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Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Monday, March 28, 2011

Ipocriti!

La coalizione internazionale guidata dalla Nato in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, avrebbe assicurato poche ore fa alla Bbc il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh Rasmussen dopo le critiche da parte russa (secondo Mosca l'intervento in atto non sarebbe autorizzato dalla risoluzione dell'Onu). Bando alle ipocrisie, com'era ovvio, e auspicabile, l'intervento militare alleato non si è limitato a proteggere i civili dalle bombe di Gheddafi. Interpretando il mandato Onu in modo più esteso, l'intervento di fatto ha offerto, nonostante le numerose e ripetute smentite, una vera e propria copertura aerea agli insorti, che hanno così potuto rompere l'assedio di Bengasi e riprendere ad avanzare.

Un intervento, quindi, che oltre a proteggere i civili ha di fatto ribaltato, appena in tempo utile, le sorti del conflitto a favore dei ribelli. Un esito inevitabile e ragionevole. Con loro e non con Gheddafi ci siamo schierati, sarebbe onesto dirlo - e rivendicarlo - anziché nascondersi dietro l'alibi dell'intervento "umanitario". Non furono "umanitari" i bombardamenti contro la Serbia di Milosevic. Non lo sono quelli di oggi contro le forze di Gheddafi. Nonostante l'espressione «cambio di regime» venga ancora ipocritamente respinta per allontanare lo spettro di Bush, prima demonizzato poi riabilitato nei fatti, è innegabile che questo - e giustamente - sia l'obiettivo ultimo dell'intervento: cacciare Gheddafi. Diverse le circostanze politiche, molto diversa la Libia dall'Iraq, diverso l'impiego della forza, diversa (peggiore) l'organizzazione della coalizione, ma di questo si tratta. Nonostante a sinistra - siccome adesso alla Casa Bianca c'è Obama - molti si affaticano a spiegare perché in Libia sì può mentre in Iraq non si doveva (Libia vs. Iraq instruction for dummies), e a destra - solo perché Berlusconi con Gheddafi ha concluso molti affari e anche un trattato di amicizia, e perché in Libia l'Italia ha (aveva?) cospicui interessi - molti adottano le stesse infantili argomentazioni della sinistra contro la guerra in Iraq. Ipocriti!

P.S.
E tra l'altro mi chiedo: perché Pannella e i radicali non danno vita ad una bella iniziativa per l'esilio di Gheddafi, quindi a sostegno dei tentativi di Berlusconi, ostacolati evidentemente da quei "criminali" di Obama, Sarkozy e Cameron che vogliono la guerra a tutti i costi?!

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»

Friday, March 04, 2011

L'America c'è. E noi?

«Gheddafi deve andarsene subito», perché «non si può correre il rischio di uno stallo». Nonostante i tentennamenti - suoi e di altri esponenti dell'amministrazione - Obama sembra averlo capito e annuncia di avere dato ordine al Dipartimento della Difesa e al Dipartimento di Stato di «esaminare con urgenza tutte le opzioni oltre agli interventi umanitari», inclusa la no-fly zone, lanciando a ciò che è rimasto del regime di Gheddafi un messaggio chiaro, quando parla di «una totale capacità di intervento rapido» da parte americana. «Avete una scelta davanti a voi», ammonisce rivolgendosi direttamente a «coloro che sono intorno al Colonnello e lo sostengono nel perpetrare violenze contro la popolazione». Prospettando loro da una parte l'incriminazione davanti al Tribunale penale internazionale, dall'altra «l'esempio dei militari egiziani».

Obama ieri ha enunciato la sua «dottrina» sulle rivolte nel mondo arabo e suona in modo molto simile a quella Bush: «L'America deve stare dalla parte della libertà e della democrazia». Se nella prima parte del mandato non c'era discorso in cui non fosse attento a distanziarsi quanto più possibile, anche nella retorica, dalla linea Bush-Blair, oggi quella distanza si è ridotta ad una foglia di fico, laddove Obama rivendica che se in Egitto «non abbiamo visto nascere sentimenti antiamericani» è perché gli egiziani «non hanno avuto l'impressione che cercassimo di manovrare la situazione».

