La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra
Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...
E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.
Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).
RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".
Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.
Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.
CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.
E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.
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Tuesday, February 03, 2015
Wednesday, April 24, 2013
Incarico a Letta, Pd spalle al muro. E il Pdl prova ad alzare la posta
Anche su Notapolitica e L'Opinione
L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».
IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.
Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.
AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.
Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.
RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».
Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).
L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».
IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.
Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.
AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.
Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.
RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».
Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).
Wednesday, April 17, 2013
E' ora che gli italiani scelgano da soli il loro presidente
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Friday, May 04, 2012
Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere
Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.
Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.
D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.
D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Thursday, May 03, 2012
La giornata: spending review la farsa continua e Monti sempre meno tecnico
Oggi un'altra drammatica puntata della protesta contro il fisco. Un uomo disperato si è asserragliato all'interno di una sede dell'Agenzia delle Entrate con un ostaggio. Vedremo come si comporterà lo Stato, se userà le maniere forti, oppure le mani di piuma come con i professionisti della violenza di piazza e negli stadi.
Ormai una farsa conclamata la spending review. «Un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo», scrivono sul Corriere Alesina e Giavazzi, che quanto meno ci vedono le «buone intenzioni». Beati loro, perché a me sembra di scorgere pura malafede. Dopo il fallimento annunciato del bollito Giarda, il governo tecnico che si affida a un commissario tecnico, autorevole ma totalmente digiuno di bilancio statale. Se le intenzioni fossero davvero serie, Monti avrebbe azzerato i vertici della Ragioneria generale dello Stato e del Tesoro, i veri sacerdoti depositari delle chiavi della spesa. Invece si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto, mentre in un batter d'occhio vengono imposti aggravi fiscali a carico dei cittadini. Nel suo rapporto Giarda scrive che il 90% della spesa non è «rivedibile» nel breve termine. A fronte di una spesa che ormai supera il 50% del Pil, ci vorrebbe far credere che solo sul 10% è possibile limare qualcosa, 4 miliardi circa, nemmeno lo 0,3% del Pil. Ridicolo.
D'altra parte il Def sta lì a dimostrare che secondo il governo nei prossimi anni non solo la spesa non dovrà diminuire, ma aumenterà: più tasse, più spesa, meno investimenti. L'esatto opposto di quanto anche oggi è tornato a indicare Draghi come modello di austerità "virtuosa", ossia meno recessiva: «Meglio tagliare le spese che aumentare le tasse». E in particolare la spesa corrente piuttosto che la spesa per investimenti.
Poi la beffa: l'incarico sui finanziamenti a partiti e sindacati a Giuliano Amato, pensionato d'oro eccellente e uno dei simboli della casta del tassa-e-spreca.
La spiacevole sensazione è che la consulenza richiesta a Giavazzi nasconda l'intenzione di togliere per un po' di tempo la sua firma dai giornali, o quanto meno di depotenziarne le critiche.
Una provocazione chiedere ai cittadini di suggerire loro stessi dove tagliare, a metà strada tra delazione e spot promozionale. Cosa sono stati chiamati a fare i "tecnici"? Non bastano decenni di studi, rapporti, paper, commissioni?
E nel frattempo è grazie ai tanto vituperati partiti (emendamento di un'inedita alleanza Idv, Pdl, Lega) che è stata impedita al governo una porcheria sulle pensioni dei super-manager pubblici.
Sul fronte politico Alfano chiude la polemica con Monti («tutto chiarito», «non abbiamo mai posto una scadenza, arriverà fino alla fine»). Lunedì il premier aveva attaccato il Pdl per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa (l'errore, semmai, fu di non accompagnarla con tagli alla spesa). La sensazione è che non riuscendo a venirne a capo, Monti, sempre più da "politico", cominci a dare la colpa ai governi precedenti. Del tutto inutile, poi, la tensione provocata con il Pdl quando ha dato l'impressione di riferirsi anche ad Alfano, oltre che alla Lega, nell'esprimere il proprio «sdegno» perché «chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare il Paese non può giustificare l'evasione fiscale, né tanto meno invitare a non pagare le tasse o a istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato».
Un vero e proprio scivolone "tecnico", seguito da smentita di rito, dettato evidentemente dal nervosismo: discutibile quanto si vuole, ma il Pdl non propone «compensazioni arbitrarie», bensì una norma di assoluto buon senso. Di civiltà, che sia praticabile o meno. E dovrebbe stupire, semmai, che non sia già così.
Anche se per quanto lo riguarda il governo non è a rischio, il Pdl va avanti con le sue iniziative politiche e sembra non voler concedere nulla su "basta tasse", Imu "una tantum" e compensazione debiti-crediti nei confronti del fisco. Anzi, su quest'ultimo fronte Alfano annuncia una proposta di legge per domani. Un piccolo e insidioso avvertimento inoltre arriva da Berlusconi, il quale in serata assicura che il Pdl continuerà sì a sostenere il governo, ma «fino a quando sarà necessario per concludere le riforme istituzionali» e non potrà continuare a farlo se i provvedimenti che il governo porterà in Parlamento saranno «difformi da quello che noi riteniamo il bene del Paese». «In tal caso - ha aggiunto - ci prenderemo la responsabilità di intervenire criticamente nei confronti di ciascun provvedimento».
Monti probabilmente si aspetta che dopo le amministrative il clima politico si rassereni e i partiti la smettano di pungolarlo. Solo fibrillazioni da campagna elettorale? Può darsi, ma è solo l'inizio, perché già dal giorno dopo il voto locale inizierà la lunga marcia verso le politiche del 2013. Insomma, Monti i suoi margini di manovra interni li ha esauriti (e sprecati). Dopo la disillusione dalla politica, ci aspetta la disillusione dai "tecnici".
Ormai una farsa conclamata la spending review. «Un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo», scrivono sul Corriere Alesina e Giavazzi, che quanto meno ci vedono le «buone intenzioni». Beati loro, perché a me sembra di scorgere pura malafede. Dopo il fallimento annunciato del bollito Giarda, il governo tecnico che si affida a un commissario tecnico, autorevole ma totalmente digiuno di bilancio statale. Se le intenzioni fossero davvero serie, Monti avrebbe azzerato i vertici della Ragioneria generale dello Stato e del Tesoro, i veri sacerdoti depositari delle chiavi della spesa. Invece si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto, mentre in un batter d'occhio vengono imposti aggravi fiscali a carico dei cittadini. Nel suo rapporto Giarda scrive che il 90% della spesa non è «rivedibile» nel breve termine. A fronte di una spesa che ormai supera il 50% del Pil, ci vorrebbe far credere che solo sul 10% è possibile limare qualcosa, 4 miliardi circa, nemmeno lo 0,3% del Pil. Ridicolo.
D'altra parte il Def sta lì a dimostrare che secondo il governo nei prossimi anni non solo la spesa non dovrà diminuire, ma aumenterà: più tasse, più spesa, meno investimenti. L'esatto opposto di quanto anche oggi è tornato a indicare Draghi come modello di austerità "virtuosa", ossia meno recessiva: «Meglio tagliare le spese che aumentare le tasse». E in particolare la spesa corrente piuttosto che la spesa per investimenti.
Poi la beffa: l'incarico sui finanziamenti a partiti e sindacati a Giuliano Amato, pensionato d'oro eccellente e uno dei simboli della casta del tassa-e-spreca.
La spiacevole sensazione è che la consulenza richiesta a Giavazzi nasconda l'intenzione di togliere per un po' di tempo la sua firma dai giornali, o quanto meno di depotenziarne le critiche.
Una provocazione chiedere ai cittadini di suggerire loro stessi dove tagliare, a metà strada tra delazione e spot promozionale. Cosa sono stati chiamati a fare i "tecnici"? Non bastano decenni di studi, rapporti, paper, commissioni?
