanza di una vera maggioranza in Parlamento». Un argomento che sfiora il ridicolo, avendo goduto di una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana: oltre l'80% delle forze parlamentari. E se è vero che partiti e lobby hanno opposto resistenza alle riforme, è anche vero che per almeno i primi sei mesi non avrebbero potuto mai e poi mai assumersi la responsabilità di mandare a casa Monti. Ciò significa che il premier aveva la forza politica e l'autorevolezza per imporre praticamente qualsiasi scelta di politica economica.

Nell'editoriale "riparatore" il Financial Times mostra di puntare, nonostante tutto, sulla coppia Bersani-Monti, ai quali però non risparmia una pesante critica di fondo: «Nessuno dei due ha ancora esposto una convincente visione economica del paese». A Berlusconi riconosce «elementi ragionevoli» nel programma elettorale, ma nessuna credibilità, mentre Bersani e Monti hanno entrambi «credibilità personale», ma il primo «deve dimostrare che non sarà ostaggio dalla sinistra, che si oppone a riformare un mercato del lavoro inefficiente», mentre al secondo fa notare che la nostra produttività è «stagnante» e che tra i paesi eurodeboli - Spagna, Portogallo e Irlanda - l'Italia è l'unico in cui il costo del lavoro non è diminuito.

Monday, December 31, 2012

2013: Bentornati nella Prima Repubblica

«Sconforto e solitudine». Questi i sentimenti espressi da Luca Ricolfi in un commento apparso oggi su La Stampa (on line sul sito della Camera, non del quotidiano). Il suo giudizio sull'offerta politica messa in piedi da Mario Monti lo troverete straordinariamente in sintonia con quello che avete letto nei giorni scorsi su questo blog e su Notapolitica, ed è tutto condensato nel titolo: «Verso la prima Repubblica». Termini ricorrenti in entrambi i testi: «piccola Dc», «compromesso storico».

«Cadute tutte le ipotesi più coraggiose e innovative», osserva Ricolfi, la lista Monti «di liberaldemocratico ha quasi nulla e di vecchia politica ha molto, se non quasi tutto». Per chi avesse coltivato illusioni, «è stato un piccolo shock, una doccia fredda». Ci prepariamo ad assistere, dunque, «all'edizione aggiornata del compromesso storico fra comunisti e democristiani». Probabilmente le elezioni del 24 febbraio ci diranno chi tra Bersani e Monti sarà presidente del Consiglio, ma anche Ricolfi è convinto che (come abbiamo ripetuto più volte nelle ultime settimane su questo blog) non sfuggiremo ad un governo di centro-sinistra, frutto di un'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani (più Vendola, almeno inizialmente). E d'altra parte, a leggere le loro agende, «contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe farci credere, le distanze fra Bersani e Monti sono minime».

Condividiamo quindi l'amara conclusione di Ricolfi:
«Oggi, chi avrebbe voluto cambiare decisamente rotta, lasciandosi alle spalle la vecchia classe politica, imboccando risolutamente la strada delle riforme liberali - meno spesa, meno tasse, meno Stato - è disperatamente solo. E, quel che più dispiace, è solo non perché siamo in pochi, ma perché siamo in tanti ma senza rappresentanza».
Come nella prima Repubblica, gli elettori torneranno a contare poco o nulla, «perché i giochi si faranno dopo, in Parlamento, come ai tempi di Craxi, Forlani e Andreotti». In breve, per chi non crede più in Berlusconi e non intende consegnarsi all'improbabile agenda Grillo, «la scelta è fra Pci e Dc. Anzi non c'è vera scelta, perché Bersani e Monti governeranno insieme».

Come ho già scritto nel post di venerdì scorso, Monti «ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc».

Critiche all'agenda del professore, in particolare sul riferimento ad una nuova tassa patrimoniale, continuano ad arrivare anche dal duo Alesina/Giavazzi:
«La campagna elettorale sembra concentrarsi su quale sia il modo migliore per tassare gli italiani. Invece si dovrebbe discutere di come riformare lo Stato, in modo che esso non pesi per la metà del Pil. (...) l'agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nell'arco della prossima legislatura».

Friday, December 28, 2012

Il più grande bluff dopo la Seconda Repubblica

Anche su Notapolitica

Che Monti - con praticamente tutti i pezzi più importanti del potere vero, in Italia e nel mondo, inginocchiati dinanzi a lui a implorarlo di candidarsi, quindi con carta bianca - abbia partorito questa agenda, così generica, senza un numero, una riforma concreta, porta a concludere che l'immagine del personaggio supera di gran lunga la sua statura reale - umana, intellettuale e politica.

Da uno come lui, con il suo curriculum, che dovrebbe conoscere il bilancio dello Stato come le sue tasche, per averlo "governato" in questi mesi così critici, ci saremmo aspettati proposte concrete, corredate da numeri, ipotesi di fattibilità, effetti. O per lo meno, il coraggio intellettuale di sfidare alcuni tabù, di raccontare agli italiani le scomode verità sul nostro modello sociale ed economico ormai insostenibile.

E invece niente di tutto questo. La cosiddetta "agenda Monti" è vaga, generica, retorica come qualsiasi programma scritto in politichese. Le uniche proposte che emergono con chiarezza sono la patrimoniale e il «reddito minimo di sostentamento». Senza cifre, ovviamente. Si parla di operazioni di «valorizzazione/dismissione» del patrimonio pubblico, ma senza specificare cosa, quanto e come, anzi con il primo termine a sfumare, quasi contraddire il secondo. Si parla di spending review, ma non solo nel senso di «meno spesa», piuttosto di «migliore spesa», che quindi va riqualificata, non necessariamente ridotta per ridurre il peso dello Stato inefficiente. Si parla di ridurre le tasse su lavoro e impresa, ma solo «quando sarà possibile», o quando sarà possibile introdurre una nuova tassa patrimoniale, cioè dopo che saranno stati individuati «meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitale». Tutto questo è la classica retorica delle finte dismissioni, delle finte liberalizzazioni, della spending review sulle briciole.

Poi, i soliti capitoletti di politica industriale che da qualche anno non mancano in nessun programmino: agenda digitale, economia verde, «strategia energetica nazionale», investimenti in ricerca. Nemmeno una bozza di riforma della giustizia, delle istituzioni, della sanità, della scuola e dell'università (al massimo incentivi economici ai docenti meritevoli, ma a quelli incapaci?). Silenzio totale, nessun riferimento ai mercati finanziari e al settore bancario nostrano, «omissione grave - sottolinea Alberto Bisin - non solo perché vizia l'analisi» di fondo, ma perché «essendosi Monti da sempre occupato del settore bancario, sia accademicamente che come consulente, potrebbe segnalare una sorta di sottomissione ideologica e/o psicologica» sul tema.

Alla questione fiscale, il peso delle tasse che gravano su cittadini e imprese, che dovrebbe essere al centro del programma, vengono dedicate appena 13 righe su 25 pagine, mentre una pagina intera solo alle politiche agricole (su cui spicca l'approccio protezionistico del "liberale" Monti).

