Non potrebbero essere definiti meglio di come fa oggi Il Foglio: «Un coro di vecchie stelle della Prima Repubblica... coristi ex premier, uomini di impresa, sindacalisti, banchieri, esponenti dell'opposizione: sinistra dc, socialisti e post comunisti». Un coro si sta levando a favore della patrimoniale per ridurre il debito pubblico. E' stato Giuliano Amato - tristemente noto, da presidente del Consiglio, per il suo prelievo nottetempo sui conticorrente - a dare il "la". Rubare - perché questo è il termine che ci vuole - 30 mila euro ad un terzo degli italiani («magari in due anni», concede Sua grazia) per abbattare un terzo del debito pubblico, creato negli anni '70 e '80 da gente come Amato.
Qualcuno vicino al Terzo polo rilancia («imposta straordinaria sulle plusvalenze immobiliari», che non colpirebbe più di tanto i proprietari, ma chi aspira a diventarlo), mentre almeno Abete ha il pudore di inserire la patrimoniale in una proposta di riforma fiscale complessiva che prevede la riduzione delle aliquote. Veltroni si è subito accodato ad Amato: a carico del «10% più ricco della popolazione un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito pubblico all'80%»). Peccato che quel 10% non sia poi così ricco.
Non sorprende più di tanto - a ben vedere c'è una logica - che i sostenitori della patrimoniale - il cui effetto depressivo per l'economia è stranoto - siano gli stessi che si stracciano le vesti perché si sarebbe dovuto, e si dovrebbe, spendere di più per «stimolare» l'economia.
Tremonti finora ha smentito che il Tesoro stia pensando ad una patrimoniale, ma con uno come lui non si possono dormire sonni tranquilli, meglio levare subito gli scudi. Antonio Martino ricorda l'ovvio: «Meglio tagliare le spese, non solo quelle discrezionali, e puntare su privatizzazioni e liberalizzazioni». Francesco Forte ci va giù pesante: «Pazzi pericolosi», li definisce a ragione. E' chiaro anche che parte delle risorse così confiscate verrebbero subito spese dai politici in un «rigurgito di cultura pianificatoria». Al solo sentire e leggere di questi deliri, «i risparmiatori e le imprese si spaventano, nascondono i capitali, li portano all'estero, smettono di investire. Poi ci si lamenta che la ripresa è troppo lenta. Prima vendete il patrimonio pubblico e ricoverate questi matti - conclude Forte - poi il mercato ripartirà».
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Thursday, January 27, 2011
Thursday, June 03, 2010
Non cadiamo nel tranello
Berlusconi può essere criticabile per non aver dato seguito, abbassando le tasse, a quel concetto espresso nel 2004 e ripetuto in tante altre occasioni («se lo Stato mi chiede il 50% e passa di tasse è una richiesta scorretta e io mi sento moralmente autorizzato a evadere, per quanto posso»), ma non per essersi contraddetto con la smentita di martedì sera a Ballarò, o con le misure anti-evasione adottate dal suo governo con questa manovra. Interpretare quella smentita come un'abiura di quanto affermato anni fa, oltre che un errore, significherebbe cadere nell'inganno dialettico teso dagli amanti delle tasse, che per delegittimare un argomento sacrosanto ed efficace lo bollano pretestuosamente come incitamento all'evasione.
Quello usato innanzitutto dai liberali - e poi da Berlusconi - non è mai voluto essere un argomento per giustificare l'evasione fiscale, tanto meno per sostenerla, ma una pura constatazione: e cioè che una pressione fiscale avvertita come eccessiva e ingiusta rende moralmente e socialmente più accettabile evadere il fisco. Credo sia una realtà, un sentimento diffuso, di cui abbiamo esperienza nella vita di tutti i giorni. E' un fatto da cui trarre delle conseguenze, non una giustificazione né un incitamento. Nello smentire che lo sia non c'è contraddizione. La contraddizione che si può imputare a Berlusconi, semmai, è di non averne ancora tratto le dovute conseguenze, cioè di non avere ridotto le tasse.
Tasse basse e spese bene accrescono la «morale tributaria», osserva oggi Francesco Forte, su il Giornale. La nostra Costituzione prescrive che «tutti sono tenuti alle spese pubbliche in relazione alla loro capacità contributiva». Ma «una vasta dottrina tributaria afferma che le imposte con aliquote molto alte, che privano sostanzialmente il contribuente del suo diritto di proprietà e di iniziativa o della retribuzione del lavoro, sono incostituzionali».