Nelle parole di Obama c'è il tentativo di tenere insieme la "Freedom Agenda" in Medio Oriente, disseppellita di recente, con il multilateralismo: «Faremo attenzione a stare dalla parte giusta della Storia, ma anche a starci come membri della comunità internazionale». Libertà e democrazia da una parte e multilateralismo dall'altra, non sempre - anzi quasi mai - le due cose sono andate a braccetto. Si vedrà, se e quando verrà il momento di scegliere - cioè quando la situazione in Libia richiederà un intervento ma Russia, Cina e forse anche Francia si opporranno, e l'Europa si spaccherà di nuovo - per quale propenderà Obama. Per ora, il presidente Usa non si espone troppo. Parla di «consultazione» sia con gli alleati della Nato che con tutta la comunità internazionale. Laddove «consultazione» è ben diverso da "nessun intervento senza un mandato Onu", cioè dall'attribuire a Russia e Cina, ma anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington riterrà giusto e opportuno fare.

Adesso che è chiaro che l'America di Obama c'è, che è pronta a intervenire e minaccia di farlo, proprio perché la speranza è che la pressione militare basti a far cadere Gheddafi, senza sparare un colpo, è importante non commettere gli stessi errori compiuti con Saddam. I governi occidentali che fossero scettici rispetto ad un'operazione militare dovrebbero evitare di dissociarsi platealmente in questo momento. Ciò infatti rivelerebbe la precisa volontà di minare la credibilità del deterrente militare che Obama sta cercando di mettere in piedi nei confronti di Gheddafi, esattamente come Bush e Blair nei confronti di Saddam. Ricordiamo che se il dittatore iracheno e il suo regime erano così certi di potercela fare, è perché Russia e Francia li convinsero che avrebbero impedito ad americani e inglesi di attaccare.

Cercare sì il più ampio consenso internazionale, ma in fretta, e se in Consiglio di sicurezza russi e cinesi si oppongono, non sia un alibi. Come scrive Il Foglio, si proceda con una «coalizione di volenterosi». L'Occidente recuperi la consapevolezza di se stesso, dei suoi principi, dei suoi interessi, della sua forza, e si scrolli di dosso timidezza e sensi di colpa.

Per quanto riguarda l'Italia, è chiaro, per gli enormi interessi che dobbiamo tutelare in Libia, che non possiamo farci scavalcare da altri Paesi europei nella considerazione della nuova leadership libica. Per questo non dovremmo pensarci nemmeno due volte: i nostri aerei devono partecipare alle operazioni per l'istituzione di una no-fly zone. Ben vengano missioni umanitarie, ma non dovremmo tirarci indietro da nessun'altra eventuale operazione. E l'alibi che si sente/si legge in queste ore - e purtroppo lo ha evocato anche il ministro Frattini - e cioè che il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa banalità e una grossa bugia da contrastare.

Tra l'altro, se non revochiamo ufficialmente il Trattato di amicizia firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso di fatto, e se, come probabile, non ci sarà alcuna risoluzione dell'Onu ad autorizzare un intervento, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone, la soluzione verso cui sempre più velocemente ci stiamo avvicinando. Il che verrebbe letto come l'ennesima nostra ambiguità, e probabilmente interpretato dai libici come l'estremo aiuto all'"amico" Gheddafi. E addio Libia per l'Italia, benvenuti a Total e British Petroleum.

Wednesday, December 01, 2010

La campagna per Aziz non aiuta i cristiani in Iraq

L'ambasciatore iracheno a Roma è contrario alla pena di morte e ha preso in consegna la richiesta di grazia dei legali del figlio di Tarek Aziz, che trasmetterà, assicura, alle «più alte cariche». Ai microfoni di Radio radicale, però, aggiunge anche che «gli iracheni si chiedono spesso perché tutta questa attenzione per Aziz. Il sistema giudiziario iracheno, ricostruito anche con l'aiuto degli italiani nel 2003, ha sentenziato che questa persona è un criminale. Se si intende non riconoscere l'autorità irachena è un conto; se questa mobilitazione è legata al fatto che Aziz è cristiano, si tratta di una questione personale che non sappiamo neppure se sia vera». Un'affermazione che desta stupore. L'ambasciatore ipotizza che Aziz possa non essere cristiano e comunque, ricordando le vittime cristiane del regime di Saddam (270 chiese distrutte, gente uccisa perché andava in chiesa), dice di non aver «mai sentito Aziz difendere le persone che hanno perduto la loro chiesa, né pentirsi ora di ciò che ha fatto».

Ma si sa, l'ambasciatore deve difendere d'ufficio le scelte del suo Paese. Piuttosto, degno di nota è l'allarme di un deputato iracheno cristiano, Yonadam Kanna, intervistato dall'AdnKronos: la campagna internazionale per salvare Tareq Aziz rischia di danneggiare proprio i cristiani che vivono in Iraq. Definisce le «pressioni» per sospendere la condanna una «intromissione negli affari iracheni» e avverte che «l'insistenza» nel voler salvare Aziz «in quanto cristiano rischia di alimentare ancora di più l'ostilità per la nostra comunità». E ciò è comprensibile, dal momento che l'appartenenza religiosa dell'ex numero due di Saddam ha alimentato la convinzione - vera o falsa che sia a questo punto è secondario - che i cristiani fossero una componente privilegiata dell'ex regime. Ecco perché oggi sono così malvisti e perché graziare Aziz potrebbe acuire anziché allentare le tensioni religiose.