L'agenda quindi se la merita tutta la stroncatura di Alesina e Giavazzi sul Corriere:
«Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all'interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta».
Il problema non è che di «ridurre lo spazio che occupa lo Stato non si parla abbastanza» nell'agenda Monti, o che «non punti abbastanza al ridimensionamento dell'intervento pubblico»; è che proprio non è individuato come priorità, come questione centrale a cui tutte le politiche dovrebbero essere ispirate. E, d'altra parte, perché aspettarselo, se «finora il governo Monti si è mosso nella direzione opposta»? «Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo - concludono i due economisti - non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente "riqualificare la spesa" con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema». Ancora più lapidario sembra il giudizio di Luigi Zingales, sul Sole:
«Non ci sono né nuove idee, né proposte concrete su come realizzare questi obiettivi... Non sembra un programma di riforme per un rilancio dell'economia, ma un programma per la protezione dei diritti acquisiti e di chi vive di spesa pubblica».
Insomma, siamo nel campo della mera manutenzione. Ragionevole quanto si vuole, ma pur sempre manutenzione. Non c'è traccia di quello shock che servirebbe al paese per ripartire e di cui scriveva lo stesso Monti nella sua vita precedente: da editorialista.

Tra i tanti micro interventi anche condivisibili, non viene messa a fuoco la questione centrale - il ruolo dello Stato, che deve ritrarsi per rilanciare l'economia - e si scorgono invece pericolosi ammiccamenti a sinistra, come la patrimoniale (per «redistribuire», non ridurre il carico fiscale), e promesse da vera e propria agenda dei sogni: «Ridurre a un anno il tempo medio del passaggio da una occupazione all'altra»; «coniugare il massimo di flessibilità delle strutture produttive con il massimo di sicurezza dei lavoratori». Bellissimo, ma come? E poi il colmo: lo stesso Monti che considera la proposta di abolire l'Imu sulla prima casa (4 miliardi) un'illusione tanto pericolosa da minacciare che un solo anno dopo dovrebbe essere reintrodotta in misura doppia, nella sua agenda propone di introdurre un «reddito minimo di sostentamento», senza tuttavia indicare i miliardi che servirebbero e dove prenderli.

Purtroppo di politico l'agenda Monti ha solo il fatto di preparare il terreno, sul piano dei contenuti, per un'apertura a sinistra dopo il voto. Monti avrebbe potuto rappresentare, e federare, un'alternativa di centrodestra liberale, degasperiano alla sinistra, e invece ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc.

Le cose, mi pare, stanno esattamente nei termini esposti oggi da Angelo Panebianco sul Corriere, e su questo blog diverse volte nelle ultime settimane:
«Monti aveva, sulla carta, due possibilità. La prima era quella di proporsi, in polemica con un Berlusconi non più credibile in quel ruolo, come il federatore dei liberali, in alternativa alla sinistra. In nome di un bipolarismo meno "selvaggio", più civile, di quello che abbiamo conosciuto. Oppure poteva fare la scelta che ha effettivamente fatto: chiudere a destra lasciando aperta la porta, anche se a certe condizioni, al dialogo con la sinistra. Solo i fatti diranno se si è trattato di una decisione saggia. Al momento, si può solo constatare che con la sua scelta Monti ha fatto obiettivamente un grosso favore a Berlusconi. Perché gli ha lasciato aperta la strada per una rimonta. Cosa potrebbe infatti fare, a questo punto, quell'elettorato di centrodestra che è deluso, e magari anche delusissimo, di Berlusconi ma che mai, in nessun caso, potrebbe andare a braccetto con la sinistra? Quell'elettorato non ha di fronte a sé molte possibilità: o sceglie l'astensione o torna nell'ovile berlusconiano».
Dunque, rispetto ad un esito quasi scontato, cioè il dialogo o l'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani, si tratta di capire chi dalle urne potrà condurre la trattativa da una posizione di forza: se Bersani, nel caso riuscisse a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, o se Monti, nel caso di pareggio al Senato. In ogni caso, il matrimonio tra centro e sinistra si farà e addio bipolarismo, è l'amara conclusione di Panebianco:
«Se Monti perde (cioè non riesce a essere determinante per la formazione del prossimo governo), vuol dire che rimarremo inchiodati al "bipolarismo selvaggio" conosciuto negli ultimi venti anni. Se Monti vince, ossia se potrà trattare con la sinistra, dopo le elezioni, da una posizione di forza, vorrà dire che avremo superato il bipolarismo, e ridato vita a qualcosa di simile a quei governi di centrosinistra, senza alternanza, che caratterizzarono la Prima Repubblica. Il bipolarismo responsabile lo faranno, se mai ci riusciranno, i nostri discendenti».

Tuesday, October 16, 2012

L'effetto annuncio per mascherare la nuova stangata

Date a Mario quel che è di Mario. Bisogna riconoscere al premier Monti di essere un politico abile, persino un filino spregiudicato, altro che un tecnico. Grazie ad una stampa mainstream più che compiacente, è riuscito ad assicurare alla legge di stabilità uno "spin" più che favorevole, cioè a presentarla sotto una luce positiva, almeno per quanto riguarda la parte fiscale. Le cortine fumogene non durano, prima o poi si diradano, ma dal punto di vista mediatico spesso è il primo impatto a definire il mood complessivo della narrazione. Il governo è stato furbo a incrociare tagli e aumenti di imposte, ma ora che la polvere alzata si sta depositando, cominciano a distinguersi i contorni di una vera e propria beffa. Depurata dai trucchetti contabili, la relazione tecnica conferma il sospetto che tra aumento dell'Iva, riduzione Irpef, taglio delle agevolazioni fiscali e nuove tasse, il saldo netto non sia zero, ma addirittura positivo per il governo e negativo per i contribuenti.

L'effetto delle misure fiscali nel 2013 sarebbe di minori entrate per 9 miliardi a fronte di circa 6 miliardi di prelievo aggiuntivo. Qualcosina si è tagliato, si direbbe. E invece no, perché per darcela a bere il governo ricorre ad un trucco contabile piuttoso maldestro, per usare un eufemismo: siccome l'incremento di 2 punti delle aliquote Iva era già previsto, considera l'aumento di un solo punto una riduzione delle tasse, quindi iscrive a bilancio un -3,3 miliardi (il secondo punto in più di Iva che manca). Ma sottraendo questi 3,3 dai 9 miliardi di presunte minori entrate e sommando i 3,3 miliardi del punto di Iva che scatterà da luglio ai 6 di prelievo aggiuntivo, ecco che il rapporto si inverte: dovremmo avere, quindi, meno tasse per 5,7 miliardi e più tasse per 9,3, con un aggravio di quasi 4 miliardi.

Ricapitolando, a fronte di una riduzione delle aliquote Irpef di circa 6 miliardi (4,15 nel 2013, 6,5 nel 2014 e 5,85 nel 2015) e di una detassazione dei salari di produttività per 1,2 miliardi nel 2013 (ma di soli 400 milioni negli anni successivi), pagheremo 3,3 miliardi in più di Iva (6,6 a regime dal 2014), a cui vanno aggiunti 1,15 miliardi dalle minori detrazioni e deduzioni fiscali, 1,1 miliardi dall'imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (l'anticipo della Tobin Tax), 500 milioni dalla minore deducibilità delle auto aziendali, 400 milioni dalle assicurazioni (indovinate su chi scaricheranno i costi?), 150 milioni dall'aumento dell'Iva (dal 4 all'11%) sui servizi delle cooperative sociali, 175 milioni dal bollo sui certificati penali, 250 milioni dall'Irpef sulle pensioni di invalidità e di guerra, fino ad oggi esenti, e infine 50 milioni dalla stretta sui permessi della legge 104. Totale: meno tasse 5,4 miliardi e più tasse 7 miliardi. Il rapporto si aggrava negli anni successivi, perché se dal taglio delle aliquote Irpef arriveranno 2 miliardi in più, la detassazione sui salari di produttività si ridurrà da 1,2 miliardi a 400 milioni e avremo sulle spalle l'aumento del punto di Iva su 12 mesi e non solo 6, quindi altri 3,3 miliardi. Totale: meno tasse circa 6,6 miliardi e più tasse circa 10 miliardi.

