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Wednesday, September 04, 2013

In gioco il diritto alla guerra "giusta"

Anche su L'Opinione

E' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.

Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.

La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.

In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".

Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.

Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».

Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.

Friday, September 18, 2009

Grande baratto o scellerato appeasement?

C'è davvero solo da sperare, come scrive Max Boot, «che Obama abbia ricevuto qualche segreta concessione dai russi sul programma nucleare iraniano o su qualche altra pressante questione», perché se invece «spera semplicemente di suscitare la buona volontà nel Cremlino», allora siamo al «culmine dell'ingenuità». Quella dello scambio rinuncia allo scudo-sì russo alle sanzioni contro Teheran è un'ipotesi che neanche il Wall Street Journal, molto critico con la decisione di Obama, esclude del tutto.

Il nuovo piano, hanno spiegato Obama e il segretario alla Difesa Gates, è volto a contrastare le capacità militari iraniane in modo più immediato e più vicino geograficamente. Non c'era necessità di dispiegare uno scudo per missili balistici a lunga gittata, se su questo fronte, secondo quanto risulta all'intelligence, Teheran sta progredendo più lentamente di quanto si temeva. La priorità, in questo momento, è affrontare una minaccia più imminente: quella dei missili a corto e medio raggio che l'Iran sta sviluppando molto più velocemente. Come il missile Shahab III, che può raggiungere Israele e parte del Sud Europa e che nelle speranze iraniane potrebbe essere armato con testate nucleari.

Ma il WSJ e diversi commentatori non credono a questo argomento e ironizzano sul fatto che guarda caso le ultime informazioni di intelligence sui progressi del programma iraniano si prestano perfettamente alle intenzioni già manifestate mesi fa dall'amministrazione di accantonare il progetto di scudo dell'ex presidente Bush jr. Il «motivo più probabile», invece, scrive il WSJ è che l'amministrazione «spera di ottenere il sì della Russia in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per sanzioni più dure nei confronti dell'Iran. Forse - ipotizza il quotidiano Usa - i russi hanno segretamente accordato questo 'do ut des', sebbene l'abbiano subito negato». La Russia, fa notare il WSJ, è solita scambiare «un pizzico di aiuto diplomatico alle Nazioni Unite per concessioni materiali da parte dell'Occidente». Questa volta la concessione è stata lo scudo antimissile, «ma la prossima volta - avverte il quotidiano - l'Occidente potrebbe essere indotto a barattare i governi filo-occidentali in Georgia e Ucraina».

E' la stessa preoccupazione del senatore repubblicano John McCain, ex avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca, che osserva come l'abbandono dello scudo veicoli un messaggio sbagliato, «proprio in un momento in cui le nazioni dell'Europa dell'Est temono sempre più il rinnovato avventurismo russo». D'altra parte, è sempre stato il «tragico fato dei Paesi dell'Europa centrale e orientale essere trattati come monete di scambio con la Russia», ricorda il WSJ. «Di questi tempi - conclude - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che sta lavorando duramente per creare avversari laddove in precedenza aveva amici». Il quotidiano cita una lunga lista di esempi. A fronte delle aperture nei confronti dell'Iran, della Birmania, della Corea del Nord, della Russia e anche del Venezuela, registra i dissidi con Canada e Messico, Colombia e Corea del Sud, Israele, Giappone e Honduras.

Ma alcuni analisti pensano che invece di dare via libera alle sanzioni contro Teheran, Mosca potrebbe divenire ancora più intransigente, sostenendo che Washington stessa non ritiene più l'Iran una minaccia così grave, e che cinicamente potrebbe avere interesse a spingere Israele ad attaccare, così da mandare i prezzi del petrolio alle stelle e riempire in questo modo le casse del Cremlino svuotate a causa della crisi economica.

Per il New York Times, invece, il significato politico del nuovo sistema antimissile è un altro: «Piuttosto che concentrarsi in primo luogo nel proteggere gli Stati Uniti continentali, il nuovo piano sposta lo sforzo immediato sulla difesa dell'Europa e del Medio Oriente». Dai tempi delle "guerre stellari" di Reagan, ricorda il quotidiano Usa nell'analisi pubblicata oggi, la difesa antimissile è sempre stata una questione «più di politica estera che di tecnologia militare». Oggi, secondo il NYT, nelle intenzioni dell'amministrazione Obama ha una «nuova missione» politica: «convincere Israele e il mondo arabo che Washington si sta muovendo rapidamente per contrastare l'influenza dell'Iran, anche mentre apre a negoziati diretti con Teheran per la prima volta in trent'anni». Obama ora «può sostenere che lo scudo antimissile americano difenderà sia Israele che gli stati arabi, in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto».

Il segretario Gates ha spiegato che oltre agli incrociatori Aegis, per il nuovo scudo verranno dispiegati intercettori SM-3 con i relativi radar in Israele e nel Caucaso, senza però precisare esattamente dove. Secondo fonti militari israeliane, le sedi individuate sarebbero una base militare russa in Azerbaijan e una israeliana nel Negev. Proprio oggi, infatti, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha evocato la possibilità di un unico sistema di difesa tra Stati Uniti, Nato e Russia, mentre il premier russo Putin ha accolto la decisione di Obama definendola «giusta e coraggiosa».

Ma al di là delle ragioni tecniche e militari, che possono anche essere fondate, concede Max Boot, il danno più grave provocato dalla decisione di Obama è politico. Aver dimostrato a Putin che l'intransigenza paga, poiché Stati Uniti ed Europa non hanno la pazienza e la determinazione per affrontare Mosca. «L'amministrazione ha indubbiamente ragione quando dice che la minaccia immediata posta dall'Iran riguarda più i missili a corto raggio, e che ci vorrà tempo prima che abbia missili capaci di colpire l'Europa». Quindi, «ha senso concentrarsi su una difesa antimissile a corto raggio, e anche per quelli a lungo raggio, non necessariamente per la massima efficacia le basi devono essere collocate in Europa orientale». «Tutto questo è vero - ammette Boot - ma anche irrilevante». Ciò che conta è il significato politico che la questione dello scudo aveva assunto per i russi.

Il motivo reale della loro contrarietà è che «pensano di avere un diritto divino a minacciare l'Europa» con le loro capacità nucleari e ritengono «destabilizzante» qualsiasi cosa interferisca. Lo scudo, spiega Boot, «non costituiva alcuna minaccia per il vasto arsenale russo e Putin lo sapeva bene». La sua insistenza sul tema era dettata dall'esigenza di convincere i russi dell'esistenza di una minaccia della Nato da cui solo un «uomo forte» poteva difenderli. La decisione di Obama manda «un pericoloso segnale di irrisolutezza e debolezza, simile a quello mandato da un altro giovane presidente Usa quando incontrò i leader sovietici a Vienna nel 1961». Allora Nikita Khrushchev, ricorda Boot, uscì da quell'incontro con Kennedy convinto che fosse «molto inesperto e persino immaturo». Il risultato fu la crisi dei missili a Cuba. «C'è il rischio che Obama stia mandando un simile segnale di debolezza».

Critico anche David J. Kramer, sul Washington Post, secondo il quale l'appeasement con la Russia «non funzionerà»:
Winning Russian help in dealing with Iran as a quid pro quo is also very unlikely. Yet Obama's efforts to placate the Russians come at the expense of U.S. relations with Eastern and Central European governments that are already uneasy about the U.S. commitment to their region. Worse, rewarding bad Russian behavior is likely only to produce more Russian demands on this and other issues.
Per Thomas Donnelly, direttore del Center for Defense Studies dell'American Enterprise Institute, è «un brutto giorno per la libertà», perché la decisione di Obama non riguarda «l'utilità di una difesa antimissile, né le relazioni con la Russia o l'Iran», ma prim'ancora «il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza internazionale»:
The Obama Administration is proving to be not a collection of foxy tacticians, but a collective hedgehog that knows one big thing: political capital spent exercising American power abroad is capital lost in reshaping American society at home. But the United States cannot preserve the liberal international order if it adopts an economy-of-force approach. Nor will that order - or the general peace, prosperity and growth of liberty that are its distinguishing features - long survive.
(...)
To be sure, we have a larger and more immediate agenda with Moscow. But each item has become a measure of our weakness and weariness: the response to the invasion of Georgia, fear of further NATO expansion, access to Afghanistan, reneging on missile defenses and desperation to sign a new nuclear arms control treaty. As Russia declines, we’re trying to console it for its losses; China wonders how to feast on the remains. This is not good news for free states, or for the larger cause of freedom and independence.

