Un ambasciatore e altri tre funzionari americani vengono uccisi da estremisti islamici mentre l'amministrazione Obama è impegnata a scusarsi per un presunto film su Maometto? I media Usa si accaniscono su Romney che avrebbe strumentalizzato il tragico accaduto pur di attaccare Obama (anche se il comunicato incriminato precede l'uccisione dell'ambasciatore). Il caso rischia comunque di tenere banco mettendo in imbarazzo il presidente? Ecco che spunta il video-gaffe di Romney sul 47% degli americani "poveri" che votano comunque Obama e quindi non interessano.
La Cnn, dunque non esattamente un covo di repubblicani, trova un diario su cui l'ambasciatore Stevens aveva annotato a mano le sue preoccupazioni per l'aumento, negli ultimi mesi, dell'estremismo islamico a Bengasi, e di temere di essere finito nel mirino di al Qaeda, contenuti che avvalorerebbero l'ipotesi della matrice terroristica dell'attacco, mettendo in imbarazzo l'amministrazione per essersi fatta cogliere di sorpresa nell'anniversario dell'11 settembre. Ed ecco che il Dipartimento di Stato monta una polemica-diversivo accusando la Cnn di scorrettezza per non aver restituito subito il diario di Stevens alla famiglia, come promesso.
L'emittente però rilancia la scomoda domanda, che fin dal primo giorno su questo blog abbiamo posto: «Ciò che emerge da queste pagine pone l'interrogativo sul perché il Dipartimento di Stato non ha fatto di più per proteggere l'ambasciatore e il personale americano». Già, perché il consolato, e l'ambasciatore Stevens, in una delle zone più calde e instabili del Medio Oriente, erano praticamente indifesi alla vigilia dell'anniversario dell'11 settembre?
Showing posts with label 11 settembre. Show all posts
Showing posts with label 11 settembre. Show all posts
Tuesday, September 25, 2012
Tuesday, September 11, 2012
L'11 settembre e il nostro disarmo ideologico
Sono tra quelli che l'11 settembre non sarà mai più un giorno come un altro. Un giorno in cui si spende almeno qualche minuto in ricordo delle vittime e una riflessione sulla violenza dei terroristi islamici. E' in voga sui social network quella specie di "turismo", o esibizionismo, per cui ciascuno ricorda dov'era e con chi era al momento della strage. Però in pochi sembrano interessati a ricordare il target ideologico di quell'aggressione, l'insieme di valori che qualcuno voleva abbattere e sotterrare con le due torri. Gli edifici crollano e si ricostruiscono, i morti si piangono, si onorano, ma sono il passato. Quei valori sotto attacco ci servono per continuare a vivere, ma li stiamo difendendo? Poniamocela questa domanda, almeno l'11 settembre, perché la risposta purtroppo non è scontata.
Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.
Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».Mai un evento era stato così "globale", nel senso di partecipato, seppure con emozioni molto diverse tra di loro, anche opposte, in tutte le parti del mondo contemporaneamente. Resterà scolpito nelle coscienze, collettive e individuali. Grazie alla risposta americana e di pochi altri alleati i nemici sono quasi tutti sotto terra, o comunque non se la passano bene, ma l'Occidente non è ancora guarito dai propri fantasmi interiori.
Tony Blair
Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.
Sunday, September 11, 2011
10 anni dopo, l'Occidente al bivio
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.
I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.
Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.
C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.
Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.
Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».
Tuesday, May 03, 2011
I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)
Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.
Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.
Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.
I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.
L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.
Monday, September 20, 2010
Tony, ci manchi/4 - L'obiettivo della missione
«Molti anni dopo, mentre ancora si combatte, la gente osserva la situazione e si chiede: che cosa è andato storto? Ma forse il punto non è che sia andato storto qualcosa, quanto piuttosto che la natura stessa di questa lotta implica una sua evoluzione in un arco di tempo molto lungo».
«I soldati non vengono uccisi perché combattono per la causa sbagliata, e non necessariamente perché combattono male: vengono uccisi perché il nemico vuole annientarci; perché anche per loro la posta in gioco è alta e perché ritengono che, se resistono abbastanza, noi ci scoraggeremo o verremo a patti in qualche modo ingnominioso, rinunciando ai principi fondamentali per cui combattiamo in cambio di un accordo di pace. Allora riemergeranno più forti, assieme all'ideologia che professano».