L'aspettativa non era certo una riduzione della pressione fiscale, ma che restasse almeno invariata, cioè che il governo riuscisse a scongiurare l'aumento di 2 punti dell'Iva già previsto a partire dal luglio 2013. Anziché presentarsi dinanzi all'opinione pubblica dovendo semplicemente ammettere che "no, non ci siamo riusciti e di un punto abbiamo dovuto alzarla", una prospettiva piuttosto deprimente rispetto alle attese, il governo ha preferito mischiare le carte in tavola e attribuirsi il merito di avere almeno iniziato ad abbassare le tasse sul reddito personale.

«Un punto di svolta» che ieri, su la Repubblica, il ministro Grilli ha avuto la faccia tosta di tornare a rivendicare. Che il governo abbia voluto «lanciare un forte segnale al Paese» ci sono pochi dubbi, certamente per «cambiare le aspettative», «ridare speranza», direi puntando al consenso; è sulla corrispondenza tra il messaggio, tra le parole e i fatti che i dubbi abbondano: quando Grilli dice che «il rigore sta dando i suoi frutti, e questi frutti possiamo cominciare a restituirli ai cittadini, avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale», dice una cosa che non c'è nella manovra. C'è sì un piccolo taglio dell'Irpef, ma più che compensato da nuovi prelievi. E' vero che ad alcuni cittadini andrà meglio, e ad altri peggio, ma nel complesso il carico fiscale non diminuisce, aumenta. Se c'è «una scossa forte al Paese», è ancora una volta nel senso di più tasse.

Dunque, Monti ha messo in atto esattamente lo stesso trucco comunicativo, l'effetto annuncio, che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, con la differenza che quest'ultimo, avendo la stampa contro, veniva subito smascherato. E così i media anziché annunciare un fallimento ("Monti non riesce a scongiurare l'aumento dell'Iva"), stanno ancora barcamenandosi per capire se con la legge di stabilità il governo ha davvero diminuito le tasse, se sono rimaste invariate o se le ha aumentate di nuovo.

Nel frattempo Alesina e Giavazzi, sul Corriere, ricordano che storicamente, stando alle manovre di correzione attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati, la composizione opposta - tagli di spesa e minori aggravi fiscali - comporta minori effetti recessivi e riduce più rapidamente il debito. Evidenza confermata anche dal caso italiano: «Le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull'economia in misura trascurabile», mentre «quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un "moltiplicatore" pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil di correzione dei conti l'economia si è contratta, nel giro di un paio d'anni, di un punto e mezzo».

Per questo, superata l'emergenza, i due economisti insistono nel proporre una «fase due» di tagli alla spesa in misura sufficiente (sarebbe possibile risparmiare 80 miliardi senza tagliare la spesa sociale, certo non raschiando qualche milione qua e là, ma ripensando il perimetro dello Stato) a ridurre la pressione fiscale di 10 punti, mentre debbono constatare che «a un anno di distanza non si è neppure riusciti ad evitare un aumento dell'Iva che annullerà i benefici del timido taglio delle aliquote Irpef».

Thursday, June 07, 2012

Scoperto il bluff-Italia di Monti

I magistrati della Corte dei Conti avevano appena finito di parlare degli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale con gli aumenti delle tasse, di metterci in guardia dal «pericolo di un avvitamento», cioè del rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», ed ecco materializzarsi i primi segni di avvitamento: obiettivi di gettito mancati, almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancano all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che il governo si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti Iva già previsti per ottobre. Una dura lezione di economia reale con cui i professori dovrebbero fare i conti.

La politica fiscale non funziona come un bancomat. Non basta prelevare più tasse per ottenere più entrate, perché oltre una certa soglia di pressione fiscale complessiva (che in Italia abbiamo da tempo superato) si deprimono i consumi, si riducono le attività economiche, e si finisce per ottenerne di meno. Il ricorso alle maggiori entrate poteva essere giustificabile nel pieno dell'emergenza, lo scorso dicembre, quando il governo appena entrato in carica aveva poche settimane, se non giorni, per salvare il paese dal baratro. Ma ormai sono trascorsi sette mesi e l'approccio non è ancora mutato. Proprio ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha ammonito per l'ennesima volta che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse» ma su tagli alla spesa corrente. Il problema italiano è la sua politica fiscale. Non è l'euro né la Merkel, non sono gli speculatori, né gli evasori, che di volta in volta vengono chiamati in causa dai politici e dai tecnici come alibi.

Che la direzione intrapresa dal governo Monti sia sbagliata, che i suoi sforzi per le riforme abbiano prodotto risultati parziali e insufficienti, e che ormai la sua debolezza politica sia tale da non permettergli di riprendere slancio, è qualcosa di cui stanno assumendo sempre maggiore consapevolezza gli investitori e i media internazionali, che avevano accolto Monti con una entusiastica apertura di credito.
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Wednesday, May 23, 2012

L'assedio keynesiano alla Merkel

Com'era prevedibile, al G8 di Camp David ha ufficialmente avuto inizio l'assedio "keynesiano" alla Merkel, che proseguirà al vertice europeo di oggi e poi di giugno. Obama nel ruolo di regista della manovra avvolgente. La crisi europea infatti rischia di frenare la crescita globale, quindi anche quella americana, il che costituirebbe una minaccia alla sua rielezione. Dunque il presidente Usa è un attore molto interessato e per scongiurare il peggio non può che sposare le posizioni che sente più affini ideologicamente: è stata la spesa in deficit la sua ricetta anti-crisi per l'America. Non sorprende, dunque, che spinga per la stessa ricetta anche per l'Europa. A proposito, sarebbe interessante capire che ruolo gioca l'esplosione del debito pubblico americano, che qualcuno dovrà pur finanziare, nel processo di disinvestimento dai debiti pubblici europei. Nonostante le rassicurazioni alla Merkel, quindi, non è certo la disciplina di bilancio che sta a cuore a Obama.

Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.

Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".

Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».

Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.

Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.

Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.

Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.

Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
«Non si può crescere con livelli di spesa pubblica (e quindi di tassazione) che superano la metà del reddito nazionale. (...) Non possiamo più permetterci di lavorare in pochi per sostenere i tanti che non partecipano alla forza lavoro. Di fronte a questa realtà di portata epocale, l'idea che per far crescere l'Europa servano più infrastrutture fisiche è sinceramente risibile. La scarsità di strade, treni e aeroporti non è il primo problema dell'Europa. I nostri politici parlano di infrastrutture perché è un modo per non parlare dei veri problemi: il peso dello Stato sull'economia, le difficili riforme del mercato del lavoro e dei servizi. E' venuto il momento che i leader europei si chiedano se davvero vogliono salvare l'euro. Se lo vogliono, è giunta l'ora che facciano qualcosa, ma, per favore, non ferrovie e autostrade».

Thursday, May 03, 2012

La giornata: spending review la farsa continua e Monti sempre meno tecnico

Oggi un'altra drammatica puntata della protesta contro il fisco. Un uomo disperato si è asserragliato all'interno di una sede dell'Agenzia delle Entrate con un ostaggio. Vedremo come si comporterà lo Stato, se userà le maniere forti, oppure le mani di piuma come con i professionisti della violenza di piazza e negli stadi.

