La sudditanza culturale dell'"intellettualità liberista"
Al direttore – Da liberista mi ritrovo più nella critica di Mucchetti all'"intellettualità liberista" che guarda a sinistra che nella replica del liberista Stagnaro. Non c'è dubbio, Renzi è un innovatore, ma il suo approccio è "blairiano", non liberista. Da liberisti tifiamo tutti per lui, perché una sinistra moderna, "blairiana", che abbraccia mercato e merito, non può che far bene a se stessa e al paese. E guardando al deserto che offre l'attuale centrodestra, dal punto di vista di un elettore liberale-liberista avrebbe potuto senz'altro rappresentare il male minore, se avesse vinto le primarie. Ma da qui a pensare di costruire un'offerta politica liberista suggerendo al sindaco di Firenze di uscire dal Pd per guidarla (Giannino), o appellandosi ai suoi elettori delusi (Zingales), ce ne passa.
L'affermazione "il liberismo è di sinistra" ha senso solo come provocazione intellettuale, in un mondo ideale in cui la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce insider e status quo. Ma se calata nella realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, ma anche nell'ultimo ventennio, è un ossimoro: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra. Chi ambisce a costruire un'offerta politica liberista non può ignorare cos'è stata e cos'è la sinistra in Italia (e non solo), cosa pensano i suoi leader e quali sono gli interessi dei blocchi sociali che tradizionalmente rappresenta.
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Thursday, December 06, 2012
Tuesday, May 11, 2010
Un cattivo modello per l'Europa
«Non incolpate la moneta unica per i fallimenti delle politiche keynesiane», e di leadership «irresponsabili», scriveva ieri il Wall Street Journal, osservando che L'Europa «non sta vivendo una crisi monetaria, ma una crisi del debito provocata da eccessivo indebitamento, eccessivo peso e inefficienze pubbliche e insufficiente crescita economica». Il rischio è che il salvataggio di oggi, inducendo a credere che in circostanze simili l'Ue agirà come «prestatore di ultima istanza», produca ulteriore «azzardo morale» domani, e non maggior rigore. Il messaggio mandato ai creditori e ai governi è che «saranno sempre salvati». Il rischio che la Bce appaia pronta a «monetizzare» i debiti dei Paesi Ue potrebbe spingere gli uni a correre rischi eccessivi, gli altri a non agire come dovrebbero sul deficit.
Fa bene a insistere Carlo Stagnaro, oggi su Il Foglio:
Ma soprattutto, nel commento di ieri il Wall Street Journal coglieva una tendenza particolarmente preoccupante. La crisi di questi giorni rischia infatti di generare un'ulteriore spinta all'idea che l'Unione anche politica dell'Europa coincida con un «super-stato europeo» che abbia il potere di «fissare» una politica economica comune, «armonizzare» i livelli di imposizione fiscale e «facilitare» i trasferimenti dai Paesi ricchi ai poveri, nella sostanza di «imporre il welfare state che ha cacciato l'Europa in questo guaio». E' esattamente, mi viene da pensare, l'errore che ha commesso l'Italia nei confronti del Sud e di cui ancora non riusciamo a liberarci: dirigismo, tasse elevate e uguali dappertutto, assistenzialismo da Nord a Sud. L'Europa si sta pericolosamente avviando verso un modello perdente già sperimentato in Italia, e l'Italia rischia di "esportare" in Europa il suo modello più fallimentare.
E mentre Fini si iscrive tra i più entusiasti sostenitori della proposta di un'agenzia di rating europea, bisogna riconoscere a Tremonti - oggi lo fa Oscar Giannino su Il Messaggero, non certo un "tremontiano" - di aver tenuto stretti i cordoni della borsa, resistendo a pressioni interne ed esterne alla maggioranza.
Fa bene a insistere Carlo Stagnaro, oggi su Il Foglio:
«La radice di tutti i mali non è nel mercato, nella speculazione, nel profitto. La radice dei mali è nelle finanze pubbliche allegre e creative, nello stato spendaccione e irresponsabile. Nella speranza di alcuni governi europei che dei loro disastri si sarebbero fatti carico altri: gli investitori gonzi, i Paesi più solidi, le generazioni future... Non possiamo più considerare la spesa come una variabile indipendente, e se le entrate non bastano, finanziare la differenza in debito. Dobbiamo tagliare il debito... La parola d'ordine per il settore pubblico deve essere: austerità. La parola d'ordine per il settore privato dev'essere: crescita».L'aumento del deficit è «comprensibile in tempi di crisi - ammette oggi il WSJ - ma i mercati hanno mandato il messaggio che questo livello di spesa è insostenibile». Con le misure assunte, osservava ieri Munchau sul Financial Times, l'Europa ha guadagnato tempo, ma - avverte oggi il WSJ - se la classe politica europea non approfitta di questa apertura per «tornare in forma», la crisi ritornerà. Una crisi, insiste il WSJ, dovuta alla «spesa eccessiva e a politiche che ostacolano la crescita economica». L'argine innalzato ieri ha «solo posticipato la resa dei conti - e ad un prezzo allarmante».
