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Friday, September 03, 2010

Tony, ci manchi/1 - Non ha fallito il mercato

«Sono in profondo disaccordo con aspetti importanti della reazione statalista cosiddetta "keynesiana" alla crisi economica; credo che all'estero dovremmo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; credo sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno...»
«Si è diffusa una mentalità conformista e sorda ai tentativi di metterla in discussione. A grandi linee, è andata così: il "mercato" è andato incontro a un fallimento catastrofico che ha richiesto un salvataggio da parte del "governo" e una reflazione keynesiana per controbilanciare la deflazione. Alla fine del 2008, gli interventi governativi hanno stabilizzato le banche; i sistemi di regolamentazione hanno iniziato a essere rivisti per rimettere in riga i settori finanziari disonesti; la strategia di politica economica ha puntato sull'aumento del deficit. Tutto a un tratto, dal punto di vista politico, lo Stato è tornato in voga... quasi si toccava con mano la Schadenfreude di ampia parte del mondo politico e accademico nel vedere che il "mercato" alla fine era stato messo a nudo e smascherato».
«Tuttavia, dobbiamo, con urgenza, venire a capo della situazione e valutarla in modo più efficace e ponderato. Innanzitutto, non ha fallito il "mercato". Lo ha fatto una parte di un settore... In secondo luogo, anche il governo ha fallito. Ha fallito la vigilanza, hanno fallito i politici, ha fallito la politica monetaria, e il debito è diventato troppo a buon mercato. Ma non è stata una congiura delle banche, quanto la conseguenza del convergere, solo in apparenza positivo, fra politica monetaria indulgente e inflazione bassa. La responsabilità della crisi va attribuita a tutti, e non addossata solo al mercato o addirittura solo alle banche».
«Terzo punto, ha fallito la nostra capacità di comprendere. Non ce ne siamo accorti. Potreste ribattere che avremmo dovuto, ma non è andata così. Inoltre - e si tratta di un punto fondamentale per la nuova direzione che stiamo dando alla regolamentazione - non è che fossimo sprovvisti degli strumenti per prevenire la crisi, semmai l'avessimo vista arrivare. I sistemi di controllo non hanno fallito nel senso che ci mancava il potere di intervento. Se i regolatori avessero detto ai leader che stava per scoppiare una grave crisi, noi non avremmo risposto che non c'era niente da fare finché non fossero stati implementati nuovi controlli. Avremmo agito. Ma non ce lo hanno detto».
«E' assolutamente giusto che lo Stato sia intervenuto... perché non farlo avrebbe significato cecità ideologica e stupidità pratica; il problema, o meglio l'errore, è stato comprare il pacchetto completo composto da spesa in disavanzo, regolamentazione intensiva, criminalizzazione delle banche... Strano a dirsi (o forse, più che strano, prevedibile), la gente se n'è resa conto più di molti politici e di molti osservatori, motivo per cui il previsto scarto a sinistra non si è poi verificato. Le persone capiscono benissimo la differenza fra uno Stato costretto a intervenire per stabilizzare il mercato e un governo che torna in auge col ruolo di principale attore dell'economia».
«Il ruolo del governo è di riportare la situazione in condizioni di stabilità e poi togliersi di mezzo appena è possibile. Alla fine non spetta al governo guidare la ripresa, ma saranno l'industria, il mondo degli affari, la creatività, l'ingegno e lo spirito d'iniziativa delle persone. Se le misure che adotti nel rispondere alla crisi attenuano gli stimoli delle persone, limitano il loro senso imprenditoriale, le rendono incerte sul clima entro cui stanno lavorando, allora la ripresa diventa precaria».
Tony Blair ("A Journey")

Monday, October 13, 2008

Meno tasse, non meno tassi

Le borse europee "rimbalzano" dopo il piano Ue, ma non credo che la tempesta sia già alle nostre spalle. Anzi, è probabile che dopo l'"euforia" di oggi domani i mercati ricomincino a perdere.

A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
«L'affermarsi di quegli strumenti che oggi creano tanta opacità nel sistema credizio internazionale, però, non è stato soltanto il prodotto di innovazioni finanziarie. Questa marea di contratti che "smaterializzano" progressivamente il rapporto tra i beni reali e i titoli scambiati non esisterebbe, almeno non in tali dimensioni, se nei quasi vent'anni del regno di Alan Greenspan non si fosse conosciuta una mostruosa espansione monetaria. Adottando tassi di interesse artificiosamente bassi, la Fed ha causato quella crescita abnorme della quantità di moneta che è la vera causa della tragedia che stiamo vivendo... In poche parole, moltiplicando la massa dei dollari in circolazione gli americani sono vissuti al di sopra dei loro mezzi. In presenza di prestiti ad interessi reali negativi (ciò succede quando il tasso di prestito è inferiore all'inflazione), è fatale che vi sia una corsa ad indebitarsi... se gli americani sono pieni di debiti non è solo e in primo luogo per effetto di una cultura o di un costume (come spesso si dice), ma è invece pure il prodotto previsto e prevedibile di una politica monetaria sciagurata...»
Autorità pubbliche - le banche centrali - fissano il costo del denaro e possono commettere degli errori "politici", perché il prezzo di un bene così centrale nel sistema, come il denaro, ha una funzione importantissima:
«È il keynesismo finanziario di Greenspan che ha fissato un costo troppo basso del denaro e in tal modo ha favorito comportamenti irrazionali. In un'economia di mercato il prezzo, infatti, ha la funzione di selezionare i comportamenti, ma se è tenuto basso da una decisione politica questo filtro smette di operare. A prezzo zero la domanda tende all'infinito e le conseguenze poi non tardano a vedersi. Nel credito, un costo del denaro ragionevole fa sì che chieda denaro e l'ottenga soltanto chi ha un progetto in grado di remunerare l'investimento (o dispone di solide garanzie), e questo fa sì che il denaro si orienti dove può essere utilizzato al meglio».
Questo meccanismo virtuoso è del tutto saltato a causa la politica espansiva della Fed.

