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Friday, October 15, 2010

A carte sempre più scoperte/3

Dopo aver definito «ineccepibile» sotto il profilo istituzionale la risposta in cui Schifani conferma l'assegnazione in prima battuta al Senato della discussione sulla legge elettorale, gli basta un secondo et voilà, Fini sveste i panni di terza carica dello Stato per vestire quelli di capofazione, aggiungendo che «è altrettanto evidente che c'è una questione politica perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma elettorale». Ecco quello che si intende per incompatibilità del doppio ruolo di Fini. Un presidente della Camera dovrebbe fermarsi all'aspetto istituzionale «ineccepibile» e sulla «questione politica» far esprimere, semmai, qualcuno dei suoi.

Che la discussione sulle modifiche alla legge elettorale possa procedere speditamente, e procedere nella direzione gradita a Fli, Udc e Pd (il che al momento è numericamente possibile solo a Montecitorio), rappresenta per Fini il grimaldello da usare, in caso di crisi, per evitare un voto anticipato. E' ovvio, infatti, che trarrebbe un palese vantaggio, quanto meno in termini di potere di ricatto se non nel merito delle modifiche da apportare, dal profilarsi alla Camera di una maggioranza sulla legge elettorale diversa da quella che sostiene il governo, anche se poi non è affatto detto che si manifesti anche al Senato. Ma basta alla Camera per mettere sotto pressione Berlusconi. Che da presidente della Camera Fini spinga così tanto sfacciatamente in questa direzione, arrivando persino ad accusare il Senato (e la seconda carica dello Stato) di voler insabbiare l'iter parlamentare, dimostra il totale spregio per la terzietà e la neutralità politica della carica che ricopre.

Una manovra squisitamente politica, di bassa politica per altro, alla quale piega il corretto esercizio delle sue funzioni, disposto persino allo scontro non più solo con Berlusconi ma anche con Schifani. Non si spiega altrimenti questo accanimento, visto che se fosse il merito della riforma a stargli a cuore, la diatriba sarebbe del tutto senza senso, perché è ovvio che la proposta di riforma dovrà passare prima o poi sia per la Camera che per il Senato. Non si può non concordare con Bechis:
«È bene a tenersi a mente questo spettacolino teatrale messo in scena dalla terza istituzione della Repubblica, perché si ripeterà non una, ma mille volte nei prossimi mesi. Fini vuole restare incollato saldamente alla sua poltrona, perché quella gli assicura una statura e una dimensione politica che altrimenti non avrebbe alla guida di un piccolo manipolo di parlamentari. Ma rispetto per quella carica e per i suoi doveri non ne ha più. Come nel caso della legge elettorale ha esposto l'istituzione a una figuraccia (sapeva di chiedere quel che non si poteva chiedere) pur di piegarla ai piccoli interessi del suo gruppetto politico. Uno stile che fa apparire dei giganti delle istituzioni i suoi predecessori, anche quelli immediati come Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini. Ma è questione di uomini».
Sconcerto per questa condotta lo fa trasparire anche Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, non certo un berlusconiano, il quale ricostruisce così la manovra:
«Il grosso dell'opposizione auspica la riforma della legge elettorale, ma intende quasi sempre riferirsi a un nuovo governo che, non potendo nascere da un patto politico e programmatico, si farebbe scudo della riforma per darsi un'impronta "tecnica". Tutti sanno che si tratta di uno scenario irrealistico e che il Capo dello Stato non favorirebbe mai una manovra ambigua. Tuttavia si continua a parlarne. Nella speranza che prima o poi il gruppo di "Futuro e Libertà", determinante a Montecitorio, si decida a provocare la caduta di Berlusconi. Ma è evidente che questa prospettiva, allo stato delle cose, è aleatoria. Forse prenderà forma più avanti, ma solo quando gli amici del presidente della Camera saranno sicuri di ottenere proprio quella nuova legge elettorale di cui essi hanno assoluto bisogno per rendere credibile la prospettiva dell'"altra destra" prima delle elezioni. Una sicurezza che al momento davvero non c'è. Per cui si resta nel circolo vizioso. Lo screzio istituzionale tra Fini e il suo collega del Senato, Schifani, suona conferma dell'intreccio. A Palazzo Madama, dove il centrodestra ha ancora una chiara maggioranza senza bisogno dei voti dei finiani, il dibattito sulla riforma elettorale rischia di esaurirsi in un nulla di fatto. Quindi Fini avrebbe voluto trasferirlo a Montecitorio, dove gli equilibri sono diversi. Avendo ricevuto un rifiuto ("formalmente ineccepibile") da Schifani, ha accusato il Senato di volontà insabbiatrice. Il che costituisce una novità senza precedenti».
Per Folli, «il progetto di un esecutivo dedicato solo alla riforma elettorale è mera utopia», e anche se fosse realistico, non ci sarebbe accordo, neanche all'interno del Pd, sul sistema da adottare, perché dipende «da quale politica delle alleanze si vuole seguire». Ciò non toglie che ognuno appaia «autorizzato a inseguire il proprio tornaconto», anche se «senza molto costrutto», ma ciò che è grave è che lo insegua Fini smaccatamente avvalendosi delle proprie funzioni istituzionali.

P.S.: Sia detto per inciso (ma mica tanto): non solo Fini e Casini questa legge elettorale l'hanno votata, ma l'hanno persino imposta a Berlusconi come condizione per tenere in vita l'alleanza per le elezioni del 2006.

Tuesday, October 12, 2010

Il "complesso" militare

Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?

Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.

Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.

L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.