Qualcuno sembra voler «seminare il panico tra i cristiani e spingerli a lasciare il Paese», mentre per evitare questo scenario, riferisce Kanna, vari gruppi parlamentari iracheni «hanno formulato una serie di raccomandazioni a garanzia della sicurezza dei cristiani e della loro permanenza nel Paese».

Wednesday, October 27, 2010

La cattiva coscienza di chi giudica gli iracheni

Si mobilitano per Saddam e Tarek Aziz come mai si sono mobilitati per il popolo iracheno perseguitato da Saddam e Aziz. Ma non è tutta qui la cattiva coscienza di chi oggi più che voler fermare un boia che sa di non poter fermare, vuole in realtà fare la classica bella figura a costo zero, nelle comodità del proprio salotto. E l'effetto più o meno consapevole è quello di delegittimare presso l'opinione pubblica il nuovo Iraq che così faticosamente e tra mille contraddizioni sta emergendo da quarant'anni di dittatura nazionalsocialista. Letteralmente nazionalsocialista, val la pena di ricordarlo. Per chi ci crede, il giudizio ultimo su Saddam e Aziz lo darà Dio. Qui sulla terra, non c'è giustizia umana più legittimita a giudicare di quella dei tribunali iracheni. Il punto non è essere a favore o contro la pena di morte. Il punto è non giudicare gli iracheni che giudicano i loro carnefici, riconoscere agli iracheni il diritto a giudicare i responsabili delle atrocità commesse contro il loro stesso popolo sotto un regime sterminatore. Un diritto che nei Paesi di molti di coloro che oggi protestano contro la condanna di Aziz è stato esercitato in modo molto, ma molto più brutale.

Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.

Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.

Friday, April 30, 2010

Pannella se ne faccia una ragione

Christian Rocca torna a smontare la tesi assurda pannelliana secondo cui sarebbero stati Bush e Blair ad impedire l'esilio di Saddam Hussein perché volevano a tutti i costi la guerra e segnala un articolo del New York Times in cui si riporta che nella sua autobiografia Laura Bush si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l'esilio («if one of them could have persuaded Saddam to go into exile, if they could have conveyed that the United States was not bluffing»). A conferma, ancora una volta, che gli americani l'esilio lo volevano, anzi l'avevano ideata loro la proposta, e che era Saddam a non volerlo perché francesi, tedeschi (e russi) ebbero un ruolo determinante nel far credere al dittatore che sarebbero stati capaci di fermare gli americani.

Sono anni che lo scriviamo. Tesi confermata da diplomatici, dal numero due del regime iracheno (Tarek Aziz), ma evidente a tutti anche tra quel febbraio e quel marzo del 2003. Così André Glucksmann, in un'intervista a La Stampa: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Non ci voleva la Cia per accorgersene. Lo ripetiamo per l'ennesima volta. Non è che Francia, Germania e Russia non volevano la guerra. Volevano che Saddam restasse dov'era e hanno agito di conseguenza. Punto.

Tuesday, March 02, 2010

Passato Bush si può dire: "Mission accomplished"

Su Il Foglio, in prima pagina, la copertina dell'ultimo numero di Newsweek uscito ieri negli Stati Uniti:
«Il settimanale simbolo della cultura liberal americana, che dal 2003 si è opposto con tutte le sue forze all'intervento armato contro Saddam Hussein riconosce che alla fine aveva ragione George W. Bush. Ha vinto il presidente repubblicano con il suo piano di esportazione della democrazia in Iraq - ma Newsweek sceglie di uscire con questa copertina celebratoria soltanto ora, molto oltre la fine del suo doppio mandato. "Mission accomplished", missione compiuta, era lo slogan prematuro che campeggiava sulla portaerei alle spalle di Bush durante il discorso di ringraziamento alle truppe nel maggio 2003 e che gli è stato rinfacciato fino alla fine della sua amministrazione. Ma oggi in copertina finisce quello e non l'altro, quello che spiccava alla testa delle marce pacifiste: "No blood for oil", che nessuno cita più semplicemente perché si trattava di una bufala: gli Stati Uniti non hanno cavato una goccia di petrolio in più dalla guerra in Iraq... Newsweek concede la vittoria americana in Iraq ora perché domenica si elegge il nuovo Parlamento di Baghdad: "Ci saranno 6.100 candidati appartenenti a tutte le grandi tradizioni religiose del paese e a molti partiti differenti. I candidati hanno interessi e ambizioni che contrastano selvaggiamente tra loro. Ma negli ultimi due anni questi politici hanno cominciato a considerarsi come parte dello stesso club, dove la politica dura ha rimpiazzato la guerra civile e le leggi sono forgiate anche se con lentezza e difficoltà attraverso compromessi - non per decreto dittatoriale o, per quel che può contare, per ingiunzione degli occupanti americani. Anche se protetta, incoraggiata e talvolta consigliata da Washington, la classe politica irachena sta dando forma al proprio sistema politico"».