Ormai una farsa conclamata la spending review. «Un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo», scrivono sul Corriere Alesina e Giavazzi, che quanto meno ci vedono le «buone intenzioni». Beati loro, perché a me sembra di scorgere pura malafede. Dopo il fallimento annunciato del bollito Giarda, il governo tecnico che si affida a un commissario tecnico, autorevole ma totalmente digiuno di bilancio statale. Se le intenzioni fossero davvero serie, Monti avrebbe azzerato i vertici della Ragioneria generale dello Stato e del Tesoro, i veri sacerdoti depositari delle chiavi della spesa. Invece si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto, mentre in un batter d'occhio vengono imposti aggravi fiscali a carico dei cittadini. Nel suo rapporto Giarda scrive che il 90% della spesa non è «rivedibile» nel breve termine. A fronte di una spesa che ormai supera il 50% del Pil, ci vorrebbe far credere che solo sul 10% è possibile limare qualcosa, 4 miliardi circa, nemmeno lo 0,3% del Pil. Ridicolo.
D'altra parte il Def sta lì a dimostrare che secondo il governo nei prossimi anni non solo la spesa non dovrà diminuire, ma aumenterà: più tasse, più spesa, meno investimenti. L'esatto opposto di quanto anche oggi è tornato a indicare Draghi come modello di austerità "virtuosa", ossia meno recessiva: «Meglio tagliare le spese che aumentare le tasse». E in particolare la spesa corrente piuttosto che la spesa per investimenti.
Poi la beffa: l'incarico sui finanziamenti a partiti e sindacati a Giuliano Amato, pensionato d'oro eccellente e uno dei simboli della casta del tassa-e-spreca.
La spiacevole sensazione è che la consulenza richiesta a Giavazzi nasconda l'intenzione di togliere per un po' di tempo la sua firma dai giornali, o quanto meno di depotenziarne le critiche.
Una provocazione chiedere ai cittadini di suggerire loro stessi dove tagliare, a metà strada tra delazione e spot promozionale. Cosa sono stati chiamati a fare i "tecnici"? Non bastano decenni di studi, rapporti, paper, commissioni?
E nel frattempo è grazie ai tanto vituperati partiti (emendamento di un'inedita alleanza Idv, Pdl, Lega) che è stata impedita al governo una porcheria sulle pensioni dei super-manager pubblici.

Sul fronte politico Alfano chiude la polemica con Monti («tutto chiarito», «non abbiamo mai posto una scadenza, arriverà fino alla fine»). Lunedì il premier aveva attaccato il Pdl per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa (l'errore, semmai, fu di non accompagnarla con tagli alla spesa). La sensazione è che non riuscendo a venirne a capo, Monti, sempre più da "politico", cominci a dare la colpa ai governi precedenti. Del tutto inutile, poi, la tensione provocata con il Pdl quando ha dato l'impressione di riferirsi anche ad Alfano, oltre che alla Lega, nell'esprimere il proprio «sdegno» perché «chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare il Paese non può giustificare l'evasione fiscale, né tanto meno invitare a non pagare le tasse o a istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato».

Un vero e proprio scivolone "tecnico", seguito da smentita di rito, dettato evidentemente dal nervosismo: discutibile quanto si vuole, ma il Pdl non propone «compensazioni arbitrarie», bensì una norma di assoluto buon senso. Di civiltà, che sia praticabile o meno. E dovrebbe stupire, semmai, che non sia già così.

Anche se per quanto lo riguarda il governo non è a rischio, il Pdl va avanti con le sue iniziative politiche e sembra non voler concedere nulla su "basta tasse", Imu "una tantum" e compensazione debiti-crediti nei confronti del fisco. Anzi, su quest'ultimo fronte Alfano annuncia una proposta di legge per domani. Un piccolo e insidioso avvertimento inoltre arriva da Berlusconi, il quale in serata assicura che il Pdl continuerà sì a sostenere il governo, ma «fino a quando sarà necessario per concludere le riforme istituzionali» e non potrà continuare a farlo se i provvedimenti che il governo porterà in Parlamento saranno «difformi da quello che noi riteniamo il bene del Paese». «In tal caso - ha aggiunto - ci prenderemo la responsabilità di intervenire criticamente nei confronti di ciascun provvedimento».

Monti probabilmente si aspetta che dopo le amministrative il clima politico si rassereni e i partiti la smettano di pungolarlo. Solo fibrillazioni da campagna elettorale? Può darsi, ma è solo l'inizio, perché già dal giorno dopo il voto locale inizierà la lunga marcia verso le politiche del 2013. Insomma, Monti i suoi margini di manovra interni li ha esauriti (e sprecati). Dopo la disillusione dalla politica, ci aspetta la disillusione dai "tecnici".

Friday, April 06, 2012

Finita la melassa, WSJ molla Monti

Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.

Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».

La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.

Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».
E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».
Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».
Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».
Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».

Monday, April 02, 2012

La giornata: al suo ritorno Monti troverà la riforma "smontata" dai partiti?

I dati sulla disoccupazione, il tracollo da incubo delle vendite Fiat, il caos sull'Imu e la vera e propria disinformatja sulle dichiarazioni dei redditi per alimentare l'invidia sociale dipendenti-imprenditori. Alesina e Giavazzi che mettono in guardia dalla «trappola delle tasse», ricordando che in un Paese come l'Italia, con una pressione fiscale vicina al 50%, «ridurre deficit e debito aumentando le imposte è inutile, o addirittura controproducente», ma Monti difende gli aumenti delle tasse, anche se «rozzi». Meglio questi che la Grecia, come se non ci fosse una terza via virtuosa.

E' proprio vero: recessione e tasse assediano Monti, il quale dall'Asia continua con il suo temerario ottimismo per attrarre investitori. La crisi dell'Eurozona è «superata» e l'Italia ha imboccato un sentiero «più solido». Quali elementi abbia il premier per esserne così sicuro con lo spread a 327 (rendimenti sopra il 5%) e ciò che sta accadendo a Spagna e Portogallo, non lo sappiamo. Ma il contraltare dell'invito agli investitori asiatici a «rilassarsi» è il rischio che la nostra politica s'addormenti sulle riforme.

E infatti. Bersani cerca di disinnescare la mina dell'articolo 18 prima del 6 maggio, cioè prima delle amministrative («io ci credo»), mettendo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo in Parlamento tra le forze di maggioranza. Mentre fa a chi ce l'ha più grande (il partito) con Alfano, arriva a proporre uno scambio al Pdl: sia il giudice a optare per il reintegro o l'indennizzo in tutti i casi di licenziamento individuale, come in Germania, e in cambio via libera ad alcune richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata», penalizzata dallo schema Fornero.

La notizia è che Alfano non dice di no. «Fare insieme la riforma del lavoro è meglio che farla separati», basta che non si tratti solo di non scontentare la Cgil, basta che l'agenda non la detti il sindacato al posto del governo. Apertura nel metodo, insomma, e nessun paletto di merito, almeno per ora. Con Cazzola che giudica «interessanti» le aperture di Bersani.

Anche Casini è d'accordo di risolvere la questione prima di maggio, ma sul reintegro deve decidere il governo. Al rientro di Monti dall'Asia dovrebbe prendere vita - in pochi giorni fa sapere il capo dello Stato - l'articolato del governo e allora capiremo se la riforma è già morta. Monti-Fornero potrebbero essere scavalcati da un accordo parlamentare, e allora potrebbero ben poco, anche alla luce della stretta di Napolitano sulla fiducia, o essere costretti ad un passo indietro constatando la rigidità del Pd («su alcuni punti non possiamo mollare») e la scarsa voglia di Pdl e Terzo polo di alzare le barricate.

