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Wednesday, July 06, 2011

Governo tassa e spendi

Incredibile ma vero. Alla fine della fiera, analizzata nei dettagli, anche quella del centrodestra è una manovra tassa-e-spendi, come le manovre di tutti i governi precedenti. Non si limita infatti a corposi e quanto mai opportuni tagli alla spesa pubblica (circa 20 miliardi tra ministeri ed enti locali; oltre 10 tra sanità, pensioni e pubblico impiego) con l'obiettivo di azzerare il deficit nel 2014. Anche se in misura minore rispetto alla stangata da 40 miliardi che ci hanno inflitto Prodi e Padoa-Schioppa nel 2006, pur potendo contare su un cospicuo "tesoretto", anche questa manovra prevede nuove entrate, nuove tasse, per finanziare non il rientro dal deficit, bensì ulteriori nuove spese. I miliardi della manovra che serviranno a questo nobile scopo sono infatti 43,4, ma altri 6,1 miliardi di tasse serviranno a coprire maggiori spese di analogo importo.

E un ruolo fondamentale per permettere allo Stato di spendere questa somma l'avrà la patrimoniale escogitata da Tremonti, che si calcola nel quadriennio porterà nelle casse dello Stato ben 8,8 miliardi (sempre che i risparmiatori nel frattempo non fuggano, chiudendo i loro depositi titoli), cui vanno sommati 1,8 miliardi di aumento dell'Irap su banche e assicurazioni, le quali ovviamente trasferiranno il nuovo aggravio sui loro clienti. Tradotto: circa un quarto della manovra è costituito da nuove tasse. E che tasse: una vera e propria patrimoniale sui risparmi del ceto medio.

Anche Francesco Forte, su il Giornale, paragona il superbollo sui depositi titoli alla rapina sui conti corrente effettuata da Amato nel '92. La scuola è inconfondibile, è quella socialista. Ma come dicevamo nei post dei giorni scorsi, l'operazione di Tremonti è più sottile: si spingono i risparmiatori ad allontanarsi dal mercato dei titoli, o se proprio vogliono investire, ad affidare la loro liquidità alle banche, le vere beneficiarie di questa manovra. E' evidente, infatti, che alla luce del nuovo salasso fiscale i cittadini opteranno per mettere i loro risparmi nei conti di deposito vincolato delle banche, o al più nei fondi comuni di investimento, gestiti sempre dalle banche (con rendimenti ridicoli). In questo modo Bot e Btp sono salvi, essendo questi fondi costituiti per lo più da titoli di Stato, e si fanno felici le banche che si ritrovano con un fiume di liquidità, dal momento che lo Stato spinge a calci in culo il gregge a portare i soldi da loro.

Il Foglio si accontenta di denunciare gli «effetti perversi» di aver annunciato aumenti futuri del bollo e si stupisce che il governo non parli delle piccole liberalizzazioni presenti nel decreto. Già, come mai non se ne parla? Che sia rimasto un minimo di senso del pudore? Antonio Martino, oggi su Il Tempo, centra il vero nodo:
«Pensare che si possa crescere quando lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche assorbono oltre il 51 per cento del reddito nazionale è semplicemente donchisciottesco e del tutto irrealistico. Mai nessun paese al mondo ha avuto uno sviluppo sostenuto quando la spesa pubblica supera il 40 per cento del reddito nazionale».

Wednesday, April 06, 2011

Buttarla in caciara

Oggi Fini si è superato, permettendo alla Camera un ostruzionismo senza precedenti. E da vigliacco non si è neanche fatto vedere in aula a dirigere i lavori, nonostante il clima incandescente di questi giorni richiedesse la sua presenza. Ma evidentemente sapeva che questa mattina le opposizioni avrebbero dato vita ad un ostruzionismo che l'avrebbe messo in imbarazzo. Già alcuni giorni fa aveva falsato i risultati delle votazioni non permettendo ad alcuni ministri, già in aula, tessere in mano, di votare. Oggi sulle pagine del Giornale anche Antonio Martino, un liberale non certo pasdaran berlusconiano, denuncia una situazione di scorrettezza istituzionale che ha ormai superato i limiti della decenza: «Consentirgli di restare alla presidenza della Camera - scrive - è un oltraggio al Parlamento, alla democrazia, all'Italia».

A mio avviso, questa almeno è la mia impressione, Fini sta intenzionalmente e lucidamente perseguendo, di intesa con le opposizioni, la paralisi della Camera che presiede. Ma anche a voler essere più cauti non si può non intravedere un disegno, cui il presidente della Camera sta come minimo prestando sponda, per bloccare i lavori parlamentari - buttarla in caciara, insomma - e precostituire così le condizioni per indurre il presidente Napolitano (con la leva dei suoi "cattivi consiglieri") a sciogliere le Camere nonostante il governo abbia la maggioranza. D'altra parte, per averne conferma basta notare l'insistenza sul punto di trasmissioni come Ballarò e le acrobazie pseudo-giuridiche dei soliti giuristi e notisti, in servizio permanente su certi giornali, nel sostenere che un simile scioglimento rientrerebbe nei poteri del Colle.

Thursday, January 27, 2011

Sempre la solita banda Bassotti

Non potrebbero essere definiti meglio di come fa oggi Il Foglio: «Un coro di vecchie stelle della Prima Repubblica... coristi ex premier, uomini di impresa, sindacalisti, banchieri, esponenti dell'opposizione: sinistra dc, socialisti e post comunisti». Un coro si sta levando a favore della patrimoniale per ridurre il debito pubblico. E' stato Giuliano Amato - tristemente noto, da presidente del Consiglio, per il suo prelievo nottetempo sui conticorrente - a dare il "la". Rubare - perché questo è il termine che ci vuole - 30 mila euro ad un terzo degli italiani («magari in due anni», concede Sua grazia) per abbattare un terzo del debito pubblico, creato negli anni '70 e '80 da gente come Amato.

