Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.
Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.
Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.
Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.
Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).
Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.
Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.
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Thursday, March 31, 2011
Tuesday, October 12, 2010
Il "complesso" militare
Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Monday, October 11, 2010
Armare i nostri aerei. Perché sì
Piuttosto che dell'opzione di armare i nostri caccia bombardieri in Afghanistan, bisognerebbe discutere del perché non lo si è fatto fino ad oggi dal momento che si è deciso di impiegarli. Nella guerra moderna rinunciare alla superiorità aerea è decisamente una follia. E' vero che combattiamo contro quattro straccioni senza aviazione, ma hanno comunque le loro armi letali e la capacità di infliggerci perdite. Le modalità di impiego dei nostri aerei finora è stata del tutto irresponsabile. Anche perché limitarsi all'uso dei cannoncini significa costringere un mezzo costosissimo a passaggi a bassa quota che lo espongono ad essere colpito, mentre sarebbe in grado di operare da altezze tali da essere al riparo da Rpg e simili.
Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.
Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.
Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.
Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.
Wednesday, September 24, 2008
Tra Stato e camorra guerra o convivenza
Anche se non ha ancora compiuto il passetto decisivo, sono d'accordo più con Maroni che con La Russa. E' comprensibile il timore del ministro La Russa: parlando di «guerra civile» si concede un'«importanza extracriminale» alla camorra, quasi le si riconosce lo status di "controparte" rispetto allo Stato, quello status che le stesse Br agognavano.
Non è un problema di potenza della camorra, ma di inefficienza e mancanza di volontà da parte dello Stato. Nel senso che per mettere una pietra definitiva sopra al fenomeno mafioso in Italia ci vorrebbe un bel po' di risoluto uso della forza, più che dei tribunali. Il guaio è che la violenza ha un alto prezzo politico, anche se usata per stroncare un fenomeno criminale che mina alla base ogni sforzo di sviluppo di mezza Italia.
Anche se avrei usato più l'espressione "guerra insurrezionale" che «guerra civile», mi pare che Maroni abbia capito che è lo Stato ad essere minacciato dalla camorra, che non è semplice criminalità. La «guerra tra bande» di cui parla La Russa costituisce in realtà un attacco all'autorità dello Stato, il cui esito finale non sta solo nella conquista da parte di una delle bande del «monopolio della criminalità sul territorio», ma anche nell'instaurazione, o nella riaffermazione, della "legalità" camorristica al posto di quella dello Stato.
Insomma, non è una «guerra civile», ma Maroni ha capito che ad uscirne sconfitto è lo Stato, non questa o quella banda. Non solo l'eccidio di Castel Volturno è stato un «atto di terrorismo», le mafie compiono di continuo atti di terrorismo volti a far comprendere alla popolazione nella quale operano chi è che comanda e chi esercita il potere sul territorio. Per la sfida diretta che la "legalità" camorristica porta alla legalità delle istituzioni democratiche, alla sovranità stessa dello Stato sul territorio, le cosche mafiose andrebbero affrontate con lo stesso spirito e con gli stessi metodi usati contro i gruppi insurrezionali e terroristici in Iraq - sebbene non così feroci (?) e mosse non da un'ideologia politico-religiosa.
Possiamo decidere di non volere che lo Stato raggiunga tali livelli di uso della forza, ma allora dobbiamo abituarci a convivere con le mafie.
Non è un problema di potenza della camorra, ma di inefficienza e mancanza di volontà da parte dello Stato. Nel senso che per mettere una pietra definitiva sopra al fenomeno mafioso in Italia ci vorrebbe un bel po' di risoluto uso della forza, più che dei tribunali. Il guaio è che la violenza ha un alto prezzo politico, anche se usata per stroncare un fenomeno criminale che mina alla base ogni sforzo di sviluppo di mezza Italia.
Anche se avrei usato più l'espressione "guerra insurrezionale" che «guerra civile», mi pare che Maroni abbia capito che è lo Stato ad essere minacciato dalla camorra, che non è semplice criminalità. La «guerra tra bande» di cui parla La Russa costituisce in realtà un attacco all'autorità dello Stato, il cui esito finale non sta solo nella conquista da parte di una delle bande del «monopolio della criminalità sul territorio», ma anche nell'instaurazione, o nella riaffermazione, della "legalità" camorristica al posto di quella dello Stato.
Insomma, non è una «guerra civile», ma Maroni ha capito che ad uscirne sconfitto è lo Stato, non questa o quella banda. Non solo l'eccidio di Castel Volturno è stato un «atto di terrorismo», le mafie compiono di continuo atti di terrorismo volti a far comprendere alla popolazione nella quale operano chi è che comanda e chi esercita il potere sul territorio. Per la sfida diretta che la "legalità" camorristica porta alla legalità delle istituzioni democratiche, alla sovranità stessa dello Stato sul territorio, le cosche mafiose andrebbero affrontate con lo stesso spirito e con gli stessi metodi usati contro i gruppi insurrezionali e terroristici in Iraq - sebbene non così feroci (?) e mosse non da un'ideologia politico-religiosa.