Tuesday, December 22, 2009

Disinformatija all'opera su Napolitano

Ieri tutti i siti, le agenzie, e oggi sui giornali quirinalisti e notisti politici, a sbandierare il «pessimismo» del presidente Napolitano riguardo le riforme costituzionali, perché non ravvisa il giusto «clima» tra le forze politiche. Ebbene, oggi Napolitano è intervenuto smentendoli tutti: non avete capito un acca. Quando il presidente ha parlato di «clima non propizio» non si riferiva alle riforme, come ha chiarito oggi egli stesso, ma «mi riferivo in particolare alla situazione di deficit pubblico, perché è più difficile condividere le scelte per contenerlo che trovare intese sulle riforme». Quindi, ci ha pensato lo stesso Napolitano, stamattina, a definire il suo stato d'animo riguardo la possibilità che possa riprendere un percorso di riforme condivise in grado di dare risultati già nell'attuale legislatura. Smentendo le letture del suo discorso di ieri diffuse dalle principali agenzie e siti internet, e propagandate oggi dai giornali, il capo dello Stato si è detto «né ottimista né pessimista, ma ragionevolmente fiducioso». E ha chiarito anche lo stato dei suoi rapporti personali con Berlusconi: «Sono sempre stati buoni». In particolare, «mi ha fatto piacere che oggi mi abbia chiamato e che abbia apprezzato le linee generali del mio discorso», rivela riferendosi al colloquio telefonico avuto stamattina con il premier, nel corso del quale i due si sono scambiati, oltre che gli auguri natalizi, dei pareri sul discorso pronunciato ieri.

I giornali hanno come al solito tentato di "spingere" le loro interpretazioni interessate e frutto di pregiudizio. Ma evidentemente questa volta Napolitano ha ritenuto di dover intervenire per correggere le incaute analisi di chi ha parlato di «pessimismo» del Colle (Massimo Giannini, su la Repubblica), o di un «ultimo appello al premier» (Federico Geremicca, su La Stampa). Alla luce delle precisazioni di oggi, invece, più vicini al reale stato d'animo del presidente sono andati Stefano Folli sul Sole 24 Ore, che nel discorso di Napolitano di ieri ha visto «un messaggio di moderato ottimismo»; Massimo Franco, che sul Corriere della Sera ha parlato di un «realismo necessario» del Colle; e Paolo Cacace, che su Il Messaggero ha osservato come quello del capo dello Stato non sia certo «un facile e gratuito ottimismo», cogliendo nelle sue parole «un segnale di pace al Cavaliere».

Un caso esemplare di come da parte delle principali agenzie e siti internet, e di certi grandi giornali, si tenti ogni volta di dare in pasto all'opinione pubblica le loro letture deviate, persino delle parole del capo dello Stato, influenzando lo stesso dibattito politico.

Friday, October 23, 2009

Tagliare le tasse tenendo a bada i conti si può

Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo

Il Corriere della Sera riferisce di un «colloquio tesissimo» tra Berlusconi e Tremonti: «O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici, o quella della spesa», sarebbe l'aut aut del ministro. Ma davvero un taglio delle tasse è incompatibile con una linea di «rigore e ragionevolezza sui conti pubblici»? Davvero un taglio delle tasse non si può che finanziare in deficit, oppure presterebbe una buona occasione anche per sforbiciare propria la spesa? La «graduale riduzione dell'Irap fino alla sua soppressione» è nel programma di governo e sfido chiunque a sostenere che con i livelli attuali di spesa pubblica e spreco il taglio dell'Irap determinerebbe inesorabilmente più deficit. No, c'è anche l'opzione di ridurre gradualmente l'Irap tagliando qualche spesa di troppo con qualche riforma. Questione di volontà politica. Non una cura shock, thatcheriana, quindi, ma soft. Non si capisce perché, rispetto a un'ipotesi così moderata, Tremonti arrivi a minacciare le dimissioni.

Parli chiaramente, il ministro, denunci pubblicamente il partito della spesa e faccia i nomi di chi c'è dietro, ma a chi gli dice - e sono tanti - giù le tasse e giù la spesa, dica "sì". «Giù le tasse, ma giù anche le spese», si conclude l'editoriale di oggi del Sole 24 Ore, affidato a Guido Gentili. E anche Francesco Forte, su il Giornale, parla di «doppio compito» per Berlusconi, quello di «attuare la promessa di rivoluzione fiscale», ma anche quello di «assicurare la tenuta della finanza pubblica italiana e la sua credibilità internazionale», e propone una sua ricetta, che prevede, tra l'altro, riforma delle pensioni Cazzola-Della Vedova e privatizzazioni. Per il taglio dell'Irap, quindi, tutti concordano che servirebbero altrettanti tagli di spesa pubblica. E le aree dove intervenire abbondano. A questo punto una scelta va fatta: o una stabilità sociale di cui però in pochi, e sempre i soliti, si avvantaggiano; o una crescita più sostenuta che potrebbe favorire molti (creando risorse per riformare il welfare).

Tenendo in considerazione, poi, che con la stabilità il debito pubblico si può al massimo contenere, ma a meno di non voler aumentare le tasse ai soliti noti che le pagano (magari ritrovandosi per le mani un gettito deludente), l'unico modo per uscirne è con più crescita, come ricorda giustamente Francesco Giavazzi nel suo editoriale di oggi sul Corriere. Cominciare riducendo l'Irap è un buon punto di partenza, perché si tratta di un'imposta che colpisce le attività produttive: e si badi bene, non solo le imprese, ma anche lavoratori e occupazione. L'Irap è una tassa suicida perché anziché premiare la produzione e il lavoro, li punisce. E bisogna inoltre considerare che il mondo produttivo tedesco con tutta probabilità usufruirà di un consistente taglio di tasse, nelle intenzioni del nuovo governo democristiano-liberale di Angela Merkel (forse per una cifra che supera il gettito della nostra Irap: 50 miliardi).

Quella che Giavazzi definisce una «minoranza mal sopportata» finora all'interno del governo, tra cui i ministri Gelmini e Brunetta, non ha preferito la stabilità alle riforme, e gode comunque di ampia popolarità, soprattutto nel Pdl e tra gli elettori di centrodestra, quelli che ti consentono di vincere le elezioni. Ma in conclusione, condivido l'appello di Feltri: «Ora giù le tasse, ma salvate Tremonti». Anche se un paio di differenze, rispetto al 2004, quando il ministro fu costretto alle dimissioni, ci sono: Fini non è al governo e l'Udc non fa parte della maggioranza. Anche il quotidiano di Confindustria, pur favorevole a tagliare le tasse, tuttavia non ce l'ha con Tremonti. Oggi Guido Gentili scrive che «non c'è spazio né per restare fermi né per bruciare, oltre il sostegno decisivo della Lega Nord, la credibilità internazionale che Tremonti ha costruito in questa fase di crisi difficilissima».

