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Wednesday, September 04, 2013

In gioco il diritto alla guerra "giusta"

Anche su L'Opinione

E' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.

Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.

La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.

In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".

Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.

Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».

Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»

Thursday, June 03, 2010

Israele non ha alternative

La Turchia gioca con il fuoco

Il voto contrario dell'Italia, insieme a Stati Uniti e Paesi Bassi, alla risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani dell'Onu (alias Consiglio per i diritti umani secondo i dittatori) contro il blitz israeliano è uno squarcio di luce in una politica estera fin qui tutt'altro che entusiasmante e coraggiosa. Un testo squilibrato rispetto a quello uscito dal Consiglio di Sicurezza dopo il blocco Usa ad una versione più dura. Al di là di come siano andati i fatti, e di quanto sia stata ingenua e sproporzionata la reazione israeliana, smettiamola di chiamare "pacifisti" quelli che in realtà non sono che militanti anti-israeliani, filo-Hamas, che non hanno nulla di pacifico e che per la causa di un'organizzazione terroristica sono disposti ad offrirsi come scudi umani e «mine diplomatiche». Come molte delle organizzazioni filantropiche islamiche, infatti, anche quella turca che ha organizzato la flottiglia ha legami con l'estremismo, in particolare con la Fratellanza musulmana, Hamas e persino al Qaeda.

Si fa presto a dire che Israele è «caduto nella trappola». Certo che ci è caduto, ma che altro poteva fare? Come altre volte in passato paga a caro prezzo politico e d'immagine scelte necessarie a difesa della credibilità della propria deterrenza (solo un assaggio di ciò che avverrà quando dovrà affrontare da solo la minaccia iraniana). Non aveva alternative: o permettere che il blocco si trasformasse in un colabrodo, o prendersi le rampogne internazionali. Non so se quella flottiglia di navi turche dietro i presunti aiuti nascondesse o meno armi per Hamas, ma non è questo il punto. Il blocco israeliano della Striscia di Gaza è politico, ma non è un assedio, nel senso che cibo, medicinali e assistenza umanitaria vengono forniti alla popolazione da Egitto e Israele.

Le autorità israeliane avevano offerto agli attivisti di consegnare direttamente il carico di aiuti umanitari ai palestinesi, purché senza violare il blocco e dopo regolari controlli sulla merce. Ma il loro obiettivo reale era esattamente la violazione del blocco, non la consegna degli aiuti. Qualcosa che Israele non poteva assolutamente permettere. Chiunque minimamente in buona fede è in grado di capirlo: la violazione del blocco avrebbe significato un'importante vittoria politica per Hamas, la legittimazione del suo governo terrorista a Gaza, per la quale gli attivisti - parola di alcuni di loro - erano pronti anche al «martirio». L'incidente quindi è stato deliberatamente provocato, gli attivisti erano armati e pronti allo scontro.

C'era un modo indolore, per esempio il sabotaggio, per fermare le navi dei militanti filopalestinesi, come Max Boot ha ipotizzato sul Wall Street Journal? Difficile dirlo, ma qualsiasi azione avrebbe comunque scatenato l'indignazione internazionale. E al di là della retorica ufficiale, sempre dura nei confronti di Israele (le cui reazioni sono sempre «sproporzionate» a quanto pare), il blocco di Gaza continua a essere sostenuto dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali. Altro che un'inchiesta internazionale, in un mondo non sottosopra internazionale dovrebbe essere il blocco di Gaza, in modo che Israele non debba sopportare da solo il peso di difendere la propria esistenza.

Piuttosto, l'incidente aggrava le preoccupazioni sulla partita che sta giocando la Turchia. Erdogan sembra avere l'intenzione di usarlo come pretesto per modificare in profondità le relazioni con Israele, che «non saranno più le stesse». Di recente protagonista, insieme al Brasile di Lula, dell'accordo con Ahmadinejad sul nucleare per far uscire dall'isolamento Teheran, la Turchia sembra volersi allontanare sempre più dalla sua tradizionale vocazione euro-atlantica e volgersi verso Russia, Siria e Iran, non per giocare un ruolo di mediazione in Medio Oriente, ma per contribuire a creare un nuovo ordine nella regione, del quale potrebbe condividere la leadership con Damasco e Teheran.