La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.

Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
«Dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l'adozione di un'unica aliquota d'imposta sul reddito. Solo se faremo dell'Italia un ambiente favorevole agli investimenti ed alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l'attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L'economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell'arrivo della recessione».
Carlo Stagnaro fissa i paletti entro i quali i tagli fiscali sarebbero efficaci: non dovranno avere fini redistributivi, dovranno essere semplici, generalizzati, consistenti.
«Tagliare le tasse non vuol dire limare qualche zero virgola per cento, ma, letteralmente, abbatterle. Una buona idea sarebbe ripartire dal "ganzissimo" progetto tremontiano delle due aliquote, 23 e 33 per cento. Ma qualunque schema può andar bene, purché, appunto, punti allo choc positivo sull'economia».

Wednesday, October 08, 2008

Mi spaventano più i politici che i mercati

Sarò un pazzo, un illuso, ma continuo a temere molto più la politica che i mercati. Se intervento statale dev'essere, che non sia un intervento imbecille. I governi dovrebbero intervenire studiando caso per caso per aiutare fusioni e processi di ristutturazione dei punti di maggiore criticità, e non con fondi a pioggia che rischiano di calamitare l'ingordigia degli speculatori, di alimentare una corsa all'aiuto di stato nella quale chi primo "fallisce" meglio alloggia. Tremo al pensiero del Consiglio dei ministri in corso oggi.

Ho l'impressione che i continui annunci e le dichiarazioni in ordine sparso dei capi di governo dei maggiori paesi europei non abbiano fatto altro che alimentare panico e confusione sui mercati. Per fortuna non è passata l'idea di Berlusconi e Sarkozy di un fondo comune europeo per il salvataggio delle banche, su cui sarebbe dovuto confluire addirittura il 3% del Pil, una follia a cui Germania e Gran Bretagna si sono opposte.

Se manca la fiducia, qualsiasi somma stanziata preventivamente rischia di venire bruciata in un giorno; così come il taglio dei tassi deciso dalla Fed e dalla Bce in questo momento potrebbe rivelarsi inutile, visto che le banche non hanno liquidità e non si fidano l'una dell'altra.

Un blogger che in tempi non sospetti aveva messo in guardia sul fatto che l'Europa non fosse affatto al riparo dalla crisi è Phastidio.net, bisogna dargliene atto. Se il Pil non è l'unica grandezza macroeconomica da considerare, qualcosa però ci dice sulla salute dell'economia reale. Il Pil Usa nel secondo trimestre ha rallentato rispetto alle previsioni, ma si mantiene positivo, a +2,8%. E se ciò fosse dovuto essenzialmente alle esportazioni, di questi tempi non bisognerebbe comunque disprezzarlo, visto che negli anni '30 fu il protezionismo di Hoover ad aggravare la crisi. Mi sembra, invece, che l'Europa sia messa peggio (zona euro e i 27 poco al di sopra dell'1%, l'Italia ferma a 0 - zero), che pesino fattori strutturali, oltre alla stretta creditizia causata dalla crisi finanziaria, che potrebbero prolungare la crisi e portare alla recessione.

Un altro piccolo aspetto che Phastidio.net ha colto - e a cui né la stampa né l'opposizione hanno fatto caso - è che «Tremonti cinque anni fa proponeva [nella bozza di Dpef 2003]... di imitare quella finanza "perfida" e figlia della globalizzazione che oggi tanto ama esecrare». In Italia siamo senza dubbio messi male, se pensiamo che l'alternativa è Bersani, l'uomo delle coop.

Fallimento del libero mercato? Nient'affatto, non mi stanco di ripeterlo, stavolta usando le parole di Liberty Soldier... è la «crisi del Keynesianesimo. L'idea delle politiche a debito per favorire investimenti e consumi. L'idea della banca centrale come regolatore dell'indebitamento pubblico e privato. Più specificatamente, la crisi del denaro inventato. Della stampante federale».

... e di Lorenzo Infantino, su Avvenire:
«Un tasso d'interesse spropositatamente basso, per un periodo di tempo spropositatamente esteso, alimenta sempre fenomeni speculativi: perché alimenta una patologica corsa all'indebitamento e la conseguente creazione di piramidi di carta... sono state le pubbliche autorità a fornire alle istituzioni finanziarie i mezzi per realizzare il loro avventurismo... il tasso d'interesse è un prezzo. Tenerlo spropositatamente basso significa privarlo della funzione selettiva nei confronti dei progetti produttivi. E le iniziative meno economiche sottraggono risorse a quelle più competitive».