Qualcuno vicino al Terzo polo rilancia («imposta straordinaria sulle plusvalenze immobiliari», che non colpirebbe più di tanto i proprietari, ma chi aspira a diventarlo), mentre almeno Abete ha il pudore di inserire la patrimoniale in una proposta di riforma fiscale complessiva che prevede la riduzione delle aliquote. Veltroni si è subito accodato ad Amato: a carico del «10% più ricco della popolazione un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito pubblico all'80%»). Peccato che quel 10% non sia poi così ricco.

Non sorprende più di tanto - a ben vedere c'è una logica - che i sostenitori della patrimoniale - il cui effetto depressivo per l'economia è stranoto - siano gli stessi che si stracciano le vesti perché si sarebbe dovuto, e si dovrebbe, spendere di più per «stimolare» l'economia.

Tremonti finora ha smentito che il Tesoro stia pensando ad una patrimoniale, ma con uno come lui non si possono dormire sonni tranquilli, meglio levare subito gli scudi. Antonio Martino ricorda l'ovvio: «Meglio tagliare le spese, non solo quelle discrezionali, e puntare su privatizzazioni e liberalizzazioni». Francesco Forte ci va giù pesante: «Pazzi pericolosi», li definisce a ragione. E' chiaro anche che parte delle risorse così confiscate verrebbero subito spese dai politici in un «rigurgito di cultura pianificatoria». Al solo sentire e leggere di questi deliri, «i risparmiatori e le imprese si spaventano, nascondono i capitali, li portano all'estero, smettono di investire. Poi ci si lamenta che la ripresa è troppo lenta. Prima vendete il patrimonio pubblico e ricoverate questi matti - conclude Forte - poi il mercato ripartirà».

Thursday, November 25, 2010

Tutti sul tetto

Non solo Bersani, che divulgando i suoi 30 e lode dimostra plasticamente quanto l'università italiana abbia bisogno di una profonda riforma. Anche i deputati di Fli Della Vedova, Granata, Moroni e Perina sono saliti sul tetto della Facoltà di Architettura a La Sapienza, accogliendo un invito del cantautore Antonello Venditti (quello di «Valle Giulia ancoraaaaa... quiiiii, architetturaaaaa, albe cinesi di seta indiana...»). E pensare che qualcuno si è sforzato di venderci Fli come la nuova terra promessa del liberalismo...

Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.

Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».

Wednesday, August 19, 2009

E' tempo di affrontare la questione fiscale

«Cercheremo di ridurre le spese dello Stato per tagliare le imposte e per far sentire agli italiani di non vivere in uno Stato tiranno che opprime i cittadini ma in uno Stato libero e amico». Parole di Silvio Berlusconi nell'ultima intervista rilasciata al settimanale Chi. La speranza è l'ultima a morire, ma sono trascorsi anni (e due legislature) e Berlusconi non ha ancora mantenuto la sua promessa più importante.

C'è da sperare che sia la volta buona, perché la "questione fiscale" è uno dei principali freni alla crescita e non c'è ripresa globale a cui possiamo sperare di agganciare la nostra economia se non ci liberiamo dei freni a casa nostra. La situazione attuale è quella descritta da Antonio Martino, oggi su Libero:
Il nostro Paese ha un sistema tributario indifendibile: aliquote da confisca producono un gettito irrisorio, l'elusione, erosione ed evasione sono la regola e quanti non riescono a sottrarsi alla penale di aliquote assurdamente alte finiscono col produrre, investire, risparmiare e lavorare meno di quanto farebbero altrimenti. Il Paese cresce meno di quanto potrebbe, l'erario incassa sensibilmente meno di quanto altrimenti farebbe, i contribuenti privi di scappatoie vengono tartassati ed i furbi la fanno franca. Questa situazione non va gestita, va cambiata radicalmente e subito. Non mi si venga a dire che c'è la crisi e quindi non possiamo cambiare: è vero il contrario, che proprio perché siamo in crisi non possiamo permetterci il lusso di un sistema fiscale irrazionale.
(...)
L'Italia ha bisogno di un fisco semplice, trasparente, basato su aliquote ragionevoli, dove chiunque sia in grado di adempiere ai suoi obblighi fiscali senza il rischio di finire distrutto dalle eccessive pretese del fisco. Un sistema che favorisca e non impedisca il lavoro, il risparmio, l'investimento e l'intrapresa economica. Pensate che se fosse possibile abolire tutte le scappatoie fiscali un'aliquota unica del 19% renderebbe più dell'attuale groviglio di aliquote da confisca e opportunità di farla franca. L'evasione è un reato e va sempre combattuta, ma il modo più efficace di combatterla non è quello di inasprire pene che resteranno sempre teoriche ma di renderla meno conveniente.
(...)
Abbassiamo quindi drasticamente le aliquote e chiudiamo il maggior numero possibile di scappatoie: l'Italia riprenderà a crescere, le entrate tributarie aumenteranno e non dovremo continuare ad assistere al pietoso spettacolo di un Paese composto da furbi e tartassati.
In un altro articolo, sempre di oggi ma su Il Foglio, Martino suggerisce di non aspettare che qualcuno faccia da "locomotiva" della ripresa: «L'interdipendenza esiste ma la soluzione ai problemi di un paese deve essere cercata prima e soprattutto al suo interno: se le politiche sono giuste il paese ritroverà la via della crescita anche in assenza di impulsi provenienti dall'estero, se sono sbagliate non sarà l'andamento del resto del mondo a tirarlo fuori dai guai».

Monday, October 13, 2008

Meno tasse, non meno tassi

Le borse europee "rimbalzano" dopo il piano Ue, ma non credo che la tempesta sia già alle nostre spalle. Anzi, è probabile che dopo l'"euforia" di oggi domani i mercati ricomincino a perdere.