Stavolta anche Stefano Folli mi pare interpreti bene quando scrive «nessuna sfiducia a Tremonti, ma da Berlusconi viene un preciso segnale». Per quanto sia "intoccabile", e per quanto il premier non voglia effettivamente privarsi di lui, è Palazzo Chigi «che decide la rotta». Il premier lo ha ricordato e Tremonti dovrebbe accettarlo. Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo.

Per favore, quindi, il ministro dell'Economia la smetta di raccontarci che non c'è spazio per ridurre le tasse (ridurle facendo quadrare i conti è il suo mestiere), e lui e quello del Welfare non insistano sul fatto che il nostro modello è il migliore del mondo. Così facendo, anzi, non si accorgono di sminuire il loro operato durante la crisi. Se verso l'uscita del tunnel siamo ancora in piedi (conti pubblici entro limiti accettabili, disoccupazione sotto la media Ue), è anche per merito della responsabilità fiscale di Tremonti e Sacconi, ma certo non di un modello socio-economico fatto di elevata spesa pubblica ed elevata tassazione, e di cassa integrazione, che va riformato.

E' proprio questo il momento migliore per affrontare la questione fiscale e tentare di dare slancio alla nostra ripresa.

Thursday, September 11, 2008

Un Pd senza idee si aggrappa all'antifascismo di maniera

Torno sulla polemica fascismo/Rsi. Pansa, intervistato da il Giornale, prende le difese del ministro La Russa, attaccato da Veltroni e Franceschini, osservando che molti di coloro che si arruolarono nella Rsi «erano cresciuti nel regime fascista, immersi in un clima di propaganda perenne», che «fra quei ragazzi, ce n'erano molti che divennero sinceri antifascisti», che quindi «non erano quattro miserabili scherani, come vuol far credere chi polemizza» con La Russa, bensì «uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure».

Il profilo che traccia Pansa è ineccepibile. Resta ora da capire quali debbano essere nei confronti dei caduti per Salò i sentimenti della memoria collettiva, dei rappresentanti della Repubblica italiana. E qui ribadiamo: certamente rispetto per ognuna di quelle storie individuali. Ma non «onore», che se non sbaglio è la parola invocata dal ministro La Russa. E' triste, lo so, ma chi si trovò anche solo per accidente, perché indottrinato in gioventù, dalla parte sbagliata, non può essere «onorato» come difensore della patria. Non è cattiveria, è che sarebbe un insulto ai fatti.

Certo, poi si può e si deve parlare anche dei professionisti dell'antifascismo e dei comunisti, che miravano non alla democrazia, ma a una dittatura ben più totalitaria e disumanizzante. Non so se possa essere rilasciata una patente di antifascista a chi, per esempio, militò nel GUF fino al 1945. Sono troppi gli imboscati, i fascisti dell'ultima ora che si convertirono in comunisti della prima ora. Il '43 rimane ai miei occhi uno spartiacque. Chi rimase fascista anche dopo il '43 difficilmente può convincerci di essere stato antifascista. E i comunisti difficilmente possono convincerci di essere stati democratici nonostante difendessero l'invasione sovietica in Ungheria.

Poi Pansa coglie un aspetto importante della vis polemica di Veltroni e Franceschini. Il «vero» problema» di Veltroni «è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».

La verità è che il Pd veltroniano è ancora alla ricerca di un'idea forte per l'autunno», scrive oggi Stefano Folli, che non è il primo a sottolineare la totale mancanza di idee del Pd ma soprattutto del suo leader. Veltroni non ha uno straccio di idea, fa opposizione alla giornata, aprendo ogni mattina una polemichetta, il più delle volte prendendo delle toppe clamorose.

Non avendo trovato un'idea, «il surrogato è una sostanziale svolta a sinistra, così da mobilitare i simpatizzanti e rincuorarli... E la polemica sulle ipotetiche nostalgie fasciste del sindaco di Roma ne è il corollario». Ma il richiamo all'antifascismo e alla piazza non portano lontano: «I toni intransigenti e l'appello in difesa della democrazia possono servire a ridurre lo spazio in cui si muove Di Pietro, recuperando anche l'opinione di estrema sinistra. Ma così salta - è bene saperlo - la premessa politica su cui nacque il Pd», avverte Folli.

Lo dicevo all'indomani delle elezioni, su il Riformista: «... per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista?»

Ecco, aggrappandosi alla logora ideologia dell'antifascismo, cedendo al giustizialismo dipietrista, ma soprattutto in questi giorni le "grida manzoniane" sulla scuola e le solite accuse di "macelleria sociale" per i tagli (pochi) alla spesa pubblica, il Pd si avvia a ripetere gli stessi schemi dell'opposizione 2001-2006, che produsse il ritorno al governo sotto il segno di Prodi, Visco e Rifondazione comunista. Auguri. Dov'è finito il Veltroni del giugno-luglio 2007?

Friday, May 23, 2008

E' "luna di miele", il momento di agire

Dopo i primi passi mossi dal governo Berlusconi, cui sono seguiti i promettenti annunci sul nucleare (qui dovranno valere i piani concreti) e il ponte sullo Stretto, si può parlare di vera e propria "luna di miele". I grandi giornali legati al mondo della borghesia e dell'impresa si sono manifestati con gli editoriali di Stefano Folli, per il Sole 24 Ore, e di Massimo Franco, per il Corriere della Sera; con il suo bel discorso di investitura (anche se ci ha infastidito il silenzio omertoso di tutti i maggiori organi d'informazione, stampa e tv, sull'incidente mortale avvenuto in una delle sue fabbriche) Emma Marcegaglia ha schierato Confindustria al fianco del governo, garantendo un atteggiamento non collusivo ma collaborativo per superare la «malattia dell'Italia, la crescita zero».