Monday, February 09, 2009

Lo spettro del protezionismo nel pacchetto anti-crisi di Obama

Nonostante il Senato americano abbia ammorbidito la misura Buy American, non si placa il dibattito sullo spettro del protezionismo. La clausola di chiara marca protezionista, inserita dalla Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica nel pacchetto di stimolo fiscale proposto dal presidente Obama, stabilisce che nella costruzione delle opere finanziate dal piano anti-crisi debbano essere usati acciaio, ferro e prodotti industriali solo americani.

L'emendamento approvato dai senatori chiede che sia «applicata in modo compatibile con gli obblighi sottoscritti dagli Stati Uniti negli accordi internazionali», ma non è servito a tranquillizzare i maggiori partner commerciali degli Usa: Europa, Canada, Messico e Cina. Respinto, invece, l'emendamento abrogativo di McCain: nella clausola «ci sono echi del disastroso Smoot-Hawley Tariff Act», ha denunciato l'ex candidato alla presidenza. L'intero pacchetto dovrebbe essere approvato domani nella sua versione ridotta (si fa per dire) a 827 miliardi di dollari.

Dure critiche al Buy American sono giunte dall'economista Eswar Prasad, della Brookings Institution, think tank vicino ai Democratici, che accusa la clausola di porre «convenienze politiche di breve termine e gli interessi economici di pochi al di sopra dei benefici molto più ampi che il libero mercato offre ai consumatori» e di «mettere da parte la cooperazione internazionale e il multilateralismo» verso cui si era impegnata la nuova amministrazione. «Erigere barriere potrebbe distruggere il commercio mondiale, se gli altri paesi si vendicassero con delle proprie misure protezioniste. E queste barriere finiranno per assestare un ulteriore colpo all'economia americana e mondiale».

Proteggere le industrie interne dalla competizione estera è una «tentazione istintiva», ma è una scelta che «si ritorcerà contro, se darà avvio a una guerra commerciale con gli altri paesi». Provocherà «più perdite di posti di lavoro, prezzi più alti su molti prodotti e una recessione più prolungata», avverte Prasad. In questo particolare momento di crisi e sfiducia «non possiamo permetterci di scatenare una guerra commerciale». Gli Stati Uniti «dovrebbero essere di esempio, fissando gli standard del libero commercio», e non guidare il mondo «lungo un sentiero di protezionismo autodistruttivo, dandosi la zappa sui piedi».

Di «zappa sui piedi» parla anche Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, che ha posto l'accento sulle ripercussioni in politica estera: «Se in questo momento di crisi sbattiamo la porta in faccia alla Cina, o la Cina pensa che è ciò che noi e gli europei stiamo facendo, sarà un errore di politica estera molto più pericoloso di qualsiasi cosa abbia fatto Bush... la cosa più pericolosa che potremmo fare».

Sul Financial Times, l'economista Jagdish Bhagwati ha criticato il «basso profilo, anzi invisibile», tenuto dal presidente Obama. Fortunatamente, ha reagito al Buy American, «lasciando pochi dubbi sui suoi reali sentimenti e le sue preferenze». A Fox News ha dichiarato che «non possiamo mandare un messaggio protezionista» e a ABC News che non vuole niente nel piano di stimolo «che scateni una guerra commerciale».

Ma il protezionismo è «un pericoloso virus che esige una risposta appassionata», secondo Bhagwati, che con la memoria torna allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, di cui il Buy American sembra l'odierna versione. Se viene approvato, «aspettatevi di veder scoppiare guerre commerciali», avverte. «Nulla impedirebbe a India e Cina di alzare i dazi sui prodotti di esportazione americani». E a quel punto è facile prevedere la «ritorsione» degli «infuriati congressmen americani». Il presidente Obama «non può permettersi che si ripeta questo schema: deve combattere il protezionismo o vedrà il virus diffondersi senza controllo». Dovrebbe porre il veto sul Buy American, se non vuole essere ricordato come Herbert Hoover, ha scritto sul Wall Street Journal Burton G. Malkiel, professore di economia a Princeton.

Thursday, November 13, 2008

Una nuova via per il GOP

A pochi giorni dalla disfatta le migliori menti nei principali circoli conservatori si stanno già interrogando sulle cause e le possibili nuove vie. «Cosa ci è accaduto?»; «Cosa comporta la vittoria di Obama per il Paese e per il movimento conservatore?» Ne discuteranno, in un incontro organizzato dal 13 al 16 novembre a Palm Beach dal David Horowitz Freedom Center, personalità del calibro di Karl Rove, i governatori Haley Barbour e Tim Pawlenty, il senatore Jeff Sessions e i deputati Mike Pence e Ed Royce; e ancora, autorevoli intellettuali come David Horowitz, Victor Davis Hanson, Robert Spencer, Daniel Pipes.

David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.

Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».

Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».

Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.

Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.

Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.

Monday, November 10, 2008

Il voto per Obama come voto patriottico

Concedetemi questa piccola soddisfazione. Mi sembra che Anne Applebaum, autorevole commentatrice del Washington Post, abbia fornito sul Daily Telegraph della scorsa settimana una lettura della vittoria di Obama molto simile a quella che ho tentato di esporre nel post Generation Obama. Secondo Anne Applebaum, la vittoria di Obama era «inevitabile». Ma la spiega, più che per le sue proposte politiche, per la voglia dell'elettorato di colore, ma anche dei bianchi, persino di qualche conservatore, di «fare la storia», eleggendo il primo presidente di colore. Un numero incredibile di americani di colore, per la prima volta nella storia recente, si è recato a votare. Ma ancor più importante, osserva, anche molti americani bianchi sono stati attratti da Obama, e persino alcuni repubblicani bianchi.

«Una vecchia amica, una repubblicana irriducibile, sposata ad un altrettanto irriducibile repubblicano, anche piuttosto noto, mi ha confessato di aver votato Obama», rivela la Applebaum. «Sebbene avesse i suoi dubbi, il giorno delle elezioni ha scoperto che la decisione era facile. Più che facile: edificante. Quando è uscita dal seggio, aveva le ali ai piedi, perché aveva appena votato per il primo presidente nero. "E questa non è poca cosa", mi ha scritto: "Forse le vale un po' di tasse in più". Non solo democratici, indipendenti, non solo indecisi, ma anche veri repubblicani erano mossi dalla prospettiva di un presidente nero - e così disgustati dall'amministrazione Bush - che hanno deciso di votare Obama». La sua retorica «inclusiva, centrista, bipartisan» ha prevalso persino sulla sfilza dei suoi voti da sinistra liberal in Senato.
«Questa elezione non è stata storica nel senso che presentava agli americani una sorta di scelta epocale tra due presidenti che avrebbero avuto enormi differenze politiche, e che avrebbero preso decisioni molto diverse. Chiunque fosse entrato alla Casa Bianca avrebbe avuto possibilità limitate, poco spazio di manovra. Non ho alcun dubbio che un McCain compirebbe molte scelte simili a quelle di Obama su molti temi... Tuttavia, è stata una elezione completamente diversa da ogni altra e ha prodotto un'euforia che non ho mai visto prima nella politica americana».
«Quando il primo presidente di colore è salito sul podio, con la prima First Lady di colore al suo fianco, era impossibile non sentire che qualcosa di profondo era davvero cambiato». La Applebaum ricorda le parole pronunciate da Obama: «Se c'è ancora qualcuno che ancora dubita che l'America sia un posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri Fondatori sia ancora vivo ai giorni nostri, stasera ha la sua risposta». E anche McCain se n'è accorto. Nel suo «gentile e memorabile» discorso di concessione ha elogiato Obama per aver saputo «ispirare le speranze di tanti milioni di americani che prima credevano, sbagliandosi, di avere poco interesse o poca influenza nell'elezione di un presidente americano».