Ma soprattutto, nel commento di ieri il Wall Street Journal coglieva una tendenza particolarmente preoccupante. La crisi di questi giorni rischia infatti di generare un'ulteriore spinta all'idea che l'Unione anche politica dell'Europa coincida con un «super-stato europeo» che abbia il potere di «fissare» una politica economica comune, «armonizzare» i livelli di imposizione fiscale e «facilitare» i trasferimenti dai Paesi ricchi ai poveri, nella sostanza di «imporre il welfare state che ha cacciato l'Europa in questo guaio». E' esattamente, mi viene da pensare, l'errore che ha commesso l'Italia nei confronti del Sud e di cui ancora non riusciamo a liberarci: dirigismo, tasse elevate e uguali dappertutto, assistenzialismo da Nord a Sud. L'Europa si sta pericolosamente avviando verso un modello perdente già sperimentato in Italia, e l'Italia rischia di "esportare" in Europa il suo modello più fallimentare.
E mentre Fini si iscrive tra i più entusiasti sostenitori della proposta di un'agenzia di rating europea, bisogna riconoscere a Tremonti - oggi lo fa Oscar Giannino su Il Messaggero, non certo un "tremontiano" - di aver tenuto stretti i cordoni della borsa, resistendo a pressioni interne ed esterne alla maggioranza.
«Meno male, che sono rimasti stretti. E' questo ciò che il ministro vorrebbe oggi non riconosciuto a lui personalmente, ma che divenisse un riflesso condizionato di tutti i protagonisti della vita italiana in questa difficile fase. Questa volta abbiamo evitato di essere considerati, dai mercati come dagli altri Paesi, come un appestato che poteva diffondere il contagio. Una non disprezzabile novità, in un mondo in cui Stati Uniti, Giappone e Regno Unito dovranno tutti tagliare strutturalmente tra i 12 e i 14 punti di Pil il loro deficit pubblico anno per anno, se vogliono tornare a ristabilizzare il loro debito verso il 65% del Pil entro il 2030. E in cui la media dei Paesi Ocse dovrà farlo di 8 punti di Pil, dice il Fmi. Mentre all'Italia ne basterebbero meno di 5 (...)».
Monday, January 11, 2010
Sono 15 anni che aspettiamo. Bene l'annuncio, ma ora i fatti
E' vero che gli anni in cui Berlusconi è stato al governo sono lastricati di promesse non mantenute, soprattutto in tema di riduzione delle tasse, e quindi è saggio non illudersi troppo. L'annuncio di oggi potrebbe essere volto a galvanizzare l'elettorato di centrodestra in vista delle regionali, quindi aspettiamo di vedere che fine faranno le buone intenzioni dopo il voto di marzo. Detto questo, però, fa ben sperare che il premier abbia voluto inaugurare l'anno nuovo e la sua ripresa delle attività dopo l'aggressione di Piazza Duomo rilanciando proprio la riforma fiscale, e ripescando la proposta originaria del '94 e 2001, che molta parte ebbe nei successi elettorali di quegli anni.
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
Neanche sul fisco Gianfranco Fini perde occasione per punzecchiare Berlusconi: ricordando che la riduzione delle tasse dev'essere «più incisiva per chi ha redditi medio-bassi e bassi». E avvertendo che se non è ben chiaro quali sono le «coperture», allora si fa solo «propaganda». Proprio quel genere di argomenti con i quali già una volta, nel 2003, ha affossato le due aliquote.UPDATE ore 19,23
«Prima il quoziente familiare, poi le aliquote». Eccolo, ci mancava, il portabandiera dell'altro argomento affossatore delle due aliquote, Pier Ferdinando Casini, leader del partito trasversale dei "quozientisti".
Thursday, September 24, 2009
C'è speculazione e speculazione
Ieri, dal podio dell'Assemblea generale dell'Onu, Berlusconi ha farneticato di combattere la speculazione sulle materie prime con una gigantesca operazione speculativa globale... da attuare magari insieme all'"amico" Putin. Bah. Qui si è d'accordo con Carlo Stagnaro... e non siamo comunisti...
Monday, October 13, 2008
Meno tasse, non meno tassi
Le borse europee "rimbalzano" dopo il piano Ue, ma non credo che la tempesta sia già alle nostre spalle. Anzi, è probabile che dopo l'"euforia" di oggi domani i mercati ricomincino a perdere.
A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.
Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
«L'affermarsi di quegli strumenti che oggi creano tanta opacità nel sistema credizio internazionale, però, non è stato soltanto il prodotto di innovazioni finanziarie. Questa marea di contratti che "smaterializzano" progressivamente il rapporto tra i beni reali e i titoli scambiati non esisterebbe, almeno non in tali dimensioni, se nei quasi vent'anni del regno di Alan Greenspan non si fosse conosciuta una mostruosa espansione monetaria. Adottando tassi di interesse artificiosamente bassi, la Fed ha causato quella crescita abnorme della quantità di moneta che è la vera causa della tragedia che stiamo vivendo... In poche parole, moltiplicando la massa dei dollari in circolazione gli americani sono vissuti al di sopra dei loro mezzi. In presenza di prestiti ad interessi reali negativi (ciò succede quando il tasso di prestito è inferiore all'inflazione), è fatale che vi sia una corsa ad indebitarsi... se gli americani sono pieni di debiti non è solo e in primo luogo per effetto di una cultura o di un costume (come spesso si dice), ma è invece pure il prodotto previsto e prevedibile di una politica monetaria sciagurata...»Autorità pubbliche - le banche centrali - fissano il costo del denaro e possono commettere degli errori "politici", perché il prezzo di un bene così centrale nel sistema, come il denaro, ha una funzione importantissima:
«È il keynesismo finanziario di Greenspan che ha fissato un costo troppo basso del denaro e in tal modo ha favorito comportamenti irrazionali. In un'economia di mercato il prezzo, infatti, ha la funzione di selezionare i comportamenti, ma se è tenuto basso da una decisione politica questo filtro smette di operare. A prezzo zero la domanda tende all'infinito e le conseguenze poi non tardano a vedersi. Nel credito, un costo del denaro ragionevole fa sì che chieda denaro e l'ottenga soltanto chi ha un progetto in grado di remunerare l'investimento (o dispone di solide garanzie), e questo fa sì che il denaro si orienti dove può essere utilizzato al meglio».Questo meccanismo virtuoso è del tutto saltato a causa la politica espansiva della Fed.
La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.
Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
«Dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l'adozione di un'unica aliquota d'imposta sul reddito. Solo se faremo dell'Italia un ambiente favorevole agli investimenti ed alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l'attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L'economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell'arrivo della recessione».Carlo Stagnaro fissa i paletti entro i quali i tagli fiscali sarebbero efficaci: non dovranno avere fini redistributivi, dovranno essere semplici, generalizzati, consistenti.
«Tagliare le tasse non vuol dire limare qualche zero virgola per cento, ma, letteralmente, abbatterle. Una buona idea sarebbe ripartire dal "ganzissimo" progetto tremontiano delle due aliquote, 23 e 33 per cento. Ma qualunque schema può andar bene, purché, appunto, punti allo choc positivo sull'economia».
Friday, September 19, 2008
Tremonti, tra neo-marxismo e reazione
Quello che ho tentato di dire nei giorni scorsi lo scrive oggi magistralmente Carlo Stagnaro su Il Foglio: la crisi «è il modo con cui il mercato corregge i suoi stessi errori»: «Gli stessi che oggi brindano alla morte della finanza globalizzata, ieri si lamentavano del sovraconsumo e sovraindebitamento causati dal credito facile. Ecco, il mercato sta appunto mettendo una pezza a quegli eccessi. Attraverso le crisi, il mercato sposta risorse dalle mani relativamente meno produttive verso utilizzi più proficui. Dà il benservito ai manager incapaci, distrugge le imprese inefficienti, contribuisce alla ricerca di un nuovo equilibrio. Così come sa premiare straordinariamente bene le intuizioni più geniali, il sistema capitalista è anche implacabile nel sanzionare gli errori».Come si spiega, però, l'intervento pubblico anche nella patria del libero mercato, negli Stati Uniti? «È chiaro che a volte i costi di aggiustamento possano essere politicamente inaccettabili... Ciò lascia un margine di discrezionalità alla politica nel decidere se e come attutire le cadute. I vari salvataggi che si sono succeduti nel corso dell'estate — da Northern Rock a Bear Sterns, da Fannie e Freddie a Aig — rispondono a questa logica. Ma non rappresentano una sconfitta del mercato in quanto tale — al massimo dimostrano che talvolta il pragmatismo di governo fa premio sulla purezza delle idee».
E' «la fine di un mondo», come sostiene Tremonti? E' la fine della cicala-finanza contrapposta alla formica-industria? Semplicemente, «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche: il mercato ha dato il suo responso, come lo dà quando un produttore commercializza una merce scadente. Estremizzando, non c'è differenza sostanziale tra industria e finanza... Entrambe devono stare alle medesime leggi, eterne e immutabili, della domanda e dell'offerta...», spiega Stagnaro.