A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
«L'affermarsi di quegli strumenti che oggi creano tanta opacità nel sistema credizio internazionale, però, non è stato soltanto il prodotto di innovazioni finanziarie. Questa marea di contratti che "smaterializzano" progressivamente il rapporto tra i beni reali e i titoli scambiati non esisterebbe, almeno non in tali dimensioni, se nei quasi vent'anni del regno di Alan Greenspan non si fosse conosciuta una mostruosa espansione monetaria. Adottando tassi di interesse artificiosamente bassi, la Fed ha causato quella crescita abnorme della quantità di moneta che è la vera causa della tragedia che stiamo vivendo... In poche parole, moltiplicando la massa dei dollari in circolazione gli americani sono vissuti al di sopra dei loro mezzi. In presenza di prestiti ad interessi reali negativi (ciò succede quando il tasso di prestito è inferiore all'inflazione), è fatale che vi sia una corsa ad indebitarsi... se gli americani sono pieni di debiti non è solo e in primo luogo per effetto di una cultura o di un costume (come spesso si dice), ma è invece pure il prodotto previsto e prevedibile di una politica monetaria sciagurata...»
Autorità pubbliche - le banche centrali - fissano il costo del denaro e possono commettere degli errori "politici", perché il prezzo di un bene così centrale nel sistema, come il denaro, ha una funzione importantissima:
«È il keynesismo finanziario di Greenspan che ha fissato un costo troppo basso del denaro e in tal modo ha favorito comportamenti irrazionali. In un'economia di mercato il prezzo, infatti, ha la funzione di selezionare i comportamenti, ma se è tenuto basso da una decisione politica questo filtro smette di operare. A prezzo zero la domanda tende all'infinito e le conseguenze poi non tardano a vedersi. Nel credito, un costo del denaro ragionevole fa sì che chieda denaro e l'ottenga soltanto chi ha un progetto in grado di remunerare l'investimento (o dispone di solide garanzie), e questo fa sì che il denaro si orienti dove può essere utilizzato al meglio».
Questo meccanismo virtuoso è del tutto saltato a causa la politica espansiva della Fed.

La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.

Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
«Dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l'adozione di un'unica aliquota d'imposta sul reddito. Solo se faremo dell'Italia un ambiente favorevole agli investimenti ed alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l'attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L'economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell'arrivo della recessione».
Carlo Stagnaro fissa i paletti entro i quali i tagli fiscali sarebbero efficaci: non dovranno avere fini redistributivi, dovranno essere semplici, generalizzati, consistenti.
«Tagliare le tasse non vuol dire limare qualche zero virgola per cento, ma, letteralmente, abbatterle. Una buona idea sarebbe ripartire dal "ganzissimo" progetto tremontiano delle due aliquote, 23 e 33 per cento. Ma qualunque schema può andar bene, purché, appunto, punti allo choc positivo sull'economia».

Monday, September 22, 2008

Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi

Si sveglia il Wall Street Journal

La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».

E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.

Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.

Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.

Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.

Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.

A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.

Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».

«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».

Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.

Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.

«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».

L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.

Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.

La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.

Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».

Friday, July 11, 2008

La partita più importante si gioca in Italia, non fuori

Con il Dpef si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock

A giudicare dalla dichiarazione finale del G8 di Toyako, in Giappone, in cui si legge dell'«importanza di implementare rapidamente tutte le raccomandazioni del Financial Stability Forum», presieduto dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, per contrastare la crisi finanziaria internazionale, si direbbe che all'estero nella sua disputa con Draghi il ministro Tremonti stia avendo la peggio.

Non mi pare che nei consessi europei o internazionali la crociata che Tremonti porta avanti con toni davvero troppo apocalittici nei confronti della speculazione e della globalizzazione stia riscuotendo molto successo. Il che è un bene e dovrebbe forse rassicurarci, indurci a non enfatizzare troppo le parole del ministro nel dibattito interno e a goderci un Dpef e una manovra finanziaria che effettivamente, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, sono impostati per la prima volta sui tagli alla spesa.

Vi consiglio però di sentire l'audizione di Tremonti sul Dpef dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, lo scorso 2 luglio. Non è rassicurante il fatto che il ministro, di fronte a ciò che succede (o meglio, alla sua interpretazione di ciò che sta accadendo) nell'economia mondiale, ritenga che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo per l'Italia. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma di fronte alla crisi la soluzione dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.

Figurarsi se vogliamo negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per cause interne, è la più fragile e la più esposta tra i Paesi sviluppati. Il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Proprio per l'arretratezza in cui ci troviamo, l'Italia ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi internazionale. Nella situazione in cui versa l'Italia, faremmo bene a guardare al nostro interno, non ai massimi sistemi. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello. Il rischio invece è che si limiti all'ordinaria amministrazione, a fare il minimo indispensabile, mentre ciò che serve è uno shock.

Lo ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Martino in un editoriale sul sito dell'Istituto Bruno Leoni: oltre all'aumento del prezzo del petrolio e all'inflazione, «sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive». Scrollandoci di dosso questi «45 anni di cattocomunismo» possiamo migliorare di molto la nostra condizione a prescindere dalle crisi internazionali. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me sembra che la partita più importante si giochi dentro.

«Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l'urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo renda meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive». E qui, dopo l'analisi, la critica di Martino:
«Tutti ci aspettavamo che il successo elettorale del PdL avrebbe indotto il nuovo governo, largamente dotato dei numeri per farlo, a mantenere quanto a gran voce promesso in campagna elettorale, dando vita ad una profonda riforma fiscale e riducendo il peso delle tasse gravante sulle famiglie e sulle imprese, invertendo il corso inaugurato dal governo dei sinistri. Invece, a nemmeno due mesi dal suo insediamento, il governo aumenta le tasse giustificando la decisione con le spiritosaggini del ministro dell'Economia che si appella all'autorità di Robin Hood, rinazionalizza quella autentica vergogna nazionale che è l'Alitalia e la sua montagna di debiti (la "compagnia di bandiera" perde oltre un milione di euro al giorno), taglia le già scarse risorse delle forze armate e delle forze di polizia e manda 2500-3000 militari a presidiare discariche e svolgere compiti di ordine pubblico come se non fossero sufficienti a quello scopo i 400.000 addetti delle forze dell'ordine. Non è questa la svolta promessa, non è questa la rivoluzione liberale di cui abbiamo bisogno. L'Italia non ha bisogno di un governo che gestisca l'esistente – è l'esistente la causa del nostro declino – l'Italia vuole ed ha chiesto in modo inequivocabile un cambiamento, una inversione di rotta. Se questo governo non si affretta a darcela rischia di incappare nel profondo disprezzo degli Italiani di oggi e di quelli che verranno».
Non saranno i toni comprensibilmente astiosi dell'ex ministro Martino - uno dei tanti liberali doc a non aver trovato nella compagine governativa un incarico all'altezza del suo valore e della sua figura - a impedirci di dargli ragione. Nel Dpef varato dal governo e all'esame del Parlamento c'è un'importante svolta sulla spesa pubblica, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto al precedente governo Berlusconi. Di questo sarebbe ingiusto non darne atto.

Ma manca lo shock. Potrebbero rivelarsi ancora insufficienti le riforme di Brunetta, Sacconi e Gelmini - sempre che riescano a realizzarle - in tre settori chiave. Sarebbe stato opportuno, per esempio, già prevedere almeno entro il prossimo trienno un piano di riduzione delle aliquote fiscali. Il rischio è di ritrovarci con «un governo che gestisce l'esistente», quando è proprio «l'esistente la causa del nostro declino».

Lo stesso difetto nell'approccio di Tremonti lo registrava Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole24 Ore: «La risposta del Governo sembra essere: sul fronte interno c'è poco da fare, perché i vincoli di bilancio non consentono margini di manovra; sul fronte esterno, mobilitiamo i Governi europei contro la "speculazione". È una risposta inadeguata su entrambi i fronti».

C'è, spiega Tabellini, un «fronte esterno su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo», ma non riguarda la "speculazione". Sul «fronte interno, la politica monetaria può fare ben poco... Gli effetti dello shock invece dovrebbero essere contrastati con la politica fiscale. Lo strumento corretto è una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro: dal lato dell'offerta, scenderebbero i costi di produzione; dal lato della domanda, si darebbe sollievo al reddito disponibile delle famiglie». Si potrebbe così «difendere il potere d'acquisto delle famiglie senza scatenare una vana rincorsa tra prezzi e salari».

E' comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».

Secondo gli obiettivi del Dpef, nel 2010 sia la pressione fiscale che la spesa corrente al netto degli interessi in percentuale del Pil continueranno a essere praticamente sugli stessi livelli del 2007. «È un programma troppo rinunciatario, date le difficoltà del Paese», conclude Tabellini. Si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock.

Tuesday, June 17, 2008

Finalmente, per la prima volta, una politica giudiziaria

Per riformare la giustizia serve un Blitzkrieg

Ezio Mauro, che stupido non è, si è accorto subito che «sotto attacco» c'è l'obbligatorietà dell'azione penale. I due emendamenti Vizzini-Berselli, cosiddetti «salva-premier», prevedono da una parte l'indicazione dei procedimenti penali d'urgenza per quei reati cui deve essere riconosciuta la priorità rispetto agli altri e, dall'altra, la sospensione per un anno degli altri processi penali (e del trascorrere dei rispettivi tempi di prescrizione) per i fatti commessi fino al 30 giugno 2002. Vengano giudicati presto i colpevoli dei reati che generano più allarme sociale e insicurezza. Poi verranno tutti gli altri, compreso il reato contestato al premier dalla "solita" Procura di Milano.
«Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini».
Quel principio che secondo Ezio Mauro garantisce l'«imparzialità dei magistrati», ritenuto già da Calamandrei un errore dei costituenti, a mio avviso è la garanzia della loro assoluta arbitrarietà, che anche in assenza di malafede produce mala-giustizia. Quindi, al contrario del direttore di Repubblica, saluto con favore il fatto che finalmente, per la prima volta, abbiamo in questo Paese una politica giudiziaria. Spero che questo emendamento sia solo l'inizio e che venga seguito da una vera e propria riforma (anche costituzionale, nel caso sia necessaria), che stabilisca chiaramente, una volta per tutte, a chi spetta, a ciascun livello, elaborare una politica giudiziaria, stabilire cioè delle priorità nel perseguimento dei reati, e rispondere davanti ai cittadini delle proprie scelte.

I due emendamenti (che, tra l'altro, riprendono il senso di un protocollo proposto dal procuratore generale di Torino, che in passato aveva ricevuto anche il plauso del Csm) danno una risposta pragmatica al triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto», delle centinaia di migliaia di processi che ogni anno vanno in prescrizione a causa dell'ingolfamento dei tribunali. Avere una politica giudiziaria significa, per esempio, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (e quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche), e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso.

Inoltre, sono norme propedeutiche alla riformulazione del "lodo Schifani", che prevede la sospensione dei processi, ma anche del trascorrere dei tempi di prescrizione, contro le alte cariche istituzionali durante il loro mandato. Una norma che esiste in molti Paesi civili e democratici.

Certo, si tratta di un nuovo atto della guerra tra la politica e la magistratura politicizzata. La politica cerca di sottrarsi a quello stillicidio di inchieste (e arresti) che guarda caso le piovono addosso ogni qual volta cerca di occuparsi della riforma della giustizia. Un modo per evitare ciò che è accaduto a Mastella e che, il centrosinistra non dovrebbe dimenticarlo, ha causato la caduta del governo Prodi; e per rispondere all'offensiva della Procura di Napoli contro la squadra del sottosegretario Bertolaso nella vicenda rifiuti, mandando un messaggio chiaro ai pm: il governo non è disposto ad arretrare né a farsi intimidire. Non può permetterselo nei confronti dei cittadini.