«Mi sono del tutto convinta adesso - prosegue la Applebaum - che alla fine per Obama essere nero non è stato uno svantaggio. Al contrario, si è rivelato enormemente vantaggioso, una delle chiavi della sua vittoria». Perché la vittoria di Obama «ha permesso agli americani di credere, ancora una volta, che gli Stati Uniti sono ancora una nazione virtuosa. E non si tratta solo di piacere all'estero, sebbene sia cosa di non poco conto: si tratta di essere certi che siamo ancora, come spesso ci siamo detti, un esempio per le altre nazioni», quella «città sulla collina» che risplende.

Per la maggior parte degli americani che hanno votato Obama non si è trattato di eseguire banalmente ciò che dettava il politically correct, o di una scelta dettata da una sorta di "razzismo" invertito - favorire Obama come compensazione, o "affirmative action", per il colore della sua pelle - ma di un'opzione davvero patriottica, di rilanciare al mondo e a se stessi il messaggio del senso profondo e dei principi su cui si fonda la democrazia americana. Dimostrare che in America «nulla è impossibile» - e cosa più di un presidente di colore avrebbe potuto provarlo? - è la prima medicina che gli americani hanno deciso di prescrivere alla politica e a loro stessi per potersi risollevare dalla crisi economica.

Wednesday, November 05, 2008

Generation Obama

America, sei grande! Mi ero ripromesso di andarmene a letto non appena, come avevo previsto, fosse stata chiara la vittoria di Obama. Intorno, al massimo, alle 2:30 qui in Italia, il trend era chiaro. Il margine così stretto in Indiana faceva presumere che l'Ohio si sarebbe comunque colorato di blu. La Virginia faceva ancora sperare McCain, ma in Florida la tendenza per Obama si andava rafforzando, per non parlare della Pennsylvania, quasi subito assegnata. I giochi erano fatti, ma non ho resistito e sono rimasto in piedi fino all'alba attirato dallo spettacolo eccitante che si stava profilando a Chicago. Obama è stato bravo ad attirare su di sé tanto entusiasmo popolare. La folla che si è radunata a Chicago era letteralmente da pelle d'oca.

E forse spiega anche il perché di una vittoria così a valanga, paragonabile solo a quella del 1964 tra le elezioni presidenziali del secondo dopoguerra. La mia impressione, vista l'affluenza record, è che certamente la crisi economica ha dato a Obama la spinta finale, ma che tuttavia, viste le proporzioni, si possa parlare di una vera e propria Generation Obama. E' come se milioni di giovani e di nuovi elettori avessero voluto essere i figuranti di un film colossal che si stava girando su un evento epocale nella storia americana: l'elezione del primo presidente afroamericano.

Anche la crisi economica si è inserita perfettamente in questo plot. Più che chiedersi se le ricette di Obama fossero migliori di quelle di McCain, la mia impressione è che di fronte alla crisi gli americani si siano ancor più convinti che fosse comunque arrivata l'ora di una svolta generazionale. Quanto più la situazione volgeva al peggio, tanto più il gioco valeva la candela. O la va, o la spacca.

Il perfetto spot-documentario di Obama, lungo mezz'ora, trasmetteva esattamente il senso di una grande opportunità a portata di mano, qualcosa di straordinario che stava per accadere, un evento a cui non mancare. Scrivevo, in un post di qualche giorno fa, che «dal punto di vista psicologico la voglia di non mancare ad un appuntamento che con grande maestria Obama e il suo staff sono riusciti ad ammantare di un che di storico potrebbe essere un fattore d'attrazione decisivo». Così è stato: a prescindere dalle sue proposte politiche, per le sue origini e la sua biografia, il fatto stesso dell'elezione di Obama (come d'altronde ha riconosciuto anche McCain) rappresenta un cambiamento storico, che soprattutto giovani e nuovi elettori non hanno voluto mancare.

Obama ha intelligentemente giocato il colore della sua pelle non in modo identitario, come di solito sono inclini a fare i candidati neri, ma come un'opportunità offerta a un'intera nazione di ridefinire la propria identità politica. Si può dire, alla fine, che il fattore razziale lo abbia favorito, anziché danneggiarlo, perché la gente lo ha votato proprio per determinare, tra tante circostanze funeste per l'America, un evento storico che ridefinisse la coscienza collettiva della nazione prim'ancora che l'azione del suo governo.

Rimaneva la questione dell'inesperienza. Che in parte è stata superata, quanto meno nell'elettorato democratico, battendo Hillary Clinton alle primarie; in parte qui Obama è stato aiutato dall'esplodere della crisi economica, che ha sepolto i temi di politica estera e sicurezza nazionale, sui quali era più evidente la superiore sicurezza di McCain.

La festa, occorre dirlo, è stata impreziosita da John McCain. Mi sbilancio affermando che il suo è stato uno dei più bei discorsi di concessione che siano mai stati pronunciati. Non è stata una pura formalità e lo si è sentito dai mugugni che si levavano dalla platea di suoi supporters delusi a Phoenix. Mi è sembrato che McCain fosse sinceramente contento, "commosso" in un certo senso, di aver partecipato anch'egli, seppure nel ruolo di antagonista, ad un evento di cui ha avvertito tutto il significato storico; che fosse orgoglioso di servire una nazione che democraticamente stava effettuando una scelta così coraggiosa, così densa di significati. Mi è parso di cogliere questo senso dalle sue parole, quando ha posto l'enfasi sui grandi passi avanti che l'America ha fatto nell'ultimo secolo.

L'elezione di Obama attesta la vitalità della democrazia americana, in grado di selezionare, forgiare quasi dal nulla, senza più distinzioni razziali, leader sia preparati che carismatici, che non provengono da una delle tante dinastie presidenziali o senatoriali. Dimostra che il sistema funziona, che l'America rimane il paese in cui a nessuno che sia dotato di capacità e determinazione viene negata almeno un'opportunità di arrivare ai vertici: «Nulla in questo Paese è impossibile». Dovrebbero essersene convinti anche coloro che vaneggiavano su una quasi-dittatura di Bush, i più scettici sull'America sia dentro che fuori l'America, a cui si è rivolto lo stesso Obama ieri:
«If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our Founders is still alive in our time, who still questions the power of our democracy, tonight is your answer».
Ecco, se l'elezione di Obama servisse a ridare agli americani fiducia nei potenti mezzi del loro sistema, e al resto del mondo l'ennesima dimostrazione della forza della democrazia, ne sarà comunque valsa la pena.

Politicamente, cosa devono attendersi l'America e il mondo dal presidente Obama (e da un Congresso a solida maggioranza democratica)? E' innegabile che Obama sia ancora una incognita dal punto di vista politico. Troppo breve il suo record senatoriale. Si rivelerà il più radicale dei liberal o il più moderato dei democrat? Un nuovo Kennedy o un nuovo Carter? Saprà prendere decisioni difficili, non scontate, che prescindano dal banale schema destra/sinistra?

Sarà un presidente incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i suoi programmi sociali, tassando i più ricchi. Ciò allevierà alcune situazioni di sofferenza nel breve termine, ma non aiuterà la crescita economica nel lungo. Tuttavia, in vista di un secondo mandato Obama sarà attento a non radicalizzare la sua azione. Certamente non è il "pacifista", il no global e l'anti-liberista che viene dipinto qui in Europa. Nei suoi discorsi riecheggiano una visione interventista in politica estera e un'idea muscolare della leadership americana nel mondo. Vuole il ritiro dall'Iraq, ma da oggi è anche la sua guerra e vorrà vincerla. Manderà più truppe in Afghanistan e come egli stesso ha ripetuto più volte, non esiterà ad usare la forza, «unilateralmente se necessario», per proteggere l'America. L'opzione militare per impedire all'Iran di dotarsi dell'atomica rimane sul tavolo. Non crede che «il momento americano» sia passato, come credono invece Fukuyama e Zakaria, intellettuali che figurano tra i suoi nuovi supporter.

Insomma, ci sono tutti gli elementi perché i più entusiasti fan italiani di Obama a sinistra siano costretti a scaricarlo presto.

Tuesday, November 04, 2008

Solo in America è possibile un Obama

E' stata una campagna presidenziale entusiasmante e, come già sembra evidente dalle immagini delle file ai seggi, tra le più partecipate. Gli americani hanno già bocciato alle primarie le scelte dei vertici dei partiti e con le elezioni di oggi dimostrano la vitalità della democrazia americana, che rimane con tutti i suoi difetti un modello insuperato.