Ecco risolto l'equivoco, quindi. Se con espressioni tipo «la fine di un mondo», di «un sistema», s'intende dire che «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche», ciò è certamente vero. Come è vero che «il compito dello Stato sia fornire delle regole che consentano di operare in un clima di ragionevole certezza e di smorzare i cambiamenti troppo bruschi». Anche le regole, «come i processi produttivi, devono cambiare per essere efficaci». Tuttavia, conclude Stagnaro, «questo non significa né che debbano moltiplicarsi, né che sia utile mutarle troppo spesso».
Quando Tremonti parla dell'«assenza di regole», della «dissociazione tra finanza e regole», del «fallimento dei meccanismi di sorveglianza e di vigilanza» come «radici del male», e della «costruzione di regole» da parte della politica come «cura», non ha tutti i torti. Ma poi si lascia annebbiare dall'ideologia che si è fabbricato, strumentalizza la crisi manifestando quella «voglia di tornare all'arbitrio pubblico» e di «rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"» di cui ha parlato ieri Innocenzo Cipolletta.
Nuove regole non devono essere accompagnate da «politiche keynesiane». Il «ritorno del pubblico» dev'essere il ritorno di un regolatore, non di un dominus. E' sbagliato, e diffonde un'interpretazione falsa della realtà, contrapporre la concreta «manifattura» all'impalpabile finanza, perché entrambi questi mondi sono complementari e governati dalla legge della domanda e dell'offerta. E' inquietante sentir parlare di «dominio della morale», di «Dio, patria e famiglia»; sa di neo-marxismo, ed è allo stesso tempo reazionaria, l'idea che ci sia «più morale del lavoro in un prodotto industriale che in un prodotto finanziario», che «la ricchezza non si produce a mezzo debito», ma solo «a mezzo lavoro». Che Alan Greenspan sia dopo Bin Laden «l'uomo che ha fatto più male all'America» è un giudizio da esaltati.
Una previsione Tremonti la azzarda, al termine della sua intervista al Corriere della Sera, e a quella a nostro avviso dovremmo inchiodarlo: «La crisi finirà, e l'Italia ne uscirà più forte di prima e più forte di altri Paesi che si dicevano in pista per sorpassarci». L'Italia emergerà «più forte» della Spagna, persino dell'America, perché «le pensioni italiane sono pubbliche» e le banche «non grattacieli presi in affitto». Mi permetto di dubitarne, perché credo che la recessione italiana abbia più a che fare con fattori endogeni che con la crisi finanziaria Usa, come crede Tremonti. Quando la crisi sarà alle spalle e gli altri ricominceranno a correre, l'Italia resterà comunque al palo se non risolverà i suoi problemi.
Friday, September 05, 2008
Dall'Alaska con furore
L'uragano Palin sta portando nuovo slancio alla campagna di McCain, offuscata dall'astro nascente di Obama e da tanta obamamania. Dal grande freddo irrompe nella politica nazionale Usa una donna dal temperamento caldo. Su Il Foglio di oggi trovate alcune interessanti riflessioni sulla candidata vice di McCain, governatrice dell'Alaska, Sarah Palin.
«Obama e Palin sono la quintessenza dell'America, della stessa America. Sono entrambi una perfetta miscela energetica di sogno e progresso, di ottimismo e spiritualità, di mito e di riforma, di umiltà e compassione. Sono Bob Dylan e Erin Brockovich, entrambi distillati del medesimo spirito americano, anche se uno si presenta con forme elitarie e di sinistra e l'altra con un aspetto provinciale e conservatore. L'americanità soffice di Obama piace ai giornali e agli europei, quella ruvida di Palin alla working class e alla gente di frontiera, ma non sono prodotti di due Americhe diverse, una buona e una cattiva. L'America è soltanto una e Obama-Palin sono figli della stessa cultura, della stessa era, dello stesso sogno».Non ne so molto di Sarah Palin, quindi più che esprimere giudizi su di lei cerco di riportarne di interessanti di chi ne sa più di me, ma ricordo che il ticket McCain-Palin ha qualche chance di vittoria solo se riuscirà nell'impresa di presentarsi come una rottura rispetto alla presidenza Bush e all'immagine un po' ingrigita del partito, di dimostrarsi quindi capace di scelte indipendenti, senza per questo demotivare la base. Palin può senz'altro portare più freschezza ed energia alla campagna di McCain, ma attenzione: troppo radicalismo conservatore rischia di intaccare la capacità di McCain di attrarre voti dal centro e persino dallo schieramento avversario. Ci vuole un giusto mix di Palin, Giuliani e Lieberman.