Una quasi "luna di miele" persino con le banche, che si sono rese disponibili all'idea della rinegoziazione dei mutui. Si può parlare di "luna di miele" anche con il Quirinale, con i ministri che lo informano e lo coinvolgono nelle scelte (vedi Maroni e Frattini) e il presidente Napolitano che ricambia emanando con celerità i decreti sicurezza e rifiuti. Ed è "luna di miele" addirittura con l'opposizione, pronta al dialogo su riforme istituzionali e legge elettorale, ma che mostra un approccio costruttivo anche su temi come la sicurezza, le tasse, i rifiuti, il federalismo fiscale.

A questo punto, Berlusconi deve saper cogliere il vento in poppa e gonfiare le vele del suo governo; sta a lui decidere se vuole passare per colui che gestì il declino, magari addolcendolo, come un Andreotti o un Fanfani, o se vuol essere ricordato come una Thatcher, cambiando il paradigma e i connotati socio-economici al Paese.

Dell'opposizione, del Partito democratico, parleremo più ampiamente in seguito, ma i nodi sono stati ben posti da Andrea Romano, su La Stampa, e si possono riassumere nella domanda: alleanze o contenuti?

Monday, February 18, 2008

Sotto i tagli fiscali un iceberg di proposte stataliste

Berlusconi e Fini sono ancora al palo, fermi ai blocchi di partenza. Forse in attesa della decisione di Casini, la campagna elettorale del PdL non è ancora iniziata e Veltroni ha subito ridotto lo svantaggio iniziale, mettendo per primo sul tavolo le sue proposte e presentandosi in modo aggressivo, soprattutto per quanto riguarda due aspetti, però fondamentali: l'elemento novità, che cerca di personificare, e il tema delle tasse, che cerca di sottrarre al suo avversario. A differenza di Prodi, Veltroni ci sa fare in campagna elettorale. Non è che non faccia errori, o non abbia punti deboli (come l'acrobazia di far dimenticare Prodi pretendendo al tempo stesso di rendergli omaggio), ma è bravo a mascherarli.

Il suo giro d'Italia in pullman, in 110 province, lo porterà sui tg due volte al giorno. Una presenza martellante, in puro stile americano. E all'impatto di una campagna così personalizzata, ritagliata sulla figura del leader, il centrodestra rischia di contrapporre una frammentato e confusionario universo di dichiarazioni dei vari Bondi, Cicchitto, Ronchi, eccetera...

«Gli italiani mi conoscono; se mi vogliono, mi voteranno», è una frase che porterebbe Berlusconi alla sconfitta. Non deve fare l'errore, come ha scritto ieri Stefano Folli, su Il Sole 24 Ore, di «lasciare all'avversario il monopolio della novità: vale a dire un fattore di vantaggio che in politica è quasi sempre decisivo», o di farsi sottrarre i suoi temi tipici, come le tasse. Ma dei possibili errori di Berlusconi avremo modo di parlare più avanti.

Per ora, mi limito a qualche considerazione sui 12 punti programmatici elencati da Veltroni sabato alla Costituente del Pd. Molto, molto deludenti. Ho sempre pensato, fin dal suo discorso del giugno scorso a Torino, che Veltroni avrebbe puntato con più coraggio su una svolta liberale in economia, ma mi devo ricredere. Ha invece deciso di fare della politica fiscale la punta liberale di un iceberg di proposte stataliste. Essendo la prima volta che una forza di centrosinistra promette di tagliare le tasse a prescindere dal debito, dall'evasione, e dalla congiuntura economica, al Pd non si poteva realisticamente chiedere di più di una riduzione delle aliquote Irpef di tre punti in tre anni. Una proposta cauta, che certamente non corrisponde a quello shock che servirebbe all'Italia, ma rispetto alla quale purtroppo temiamo che Berlusconi non avrà il coraggio di rilanciare.

Per il resto, guardando a quello che c'è, e a quello che manca, in quei 12 punti, le idee veltroniane sono poche e smaccatamente stataliste, condite da qualche slogan suggestivo e "americaneggiante".

La lotta di Veltroni contro il precariato soffre di una visione vecchia che nemmeno per assonanza ricorda la via blairiana. Del salario minimo di 1.000 euro ai precari abbiamo già parlato e anche Franco Debenedetti ricorda come «una vastissima letteratura economica ne dimostri la negatività». La causa della precarietà sta nel fatto che solo una piccola fetta dei lavoratori, gli outsiders non garantiti, sopporta il peso e i rischi della flessibilità dei contratti cosiddetti "atipici". Per ridurre la precarietà bisognerebbe "spalmare" quel rischio, riequilibrare l'area delle tutele, riducendola agli insiders ultragarantiti che continuano a usufruire di una rigidità anacronistica, che neanche tiene conto del merito, ed estendendola agli outsiders.

Servirebbe un nuovo welfare che alla cassa integrazione sostituisca sussidi di disoccupazione universali secondo la logica del welfare to work. Lavoratori e aziende dovrebbero essere lasciati liberi di accordarsi su salari di mercato ed eventualmente lo Stato dovrebbe intervenire a integrare i redditi troppo bassi con programmi specifici, senza però che questa integrazione sia tale da rendere non conveniente per i lavoratori sforzarsi di migliorare la propria produttività e di acquisire ulteriori qualifiche e nuove competenze.

Nel settore della pubblica amministrazione non c'è alcuna ricetta di dimagrimento. Si promette una generica riduzione della spesa pubblica senza indicare dove tagliare e dove razionalizzare, senza alcun riferimento alla valutazione della produttività delle strutture e del merito dei singoli lavoratori, nel caso anche scontrandosi con i sindacati. E in ogni caso sarebbe necessaria una riduzione drastica del numero dei dipendenti pubblici, di cui nel programma di Veltroni per ora non c'è traccia.