La progressiva de-occidentalizzazione della politica estera turca, così come le tendenze "bolivariane" e anti-Usa in America Latina, che sembrano ora coinvolgere anche il Brasile di Lula, sono effetti imputabili almeno nel loro aggravarsi alla disastrosa politica estera smart della coppia Obama-Clinton nei confronti dell'Iran e del Medio Oriente, ma certamente anche alle incertezze europee sulle prospettive di adesione della Turchia. Certo che le ultime mosse di Ankara giustificano più di un dubbio sulla genuinità delle sue ambizioni europeiste.

Monday, February 08, 2010

Avatar, banalità in 3D

Ieri ho visto un film in cui il protagonista è riuscito a volare di nuovo sul grande uccello di nonno. Ironia a parte, ho trovato Avatar un'esperienza unica per il 3D e gli effetti speciali, per i paesaggi e i combattimenti spettacolari. Ma la storia e i dialoghi insopportabilmente sciatti. Un'accozzaglia di triti e ritriti miti ecologisti, banalità ambientaliste, pacifiste e anticapitaliste. Evidenti le forzature per arrivare a un esito scontato. Macchiette, più che personaggi, prive di qualsiasi complessità. Nessuno sforzo di immaginazione nelle forme di vita intelligente extraterrestri, il popolo dei Naavi, dalle reazioni e i tic umanissimi al limite della parodia. Sconfortante poi, come a Hollywood non si siano ancora liberati del fantasma di George W. Bush, a tal punto da dover richiamare le sue nefandezze nella memoria dello spettatore, inserendo qui e là qualche riferimento, implicito ma inequivocabile. Dovessi dargli un voto darei 5 (un punto in più per il 3D e gli effetti speciali).