Se per Bersani è l'articolo 18 la mina da disinnescare, per Alfano è la legge elettorale. Domani mattina sul tema è convocata la direzione del Pdl, ma le parole del segretario non potrebbero essere più ambigue: da una parte dev'essere «noto in anticipo chi è il candidato premier», dall'altra osserva che «conseguentemente in Palamento si determina una maggioranza a sostegno del candidato».

Tuesday, January 03, 2012

Tirannia fiscale

Stamattina, quando ho letto sul Corriere della Sera il titolo dell'articolo di Dario Di Vico, ho davvero pensato/sperato che avesse usato un'espressione così forte («una vera campagna terroristica») per denunciare i livelli di pressione fiscale cui siamo arrivati e le armi di cui si è dotato il Fisco, che somiglia sempre più ad uno sceriffo di Nottingham e che fa più morti (per ora) degli anarchici. Invece no, si riferiva agli attentati contro Equitalia. Ho postato ugualmente la mia riflessione su Twitter (@jimmomo) e ne è nato un breve scambio di battute con Di Vico, che mi invitava a distinguere tra le bande armate e le policy sbagliate e a rileggere il suo fondo sul suicidio dell'imprenditore Schiavon.

Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.

Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.

Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.

Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.

Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.

Monday, November 14, 2011

Patrimoniale dirimente

Mi pare che come spesso accade Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera, colgano il punto: la vera «equità» si persegue realizzando le riforme per la crescita, mentre l'impressione è che quella di cui parlano Napolitano e Monti sia l'equità dei sacrifici che saranno richiesti ai partiti e alle parti sociali, l'idea cioè di varare misure che accontentino/scontentino un po' tutti. Neanche è nato, e il nuovo governo dei tecnici pensa già alla propria sopravvivenza piuttosto che al vero e proprio shock thatcheriano che serve a questo Paese. L'equità è un nobile intento, ma anche un concetto dietro cui si nasconde la conservazione dello status quo: «La concertazione ha creato l'esatto opposto dell'equità: i veri deboli non siedono a quei tavoli». Dunque, cercare una «certificazione dell'equità delle riforme al tavolo della concertazione» semplicemente significa rinunciare alle vere riforme. E che l'incaricato con riserva Monti si accinga, propedeuticamente alla nascita del suo governo, a consultare non solo le forze politiche in Parlamento ma anche le parti sociali non è certo un inizio molto promettente. Per dirla in breve, se lo schema Monti è: tasse subito, riforme dopo la concertazione con i partiti e le parti sociali, allora no, non ci siamo.

Molto, quasi tutto, del tentativo Monti si capirà quindi dalle prime misure. Dirimente per comprendere quale sia la sua filosofia d'azione sarà la decisione sulla patrimoniale. Ma perché è così dirimente per dare un giudizio quasi definitivo sulla politica dell'eventuale nuovo governo? Perché la patrimoniale sarebbe un segno di continuità con le politiche meramente ragionieristiche del tremontismo. Qui per patrimoniale intendiamo un'imposta una tantum sul patrimonio per ridurre in fretta il debito e per dimostrare che "anche i ricchi piangono" (diffidare dai confindustriali e i banchieri favorevoli alla patrimoniale, ma che hanno già spostato tutto su conti e proprietà all'estero).

Anche se con la probabile recessione del prossimo anno dovesse sfuggire di poco il pareggio di bilancio previsto nel 2013, non servono altre manovre frettolose e sbilanciate sul fronte delle entrate, quindi recessive, che rischierebbero di peggiorare ancor di più le prospettive di crescita accentuando, invece che allentare, le tensioni sui mercati. E così concepita la patrimoniale sarebbe drasticamente recessiva, non solo per la ricchezza sottratta, ma anche per l'ulteriore fuga di grandi risparmi e capitali che incoraggerebbe.

Ciò che è veramente cambiato nelle valutazioni dei mercati è che non si accontentano più di una gestione del debito solo contabile, come negli anni '90, altrimenti si sarebbero accontentati delle due manovre fatte quest'estate. Ciò che maggiormente puniscono è la prospettiva italiana di scarsa, anzi quasi nulla crescita. C'è tutto il tempo, insomma, per studiare l'abbattimento del debito attraverso un piano di dismissioni del ricco - e improduttivo - patrimonio pubblico, soprattutto immobiliare, da cui si potrebbe ricavare qualche centinaio di miliardi. Ciò che serve subito, immediatamente, domani, sono riforme per la crescita: liberalizzazioni e riforma fiscale.

Ecco perché la scelta patrimoniale sì/no è così dirimente. Fare cassa subito e rinviare al momento della concertazione le riforme delle pensioni, del mercato del lavoro e del sistema fiscale, magari solo per dimostrare che "anche i ricchi piangono" sperando di accattivarsi le simpatie della sinistra politica e sindacale, vorrebbe dire da parte del governo dei tecnici perseverare nell'errore. La prospettiva credibile di una crescita economica intorno al 2% basterebbe ad abbassare lo spread, il che avrebbe un effetto positivo sui tassi di interesse e dunque proprio sulla crescita. Si invertirebbe il trend: il circolo da vizioso diventerebbe virtuoso. La «scorciatoia» della patrimoniale, invece, scrivono Alesina e Giavazzi, «ammazzerebbe la crescita facendo probabilmente aumentare il rapporto debito-Pil, dopo una momentanea riduzione».
«È un'esperienza che abbiamo già vissuto dopo il 1992 con il governo Amato: in quegli anni le privatizzazioni ridussero il rapporto debito-Pil di oltre dieci punti, ma poiché non si fece nulla per la crescita, nel decennio successivo quel beneficio ce lo siamo mangiati. Non solo, una patrimoniale sarebbe come dire: "Siamo nel panico, parliamo tanto di crescita, ma la sola cosa che sappiamo fare è confiscare un po' di soldi agli italiani". Molto probabilmente gli spread salirebbero invece che scendere. Quanti condoni e misure una tantum abbiamo varato negli ultimi anni, con un approccio ragionieristico ai conti pubblici? Innumerevoli. Quale è stato il loro effetto sul rapporto debito-Pil? Nessuno».
Del tutto diverso sarebbe un intervento "patrimoniale" all'interno di una rimodulazione del carico fiscale, di carattere ordinario e permanente, a favore di impresa e lavoro. Non sarebbe né scandaloso né depressivo disboscare le selve di detrazioni e sussidi, pensare alla reintroduzione dell'Ici, in realtà già prevista dal governo uscente nella forma dell'Imu (una tassa sulla residenza più che sualla casa), ma a patto di eliminare l'Irap e tagliare le aliquote sui redditi individuali (anche grazie all'abolizione delle pensioni d'anzianità).

Thursday, September 08, 2011

Un Paese in-credibile

Stamattina nella trasmissione di Giannino su Radio24 ci si chiedeva se una "soluzione spagnola", cioè dimissioni del governo ed elezioni anticipate a novembre, non fosse aupicabile anche per l'Italia. In Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a breve hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che stanno concedendo una tregua a Madrid. Oscar Giannino ritiene che una simile soluzione possa produrre gli stessi benefici anche nel nostro Paese. A me pare, invece, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulle manovre, il paragone con la situazione politica spagnola non regga. Si può auspicare o meno che Berlusconi faccia un passo indietro, chiaro, ma difficilmente gli esiti sarebbero gli stessi dei cugini iberici.