Qui com'è noto si preferisce McCain, ma se Obama dovesse vincere, da quel momento sarà il "mio" presidente. Non so quanti possano dire la stessa cosa nei confronti di McCain. Sottoscrivo le parole di Enzo Reale: «Dovesse vincere Obama, non lui ma il fatto stesso della sua elezione renderebbe la città sulla collina ancora più splendente». Sì, perché sarebbe non solo il primo presidente di colore, ma anche il primo presidente figlio di un immigrato africano. Per la sua biografia, al di là delle sue proposte politiche, la vittoria di Obama dimostrerebbe che nell'America di Bush il "sogno americano" è ancora vivo e in ottima salute, se un autentico outsider, per di più di una minoranza, può arrivare alla Casa Bianca o sfiorarla. Ma non bisogna dimenticare che su questo aspetto anche i Repubblicani, e proprio Bush, hanno dato lezioni, collocando in uffici di assoluto rilievo autorevoli personalità di colore, come Colin Powell e Condoleezza Rice.

Mi auguro di dover restare sveglio tutta la notte per assistere alla rimonta di McCain, ma la mia previsione, nonostante i sondaggi abbiano a mio avviso sovrastimato il vantaggio di Obama, è Obama 311 - McCain 227 (al massimo, Ohio e Virginia lo porterebbero a 260). Ciò significa che intorno alle 2 potremo andarcene tutti a letto.

Wednesday, October 29, 2008

McCain in rimonta?

Più che affidarsi ai sondaggi, sono fondamentali fattori politici, e il contesto in cui si svolge la campagna, a suggerire Obama come prossimo presidente degli Stati Uniti (e l'apparizione di Bill Clinton con Obama in Florida è uno di questi segnali più eloquenti dei sondaggi). E ciò a prescindere dal fatto che alcuni istituti negli ultimi giorni stiano registrando un lieve recupero di McCain su base nazionale.

Per l'ultimo sondaggio Gallup (26-28 ott.), il distacco si sarebbe ridotto a soli 2 punti percentuali (Obama 49%, McCain 47%). Il progressivo assottigliamento del margine veniva misurato soprattutto da Reuters/Zogby nei giorni scorsi. Ieri il vantaggio di Obama era sceso fino a +4, oggi è a +5. Terzo istituto, Rasmussen, il cui sondaggio di oggi registra tra i due candidati un distacco di soli 3 punti (Obama 50%, McCain 47%). Significativo perché, si legge nel rapporto, «è la prima volta che McCain riduce la distanza al 3% in più d'un mese e la prima volta dal 24 settembre che i suoi consensi superano il 46%».

La media dei sondaggi calcolata quotidianamente da RealClearPolitics torna dopo molto tempo a segnare un +6% per Obama.

Illusione o lenta rimonta di McCain? In ogni caso, Obama farebbe bene a non darsi per vincitore e a temere sorprese. Se non altro, servirà a mantenere alta la tensione tra i suoi supporters.

Friday, October 24, 2008

Controcorrente

E' arrivato l'atteso e previsto endorsement del New York Times per Obama. Un lungo articolo per argomentare punto per punto la scelta. Tutte opinioni rispettabili, ma sostenere che McCain abbia sostituito la sua proverbiale indipendenza con «a zealous embrace of those same win-at-all-costs tactics and tacticians» suona un tantino azzardato.

In quanto a tatticismo e cinismo la campagna di Obama non è stata seconda a nessuna negli ultimi tempi. Con questo non voglio togliere meriti a Obama. Le campagne elettorali sono roba tosta e saper giocare duro con astuzia è uno dei meriti. Chi invece tende a condannare moralisticamente certe condotte, non dovrebbe poi usare un doppio standard nei suoi giudizi, chiudendo entrambi gli occhi sulle spregiudicatezze del proprio favorito. Obama è stato un candidato estremamente tattico nella calibratura delle sue posizioni a seconda del tipo di uditorio che si trovava ad affrontare e non ha risparmiato negative ads contro McCain, pur riuscendo a far credere che ne subisse di più.

Orgogliosamente controcorrente va Charles Krauthammer. Controcorrente, ci tiene a precisare, soprattutto rispetto ai tanti illustri conservatori saltati sul carro di Obama «before they're left out in the cold without a single state dinner for the next four years». «Affonderò con McCain. Perderò un'elezione, piuttosto che le mie convinzioni».

Anche Krauthammer osserva, citando un paio di esempi, come sia stato usato un doppio standard di giudizio da parte dei media nel bollare quella di McCain come una "campagna sporca".

Ma l'argomento centrale per Krauthammer è la famosa telefonata delle 3 del mattino. A questo proposito il candidato vice di Obama, Joe Biden, giorni fa ha fatto una gaffe colossale, lasciando intendere che la giovane età e l'inesperienza di Obama susciterebbero una crisi internazionale, generata proprio con l'intenzione di metterlo alla prova. Vale la pena far fare esperienza a Obama sulla pelle degli Stati Uniti?

Da quando è in Senato Obama ha dovuto affrontare solo due test significativi in politica estera. Sul "surge" iracheno «ha fallito in modo spettacolare. Non solo opponendosi, ma provando a denigrarlo, fermarlo e, alla fine, negando i suoi successi». Nel secondo test, la crisi tra Russia e Georgia, è stato equidistante, mentre «McCain non ha dovuto consultare i suoi consiglieri per individuare subito l'aggressore».

«Obama sembra un vincitore, ma non è ancora finita», ammonisce Peggy Noonan. A prescindere dall'esito del voto del 4 novembre, è innegabile che Obama sia ancora una incognita dal punto di vista politico. Troppo breve il suo record senatoriale, e finora nella sua carriera non ha dato particolari prove di approccio bipartisan. Se sarà eletto presidente, si rivelerà il più radicale dei liberal o il più moderato dei democrat, un po' come Clinton? Questo ancora non è dato saperlo, ma non c'è dubbio che molti che oggi in Italia lo sostengono in modo fanatico troveranno qualche motivo per contestarlo.

Monday, October 20, 2008

Obama Powell

E' un fatto che dopo l'endorsement dell'ex segretario di stato Colin Powell a favore di Obama il piccolo recupero di McCain nei sondaggi (risalito nel weekend a -3%), credo dovuto all'onda lunga della sua buona prova televisiva nell'ultimo dibattito, sia stato completamente annullato.

Dopo tre giorni consecutivi in cui il vantaggio di Obama si era sensibilmente assottigliato, oggi un sondaggio Reuters-Zogby registra di nuovo 5,4 punti di vantaggio di Obama su McCain (49,8 contro 44,4). Effetto Powell? Così tendono a interpretarlo i media, ma non è scontato.

Certamente l'appoggio di Powell segna un punto pesante a favore di Obama, un altro prezioso mattoncino nella meticolosa opera di costruzione di un'immagine che lo faccia apparire pronto per l'incarico di presidente, nonostante la sua scarsa esperienza e la sua giovane età. Apparire "presidenziale" è stato giustamente il leitmotiv della sua campagna ed è ancora uno dei pochi elementi su cui può perdere la Casa Bianca. Che Obama offra «occhi freschi e nuove idee» lo vedono tutti, ma Powell, durante un'intervista nel programma di punta della Nbc, "Meet the Press", ha lodato di Obama esattamente le caratteristiche che gli elettori ancora dubitano che abbia: la «prontezza» e la «competenza».

Detto da un ex segretario di stato, per di più repubblicano, non mancherà di avere un certo peso. Ovviamente la gente non voterà Obama solo perché l'ha detto Powell, ma con l'approssimarsi del 4 novembre è probabile che endorsement come questo contribuiscano ad attenuare, a sbiadire i dubbi sulla preparazione di Obama.

Certo, Powell ha anche tessuto l'elogio delle tasse, con ciò ammettendo implicitamente che sì, Obama le alzerà. E in questo forse non ha fatto un grande favore ad Obama. Curioso come i media liberal si siano improvvisamente scordati che fino a ieri per loro Powell era l'uomo delle "menzogne" sulle armi di distruzione di massa irachene.