E nel frattempo è grazie ai tanto vituperati partiti (emendamento di un'inedita alleanza Idv, Pdl, Lega) che è stata impedita al governo una porcheria sulle pensioni dei super-manager pubblici.
Sul fronte politico Alfano chiude la polemica con Monti («tutto chiarito», «non abbiamo mai posto una scadenza, arriverà fino alla fine»). Lunedì il premier aveva attaccato il Pdl per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa (l'errore, semmai, fu di non accompagnarla con tagli alla spesa). La sensazione è che non riuscendo a venirne a capo, Monti, sempre più da "politico", cominci a dare la colpa ai governi precedenti. Del tutto inutile, poi, la tensione provocata con il Pdl quando ha dato l'impressione di riferirsi anche ad Alfano, oltre che alla Lega, nell'esprimere il proprio «sdegno» perché «chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare il Paese non può giustificare l'evasione fiscale, né tanto meno invitare a non pagare le tasse o a istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato».
Un vero e proprio scivolone "tecnico", seguito da smentita di rito, dettato evidentemente dal nervosismo: discutibile quanto si vuole, ma il Pdl non propone «compensazioni arbitrarie», bensì una norma di assoluto buon senso. Di civiltà, che sia praticabile o meno. E dovrebbe stupire, semmai, che non sia già così.
Anche se per quanto lo riguarda il governo non è a rischio, il Pdl va avanti con le sue iniziative politiche e sembra non voler concedere nulla su "basta tasse", Imu "una tantum" e compensazione debiti-crediti nei confronti del fisco. Anzi, su quest'ultimo fronte Alfano annuncia una proposta di legge per domani. Un piccolo e insidioso avvertimento inoltre arriva da Berlusconi, il quale in serata assicura che il Pdl continuerà sì a sostenere il governo, ma «fino a quando sarà necessario per concludere le riforme istituzionali» e non potrà continuare a farlo se i provvedimenti che il governo porterà in Parlamento saranno «difformi da quello che noi riteniamo il bene del Paese». «In tal caso - ha aggiunto - ci prenderemo la responsabilità di intervenire criticamente nei confronti di ciascun provvedimento».
Monti probabilmente si aspetta che dopo le amministrative il clima politico si rassereni e i partiti la smettano di pungolarlo. Solo fibrillazioni da campagna elettorale? Può darsi, ma è solo l'inizio, perché già dal giorno dopo il voto locale inizierà la lunga marcia verso le politiche del 2013. Insomma, Monti i suoi margini di manovra interni li ha esauriti (e sprecati). Dopo la disillusione dalla politica, ci aspetta la disillusione dai "tecnici".
Monday, November 14, 2011
Patrimoniale dirimente
Mi pare che come spesso accade Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera, colgano il punto: la vera «equità» si persegue realizzando le riforme per la crescita, mentre l'impressione è che quella di cui parlano Napolitano e Monti sia l'equità dei sacrifici che saranno richiesti ai partiti e alle parti sociali, l'idea cioè di varare misure che accontentino/scontentino un po' tutti. Neanche è nato, e il nuovo governo dei tecnici pensa già alla propria sopravvivenza piuttosto che al vero e proprio shock thatcheriano che serve a questo Paese. L'equità è un nobile intento, ma anche un concetto dietro cui si nasconde la conservazione dello status quo: «La concertazione ha creato l'esatto opposto dell'equità: i veri deboli non siedono a quei tavoli». Dunque, cercare una «certificazione dell'equità delle riforme al tavolo della concertazione» semplicemente significa rinunciare alle vere riforme. E che l'incaricato con riserva Monti si accinga, propedeuticamente alla nascita del suo governo, a consultare non solo le forze politiche in Parlamento ma anche le parti sociali non è certo un inizio molto promettente. Per dirla in breve, se lo schema Monti è: tasse subito, riforme dopo la concertazione con i partiti e le parti sociali, allora no, non ci siamo.Molto, quasi tutto, del tentativo Monti si capirà quindi dalle prime misure. Dirimente per comprendere quale sia la sua filosofia d'azione sarà la decisione sulla patrimoniale. Ma perché è così dirimente per dare un giudizio quasi definitivo sulla politica dell'eventuale nuovo governo? Perché la patrimoniale sarebbe un segno di continuità con le politiche meramente ragionieristiche del tremontismo. Qui per patrimoniale intendiamo un'imposta una tantum sul patrimonio per ridurre in fretta il debito e per dimostrare che "anche i ricchi piangono" (diffidare dai confindustriali e i banchieri favorevoli alla patrimoniale, ma che hanno già spostato tutto su conti e proprietà all'estero).
Anche se con la probabile recessione del prossimo anno dovesse sfuggire di poco il pareggio di bilancio previsto nel 2013, non servono altre manovre frettolose e sbilanciate sul fronte delle entrate, quindi recessive, che rischierebbero di peggiorare ancor di più le prospettive di crescita accentuando, invece che allentare, le tensioni sui mercati. E così concepita la patrimoniale sarebbe drasticamente recessiva, non solo per la ricchezza sottratta, ma anche per l'ulteriore fuga di grandi risparmi e capitali che incoraggerebbe.
Ciò che è veramente cambiato nelle valutazioni dei mercati è che non si accontentano più di una gestione del debito solo contabile, come negli anni '90, altrimenti si sarebbero accontentati delle due manovre fatte quest'estate. Ciò che maggiormente puniscono è la prospettiva italiana di scarsa, anzi quasi nulla crescita. C'è tutto il tempo, insomma, per studiare l'abbattimento del debito attraverso un piano di dismissioni del ricco - e improduttivo - patrimonio pubblico, soprattutto immobiliare, da cui si potrebbe ricavare qualche centinaio di miliardi. Ciò che serve subito, immediatamente, domani, sono riforme per la crescita: liberalizzazioni e riforma fiscale.
Ecco perché la scelta patrimoniale sì/no è così dirimente. Fare cassa subito e rinviare al momento della concertazione le riforme delle pensioni, del mercato del lavoro e del sistema fiscale, magari solo per dimostrare che "anche i ricchi piangono" sperando di accattivarsi le simpatie della sinistra politica e sindacale, vorrebbe dire da parte del governo dei tecnici perseverare nell'errore. La prospettiva credibile di una crescita economica intorno al 2% basterebbe ad abbassare lo spread, il che avrebbe un effetto positivo sui tassi di interesse e dunque proprio sulla crescita. Si invertirebbe il trend: il circolo da vizioso diventerebbe virtuoso. La «scorciatoia» della patrimoniale, invece, scrivono Alesina e Giavazzi, «ammazzerebbe la crescita facendo probabilmente aumentare il rapporto debito-Pil, dopo una momentanea riduzione».
«È un'esperienza che abbiamo già vissuto dopo il 1992 con il governo Amato: in quegli anni le privatizzazioni ridussero il rapporto debito-Pil di oltre dieci punti, ma poiché non si fece nulla per la crescita, nel decennio successivo quel beneficio ce lo siamo mangiati. Non solo, una patrimoniale sarebbe come dire: "Siamo nel panico, parliamo tanto di crescita, ma la sola cosa che sappiamo fare è confiscare un po' di soldi agli italiani". Molto probabilmente gli spread salirebbero invece che scendere. Quanti condoni e misure una tantum abbiamo varato negli ultimi anni, con un approccio ragionieristico ai conti pubblici? Innumerevoli. Quale è stato il loro effetto sul rapporto debito-Pil? Nessuno».Del tutto diverso sarebbe un intervento "patrimoniale" all'interno di una rimodulazione del carico fiscale, di carattere ordinario e permanente, a favore di impresa e lavoro. Non sarebbe né scandaloso né depressivo disboscare le selve di detrazioni e sussidi, pensare alla reintroduzione dell'Ici, in realtà già prevista dal governo uscente nella forma dell'Imu (una tassa sulla residenza più che sualla casa), ma a patto di eliminare l'Irap e tagliare le aliquote sui redditi individuali (anche grazie all'abolizione delle pensioni d'anzianità).