Friday, January 29, 2010

Io sto ancora con Blair

«Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno. E' una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato i milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti, o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?»
Tony Blair si difende dinanzi alla commissione d'inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq con il rigore morale e la limpidezza cui ci ha abituati durante i suoi anni a Downing Street. Spiega le ragioni e il contesto che portarono a decidere per la rimozione con la forza di Saddam. Si può condividere o meno quella scelta, ma parlare di inganni o accordi segreti è ingenuo e infantile. Si può essere a favore o contro l'intervento, ma le carte sono tutte sul tavolo. Non si può far finta di ignorarle.

Blair spiega l'ovvio, cioè che «fino all'11 settembre pensavamo che Saddam Hussein fosse un rischio e facemmo del nostro meglio per contenere quel rischio». Ma che dopo gli attentati «questa percezione da parte degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente». «Non ho mai considerato l'11 settembre un attacco contro gli Usa, ma contro di noi». Eppure, ricorda Blair, «sebbene l'atteggiamento mentale americano fosse cambiato in modo drammatico dopo l'11 settembre, e francamente anche il mio, quando ho parlato con altri leader, soprattutto in Europa, non ho avuto la stessa impressione». Già, lo ricordiamo bene anche noi.

Tutti i servizi segreti occidentali credevano che Saddam nascondesse armi di distruzione di massa e lo stesso dittatore iracheno faceva di tutto per lasciare intendere ai Paesi della regione e agli occidentali di possederne. «Francamente, credevo oltre ogni dubbio che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. Per le prove che avevo all'epoca, era ragionevole per me ritenere che questa fosse una minaccia significativa». Riguardo al tempo stimato in 45 minuti in cui avrebbe potuto usarle, che tanto clamore fece all'epoca, l'ex premier ricorda di averne fatto cenno in un suo intervento ai Comuni nel settembre 2002, «ma senza troppa enfasi» e riferendosi «all'uso interno sui campi di battaglia», e non internazionale.

Un'altra accusa mossa a Blair è quella di aver siglato con Bush un accordo «segreto» per l'attacco militare già nell'aprile 2002. Una banalità. Non ci voleva un genio, infatti, per capire che se si fosse reso necessario, la Gran Bretagna sarebbe stata al fianco degli Stati Uniti e Blair non aveva alcuna necessità di siglare mesi prima un patto in questo senso. «Quello che io dicevo, e non lo dicevo in privato, lo dicevo in pubblico - rivendica infatti Blair - era: "Saremo con voi per fronteggiare e risolvere questa minaccia», ma «il modo di procedere in questa vicenda era aperto a dibattito». L'opzione di rimuovere Saddam «è sempre stata presente dopo l'11 settembre. Le opzioni erano semplici: c'era la possibilità di adottare sanzioni efficaci, inviare ispezioni, o in alternativa rimuovere Saddam». E «dissi al presidente Bush che la Gran Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia posta da Saddam Hussein, con le sanzioni, con le ispezioni, e se si fosse arrivati a quello, con la forza militare».

Anche se Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre, quelle stragi fecero crescere la paura che armi di distruzione di massa potessero essere usate contro l'Occidente. «Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di distruzione di massa, dovevamo fermarti: questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa», ha rivendicato Blair.

Tuesday, September 02, 2008

Il punto su "Iraq libero"

Riporto integralmente questo articolo di Christian Rocca su Style perché credo che chiuda l'argomento. L'ho scritto innumerevoli volte anche su questo blog: la proposta "Iraq libero", l'esilio di Saddam Hussein, non aveva alcuna possibilità di realizzarsi. Non perché Bush voleva a tutti i costi la guerra (nella telefonata con Aznar dice espressamente che preferirebbe non sparare un colpo), ma perché Francia, Germania, Russia e le piazze pacifiste erano dalla parte di Saddam, nel senso che lo volevano al potere, e gli hanno fatto credere di poter fermare gli Stati Uniti.
Marco Pannella da anni parla di una sua fantasmagorica proposta "Iraq Libero", ovvero di una soluzione politica della crisi irachena che, con l'esilio di Saddam, avrebbe evitato la guerra. Se Pannella leggesse il libro di Douglas Feith, "War and decision", appena uscito in America, potrebbe liberarsi di questa storia e passare prontamente ad altro.