(Christian Rocca)
«Il discorso è stato così efficace perché è stato fatto da qualcuno che allo stesso tempo è: una persona relativamente sconosciuta, un amministratore e non un legislatore, un grande riformatore, un americano medio che ce l'ha fatta da solo, un outsider che è stato accolto con ostilità dall'establishment di Washington e, sì, una donna».
Bill Kristol
«... è la cosa più vicina a un libertario che sia mai arrivata a un soffio dal potere vero dai tempi di Ronald Reagan... La Barracuda interpreta in modo spontaneo l'agenda della leave-us-alone-coalition... La sua retorica è quella con cui la destra conservatrice-libertaria va a nozze. Il governo sì, però small; le tasse sì, però low; la regolazione pubblica sì, però sound e science-based... la sua battaglia è contro l'establishment, le rendite, i politici in senso lato, non ha nascosto le sue simpatie per la corsa pazza di Ron Paul... Dalle parti di Reason hanno apprezzato la sua ragionevolezza sulla guerra alla droga... Sulla questione dell'aborto, non è una militante pro life di maniera... E poi, ultima ma non meno importante, c'è la "nostra prima libertà", quella di detenere e portare armi».
Carlo Stagnaro
«Miss Congeniality, l'autenticità in persona, un campione femminile e postfemminista di energia sessuale riproduttiva, una social conservative di classe mondiale, una cacciatrice di caribù e una perforatrice di sottosuolo alla ricerca di petrolio, una schiaffeggiatrice di vecchi leoni e politicanti corrotti, una talentuosa e anche un po' surreale superwoman intrisa di valori familisti potenti e disordinati, di cultura amministrativa della piccola città, di anticentralismo al limite del separatismo, di orgoglio antisnobistico e antipolitico».
(Giuliano Ferrara)
Thursday, March 20, 2008
Tremonti come il giovane Anakin
Al libro anti-mercatista di Tremonti, "La paura e la speranza", ha risposto anche Carlo Stagnaro (IBL), con un articolo pubblicato martedì su Il Foglio, contenente anche una piccola punta di ironia niente male sul finale. Spiega che «il maggior limite del suo ragionamento sta nella convinzione che la globalizzazione sia un esperimento di ingegneria sociale, come il comunismo», mentre «il mercato, in quanto istituzione, non può essere programmato»; e che piuttosto «i presunti guasti della mondializzazione dell'economia sono sovente riconducibili all'interventismo pubblico, in assenza del quale i danni potrebbero essere inferiori».In effetti, come abbiamo avuto modo di osservare, i beni globalizzati sono proprio quelli oggi acquistabili a prezzi generalmente ridotti rispetto a qualche anno fa. Abbigliamento ed elettronica, per esempio. Per questo oggi non soprende una i membri di una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese, quindi ritenuta povera dalle statistiche, possiedano un telefonino. I beni non globalizzati ma protetti invece (guarda un po', quelli alimentari, i più colpevoli del caro-vita lamentato da Tremonti), risentono di un fenomeno inflattivo, certamente dovuto anche, ma non solo, all'emersione dalla povertà di parti importanti di Terzo mondo, che consumano di più e fanno crescere la domanda di materie prime fondamentali come petrolio e grano. Ma perché non apriamo ai prodotti agricoli e alimentari dei Paesi in via di sviluppo?
In realtà, osserva Stagnaro, «l'enfasi di Tremonti sulla necessità di un ritorno allo Stato nega l'orizzonte delle scelte individuali, perché sostituisce l'arbitrio della politica alla libertà del singolo di votare coi piedi e coi soldi».
Poi c'è tutta la parte del libro in cui Tremonti parla di valori e di identità giudaico-cristiana. «Per uscire dal "lato oscuro della globalizzazione" l'ex ministro propone una iniezione di valori, come se la ricchezza ci avesse prosciugato l'anima». Stagnaro si chiede se sia proprio così e fa notare che «il luogo-simbolo della globalizzazione, l'America ricca e consumista, è anche il paese dove il senso religioso è più diffuso, la famiglia è qualcosa di più della reversibilità della pensione, si continuano a fare figli e il valore delle donazioni spontanee raggiunge la mostruosa cifra del 3,5 per cento del reddito. Donazioni, per inciso, attribuibili soprattutto ai molto ricchi e ai molto poveri, non a quel ceto medio spaventato e welfarista a cui si rivolge Tremonti. Su un piano più concreto, Tremonti affianca proposte di grande buonsenso – come la deregulation nell'Ue – a questioni di dubbia efficacia, come la riproposizione del protezionismo (che è una tassa implicita)».
Come già Mingardi su il Riformista, anche Stagnaro coglie l'approccio culturale e lo stato d'animo di Tremonti: la paura, dalla quale è difficile che nasca la speranza: «L'incertezza sul futuro, che è la condizione umana, non dovrebbe portare al panico, perché difficilmente da lì può sorgere la speranza. Come dice Yoda in Guerre Stellari, "la paura è la via che porta al lato oscuro"». Ci vuole ogni tanto un po' di sano... umorismo (?).