Wednesday, November 09, 2011
Scongiurare le due "P"
Il botto di oggi sui mercati ha dato forza al partito delle larghe intese e nel Pdl il dissenso rispetto alla strada maestra del voto anticipato rischia di trasformarsi in una valanga. Che sia dettato dall'attaccamento dei singoli parlamentari ai propri scranni, o dal timore di alcuni big di non poter contrastare la leadership di Alfano in una corsa precipitosa alle urne, il partito potrebbe ritrovarsi nel giro di pochi giorni al punto di disgregazione. Contro l'ipotesi che la valanga si trasformi in un ribaltone gioca innanzitutto l'indisponibilità del capo dello Stato ma anche, pare di capire, quella del Pd ad un governo con eventuali scissionisti del Pdl. Comprensibile che non vogliano essere l'unico grande partito ad assumersi la titolarità di scelte impopolari. E' evidente però che nel Pdl non si tratta di qualche scontento, ma di una vera e propria spaccatura del gruppo dirigente sul da farsi, e nel momento in cui con l'annuncio delle dimissioni Berlusconi è ancora più debole come fattore aggregante può degenerare in una sorta di "si salvi chi può".
A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.
Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.
Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.
A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.
Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.
Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.
Thursday, January 27, 2011
Sempre la solita banda Bassotti
Non potrebbero essere definiti meglio di come fa oggi Il Foglio: «Un coro di vecchie stelle della Prima Repubblica... coristi ex premier, uomini di impresa, sindacalisti, banchieri, esponenti dell'opposizione: sinistra dc, socialisti e post comunisti». Un coro si sta levando a favore della patrimoniale per ridurre il debito pubblico. E' stato Giuliano Amato - tristemente noto, da presidente del Consiglio, per il suo prelievo nottetempo sui conticorrente - a dare il "la". Rubare - perché questo è il termine che ci vuole - 30 mila euro ad un terzo degli italiani («magari in due anni», concede Sua grazia) per abbattare un terzo del debito pubblico, creato negli anni '70 e '80 da gente come Amato.
Qualcuno vicino al Terzo polo rilancia («imposta straordinaria sulle plusvalenze immobiliari», che non colpirebbe più di tanto i proprietari, ma chi aspira a diventarlo), mentre almeno Abete ha il pudore di inserire la patrimoniale in una proposta di riforma fiscale complessiva che prevede la riduzione delle aliquote. Veltroni si è subito accodato ad Amato: a carico del «10% più ricco della popolazione un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito pubblico all'80%»). Peccato che quel 10% non sia poi così ricco.
Non sorprende più di tanto - a ben vedere c'è una logica - che i sostenitori della patrimoniale - il cui effetto depressivo per l'economia è stranoto - siano gli stessi che si stracciano le vesti perché si sarebbe dovuto, e si dovrebbe, spendere di più per «stimolare» l'economia.
Tremonti finora ha smentito che il Tesoro stia pensando ad una patrimoniale, ma con uno come lui non si possono dormire sonni tranquilli, meglio levare subito gli scudi. Antonio Martino ricorda l'ovvio: «Meglio tagliare le spese, non solo quelle discrezionali, e puntare su privatizzazioni e liberalizzazioni». Francesco Forte ci va giù pesante: «Pazzi pericolosi», li definisce a ragione. E' chiaro anche che parte delle risorse così confiscate verrebbero subito spese dai politici in un «rigurgito di cultura pianificatoria». Al solo sentire e leggere di questi deliri, «i risparmiatori e le imprese si spaventano, nascondono i capitali, li portano all'estero, smettono di investire. Poi ci si lamenta che la ripresa è troppo lenta. Prima vendete il patrimonio pubblico e ricoverate questi matti - conclude Forte - poi il mercato ripartirà».
Qualcuno vicino al Terzo polo rilancia («imposta straordinaria sulle plusvalenze immobiliari», che non colpirebbe più di tanto i proprietari, ma chi aspira a diventarlo), mentre almeno Abete ha il pudore di inserire la patrimoniale in una proposta di riforma fiscale complessiva che prevede la riduzione delle aliquote. Veltroni si è subito accodato ad Amato: a carico del «10% più ricco della popolazione un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito pubblico all'80%»). Peccato che quel 10% non sia poi così ricco.
Non sorprende più di tanto - a ben vedere c'è una logica - che i sostenitori della patrimoniale - il cui effetto depressivo per l'economia è stranoto - siano gli stessi che si stracciano le vesti perché si sarebbe dovuto, e si dovrebbe, spendere di più per «stimolare» l'economia.
Tremonti finora ha smentito che il Tesoro stia pensando ad una patrimoniale, ma con uno come lui non si possono dormire sonni tranquilli, meglio levare subito gli scudi. Antonio Martino ricorda l'ovvio: «Meglio tagliare le spese, non solo quelle discrezionali, e puntare su privatizzazioni e liberalizzazioni». Francesco Forte ci va giù pesante: «Pazzi pericolosi», li definisce a ragione. E' chiaro anche che parte delle risorse così confiscate verrebbero subito spese dai politici in un «rigurgito di cultura pianificatoria». Al solo sentire e leggere di questi deliri, «i risparmiatori e le imprese si spaventano, nascondono i capitali, li portano all'estero, smettono di investire. Poi ci si lamenta che la ripresa è troppo lenta. Prima vendete il patrimonio pubblico e ricoverate questi matti - conclude Forte - poi il mercato ripartirà».
Thursday, November 04, 2010
Statalisti sorpresi in contropiede
Scontata l'autocritica, l'umiltà, la disponibilità a collaborare di Obama nel giorno della sconfitta, solo i primi mesi del 2011 ci diranno se il presidente ha davvero deciso di cambiare rotta. Intanto qui da noi, come previsto, si leggono le solite fesserie sui Tea Party. Rozza, patetica, imbarazzante è soprattutto l'analisi di Giuliano Amato (che tra l'altro passa per essere uno che di States ci capisce), una summa dei pregiudizi e del complesso di superiorità che rendono la sinistra così lontana dai cittadini.
Innanzitutto no, non stiamo parlando della solita sconfitta di mid-term subìta da quasi tutti gli ultimi presidenti Usa, non è un semplice bilanciamento di potere. Non lo è innanzitutto dal punto di vista numerico, per l'enorme quantità di seggi conquistati dai repubblicani; ma anche dal punto di vista politico, perché nelle urne gli americani hanno espresso un profondo e radicale rigetto delle politiche stataliste e keynesiane di Obama e del Congresso a guida democratica. Non è un voto d'inerzia, che dopo due anni tende a riequilibrare i rapporti di forza a Washington, ma insieme ragionato e di pancia.
Non ci risulta che la O'Donnell fosse candidata «in Nebraska», come afferma Amato, ma è senz'altro un piccolo abbaglio. Il fatto è che i Tea Party non sono liquidabili come un movimento rozzo e populistico, accostandoli addirittura a Beppe Grillo in Italia. L'analisi di Amato è inficiata dai soliti pregiudizi, per cui le campagne mediatiche degli avversari sono bollate come «inquinamento dei meccanismi democratici», mentre quelle proprie si presumono essere inchieste obiettive e coraggiose battaglie civili; quelle degli avversari politici, tanto più se parte di un movimento che nasce dal basso, non sono vere opinioni, di quelle «prodotte dal cervello sulla base di argomentazioni», ma solo atteggiamenti irrazionali; quelle diffuse contro Obama e la sua riforma sanitaria sono solo «grossolane menzogne», ma ci si è scordati delle menzogne diffuse per anni dal populismo di sinistra contro Bush; noi di sinistra, sembra dire Amato, siamo quelli della «ragione», i Tea Party quelli dell'«emozione».