«Oggi, anni dopo, la gente ci dice: l'obiettivo della missione non è chiaro, è confuso. Non è vero, e non lo era all'epoca. Per noi, allora, e credo sia vero ancora oggi, non esisteva una distinzione netta tra una campagna per esorcizzare al-Qaeda, o per prevenire la rinascita dei talebani, o per costruire la democrazia, o per impiantare un'economia vera e non una narco-economia. Non sono obiettivi che si escludono a vicenda. Se si permette ai talebani di riemergere, se non si costruisce un'autorità di governo, ci si ritroverà con lo stesso Stato fallito e con le stesse conseguenze. Il problema non è che abbiamo cercato di fare troppo: è che serve un impegno totale e prolungato, sostenuto da risorse e forza di volontà su un periodo molto lungo».Tony Blair ("A Journey")
Saturday, September 11, 2010
Tony, ci manchi/3 - L'11 settembre non fu un malinteso
«E' straordinario come l'animo umano riesca ad assorbire velocemente lo shock e a riacquistare il suo ritmo naturale. Accade un cataclisma: i sensi vacillano. In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
«L'idea che tutto il mondo, non solo l'America, fosse messo di fronte a una violenza assassina che di fatto aveva dichiarato guerra a tutti noi non fu liquidata come un'espressione minoritaria del sentimento popolare: era il sentimento di tutti... Le opinioni erano nette, chiare e risolute, non solo in Occidente ma ovunque».
«Oggi, quasi dieci anni dopo, siamo ancora in guerra, facciamo ancora i conti con le terribili conseguenze della guerra e, guardandoci indietro, non ricordiamo quasi più come abbiamo fatto a cacciarci in questa situazione. Ma, in quel luminoso mattino newyorchese in cui neppure una nuvola solcava il cielo azzurro, capimmo esattamente cosa stava succedendo e perché».Tony Blair ("A Journey")
Wednesday, February 03, 2010
Grazie per il fatto stesso di esistere
Un trionfo l'intervento di Berlusconi alla Knesset, che ricorda quello del 2006 al Congresso Usa. Come in quella occasione ha pronunciato un discorso incisivo e ispirato. La sicurezza di Israele e il suo diritto di esistere («come stato ebraico») «una scelta etica e un imperativo morale»; l'espansione della democrazia, «a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili», e la difesa della libertà, «come bisogno insopprimibile di ogni uomo». Queste le due premesse ideali, i principi guida, da cui a cascata derivano tutte le posizioni espresse dal premier nel suo discorso.Non può che essere netta e rigorosa, dunque, la posizione sulla minaccia nucleare iraniana, su cui non è consentito alcun cedimento. Berlusconi si è impegnato ad agire presso la comunità internazionale per «impedire e sconfiggere i disegni iraniani», ha chiesto «sanzioni efficaci», avvertendo Teheran che «gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell'inganno e della perdita di tempo». Ha definito il popolo ebraico «un fratello maggiore» e quindi rinnovato il suo «sogno e auspicio» di vedere Israele «membro a pieno titolo dell'Unione europea», in quanto «stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee».
La centralità dei principi della democrazia e della libertà nel suo discorso emerge anche dal passaggio in cui Berlusconi ringrazia Israele per il solo fatto di esistere: è in quanto «più grande esempio di democrazia e libertà in Medio Oriente», e in qualità di «simbolo della possibilità di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell'Occidente», che «noi liberali di tutto il mondo vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere». E' vero, l'esistenza dello Stato di Israele va ben oltre il valore dell'autodeterminazione del popolo ebraico, interessa e parla a tutto il mondo di uno sviluppo in democrazia e libertà.
Notevole anche la consapevolezza della sfida posta dal terrorismo al vivere civile e democratico nel mondo post-11 settembre. Nessuna ambiguità e nessuna equivalenza da parte del premier, che non teme di definire «giusta» la reazione di Israele ai missili di Hamas lanciati da Gaza, cosa che ha subito scandalizzato i "benpensanti" di Repubblica. E ricorda che l'Italia «si macchiò dell'infamia delle leggi razziali», ma anche che «il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazifascismo». Oggi quella guidata da Berlusconi è un'Italia molto diversa, anche da quella filoaraba e filopalestinese degli anni '70 e '80 (e di D'Alema): Netanyahu lo riconosce a Berlusconi: «Sotto la tua guida l'Italia è diventato un Paese leader morale contro negazionismo e antisemitismo».
Friday, January 29, 2010
Io sto ancora con Blair
«Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno. E' una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato i milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti, o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?»Tony Blair si difende dinanzi alla commissione d'inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq con il rigore morale e la limpidezza cui ci ha abituati durante i suoi anni a Downing Street. Spiega le ragioni e il contesto che portarono a decidere per la rimozione con la forza di Saddam. Si può condividere o meno quella scelta, ma parlare di inganni o accordi segreti è ingenuo e infantile. Si può essere a favore o contro l'intervento, ma le carte sono tutte sul tavolo. Non si può far finta di ignorarle.