Altri due eventi potrebbero aver contribuito ad ampliare il vantaggio di Obama sull'avversario nei sondaggi. L'oceanica manifestazione a Sant Louis può aver dato l'impressione che sia caduta nelle mani di Obama persino una roccaforte repubblicana come il Missouri.

Ma in definitiva, a deprimere la sua percentuale di consensi nei sondaggi può aver contribuito lo stesso McCain, quando l'altra sera a Fox News ha fatto capire che in caso di sconfitta se ne tornerebbe allegramente a "fare il nonno". Pensa alla sconfitta? «Certamente. Ma non mi crogiolo in questo pensiero. E comunque ho avuto una vita meravigliosa. Posso tornare a vivere in Arizona, a rappresentare il mio paese in Senato, con una famiglia meravigliosa, e una vita piena di benedizioni». Non certo un'iniezione di entusiasmo.

Friday, October 17, 2008

E l'idraulico Mario?

Da Il Foglio di oggi:

Al direttore - C'è un elemento ricorrente nei tre dibattiti tra Obama e McCain molto istruttivo non tanto sulla corsa alla Casa Bianca, ma per comprendere meglio l'America... e anche l'Italia. In tutti i dibattiti McCain ha assicurato di voler abbassare le tasse a tutti gli americani. Obama ha giurato che non aumenterà le tasse a chi guadagna fino a 250 mila dollari e che le vuole abbassare a chi ne guadagna fino a 200 mila. Da ciò si evince che Obama considera ancora ceto medio chi guadagna tra i 200 e i 250 mila dollari. Ebbene, qui da noi quando si parla di sgravi fiscali, le fasce interessate sono di solito quelle sotto i 35 mila euro. Mentre il candidato di centrosinistra in America promette di voler abbassare le tasse a chi guadagna fino a 200 mila dollari, qui da noi un governo di centrodestra è riuscito a detassare gli straordinari di chi guadagna non ricordo se fino a 30 o a 35 mila euro. E per non parlare del centrosinistra... Ciò la dice lunga sulla propensione dei nostri politici a non favorire l'accumulo di ricchezza e a corteggiare, invece, le ricchezze già accumulate. Chi qui in Italia guadagna tra i 70 e i 100 mila euro, anche solo per un anno, viene considerato ricco alla stregua di un milionario. Così come è concepito il sistema fiscale italiano è strutturalmente nemico della formazione del capitale, pietra angolare del capitalismo. E, ciò che è peggio, ostacola soprattutto la sua formazione dal basso, cioè da parte di chi dal nulla, o dal poco che ha, crea un proprio business. Tale è la mentalità prevalente, che nessuno solleva il caso dell'idraulico Mario.

Thursday, October 16, 2008

McCain lottava o si dimenava?

Ieri notte John McCain ha lottato, ma non ha molto senso parlare di vittoria in questo ultimo duello tv, se la guerra sembra persa. Favorito dal format (i candidati questa volta erano seduti) e dalle domande (quella sugli attacchi personali tra i due gli ha dato modo di portare a conoscenza del grande pubblico alcune vecchie "amicizie" scomode di Obama), quella di ieri è stata forse la sua più vigorosa performance. Determinato, sempre all'offensiva, grintoso, semplice e preciso. Per scelta o necessità, McCain non ha mutato la sua strategia di fondo, ma per lo meno ieri ha saputo lanciare il suo messaggio in modo più chiaro, più netto, e più deciso che in passato.

Mi pare che McCain stia puntando principalmente a riprodurre tra lui e Obama le tradizionali divisioni della politica americana (che in economia si riassumono in small government, rappresentato dai Rep., vs. big government, rapppresentato dai Dem.). Una strategia che si regge sul presupposto non scontato che i conservatori siano ancora maggioranza nel paese e sulla speranza che a lungo andare questa distinzione si sedimenti negli elettori e prevalga sulla distinzione lungo l'asse cambiamento/vecchio, che lo vede perdente.

I momenti a lui più favorevoli sono stati due. Nel lungo scambio che ha visto come protagonista "Joe the plumber", in cui è riuscito a dipingere Obama come il tipico liberal "tassa-e-spendi"; e quando finalmente - come mai era riuscito con tale spontaneità e nettezza - ha preso le distanze da Bush: «Senator Obama, I am not President Bush. If you wanted to run against President Bush, you should have run four years ago». Forse troppo poco e troppo tardi, perché la colpa di McCain in questa campagna è quella di essere un esponente - sia pure spesso scomodo per la sua indipendenza di giudizio - dello stesso partito del presidente in carica, che agli occhi degli americani ha portato il paese sull'orlo della catastrofe economica.

Solo il tempo ci dirà se ieri notte quello di McCain era un lottare oppure un dimenarsi contro un destino cinico e baro.

Wednesday, October 15, 2008

Obama non è Kerry, e McCain non è Reagan

Potrebbe sembrare ovvio, ma pare che a qualcuno non lo sia. Questa notte l'ultimo debate tra Obama e McCain, ma ormai mi sembra che questa sfida si giochi pochissimo sui duelli tv. A McCain tocca l'impresa, come a quelle squadre costrette a vincere fuori casa per superare il turno di "Champions League". Certo, dalle urne per definizione può sempre uscire fuori la sorpresa, ma Obama non è Kerry.

Come ci segnala l'incoraggiante Creez Dogg in tha Houze, sia l'esperto in sondaggi Michael Barone che il politologo Victor Davis Hanson, di National Review, sostengono che sia ancora troppo presto per dare per sconfitto il ticket repubblicano. Motivo? Se c'è un uomo politico che, negli anni, ha dimostrato in più di un'occasione di saper ribaltare situazioni di svantaggio a proprio favore, smentendo ogni previsione, quello è proprio McCain. E' vero, McCain ha alle spalle entusiasmanti "rinascite", ma anche molte sconfitte. E ad oggi lui e i suoi adviser mi sembrano in un empasse strategico. Detto con parole povere: non sanno che pesci pigliare.

Le presidenziali del 1980, sentiamo ripetere, furono decise soltanto nell'ultima domenica prima del voto. Gli elettori indecisi decisero per Reagan contro Carter. Il problema è che McCain non sembra avere la freschezza di Reagan, né le capacità comunicative, né una visione politica innovativa, né la disastrosa presidenza di un Carter alle spalle. McCain è l'affidabilità, i piedi per terra, in un tempo in cui gli americani sentono di aver bisogno di "sognare".

E se proprio si vuole chiamare in causa Reagan, ricordo che nell'84 si comportò in maniera opposta a McCain per ribaltare a suo vantaggio il fattore età:
«I will not make age an issue of this campaign. I am not going to exploit, for political purposes, my opponent's youth and inexperience».
A questo punto, il giudizio non potrà che essere ex post. Se dovesse riuscirgli la rimonta, si dirà che motivi razziali hanno impedito a Obama di arrivare alla Casa Bianca; se tutto andrà secondo le previsioni, il giorno dopo sembrerà a tutti ovvio che il "bollito" McCain non avrebbe mai potuto farcela. La parola fine non è ancora scritta, ma diciamocelo chiaramente: il rischio che McCain-Palin ripetano la figura di Mondale-Ferraro nell'84 è piuttosto elevato.

Ci sarebbe voluto un Giuliani, se non si fosse politicamente "suicidato" ancor prima di iniziare la campagna.

Thursday, October 09, 2008

La partita non è ancora chiusa

«Gli elettori non hanno ancora deciso». Parola di Karl Rove, l'ex stratega elettorale di Bush: «Probabilmente ci sono più elettori indicisi e aperti a cambiare le proprie scelte che in qualsiasi altra elezione dal 1968».

Ciascuno dei candidati «ha di fronte una grande sfida». Per vincere, McCain deve dimostrare di sostenere un «cambiamento conservatore responsabile», dipingendo Obama come un liberal "fuori corso" non ancora pronto per essere presidente.

Il problema di Obama è che «gli elettori non si sono ancora liberati delle profonde preoccupazioni circa la sua mancanza di competenza. Non avendo portato a termine praticamente nulla nei suoi tre anni in Senato, eccetto aver vinto la nomination democratica, Obama deve dimostrare di essere all'altezza. Piace agli elettori, le condizioni lo favoriscono, ma non ha ancora chiuso la partita. Potrebbe avvicinarsi al traguardo con quel mix di svogliatezza e disattenzione mostrate in primavera contro la Clinton». Deve fare attenzione, perché «dei recenti candidati, solo Michael Dukakis nel 1988 ha avuto una percentuale più ampia di elettori che dichiaravano ai sondaggisti di non ritenere che avesse le necessarie competenze per essere presidente».