E' innegabile, e inevitabile, che essendo un movimento che nasce dal basso i Tea Party contengano al loro interno manifestazioni folcloristiche e pulsioni populistiche. Ma al di là della retorica, degli eccessi e di certe derive estremiste (respinte dall'elettorato), la protesta origina da fatti reali e non da un odio cieco e razzista nei confronti di Obama; e si basa su un principio, condivisibile o meno ma non indegno; semplice e intuitivo, ma non per questo fallace: il governo migliore è quello che "governa" meno. Ed è il messaggio più autentico dei Tea Party (meno Stato, meno spesa, meno tasse) che è passato, che è stato premiato dagli elettori, non gli orpelli integralisti. Sulla base di queste elezioni di midterm oggi possiamo finalmente scommettere sulla maturazione del movimento e sulla marginalizzazione dei suoi elementi più retrivi.
Non va dimenticato che i Tea Party nascono non solo contro Obama e i democratici, ma contro tutto l'establishment di Washington che ha reagito alla crisi spendendo il denaro dei contribuenti nei salvataggi bancari e nel big government, ossia "premiando" i colpevoli della crisi: il mondo della finanza che ha male operato sul mercato e le autorità pubbliche che hanno male governato l'economia. E la loro protesta non poteva non riguardare anche il Gop, che da tempo sotto Bush aveva abbracciato il big government. Certo, il malcontento verso lo statalismo che covava da tempo è esploso con la crisi e con le ricette ulteriormente stataliste e keynesiane di Obama. E' comprensibile che molti americani, vedendo il loro Paese procedere a passi spediti verso un modello assistenzialista di tipo europeo, senza che i repubblicani sembrassero in grado di opporsi efficacemente, abbiano reagito con le loro forze.
Bisognerebbe, invece, prendere atto di un fenomeno per molti sconcertante, per altri insperato: mentre i politici hanno approfittato della crisi per sostenere il fallimento del mercato e la rivincita dello statalismo, e quindi per espandere di nuovo il ruolo dello Stato nell'economia, i cittadini - almeno nei Paesi anglosassoni come Gran Bretagna e Stati Uniti (ma in misura minore anche nel Vecchio Continente) - invece di farsi prendere dal panico hanno continuato a diffidare dello Stato, se la stanno prendendo con la classe politica e vorrebbero i politici più distanti possibile dalle loro tasche. Non ve l'aspettavate, vero?
Innanzitutto no, non stiamo parlando della solita sconfitta di mid-term subìta da quasi tutti gli ultimi presidenti Usa, non è un semplice bilanciamento di potere. Non lo è innanzitutto dal punto di vista numerico, per l'enorme quantità di seggi conquistati dai repubblicani; ma anche dal punto di vista politico, perché nelle urne gli americani hanno espresso un profondo e radicale rigetto delle politiche stataliste e keynesiane di Obama e del Congresso a guida democratica. Non è un voto d'inerzia, che dopo due anni tende a riequilibrare i rapporti di forza a Washington, ma insieme ragionato e di pancia.
Non ci risulta che la O'Donnell fosse candidata «in Nebraska», come afferma Amato, ma è senz'altro un piccolo abbaglio. Il fatto è che i Tea Party non sono liquidabili come un movimento rozzo e populistico, accostandoli addirittura a Beppe Grillo in Italia. L'analisi di Amato è inficiata dai soliti pregiudizi, per cui le campagne mediatiche degli avversari sono bollate come «inquinamento dei meccanismi democratici», mentre quelle proprie si presumono essere inchieste obiettive e coraggiose battaglie civili; quelle degli avversari politici, tanto più se parte di un movimento che nasce dal basso, non sono vere opinioni, di quelle «prodotte dal cervello sulla base di argomentazioni», ma solo atteggiamenti irrazionali; quelle diffuse contro Obama e la sua riforma sanitaria sono solo «grossolane menzogne», ma ci si è scordati delle menzogne diffuse per anni dal populismo di sinistra contro Bush; noi di sinistra, sembra dire Amato, siamo quelli della «ragione», i Tea Party quelli dell'«emozione».
E' innegabile, e inevitabile, che essendo un movimento che nasce dal basso i Tea Party contengano al loro interno manifestazioni folcloristiche e pulsioni populistiche. Ma al di là della retorica, degli eccessi e di certe derive estremiste (respinte dall'elettorato), la protesta origina da fatti reali e non da un odio cieco e razzista nei confronti di Obama; e si basa su un principio, condivisibile o meno ma non indegno; semplice e intuitivo, ma non per questo fallace: il governo migliore è quello che "governa" meno. Ed è il messaggio più autentico dei Tea Party (meno Stato, meno spesa, meno tasse) che è passato, che è stato premiato dagli elettori, non gli orpelli integralisti. Sulla base di queste elezioni di midterm oggi possiamo finalmente scommettere sulla maturazione del movimento e sulla marginalizzazione dei suoi elementi più retrivi.
Non va dimenticato che i Tea Party nascono non solo contro Obama e i democratici, ma contro tutto l'establishment di Washington che ha reagito alla crisi spendendo il denaro dei contribuenti nei salvataggi bancari e nel big government, ossia "premiando" i colpevoli della crisi: il mondo della finanza che ha male operato sul mercato e le autorità pubbliche che hanno male governato l'economia. E la loro protesta non poteva non riguardare anche il Gop, che da tempo sotto Bush aveva abbracciato il big government. Certo, il malcontento verso lo statalismo che covava da tempo è esploso con la crisi e con le ricette ulteriormente stataliste e keynesiane di Obama. E' comprensibile che molti americani, vedendo il loro Paese procedere a passi spediti verso un modello assistenzialista di tipo europeo, senza che i repubblicani sembrassero in grado di opporsi efficacemente, abbiano reagito con le loro forze.
Bisognerebbe, invece, prendere atto di un fenomeno per molti sconcertante, per altri insperato: mentre i politici hanno approfittato della crisi per sostenere il fallimento del mercato e la rivincita dello statalismo, e quindi per espandere di nuovo il ruolo dello Stato nell'economia, i cittadini - almeno nei Paesi anglosassoni come Gran Bretagna e Stati Uniti (ma in misura minore anche nel Vecchio Continente) - invece di farsi prendere dal panico hanno continuato a diffidare dello Stato, se la stanno prendendo con la classe politica e vorrebbero i politici più distanti possibile dalle loro tasche. Non ve l'aspettavate, vero?
Thursday, September 06, 2007
I dilemmi della sinistra
Proprio in questi giorni, con le polemica sulla sicurezza divampata con le dichiarazioni del ministro dell'Interno Giuliano Amato e quella mai cessata sulle tasse, che coinvolge sia Padoa-Schioppa sia Prodi, la sinistra italiana sta affrontando i due temi su cui tradizionalmente, nei paesi democratici, agli occhi degli elettori le sinistre sono più inaffidabili: tasse e sicurezza, appunto.
Le sinistre europee hanno già fatto i conti con queste due difficoltà, alcune, come il New Labour di Blair, con successo. Proprio Blair ha posto la sicurezza, la lotta alle illegalità e alla microcriminalità, particolarmente odiosa perché colpisce i ceti medi e meno abbienti, tra i temi centrali del rinnovamento del suo partito.
Le due questioni sono centrali oggi anche nel dibattito interno alla sinistra italiana, tanto da oscurare a volte ciò che accade dall'altra parte. Centrali per la sinistra ma ancor di più per il Partito democratico, che per primo dovrebbe caratterizzarsi per un'idea non retrogada della sinistra e del conflitto politico. Veltroni, Rutelli e Amato sono i più impegnati su questo fronte, ma stanno facendo abbastanza?