L'hanno subito ribattezzata norma «salva-premier», ma si dovrebbe chiamare salva-politica, perché in questi anni chiunque abbia osato toccare i fili - gli interessi della casta dei magistrati - ci è rimasto secco. Quella in atto tra politica e magistratura è una guerra in cui il fattore tempo è determinante. Bisogna "sparare" per primi. Tuttavia, ci auguriamo che i tre "colpi" di Vizzini e Berselli e del "lodo Schifani" siano solo i primi, servano a prender tempo e che il governo provveda quanto prima a mettere in cantiere una profonda riforma della giustizia, con l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e la riforma del Csm.

Berlusconi è consapevole che questa mossa potrebbe pregiudicare il dialogo con Veltroni, ma ha accettato di correre questo rischio, non potendo sacrificare, tra i due, il decisionismo e l'azione di governo, che potrebbero trovarsi presto e pesantemente sotto il ricatto della magistratura. Se alla fine ci rimette il dialogo con Veltroni, è perché quest'ultimo non è in grado di sostenerlo. Cioè, non è in grado di ammettere fino in fondo con i suoi (compagni di partito ed elettori) gli errori commessi in passato dal centrosinistra sulla giustizia e sull'antiberlusconismo.

Molti a sinistra non aspettavano di meglio che tornare alla sola musica che sanno suonare: l'antiberlusconismo. I giornali, da Liberazione a il manifesto, da L'Unità a la Repubblica, tornano a lanciare l'"allarme democratico", a gridare al «regime», agli «attentati alla Costituzione», ergendosi a guardiani supremi di una supposta "normalità democratica". Rischia di esserne risucchiato anche il Pd. Veltroni dimostra di non avere le doti della leadership, non sa scendere in campo aperto e affrontare alla luce del sole oppositori interni e i vecchi richiami della foresta. Anzi, cede e torna all'antico, come uno che sperava ardentemente che giungesse un pretesto per tornarvi. Non ha il carattere per lasciare ai Di Pietro certi, ormai esigui, spazi politici e provare a recitare altri copioni.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Eppure, come ha correttamente osservato Panebianco, questa via «ha fatto male alla sinistra in passato. È stata una strada politicamente fallimentare. Se verrà imboccata di nuovo (e ce ne sono i segnali) farà ancora male alla sinistra». «E' strano, o perlomeno prematuro, che si accusi un sistema politico cronicamente malato d'indecisionismo di essere un regime». Anche questo governo «appare già oggi indeciso a tutto», perché «a differenza di quanto accade in altre democrazie, in Italia ottenere grandi consensi elettorali e disporre di una grande maggioranza non garantisce la capacità decisionale del governo». A causa, spiega Panebianco, dei «debolissimi poteri di cui gode il premier e di un numero di poteri di veto, diffusi a tutti i livelli del sistema istituzionale, più elevato di quello di altre democrazie». La malattia dell'Italia è l'«indecisionismo». E' il vuoto, non il pieno, di decisioni che rischia di aprire crepe nell'ordine democratico.

Gli elettori si sono espressi chiaramente e più volte: tra Berlusconi e la magistratura che lo perseguita si fidano più del primo. Berlusconi ha vinto le elezioni nonostante i processi e le aggressioni mediatico-giudiziarie. E quando le ha perse non è stato per quelle.

Dalle urne è uscita forte e chiara una domanda di cambiamento. Un governo che tentennasse, che si rivelasse indeciso; un'opposizione o altri poteri, come i sindacati e la magistratura, che si opponessero al cambiamento, pagherebbero tutti un altissimo prezzo in termini di consenso e credibilità. «È una domanda con cui bisogna fare i conti», ha fatto notare Antonio Martino, intervistato dal Corriere della Sera: «Gli elettori hanno votato per il centrodestra perché erano scatenati contro l'esistente. E dal governo si attendono non la gestione, ma il cambiamento».

Per questo l'ex ministro suggerisce a Berlusconi di «andare fino in fondo, portare avanti le battaglie di civiltà».
«Controlli i suoi ministri. Non si faccia mettere i piedi in faccia da nessuno. Dimostri di essere un leader, non solo parlando alle folle. Perché come catturatore di consensi non ha eguali, ma come premier deve stare attento a non fare la fine di Luigi Facta... Non vorrei che il decisionismo di Berlusconi si inceppasse, e che il premier non se ne rendesse conto».
Anche Martino, da liberale, difende i provvedimenti più controversi. Quello sulle intercettazioni, «sacrosanto», e anche gli emendamenti sui processi, perché riconosce che «l'obbligatorietà dell'azione penale è ormai una farsa. È diventata l'arbitrarietà dell'azione penale. Perciò, che l'Esecutivo [e in questo caso si tratterebbe del Parlamento, n.d.r.] detti una linea d'indirizzo non mi pare sbagliato». Propagandistica e dannosa, invece, la decisione di impiegare i militari nei pattugliamenti e nella vigilanza in città. Anch'io credo che l'effetto più dannoso sia di «dare l'impressione che 400 mila uomini delle forze dell'ordine abbiano bisogno di un pugno di soldati», mentre in realtà sono solo male impiegati e la vera riforma sarebbe utilizzarli meglio.

Thursday, May 15, 2008

Frattini e La Russa, primi colpi a vuoto su Cina e Libano

Le prime uscite del ministro degli Esteri Frattini e del ministro della Difesa La Russa non mi hanno affatto convinto. In un'intervista al Financial Times Frattini afferma che non intende provocare inutilmente gli «amici cinesi» incontrando il Dalai Lama, precisando però che il governo italiano sostiene la richiesta di autonomia per il Tibet.

Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.

Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.

Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.

A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.

Saturday, March 01, 2008

Visco prepara il suo ultimo colpo di coda. Ma al Pd conviene?