Blair spiega l'ovvio, cioè che «fino all'11 settembre pensavamo che Saddam Hussein fosse un rischio e facemmo del nostro meglio per contenere quel rischio». Ma che dopo gli attentati «questa percezione da parte degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente». «Non ho mai considerato l'11 settembre un attacco contro gli Usa, ma contro di noi». Eppure, ricorda Blair, «sebbene l'atteggiamento mentale americano fosse cambiato in modo drammatico dopo l'11 settembre, e francamente anche il mio, quando ho parlato con altri leader, soprattutto in Europa, non ho avuto la stessa impressione». Già, lo ricordiamo bene anche noi.
Tutti i servizi segreti occidentali credevano che Saddam nascondesse armi di distruzione di massa e lo stesso dittatore iracheno faceva di tutto per lasciare intendere ai Paesi della regione e agli occidentali di possederne. «Francamente, credevo oltre ogni dubbio che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. Per le prove che avevo all'epoca, era ragionevole per me ritenere che questa fosse una minaccia significativa». Riguardo al tempo stimato in 45 minuti in cui avrebbe potuto usarle, che tanto clamore fece all'epoca, l'ex premier ricorda di averne fatto cenno in un suo intervento ai Comuni nel settembre 2002, «ma senza troppa enfasi» e riferendosi «all'uso interno sui campi di battaglia», e non internazionale.
Un'altra accusa mossa a Blair è quella di aver siglato con Bush un accordo «segreto» per l'attacco militare già nell'aprile 2002. Una banalità. Non ci voleva un genio, infatti, per capire che se si fosse reso necessario, la Gran Bretagna sarebbe stata al fianco degli Stati Uniti e Blair non aveva alcuna necessità di siglare mesi prima un patto in questo senso. «Quello che io dicevo, e non lo dicevo in privato, lo dicevo in pubblico - rivendica infatti Blair - era: "Saremo con voi per fronteggiare e risolvere questa minaccia», ma «il modo di procedere in questa vicenda era aperto a dibattito». L'opzione di rimuovere Saddam «è sempre stata presente dopo l'11 settembre. Le opzioni erano semplici: c'era la possibilità di adottare sanzioni efficaci, inviare ispezioni, o in alternativa rimuovere Saddam». E «dissi al presidente Bush che la Gran Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia posta da Saddam Hussein, con le sanzioni, con le ispezioni, e se si fosse arrivati a quello, con la forza militare».
Anche se Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre, quelle stragi fecero crescere la paura che armi di distruzione di massa potessero essere usate contro l'Occidente. «Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di distruzione di massa, dovevamo fermarti: questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa», ha rivendicato Blair.
Friday, September 11, 2009
Un altro anno ancora
Un altro anno è passato e si rafforzano in me le sensazioni che l'anno scorso mi indussero a scrivere questo post. Vi ripropongo la domanda: si può parlare, secondo voi, di una "generazione 11 settembre"? Almeno in Rete, ha qualche significato?
Wednesday, January 21, 2009
Sono di nuovo tutti "americani", ma durerà poco anche stavolta
Eccomi di nuovo qui, dopo questa pausa lunga un sospiro.Nel frattempo Barack H. Obama ha giurato come 44esimo presidente degli Stati Uniti. Dopo la nottata elettorale, un altro momento storico, di vibranti emozioni. Ancora una volta l'America si dimostra quel posto dove i sogni possono diventare realtà. Così è stato per i nove "ragazzi di Little Rock", invitati alla cerimonia. Ecco, l'America è un paese dove nell'arco di una vita si può essere testimoni di un progresso economico e civile senza eguali; dove prima di morire si possono ammirare i frutti di ciò che si è seminato 50 anni prima, come hanno potuto ammirarli ieri quei primi studenti di colore.
Tutto il mondo si è fermato per il giuramento di Obama, un presidente che ha suscitato nella sua gente, negli altri popoli e leader della terra, delle attese quasi messianiche. Mi è sembrato di rivivere quel particolare momento, immediatamente dopo gli attacchi dell'11 settembre, in cui tutto il mondo o quasi, di sicuro tutto l'Occidente, si sentiva "americano". Ma non facciamoci illusioni, anche questa volta durerà poco. Esattamente come nei mesi che seguirono l'11 settembre, anche questa unità di sentimenti favorevoli che grazie a Obama circondano oggi l'America si rivelerà purtroppo effimera e le scelte di politica estera della nuova amministrazione non tarderanno a suscitare divisioni e ostilità, anche all'interno del mondo occidentale.
Il discorso inaugurale di Obama non è stato uno dei suoi migliori, né uno dei migliori discorsi inaugurali.