In Spagna il sistema politico è molto più lineare e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei popolari di Rajoy. Da noi invece si tratterebbe di sicuro di un governo di coalizione, e l'opposizione è attualmente divisa, sulla leadership ma prima di tutto programmaticamente. E i principali partiti - Pd, Idv e Sel - erano in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

L'amara realtà è che Berlusconi è sì debolissimo oggi, il consenso in calo drammatico, incalzato dalle inchieste giudiziarie e dalle autorità di controllo e di garanzia (Quirinale, Bce, Banca d'Italia), ma anche che fa comodo un po' a tutti che sia lui in questo momento a metterci la faccia. Anche perché è vero, come quasi tutti predicano, che si potrebbero assumere decisioni di governo più lungimiranti e strutturali, ma sarebbero comunque altamente impopolari. Una vera riforma delle pensioni scontenterebbe cinquanta e sessantenni, e se non difesa con gli argomenti giusti anche le fasce d'età più giovani, e vere liberalizzazioni avrebbero contro tutte le corporazioni del Paese. Per non parlare della patrimoniale, che per essere efficace non potrà certo essere riservata ai "ricchissimi".

Non scordiamoci che votare entro la fine dell'anno significherebbe per il Pd dover assumere la guida del nuovo governo e dunque il fardello di altre misure impopolari, forse più di quelle assunte fino ad oggi, quando nel 2013 potrebbe trovarsi a vincere le elezioni a pareggio di bilancio centrato ma coi sacrifici tutti imputabili al centrodestra.

Anche l'ipotesi di un governo tecnico che duri almeno fino alla prossima primavera è difficilmente percorribile, perché escludendo Lega e Idv, che si tirerebbero fuori per lucrare consenso elettorale, dovrebbero essere Pdl e Pd ad accordarsi per garantirgli la maggioranza. Il che per entrambi i partiti significherebbe assumersi la responsabilità di scelte forse più utili al Paese di quelle attuali ma comunque impopolari. Impopolarità che il Pdl sta già pagando sulla sua pelle, quindi non ha nessun interesse nel continuare a pagarla però perdendo Palazzo Chigi; e che il Pd non ha interesse a condividere, rischiando di compromettere il vantaggio acquisito sugli avversari. L'impressione, dunque, è che l'agonia berlusconiana possa durare almeno finché le acque non si saranno calmate, se si calmeranno.

Insomma, la "soluzione spagnola" potrebbe funzionare anche in Italia se il problema di credibilità fosse limitato al governo. Invece soffriamo di un deficit di credibilità che non solo va oltre il governo in carica, travalica persino il mondo politico, riguarda l'intero sistema Paese. Basta guardare i presidenti di regione e i sindaci in rivolta per i tagli; i sindacati in piazza; il primo quotidiano italiano, espressione dell'alta borghesia, che si fa ricattare dalla Camusso; le corporazioni capaci di bloccare qualsiasi virgola; gli stessi cittadini che votano per l'«acqua pubblica», cioè in mano ai partiti.

Ecco, a me pare che un governo di centrodestra che non riesce a fare riforme di centrodestra (meno Stato, quindi meno tasse, e più mercato) sia doppiamente non-credibile, e doppiamente deprimente, agli occhi dei mercati. I quali disperano pure che quelle riforme possa farle un governo di sinistra come quello che si prospetta.

Non bastano più manovre "contabili". Oggi finalmente il Cdm ha varato una riforma strutturale (l'abolizione delle province) e una di principio (il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio). Ora dipenderà dal Parlamento approvarle in tempi rapidi visto che tutti a parole si dichiarano favorevoli. Ma la natura stessa dei provvedimenti inseriti nelle due manovre dimostra che il governo non ha afferrato le tre lezioni fondamentali della crisi, di cui parla oggi Alesina sul Corriere: «Primo: aggiustamenti dal lato della spesa strutturale (cioè non tagli una tantum) sono gli unici che consentono una stabilizzazione e riduzioni durature del rapporto tra debito e Pil. Aumenti di imposte, invece, non fanno che rincorrere la spesa con i suoi incrementi automatici. Secondo: gli effetti recessivi di tagli alla spesa sono inferiori a quelli di aumenti di imposte. Terzo: le conseguenze negative sull'economia di riduzioni di spesa si possono contenere o persino evitare quasi del tutto con politiche strutturali di stimolo», come le liberalizzazioni.

Come filosofia di fondo le due manovre approvate vanno nella direzione esattamente opposta: più aumenti di entrate che tagli; nessuna vera riforma strutturale su voci di spesa come pensioni e sanità; privatizzazioni non pervenute; quasi impercettibili le riforme a costo zero per la crescita. E il guaio è che anche la stragrande maggioranza dell'opposizione - politica e sociale - alle manovre del governo è di segno opposto a quelle tre lezioni: no ai tagli (a rischio i servizi!); no all'articolo 8; sì alla patrimoniale; fare i vaghi sulle liberalizzazioni.

Trovo purtroppo altamente probabile la previsione di Alesina: chiunque sarà al governo (destra, sinistra o "tecnici") il prossimo passo sarà una patrimoniale, ma nel frattempo la spesa «continuerà a viaggiare sempre più verso la metà del Pil», la crescita si avvicinerà allo zero piuttosto che all'1%, e fra 4 o 5 anni, se va bene, «saremo da capo»: debito ben oltre il 100% del Pil, quindi un altro «contributo di solidarietà», un rinnovato impegno di «lotta all'evasione», un aumento di Iva o magari, perché no, una seconda patrimoniale. «E il ciclo ricomincia».

Friday, July 15, 2011

I "mostri" della crisi non basta vederli...

... bisogna anche saperli abbattere

Tremonti rischia di passare alla storia come il ministro che aveva capito tutto in anticipo ma che ciò nonostante non ha saputo evitare il peggio. Aveva previsto la crisi della finanza e poi il trasferimento di quella crisi sui debiti nazionali, coniando l'efficace metafora della crisi come un videogioco dai "mostri" multiformi. I "mostri" li ha visti in tempo, ma non ha saputo abbatterli. Tremonti per primo ci ha spiegato, e ancora ama ripetere nelle sue lezioncine, che la crisi imponeva un cambiamento di paradigma, eppure lui stesso non ha saputo trarne le dovute conseguenze, sul piano nazionale e per le funzioni che è chiamato a svolgere. Mentre tutto questo accadeva, infatti, Tremonti, insieme al suo compare Sacconi, ci ripeteva che non si potevano fare le riforme durante la crisi.

Quindi avanti così, limitandoci a stringere (giustamente) i cordoni della borsa - ché tanto gli stimoli fiscali, come dimostrano i miliardi di dollari spesi dai contribuenti americani per volere di Obama, sono perfettamente inutili - e con piccoli grandi aggiustamenti contabili, che ci hanno permesso di non sprofondare come la Grecia. Ma adesso sta arrivando il conto di quell'immobilismo e potrebbe essere salatissimo. Il paradigma, nel frattempo, è cambiato davvero, non solo a parole. C'è molta liquidità nei mercati, ma gli investitori sono molto più diffidenti. Che uno Stato indebitato, anche se europeo, possa fallire non è più un'ipotesi così inimmaginabile e allora ecco che ottenere credito costa di più. Soprattutto se non cresci a ritmi tali da poterti permettere di pagare certi interessi. Allora sono guai.

L'Italia entrava nella crisi esattamente in questa situazione: con un debito alto e una crescita anemica. Allora bastava semplicemente restare al di sotto del rapporto deficit/Pil fissato da Maastricht al 3% (ricordate? Sembra passata una vita); ora, ci viene imposto il pareggio di bilancio e un rapporto debito/Pil del 60%. I parametri sono cambiati, quindi se qualcuno pensava che potessimo uscire dalla crisi esattamente come c'eravamo entrati - cioè con debito alto e crescita anemica - be', si sbagliava di grosso. Il fatto che nella nostra debolezza siamo "stabili", che siamo diventati esperti nel gestirla, e quindi per i nostri parametri i "conti sono in ordine", non basta più. E ha ragione Tremonti quando dice che il bilancio si fa per legge, ma la crescita non è nella disponibilità di un governo. Ma proprio per questo riforme strutturali dovevano essere avviate per tempo, mentre adesso rischiamo l'ennesima spremuta di tasse e una nuova svendita di aziende di Stato (con la differenza che stavolta ci sono rimaste solo le migliori).