Wednesday, October 08, 2008

A McCain serve una ricetta anti-crisi

Se, come da pronostici, McCain perderà, non sarà stato per i dibattiti televisivi, nei quali per ora a mio avviso si è ben comportato, facendo il possibile. Certo, vi diranno che anche ieri notte ha vinto Obama, ma a questo punto tutti hanno negli occhi le sue percentuali di vantaggio nei sondaggi (soprattutto quelli negli stati in bilico) e si lasciano volentieri condizionare. Anche se fosse andato meglio McCain, chi si azzarderebbe a sussurrarlo quando la partita sembra ormai chiusa a favore di Obama? Se vogliamo dire che McCain ha perso perché non ha vinto, questo sì, si può dire.

Ma ieri notte l'unico errore che si può davvero imputare a McCain è non aver tirato in ballo Clinton quando Obama ha indicato nella deregulation la causa della crisi finanziaria: fu Clinton, d'accordo con i repubblicani, tra cui McCain, a volere la deregulation. McCain avrebbe dovuto ricordarlo non per dare le colpe a Clinton, ma per difendere quella decisione e mostrare al pubblico quanto Obama sia più a sinistra di Clinton. Un'occasione sprecata.

Per il resto, McCain è apparso sciolto e a suo agio, anche se il format del "town hall" non lo ha aiutato quanto probabilmente egli stesso si aspettava. In parte, perché Obama è stato bravo, confindenziale; in parte, perché il dibattito è risultato nel complesso noioso, le domande erano troppo "aperte", lasciando ai candidati (soprattutto Obama) la possibilità di divagare propinando più o meno sempre lo stesso minestrone preconfezionato.

McCain era nella posizione più scomoda: azzoppato dai fallimenti della presidenza in carica, avrebbe bisogno di discostarsene senza però sconfessare la sua parte politica. Doveva attaccare e l'ha fatto, si è spinto fino al limite, senza oltrepassarlo, dell'aggressività ammissibile nei confronti del suo avversario. Attaccandolo di più, e sul personale, sarebbe apparso ripetitivo e avrebbe messo troppo a nudo la sua già evidente debolezza, dando l'impressione di essere disperato. Quello che è riuscito a fare, in un dibattito molto simile (anche se il format era diverso) al precedente rispetto ai temi trattati (moral issues assenti, faccio notare tra parentesi), è far emergere bene le differenze tra i due: su health care, public spending, tasse e politica estera, sono vistose.

Questa volta sia Obama sia McCain sono stati meno vaghi sulla crisi economica. McCain ha addirittura tirato fuori una proposta a sorpresa, l'ipotesi di una rinegoziazione dei mutui, ma soprattutto non si sono risparmiati colpi sulle cause: la deregulation, secondo Obama; Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e i controllori pubblici, secondo McCain. Su questo posso dire che McCain si è mosso nella direzione che auspicavo, ma ancora troppo poco.

Manca un mese e bisogna vedere se in quest'arco di tempo McCain riuscirà a sollecitare gli istinti più profondi degli americani, se riuscirà a convincerli a temere il tassa-e-spendi del troppo liberal e inesperto Obama più della crisi. Difficile, ma per farlo deve parlare con più competenza di economia. A Obama basta l'inerzia, lui deve tirare fuori, e saper spiegare bene, una ricetta anti-crisi.

Friday, October 03, 2008

Il mercato può farcela, McCain deve riprendere l'iniziativa

Il Wall Street Journal, dalla sua pagina degli editoriali, continua ad appoggiare il piano Paulson ma non si arrende al fatto che le colpe della crisi finanziaria in atto vengano fatte ricadere sul libero mercato e sulla deregulation bancaria voluta da Clinton e dai repubblicani nel '99. «Prima di concludere che i mercati hanno fallito, abbiamo bisogno di un'attenta analisi sul ruolo giocato dalla politica». E da questa analisi emerge chiaramente che la bolla immobiliare da cui tutto è partito «non sarebbe cresciuta così tanto senza i molteplici errori di Washington». Nelle rappresentazioni dei media e dei politici, invece, sono assenti le responsabilità dei politici e delle autorità pubbliche «nell'aver creato artificialmente un aumento dei prezzi delle case, riducendo artificialmente i rischi connessi ad asset estremamente rischiosi».

Sotto accusa sempre Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e la Federal Reserve. Sotto l'esplosione fragorosa della bolla immobiliare è rimasto anche il sogno della "ownership society" coltivato dal presidente Bush, ma le colpe sono rigorosamente bipartisan. Delle amministrazioni Bush e Clinton, così come del Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui. E della Fed (sia sotto Greenspan che sotto Bernanke), per aver tenuto troppo basso il costo del denaro troppo a lungo, contribuento alla "credit mania". "Drogando" il mercato con "soldi facili" la Fed ha aiutato la crescita economica e l'occupazione, finché però è sopraggiunta la crisi da overdose.

E mentre il Congresso vara un piano da 850 miliardi, Wells Fargo acquista Wachovia, dimostrando che il mercato può ancora farcela da solo, come osserva Macromonitor: «... pagando con azioni proprie per un valore di 15 miliardi di dollari... un segnale importantissimo al mercato e al Congresso: lasciateci lavorare e possiamo farcela da soli. Wells Fargo non ha chiesto nulla alla Fed, all'ente di tutela dei depositi o al governo federale, al contrario di quanto aveva fatto Citigroup; ha offerto un prezzo minore, ma si è accollata ogni rischio».

Il rischio del piano Paulson è che potrebbe non funzionare e dopo l'euforia iniziale nel medio-lungo periodo «potrebbe addirittura ritardare la ristrutturazione del sistema, fornendo incentivi distorti e false speranze. I compratori esistono, ma sorge il sospetto che la tentazione di scroccare qualche soldo al governo sia, per molte banche, troppo forte», vista l'aria propizia che tira.

La visione economica e le proposte di McCain, orientate alla libertà di scelta, a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi, e al taglio della spesa pubblica (non solo delle tasse, come faceva Bush), sono le più adeguate a dare un taglio netto con il moral hazard introdotto nel sistema dai policy maker, mentre i programmi sociali di Obama cercano tutti di ridurre una serie di rischi economici caricandoli sulle spalle dei contribuenti.

Posizioni antitetiche, ma il paradosso è che Obama rappresenta la continuità del tipo di politiche che hanno per lo meno aggravato la crisi, eppure a rimetterci l'elezione sarà McCain, candidato del partito del presidente in carica. McCain sta sbagliando tutto. Si è fatto risucchiare dalla crisi, è rimasto invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano Paulson, invece di rappresentare lo scetticismo degli americani. Obama può permettersi di restare immobile e appiattirsi sul piano di salvataggio approvato stasera dal Congresso, ma McCain deve prendere iniziative forti, più indipendenti che bipartisan.

Non dico che avrebbe dovuto contrastare esplicitamente il piano, ma che dovrebbe indicare nelle cattive politiche di democratici e repubblicani - a cui tra l'altro lui si è opposto - le colpevoli della crisi; sottolineare che le ricette di Obama perseverano in quella direzione; rivendicare i suoi voti su Fannie e Freddie. Sta dimostrando qualità che gli americani già gli riconoscono - "senso di responsabilità" presidenziale e approccio bipartisan - mentre cercano una figura di forte rottura con il malgoverno e la corruzione a Washington.

McCain-Palin vincono in tv, ma perdono la campagna

Non ho visto il dibattito di ieri notte tra i due candidati alla vicepresidenza Usa, ma pare che l'abbia vinto Sarah Palin, stando ai post di Mario Sechi e Andrea Mancia. Se non altro perché i mainstream media hanno propagandato della Palin un ritratto troppo brutto per essere vero.