Thursday, December 10, 2009

Se la guerra serve al Nobel per la Pace

Il presidente Obama ha disinnescato nel migliore dei modi la possibile contraddizione tra un premio Nobel per la Pace e un presidente che ha appena deciso un'escalation militare di 30 mila uomini. Bando ai buoni sentimenti e alla retorica pacifista a buon mercato, dunque. E a Oslo con sincerità ha ammesso di non avere nulla da obiettare a chi ritiene che vi fossero «uomini e donne, noti o sconosciuti» più meritevoli di lui a ricevere questo premio. Non si è nascosto dietro un dito, affrontando di petto il fatto di essere «il comandante in capo dell'esercito di una nazione impegnata in due guerre».
«Dobbiamo iniziare col riconoscere la dura verità: non estirperemo la piaga dei conflitti nell'arco della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni, agendo individualmente o di concerto, riterranno che l'utilizzo della forza non è solo necessario, ma anche moralmente giustificato... So che non c'è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di naive, nel credo e nella vita di Gandhi e di King. Ma come capo di stato, avendo giurato di proteggere e difendere la mia nazione, non posso farmi guidare solo dal loro esempio. Devo affrontare il mondo così com'è, e non posso stare immobile davanti a tutto quanto minaccia il popolo americano. Perché non dobbiamo illuderci: il male nel mondo esiste. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armi di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al Qaida a deporre le armi. Dire che la forza a volte può essere necessaria non significa essere cinici; significa comprendere la storia, le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione...»
Forse per la prima volta, così esplicitamente, Obama si è detto «fiero dell'eredità» ideale e morale del suo Paese e delle sue scelte, anche delle guerre che ha combattuto, e ha rigettato il «sospetto» che grava sull'America:
«Il mondo deve ricordare che non sono stati le sole istituzioni internazionali, i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Nonostante tutti gli errori commessi, i fatti, puri e semplici, sono questi: gli Stati Uniti d'America da oltre sessant'anni contribuiscono a sostenere la sicurezza mondiale con il sangue dei loro cittadini e la forza delle loro armi. Lo spirito di servizio e di sacrificio dei nostri uomini e delle nostre donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità dalla Germania alla Corea e ha permesso che la democrazia prendesse piede in luoghi come i Balcani. Ci siamo accollati quest'onere non perché vogliamo imporre la nostra volontà. L'abbiamo fatto in nome di un nostro interesse illuminato, perché desideriamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, e perché crediamo che le loro vite saranno migliori se i figli e i nipoti degli altri potranno vivere in libertà e prosperità. E allora sì, gli strumenti della guerra hanno un loro ruolo nel mantenere la pace.
(...)
Parte della nostra sfida quindi è conciliare queste due verità apparentemente inconciliabili: che la guerra è talvolta necessaria e che la guerra è, a un qualche livello, espressione della follia umana. Concretamente, dobbiamo dirigere i nostri sforzi a compiere quanto ci chiese tempo fa il presidente Kennedy. "Concentriamoci su di una pace più pratica, più raggiungibile, fondata non su un'improvvisa rivoluzione della natura umana, ma su un'evoluzione graduale delle istituzioni umane".
(...)
Capisco che la guerra non è popolare, ma so anche questo; la convinzione che la pace è desiderabile raramente basta a raggiungerla. La pace richiede responsabilità. La pace chiede sacrifici. Ecco perché la Nato continua a essere indispensabile.
(...)
La pace non è solo l'assenza di un conflitto visibile. Solo una pace giusta, basata sui diritti innati e la dignità per ogni individuo, può essere veramente duratura».
Nel tentativo di superare l'antitesi realisti vs. idealisti, Obama sembra da una parte tendere verso l'idealismo...
«Ritengo che la pace sia instabile ovunque sia negato ai cittadini il diritto di esprimersi liberamente o pregare come credono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza timore... L'America non ha mai combattuto una guerra contro una democrazia, e i nostri alleati più vicini sono quei governi che tutelano i diritti dei loro cittadini».
... ma poi arriva il colpo alla botte:
«Lasciatemi anche dire che la promozione dei diritti umani non si può limitare alle sole esortazioni. A volte deve procedere a fianco di una diplomazia laboriosa. So che dialogare con regimi repressivi equivale a fare a meno della purezza appagante dell'indignazione. Ma so anche che le sanzioni senza l'offerta di dialogo - la condanna senza la discussione - possono riportare soltanto a un rovinoso status quo. Nessun regime repressivo può imboccare una strada differente a meno che non abbia la possibilità di scegliere una porta che gli si apre davanti».

Tuesday, January 13, 2009

La "grande rimozione". Senza Iran e jihad non si può capire il Medio Oriente

Ripetutamente e instancabilmente su questo blog mi sono sforzato di sottolineare come in Italia, e in Europa, prevalgano nel dibattito pubblico letture datate della guerra nella Striscia di Gaza, come di quella in Libano due anni fa: qualsiasi cosa accada in Medio Oriente viene sistematicamente interpretata secondo i vecchi - e immutabili, pare - schemi della questione "nazionale" palestinese, nonostante, come scrivevo alcuni giorni fa, due fatti - ormai neanche troppo nuovi, ma risalenti agli anni '90 - hanno mutato per sempre la cornice in cui si inserisce. Nelle analisi dei politici di sinistra e degli opinionisti che ascoltiamo in tv o alla radio non compaiono quasi mai le due parole Iran e jihad, che evocano problematiche senza le quali non si possono comprendere le dinamiche che oggi muovono la politica mediorientale.

Israele sta combattendo una guerra diversa e tra i pochissimi a dirlo in modo esplicito è stato, ieri sul Corriere, Angelo Panebianco, che ha parlato di un «conflitto nuovo».