In questo difficile momento di crisi, economica e internazionale, Obama ha innanzitutto voluto lanciare agli americani un messaggio di speranza. Il suo sforzo per risvegliare in loro la fiducia nei propri mezzi ricorre ovunque nel discorso. Più di qualsiasi presidente, a poter riaffermare «la grandezza dell'America» sono il sacrificio, il duro lavoro, la responsabilità, il senso del dovere, la fede di uomini e donne comuni in valori e principi che trascendono loro stessi. Siamo noi cittadini tutti insieme, ha voluto dire Obama, che possiamo farcela, vincere le sfide presenti, non un uomo solo al comando.
«America has carried on not simply because of the skill or vision of those in high office, but because We the People have remained faithful to the ideals of our forbearers, and true to our founding documents».Obama ha quindi richiamato i valori dei padri fondatori, sacrificio e libertà, citando le parole di George Washington in un momento decisivo della guerra d'indipendenza:
«Let it be told to the future world that in the depth of winter, when nothing but hope and virtue could survive, that the city and the country, alarmed at one common danger, came forth to meet it».E ha chiesto agli americani di comportarsi allo stesso modo, in questi tempi difficili, così «che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e... portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future».
«The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness».Obama ha cercato quindi di esorcizzare la paura per un «declino» descritto come «inevitabile», non nascondendo che le sfide di oggi «sono reali, sono serie e sono molte». Non sarà facile e ci vorrà tempo, «ma sappi questo, America: saranno vinte». Ciò che serve è una «nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma anzi afferriamo con gioia, saldi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile. Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza».
In politica interna quello di Obama è stato un forte richiamo all'unità, a saper superare l'interesse personale o di fazione per il bene della nazione. In economia il suo approccio mi è sembrato meno condivisibile, e poiché eccessivamente fiducioso nelle capacità del governo, persino in contraddizione con l'appello allo spirito di sacrificio e al senso di responsabilità individuale di ciascun americano. Ma non si era detto che più delle «skill or vision of those in high office» contavano la fede nei valori costituzionali e il duro lavoro di ciascuno?
In politica estera Obama si è tenuto aperto entrambe le strade: quella del dialogo, con la quale partirà, e quella dell'uso della forza, sulla quale probabilmente finirà anche lui. Quella «tra la nostra sicurezza e i nostri ideali è una falsa scelta», ha premesso:
«Recall that earlier generations faced down fascism and communism not just with missiles and tanks, but with the sturdy alliances and enduring convictions. They understood that our power alone cannot protect us, nor does it entitle us to do as we please. Instead, they knew that our power grows through its prudent use. Our security emanates from the justness of our cause; the force of our example; the tempering qualities of humility and restraint».Ha quindi ricordato che l'America è disposta ad essere amica di tutti, ma non di chi ricorre al terrore e alla violenza, chiarendo subito:
«We will not apologize for our way of life, nor will we waver in its defense, and for those who seek to advance their aims by inducing terror and slaughtering innocents, we say to you now that our spirit is stronger and cannot be broken; you cannot outlast us, and we will defeat you».Si è rivolto al mondo islamico, ai nemici, ai tiranni e ai corrotti, promettendo che gli Stati Uniti «tenderanno una mano» se loro saranno disposti «a sciogliere il pugno»:
«To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect. To those leaders around the globe who seek to sow conflict or blame their society's ills on the West, know that your people will judge you on what you can build, not what you destroy. To those who cling to power through corruption and deceit and the silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history, but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist». E' forse quest'ultima l'unica frase di questo discorso inaugurale che rimarrà scolpita nel tempo.
In ogni caso auguri, presidente Obama.
Friday, January 16, 2009
L'addio di Bush
Giovedì sera George W. Bush ha salutato per l'ultima volta la nazione che ha guidato per otto lunghissimi anni. Lo ha fatto con uno splendido discorso, uno dei tanti che gli abbiamo sentito pronunciare in questi otto anni. Ricordo come fosse ieri il dibattito televisivo tra lui e Gore, quando quel texano un po' rozzo e spavaldo, dall'inglese per me meno comprensibile di quello del suo avversario, non mi convinceva con il suo conservatorismo compassionevole e il suo isolazionismo. Allora eravamo un po' tutti affascinati dal clintonismo e dall'era internet che si stava spalancando.Ci sarà modo e tempo per valutare la sua presidenza, ma intanto Bush esce dalla Casa Bianca avendo evitato che gli Stati Uniti subissero un secondo devastante attacco terroristico. Forse oggi sembra poca cosa, ma all'indomani dell'11 settembre in quanti ci avrebbero scommesso?