Sia chiaro, a me non piacciono né la retorica anti-evasione del governo, né la caccia alle streghe praticata in concreto. Primo, perché inasprendo la repressione (magari anche in modo costoso) puoi recuperare qualche spicciolo, ma il più efficace strumento di contrasto dell'evasione rimane uno solo: cominciare a chiedere il giusto (massimo il 33% ai ricconi), dopo di ché sì, puoi pretendere che tutti paghino ed essere duro con chi evade. Secondo, la mia impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine si rischia un effetto depressivo. L'ho già scritto più volte: con l'elevata pressione fiscale e contributiva, i costi occulti dell'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, della rigidità del mercato del lavoro e della scarsa competitività, l'evasione è spesso l'unico modo per fare attività economica, impresa e lavoro. Per questo concordo con Enzo: «Quando per un liberale il problema principale diventa l'evasione fiscale e non l'entità del prelievo, vuol dire che ha già abdicato ai suoi principi».
Non bisogna però scordare che tra la soglia della tracciabilità abbassata a 5 mila euro da Tremonti e quella a 500 o 100 euro di Prodi-Visco c'è (ancora) una grande differenza. E il governo di centrosinistra quando si trovò per le mani il famoso "tesoretto", i soldi recuperati dall'evasione, lo dilapidò in spese improduttive e assistenziali, come accrescere le finestre di pensionamento, abolire lo "scalone" Maroni, assumere in massa i precari della scuola.
Quello usato innanzitutto dai liberali - e poi da Berlusconi - non è mai voluto essere un argomento per giustificare l'evasione fiscale, tanto meno per sostenerla, ma una pura constatazione: e cioè che una pressione fiscale avvertita come eccessiva e ingiusta rende moralmente e socialmente più accettabile evadere il fisco. Credo sia una realtà, un sentimento diffuso, di cui abbiamo esperienza nella vita di tutti i giorni. E' un fatto da cui trarre delle conseguenze, non una giustificazione né un incitamento. Nello smentire che lo sia non c'è contraddizione. La contraddizione che si può imputare a Berlusconi, semmai, è di non averne ancora tratto le dovute conseguenze, cioè di non avere ridotto le tasse.
Tasse basse e spese bene accrescono la «morale tributaria», osserva oggi Francesco Forte, su il Giornale. La nostra Costituzione prescrive che «tutti sono tenuti alle spese pubbliche in relazione alla loro capacità contributiva». Ma «una vasta dottrina tributaria afferma che le imposte con aliquote molto alte, che privano sostanzialmente il contribuente del suo diritto di proprietà e di iniziativa o della retribuzione del lavoro, sono incostituzionali».
Sia chiaro, a me non piacciono né la retorica anti-evasione del governo, né la caccia alle streghe praticata in concreto. Primo, perché inasprendo la repressione (magari anche in modo costoso) puoi recuperare qualche spicciolo, ma il più efficace strumento di contrasto dell'evasione rimane uno solo: cominciare a chiedere il giusto (massimo il 33% ai ricconi), dopo di ché sì, puoi pretendere che tutti paghino ed essere duro con chi evade. Secondo, la mia impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine si rischia un effetto depressivo. L'ho già scritto più volte: con l'elevata pressione fiscale e contributiva, i costi occulti dell'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, della rigidità del mercato del lavoro e della scarsa competitività, l'evasione è spesso l'unico modo per fare attività economica, impresa e lavoro. Per questo concordo con Enzo: «Quando per un liberale il problema principale diventa l'evasione fiscale e non l'entità del prelievo, vuol dire che ha già abdicato ai suoi principi».
Non bisogna però scordare che tra la soglia della tracciabilità abbassata a 5 mila euro da Tremonti e quella a 500 o 100 euro di Prodi-Visco c'è (ancora) una grande differenza. E il governo di centrosinistra quando si trovò per le mani il famoso "tesoretto", i soldi recuperati dall'evasione, lo dilapidò in spese improduttive e assistenziali, come accrescere le finestre di pensionamento, abolire lo "scalone" Maroni, assumere in massa i precari della scuola.
Friday, October 23, 2009
Tagliare le tasse tenendo a bada i conti si può
Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo
Il Corriere della Sera riferisce di un «colloquio tesissimo» tra Berlusconi e Tremonti: «O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici, o quella della spesa», sarebbe l'aut aut del ministro. Ma davvero un taglio delle tasse è incompatibile con una linea di «rigore e ragionevolezza sui conti pubblici»? Davvero un taglio delle tasse non si può che finanziare in deficit, oppure presterebbe una buona occasione anche per sforbiciare propria la spesa? La «graduale riduzione dell'Irap fino alla sua soppressione» è nel programma di governo e sfido chiunque a sostenere che con i livelli attuali di spesa pubblica e spreco il taglio dell'Irap determinerebbe inesorabilmente più deficit. No, c'è anche l'opzione di ridurre gradualmente l'Irap tagliando qualche spesa di troppo con qualche riforma. Questione di volontà politica. Non una cura shock, thatcheriana, quindi, ma soft. Non si capisce perché, rispetto a un'ipotesi così moderata, Tremonti arrivi a minacciare le dimissioni.