Purtroppo, però, in pochi si rendono conto della nuova realtà del conflitto. Ne è la prova, scrive Panebianco, l'assenza dai discorsi dei politici (di D'Alema, per esempio), da molte cronache e analisi giornalistiche, proprio delle parole «Iran» e «jihad». «Chiunque abbia, se non altro per ragioni anagrafiche, un passato, è portato a leggere i conflitti di oggi alla luce degli schemi mentali di ieri...», gli stessi schemi che spiegano gli «atteggiamenti europei verso il conflitto israeliano-palestinese», pregiudizialmente ostili nei confronti di Israele. «Il passato pesa sul presente ed è comprensibile che riflessi automatici portino ancora oggi tanti a leggere l'attuale scontro a Gaza con le categorie del passato. Ma è singolare che ciò avvenga al prezzo di una grande rimozione. Sono due i fatti nuovi che hanno determinato un cambiamento qualitativo del conflitto israeliano-palestinese e che tanti sembrano voler rimuovere»: la partita che l'Iran sta giocando sull'intera regione e la jihad globale, appunto.

Panebianco non ha usato a caso l'espressione «tanti sembrano voler rimuovere». Questo difetto di comprensione in alcuni casi infatti si trasforma in furbizia politica. E' il caso di chi - come D'Alema, e come molti politici e giornalisti di sinistra - pur avendo tutti gli strumenti conoscitivi per riformare le loro vedute, si aggrappano alle categorie del passato senza le quali si ritroverebbero privi di una parte in commedia.

Segni di rimozione appaiono anche da parte della Chiesa cattolica. Ma su questo argomento è stato Ernesto Galli Della Loggia, nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere, a fare non opinione ma notizia, fornendo fondamentali, ma spesso dimenticati, cenni storici: dall'appiattimento del Vaticano sul «fronte del rifiuto» arabo-islamico fino a quel vescovo cattolico «sorpreso a trasportare armi nel bagagliaio della propria auto per conto delle organizzazioni armate palestinesi».

Ma l'atteggiamento della Chiesa nel conflitto arabo-israeliano, osserva Galli Della Loggia, va oltre i suoi rapporti con l'Ebraismo, riguarda, e serve ad approfondire, il problema del «pacifismo impossibile», quel «rifiuto/denuncia della guerra, virtualmente di ogni guerra», che finisce inevitabilmente per rivelarsi falso. La Chiesa infatti non rappresenta un'eccezione nel panorama di quelle forze politiche e sociali il cui pacifismo mostra un «carattere quasi sempre non neutrale». Il problema è che un «pacifismo coerente dovrebbe indurre non solo ad essere contro la guerra, ma a denunciare di continuo con eguale forza anche ogni manifestazione di conflittualità, di qualunque tipo o misura, che spesso costituisce la premessa obbligata del successivo scoppio delle ostilità vere e proprie. È dunque lecito chiedersi: la Santa Sede che è contro le odierne operazioni belliche di Israele, lo è stata allo stesso modo, con la stessa nettezza, lo stesso tono e soprattutto con la medesima pubblicità, nei confronti per esempio della politica estera di Siria e Iran? O di tante quotidiane manifestazioni violentissime del fronte palestinese? Ognuno può rispondere da sé».

Giungendo quindi al nocciolo del problema del «pacifismo impossibile», Galli Della Loggia conclude che «una vera politica pacifista è in realtà impossibile per qualunque organizzazione vasta e complessa, tutrice di vari e molteplici interessi, perché, intesa coerentemente, essa implicherebbe la rinuncia di fatto a svolgere un qualunque vero ruolo politico... per limitarsi, viceversa, ad un ruolo di esclusiva testimonianza morale». E chi si accontenta o chi, anche con le migliori intenzioni, si abbandona ingenuamente alla testimonianza morale, rischia di divenire spettatore passivo dei crimini peggiori. Proprio la Chiesa cattolica dovrebbe saperne qualcosa.