Non che vada preso per oro colato ciò che scrivono, ma Alesina e Giavazzi, sul Corriere di oggi, spiegano - come anch'io suggerivo nel mio post di ieri - che l'ingresso dell'Italia nel gruppo dei Paesi a rischio, ormai quasi come la Spagna, è principalmente dovuto alla delusione dei mercati per una manovra «troppo sbilanciata sul lato delle entrate e poco sul taglio delle spese», fatta delle solite misure contabili e non di riforme strutturali. Perché altrimenti, non essendo sopravvenute novità nei fondamentali di finanza pubblica e di crescita, gli spread sui titoli italiani avrebbero preso a salire al ritmo di quelli spagnoli solo immediatamente dopo la pubblicazione del decreto?

Gli investitori non si fanno impressionare più solo da cifre roboanti. Valutano la qualità e la credibilità di una manovra. Non si preoccupano più solo del rigore, ma di capire se è in grado di favorire una crescita sostenuta nel lungo periodo. Se, per esempio, ci sono troppe tasse, vuol dire che i soldi in più raccolti oggi verranno presto bruciati e l'attitudine dei politici alla spesa non cambierà di molto. Così come rinviare al 31 dicembre del 2013 non già le privatizzazioni, ma una norma che dovrebbe solo semplificare le procedure di vendita, o addirittura al 2032 l'innalzamento delle pensioni delle donne nel privato, dev'essere apparso una presa in giro, quasi più opportuno non inserirle affatto.

Non che la colpa sia solo di Tremonti. Berlusconi e i partiti di maggioranza conoscevano bene le sue idee quando gli hanno affidato il Tesoro, e non sono stati in grado di sbloccare questo stato di inerzia che tutto sommato faceva comodo anche a loro, perché rinviava negli anni il momento di scelte delicate e politicamente costose. Si è trattato di un deficit di leadership e di convinzioni. E Berlusconi, per motivi anagrafici ma soprattutto per gli attacchi mediatico-giudiziari cui è costretto a far fronte, non pare in grado di rimettersi al timone, di ripuntare l'azione politica del suo governo verso la destinazione promessa agli elettori del centrodestra. Anzi, appare sempre più esautorato, tanto che l'impressione è quella di trovarci già oggi, de facto, sotto un "governo del presidente", cioè del presidente della Repubblica.

L'esperienza di altre crisi finanziarie, avvertono Alesina e Giavazzi, insegna che «la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi», perché «i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate». Abbiamo quindi ancora qualche settimana di tempo per almeno incardinare due-tre riforme strutturali che convincano i mercati che l'Italia sta davvero mutando paradigma sul peso e il perimetro dello Stato.

Friday, January 28, 2011

Scomode verità

Del malessere dei giovani in Italia, un Paese che «non cresce da due decenni e in cui tutto sembra fermo», bisognerebbe parlare senza nascondere verità scomode, come fa oggi Alberto Alesina in prima pagina sul Sole 24 Ore.

Prima verità scomoda:
«Il problema del precariato dei figli è l'altra faccia della medaglia del posto fisso dei padri... Questo reddito da posto fisso prima, e pensione poi, genera l'assicurazione sociale per i figli, nel periodo in cui come precari attendono di entrare nel mondo del lavoro... Le imprese e lo stato possono quindi contare su un esercito di precari in attesa del posto fisso e mantenuti da chi il posto fisso l'ha».
Seconda verità scomoda:
«Non tutti i giovani, e soprattutto quelli dei ceti medio alti, sono un modello di industriosità... L'università la pagano in larga parte i contribuenti, quindi agli utenti costa ben poco. Ritardare la laurea prolunga un periodo di vita assai piacevole, ed è a costo pressoché zero per l'utente».
Terza verità scomoda:
«La meritocrazia non significa solo premiare i migliori. Significa anche punire (in senso economico, ovviamente) i peggiori... significa che un trentenne produttivo debba essere pagato di più di un cinquantenne che non produce nulla, in tutti i campi, dall'università all'impresa al settore pubblico».
Conclusione:
«Se non si esce dalla retorica secondo cui tutti i giovani indistintamente sono vittime, e che posto fisso, università sotto casa gratuita per tutti gli studenti, meritocrazia sì, ma senza che nessuno ci rimetta siano diritti acquisti, allora non si farà molta strada per migliorare la vita dei giovani italiani».

Thursday, October 29, 2009

In quale Italia vogliamo vivere

Due interessanti analisi sul Sole 24 Ore di oggi, purtroppo non on line. Roberto Perotti è scettico sui tagli fiscali, perché non si parla di tagli alla spesa, e in queste condizioni potrebbe aver ragione Tremonti a resistere:
«Che ci piaccia o no, finché non si affronta l'argomento di una spesa pubblica vicina al 50% del Pil, qualsiasi taglio alle tasse che si riuscisse realisticamente ad attuare sarà sempre una goccia nel mare».
E' quanto temeva giorni fa il Wall Street Journal, in un editoriale dedicato al nostro Paese: un taglio fiscale non sufficiente a stimolare una crescita più sostenuta, ma abbastanza grande da mettere a rischio i conti. Alberto Alesina e Pietro Ichino contestano il modello social-conservative tremontiano, che riconoscono essere fondato, coerente e attraente, ma la sua vera forza è che non ci accorgiamo di quanto sia costoso e inefficiente.
«La gente vuole sicurezza e, aggiungiamo noi, vota chi promette sicurezza senza evidenziarne i costi, un particolare che sicuramente non sfugge al ministro Tremonti. Facendo un paragone con gli Stati Uniti, è qualcosa di simile a quella visione della destra repubblicana vicina alla religious right del Sud e della Bible belt del Centro, che si contende la direzione di quel partito con la destra liberista e pro-mercato dei repubblicani del Nord-Est. L'analogo di questi ultimi in Italia, se esiste nel centro-destra, non riesce a farsi valere e preferisce vivere della luce riflessa del ministro dell'Economia.
(...)
Il piccolo mondo antico tremontiano offre certamente anche benefici economici non trascurabili... ma costi molto alti. La coesione familiare riduce la fiducia verso il mondo esterno alla famiglia, diminuendo anche l'attenzione verso il bene pubblico e quindi il "capitale sociale". La mancanza di mobilità geografica e sociale ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese. La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi.
(...)
Non è solo un problema di competitività ed efficienza, è anche un problema di equità. Il posto fisso è tale per una minoranza a esclusione di molti altri, donne, giovani, precari. I pochi che lavorano nel mercato sostengono, con le loro imposte, i tanti che non lavorano. Quindi il posto è sì fisso, ma il salario al netto delle imposte è basso. Non solo, ma, se pochi lavorano, poco si produce e poco rimane da dividere, quindi il reddito pro capite è scarso.
(...)
Questo assetto sociale, che produce tanto attraverso le famiglie ma protegge pochi a scapito di molti e spreca talenti scoraggiando la propensione al rischio e alla competizione, ha quindi dei vantaggi ma costa caro, molto caro. Siamo disposti a pagarne il prezzo? Se la risposta è si, allora smettiamo di lamentarci se il reddito degli italiani scende relativamente a quello di altri paesi e accontentiamoci della tranquillità, un po' mediocre ma rassicurante, del ritorno al passato».