Visco potrebbe volersi giocare un ultimo colpo di coda. Tiene nel cassetto, in attesa di accertamenti, una lista con centinaia di nomi, tra cui quelli di alcuni politici, che avrebbero un conto nel Liechtenstein. Anche se di per sé avere un conto nel Liechtenstein non vuol dire essere evasori fiscali, di certo è sufficiente per scatenare la riprovazione e il sospetto di quei settori di opinione pubblica - purtroppo ampi in Italia - mossi da invidia sociale. Come ha osservato Panebianco sul Corriere, potrebbe scatenarsi una «civile e garbata» caccia all'uomo. Questa «specie di lista Mitrokhin» fiscale potrebbe giocare il ruolo che in altre campagne elettorali hanno giocato gli avvisi di garanzia.

Molto dipenderà dall'uso che Visco intenderà fare di questa lista, dal tempismo con il quale deciderà di rendere pubblici i nomi dei politici coinvolti. Quando verranno svelati i nomi? Prima o dopo il deposito ufficiale delle liste? Quanto prima del voto?

Se, guarda un po', i doverosi "accertamenti" del Ministero dovessero protrarsi per troppi giorni, osserva Panebianco, «non ci sarebbe verso di evitare un pesante inquinamento della campagna elettorale. Il minimo è che gli accertamenti sui politici siano immediati e che questo argomento possa essere subito tolto dal confronto». Altrimenti, «il sospetto di strumentalizzazioni in atto diventerà legittimo».

Se un politico presente nella lista, ipotizza Panebianco, dovesse tacerlo al proprio partito e farsi candidare, come potrà quel partito difendersi da un sicuro danno d'immagine una volta che quel nome dovesse uscire all'indomani della presentazione delle liste?

E' vero che molti italiani sembrano facili prede di un irrefrenabile sentimento di invidia sociale, ma se Visco dovesse decidere di accendere la miccia e giocarsi questa lista come arma di propaganda elettorale, gli effetti potrebbero anche ritorcersi contro il Pd. Berlusconi infatti potrebbe rivoltare la questione a suo vantaggio accusando di nuovo Visco e la sua parte politica di terrorismo fiscale, annullando d'un colpo tutti i tentativi di Veltroni di presentarsi con un nuovo approccio sul tema tasse.

Insomma, converrebbe davvero al Pd? Molti elettori di sinistra si accanirebbero contro i presunti evasori, soprattutto se molti dei nomi politici nella lista dovessero appartenere al PdL, ma il Pd dovrà dire addio ai voti moderati e ai sogni di sfondamento al centro.

Al grido «lunga vita ai paradisi fiscali», «lunga vita alla libertà dei contribuenti», l'ex ministro Antonio Martino ha spiegato al Corriere quanto negativa sia l'idea, sempre strisciante tra Roma, Berlino e Parigi, «dell'armonizzazione fiscale in Europa». Un'idea che tentò persino Berlusconi, ricorda, il quale pensò così di poter abbassare le tasse agganciandosi alle aliquote tedesche.
«Lo dissuasi. Gli spiegai che con un sistema unico ci sarebbe da parte dei governi nazionali una spinta ad alzare la pressione fiscale. E a quel punto per i cittadini europei sarebbe la fine. Mentre in un regime di concorrenza fiscale, se uno Stato tassa troppo, prima o poi vede ridurre la propria base di contribuenti. E' con la concorrenza che si limita lo strapotere pubblico e si tutela la libertà dei cittadini».
Per questo i pochi paradisi fiscali europei, ma anche stati dove la tassazione è bassa, come Gran Bretagna e repubbliche baltiche, sono preziosi e i grandi Paesi come Germania, Francia e Italia dovrebbero prendere esempio da questi per attrarre capitali invece di darsi alla "caccia alle streghe" fiscali. E Martino va oltre. «Difendo quei Paesi dove viene salvaguardato strenuamente il segreto bancario, altro principio di civiltà e di garanzia per i contribuenti». Persino ovvio che bisogna combattere l'evasione, ma l'ex ministro ricorda come questa lotta non sia mai stata un'esclusiva del centrosinistra e come Ricolfi abbia autorevolmente calcolato in soli 2 miliardi di euro i ricavati di Visco e Prodi dalla lotta all'evasione.

Una lotta nella quale è determinante anche la pressione fiscale, «che in Italia è arrivata al 43,3% ed è diventata intollerabile con il centrosinistra al governo». A tali livelli non solo piccole e grandi forme di evasione non sono moralmente condannate da gran parte della cittadinanza, rendendo più difficile scovare gli evasori, ma si rendono persino necessarie per l'efficienza del nostro sistema produttivo.

Insomma, potremmo presto accorgerci di essere giunti al paradosso di dover ringraziare quegli imprenditori che non si sono rassegnati a chiudere i battenti, a non far crescere la propria impresa, a non poter destinare neanche un euro in R&S, a causa di una pressione fiscale che dagli utili - tolti i costi e il guadagno - drena proprio quella quota di risorse che ogni impresa dovrebbe sempre impiegare per gli investimenti e l'innovazione allo scopo di rimanere competitiva. E abolendo il sostituto d'imposta avremmo un'importante controprova. Quanti lavoratori dipendenti pagherebbero fino all'ultimo centesimo le tasse che oggi decurtano anche più del 30% i loro stipendi non certo ricchi, se ne fossero pienamente consapevoli?

Thursday, February 14, 2008

All'Italia serve uno shock lungo una legislatura

Berlusconi sembra voler ripartire dal 2006. Può anche darsi che si riveli valida la strategia di dire "Cari italiani, è stato solo un brutto sogno... riprendiamo da dove ci eravamo lasciati": dall'abolizione dell'Ici, per esempio, che fu il "botto finale" della scorsa campagna elettorale. Eppure, oggi come allora, vedo cominciare una campagna poco coraggiosa. Peccato che nel frattempo la crisi in cui versa l'Italia si sia aggravata e richieda rimedi sempre più drastici.