Ignorante, provinciale, impreparata. Animati da pesanti pregiudizi urban radical chic, i grandi giornali e i grandi network televisivi hanno di fatto aiutato la Palin, creando sulla sua performance televisiva aspettative così basse che alla candidata è bastato evitare tecnicismi e concentrarsi su messaggi semplici e concisi per rendersi credibile e presentabile. La Palin è apparsa diversa quanto basta rispetto a come i media la dipingevano, mentre Biden non è ancora chiaro se sia o no impagliato.

Maria Laura Rodotà, che oggi sul Corriere ha firmato un imbarazzante (per lei) articolo sul dibattito ("Svelato il segreto della cofana di Sarah Palin", il titolo), viene sistemata a dovere da Bazarov, senza null'altro da aggiungere.

Nonostante il ticket repubblicano si sia ben comportato nei due dibattiti televisivi tenuti fino ad oggi, la crisi finanziaria rischia di rendere inutile qualsiasi sforzo. Quasi impossibile che vinca il candidato del partito del presidente in carica mentre l'America è in pieno panico finanziario e sull'orlo della recessione. Obama può permettersi di restare immobile e appiattirsi sul piano di salvataggio approvato stasera dal Congresso, ma McCain deve prendere iniziative forti, indipendenti più che bipartisan. Forse s'illude che il piano possa portare ristoro al sistema finanziario a tal punto da far passare in secondo piano la crisi almeno in queste ultime settimane di campagna. Il rischio è che invece, dopo qualche giorno di calma, altri fallimenti siano inevitabili, accompagnati dalla recessione.

Thursday, October 02, 2008

Benvenuti a "Moral Hazard"

Il dibattito sulle responsabilità della crisi e sul piano di salvataggio continua sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal. «Abitiamo tutti a Moral Hazard», che «sembra il nome di una città fantasma in un film western di Clint Eastwood», scrive oggi Daniel Henninger. E' accaduto che in tutto il paese è stato fatto ricorso in modo massiccio a mutui senza o con poco anticipo, sostenuti dai bassi tassi d'interesse della Federal Reserve.
«Wall Street ha affettato i mutui più sottili di fette di prosciutto, estendendone il rischio, e ha venduto i pezzi in tutto il mondo, dove, magicamente, sembravano arricchire i bilanci».
Dietro tutto questo, Fannie Mae e Freddie Mac, di cui abbiamo parlato nel post di ieri:
«Diversi anni fa, quando il board degli editoriali del WSJ incontrò i vertici di Fannie Mae e li incalzò sul tema dei rischi finanziari, ci fu detto che dopo tutto Fannie stava soltanto adempiendo al "mandato del Congresso" di diffondere la proprietà immobiliare. Il Congresso, naturalmente, è il tempio del moral hazard».
Ridurre troppo la componente del rischio negli affari, o meglio la sua percezione, porta gli operatori a fare cattive scelte. In contesti privi di rischio aumentano le «inefficienze economiche».

Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
«Le proposte centrali di Obama sull'assicurazione sanitaria, sulla politica commerciale e sui crediti fiscali, cercano tutte di ridurre una serie di rischi economici. Le idee di McCain sulla salute, l'educazione e il codice fiscale, invece, sono orientate alla "libertà di scelta", o a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi».
In questo le visioni e i programmi dei due candidati alla Casa Bianca sono davvero antitetici. Peccato che McCain si stia facendo stritolare da questa crisi e non sia in grado di assumere una iniziativa forte, spiegando agli americani, in maggior parte contrari al piano Paulson, che con lui non rischierebbero questo genere di crisi, la cui gravità è determinata non dalla deregulation ma dall'invasività di politiche pubbliche manipolate da interessi privati. Purtroppo, invece, sembra invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano. D'altra parte, Obama non ha alcuna difficoltà ad appiattirsi sul piano di salvataggio, visto che rientra perfettamente nella logica interventista del suo programma. La Heritage Foundation ha calcolato che il "bailout" da 700 miliardi è niente in confronto al costo dei piani di previdenza sociale e assistenza sanitaria promossi dai democratici: 41mila miliardi, pari a 60 piani Paulson.

In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
«Ci viene detto che questo è un salvataggio per Wall Street. Ma se gli americani sono onesti con se stessi, ammetteranno che le banche non sono l'unica causa della nostra difficile situazione attuale. Gli Stati Uniti stanno vivendo le conseguenze di una tipica "credit mania", di cui tutti abbiamo goduto finché è durata. Non ricordiamo molte proteste mentre il valore delle case stava crescendo del 15% l'anno, o mentre i tassi d'interesse rimanevano fermi all'1%...»
Il punto, sottolinea il WSJ, «non è assolvere Wall Street o Washington», ma impedire che la crisi si estenda provocando danni ancora maggiori. «In questo senso, stiamo salvando noi stessi» con il piano Paulson.

Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».

L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».

Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.

Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Il crack finanziario non è dovuto alla presunta "crisi del capitalismo", ma è il risultato di folli politiche pubbliche, manipolate da interessi privati, come sempre avviene a Washington. Dando a Washington più potere non avremo la soluzione (...) Tenendo in vita un morto che cammina non faremo altro che rallentare i necessari aggiustamenti del mercato».
Lucida l'analisi di Ron Paul:
«Abbiamo un problema che ha cause ben precise. Abbiamo speso troppo, ci siamo indebitati troppo, abbiamo troppo inflazionato la nostra moneta, ora siamo in crisi e il mercato ci sta dicendo che dobbiamo correggere tutti questi errori. La gente deve liquidare i cattivi debiti e far piazza pulita degli investimenti sbagliati. Ma quello che il governo cerca di fare adesso è di rendere permanenti tutti questi errori».
Riemerge dal campo libertario la proposta di tornare al gold standard, che dovrebbe interessare tutti quelli che diffidano della finanza virtuale non agganciata a beni reali:
«Dobbiamo porre fine al sistema che stampa moneta campata in aria. Deve essere respinta la legge che limita la circolazione di moneta a base aurea e argentea. Non possiamo avere una moneta che dipende dalle vuote promesse dei burocrati».

Tuesday, September 30, 2008

Il senso di responsabilità del Congresso

Il Wall Street Journal, che appoggia il piano Paulson pur avendo ospitato nella sua pagina degli editoriali opinioni critiche, mette sotto accusa la classe politica americana dopo la bocciatura del piano da parte della Camera.
«L'America è sopravvissuta a una classe politica inetta nel passato, e sopravviverà di nuovo dopo questa settimana... L'elite di Washington si è meritata tutto il disprezzo che gli americani nutrono per essa».
La responsabilità principale è del partito di maggioranza, cioè dei Democratici, e della presidente Nancy Pelosi, che con il discorso fazioso invece che bipartisan avrebbe convinto molti deputati della minoranza rapubblicana a votare contro il piano di salvataggio. E c'è chi dice che la Pelosi abbia intenzionalmente affossato il disegno di legge sapendo che la bocciatura avrebbe danneggiato McCain. «Considerando la sua carriera capiamo perché sarebbe credibile una cosa simile». Ma ciò non giustifica il "no" da parte di 133 deputati repubblicani.

Molti deputati repubblicani votando "no" hanno certamente inteso rappresentare gli umori del proprio elettorato, sapendo che tra pochi giorni molti di loro saranno chiamati a giocarsi la rielezione nei loro collegi e 700 miliardi di dollari non sono bruscolini per i contribuenti americani. Un comportamento generalmente biasimato, ancor più in queste ore drammatiche da quanti fanno appello al "senso di responsabilità" del Congresso, dall'amministrazione Bush alla Commissione europea passando per lo stesso WSJ.

Ma nel temere per la propria rielezione e agire di conseguenza quei deputati sono davvero venuti meno alle loro responsabilità? A quale responsabilità sono venuti meno? Certamente alla responsabilità nei confronti di un astratto interesse nazionale, che in questo caso coinciderebbe con il salvataggio pubblico del sistema finanziario, e per giunta attraverso lo specifico piano presentato da Paulson. Ma non sono venuti meno alla responsabilità nei confronti degli elettori che rappresentano. Giudicate voi quale delle due responsabilità sia più cogente e coerente con la loro funzione.