Semplicemente scandalosa, inoltre, la proposta sull'università. Non servono altri 100 «campus» - cercando di suggestionare gli elettori prendendo in prestito termini americani senza importare i modelli che ci sono dietro - ma vera concorrenza tra le università per alzare la qualità e produrre eccellenza. E sembra una beffa parlare di «valutazione degli studenti», quando ciò che manca è una seria valutazione dei docenti che porti all'allontanamento dei più scadenti.

Stupisce l'assenza dai 12 punti del tema delle liberalizzazioni, soprattutto nei servizi pubblici locali.

Ovviamente nessuna riforma della giustizia, dopo l'iniezione di grandi dosi di giustizialismo dipietrista nel Pd: la casta dei magistrati non si tocca.

Previsti invece i soliti programmi di edilizia popolare, che non fanno altro che contribuire proprio a quella distorsione del mercato immobiliare che rende i prezzi delle case nelle grandi città italiane tra i più alti al mondo.

Infine, la tassazione della pubblicità in tv (un regalo ai grandi giornali che stanno appoggiando Veltroni in campagna elettorale) per finanziare produzioni televisive «di qualità»: una forma di aiuto di Stato già fallita con il cinema.

Ciliegina sulla torta, Veltroni ha offerto un posto in lista ai "figli di papà", i figli di quegli industriali assistiti (tra cui Colaninno, Barilla, Mondadori) che ben poco hanno a che fare con la piccola e media impresa non raccomandata e senza santi in Confindustria. Candidature che la dicono lunga sul blocco sociale che appoggia Veltroni.

Thursday, February 14, 2008

Da solo, "ma anche" male accompagnato

Veltroni (qui a sinistra in una vignetta di Angese) sembra essere riuscito nel miracolo di correre sia da solo che male accompagnato. Berlusconi, riconosce oggi Stefano Folli su Il Sole 24 Ore, «è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la Rosa Bianca... poi Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota ragguardevole. Segno che Berlusconi ha davvero molta fiducia in se stesso, nei suoi sondaggi e nella bontà dell'operazione di sfoltimento... Viceversa, Veltroni ha cessato di correre da solo».

Ma qui non intendiamo impiccarlo a una coerenza che alle volte in politica può rivelarsi solo miopia. E' nella sostanza politica che l'apparentamento con Di Pietro non convince. Una deroga all'imperativo di correre da soli poteva anche essere sostenibile, ma imbarcando Di Pietro Veltroni mostra di aver ceduto per un pugno di voti, che qualche sondaggio gonfiato attribuisce a L'Italia dei Valori, a scapito della tanto decantata «coesione» progrmmatica.

Avranno anche siglato un accordo solido, ma all'interno del Pd i settori che respingono la cultura giustizialista dell'ex pm sono ampi e non ininfluenti. Non sono affatto contenti Arturo Parisi, Rosy Bindi, tanti prodiani, una parte degli ex Ppi, socialisti come Caldarola («è una scelta che nega la nostra cultura politica... mi sembra difficile stare nello stesso partito») e liberal come Polito («proprio non riesco a immaginarmi nello stesso gruppo parlamentare di Di Pietro»), che ieri ha spiegato i suoi tre "no".

Insomma, Veltroni ha privilegiato i voti (presunti: a nostro avviso Di Pietro ne avrebbe presi di più, grazie a girotondini e grillini, correndo da solo) alle culture politiche dei radicali e dei socialisti, che a quel punto sarebbero state eccezioni più coerenti dal punto di vista del profilo riformista del Pd. Apparentandosi a Di Pietro anche l'immagine del Pd cambia e certo chi si aspetta nella prossima legislatura una riforma della giustizia non è da quella parte che può rivolgere le proprie aspettative.

«Tutto questo significa che si è riaperto il processo di costruzione del Pd, che senza dir niente a nessuno si sono rimesse in discussione scelte compiute da regolari congressi, votando solenni documenti in cui si diceva cosa doveva essere il Pd e da quali forze era composto», osserva Polito. Quindi, per giustificare un'alleanza elettorale con Di Pietro si «cambia la natura» del Pd e se ne cambia pure la linea politica, certo non in senso liberale. «Dall'alleanza con Di Pietro desumo che il Pd si schiererà non solo contro la legge sulle intercettazioni annunciata dal centrodestra, ma anche contro la sua stessa riforma, voluta dal suo governo in questa legislatura».

Wednesday, January 30, 2008

Dietro Marini, trappolone "tedesco" anche per Veltroni

Dunque, incarico a Marini, più un "mandato esplorativo". Com'era prevedibile il Capo dello Stato ha voluto comunque tentare l'ultima carta. Ma il rischio, per Napolitano, è di esporsi a una figuraccia istituzionale.

Già, perché forse qualche margine c'è ancora per il presidente del Senato, ma si tratta di due-tre senatori, non certo delle nobili e larghe intese. Come ha spiegato bene oggi Stefano Folli, «non si tratterebbe di un "governo istituzionale" nel senso che si dà di solito a questa espressione: vale a dire un esecutivo di larga coalizione (dal Pd a Forza Italia) che si raccoglie, in casi eccezionali, sotto una bandiera istituzionale e non politica. La realtà è un'altra. Marini avrà contatti con tutti, ma si troverà ben presto di fronte alla sostanza delle cose: non esistono margini per una grande intesa perché almeno il 50 per cento del Parlamento è proteso verso le elezioni. Un dato di fatto che nemmeno D'Alema, vero regista di questa vicenda, può cambiare. Quello che forse è possibile realizzare sulla carta - è un debole governo di transizione, destinato a non avere la fiducia del Senato oppure a ottenerla per uno o due voti. Un governo Prodi-bis, ma senza Prodi. Rinchiuso dentro gli stessi limiti di una maggioranza di centrosinistra resa inesistente dalle ultime defezioni. Condannato, nella migliore delle ipotesi, alla stessa vita stenta del governo Prodi. Ma, a differenza di quest'ultimo, privo di legittimazione popolare... È tutto da dimostrare che un governo di questo tipo sarebbe di giovamento nella crisi di sistema in cui siamo immersi, nonché di aiuto alla stessa sinistra in affanno. Forse sposterebbe in avanti di qualche mese le elezioni. Ma a che prezzo?»