Saturday, March 01, 2008

Angelina rompe con il pacifismo salottiero di Hollywood

Angelina Jolie infrange così una lunga tradizione di prese di posizione della "benpensante" Hollywood contro gli interveni militari americani nel mondo, cominciata con le famigerate immagini di Jane Fonda in trincea insieme ai Vietcong. Erano altri tempi. Ecco cosa scrive oggi la Jolie, in una lettera al Washington Post, di ritorno dall'Iraq: «L'America deve restare in Iraq».

«L'America ha l'obbligo morale di aiutare le famiglie sfollate. Oltre due milioni di iracheni sono rifugiati nel loro stesso Paese, senza casa, lavoro, cibo, medicine e acqua potabile. Il 58 per cento hanno meno di 12 anni».

«Abbiamo un serio interesse di sicurezza nazionale a lungo termine nel porre fine a questa crisi. Gli Stati Uniti non possono permettersi di correre il rischio che oltre quattro milioni di poveri e sfollati nel cuore del Medio Oriente esplodano in una violenza disperata, consegnando l'intera regione a un'ulteriore spirale di caos».

«Non possiamo permetterci di sperperare i progressi fatti». Il generale David Petraeus «mi ha promesso di appoggiare al massimo ogni nuovo sforzo per risolvere la crisi umanitaria, il che mi lascia fiduciosa che ulteriori progressi siano possibili».

«Quando ho chiesto ai soldati se volevano tornare a casa il più presto possibile, mi hanno risposto che hanno nostalgia, ma che hanno investito molto in Iraq. Hanno perso molti amici e ora vogliono partecipare al progresso umanitario che finalmente giudicano possibile».

Infine, un appello «ai candidati presidenziali e ai leader del Congresso affinché aumentino gli stanziamenti a favore degli sfollati iracheni».

Friday, February 23, 2007

Non lascia, anzi raddoppia

Non lascia e «forse raddoppia», avevamo scommesso in un post di qualche giorno fa in cui si spiegava che dietro la decisione di Blair di annunciare il piano di ritiro dall'Iraq non c'era alcun ripensamento strategico sulla guerra e men che meno nessun tradimento della causa democratica.

Ebbene, pare che raddoppi. Oltre ad aver precisato, ieri alla Bbc, che il numero dei soldati dispiegati in Iraq potrebbe anche aumentare, qualore ve ne fosse necessità («we have the full combat capability that is there, so if we are needed to go back in in any set of circumstances, we can»), Blair dovrebbe annunciare al Parlamento l'invio di mille uomini di rinforzo in Afghanistan per contrastare i talebani. Altri mille soldati dovrebbero arrivare dalla Polonia e l'Australia si prepara a raddoppiare il suo impegno da 500 a circa mille uomini.

In Italia, neanche promettendo una conferenza di pace che nessuno vuole e maggiore impegno civile per ingrassare la cooperazione pacifista, il Governo riesce a ottenere la fiducia sulla politica estera. Figurarsi se riesce a dare via libera ai nostri militari in missione in Afghanistan per partecipare ai combattimenti come richiede la Nato.

UPDATE 26 febbraio: Abbiamo la conferma ufficiale: la Gran Bretagna invierà altri 1.400 soldati in Afghanistan, in aggiunta ai 6.300 già schierati, per un totale di 7.700. Parlando ai Comuni il ministro della Difesa Des Browne ha sottolineato che la decisione di inviare rinforzi è stata presa dopo che sono falliti i tentativi di spingere altri Paesi della Nato a dare un contributo maggiore alla guerra in corso in Afghanistan contro i talebani. I soldati saranno dispiegati nel sud, in particolare nella provincia di Helmand, dove i talebani rappresentano una grossa minaccia.

Wednesday, February 21, 2007

A D'Alema riesce la quadratura del cerchio: anzi no!