I fatti: Pannella aveva lanciato la sua campagna il 20 gennaio 2003, un giorno dopo che La Repubblica aveva titolato in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di "un esilio dorato" per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, mica di Marco Cappato). Col tempo, Pannella si è dimenticato che "Iraq Libero" era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli dei radicali e anche che la meravigliosa idea di sbarazzarsi di Saddam senza guerra non è andata in porto per il piccolo particolare che il medesimo Saddam, forte delle rassicurazioni del presidente francese Jacques Chirac e del valoroso popolo della pace, pensava di farla franca. Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata tra George W. Bush e l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar precedente la guerra. La lettura di quel testo conferma tutto, malgrado Pannella l'abbia interpretato come la prova che Bush (cioè l'autore originale della proposta di Pannella) non volesse l'esilio di Saddam.

Nel marzo del 2003, pochi giorni prima dell'intervento armato, gli americani offrirono ancora una volta a Saddam la possibilità di lasciare l'Iraq in 48 ore. La risposta ufficiale del suo ministro degli Esteri, Naji Sabri, è stata questa: "L'unica strada per evitare la guerra è che se ne vada il primo guerrafondaio del mondo". Intendeva Bush, più o meno la stessa posizione odierna di Pannella, il quale addirittura cerca una sponda politica in Dennis Kucinich, una specie di Giulietto Chiesa dell'Ohio, noto per aver visto gli Ufo nel giardino dell'attrice Shirley McLaine e per aver mandato in bancarotta, da sindaco, la città di Cleveland.

Ora Pannella chiede al Congresso americano di indagare su "Iraq libero". In realtà non ce n'è bisogno, perché il libro di Feith spiega tutto. Feith era il vice di Rumsfeld al Pentagono ed è ovviamente di parte. Ma il suo libro è inconfutabile, perché si basa sui documenti ufficiali dell'Amministrazione, opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica. Feith ha anche aperto un sito, waranddecision.com, dove ha messo decine di altri documenti. A pagina 539 del libro c'è un memo del Pentagono, datato 23 agosto 2002, dal titolo "Amnistia e cambio di regime" con l'elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l'esilio a Saddam. Sul sito, invece, si trovano le dettagliatissime 4 pagine "Strategia dell'ultimatum, esilio come alternativa alla guerra" (4 marzo 2003) con il piano diplomatico per l'esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e 13 suoi parenti e sodali l'immunità per i loro crimini. Saddam preferì di no. Urge campagna: "Pannella libero".
Aggiungo solo una nota e una osservazione. Il piano di esilio che Saddam sarebbe stato pronto ad accettare (secondo Gheddafi che lo avrebbe detto a Berlusconi!?) prevedeva che l'ex dittatore portasse con sé mille uomini (10 mila secondo un'altra versione), un miliardo di dollari e tutte le informazioni sulle armi di distruzione di massa (che anche lui fosse convinto di averle?). Praticamente uno stato intero, quasi una provocazione, se fosse vera. Inoltre, l'esilio di Saddam era solo la prima parte della proposta di Pannella. La seconda, l'amministrazione controllata dell'Iraq da parte dell'Onu, sarebbe stata un disastro alla luce della guerra terroristica che è stata scatenata da al Qaeda e da altri gruppi dopo la caduta del regime. Un protettorato Onu non avrebbe retto una settimana.

Thursday, July 31, 2008

Attenzione al consigliere invisibile di Karadzic

su Il Foglio.it

Karadzic si è tolto il travestimento e si è presentato oggi davanti ai giudici dell'Aja facendo capire di avere tutta l'intenzione di seguire i passi di Milosevic: «Mi difendo da solo». Probabilmente è all'ex dittatore jugoslavo che si riferiva quando ha detto di avere «un consigliere invisibile». Uno che ha già messo in scacco la Corte dell'Aja. E' pronto a difendersi utilizzando, come Milosevic, le armi della politica e sfruttando gli errori che l'accusa rischia di ripetere.