Friday, October 12, 2007
Cosa ha fatto Al Gore per la pace nel mondo?
Qualcuno si è sottratto al coro politically correct che quasi unanimemente ha accolto il conferimento del Premio Nobel per la Pace l'ex vicepresidente americano Al Gore. «Piuttosto sorpreso» dalla decisione si è detto il presidente ceco, Vaclav Klaus. «La relazione tra le sue attività e la pace nel mondo appare confusa ed indistinta. Sembra piuttosto che i suoi dubbi sui pilastri della nostra civiltà non contribuiscano alla pace». In un recente discorso Klaus aveva spiegato che gli sforzi degli ambientalisti per bloccare il surriscaldamento globale «fatalmente mettono a rischio la nostra libertà e prosperità».
Sono scientificamente attendibili questi allarmi apocalittici? E servono? Non si può convenire sulla necessità della riduzione dei gas serra, investendo nella ricerca di nuove tecnologie e in un mix di fonti energetiche, semplicemente a partire dall'inquinamento nelle nostre città che tutti possiamo respirare con il naso? E, soprattutto, perché affidarci a soluzioni «economicamente folli», che minacciano la nostra prosperità e lo sviluppo, quando semmai proprio grazie ad essi possiamo risolvere i problemi?
Per l'Istituto Bruno Leoni, il Nobel per la Pace ad Al Gore «è l'ultimo atto di una commedia attentamente pianificata e facilmente prevedibile». Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL, commenta:
Sono scientificamente attendibili questi allarmi apocalittici? E servono? Non si può convenire sulla necessità della riduzione dei gas serra, investendo nella ricerca di nuove tecnologie e in un mix di fonti energetiche, semplicemente a partire dall'inquinamento nelle nostre città che tutti possiamo respirare con il naso? E, soprattutto, perché affidarci a soluzioni «economicamente folli», che minacciano la nostra prosperità e lo sviluppo, quando semmai proprio grazie ad essi possiamo risolvere i problemi?
Per l'Istituto Bruno Leoni, il Nobel per la Pace ad Al Gore «è l'ultimo atto di una commedia attentamente pianificata e facilmente prevedibile». Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL, commenta:
«Ma che ha fatto Al Gore per la pace nel mondo? L'ex vicepresidente americano ha l'unico pregio di aver prodotto un film di fantascienza di grande successo, che gli è valso un premio Oscar e presumibilmente ha ulteriormente rafforzato la sua già solida posizione economica. Se però si vuole prendere Gore sul serio, e non come cinematografaro, allora il giudizio cambia radicalmente: egli ha piegato la scienza a scopi brutalmente politici, mostrando scarso o nessun rispetto per quegli scienziati che hanno manifestato dissenso. Le politiche invocate da Gore sarebbero economicamente folli e non avrebbero alcun impatto discernibile sul clima».Sul documentario di Al Gore l'IBL propone un focus di Alan Patarga: "Tutte le balle del vicepresidente".
Friday, August 10, 2007
Caro-benzina. Tra le chiacchiere una proposta concreta
«L'incontro è stato un flop», sentenziano le associazioni dei consumatori. Il ministro Bersani ripete che le tasse non c'entrano (ma in ogni caso, perché pagare ancora le tasse per la guerra in Abissinia, per la missione in Libano dell'82 e per ricostruzioni post-terremoti mai eseguite?). Per far abbassare i prezzi dei carburanti per auto basterebbero la riforma strutturale della distribuzione, che però non si sa che fine abbia fatto, e più trasparenza sui prezzi (non è chiaro come). Non c'è bisogno nemmeno di intervenire con decreto sulla «sterilizzazione dell'Iva», come proposto da Visco. A settembre ci penserà il Parlamento (c'è da fidarsi?).
Quindi, finora la rituale polemica estiva sui prezzi dei carburanti non ha prodotto altro che generici appelli alla responsabilità dei petrolieri e ipotesi, evocate da esponenti di governo, sulle quali regna la totale incertezza e che comunque appaiono insufficienti.
Se c'è una cosa, invece, che i rincari hanno avuto il merito di far venire alla luce è proprio l'enormità del prelievo fiscale, che Bersani si ostina a negare.
Nel dibattito, che rischia di chiudersi senza che s'intravedano sbocchi risolutivi, sono intervenuti oggi Decidere.net e l'Istituto Bruno Leoni, avanzando una proposta concreta: il taglio delle accise su benzina e gasolio, fino a portare il prelievo rispettivamente a 0,359 centesimi per litro (contro gli attuali 0,564) e a 0,302 centesimi per litro (contro gli attuali 0,423).