La sua presidenza, i suoi programmi di governo, il suo modo di pensare, di agire e di prendere decisioni, tutto da quel giorno non è stato più lo stesso. E dall'isolazionismo con cui si era presentato agli americani, ha abbracciato l'interventismo. Nel giorno del commiato ha ribadito con forza la convinzione su cui - pur con tutte le inevitabili contraddizioni, i successi e gli insuccessi - ha fondato la sua politica estera, il pilastro ideale della sua "dottrina": «Dobbiamo respingere l'isolazionismo e il suo compagno, il protezionismo. Ritirarci dietro i nostri confini sarebbe solo un modo per attirare il pericolo. Nel 21esimo secolo, la sicurezza e la prosperità a casa nostra dipendono dall'espansione della libertà al di fuori dei nostri confini. Se l'America non porta avanti la causa della libertà, quella causa non verrà portata avanti affatto».
E' la sola risposta giusta alla sfida del fascismo islamico. L'espansione della libertà e della democrazia non come aspirazione morale, ma come fattore di pace, sicurezza e prosperità disponibili per tutti. Il punto dove interessi e ideali convergono.
A scontrarsi sono «due sistemi profondamente diversi. Sotto il primo, una piccola banda di fanatici pretende obbedienza totale a una ideologia oppressiva, condanna le donne alla sottomissione e marca gli infedeli con l'assassinio. L'altro sistema è basato sulla convinzione che la libertà sia un dono universale di Dio Onnipotente, e che la libertà e la giustizia illuminino la via per la pace. Questo è il credo che ha dato origine alla nostra nazione. E nel lungo termine, portare avanti questo credo è l'unico modo efficace per proteggere i nostri cittadini. Quando le persone vivono in libertà, non scelgono leader che perseguono campagne di terrore».
Bush ha ammesso che se ne avesse avuta l'occasione, avrebbe fatto alcune cose diversamente, ma ha chiesto comprensione, per aver dovuto prendere decisioni difficili: «Potete non essere d'accordo con molte decisioni difficili che ho preso. Ma spero possiate essere d'accordo che sono stato disposto a prendere decisioni difficili».
Ha ricordato agli americani che «la più grave minaccia» rimane quella di «un altro attacco terroristico... Non dobbiamo mai abbassare la guardia». Perché «il bene e il male sono presenti nel mondo e tra i due non ci possono essere compromessi. Assassinare un innocente per portare avanti un'ideologia è ogni volta sbagliato, ovunque. Liberare persone dall'oppressione e dalla disperazione è giusto in eterno».
All'inizio del suo discorso, porgendo i suoi migliori auguri al prossimo presidente, Bush ha voluto sottolineare il valore della scelta compiuta dal popolo americano, indicando in Barack Obama «un uomo la cui storia rispecchia la perenne promessa della nostra patria».
Wednesday, December 24, 2008
La storia riserverà a Bush un trattamento migliore
E' tempo di bilanci per l'amministrazione Bush e David Frum elenca 8 fatti per i quali Bush a suo avviso verrà giudicato dalla storia in modo meno severo di quanto stanno facendo oggi i suoi contemporanei, sotto i colpi della crisi economica e con in mano gli indici di popolarità al minimo.
1) Una crescente partnership per la sicurezza tra Stati Uniti e India, uno dei maggiori successi di politica estera di Bush. La sua intesa strategica con l'India potrebbe rivelarsi «il più importante fatto geopolitico del 21esimo secolo»;
2) La guerra in Iraq si sta concludendo con una riconciliazione politica all'interno dell'Iraq e una durevole alleanza tra Iraq e Stati Uniti. Bush lascia la Casa Bianca con un Iraq «pronto a diventare per lo meno un paese normale, in pace con se stesso e i suoi vicini»;
3) Le speranze di Bush per un Medio Oriente democratico non sono divenute realtà. Ma la Libia ha abbandonato il programma nucleare, l'Arabia Saudita è meno ambigua con al Qaeda, Hamas è isolata e la seconda Intifada palestinese è stata sconfitta;
4) Non ci sono stati più attacchi terroristici su territorio americano dopo l'11 settembre;
5) In Sud America il "piano Colombia" ha funzionato, il Messico ha completato la sua seconda elezione presidenziale democratica e il regime di Chávez va verso il collasso a causa della sua incompetenza economica;
6) Il programma nazionale di prescrizione dei farmaci voluto da Bush solleva gli ultra-sessantacinquenni dalla paura di non potersi permettere le medicine di cui hanno bisogno;
7) Bush ha incoraggiato l'industria del nucleare;
8) Dopo l'11 settembre Bush è stato un appassionato difensore della vasta maggioranza di musulmani rispettosi della legge e forse anche per questo la temuta ondata di odio razziale non si è verificata.