Errori di cui si è accorto finalmente anche Antonio Cassese, che su la Repubblica raccomanda di «evitare l'errore del megaprocesso di Milosevic», auspica che si possa «emendare l'atto di accusa del 2000» per dividere il processo «in tre tronconi distinti» e così «andare avanti più speditamente ed evitare che tutto si impantani».

Si assiste al paradosso per cui lo stesso Antonio Cassese che vuole salvare Tarek Aziz dall'impiccagione, e che critica il tribunale iracheno perché a suo avviso non garantirebbe all'imputato le garanzie e i diritti della difesa, vorrebbe che sia negato a Karadzic il diritto a difendersi da solo, per evitare che un imputato su cui pesano prove «schiaccianti» trasformi il processo in una tribuna politica. Bell'esempio di garantismo...
Mi pare si adottino due pesi e due misure nei confronti dell'Aja e di Baghdad, quasi che Saddam e Aziz non fossero criminali alla stessa stregua (quanto meno) di Karadzic.

No, il punto è un altro. Il problema del processo Milosevic non fu l'avergli concesso di difendersi da solo, ma furono gli errori commessi nella strategia d'accusa. Qui non si tratta semplicemente di dividere il processo in tre tronconi che già suonano come i titoli di tre gigantesche opere storiografiche ("I crimini del 1992 in Bosnia"; "L'assedio di Sarajevo"; "Il genocidio di Srebrenica"), ma di rovesciare del tutto il metodo.

Non disumanizzare il processo, comprendere e accettare che la giustizia umana è imperfetta, mentre c'è qualcuno che più grande è il criminale più mira a una perfezione disumana, provocando danni immani. Isolare un fatto su cui si possiedono il maggior numero di prove e testimonianze incontrovertibili, circoscrivere ad esso l'accusa. Pazienza se Karadzic non verrà condannato per tutti i tremendi crimini che ha commesso, e se non gli si chiederà conto di tutte le sue vittime una per una, se il rischio è di non vederlo mai condannato. La giustizia umana ha le sue ragioni che il cuore non comprende.

Tuesday, July 22, 2008

Un altro pezzo del cuore nero dell'Europa

Le lezioni da tenere a mente

L'arresto, a Belgrado, di Radovan Karadzic, ex presidente della Repubblica serba di Bosnia, entità fondata da lui stesso per condurre una pulizia etnica, e criminale di guerra, mandante del massacro di Srebrenica, ci fa tornare alla mente una pagina tragica della storia europea recente. Una pagina che ci sembrava sepolta, lontana nel tempo, e che invece a ben vedere l'abbiamo da poco svoltata. E' proprio lì, dietro l'angolo, tant'è che i suoi fantasmi si aggiravano ancora indisturbati tra di noi.

Gli ultimi pezzi del cuore nero dell'Europa stanno per essere estirpati. Ma che fatica... E alcune riflessioni sono ineludibili.

Innanzitutto, il tempismo. Il fatto che ad arrestare Karadzic siano state le forze di polizia serbe, a Belgrado, e proprio alla vigilia del Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue, ha un valore politico. Indica che probabilmente la cattura del superlatitante era davvero solo una questione di volontà politica e che Karadzic e Mladic in tutti questi anni hanno goduto di complicità serbe e persino internazionali. Questo arresto, proprio in un periodo di estrema freddezza tra la Serbia e l'Ue per via dell'indipendenza del Kosovo, rivela la volontà della leadership serba di riappacificarsi con l'Europa, essere pienamente riabilitata ed ammessa nell'Ue. Bisogna essere lieti della scelta europeista della Serbia, ma senza fare sconti.

Mentre per Frattini si deve «lavorare subito alla ratifica» dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con la Serbia, nelle loro conclusioni i ministri degli Esteri dell'Ue sono più cauti e non fanno alcun riferimento diretto alla ratifica come "premio" per l'arresto di Karadzic. La candidatura della Serbia all'adesione sarà possibile «non appena saranno rispettate tutte le condizioni necessarie», tra cui la «piena cooperazione» di Belgrado con il Tribunale dell'Aja. E pur riconoscendo al governo serbo di aver fatto un passo significativo nella giusta direzione, la «piena cooperazione» implica l'arresto anche dell'ex generale Ratko Mladic. «Siamo a metà strada», ha dichiarato il ministro degli Esteri sloveno.

Ora c'è da augurarsi che il Tribunale dell'Aja con le sue lungaggini non permetta a Karadzic di sfuggire alla sentenza di condanna. Milosevic riuscì a sottrarsi, perché la morte sopraggiunse prima della sentenza, nel marzo del 2006, e fu un grave smacco per la credibilità della Corte.

