Ecco come un 'finiano' che si reputa più furbo degli altri cerca di passare per uno che chiede di «abbassare le tasse», mentre sta solo cercando di salvare i dipendenti pubblici dai "sacrifici" della manovra. Sarebbe lodevole l'intenzione di tagliare di più la spesa per poterci permettere «sgravi fiscali» alle imprese e alle famiglie (applicando nei confronti di queste ultime «il primo modulo del quoziente familiare»). Se non fosse che il titolo («Tagliare gli sprechi e abbassare le tasse») nasconde la vera preoccupazione dell'on. Bocchino, che si scorge proseguendo nella lettura: «E' meglio bloccare la spesa delle regioni ai parametri dell'anno precedente che prendercela con gli statali e i pensionati».
Bocchino propone di bloccare ai livelli del 2009 la spesa per l'acquisto di «beni e servizi». Non so dire se ciò produrrebbe, come sostiene, un risparmio di 15 miliardi, ma so che regioni ed enti locali contribuiscono già con tagli ai trasferimenti pari a circa 13 miliardi in due anni, e i ministeri con tagli ai bilanci del 10 per cento. Tagli cui adempiranno presumibilmente con una contrazione degli acquisti di beni e servizi. Per carità, ovunque si tagli qui si è contenti e si è convinti che margini per tagliare ancora ce ne siano eccome. Ma come risponderebbe, l'on. Bocchino, ad un'opposizione che gridasse al taglio di materiale scolastico, di garze e siringhe, di benzina per le auto della polizia? E non è stato forse qualche 'finiano' a fare della demagogia proprio sulle auto della polizia a corto di carburante?
Secondo Bocchino, la manovra «frena di circa l'1% la crescita del Pil» (Bankitalia dice forse - solo forse - lo 0,5% in due anni) e «rappresenta un taglio di un 2% circa allo sviluppo dell'economia italiana» (qui non capiamo proprio a cosa si riferisca). Bocchino si preoccupa molto dell'impatto recessivo della manovra, ma ammesso e non concesso che ad ogni cent di spesa pubblica in meno corrisponda automaticamente (e molto keynesianamente) una riduzione del Pil, i tagli da lui proposti a ben vedere aggraverebbero questo presunto effetto recessivo, annullando di fatto l'effetto pro-crescita degli sgravi fiscali per imprese e famiglie che vuole finanziarci. Quei 15 miliardi in meno di spesa in «beni e servizi», infatti, sarebbero altrettanti minori incassi per chi produce quei «beni e servizi».
Se si parte dal presupposto che tagliare la spesa pubblica significa frenare la crescita, dove si taglia non è così importante. Bocchino propone solo di spostare i tagli dagli statali (in realtà il blocco degli aumenti di stipendi cresciuti del 40% negli ultimi 10 anni) ai fornitori di beni e servizi per la pubblica amministrazione, cioè quelle imprese che poi vorrebbe aiutare con gli sgravi fiscali. Un'operazione legittima, ma che poco ha a che vedere con la crescita e molto più con il proprio elettorato di riferimento, e in perfetta continuità con le grane che piantò nel 2005 l'An di Fini per garantire agli statali il massimo dell'aumento. E qui si scommette che a breve rispunterà tra i finiani l'idea di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie.
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Monday, June 14, 2010
Monday, January 11, 2010
Sono 15 anni che aspettiamo. Bene l'annuncio, ma ora i fatti
E' vero che gli anni in cui Berlusconi è stato al governo sono lastricati di promesse non mantenute, soprattutto in tema di riduzione delle tasse, e quindi è saggio non illudersi troppo. L'annuncio di oggi potrebbe essere volto a galvanizzare l'elettorato di centrodestra in vista delle regionali, quindi aspettiamo di vedere che fine faranno le buone intenzioni dopo il voto di marzo. Detto questo, però, fa ben sperare che il premier abbia voluto inaugurare l'anno nuovo e la sua ripresa delle attività dopo l'aggressione di Piazza Duomo rilanciando proprio la riforma fiscale, e ripescando la proposta originaria del '94 e 2001, che molta parte ebbe nei successi elettorali di quegli anni.
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
Neanche sul fisco Gianfranco Fini perde occasione per punzecchiare Berlusconi: ricordando che la riduzione delle tasse dev'essere «più incisiva per chi ha redditi medio-bassi e bassi». E avvertendo che se non è ben chiaro quali sono le «coperture», allora si fa solo «propaganda». Proprio quel genere di argomenti con i quali già una volta, nel 2003, ha affossato le due aliquote.UPDATE ore 19,23
«Prima il quoziente familiare, poi le aliquote». Eccolo, ci mancava, il portabandiera dell'altro argomento affossatore delle due aliquote, Pier Ferdinando Casini, leader del partito trasversale dei "quozientisti".
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