Ma potrebbero aver avuto un certo seguito anche i 44 economisti che avevano inviato al Congresso una lettera aperta contro il piano di acquisto degli asset "tossici" delle banche da parte del Tesoro Usa, perché costituirebbe una «minaccia significativa per i contribuenti senza affrontare i problemi fondamentali» del sistema finanziario. «Molti dei problemi del mercato oggi - spiegano gli economisti in questa lettera - sono il risultato di passate politiche governative (soprattutto nel settore immobiliare) esacerbate da una dissoluta politica monetaria». Questa lettera fa parte delle iniziative di FreedomWorks, l'organizzazione del congressman Dick Armey che ha lanciato un appello al Congresso perché bocciasse il piano Paulson. Qui 10 ragioni per dire "no" e le motivazioni di Dick Armey.

Ma sul banco degli imputati allestito dal WSJ figura anche Paulson per la sua arroganza: «Non puoi chiedere al Congresso 700 miliardi senza modestia e una migliore spiegazione di come saranno usati». A questo punto, sostiene il WSJ, una recessione sembra inevitabile, «ma il punto è impedire un collasso del sistema finanziario».

Di sicuro la crisi finanziaria ha ridefinito la corsa presidenziale. Lo scrive, su The Politico, Mark Penn, ex consigliere dei Clinton (sia di Bill che di Hillary).
«La campagna non verte più sul cambiamento, sull'esperienza, sull'Iraq, sui tagli fiscali o il servizio sanitario universale. Gli elettori sempre più voteranno sull'economia invece che sulla sicurezza nazionale o sui valori sociali».
Ciò non favorisce John McCain, che pure sembra l'uomo con l'adeguata esperienza nel mezzo di una crisi.
«Innanzitutto perché la sua performance è parsa incerta piuttosto che ferma; poi, perché il genere di persone che diventiamo in una crisi economica è diverso dal genere di persone che siamo in un momento critico per la sicurezza nazionale. Durante una crisi economica gli elettori cercano le sfumature e la collaborazione reciproca, il compromesso piuttosto che gli assoluti morali».
E le soluzioni di McCain, come il taglio della spesa pubblica, sono popolari ma non sembrano un piano complessivo per correggere l'economia. Nonostante come trattare con l'Iran o con la Russia siano questioni molto serie, nessuno adesso sembra interessato a questi temi. «Senza ulteriori cambiamenti di gioco, queste elezioni saranno un referendum sulla leadership economica», conclude Penn.

Che la crisi non favorisca McCain semberebbero confermarlo anche i sondaggi, come osserva Jay Cost:
«Prima dell'inizio della convention democratica, Obama conduceva con una media di 45,5% a 43,9%. A giugno con una media di 47,1% a 42,4%. Quindi, da giugno alla vigilia delle convention McCain ha ridotto il vantaggio di Obama da 4,5 punti a 1,6. Dopo la convention repubblicana era addirittura passato in vantaggio, ma i recenti eventi hanno spazzato via questo vantaggio e adesso la corsa è tornata quasi ai livelli di giugno».
Dunque, non il primo duello tv, dove McCain si è ben comportato, ma la crisi finanziaria e politica lo danneggia nei sondaggi. A meno che il "maverick" non s'inventi qualcosa...

Monday, September 29, 2008

Obama è diventato un Kerry qualsiasi

In effetti, diversamente da come mi era sembrato scorrendo i siti e guardando i tg nelle ore immediatamente successive al primo dei tre dibattiti presidenziali, i commentatori - sia americani che italiani - non hanno cantato all'unisono il trionfo di Obama. Molti hanno parlato di pareggio, addirittura qualcuno di vittoria di McCain, e se la Repubblica ha titolato che tra McCain e Obama lo «sconfitto» è stato Bush, evidentemente Obama qualche problemino deve averlo avuto, non dev'essere stata per lui una buona serata.

McCain non è il tipo di candidato che scalda i cuori o che intriga le menti, mentre Obama ha sempre un sorriso ammaliante. Ma se i duelli televisivi tra i due candidati alla Casa Bianca contassero più del contesto in cui si svolge la campagna, dopo il primo di venerdì notte McCain si troverebbe in vantaggio. La sensazione è che l'impopolarità di Bush, dopo 8 anni di presidenza, e la non rosea situazione economica, pesino più di qualsiasi performance televisiva. Nonostante a dispetto delle aspettative della vigilia, non abbia vinto il primo dibattito presidenziale, Obama si è dimostrato sufficientemente solido per conservare il suo vantaggio e McCain rimane sfavorito.

L'obiettivo del giovane senatore è dimostrare di essere pronto per il ruolo di commander-in-chief, ma l'altra sera l'ha mancato. McCain invece è riuscito a sfruttare i suoi punti di forza: l'esperienza e la sua reputazione di "maverick". Mentre Obama ha ripetutamente tentato di collegare McCain agli errori della presidenza Bush, McCain ha rivendicato efficacemente di essersi distinto dall'attuale amministrazione su molti dei temi più controversi (la tortura, Guantanamo, la strategia in Iraq, la spesa pubblica, l'immigrazione), sostenendo posizioni che spesso alla prova dei fatti si sono rivelate giuste. McCain ha criticato la gestione del dopoguerra iracheno e alla fine il presidente ha adottato con successo il cambiamento di strategia che suggeriva da mesi.

Entrambi sono stati molto vaghi sulla crisi finanziaria, esprimendo un cauto appoggio al piano di salvataggio. Un atteggiamento elusivo che deve aver irritato non poco i telespettatori. Ma McCain ha saputo spostare la discussione sul piano a lui più congeniale del contenimento della spesa pubblica. Il senatore dell'Arizona ha fatto valere la sua fama di "sceriffo" di Washington, le sue battaglie contro gli sprechi e la corruzione. Passa inosservata una frase, a mio avviso chiave, che McCain ripete ad ogni occasione per criticare la condotta del partito repubblicano, la cui immagine viene ormai associata all'enorme debito pubblico e alla corruzione: «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, ma lo Stato ci ha cambiati».

Nella prima parte del dibattito più volte, probabilmente troppe, Obama ha dato «ragione» a McCain, mostrando un atteggiamento reverenziale verso l'avversario, quasi a riconoscerne implicitamente la maggiore esperienza. Nella seconda parte McCain non ha ricambiato il favore, battendo il tasto sull'inesperienza e l'impreparazione di Obama, che «non capisce» questioni fondamentali di politica estera e di sicurezza (come trattare con il Pakistan; quanto sia pericoloso incontrare Ahmadinejad senza precondizioni; i costi di una sconfitta in Iraq). Il fatto è che semplicemente «non ci arriva», ripeteva uno sconsolato McCain all'intervistatore.

McCain è sembrato calmo, ma energico e preparato, costringendo spesso Obama sulla difensiva. Gli occhi di Obama sono sembrati smarriti in almeno due circostanze: mentre McCain lo attaccava sulla politica estera e mentre l'intervistatore lo incalzava sull'impatto che avrebbe avuto la crisi sui suoi ambiziosi programmi sociali. Obama è stato abile a fissare quasi sempre la telecamera mentre rispondeva, e a volte a rivolgersi verso il suo concorrente, mentre McCain guardava quasi solo l'intervistatore. Ma spesso il repubblicano faceva intravedere un sorriso divertito, quello di chi la sa lunga, durante le risposte "naive" di Obama, mostrando così sicurezza. Non ho bisogno di alcun «training», ha concluso McCain: «Sono pronto a cominciare anche adesso».

Ma il dato a mio avviso davvero più rilevante emerso dal dibattito dell'altra sera è che Obama non è più l'extraterrestre visto e sentito durante le Primarie. L'altra sera McCain ha rafforzato la sua immagine di candidato affidabile, mentre Obama potrebbe aver deluso come inteprete del "change", almeno agli occhi degli "swing voters". Alla prova del contraddittorio la sua retorica è apparsa involuta, a tratti politichese, molto meno brillante e ispirata rispetto agli elettrizzanti discorsi cui ci aveva abituati. Dov'è finito quel messaggio unitario che avrebbe dovuto chiudere l'era delle guerre culturali, razziali e partigiane? Dove sono finiti gli altri «muri da abbattere», le nuove «frontiere» da conquistare? Il "fenomeno" sembra tornato sulla terra. E' apparso un normale politico troppo liberal, con i soliti problemi nell'apparire credibile come commander-in-chief e incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i soliti programmi sociali. Troppo poco come "change", e troppo simile a un Kerry qualsiasi.