D'Alema al SenatoUPDATE ore 14,49: inaspettatamente ciò che sembrava già tutto messo in sicurezza è franato. La mozione di sostegno alla politica estera del Governo non ha ottenuto il quorum per l'approvazione (160 voti): 158 sì, 136 no, 24 astenuti. Non trattandosi di un voto di fiducia il Governo non ha il dovere di dimettersi, ma questa seduta è stata preceduta dall'autorevole monito del ministro degli Esteri e vicepremier D'Alema: «Senza maggioranza tutti a casa».

La stabilità come unica misura della politica estera del Governo Prodi-D'Alema: non la stabilità internazionale, ma della maggioranza

Una relazione reticente e paludata quella con la quale D'Alema ha illustrato oggi al Senato (video) le linee di politica estera del Governo, che ha mal celato un accordo di massima preesistente con i partiti della sinistra comunista e anti-americana, persino sui toni e i contenuti del discorso del ministro degli Esteri.

D'Alema non è volato alto sui principi. Lo dimostra come ha affrontato le due questioni più controverse all'interno della maggioranza: il ritiro da Kabul «ci isolerebbe»; revocare la decisione sull'ampliamento della base militare di Vicenza «sarebbe un atto ostile nei confronti degli Usa». Atti dovuti per realismo più che per convinzioni ideali e scelte di fondo, così anche la permanenza in Afghanistan diventa un sacrificio in nome del solo "multilateralismo": ci sono tutti, quindi è giusto esserci anche noi.

Pur non volando sui principi, D'Alema è stato comunque acrobatico, dosando abilmente le parole d'ordine della demagogia pacifista e multilateralista, accentuando nei momenti opportuni l'intonazione della voce: l'europeismo, le missioni multinazionali, la cooperazione; la missione in Iraq «basata sulla menzogna»; la conferenza di pace per l'Afghanistan e l'aumento dell'impegno civile, perché «solo stando lì si può contribuire a lavorare per la pace»; il dialogo con i vicentini sulla base Usa.

Ha quindi offerto ai dissidenti della maggioranza molti argomenti per votare sì, ma alla fine, nella sua replica, si è anche permesso la sfrontatezza di sfidarli: «E' il momento delle assunzioni di responsabilità. Chi è favorevole voti sì, ma chi è contrario alla nostra politica estera voti contro. Ora serve chiarezza».

Contributo alla chiarezza l'intervento dell'ex presidente Cossiga: «Invito i senatori della sinistra radicale a votare sì, a sostenere il governo, soprattutto dopo quello che ha detto il ministro degli Esteri da ultimo. Lo dico io che voterò no a questa politica, perché è palese che il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa, hanno le stesse posizioni della sinistra radicale ma per le funzioni che ricoprono non lo possono dichiarare esplicitamente». Insomma, la sinistra "radicale" dorma pure sonni tranquilli con questo governo, ha voluto dire.

Saturday, February 17, 2007

Né radicali, né nonviolenti, ma comunisti

«Siate radicali ma non violenti». Sta nell'appello lanciato ieri da Bertinotti ai manifestanti di Vicenza l'offensiva politico-lessicale, a cui la stampa e le tv - dalle cronache ai più attenti editorialisti, come Stefano Folli - stanno irresponsabilmente dando cassa di risonanza, per proiettare sulla sinistra comunista (vetero- o neo-) un'immagine più presentabile, più attraente.

A questa offensiva, e non alla supposta congiura anti-radicale del Corriere, Pannella e i Radicali dovrebbero prestare attenzione. Se non si può pretendere che il termine "radicale" non sia usato per indicare un atteggiamento, un comportamento, e non solo una storia e un'identità politica precisa, non si può però neanche dare per scontato che sia usato come sinonimo di estremismo e massimalismo.

La radicalità di una riforma non equivale a massimalismo. E il termine "radicale" è anche politicamente il contrario di "conservatore". E la sinistra comunista sempre più appare, nella sua identità e nelle sue politiche, conservatrice, quando non reazionaria. Dunque, non chiamateli né radicali, né nonviolenti, ma per il nome e per il cognome che loro stessi si sono scelti: comunisti e pacifisti.