Liberare la sinistra da vecchi tabù su tasse e sicurezza è incompatibile con qualsiasi tipo di alleanza con la "Cosa Rossa". Non so dire se i tre ne abbiano consapevolezza per il futuro, ma la dimostrazione è davanti agli occhi di tutti. Le loro pur caute fughe in avanti provocano tensioni crescenti all'interno del Governo Prodi, ma non possono permettersi di provocarne sia pure indirettamente la caduta. Almeno non adesso.
Il miracolo politico di Veltroni, Rutelli e Amato sarebbe quello di far nascere il Pd sotto nuove stelle politiche, al contempo senza rompere l'Unione prima della (o sulla) Finanziaria, altrimenti eventuali elezioni sarebbero perse. Riusciranno ad arrivare a primavera raggiungendo anche il primo obiettivo?
Se, insomma, Veltroni vuole costruire su basi nuove il Partito democratico, non può fare a meno di scontrarsi con l'impietosa esperienza di governo dell'Unione, implicitamente sconfessando governo e coalizione.
Le sinistre europee hanno già fatto i conti con queste due difficoltà, alcune, come il New Labour di Blair, con successo. Proprio Blair ha posto la sicurezza, la lotta alle illegalità e alla microcriminalità, particolarmente odiosa perché colpisce i ceti medi e meno abbienti, tra i temi centrali del rinnovamento del suo partito.
Le due questioni sono centrali oggi anche nel dibattito interno alla sinistra italiana, tanto da oscurare a volte ciò che accade dall'altra parte. Centrali per la sinistra ma ancor di più per il Partito democratico, che per primo dovrebbe caratterizzarsi per un'idea non retrogada della sinistra e del conflitto politico. Veltroni, Rutelli e Amato sono i più impegnati su questo fronte, ma stanno facendo abbastanza?
Liberare la sinistra da vecchi tabù su tasse e sicurezza è incompatibile con qualsiasi tipo di alleanza con la "Cosa Rossa". Non so dire se i tre ne abbiano consapevolezza per il futuro, ma la dimostrazione è davanti agli occhi di tutti. Le loro pur caute fughe in avanti provocano tensioni crescenti all'interno del Governo Prodi, ma non possono permettersi di provocarne sia pure indirettamente la caduta. Almeno non adesso.
Il miracolo politico di Veltroni, Rutelli e Amato sarebbe quello di far nascere il Pd sotto nuove stelle politiche, al contempo senza rompere l'Unione prima della (o sulla) Finanziaria, altrimenti eventuali elezioni sarebbero perse. Riusciranno ad arrivare a primavera raggiungendo anche il primo obiettivo?
Se, insomma, Veltroni vuole costruire su basi nuove il Partito democratico, non può fare a meno di scontrarsi con l'impietosa esperienza di governo dell'Unione, implicitamente sconfessando governo e coalizione.
Tuesday, June 12, 2007
Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere
E sono curioso di sapere se da queste parti si sono accorti che il loro amato Berlusconi ha già solidarizzato con D'Alema.
Accade, certo, che venga violato il segreto d'ufficio, ma non è questo il caso. Il giudice Forleo ha stabilito che quelle intercettazioni avessero rilevanza processuale, seppure non per i politici coinvolti (i quali, come si sa, non sono indagati), e quindi dovessero essere trascritte. Ieri ha deciso che le trascrizioni depositate non fossero più sottoposte a segreto processuale.
Non si capisce perché, invece, su quali basi normative, il Tribunale di Milano abbia vietato la riproduzione dei documenti, costringendo gli avvocati a prenderne solo visione, eventualmente segnandosi degli appunti, in poche ore. Mettere gli atti giudiziari non più segreti integralmente a disposizione delle parti e della stampa, quanto meno diminuirebbe il rischio che del materiale venga fatto un uso parziale e distorto.
E infatti, «abbiamo fatto anche più di quello che dovevamo», si difendono i presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale di Milano, che ricordano come in modo del tutto legittimo sia stato permesso alle parti processuali di «prendere visione delle trascrizioni depositate, con le sole limitazioni ricavabili dalle norme», e fanno notare come già con la richiesta del Pm al Gip fosse «caduta ogni limitazione di conoscibilità del contenuto di tali intercettazioni per le parti processuali, tant'è che queste ultime erano già state messe in condizioni dalla Procura di ascoltare il supporto fonico di tali intercettazioni».
Eppure, Milano «sta diventando un circolo mediatico illegale», denuncia con bella faccia tosta il senatore Ds Guido Calvi, avvocato. Eppure, Calvi se ne stava zitto, quindici anni fa, quando la Procura di Milano faceva ben altro. In quegli anni, se fossero venuti in possesso di intercettazioni telefoniche nelle quali un indagato, conversando del merito cui si riferiva l'ipotesi di reato, fosse stato invitato da un suo "referente politico" a non parlare, a diffidare delle comunicazioni via telefono, e ad incontrarsi di persona (come nel caso della telefonata tra D'Alema e Consorte), i pm avrebbero fatto subito scattare la richiesta d'arresto, per evitare l'ulteriore inquinamento delle prove e recidere i legami tra l'indagato e il mondo politico, e fatto recapitare un avviso di garanzia a quel politico. Questo accadeva allora, quando Calvi e suoi amici Ds non solo tacevano, ma cavalcavano l'onda giustizialista e spalleggiavano la Procura di Milano. E se accadesse oggi, sì che ci sarebbe da protestare.
Oggi, invece, senza che alcun politico sia oggetto di persecuzioni giudiziarie, e nemmeno sotto inchiesta, la "casta" s'indigna semplicemente perché vengono divulgati stralci di conversazioni da cui il pubblico può venire a conoscenza di alcuni conflitti di interessi e comprenderne l'entità, eventualmente sanzionandola nelle urne.
Il ministro della Giustizia Mastella è prontamente tornato a chiedere l'immediata approvazione al Senato della sua legge-bavaglio contro la pubblicazione delle intercettazioni (si badi: parliamo di quelle non più sottoposte a segreto processuale), già varata dalla Camera, guarda caso quasi all'unanimità (ecco come hanno votato i deputati).
L'art. 68 della Costituzione, spesso chiamato in causa, garantisce i deputati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria nei loro confronti, ma non dalla divulgazione di notizie che li riguardino, né tutela la loro privacy.
Il fatto che i politici intercettati non abbiano commesso un reato non rende il contenuto di quelle telefonate meno rilevante. E dal momento che le intercettazioni sono state autorizzate da un magistrato - non carpite in modo illegittimo da un media scandalistico o da avversari politici - e ritenute processualmente rilevanti (sebbene a carico di altri) da un giudice, il fatto che esse vedano coinvolti politici di primo piano, addirittura ministri, le rende notiziabili. Se poi l'intera inchiesta dovesse rivelarsi infondata, allora i malcapitati politici potrebbero accusare i magistrati di aver abusato del loro potere, sollevando un polverone giudiziario al solo scopo di poterli intercettare.
Ma come si fa, oggi, a negare il carattere di notizia e la rilevanza di conversazioni, legalmente intercettate, tra politici di primo piano e banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti? La magistratura sta indagando su alcune scalate bancarie presunte illegali all'Antonveneta e alla Bnl e sui protagonisti di quelle operazioni. Come non ritenere di estremo interesse pubblico il fatto che, pur non infrangendo alcuna legge, i vertici dei Ds e di altri partiti "tifavano" e si adoperavano per favorire quelle scalate? I cittadini devono sapere, anche perché il Parlamento dovrà presto decidere se autorizzare o meno l'utilizzo di quelle intercettazioni nei processi. Come non rendersi conto che in questo caso il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività?