Possiamo decidere di non volere che lo Stato raggiunga tali livelli di uso della forza, ma allora dobbiamo abituarci a convivere con le mafie.
Thursday, September 11, 2008
Un Pd senza idee si aggrappa all'antifascismo di maniera
Torno sulla polemica fascismo/Rsi. Pansa, intervistato da il Giornale, prende le difese del ministro La Russa, attaccato da Veltroni e Franceschini, osservando che molti di coloro che si arruolarono nella Rsi «erano cresciuti nel regime fascista, immersi in un clima di propaganda perenne», che «fra quei ragazzi, ce n'erano molti che divennero sinceri antifascisti», che quindi «non erano quattro miserabili scherani, come vuol far credere chi polemizza» con La Russa, bensì «uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure».
Il profilo che traccia Pansa è ineccepibile. Resta ora da capire quali debbano essere nei confronti dei caduti per Salò i sentimenti della memoria collettiva, dei rappresentanti della Repubblica italiana. E qui ribadiamo: certamente rispetto per ognuna di quelle storie individuali. Ma non «onore», che se non sbaglio è la parola invocata dal ministro La Russa. E' triste, lo so, ma chi si trovò anche solo per accidente, perché indottrinato in gioventù, dalla parte sbagliata, non può essere «onorato» come difensore della patria. Non è cattiveria, è che sarebbe un insulto ai fatti.
Certo, poi si può e si deve parlare anche dei professionisti dell'antifascismo e dei comunisti, che miravano non alla democrazia, ma a una dittatura ben più totalitaria e disumanizzante. Non so se possa essere rilasciata una patente di antifascista a chi, per esempio, militò nel GUF fino al 1945. Sono troppi gli imboscati, i fascisti dell'ultima ora che si convertirono in comunisti della prima ora. Il '43 rimane ai miei occhi uno spartiacque. Chi rimase fascista anche dopo il '43 difficilmente può convincerci di essere stato antifascista. E i comunisti difficilmente possono convincerci di essere stati democratici nonostante difendessero l'invasione sovietica in Ungheria.
Poi Pansa coglie un aspetto importante della vis polemica di Veltroni e Franceschini. Il «vero» problema» di Veltroni «è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».
La verità è che il Pd veltroniano è ancora alla ricerca di un'idea forte per l'autunno», scrive oggi Stefano Folli, che non è il primo a sottolineare la totale mancanza di idee del Pd ma soprattutto del suo leader. Veltroni non ha uno straccio di idea, fa opposizione alla giornata, aprendo ogni mattina una polemichetta, il più delle volte prendendo delle toppe clamorose.
Non avendo trovato un'idea, «il surrogato è una sostanziale svolta a sinistra, così da mobilitare i simpatizzanti e rincuorarli... E la polemica sulle ipotetiche nostalgie fasciste del sindaco di Roma ne è il corollario». Ma il richiamo all'antifascismo e alla piazza non portano lontano: «I toni intransigenti e l'appello in difesa della democrazia possono servire a ridurre lo spazio in cui si muove Di Pietro, recuperando anche l'opinione di estrema sinistra. Ma così salta - è bene saperlo - la premessa politica su cui nacque il Pd», avverte Folli.
Lo dicevo all'indomani delle elezioni, su il Riformista: «... per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista?»
Ecco, aggrappandosi alla logora ideologia dell'antifascismo, cedendo al giustizialismo dipietrista, ma soprattutto in questi giorni le "grida manzoniane" sulla scuola e le solite accuse di "macelleria sociale" per i tagli (pochi) alla spesa pubblica, il Pd si avvia a ripetere gli stessi schemi dell'opposizione 2001-2006, che produsse il ritorno al governo sotto il segno di Prodi, Visco e Rifondazione comunista. Auguri. Dov'è finito il Veltroni del giugno-luglio 2007?
Il profilo che traccia Pansa è ineccepibile. Resta ora da capire quali debbano essere nei confronti dei caduti per Salò i sentimenti della memoria collettiva, dei rappresentanti della Repubblica italiana. E qui ribadiamo: certamente rispetto per ognuna di quelle storie individuali. Ma non «onore», che se non sbaglio è la parola invocata dal ministro La Russa. E' triste, lo so, ma chi si trovò anche solo per accidente, perché indottrinato in gioventù, dalla parte sbagliata, non può essere «onorato» come difensore della patria. Non è cattiveria, è che sarebbe un insulto ai fatti.
Certo, poi si può e si deve parlare anche dei professionisti dell'antifascismo e dei comunisti, che miravano non alla democrazia, ma a una dittatura ben più totalitaria e disumanizzante. Non so se possa essere rilasciata una patente di antifascista a chi, per esempio, militò nel GUF fino al 1945. Sono troppi gli imboscati, i fascisti dell'ultima ora che si convertirono in comunisti della prima ora. Il '43 rimane ai miei occhi uno spartiacque. Chi rimase fascista anche dopo il '43 difficilmente può convincerci di essere stato antifascista. E i comunisti difficilmente possono convincerci di essere stati democratici nonostante difendessero l'invasione sovietica in Ungheria.