«Questa eredità candida Bush per un posto sul Monte Rushmore?» si chiede Frum. «Probabilmente no. Ma forse gli garantirà un trattamento migliore dalla storia di quello ricevuto dai suoi contemporanei».
1) Una crescente partnership per la sicurezza tra Stati Uniti e India, uno dei maggiori successi di politica estera di Bush. La sua intesa strategica con l'India potrebbe rivelarsi «il più importante fatto geopolitico del 21esimo secolo»;
2) La guerra in Iraq si sta concludendo con una riconciliazione politica all'interno dell'Iraq e una durevole alleanza tra Iraq e Stati Uniti. Bush lascia la Casa Bianca con un Iraq «pronto a diventare per lo meno un paese normale, in pace con se stesso e i suoi vicini»;
3) Le speranze di Bush per un Medio Oriente democratico non sono divenute realtà. Ma la Libia ha abbandonato il programma nucleare, l'Arabia Saudita è meno ambigua con al Qaeda, Hamas è isolata e la seconda Intifada palestinese è stata sconfitta;
4) Non ci sono stati più attacchi terroristici su territorio americano dopo l'11 settembre;
5) In Sud America il "piano Colombia" ha funzionato, il Messico ha completato la sua seconda elezione presidenziale democratica e il regime di Chávez va verso il collasso a causa della sua incompetenza economica;
6) Il programma nazionale di prescrizione dei farmaci voluto da Bush solleva gli ultra-sessantacinquenni dalla paura di non potersi permettere le medicine di cui hanno bisogno;
7) Bush ha incoraggiato l'industria del nucleare;
8) Dopo l'11 settembre Bush è stato un appassionato difensore della vasta maggioranza di musulmani rispettosi della legge e forse anche per questo la temuta ondata di odio razziale non si è verificata.
«Questa eredità candida Bush per un posto sul Monte Rushmore?» si chiede Frum. «Probabilmente no. Ma forse gli garantirà un trattamento migliore dalla storia di quello ricevuto dai suoi contemporanei».
Thursday, September 11, 2008
Generazione 11 settembre
Che sia un giorno indelebile nella memoria di tutti noi lo dimostra il fatto che ogni 11 settembre c'è sempre immancabilmente un momento della giornata in cui ci fermiamo anche solo per un istante a ricordare quando e in che modo abbiamo saputo che due aerei si erano schiantati sulle Torri Gemelle. Tutti ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quel giorno e ogni anno ri-condividiamo i nostri ricordi con amici e colleghi, come se non li conoscessimo già a memoria. E mi viene voglia di rivedere ancora quella terribile sequenza di immagini, quasi avessi paura di dimenticare, seppure non abbia certo bisogno di questa tragedia per sentirmi "ameriKano".Scandisce il tempo che passa, l'11 settembre. Sono trascorsi 7 anni - penso - sembra ieri, e nella mia testa frullano pensieri che somigliano a un bilancio anche personale di questi sette anni. Com'è cambiato il mio modo di pensare, di farmi delle idee su ciò che accade, come sono cambiati i miei interessi, risultati e delusioni.
E voi - come direbbe Fat Moe - che avete fatto in tutti questi anni? Si può parlare di una "Generazione 11 settembre"? Mah, non saprei, forse tra i blogger...
Tuesday, September 11, 2007
Sei anni dall'11 settembre. Qualcosa è cambiato
Sono trascorsi sei anni dagli attacchi dell'11 settembre 2001. "Il mondo – molti dissero allora – non sarà mai più lo stesso". Di sicuro è cambiato il segno dell'amministrazione che da neanche un anno si era insediata alla guida degli Stati Uniti. Un presidente sottovalutato e dileggiato, con una debole legittimazione popolare a causa della vittoria elettorale di misura, decisa "a tavolino" dalla Corte Suprema, si trovava ad affrontare la sfida forse più enorme da Pearl Harbour: un atto di aggressione sul territorio americano.
George W. Bush, che entrò alla Casa Bianca da isolazionista in politica estera, circondato da figure legate all'amministrazione del padre (1988-1992), come Colin Powell, virò bruscamente verso una politica estera interventista, trasformando in dottrina politica (nel documento per la sicurezza nazionale del 2002) le analisi e le idee dei neoconservatori, le uniche che sembravano offrire una lettura dei tragici eventi accaduti e una strategia per minimizzare il rischio che potessero ripetersi.