Per quanto mi riguarda, né manette, né campagne moralizzatrici. Non pretendo che D'Alema e Fassino vengano indagati, né ritengo il loro comportamento "immorale". Anzi, sono persino orientato a concordare con Oscar Giannino, quando osserva che «per il pluralismo finanziario del Paese... il piano industriale banco-assicurativo Unipol-Bnl sarebbe stato di grande utilità». E, soprattutto, come i lettori di questo blog possono testimoniare, non mi sfuggono né «l'oliata e silenziosa macchina da guerra del potere prodiano, che da Telecom ad Alitalia non consente a nessuno di toccar palla senza che nessuno scriva una riga né intercetti», né altri conflitti di interessi.
Non pretendo nulla dai Ds, se non che la loro pretesa superiorità morale sia seppellita per sempre e sia acclarato che i conflitti di interessi esistono, riguardano potenzialmente tutti e l'unico modo per controllarli è che siano noti.
La questione è politica: sono convinto che poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.
Non per il comportamento in sé di D'Alema e compagnia bella, per il loro conflitto di interessi, ma per aver negato con forza e insistentemente, all'epoca di quelle telefonate, di essersi interessati dell'Opa di Unipol alla Bnl, quindi per aver mentito di fronte all'opinione pubblica, in altri paesi non sospettabili di giustizialismo sarebbero state chieste a gran voce le loro dimissioni.
*****
Altri testi:
«Siete padroni della banca».
Fassino-Consorte, 18 luglio 2005, ore 13:26.
- Consorte: Ciao Piero, sono Gianni.
- Fassino: Allora? Siamo padroni della Banca?
- C.: E' chiusa, sì.
- F.: Siete padroni della banca, io non c'entro niente (ride).
- C.: Si, sì, è fatta.
- F.: E' fatta.
- C.: Abbiamo finito proprio cinque minuti fa, è stata una roba durissima però, insomma...
- F.: E alla fine cosa viene fuori? Fammi un po' il quadro, alla fine.
- C.: Alla fine viene fuori che noi abbiamo... eh... diciamo quattro banche... dunque, quattro cooperative...
- F.: Sì...
- C.: Che sono...
- F.: Che prendono?
- C.: Quattro cooperative il 4%...
- F.: L'una...
- C.: No, l'1% l'una...
- F.: L'1% per quattro, perfetto.
- C.: Per quattro... poi abbiamo...
- F.: Diciamo Adriatica, Liguria...
- C.: Piemonte...
- F.: Piemonte...
- C.: E Modena.
- F.: E Modena, perfetto. E poi?
- C.: E Modena... Poi ci sono, diciamo quattro banche italiane...
- F.: Sì.
- C.: Che l'un per l'altra hanno il 12%.
- F.: Come totale?
- C.: Come totale.
- F.: E quindi...
- C.: Quindi le banche più... più la...
- F.: Sì?
- C.: Le cooperative...
- F.: 1.2% e poi?
- C.: Poi abbiamo tre banche internazionali, che sono Nomura, Credit Suisse e Deutsche Bank...
- F.: Uhm...
- C.: Che hanno l'un per l'altra circa il 14 e 1/2%...
- F.: 14 e 1/2%...
- C.: Sì, poi abbiamo Hopa che ha il 4 e 99...
- F.: Sì
- C.: Poi abbiamo 2 imprenditori privati: Marcellino Gavio e Pascop, che hanno l'1 e 1/2...
- F.: Insieme?
- C.: Insieme. E poi ad oggi c'è Unipol che ha il 15...
- F.: Chi? Unipol?
- C.: Unipol. Quindi la prima cosa è che queste quote acquisite sono... sono state acquisite da... non da noi, ma dagli alleati...
- F.: Uhm
- C.: Dagli immobiliaristi che sono totalmente fuori...
- F.: Tu adesso...
- C.: Io?
- F.: Che operazione fai dopo questa?
- C.: Ho lanciato l'OPA!
- F.: Hai già lanciato l'OPA obbligatoria?
- C.: Esatto, questa mattina...
- F.: Sì
- C.: Allo stesso prezzo...
- F.: Sì...
- C.: Al quale sono state fatte le cessioni delle quote delle azioni degli immobiliaristi...
- F.: Due e sette?
- C.: Esatto. Per eliminare ogni tipo di speculazione che non... non sono trattate tutte allo stesso modo...
- F.: E certo, bene!
- C.: La legge ci avrebbe permesso di lanciare a 2 e 52...
- F.: E la BBVA cosa offre?
- C.: 2 e 52, ma in azioni. Noi offriamo soltanto cash!
- F.: Cazzo!
- C.: No? Quindi è una cosa totalmente diversa. E in realtà noi abbiamo già in mano il 51 però. Per cui, tutti questi soldi...
- F.: Perché tu.., perché la cess... perché, va beh, noi abbiamo 15 più 4 delle COOP, fa il 19 a noi...
- C.: Sì, sì...
- F.: Certo, certo...
- C.: Quelle aziende...
- F.: Uhm...
- C.: Ci hanno rilasciato a noi un diritto...
- F.: Sì
- C.: Ad acquisire le loro azioni...
- F.: Sì.
- C.: A nostra semplice richiesta, se dall'OPA non dovessero arrivare azioni
- F.: Ho capito.
- C.: Quindi noi, come Unipol, prendiamo comunque il 51...
- F.: Ho capito...
- C.: Se invece dall'OPA ci arrivano le azioni, loro quelle se le tengono...
- F.: E cioè se tu arrivi al 51 in altro modo loro si tengono quelle.
- C.: Esatto. Quindi è un'operazione che nessuno aveva né immaginato né pensato.
- F.: Bene, bene, bene.
- C.: E abbiamo smontato l'alleanza con gli immobiliaristi perché non c'è. Non siamo noi che abbiamo comprato gli immobiliaristi. Abbiamo smontato i parvenu che dicevano operazioni nazionalistiche, perché abbiamo tre banche internazionali!
- F.: Certo!
- C.: Poi abbiamo alleati delle aziende, quindi soci stabili e noi abbiamo il 51...
- F.: Eh...
- C.: Poi... abbiamo smontato il discorso...
- F.: Possibili ricorsi in sede giudiziaria o...?
- C.: Ad oggi ne vediamo neanche uno, ma se li fanno...
- F.: Cioè il fatto che contestualmente si abbiano tutte queste cessioni, loro cosa lo con...
- C.: Eh. E abbiamo proprio costruito così, questo è il concreto...
- F.: Uhm...
- C.: Di cui... che le azioni le azioni le avevano già in mano, no?
- F.: Uhm...
- C.: Per cui lanci l'OPA, ma guarda caso allo stesso prezzo cui è stato trattato queste azioni, quindi non hai penalizzato proprio nessuno. E la nostra offerta è decisamente migliore di quella degli spagnoli.
- F.: Bene, bene.
- C.: Invece quello che avverrà è che io li denuncio. Tutti. Uno per uno.
- F.: Prima di denunciare, aspetta. Prima portiamo a casa tutto.
- C.: E qui. .. l'operazione è finita, eh!
- F.: Perché loro sono... adesso si scontreranno ancora di più. Ieri hai visto il "Corriere", no? No, tu non l'hai visto, ieri hai lavorato tutto il giorno. Ieri il "Sole" ha fatto un'intera pagina contro di me, eh...
- C:. Eh, ma adesso...
- F.: Intera pagina!
- C.: Ma perché, là, Piero, questi imbecilli guardano a questa operazione in chiave esclusivamente politica...
- F.: Ma sì, ma son dei deficienti...
- C.: Esclusivamente politica. Questi dicono "cazzo! Adesso i Ds oltre ad avere il mondo cooperativo, oltre ad avere Unipol, oltre ad avere il Monte dei Paschi - che non è così - hanno anche Bnl"...
- F.: E va bene...
- C.: Questo è il ragionamento demenziale che fanno, è questo qui...