Parli chiaramente, il ministro, denunci pubblicamente il partito della spesa e faccia i nomi di chi c'è dietro, ma a chi gli dice - e sono tanti - giù le tasse e giù la spesa, dica "sì". «Giù le tasse, ma giù anche le spese», si conclude l'editoriale di oggi del Sole 24 Ore, affidato a Guido Gentili. E anche Francesco Forte, su il Giornale, parla di «doppio compito» per Berlusconi, quello di «attuare la promessa di rivoluzione fiscale», ma anche quello di «assicurare la tenuta della finanza pubblica italiana e la sua credibilità internazionale», e propone una sua ricetta, che prevede, tra l'altro, riforma delle pensioni Cazzola-Della Vedova e privatizzazioni. Per il taglio dell'Irap, quindi, tutti concordano che servirebbero altrettanti tagli di spesa pubblica. E le aree dove intervenire abbondano. A questo punto una scelta va fatta: o una stabilità sociale di cui però in pochi, e sempre i soliti, si avvantaggiano; o una crescita più sostenuta che potrebbe favorire molti (creando risorse per riformare il welfare).
Tenendo in considerazione, poi, che con la stabilità il debito pubblico si può al massimo contenere, ma a meno di non voler aumentare le tasse ai soliti noti che le pagano (magari ritrovandosi per le mani un gettito deludente), l'unico modo per uscirne è con più crescita, come ricorda giustamente Francesco Giavazzi nel suo editoriale di oggi sul Corriere. Cominciare riducendo l'Irap è un buon punto di partenza, perché si tratta di un'imposta che colpisce le attività produttive: e si badi bene, non solo le imprese, ma anche lavoratori e occupazione. L'Irap è una tassa suicida perché anziché premiare la produzione e il lavoro, li punisce. E bisogna inoltre considerare che il mondo produttivo tedesco con tutta probabilità usufruirà di un consistente taglio di tasse, nelle intenzioni del nuovo governo democristiano-liberale di Angela Merkel (forse per una cifra che supera il gettito della nostra Irap: 50 miliardi).
Quella che Giavazzi definisce una «minoranza mal sopportata» finora all'interno del governo, tra cui i ministri Gelmini e Brunetta, non ha preferito la stabilità alle riforme, e gode comunque di ampia popolarità, soprattutto nel Pdl e tra gli elettori di centrodestra, quelli che ti consentono di vincere le elezioni. Ma in conclusione, condivido l'appello di Feltri: «Ora giù le tasse, ma salvate Tremonti». Anche se un paio di differenze, rispetto al 2004, quando il ministro fu costretto alle dimissioni, ci sono: Fini non è al governo e l'Udc non fa parte della maggioranza. Anche il quotidiano di Confindustria, pur favorevole a tagliare le tasse, tuttavia non ce l'ha con Tremonti. Oggi Guido Gentili scrive che «non c'è spazio né per restare fermi né per bruciare, oltre il sostegno decisivo della Lega Nord, la credibilità internazionale che Tremonti ha costruito in questa fase di crisi difficilissima».
Stavolta anche Stefano Folli mi pare interpreti bene quando scrive «nessuna sfiducia a Tremonti, ma da Berlusconi viene un preciso segnale». Per quanto sia "intoccabile", e per quanto il premier non voglia effettivamente privarsi di lui, è Palazzo Chigi «che decide la rotta». Il premier lo ha ricordato e Tremonti dovrebbe accettarlo. Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo.
Per favore, quindi, il ministro dell'Economia la smetta di raccontarci che non c'è spazio per ridurre le tasse (ridurle facendo quadrare i conti è il suo mestiere), e lui e quello del Welfare non insistano sul fatto che il nostro modello è il migliore del mondo. Così facendo, anzi, non si accorgono di sminuire il loro operato durante la crisi. Se verso l'uscita del tunnel siamo ancora in piedi (conti pubblici entro limiti accettabili, disoccupazione sotto la media Ue), è anche per merito della responsabilità fiscale di Tremonti e Sacconi, ma certo non di un modello socio-economico fatto di elevata spesa pubblica ed elevata tassazione, e di cassa integrazione, che va riformato.
E' proprio questo il momento migliore per affrontare la questione fiscale e tentare di dare slancio alla nostra ripresa.