Poi Pansa coglie un aspetto importante della vis polemica di Veltroni e Franceschini. Il «vero» problema» di Veltroni «è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».
La verità è che il Pd veltroniano è ancora alla ricerca di un'idea forte per l'autunno», scrive oggi Stefano Folli, che non è il primo a sottolineare la totale mancanza di idee del Pd ma soprattutto del suo leader. Veltroni non ha uno straccio di idea, fa opposizione alla giornata, aprendo ogni mattina una polemichetta, il più delle volte prendendo delle toppe clamorose.
Non avendo trovato un'idea, «il surrogato è una sostanziale svolta a sinistra, così da mobilitare i simpatizzanti e rincuorarli... E la polemica sulle ipotetiche nostalgie fasciste del sindaco di Roma ne è il corollario». Ma il richiamo all'antifascismo e alla piazza non portano lontano: «I toni intransigenti e l'appello in difesa della democrazia possono servire a ridurre lo spazio in cui si muove Di Pietro, recuperando anche l'opinione di estrema sinistra. Ma così salta - è bene saperlo - la premessa politica su cui nacque il Pd», avverte Folli.
Lo dicevo all'indomani delle elezioni, su il Riformista: «... per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista?»
Ecco, aggrappandosi alla logora ideologia dell'antifascismo, cedendo al giustizialismo dipietrista, ma soprattutto in questi giorni le "grida manzoniane" sulla scuola e le solite accuse di "macelleria sociale" per i tagli (pochi) alla spesa pubblica, il Pd si avvia a ripetere gli stessi schemi dell'opposizione 2001-2006, che produsse il ritorno al governo sotto il segno di Prodi, Visco e Rifondazione comunista. Auguri. Dov'è finito il Veltroni del giugno-luglio 2007?
Tuesday, September 09, 2008
Rispetto sì, ma l'onore è un'altra cosa
L'ennesima polemica sul fascismo. Che palle, francamente! Questa volta ha coinvolto Alemanno e La Russa. Ma l'uscita più grave è stata a mio avviso quella del ministro della Difesa, a cui ha prontamente replicato il presidente Napolitano. Ai caduti di Salò va il rispetto che si deve ai morti, ma l'«onore» no, è un'altra cosa. Erano in buona fede? Sono stati ingenui? Qualcuno li ha ingannati? Credevano di difendere la patria? Può darsi.
Ma in quella guerra c'era una parte giusta e una sbagliata. Ancora nel '43 chi scelse Salò non aveva compreso qual era quella giusta. «Onorare» i caduti di ogni parte, a confondere quella giusta e quella sbagliata, è un inaccettabile atto di relativismo. Ripeto: rispetto nei confronti di tutti i caduti, ma l'«onore», quello, riserviamolo a chi per accidente o per merito si è trovato dalla parte giusta della storia.
Piuttosto, non capisco cosa ci sia da festeggiare l'8 settembre. Giorno in cui è iniziata un'altra guerra e lo stato italiano si è sfasciato. Giorno in cui chi era alla guida della nostra Italia, il re e capi di stato maggiore, hanno abbandonato i cittadini, dimostrando di che pasta sono fatti da sempre i nostri governanti, di ieri e di oggi. Il giorno del "Tutti a casa". Mancò il coraggio di una scelta netta, di rigirare l'esercito contro quello che inevitabilmente sarebbe stato il nuovo nemico, invece di lasciare ogni unità militare allo sbando.
Ma in quella guerra c'era una parte giusta e una sbagliata. Ancora nel '43 chi scelse Salò non aveva compreso qual era quella giusta. «Onorare» i caduti di ogni parte, a confondere quella giusta e quella sbagliata, è un inaccettabile atto di relativismo. Ripeto: rispetto nei confronti di tutti i caduti, ma l'«onore», quello, riserviamolo a chi per accidente o per merito si è trovato dalla parte giusta della storia.
Piuttosto, non capisco cosa ci sia da festeggiare l'8 settembre. Giorno in cui è iniziata un'altra guerra e lo stato italiano si è sfasciato. Giorno in cui chi era alla guida della nostra Italia, il re e capi di stato maggiore, hanno abbandonato i cittadini, dimostrando di che pasta sono fatti da sempre i nostri governanti, di ieri e di oggi. Il giorno del "Tutti a casa". Mancò il coraggio di una scelta netta, di rigirare l'esercito contro quello che inevitabilmente sarebbe stato il nuovo nemico, invece di lasciare ogni unità militare allo sbando.
Thursday, May 15, 2008
Frattini e La Russa, primi colpi a vuoto su Cina e Libano
Le prime uscite del ministro degli Esteri Frattini e del ministro della Difesa La Russa non mi hanno affatto convinto. In un'intervista al Financial Times Frattini afferma che non intende provocare inutilmente gli «amici cinesi» incontrando il Dalai Lama, precisando però che il governo italiano sostiene la richiesta di autonomia per il Tibet.
Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.
Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.
Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.
A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.
Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.
Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.
Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.
A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.
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