Di sicuro, l'unico scopo che giustifica la sua nascita - la riforma elettorale - non verrebbe raggiunto ed è probabile che neanche ottenga mai la fiducia del Parlamento. L'unico risultato di questa «machiavellica operazione», conclude Folli, sarebbe quello di «celebrare le elezioni anticipate con Romano Prodi fuori da Palazzo Chigi». Non proprio uno spot esaltante per la credibilità delle istituzioni, Quirinale compreso.

Dal punto di vista politico, incaricando comunque Marini il tentativo è di mettere l'Udc di Casini di fronte al fatto compiuto, sperando come minimo in una «scissione» pro-Marini. Si ritarderebbe il voto e la ricostituzione della CdL, e si avrebbe qualche settimana in più per tentare l'Udc con la carota della legge elettorale "alla tedesca".

Sarebbe più onesto, se davvero la preoccupazione principale fosse la riforma elettorale, che il Pd si presentasse a Berlusconi, Fini e Casini con un testo e su quello chiedesse di convergere. Tra Berlusconi (se fosse proposto il vassallum) e Casini (se fosse proposto il "modello tedesco"), uno dei due potrebbe decidersi a farlo.

Ma sono sempre le due idee diverse che i leader del Pd nutrono per il loro partito ad impedire quello sblocco sulla legge elettorale che potrebbe favorire la nascita di un governo istituzionale per le riforme. Se, per esempio, Veltroni cedesse e desse assicurazioni a Casini sul "modello tedesco", allora l'Udc potrebbe pensare di appoggiare il governo Marini. Tuttavia, Casini si è ritratto, perché con il Pd così diviso rischia solo di salvare ciò che rimane dell'Unione, esponendosi a un danno d'immagine enorme agli occhi dell'elettorato di centrodestra, senza avere garanzie neanche sulla riforma elettorale tedesca che desidera: sarebbe davvero un suicidio. Sempre ammesso che una volta ottenuto il tedesco trovi ancora qualcuno disposto a votare l'Udc dopo aver salvato il centrosinistra dalla debàcle elettorale.

Le sorti politiche del Paese sono quindi legate alla guerra intestina tra D'Alema e Veltroni per il controllo del Partito democratico. Il primo vuole evitare che si voti subito e con l'attuale legge elettorale a "lista bloccata", condizioni che consentirebbero al rivale, pur perdendo il governo, di vincere il partito, ridisegnando a proprio favore gli equilibri interni. Il secondo ovviamente preferisce almeno consolidare la sua leadership nel partito piuttosto che farsi logorare per un altro anno, magari ritrovandosi imprigionato in una linea che lo costringerebbe alla fine a proporre una legge elettorale su quel "modello tedesco" che ha sempre contrastato.

Dietro l'incarico a Marini e il «pressing disperato» su Casini, sotto gli auspici di D'Alema e della Cei, come anticipavamo giorni fa, trovando oggi sempre più conferme, c'è il disegno "tedesco" del quadrilatero Pd-Udc-Colle-Montezemolo, per far fuori Berlusconi (e Veltroni).

Dunque, oggi chi pensa ad una legge elettorale sul "modello tedesco" che favorisca la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze, chiede un governo istituzionale per portare a termine questo schema; chi invece, ha in mente un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo, preferisce "elezioni subito", perché o per via parlamentare (nel Pd la linea prevalente sarebbe quella di Veltroni), o referendaria, aumenterebbero le probabilità di approvare una legge elettorale che favorisca tale schema.

Wednesday, November 14, 2007

Valzer triste

«Un governo del centrodestra, magari dopo elezioni affrettate (e comunque improbabili), consegnerebbe all'Italia l'ennesimo esecutivo lacerato da dissidi interni e povero di numeri al Senato. Le due debolezze tornerebbero a riprodursi a parti rovesciate. In un eterno valzer triste che accompagna e scandisce il declino del Paese».
Stefano Folli (Il Sole 24 Ore, 14 novembre)

Tuesday, October 23, 2007

L'insensata corsa al voto

Al capezzale del malato ormai in stato vegetativo permanente, il Governo Prodi, sono tutti in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di staccare la spina. Si deciderà colui (o coloro) che in un preciso momento - domani o tra un mese - scorgerà per sé una convenienza. Così, in questo clima febbrile, da ultimi giorni di interrogazioni prima della fine dell'anno scolastico, tutti si agitano con fare frenetico per farsi trovare nella miglior posizione possibile quando il governo verrà a mancare. Ci convincono le parole di Stefano Folli, oggi nel suo "punto" sul Sole 24 Ore.

«La retorica delle "elezioni subito" non convince». Innanzitutto, perché «sulla base dell'attuale sistema elettorale, chi vince non avrà gli strumenti per governare con la dovuta determinazione. E quello che il Paese non può permettersi è proprio un'altra fase di non-Governo, o di Governo insoddisfacente, destinato a rallentare o addirittura ostacolare il processo di modernizzazione di cui si avverte l'urgenza». Che senso ha, si chiede Folli, «la corsa alle elezioni in un sistema bloccato?»

Piuttosto, bisogna fare attenzione «a non sprecare l'arma del voto, che nell'immediato serve a rasserenare l'opinione pubblica, ma suscita attese che sarebbe delittuoso deludere ancora una volta. In quel caso non ci sarebbero ulteriori prove d'appello».

E ci auguriamo che chi ha orecchie per sentire - e occhi per leggere - li metta in funzione.

Riguardo la fretta di Berlusconi di correre verso le urne che quasi certamente lo vedrebbero uscire vincitore, «è un po' troppo comoda la posizione di rendita che si è ritagliato, seduto sulla riva del fiume in attesa di essere richiamato a furor di popolo a Palazzo Chigi». Dal centrodestra (esiste ancora la CdL?) in questi mesi non è giunta nemmeno «un'idea, una suggestione, una proposta originale. Ci si è limitati ad assaporare il crollo dell'Unione. Poco per chi reclama la responsabilità di guidare il Paese».