All'allarme del Sole 24 Ore (niente tesoretto, buco di 7 miliardi e necessaria manovrina) e a quello della Corte dei Conti («incontrollato aumento della spesa corrente») si aggiunge il dato della produzione industriale in calo del 4%. Per non parlare dell'impennata dell'inflazione (a gennaio registrata dall'Istat in aumento del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2007) e del dato dei salari fornito dalla Banca d'Italia, i più bassi d'Europa e a crescita zero dal 2000 considerando gli aumenti annui del costo della vita. Questo quadro è tanto più sconfortante se confrontato con le timide proposte economiche trapelate in questi giorni dai programmi, in verità ancora in via di elaborazione, dei due maggiori partiti, Pd e PdL.

Entrambi si limitano ad interventi - annunciati nelle interviste a Nicola Rossi e a Renato Brunetta, ma confermati sia da Veltroni che da Berlusconi, ieri sera a Porta a Porta - sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione sulle parti della retribuzione legate alla produttività e al merito e sugli straordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto di produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili e prolungati sul potere d'acquisto e sulla crescita.

Soprattutto dal PdL ci aspettiamo molto più coraggio. Se le proposte di politica fiscale rimanessero queste, Veltroni avrebbe gioco facile nell'eguagliarle. Berlusconi non dovrebbe sottovalutare l'inedita concorrenza del Pd su questo piano: per la prima volta promette di ridurre le tasse e per la prima volta si presenta agli elettori con la maggiore credibilità che gli deriva dalla scelta di correre da solo, finalmente non più alleato con la sinistra comunista e massimalista. E se la competizione si confermerà fortemente personalizzata, una sorta di referendum tra i due leader, con i due partiti e i due programmi relegati in secondo piano, allora Veltroni potrebbe anche indovinare la campagna elettorale, riuscendo a diffondere su di sé l'immagine della freschezza e sull'avversario della stanchezza.

Il taglio dell'Ici; le detassazioni sui salari; una seria riforma delle pensioni; i disegni di legge che saranno varati nei primi consigli dei ministri. Tutto ottimo, ma oltre alle misure più urgenti, da attuare nei primi 100 giorni e persino nelle prime 100 ore, ci vorrebbe un progetto di legislatura per un consistente taglio delle tasse e della spesa pubblica, supportato da cifre, scadenze e impegni precisi. Berlusconi non parla più di aliquote Irpef, se non, come ha fatto ieri sera da Vespa, per evocare l'obiettivo dei sogni: arrivare a una tassazione massima del 33%. Obiettivo dei sogni, o Berlusconi si impegnerà a portarlo a compimento entro la prossima legislatura? E perché non la flat tax al 20% in 5 anni, come propone, dati alla mano, Decidere.net?

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma sono dimensioni che a mio avviso denotano una percezione ancora approssimativa, erronea per difetto, della gravità e delle proporzioni dell'emergenza economica e sociale nel nostro Paese. Occorre invece uno shock fiscale, tale da restituire nelle tasche degli italiani la cospicua parte di ricchezza che la politica ha sottratto loro dimostrando poi di non essere capace di spenderla nel migliore dei modi.

Siamo al paradosso che da uno stipendio lordo di 1.600 euro, che a mio modo di vedere dovrebbe essere totalmente o quasi esente da tassazione, si arriva a un netto in busta paga di 1.100 euro. Il problema dei problemi in Italia, una vera e propria questione sociale fonte di privilegi e ingiustizie, è una macchina statale inefficiente che succhia la linfa vitale della nostra società. «Per voltare pagina l'Italia deve liberarsi dalla mentalità statalista e dirigista che ha prevalso nell'ultimo mezzo secolo, mentalità che chiamerei cattocomunista», ha scritto ieri, su Libero, il prof. Antonio Martino.

L'espansione dei compiti che lo Stato si attribuisce, e per i quali chiede ulteriori risorse, lo rende poi incapace di assolvere al meglio i compiti essenziali che giustificano la sua esistenza. L'espansione dei compiti dello Stato non è dovuta a reali esigenze dei cittadini, ma al bisogno della classe politica di controllare e gestire sempre più servizi, perché tramite quel controllo e quella gestione crea rapporti di clientela e ricava consensi per rimanere al potere.

Per ridurre il peso dello Stato non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali. Restituire le risorse direttamente nelle mani dei ceti produttivi, sia imprenditori che lavoratori, togliendole da quelle del ceto parassitario dei politici, dei burocrati e degli assistiti.

L'Europa chiede all'Italia un tasso di occupazione femminile del 60% entro il 2010, ma siamo drammaticamente fermi al 46,3%, dato rilevato nel 2006, penultimi in Europa. E ciò costituisce certamente un freno rilevante alla crescita economica. A fronte di tanti tagli possibili nella Pubblica amministrazione, dei tanti compiti che lo Stato non dovrebbe svolgere, servirebbe un grande programma statale - lo diciamo da liberisti pragmatici - e temporaneo (finché non torni ad aumentare la ricchezza pro capite), per rendere meno gravoso alle donne conciliare lavoro e maternità: un buono-asilo sia alle donne sia ai comuni da finanziare con l'innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 65 anni.

Se non si ha il coraggio di chiedere esplicitamente adesso, in campagna elettorale, i voti agli elettori sulla base di tali impegni (due o tre di grande portata, qualificanti), non si avranno mai la forza e la legittimazione sufficienti, una volta al governo, per procedere con un forte ridimensionamento della tassazione e, quindi, del peso dello Stato.