- F.: E sì, va bene. Intanto noi lavoriamo. Bene!
- C.: Però noi intanto andiamo avanti. Noi andiamo avanti.
- F.: Bene... demenziale (ride)...
- C.: No, direi proprio di no. Ma noi sosterremo che è demenziale (ride)...
- F.: Ma voi avete fatto un'operazione di mercato, quello che ho sempre detto io...
- C.: Industriale. Un'operazione industriale e di mercato.
- F.: Industriale e di mercato... esatto, esatto!
- C.: La verità. Oh, e poi è indiscutibile...
- F.: bene, molto bene.
- C.: Quindi... niente, Piero, andiamo avanti, ma...
- F.: Congratulazioni!
- C.: Fino a che abbiamo. .. siamo raggiunti... Ti ringrazio!
- F.: E, bravo, bravo...
- C.: Anche per l'aiuto che ci hai dato. Siamo arrivati ad un punto importante secondo me...
- F.: Bene, bene, bene...
- C.: Va bene?
- F.: Ottimo, vediamo.
- C.: Ciao Piero. Grazie, ci sentiamo presto.
- F.: Adesso dovete occuparvi bene... no, un consiglio.
- C.: Sì.
- F.: Occupatevi bene di cosa comunicate in positivo, il piano industriale...
- C.: Sì. Ma adesso chiamo Barabino.
- F.: Perché il problema adesso è di costruire che noi abbiamo... che voi avete un piano industriale...
- C.: No, ma l'abbiamo veramente!
- F.: E, lo so... non ne parla mai...
- C.: faremo, faremo adesso... faremo anche una conferenza stampa...
- F.: Perché sembra... fino adesso loro stanno accarezzando l'idea che... che era soltanto un problema di accaparrarsi la banca, poi, però non... non sanno cosa fare. .. non è così, capito? Eh?
- C.: Guarda, noi invece sosterremo questa tesi...
- F.: Eh...
- C.: Che loro la banca la stavano svendendo...
- F.: Esatto!
- C.: E che...
- F.: No, e anche quello... che l'hanno gestita coi piedi...
- C.: Quello, quello...
- F.: Bnl è stata gestita coi piedi...
- C.: Sì, però quello non lo voglio dire oggi...
- F.: Eh?
- C.: Questo lo dirò fra 4 o 5 mesi, quando avrò visto dentro...
- F.: Eh...
- C.: Io adesso dico che era un'operazione...
- F.: Uhm...
- C.: Che stava svendendo, visto i valori proposti da BBVA...
- F.: Uhm...
- C.: La banca agli spagnoli, svuotandola di contenuti...
- F.: Uhm...
- C.: E che, come tutte le banche, avrebbero portato via tutte le attività qualificate a Madrid...
- F.: Eh...
- C.: E avrebbero ridotto Bnl ad una rete. Noi, invece, la banca rimarrà a Roma, gli porteremo milioni di clienti...
- F.: Uhm
- C.: Forse un milione e due, contemporaneamente rilanceremo tutte le attività, gli porteremo Unipol Banca e faremo una delle prime 4 o 5 banche italiane. E' tutto dimostrato. Adesso vedremo.
- F.: Bene.
- C.: E dopo ci...
- F.: Bene, auguri...
- C.: Adesso si poteva parlare. Grazie, Grazie!
- F.: bene, bene. Vediamoci presto.
- C.: Ciao, sì presto...
- F.: va bene.
- C.: Richiamo per fissare la settimana. Ciao.
- F.: Ciao.
- C.: Ciao.
Thursday, May 24, 2007
Scrive bene, ma non razzola
L'ex presidente del Consiglio del '92, oggi ministro degli Interni, Giuliano Amato, fa uscire sulla rivista Il Mulino un ineccepibile saggio sulla riforma delle pensioni, in cui propone un «nuovo contratto sociale tra le generazioni».
Prima di tutto viene smontato il luogo comune secondo il quale si sarebbe «rotto il patto tra le generazioni», semplicemente perché non è mai esistito alcun patto. Sulle pensioni il contratto inter-generazionale «è stato sottoscritto solo da una parte»: pensionati e pensionandi. I grandi esclusi sono «i lavoratori attivi, le giovani e le giovanissime generazioni, fino ai non nati. Nessuna di queste generazioni ha mai sottoscritto alcun patto».
Il «nuovo contratto sociale tra le generazioni» non può prescindere dall'innalzamento dell'età di pensionamento per uomini e donne, dalla revisione dei coefficienti, e da un'exit strategy dal sistema «a ripartizione» verso i fondi pensione «a capitalizzazione», della cui necessità si stanno convincendo le sinistre più responsabili. Tutto per garantire una pensione ai giovani e alle generazioni future.
Se non fa questo, avverte il prof. Sottile, il centrosinistra rischia un «suicidio» politico. Già che è al governo, e la pensa in questo modo, Amato potrebbe scrivere meno su riviste d'elite, venire a spiegarlo in tv e agire in Consiglio dei Ministri.
Prima di tutto viene smontato il luogo comune secondo il quale si sarebbe «rotto il patto tra le generazioni», semplicemente perché non è mai esistito alcun patto. Sulle pensioni il contratto inter-generazionale «è stato sottoscritto solo da una parte»: pensionati e pensionandi. I grandi esclusi sono «i lavoratori attivi, le giovani e le giovanissime generazioni, fino ai non nati. Nessuna di queste generazioni ha mai sottoscritto alcun patto».
Il «nuovo contratto sociale tra le generazioni» non può prescindere dall'innalzamento dell'età di pensionamento per uomini e donne, dalla revisione dei coefficienti, e da un'exit strategy dal sistema «a ripartizione» verso i fondi pensione «a capitalizzazione», della cui necessità si stanno convincendo le sinistre più responsabili. Tutto per garantire una pensione ai giovani e alle generazioni future.
Se non fa questo, avverte il prof. Sottile, il centrosinistra rischia un «suicidio» politico. Già che è al governo, e la pensa in questo modo, Amato potrebbe scrivere meno su riviste d'elite, venire a spiegarlo in tv e agire in Consiglio dei Ministri.
Politica spazzatura
Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.
«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».
Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.
Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.
Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?
Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.
Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.
Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.
Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.
Friday, March 30, 2007
Qui non è l'islam
«A proposito di bene comune, io sono tra coloro che richiamano spesso elementi delle gerarchie ecclesiastiche al ricordo di Maritain, e al principio che il bene comune di una società lo si riesce a realizzare se si tiene conto delle visioni del bene comune che nella società sono presenti, e non si cerca di imporre la propria unilateralmente, perché questo è ciò che viene fatto nelle società che noi critichiamo in quanto islamizzate».
Giuliano Amato (Ansa, 29 marzo)
In modo più educato il ministro Amato ha detto ai vatican di non fare i taliban. Il prof. Sottile, che non è certo un "laicista".
Giuliano Amato (Ansa, 29 marzo)
In modo più educato il ministro Amato ha detto ai vatican di non fare i taliban. Il prof. Sottile, che non è certo un "laicista".
Wednesday, March 07, 2007
«Maggioranza variabile» e vera separazione dei poteri
Le «maggioranze variabili» si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia
E' stato Giuliano Amato a parlare, al Corriere, di «maggioranza variabile», suggerendo a Prodi e all'Unione di uscire dal bunker e abbandonare il dogma dell'autosufficienza.
Ipotesi a cui già Bertinotti aveva posto dei paletti, ritenendola auspicabile per la legge elettorale ma non per altro: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo, ad esempio, ad un allargamento al centro, allora quella diventa una maggioranza reale». Esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili, solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo non metta in discussione la maggioranza medesima».
Nella serata di ieri è stato Casini, leader del principale elemento di "variabilità", a bocciare la suggestione di Amato: «O il governo ha i numeri o va a casa».