Il processo contro l'ex dittatore jugoslavo durava ormai da quattro anni, dal febbraio 2002, e non se ne vedeva la fine. Fu trasformato in farsa da Milosevic anche con la "complicità" di una sciagurata linea accusatoria che pretendeva di far coincidere il giudizio di un tribunale con il giudizio storico su un'intera epoca, una guerra, un dittatore.

Fu un errore tentare di ricostruire processualmente un decennio di crimini, senza individuarne uno in particolare. Nella enorme mole di documenti e testimonianze necessari per la titanica impresa Milosevic trasformò le udienze in una sua personale tribuna politica e "storiografica", riuscendo a sfuggire alla sentenza. Era un lavoro per gli storici, non per i tribunali. In sede processuale si dovrebbero isolare fatti precisi, limitati nello spazio e nel tempo. L'accusa avrebe dovuto selezionare i fatti per i quali chiedere la condanna sulla base della quantità di testimonianze e di prove incontrovertibili in suo possesso, così da portare a un giudizio il più rapido possibile.

Quando toccò a Saddam Hussein, Antonio Cassese parlò di «giustizia dei vincitori», arrivando a teorizzare una presunta «funzione di chiarificazione storica» del e nel processo, pretendendo cioè che fossero ricostruiti processualmente decenni di crimini. «Far luce sui trent'anni del potere» di Saddam, sulle inconfessabili complicità e l'ampiezza reale dei suoi crimini, doveva essere lo scopo dei processi iracheni, hanno sostenuto in molti, ma in realtà è l'obiettivo del lavoro degli storici, che trasferito nei tribunali mette fortemente in dubbio la praticabilità e la credibilità di una giurisdizione internazionale nei confronti degli ex dittatori. Quando ci provano, va a finire come con Milosevic: processo in panne e nessuna sentenza. Speriamo che il Tribunale dell'Aja non ripeta lo stesso errore con Karadzic.

E non può non tornarci alla mente, infine, l'assurda sentenza della Corte dell'Aja sul massacro di Srebrenica. Ha impiegato undici anni per decretare che sì, fu «genocidio» quanto accadde nei pressi della cittadina bosniaca nel 1995.

Ma la Corte assolveva d'ogni specifica responsabilità «legale» la Serbia di Milosevic, colpevole soltanto di «omissione di soccorso» nel più efferato massacro di massa europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una sentenza il cui effetto politico è stato quello di discolpare Milosevic agli occhi dei serbi e offrire un argomento in più a quanti hanno per tutto questo tempo sostenuto, in modo disonesto, che Milosevic non aveva alcuna influenza sui serbo-bosniaci.

E il paradosso è che colpevole di una grave «omissione» era in realtà l'Onu, che non ha impedito, anzi forse ha facilitato, lo sterminio etnico, grazie al lasciapassare che il comando francese e le truppe olandesi diedero alle milizie di Mladic, in una città che era "zona protetta" delle Nazione Unite.

Wednesday, October 03, 2007

Esilio di Saddam. Fu Rumsfeld il primo a parlarne?

Christian Rocca ricordava bene. Se Marco Pannella lanciava la proposta "Iraq libero" (esilio di Saddam Hussein e amministrazione provvisoria dell'Onu a Baghdad) il 19 gennaio 2003 da Radio Radicale, in quello stesso giorno la Repubblica titolò in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di «un esilio dorato» per Saddam (parole di Donald Rumsfeld). Rocca ha ritrovato on line l'articolo.

Ma come avevo scritto nella prima scheda dello speciale "Iraq libero", sepolto da qualche parte su RadioRadicale.it, Rumsfeld parlò di quell'ipotesi addirittura dal settembre 2002:
Il leader radicale apprende, da alcune agenzie di stampa diffuse fin dai primi giorni di gennaio, degli sforzi delle diplomazie, principalmente di Egitto e Turchia, ma con il favore anche di Washington, volti a spingere Saddam Hussein all'esilio.
(...)
Noto è l'interesse per la soluzione dell'esilio che hanno manifestato il segretario di Stato Usa Colin Powell, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld fin dal settembre 2002...
Fu nel corso di un'intervista in una trasmissione televisiva della Pbs, "The NewsHour", di Jim Lehrer (ecco la trascrizione).

Si continuerà a dire che a far fallire l'ipotesi dell'esilio di Saddam fu comunque l'amministrazione Bush, dopo averla tirata fuori e sostenuta pubblicamente, perché gli Usa volevano a tutti i costi la guerra, ma la logica dovrebbe portarci a ritenere che a farla cadere non siano stati coloro che fin dall'inizio avevano dichiarato di voler cacciare Saddam dal potere in Iraq, ma coloro che per tutta la durata della crisi hanno cercato di mantenercelo, innanzitutto convincendo l'interessato che se teneva duro con il loro aiuto ci sarebbe rimasto.