Tale diminuzione delle tasse - fino al livello minimo consentito dall'Unione europea - porterebbe un risparmio di 12,3 euro per pieno di benzina e di 7,3 euro per pieno di gasolio. In altre parole, con gli stessi 100 euro si acquisterebbero 91 litri di benzina invece degli attuali 74 e 97 litri di gasolio invece degli attuali 87.
Tutti i dati, e i commenti di Daniele Capezzone e Carlo Stagnaro, in questo documento: scarica (formato pdf.).
Video della conferenza stampa di Capezzone (Fonte: RadioRadicale.it).
Quindi, finora la rituale polemica estiva sui prezzi dei carburanti non ha prodotto altro che generici appelli alla responsabilità dei petrolieri e ipotesi, evocate da esponenti di governo, sulle quali regna la totale incertezza e che comunque appaiono insufficienti.
Se c'è una cosa, invece, che i rincari hanno avuto il merito di far venire alla luce è proprio l'enormità del prelievo fiscale, che Bersani si ostina a negare.
Nel dibattito, che rischia di chiudersi senza che s'intravedano sbocchi risolutivi, sono intervenuti oggi Decidere.net e l'Istituto Bruno Leoni, avanzando una proposta concreta: il taglio delle accise su benzina e gasolio, fino a portare il prelievo rispettivamente a 0,359 centesimi per litro (contro gli attuali 0,564) e a 0,302 centesimi per litro (contro gli attuali 0,423).
Tale diminuzione delle tasse - fino al livello minimo consentito dall'Unione europea - porterebbe un risparmio di 12,3 euro per pieno di benzina e di 7,3 euro per pieno di gasolio. In altre parole, con gli stessi 100 euro si acquisterebbero 91 litri di benzina invece degli attuali 74 e 97 litri di gasolio invece degli attuali 87.
Tutti i dati, e i commenti di Daniele Capezzone e Carlo Stagnaro, in questo documento: scarica (formato pdf.).
Video della conferenza stampa di Capezzone (Fonte: RadioRadicale.it).
Monday, February 05, 2007
Programma Draghi e «totalitarismo soft»
Meno tasse, meno spesa pubblica, riforma delle pensioni, concorrenza
Se sia o meno un programma "di opposizione" quello esposto dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi sabato scorso a Torino (testo integrale) dipende soprattutto dal Governo Prodi; da se, e da quanto, risponderà positivamente alle sollecitazioni che vi sono contenute.
Certo, i segnali di ieri non sono incoraggianti. A cominciare dal ministro Bersani, che sembra non avere alcuna intenzione di andare fino in fondo con le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (a partire, per esempio, dall'acqua) e che non ritiene che si possano «brandire le riforme come una clava, neanche quella delle pensioni, neanche fossimo in emergenza...».
Soprattutto, quando sostiene che per le reti non occorre per forza la mano pubblica, ma un «radicamento nazionale», questo sì, sembra confermare i sospetti più inquietanti sul nuovo Fondo per le Infrastrutture: un'impresa ibrida, a capitale per lo più privato ma rigorosamente «italiano», però sotto il controllo del Ministero del Tesoro tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Formalmente non un ente pubblico, ma, appunto, dalla carta d'identità «nazionale».
Vito Gamberale, manager statale di vecchia conoscenza chiamato a guidarlo, ha già annunciato al Corriere che questo Fondo intende partecipare alla governance di società che gestiscono strade, autostrade, parcheggi, porti, aeroporti, tratte ferroviarie, ma anche reti di trasmissione di elettricità, gas, telecomunicazioni.
Data la lista di acquisizioni ipotizzate, è più che lecito sospettare che dietro ci sia un'immensa operazione di potere. Il Fondo, a cui partecipano lo Stato e alcune banche amiche del presidente del Consiglio, controllerebbe una parte immensa della nostra economia, ma al di fuori delle regole di mercato, in regime di monopolio. Quindi, senza svolgere alcuna funzione imprenditoriale, ma assicurando ai partecipanti al Fondo grandi rendite. In che modo banche e fondazioni bancarie ricambieranno è facile immaginarlo.
«Il solo mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, per il quale il mondo degli affari deve competere», scrive Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, sul Wall Street Journal.
Si riparla di «politica industriale», osserva con rassegnazione Piero Ostellino sul Corriere, che è poi «la versione moderna dell'esercizio feudale del potere politico centrale». Bloccata la fusione fra Autostrade e la spagnola Abertis; fissato un tetto alla raccolta pubblicitaria da parte di Mediaset; il Fondo infrastrutturale che «sembra preludere alla nazionalizzazione surrettizia delle reti distributive (luce, gas, telefoni, autostrade)»; la parziale privatizzazione di Alitalia, non con un'asta pubblica, ma con un negoziato privato le cui condizioni sono tali da poter interessare solo qualche finanziere che miri non al rilancio della compagnia, ma a farci su un po' di soldi rivendendola dopo qualche tempo.