Si vorrebbero cambiare gli equilibri parlamentari, ampliando la maggioranza verso il centro. Ma visto che non si può farlo apertamente, perché la sinistra neocomunista si opporrebbe, si ricorre alle «maggioranze variabili». «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassume perfettamente Stefano Folli.
Eppure, si sente dire che il concetto di «maggioranza variabile» si addice particolarmente alle democrazie mature, in cui maggioranza e opposizione sanno ritrovarsi su alcune materie ritenute «bipartisan». La politica estera, per esempio, è il tema «bipartisan» per eccellenza. Ma le cose non stanno proprio così.
La differenza fondamentale è che nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente, altrimenti viene a mancare il patto e una nuova maggioranza deve dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: il concetto di «maggioranze variabili» è incompatibile con il nostro sistema. Come corollario, il meccanismo della fiducia, associato a sistemi elettorali proporzionalisti, mette di fatto il Governo nelle mani dei partiti.
Presidenzialismo o premierato, incompatibilità tra candidatura e incarichi di governo e seggio parlamentare, sono le prime riforme da introdurre per una piena separazione dei poteri, principio base di ogni buon governo. Entrambe le istituzioni, Governo e Parlamento, devono avere la certezza che, tranne casi eccezionali, verrà loro consentito di terminare il mandato. Ciò toglierebbe molto potere dalle mani dei partiti e darebbe modo ai due poteri - del medesimo colore o in coabitazione - di concentrarsi sul loro lavoro invece che a studiare le tattiche per rimanere in sella. Le opposizioni, invece di manovrare o illudersi della spallata, avrebbero il tempo di rielaborare la loro linea politica.
Le esperienze citate, quella americana e quella britannica, dimostrano come presidenzialismo e premierato assicurino nel contempo governabilità e ruolo forte dei parlamenti, mentre il parlamentarismo italiano riesce a indebolire sia i governi che le camere.
Tornando alla situazione di oggi, Sechi ha perfettamente ragione nell'individuare in Prodi e in Bertinotti, chiusi nel bunker intenti a blindare governo e coalizione, i veri sconfitti della crisi, perché hanno provato a tirare un esilissimo filo che dovunque in Europa si è spezzato, quello che invece in Italia si pretende che tenga unite al governo due sinistre alternative fra loro, quella riformista e quella neocomunista. Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani.
E' stato Giuliano Amato a parlare, al Corriere, di «maggioranza variabile», suggerendo a Prodi e all'Unione di uscire dal bunker e abbandonare il dogma dell'autosufficienza.
Ipotesi a cui già Bertinotti aveva posto dei paletti, ritenendola auspicabile per la legge elettorale ma non per altro: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo, ad esempio, ad un allargamento al centro, allora quella diventa una maggioranza reale». Esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili, solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo non metta in discussione la maggioranza medesima».
Nella serata di ieri è stato Casini, leader del principale elemento di "variabilità", a bocciare la suggestione di Amato: «O il governo ha i numeri o va a casa».
Si vorrebbero cambiare gli equilibri parlamentari, ampliando la maggioranza verso il centro. Ma visto che non si può farlo apertamente, perché la sinistra neocomunista si opporrebbe, si ricorre alle «maggioranze variabili». «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassume perfettamente Stefano Folli.
Eppure, si sente dire che il concetto di «maggioranza variabile» si addice particolarmente alle democrazie mature, in cui maggioranza e opposizione sanno ritrovarsi su alcune materie ritenute «bipartisan». La politica estera, per esempio, è il tema «bipartisan» per eccellenza. Ma le cose non stanno proprio così.
La differenza fondamentale è che nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente, altrimenti viene a mancare il patto e una nuova maggioranza deve dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: il concetto di «maggioranze variabili» è incompatibile con il nostro sistema. Come corollario, il meccanismo della fiducia, associato a sistemi elettorali proporzionalisti, mette di fatto il Governo nelle mani dei partiti.
Presidenzialismo o premierato, incompatibilità tra candidatura e incarichi di governo e seggio parlamentare, sono le prime riforme da introdurre per una piena separazione dei poteri, principio base di ogni buon governo. Entrambe le istituzioni, Governo e Parlamento, devono avere la certezza che, tranne casi eccezionali, verrà loro consentito di terminare il mandato. Ciò toglierebbe molto potere dalle mani dei partiti e darebbe modo ai due poteri - del medesimo colore o in coabitazione - di concentrarsi sul loro lavoro invece che a studiare le tattiche per rimanere in sella. Le opposizioni, invece di manovrare o illudersi della spallata, avrebbero il tempo di rielaborare la loro linea politica.
Le esperienze citate, quella americana e quella britannica, dimostrano come presidenzialismo e premierato assicurino nel contempo governabilità e ruolo forte dei parlamenti, mentre il parlamentarismo italiano riesce a indebolire sia i governi che le camere.
Tornando alla situazione di oggi, Sechi ha perfettamente ragione nell'individuare in Prodi e in Bertinotti, chiusi nel bunker intenti a blindare governo e coalizione, i veri sconfitti della crisi, perché hanno provato a tirare un esilissimo filo che dovunque in Europa si è spezzato, quello che invece in Italia si pretende che tenga unite al governo due sinistre alternative fra loro, quella riformista e quella neocomunista. Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani.
Thursday, February 01, 2007
Welby. Il medico fece il suo dovere
«La Commissione disciplinare dell'Ordine dei Medici di Cremona ha deciso all'unanimità di archiviare il caso Riccio». L'annuncio ufficiale, stamani, del presidente dell'Ordine Andrea Bianchi, in apertura di una conferenza stampa.
Né eutanasia, né accanimento terapeutico, ma l'accoglimento da parte del medico della richiesta del paziente di sospendere la terapia. In questa intervista Giuliano Amato traccia i confini tra eutanasia (intervento attivo per porre termine a una vita) e accanimento terapeutico, di cui ha senso parlare solo nei casi in cui il paziente non è in grado di esprimere la sua volontà, perché negli altri casi si tratta di semplice interruzione della terapia.
«Personalmente sono molto contento, questa vicenda era per me motivo di grande preoccupazione», commenta l'anestesista Riccio all'agenzia radiofonica GRT:
Al Corriere Paolo Bodini, senatore dell'Ulivo:
Né eutanasia, né accanimento terapeutico, ma l'accoglimento da parte del medico della richiesta del paziente di sospendere la terapia. In questa intervista Giuliano Amato traccia i confini tra eutanasia (intervento attivo per porre termine a una vita) e accanimento terapeutico, di cui ha senso parlare solo nei casi in cui il paziente non è in grado di esprimere la sua volontà, perché negli altri casi si tratta di semplice interruzione della terapia.
«Personalmente sono molto contento, questa vicenda era per me motivo di grande preoccupazione», commenta l'anestesista Riccio all'agenzia radiofonica GRT:
«Al di là dell'aspetto personale, deontologicamente parlando, questa decisione stabilisce un principio molto importante: interrompere una terapia ora è possibile anche quando questa, come si è trattato nel caso di Welby, è una terapia salvavita. Ora spero che sia l'occasione per permettere un ulteriore dibattito su queste tematiche nel nostro paese».A questo punto bisognerebbe fare un po' di chiarezza per capire di quale legge ci sia effettivo bisogno.
Al Corriere Paolo Bodini, senatore dell'Ulivo:
«Approvo in pieno il comportamento di Riccio. Innanzitutto perché è tutelato dal codice deontologico. Ma anche da cristiano mi sento di dire che quanto è successo a Welby non viola né la legge né la morale: il malato che accetta il suo destino, magari stanco dopo una lunga sofferenza, non va contro Dio. Anzi il suo desiderio può essere quello di ricongiungersi con il Padre. Welby senza il respiratore sarebbe morto, non c'è stato nessun ruolo attivo del medico nel provocare il decesso».
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