La prospettiva che indica Folli, di un «governo ad hoc» che in pochi mesi metta in campo tutti gli sforzi e i tentativi possibili per approvare una nuova legge elettorale, ci pare la più saggia. Ovviamente per Veltroni, ma anche per Berlusconi, se vuole governare il Paese e non galleggiare. Purtroppo, la nostra impressione è che Berlusconi sia semplicemente alla ricerca di una rivincita personale e di quella si accontenti, nonostante il rischio sia quello di lasciare dopo di lui un centrodestra ridotto in macerie.

Maria Teresa Meli, sul Corriere della Sera, ha descritto in modo abbastanza verosimile gli auspici e le intenzioni di Veltroni: ancora una «manciata» di mesi, magari gli otto che lui stesso ha evocato, per costruire il partito, cambiare la legge elettorale, e poi al voto. Certo, «se perdesse contro Berlusconi, dopo due anni di un governo dal bilancio non propriamente positivo, nessuno potrebbe imputargli quella sconfitta». I margini «quanto meno per ridurre le perdite» ci sarebbero, scrive la Meli. Quindi, conclude, «non è ancora detto che Veltroni ufficializzi il divorzio del Pd dalla sinistra radicale».

Il problema è che una sconfitta, seppure riducendo le perdite, del Pd alleato alla sinistra comunista e massimalista, sarebbe un rovescio che il nuovo partito potrebbe addirittura non superare, apparendo agli occhi degli italiani già vecchio e con tutti i difetti del defunto Ulivo, mentre una sconfitta del Pd da solo, o sorretto da un pilastro di centro, magari dai tratti lib-dem, sarebbe onorevole e una base di partenza per costruire qualcosa di davvero nuovo. E' vero anche, però, che la sconfitta di un centrosinistra "vecchio conio", ex-ulivisti più sinistra comunista e massimalista, fornirebbe probabilmente la giustificazione necessaria per la rottura definitiva dell'innaturale alleanza. Potrebbero divenire anche quelle ceneri con le quali concimare un partito nuovo.

Tuesday, October 16, 2007

Berlusconi ha la rivincita in tasca; il dilemma di Veltroni

«Non me ne andrò fino al 2011», ha sempre ripetuto Romano Prodi. Eppure, nella lettera di congratulazioni inviata a Veltroni per il successo delle primarie ha buttato là una data, il 2009, testualmente riferita alle elezioni europee, ma che potrebbe sottintendere, invece, una proposta di accordo lanciata al segretario del Pd per gestire l'inevitabile dualismo dei prossimi mesi: "Fammi andare avanti fino al 2009, poi accetterò di farmi da parte". D'altra parte, Veltroni avrebbe sì bisogno di un altro anno prima di presentarsi al voto, per fare il partito e per preparare l'alleanza di «nuovo conio», ma forse gli converrebbe anche che a traghettare il paese in questi 12 mesi fosse un governo "cuscinetto", per fare sì che nella memoria degli elettori sbiadisca il ricordo dei disastri dell'attuale coalizione di centrosinistra.

Non è di questo avviso Berlusconi, che invece ha fretta. Con un governo così fallimentare, e gli italiani così incazzati, l'occasione è troppo ghiotta, la rivincita se la sente in tasca. E' impensabile quindi che accetti proprio ora di far partire il dialogo per le riforme, che Prodi sarebbe pronto a strumentalizzare per restare in piedi e che Veltroni sfrutterebbe per prepararsi al meglio.

Trovano conferma dallo stesso Cav., dunque, le parole di Gianni Letta, riportate nel retroscena di Minzolini, oggi su La Stampa: «... forse qualche mese fa si poteva tentare, ma ormai la partita è finita. Siamo agli sgoccioli, ai minuti di recupero. Possono essere uno, due, o tre, ma il fischio finale dell'arbitro sta per arrivare. E si andrà a votare».

In modo molto sintetico ed efficace Berlusconi ha spiegato inoltre perché il grande show di domenica scorsa non è destinato di per sé a produrre alcun cambiamento. Se il Pd non sarà disposto a rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista farà la stessa fine dell'Ulivo, e Veltroni la stessa di Prodi.

Così la pensa anche Stefano Folli, che ha rievocato il precedente dell'ottobre 2005, quando le finte primarie dell'Unione per la candidatura a premier si trasformarono in un plebiscito a favore di Prodi. L'investitura popolare avrebbe dovuto trasformarlo nel premier più forte mai visto in Italia, ma oggi si deve arrendere alla sua irrilevanza e al fallimento strutturale della sua coalizione, fatta per vincere e non per governare.

Una fine che rischia di fare anche Veltroni, se non farà «buon uso» del successo delle primarie, se non aggiungerà fatti concreti, visibili e percepibili dall'elettorato, soprattutto fra i ceti medi e produttivi: «Le parole non bastano e il crisma del voto popolare servirà al leader solo in una prima fase. Senza risultati tangibili, la magia svanirà inevitabilmente».

Chi ha colto il senso dell'operazione obbligata che sta tentando e che tenterà nei prossimi mesi Veltroni è, come spesso gli capita, Luca Ricolfi, su La Stampa. Gran parte del "popolo della sinistra" è oggi stordito dal vedere Veltroni e il Pd muoversi verso il centro e far proprie istanze tipiche della destra, come tasse e sicurezza. Ma «se Veltroni pensasse di rubare voti alla destra facendosi esso stesso destra, gli elettori moderati mangerebbero la foglia e gli preferirebbero l'originale», osserva Ricolfi. E' questo un rischio fondato che però il segretario del Pd non può fare a meno di correre.