Il Corriere della Sera riferisce di un «colloquio tesissimo» tra Berlusconi e Tremonti: «O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici, o quella della spesa», sarebbe l'aut aut del ministro. Ma davvero un taglio delle tasse è incompatibile con una linea di «rigore e ragionevolezza sui conti pubblici»? Davvero un taglio delle tasse non si può che finanziare in deficit, oppure presterebbe una buona occasione anche per sforbiciare propria la spesa? La «graduale riduzione dell'Irap fino alla sua soppressione» è nel programma di governo e sfido chiunque a sostenere che con i livelli attuali di spesa pubblica e spreco il taglio dell'Irap determinerebbe inesorabilmente più deficit. No, c'è anche l'opzione di ridurre gradualmente l'Irap tagliando qualche spesa di troppo con qualche riforma. Questione di volontà politica. Non una cura shock, thatcheriana, quindi, ma soft. Non si capisce perché, rispetto a un'ipotesi così moderata, Tremonti arrivi a minacciare le dimissioni.
Parli chiaramente, il ministro, denunci pubblicamente il partito della spesa e faccia i nomi di chi c'è dietro, ma a chi gli dice - e sono tanti - giù le tasse e giù la spesa, dica "sì". «Giù le tasse, ma giù anche le spese», si conclude l'editoriale di oggi del Sole 24 Ore, affidato a Guido Gentili. E anche Francesco Forte, su il Giornale, parla di «doppio compito» per Berlusconi, quello di «attuare la promessa di rivoluzione fiscale», ma anche quello di «assicurare la tenuta della finanza pubblica italiana e la sua credibilità internazionale», e propone una sua ricetta, che prevede, tra l'altro, riforma delle pensioni Cazzola-Della Vedova e privatizzazioni. Per il taglio dell'Irap, quindi, tutti concordano che servirebbero altrettanti tagli di spesa pubblica. E le aree dove intervenire abbondano. A questo punto una scelta va fatta: o una stabilità sociale di cui però in pochi, e sempre i soliti, si avvantaggiano; o una crescita più sostenuta che potrebbe favorire molti (creando risorse per riformare il welfare).
Tenendo in considerazione, poi, che con la stabilità il debito pubblico si può al massimo contenere, ma a meno di non voler aumentare le tasse ai soliti noti che le pagano (magari ritrovandosi per le mani un gettito deludente), l'unico modo per uscirne è con più crescita, come ricorda giustamente Francesco Giavazzi nel suo editoriale di oggi sul Corriere. Cominciare riducendo l'Irap è un buon punto di partenza, perché si tratta di un'imposta che colpisce le attività produttive: e si badi bene, non solo le imprese, ma anche lavoratori e occupazione. L'Irap è una tassa suicida perché anziché premiare la produzione e il lavoro, li punisce. E bisogna inoltre considerare che il mondo produttivo tedesco con tutta probabilità usufruirà di un consistente taglio di tasse, nelle intenzioni del nuovo governo democristiano-liberale di Angela Merkel (forse per una cifra che supera il gettito della nostra Irap: 50 miliardi).
Quella che Giavazzi definisce una «minoranza mal sopportata» finora all'interno del governo, tra cui i ministri Gelmini e Brunetta, non ha preferito la stabilità alle riforme, e gode comunque di ampia popolarità, soprattutto nel Pdl e tra gli elettori di centrodestra, quelli che ti consentono di vincere le elezioni. Ma in conclusione, condivido l'appello di Feltri: «Ora giù le tasse, ma salvate Tremonti». Anche se un paio di differenze, rispetto al 2004, quando il ministro fu costretto alle dimissioni, ci sono: Fini non è al governo e l'Udc non fa parte della maggioranza. Anche il quotidiano di Confindustria, pur favorevole a tagliare le tasse, tuttavia non ce l'ha con Tremonti. Oggi Guido Gentili scrive che «non c'è spazio né per restare fermi né per bruciare, oltre il sostegno decisivo della Lega Nord, la credibilità internazionale che Tremonti ha costruito in questa fase di crisi difficilissima».
Stavolta anche Stefano Folli mi pare interpreti bene quando scrive «nessuna sfiducia a Tremonti, ma da Berlusconi viene un preciso segnale». Per quanto sia "intoccabile", e per quanto il premier non voglia effettivamente privarsi di lui, è Palazzo Chigi «che decide la rotta». Il premier lo ha ricordato e Tremonti dovrebbe accettarlo. Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo.
Per favore, quindi, il ministro dell'Economia la smetta di raccontarci che non c'è spazio per ridurre le tasse (ridurle facendo quadrare i conti è il suo mestiere), e lui e quello del Welfare non insistano sul fatto che il nostro modello è il migliore del mondo. Così facendo, anzi, non si accorgono di sminuire il loro operato durante la crisi. Se verso l'uscita del tunnel siamo ancora in piedi (conti pubblici entro limiti accettabili, disoccupazione sotto la media Ue), è anche per merito della responsabilità fiscale di Tremonti e Sacconi, ma certo non di un modello socio-economico fatto di elevata spesa pubblica ed elevata tassazione, e di cassa integrazione, che va riformato.
E' proprio questo il momento migliore per affrontare la questione fiscale e tentare di dare slancio alla nostra ripresa.
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