Bisognava mettere da parte l'illusione alimentata durante tutti gli anni '90, che con la fine della Guerra Fredda sarebbe venuta meno ogni minaccia vitale, e considerare in tutta la sua gravità il fondamentalismo islamico, come fenomeno non solo culturale e sociologico tutto sommato marginale rispetto al cammino del mondo, ma paragonabile alle grandi ideologie del secolo scorso. E, quindi, bisognava riprendere senza timidezze a esercitare il potere americano, anche in modo unilaterale, per esportare la democrazia soprattutto nella regione in cui la visione totalitaria dell'islam covava i suoi piani di potere sullo stesso mondo islamico e di distruzione del mondo libero: in Medio Oriente. La promozione della democrazia non più subordinata alla stabilità, nella convinzione che la sua diffusione renda il mondo, e gli Stati Uniti, posti più sicuri.
A sei anni di distanza proviamo a tracciare un bilancio, ovviamente parziale, dei risultati raggiunti. In Afghanistan e in Iraq non sono più al potere regimi totalitari e criminali come quelli dei Talebani e di Saddam Hussein, causa di sofferenze enormi per grandi masse di musulmani e di minaccia concreta per l'Occidente. Un primo risultato da non sottovalutare. Certo, di errori ne sono stati fatti molti, spesso provocati dalle diversità di vedute interne alla stessa amministrazione Usa.
In Iraq pare che il discusso aumento delle truppe e la nuova strategia guidata sul campo dal generale Petraeus stiano ottenendo dei risultati: soprattutto nella sicurezza, perché l'inadeguatezza del Governo di Al Maliki e l'ingerenza iraniana, le cui prove sono sempre più evidenti, non consentono di raggiungere gli obiettivi politici. Le pagine delle cronache dall'Iraq sui grandi quotidiani statunitensi registrano i progressi, mentre gli editorialisti e i Democratici mantengono la loro posizione pessimistica e incline al ritiro delle truppe. Bush sembra intenzionato a concludere il suo mandato ottenendo risultati tali da costringere entrambi i candidati alla sua successione a non farsi campagna elettorale sul ritiro dall'Iraq.
In paesi come Libano, Egitto e Marocco si ha la sensazione di un rafforzamento di quelle parti della società civile favorevoli allo sviluppo di istituzioni democratiche, anche se le resistenze interne ed esterne rendono ancora possibile un'inversione dei processi e necessaria una spinta costante dall'esterno.
La spaccatura interna alle fazioni palestinesi e libanesi, e le conquiste di Hamas, cui hanno senz'altro contribuito il ritiro israeliano da Gaza e i cambiamenti regionali che hanno indotto l'Iran a tentare di conquistare un ruolo egemone nella regione manovrando Hezbollah e Hamas, potrebbero risultare elementi chiarificatori: oggi distinguiamo più facilmente chi è interessato a negoziare la pace con Israele da chi invece vuole solo la guerra.
L'Iran è sempre più il nodo da sciogliere: il regime è tanto più repressivo quanto sempre più vulnerabile. A Washington non si esclude alcuna opzione, ma quella a cui si lavora a medio termine è il regime change dall'interno. Non manca chi, come Michael Ledeen, ha sempre sostenuto che dall'Iran, il maggiore sponsor del terrorismo – e non dall'Iraq – bisognasse partire per estirpare il fascismo islamico dal Medio Oriente.
Non sempre l'azione di Bush è sembrata coerente con la strategia di promozione della democrazia. Per esempio, nell'alleanza con il Pakistan di Musharraf, o nella propensione a far rientrare elementi ex-baathisti nel processo di riconciliazione in Iraq. La politica di esportazione della democrazia viene accusata di fanatico utopismo quando viene enunciata e di incoerenza quando chi cerca di attuarla procede con il dovuto realismo e pragmatismo.
Ma come consolidare i risultati in Afghanistan se dovesse esplodere il Pakistan? Come affrontare l'Iran con l'Iraq nel caos? Se anche il realista Kissinger riconosce che la stabilità che più o meno regnava in Medio Oriente non era più accettabile all'indomani dell'11 settembre, oggi Bush si dedica a rendere stabili i risultati del suo shock, anche se questo significa rivedere le proprie ambizioni immediate. L'aspetto da conservare è il cambiamento di paradigma: mai più la stabilità sacrificando la democrazia come obiettivo di medio-lungo periodo.
George W. Bush, che entrò alla Casa Bianca da isolazionista in politica estera, circondato da figure legate all'amministrazione del padre (1988-1992), come Colin Powell, virò bruscamente verso una politica estera interventista, trasformando in dottrina politica (nel documento per la sicurezza nazionale del 2002) le analisi e le idee dei neoconservatori, le uniche che sembravano offrire una lettura dei tragici eventi accaduti e una strategia per minimizzare il rischio che potessero ripetersi.