Tuesday, October 02, 2007

LibMagazine si farà, ecco il numero 7

E' on line il nuovo numero di LibMagazine. Di questo numero sono particolarmente orgoglioso, credetemi, è davvero di buon livello. Si apre con l'editoriale di Enzo Reale sulla crisi in Birmania, "Dalla speranza al silenzio", e un focus di Stefano Magni sul documento ideologico della Giunta militare di Yangon. Poi tre interviste: ad Antonio Martino, sulla flat tax, a Giordano Bruno Guerri, su riforma scolastica, formazione e merito, e a Franco Battiato sul "grillismo". Ancora esteri con "Iran. L'ora dell'Europa", del sottoscritto, e con un articolo di Giuseppe Nitto sulla visita di Ahmadinejad alla Columbia University di New York.

Il corsivo quotidiano è invece firmato da Luigi Castaldi, sui costi della Chiesa. Poi le consuete rubriche: Nardi, Fronterré, Lupi. Infine, altri quattro interessanti contributi: di Monica Costa, Stefano Morandini, Cristina Marullo, Ciro Monacella (sua anche la vignetta). Grazie a tutti e buona lettura.

Saturday, February 17, 2007

Il vestito a taglia unica di Stato sta sempre più stretto

Che splendidi liberal-conservatori Ostellino e Martino. Nel senso migliore del termine, non come quel reazionario di Pera.

«Che cosa sono i Dico?». Se lo chiede Piero Ostellino oggi nella sua column sul Corriere.
«Per un liberale, sono un'intrusione dello Stato negli affari privati degli Individui. Sono un'ulteriore manifestazione della vocazione collettivista, comunitaria, antindividualista della cultura politica nazionale che ha le sue radici nella stessa Costituzione della Repubblica. Sono la prova che i cittadini sono sempre percepiti come "comunità" invece che come singoli Individui. Sono la testimonianza dell'incapacità di una parte della classe politica di riconoscere il pluralismo, la soggettività, la diversità dei casi della vita. Sono la sua inclinazione a ridurre pluralismo, soggettività, diversità a omogeneità e a omologazione. I Dico non sono un allargamento degli ambiti di libertà. Sono piuttosto il misconoscimento dell'autonoma libertà di scelta individuale in nome del populismo e del paternalismo di Stato».
E così Antonio Martino, su Libero, al quale si associa Ostellino:
«Non vedo proprio perché tutti i casi possibili di non matrimonio debbano essere regolamentati per legge... Ritengo che queste situazioni, tutte quelle possibili e che non ricadono certo sotto un'unica fattispecie, debbano essere affidate a quello che è uno dei principi fondamentali del liberalismo, la libertà di contratto... Se si seguisse questo elementare principio di civiltà liberale, sono certo che le regole adottate dai conviventi sarebbero molto diverse a seconda dei casi. Perché, invece, abbiamo la luciferina presunzione di imporre a tutti un vestito della stessa taglia? Perché non lasciamo che a decidere in base a quali regole convivere siano gli stessi interessati, che conoscono meglio di chiunque altro cosa sia meglio adottare nel loro interesse? (...) Se due adulti consenzienti vogliono stipulare un contratto su qualcosa che riguarda soltanto loro, che diritto ha lo Stato di impedirglielo? Solo nel caso in cui un accordo ha implicazioni per soggetti terzi esiste, in generale, lo spazio per una disciplina legislativa».
«Così parla un liberale», conclude Ostellino: «... la moltiplicazione dei diritti si risolve, sul lato dell'autonomia individuale, nell'arbitraria estensione del potere regolatore dello Stato e, su quello sociale, in un costoso allargamento del welfare a nuovi soggetti, con aggravio per la finanza pubblica».

Direi ineccepibili parole, ma a parlare sono liberal-conservatori. Sarei pronto a sottoscriverle, ma come si fa - chiedo - a non vedere che prim'ancora che nei Dico sta nell'istituto del matrimonio civile la «luciferina presunzione di imporre a tutti un vestito della stessa taglia»? E a non vedere che è quella "taglia unica" che oggi sta stretta sempre a più cittadini? Perché Ostellino e Martino non chiedono che lo Stato faccia un passo indietro dagli affari di famiglia e lasci agli interessati piena libertà contrattuale anche nel matrimonio?

In che misura il loro - nell'escludere il matrimonio, come istituto riconosciuto e regolato dallo Stato, dal loro ragionamento - può essere definito un riflesso conservatore? Come risolverebbero, da liberali, il problema delle coppie omosessuali, che a differenza di quelle etero non potrebbero neanche contrarre matrimonio? Non vedono alcuna discriminazione in questo?

Se i matrimoni sono in calo e le coppie che scelgono la convivenza aumentano esponenzialmente, forse l'istituto giuridico "matrimonio", con il progressivo mutare della società, è divenuto troppo rigido, o comunque è percepito come tale. Il problema sorge proprio dal fatto che già oggi viene imposto a tutti «un vestito della stessa taglia»! Non i Dico, ma il matrimonio tradizionale. Ed è comprensibile che le nuove coppie di conviventi si sentano discriminate e reclamino di essere riconosciute. Esercitano la libertà contrattuale invocata da Ostellino e Martino, rinnovandola quotidianamente, ma per lo Stato quei contratti non valgono nulla rispetto al "vestito a taglia unica" del matrimonio civile. Dunque, con quell'istituto «l'intrusione dello Stato negli affari privati degli Individui» è già una realtà. E' quell'intervento il "peccato originale", la fonte delle discriminazioni a cui oggi si chiede di porre rimedio.

Ed è la concezione assistenziale di un welfare rivolto alle categorie e non ai singoli individui in difficoltà che come discriminazione "in positivo" finisce per creare conflitti anziché risolverli.

Quel vestito sta stretto a sempre più cittadini nella nostra società di oggi. Dunque, o se ne creano di taglie diverse, o si permette a ciascuno di farselo su misura, senza una taglia unica di Stato. Si tratterebbe di "privatizzare" il matrimonio e ogni forma di convivenza, come sostengo nel mio articolo «Pacs, un approccio libertario», pubblicato su LibMagazine, e come spiegava Stefano Magni alcune settimane fa su L'Opinione.