Ancora più scoraggiante è vedere emergere una contrarietà bipartisan alle liberalizzazioni delle reti. All'unisono con Bersani, infatti, anche il presidente di An, Gianfranco Fini, chiudendo una conferenza programmatica proprio sui temi economici, ha sottolineato che «le reti strategiche devono restare pubbliche per ragioni di sicurezza», rivalutando persino il piano Rovati su Telecom. Si fanno largo anche nel centrodestra, grazie soprattutto all'anti-mercatista Tremonti e ad An, le posizioni stataliste che sembrano prevalere già nel centrosinistra.
Il Paese, conclude Ostellino descrivendo come meglio non si potrebbe i meccanismi di gestione del potere da parte del "regime", «affonda in un "totalitarismo soft" e neppure se ne accorge. I media ne sono la sindrome. E anche un po' la causa». Segue la tristissima replica di Sircana, portavoce del premier.
Se sia o meno un programma "di opposizione" quello esposto dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi sabato scorso a Torino (testo integrale) dipende soprattutto dal Governo Prodi; da se, e da quanto, risponderà positivamente alle sollecitazioni che vi sono contenute.
Certo, i segnali di ieri non sono incoraggianti. A cominciare dal ministro Bersani, che sembra non avere alcuna intenzione di andare fino in fondo con le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (a partire, per esempio, dall'acqua) e che non ritiene che si possano «brandire le riforme come una clava, neanche quella delle pensioni, neanche fossimo in emergenza...».
Soprattutto, quando sostiene che per le reti non occorre per forza la mano pubblica, ma un «radicamento nazionale», questo sì, sembra confermare i sospetti più inquietanti sul nuovo Fondo per le Infrastrutture: un'impresa ibrida, a capitale per lo più privato ma rigorosamente «italiano», però sotto il controllo del Ministero del Tesoro tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Formalmente non un ente pubblico, ma, appunto, dalla carta d'identità «nazionale».
Vito Gamberale, manager statale di vecchia conoscenza chiamato a guidarlo, ha già annunciato al Corriere che questo Fondo intende partecipare alla governance di società che gestiscono strade, autostrade, parcheggi, porti, aeroporti, tratte ferroviarie, ma anche reti di trasmissione di elettricità, gas, telecomunicazioni.
Data la lista di acquisizioni ipotizzate, è più che lecito sospettare che dietro ci sia un'immensa operazione di potere. Il Fondo, a cui partecipano lo Stato e alcune banche amiche del presidente del Consiglio, controllerebbe una parte immensa della nostra economia, ma al di fuori delle regole di mercato, in regime di monopolio. Quindi, senza svolgere alcuna funzione imprenditoriale, ma assicurando ai partecipanti al Fondo grandi rendite. In che modo banche e fondazioni bancarie ricambieranno è facile immaginarlo.
«Il solo mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, per il quale il mondo degli affari deve competere», scrive Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, sul Wall Street Journal.
Si riparla di «politica industriale», osserva con rassegnazione Piero Ostellino sul Corriere, che è poi «la versione moderna dell'esercizio feudale del potere politico centrale». Bloccata la fusione fra Autostrade e la spagnola Abertis; fissato un tetto alla raccolta pubblicitaria da parte di Mediaset; il Fondo infrastrutturale che «sembra preludere alla nazionalizzazione surrettizia delle reti distributive (luce, gas, telefoni, autostrade)»; la parziale privatizzazione di Alitalia, non con un'asta pubblica, ma con un negoziato privato le cui condizioni sono tali da poter interessare solo qualche finanziere che miri non al rilancio della compagnia, ma a farci su un po' di soldi rivendendola dopo qualche tempo.
Ancora più scoraggiante è vedere emergere una contrarietà bipartisan alle liberalizzazioni delle reti. All'unisono con Bersani, infatti, anche il presidente di An, Gianfranco Fini, chiudendo una conferenza programmatica proprio sui temi economici, ha sottolineato che «le reti strategiche devono restare pubbliche per ragioni di sicurezza», rivalutando persino il piano Rovati su Telecom. Si fanno largo anche nel centrodestra, grazie soprattutto all'anti-mercatista Tremonti e ad An, le posizioni stataliste che sembrano prevalere già nel centrosinistra.
Il Paese, conclude Ostellino descrivendo come meglio non si potrebbe i meccanismi di gestione del potere da parte del "regime", «affonda in un "totalitarismo soft" e neppure se ne accorge. I media ne sono la sindrome. E anche un po' la causa». Segue la tristissima replica di Sircana, portavoce del premier.
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