Bisognava mettere da parte l'illusione alimentata durante tutti gli anni '90, che con la fine della Guerra Fredda sarebbe venuta meno ogni minaccia vitale, e considerare in tutta la sua gravità il fondamentalismo islamico, come fenomeno non solo culturale e sociologico tutto sommato marginale rispetto al cammino del mondo, ma paragonabile alle grandi ideologie del secolo scorso. E, quindi, bisognava riprendere senza timidezze a esercitare il potere americano, anche in modo unilaterale, per esportare la democrazia soprattutto nella regione in cui la visione totalitaria dell'islam covava i suoi piani di potere sullo stesso mondo islamico e di distruzione del mondo libero: in Medio Oriente. La promozione della democrazia non più subordinata alla stabilità, nella convinzione che la sua diffusione renda il mondo, e gli Stati Uniti, posti più sicuri.
A sei anni di distanza proviamo a tracciare un bilancio, ovviamente parziale, dei risultati raggiunti. In Afghanistan e in Iraq non sono più al potere regimi totalitari e criminali come quelli dei Talebani e di Saddam Hussein, causa di sofferenze enormi per grandi masse di musulmani e di minaccia concreta per l'Occidente. Un primo risultato da non sottovalutare. Certo, di errori ne sono stati fatti molti, spesso provocati dalle diversità di vedute interne alla stessa amministrazione Usa.
In Iraq pare che il discusso aumento delle truppe e la nuova strategia guidata sul campo dal generale Petraeus stiano ottenendo dei risultati: soprattutto nella sicurezza, perché l'inadeguatezza del Governo di Al Maliki e l'ingerenza iraniana, le cui prove sono sempre più evidenti, non consentono di raggiungere gli obiettivi politici. Le pagine delle cronache dall'Iraq sui grandi quotidiani statunitensi registrano i progressi, mentre gli editorialisti e i Democratici mantengono la loro posizione pessimistica e incline al ritiro delle truppe. Bush sembra intenzionato a concludere il suo mandato ottenendo risultati tali da costringere entrambi i candidati alla sua successione a non farsi campagna elettorale sul ritiro dall'Iraq.
In paesi come Libano, Egitto e Marocco si ha la sensazione di un rafforzamento di quelle parti della società civile favorevoli allo sviluppo di istituzioni democratiche, anche se le resistenze interne ed esterne rendono ancora possibile un'inversione dei processi e necessaria una spinta costante dall'esterno.
La spaccatura interna alle fazioni palestinesi e libanesi, e le conquiste di Hamas, cui hanno senz'altro contribuito il ritiro israeliano da Gaza e i cambiamenti regionali che hanno indotto l'Iran a tentare di conquistare un ruolo egemone nella regione manovrando Hezbollah e Hamas, potrebbero risultare elementi chiarificatori: oggi distinguiamo più facilmente chi è interessato a negoziare la pace con Israele da chi invece vuole solo la guerra.
L'Iran è sempre più il nodo da sciogliere: il regime è tanto più repressivo quanto sempre più vulnerabile. A Washington non si esclude alcuna opzione, ma quella a cui si lavora a medio termine è il regime change dall'interno. Non manca chi, come Michael Ledeen, ha sempre sostenuto che dall'Iran, il maggiore sponsor del terrorismo – e non dall'Iraq – bisognasse partire per estirpare il fascismo islamico dal Medio Oriente.
Non sempre l'azione di Bush è sembrata coerente con la strategia di promozione della democrazia. Per esempio, nell'alleanza con il Pakistan di Musharraf, o nella propensione a far rientrare elementi ex-baathisti nel processo di riconciliazione in Iraq. La politica di esportazione della democrazia viene accusata di fanatico utopismo quando viene enunciata e di incoerenza quando chi cerca di attuarla procede con il dovuto realismo e pragmatismo.
Ma come consolidare i risultati in Afghanistan se dovesse esplodere il Pakistan? Come affrontare l'Iran con l'Iraq nel caos? Se anche il realista Kissinger riconosce che la stabilità che più o meno regnava in Medio Oriente non era più accettabile all'indomani dell'11 settembre, oggi Bush si dedica a rendere stabili i risultati del suo shock, anche se questo significa rivedere le proprie ambizioni immediate. L'aspetto da conservare è il cambiamento di paradigma: mai più la stabilità sacrificando la democrazia come obiettivo di medio-lungo periodo.
Monday, March 26, 2007
La democrazia di Dio
Sebbene la guerra al terrorismo sia ben lontana dal poter essere definita una "crociata", Bush gli ha attribuito una valenza religiosa, con la quale però il pubblico americano ha mostrato di non identificarsi.
Un'analisi condivisibile della politica e della società americana, che porta a concludere che l'America ha in sé gli anticorpi contro i propri fondamentalismi e ancora una volta hanno funzionato.
Fonte: Radio Radicale
Subscribe to:
Posts (Atom)