«Quel che Veltroni sta tentando di fare non è di spostare verso destra il baricentro del nuovo partito, ma di costruire una sinistra radicalmente riformatrice. Una sinistra moderna, liberale, e quindi fondata su un'idea diversa di progresso, su un'idea diversa di eguaglianza, su un'idea diversa di libertà». Il «guaio», sottolinea Ricolfi, è che lo fa «senza dirlo, senza spiegarlo». Non una «rivoluzione silenziosa», ma addirittura una «rivoluzione di nascosto».
«Se volesse davvero spiegare la rivoluzione liberale di cui è diventato un (convinto?) paladino, dovrebbe anche fare i conti fino in fondo con il passato della sinistra. E dire: amici e compagni, per anni vi abbiamo riempiti di stereotipi buonisti, idee semplicistiche, maxi-programmi irrealizzabili; vi abbiamo nascosto i fatti, quando non quadravano con le convinzioni che vi avevamo impartito; vi abbiamo insegnato a criticare la destra sempre e comunque, qualsiasi cosa facesse; abbiamo coltivato il vostro senso di superiorità morale, la certezza di rappresentare "la parte migliore del Paese"; per cacciare Berlusconi abbiamo contratto un'alleanza politica innaturale, che sta paralizzando l'Italia; ora però ci siamo resi conto dei nostri errori, e anche se ci abbiamo messo quasi vent'anni a capirli (il muro di Berlino è caduto nel 1989), chiediamo a voi di metterci meno tempo - molto meno tempo - di quanto ne abbiamo messo noi».
Sai che sberla?! Sarebbe un discorso «nobile e coraggioso», ma Veltroni non può permetterselo, perché «un minuto dopo cadrebbe il governo». Dunque, «finché vorrà salvare Prodi, Veltroni non potrà mai spiegare sul serio la sua rivoluzione liberale». E finché non la spiegherà, mancheranno i fatti concreti e a noi rimarrà il sospetto.

Thursday, September 13, 2007

La solita contraddizione del Pd

«Veltroni ha parlato della necessità di tagliare il numero dei parlamentari, ipotesi al momento piuttosto astratta. Ci sarebbe in realtà una strada più rapida per mandare un segnale agli italiani: la drastica riduzione del numero dei ministri, in linea conia riforma Bassanini mai così disattesa... Ma il candidato leader evita di imboccare tale sentiero. Ne vede di certo i rischi destabilizzanti per Prodi. E qui ci si impiglia nella solita contraddizione. Il Pd deve sostenere l'esecutivo, ma tale sostegno appanna l'identità del partito e gli impedisce di esprimere qualche idea innovativa. Alla lunga l'ambiguità non regge».
(Stefano Folli, Il Sole 24 Ore)

Non basta Veltroni a far dimenticare Prodi. O il candidato leader e il nuovo partito rompono con l'attuale esperienza di governo, o non verranno percepiti come innovatori credibili.

Thursday, February 08, 2007

Dalla politica del "bye-bye Condy", al bye-bye di Condi a Massimo

Condoleezza RiceUna lettera nella speranza di cogliere il duplice risultato di inorgoglire gli anti-americani della coalizione, aiutando così la ricomposizione della maggioranza sulla missione in Afghanistan, e di chiudere il caso contando su un'analoga volontà a Washington. Gli è andata male a D'Alema. D'altra parte, dal testo trapelava la sua solita arroganza e la Casa Bianca ha replicato in un batter d'occhio, ribadendo che l'iniziativa dell'ambasciatore Spogli è «in linea con quanto già affermato sulla questione sia dal presidente George W. Bush, sia dal segretario di Stato Condoleezza Rice anche recentemente a Bruxelles nell'incontro ministeriale sull'Afghanistan, sia con quanto affermato dal ministro della difesa Robert Gates».

Come dire: il governo italiano deve sapere che ha di fronte l'intera amministrazione. E' "ingerenza"? No, rispondono dalla Casa Bianca e, in ogni caso, vogliono ribadire una posizione sull'Afghanistan già espressa in sede Nato: e «continueremo a farlo», avvertono.

Ormai è muro contro muro, con gli americani irritati anche perché il Governo italiano continua a dire in pubblico e in privato cose diverse e non comprendono i bizantinismi della politica italiana. Per Stefano Folli, il «malessere non trova le sue cause nelle scelte concrete operate dal governo Prodi, tutte nel complesso attente alla continuità dei nostri impegni internazionali. Quanto nel senso di antiamericanismo ideologico che si respira a ogni pie' sospinto in alcuni settori del centrosinistra».

Fosse solo questo... L'impressione invece è che gli americani guardino molto più ai fatti e il problema, forse, sono proprio quelle «scelte concrete». Molinari descrive bene infatti le scelte militari di fronte alle quali i governi dei paesi Nato si trovano in Afghanistan. Ebbene, molti di essi (Germania, Francia, Italia e Spagna, guarda un po'...) fanno i furbi: si fanno mettere in ufficio, o di guardia, in posti sicuri, rifiutandosi di fare il lavoro sporco, mentre a combattere i miliziani di Al Qaeda ci vanno i militari di Usa, Gran Bretagna, Canada, Olanda, Australia e Romania. Uno stato di cose che non può durare a lungo, soprattutto quando i giochi, in primavera, si faranno duri, con l'offensiva prevista contro i Talebani che in alcune zone ancora spadroneggiano indebolendo l'autorità del Governo Karzai.

Di fronte alla lettera dei sei ambasciatori c'erano due modi per reagire. Il Governo avrebbe potuto associarsi ai ragionevoli argomenti esposti nella lettera e farsene forte, di fronte all'opinione pubblica, per isolare la sinistra comunista. La scelta adottata, invece, conferma che nella politica estera italiana il problema non sta nei Diliberto o nei Bertinotti, che, si direbbe, fanno il loro mestiere di anti-americani, ma in D'Alema e Prodi, che vorrebbero esserlo e intimimante lo sono, ma non possono permetterselo: viene fuori una politica ambigua, fatta di rispetto degli impegni presi ma storcendo la bocca, e nella sostanza di un'«equivicinanza» che spesso sfiora il neutralismo.