Monday, July 30, 2007

United We Stand

Il capitano della nazionale, Younis, sotto la curva. Uno striscione recita: United We StandNel giorno in cui lo spirito del nuovo Iraq si manifesta nella straordinaria vittoria della coppa d'Asia da parte della nazionale di calcio, e in cui il presidente Bush incassa il rinnovato appoggio della Gran Bretagna di Gordon Brown in Iraq, in Afghanistan e per nuove sanzioni contro l'Iran, da alcuni esperti del think-tank clintoniano Brookings Institution ci giungono (grazie a The Right Nation) analisi confortanti sulla situazione nel paese: pare che la nuova strategia dell'amministrazione Bush in Iraq stia finalmente ottenendo risultati.

Michael E. O'Hanlon e Kenneth M. Pollack, sul New York Times, definiscono «surreale» il dibattito politico a Washington visto dall'Iraq: «Stiamo finalmente ottenendo qualcosa in Iraq, almeno in termini militari».
As two analysts who have harshly criticized the Bush administration's miserable handling of Iraq, we were surprised by the gains we saw and the potential to produce not necessarily "victory" but a sustainable stability that both we and the Iraqis could live with.
Peter W. Rodman, sul Washington Post, avverte che potrebbe non essere il presidente Bush ad aver bisogno di una «copertura politica», ma i sostenitori del disimpegno, il Congresso e gli autori dell'Iraq Study Group.
The huge strategic stakes in the Middle East argue for resisting calls for any U.S. withdrawal not warranted by conditions in Iraq. The irony is that whoever is elected president next year - from whichever party - will come to understand this better than anyone... Those running for president, especially, would be well advised, amid the excitement of the campaign, to reflect on what will be required of the winner. Potentially the most destabilizing new factor in the world in the coming period is the fear of American weakness. All the hyperventilation about American hubris and unilateralism is a tired cliche; it never had much validity anyway. The real problem is that the pressures pushing us to accept defeat in Iraq are already profoundly unnerving to allies in the Middle East, and elsewhere, who rely on the United States to help ensure their security in the face of continuing dangers.
Giorni fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui Christopher Hitchens si scaglia contro i «cari» amici di Saddam, «la banda che ha cercato di impedire che le Nazioni Unite approvassero le risoluzioni su Saddam Hussein» e, naturalmente, l'attacco anglo-americano che ha scritto la parola fine sul suo regime. «Dov'è ora» quella banda?
«Gerhard Schroeder, ex cancelliere della Germania, è andato a lavorare per il consorzio russo del petrolio e del gas. Vladimir Putin, maestro di simili consorzi e delle loro manipolazioni, ha manifestato la sua ambizione di ristabilire uno Stato governato da un unico partito. Jacques Chirac, che ha evitato di essere processato per corruzione solo facendosi rieleggere (e che mentre era in carica ha ospitato i figli di Saddam e ha costruito per lui un reattore nucleare, ben sapendo per quali motivi lo voleva), si vede ora rivolgere domande poco piacevoli da parte della polizia parigina. Che squadra! Galloway è il più sordido del gruppo, perché è riuscito a essere ruffiano, oltre che prostituta, di una delle dittature più ripugnanti dei tempi moderni».

Tuesday, March 27, 2007

Fu un'operazione d'immagine natalizia

Pannella è al sesto giorno di sciopero della fame perché - guarda un po' - il governo non porta la richiesta di moratoria della pena di morte all'Onu. La pratica si è bloccata, non si sa neanche perché. Sotto l'onda emotiva dell'impiccagione di Saddam e grazie alla scintilla innescata dalla lotta nonviolenta di Pannella tra il Natale e il Capodanno passati, il Governo Prodi a gennaio sembrava aver deciso di rompere gli indugi. Quella contro la pena di morte nel mondo doveva essere apparsa come la battaglia politica ideale, sotto Natale, per migliorare l'immagine, piuttosto deteriorata, del governo presso gli italiani. E Prodi non s'era lasciato sfuggire l'occasione.

Adesso, trascorso qualche mese, tutto è fermo, a conferma dei dubbi espressi mesi fa: «Vedremo se il Governo Prodi avrà sufficiente determinazione per portare fino al voto dell'assemblea la proposta di moratoria. Vedremo, insomma, se rimarrà un bel biglietto da visita, un'operazione d'immagine natalizia». Evidentemente tale era, giocando cinicamente sulla pelle dell'orso Pannella.