Tuesday, October 20, 2009

Dove vuole arrivare il "compagno" Tremonti?

L'impressione è che stavolta Tremonti abbia davvero esagerato con la sua ultima provocazione anti-mercatista, addirittura la "riabilitazione" del posto fisso. Come mi pare fece con Fini, a questo punto Feltri dovrebbe candidare anche Tremonti alla leadership del centrosinistra. Questa volta però non tutti i ministri sono rimasti in silenzio in nome della compattezza e dell'armonia nell'Esecutivo. E anche nel partito gli scontenti per le uscite schiettamente socialdemocratiche del ministro dell'Economia - pur ammettendo che le sue politiche finora sono rimaste fiscalmente responsabili, il che non era scontato in un Paese come l'Italia, durante una grave recessione - si sentono finalmente autorizzati ad uscire allo scoperto.

Non manca chi ha esteso la critica a Tremonti ben oltre la restaurazione del mito del posto fisso. «Tremonti dà una risposta per l'uscita dalla crisi che io non condivido. Tornare indietro è più facile, ma non risolve i problemi. Bisogna cambiare occhiali per capire come è fatto il nuovo mondo. Non si deve aver paura». Sembra una critica complessiva, per esempio, questa di Brunetta in un'intervista a la Repubblica. Come sapete, è anche la posizione di questo blog: «Abbiamo vissuto la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell'egoismo del lavoro tipico, dell'egoismo degli insiders contro gli outsiders. Tutte le garanzie ai primi, protetti dal sindacato, tutte le flessibilità scaricate orribilmente sui secondi privi di rappresentanza».

Ma la soluzione non può essere quella di far diventare gli outsiders degli insiders, perché il sistema non sarebbe in grado di sopportarne i costi. La proposta di Brunetta è di «spalmare le esigenze di flessibilità su tutte le forze lavoro occupate. So bene quanto sia delicato questo argomento, basti pensare agli scontri, tra riformisti e conservatori, intorno all'articolo 18». Tremonti, invece, «vorrebbe una nuova società dei salariati. Solo che questa non risponde alle esigenze di flessibilità che pone il sistema. La sua è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo».


«Le garanzie non devono derivare da un posto di lavoro, ma dalla propria professionalità, dal proprio essere azionisti dell'attività produttiva. Bisogna provare, anche se mi rendo conto di essere un po' utopista, ad adattare le regole del mercato del lavoro a quelle della Rete, perché è questa la novità di quest'epoca. La novità è Internet, è l'intelligenza che produce senza capitali».
Va bene lavorare «per dare posti di lavoro più duraturi», osserva un altro ministro, Sacconi, a Mattino5, ma «questo non si ottiene con norme vincolanti bensì permettendo ai lavoratori di affermare le proprie competenze». E i finiani mostrano di sentire la concorrenza di Tremonti per il dopo-Berlusconi. «La cultura del posto fisso è uno dei mali del Mezzogiorno che i giovani dovrebbero contrastare per essere liberi dallo statalismo e dalle clientele politiche che nei decenni passati hanno caratterizzato il mercato del lavoro», osserva Italo Bocchino, deputato Pdl vicino al presidente della Camera: «Quello di cui c'è veramente bisogno è una formazione professionale vera, capace di introdurre i giovani nel mercato del lavoro e di garantire quella professionalità utile a competere».

Alberto Alesina, intervistato da Il Foglio, comprende il ragionamento di Tremonti e rispetta le sue categorie di pensiero. Certo, la stabilità sociale, anche durante questa grave recessione, ha contribuito alla tenuta del Paese, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. Far prevalere la stabilità del posto fisso presenta dei costi non irrilevanti, e non solo per le imprese. I costi maggiori, anzi, li sopportano proprio i lavoratori: scarsa produttività, quindi un salario più basso e un reddito pro capite inferiore a quello di altri Paesi:

«Non possiamo avere tutto insieme, la piena occupazione con posto stabile, il salario più alto, la crescita più rapida. Il risultato probabile, al contrario, è che aumenterà la frattura tra chi il posto ce l'ha e se lo tiene stretto e chi non lo avrà mai. Una società in cui chi ha un lavoro garantito (e per lo più sono uomini adulti) dovrà mantenere i figli per un numero elevato di anni. Una società a un tempo statica e divisa».
Salari alti, redditi alti, posto fisso e piena occupazione è «un'equazione che non funziona».

Come osserva Dario Di Vico, sul Corriere, l'uscita di Tremonti «spiazza la sinistra», mira dal punto di vista comunicativo, come già sta accadendo da alcuni mesi, a mettere il Pd in un angolo, facendo rientrare nel Pdl entrambi i poli del dibattito politico-culturale che si svolge sui principali temi, dall'immigrazione al lavoro:

«Inneggiando al posto fisso e sbeffeggiando la mobilità sociale, Tremonti non pare avere intenzione di capovolgere la linea di politica del lavoro del governo Berlusconi. Giacché dovrebbe rivoltare la filosofia della riforma della pubblica amministrazione del collega Renato Brunetta, sconfessare il ministro Gelmini, chiedere la cancellazione della legge Biagi e fare una buona provvista di euro per assumere, come Stato, tutti i precari della scuola, delle Poste, della Rai, dell'Istat, dell'Isfol, della Croce Rossa, dell'Istituto superiore di sanità e via di questo passo».
Una «sortita», quella di Tremonti, che va circoscritta quindi «al mondo dei simboli e delle querelle politico-culturali».

E' vero che dal punto di vista comunicativo può rivelarsi un vantaggio per il Pdl riassumere al proprio interno un ampio spettro di posizioni su vari temi polarizzanti (stato e mercato, laicità, immigrazione-integrazione, rapporto tra istituzioni). In condizioni normali, la confusione che si genera nel profilo politico-programmatico della coalizione avvantaggerebbe l'avversario. E' pur vero che non siamo in condizioni normali, finché l'opposizione rimane nello stato di irrilevanza e di totale mancanza di credibilità nel Paese in cui è, ma non bisogna comunque esagerare, fino a porre in discussione l'identità e le basi politico-culturali su cui una moderna politica economico-sociale di centrodestra dovrebbe fondarsi.

Stando a quanto riporta questa mattina Mario Sechi, su Libero, il Pdl comincia a ribollire di sentimenti anti-tremontiani. «Non siamo al Giulio contro tutti, né al ritorno della notte del 3 luglio 2004, quando il ministro fu costretto dalla tenaglia An-Udc a lasciare l'incarico», scrive Sechi, ma ormai si dubita sempre di più che la politica economica del ministro Tremonti sia in grado di garantire all'Italia un tasso di crescita sostenuto e soddisfare le aspettative delle «categorie di riferimento». Per questo, rivela Sechi, «negli uffici del partito si stanno ultimando le bozze di due documenti riservati, a esclusiva circolazione interna, che fanno un punto-nave politico e cercano di dare una risposta economica alle richieste che vengono dalla Confindustria, dal mondo delle imprese e delle partite Iva, dal Viminale e le forze dell'ordine, dalla stessa Banca d'Italia». Leva fiscale e riforma delle pensioni le due idee «fulcro» dei due documenti, certamente «non tremontiani».

Il ministro è convinto, sia per ragioni di bilancio (assolutamente condivisibili), sia per la sua filosofia politica (meno condivisibile), che nella società di oggi la domanda di stabilità e sicurezza sia prevalente su tutte le altre. Ma Tremonti sbaglia a sottovalutare il tema "tasse", che da almeno due secoli non manca di infiammare i popoli di ogni latitudine.