Pagine

Showing posts with label blog. Show all posts
Showing posts with label blog. Show all posts

Monday, September 08, 2014

I post della ragione

Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.

L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...

In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.

Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».
PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!

Wednesday, September 28, 2011

Blog, rettifica non è censura

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Da titolare di un blog politico da quasi dieci anni, praticamente dall'alba della "generazione blogger", questa rivolta dell'immaginario "popolo del web", questo gridare alla censura per quella norma del ddl intercettazioni all'esame della Camera che obbligherebbe i siti internet, blog compresi, alla rettifica, non mi convince affatto. Alle mie orecchie suona come il tipico riflesso conformista internettiano. "Bavaglio", "ammazza-blog", attentato alla "libbbertà della Rete" (doverosamente con la maiuscola). Siccome gli assoluti mi insospettiscono, ci ho ragionato un po' su. Premetto che qui non s'intende difendere l'emendamento in questione, che può, e quindi deve, essere migliorato per corrispondere in modo equo alle diverse situazioni e responsabilità in campo, bensì il principio. Coloro che respingono in linea di principio l'idea che persino un blog debba garantire il diritto alla rettifica non conoscono la rete, non hanno ben compreso le sue enormi potenzialità – anche se in suo nome e in ragione di esse pretendono di alzare la voce – oppure le hanno comprese ma fanno i furbi.

L'obbligo di rettifica non può valere anche per i siti internet, si obietta, perché «esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione». «Differenza abissale»? Ma come? Non cerchiamo quotidianamente, noi blogger, di dimostrare che la grande rivoluzione di internet è proprio quella di aver annullato, almeno potenzialmente, questa differenza? Non crediamo più a questa rivoluzione? Grazie a internet anche l'autore più anonimo può essere letto potenzialmente da milioni di persone in tutto il pianeta; twitter può essere più potente di un'agenzia di stampa; il blog più inutile e sconosciuto può diventare in un paio d'ore una star mediatica, un imprescindibile "opinion leader", passando da una decina di lettori a decine di migliaia di contatti. E' già capitato, capita ogni giorno, è storia. E allora, se queste sono le enormi potenzialità di internet, un luogo virtuale dove un piccolo blogger può davvero competere con i mainstream media, fino a condizionare il dibattito pubblico, perché negare che ad esse corrispondano delle responsabilità? Così facendo non rischiamo forse di negare noi stessi le potenzialità della rete?

Non si può, a mio avviso, pretendere di sfruttare tali potenzialità senza riconoscere le responsabilità che implicano. E una delle responsabilità, quando si trasmette, si comunica qualcosa ad un'agorà mediatica potenzialmente illimitata, è legata al rispetto degli altri. Sostenere che solo le testate regolarmente registrate dovrebbero rispondere di ciò che scrivono e dicono, che siti e blog non dovrebbero essere soggetti a tale responsabilità solo perché compilati a livello amatoriale, perché non fanno parte della corporazione dei giornalisti, significa piegarsi ad una logica, corporativa appunto, che contraddice tutto ciò che internet rappresenta nel mondo di oggi. E sorprende che persino alcuni blogger liberali siano scivolati su questo terreno. Preferite forse l'obbligo di registrazione presso i tribunali, con tanto di ordini, contratti e sindacati? All'obbligo di rettifica dovrebbe attenersi chiunque comunichi ad un pubblico vasto, a prescindere dal media utilizzato e dalla sua inquadratura professionale.

La differenza tra un blogger – magari ragazzino – e un giornalista, una redazione, o un editore, è «abissale» nelle modalità operative (forse), non nelle responsabilità legate all'atto comunicativo. Nel momento in cui apro un blog e comincio a scrivere non sto scambiando quattro chiacchiere in salotto o al bar con i miei amici, sto esercitando la mia legittima fetta di "quarto potere", indipendentemente dall'ordine professionale cui sono iscritto. Ed è un potere che va esercitato responsabilmente, perché ha a che fare con le vite delle persone. Di più. Se le sorti professionali e imprenditoriali di giornalisti ed editori di professione dipendono dalla loro autorevolezza, quindi hanno – in teoria – tutto l'interesse a non divulgare notizie false, un blogger amatoriale può infischiarsene, causare lo stesso danno ma per lui a costo zero.

Per numero di contatti un sito internet può ormai competere con le tirature di un quotidiano. Una diffamazione via web si diffonde in modo molto più virale rispetto agli altri media, non è stampata sull'edizione di un solo giorno, né scorre via nel flusso radiotelevisivo, ma ad ogni ricerca su Google riaffiora, come un marchio potenzialmente indelebile. L'esempio ce l'abbiamo sotto gli occhi: il blog che la settimana scorsa ha pubblicato un'arbitraria lista di politici omofobi epppure omosessuali. Ebbene, l'insulto sta ovviamente nell'essere indicati come omofobi, non come omosessuali, ma perché ai diretti interessati non dovrebbe essere riconosciuto il diritto ad una rettifica, visto che del loro orientamento sessuale si parla?

La rete non è un mondo totalmente avulso dalla realtà. Internet è uno strumento di libertà, di informazione dal basso, ma è un luogo – chiunque lo frequenti lo sa benissimo – che pullula di diffamatori di professione, di odiatori seriali e persino di istigatori alla violenza, che spesso approfittano dell'anonimato. Non stiamo parlando di censure preventive, registrazioni, iscrizioni ad albi, ma di una semplice rettifica. Ed è chiaro che la rettifica non si riferisce ad un'opinione espressa, quindi non introduce una sorta di obbligo a dare spazio sul proprio sito al o ai punti di vista che si vogliono criticare, ma ad una notizia riportata o ad un giudizio su una persona. E' vero che il singolo blogger probabilmente non ha risorse e competenze giuridiche tali da potersi opporre a richieste di rettifica infondate, avanzate solo come forma di intimidazione, ma è pur vero che minore è il seguito del blog, minori saranno le probabilità di subire pressioni. E' vero che esistono già strumenti per punire eventuali illeciti – come la querela – ma richiedono la via giudiziaria e tempi lunghi, quando molto spesso chi si sente diffamato o danneggiato ha solo interesse a poter replicare sullo stesso media in tempi brevi. Tra l'altro, gli attuali strumenti di tutela sono già utilizzati nei confronti dei blog come forme di intimidazione, e ben più pesanti di un'ammenda di 12 mila euro. E' già capitato ad alcuni di vedersi recapitare minacce di denunce, alcune delle quali hanno addirittura avuto un seguito in tribunale (si veda il caso Morini-Moncalvo, conclusosi con l'assoluzione del blogger). Certo, ai siti amatoriali si potrebbero applicare norme meno stringenti. Ragionevoli in proposito le modifiche suggerite dal deputato Pdl Roberto Cassinelli, per esempio allungare i termini entro cui la rettifica dev'essere pubblicata e ridurre le sanzioni.

Monday, June 20, 2011

Bene Daw, un passo avanti insieme

Caro Daw, mi fa piacere leggere la tua replica, nella quale oltre a rivendicare i meriti della tua iniziativa, che per altro io stesso nel mio post avevo riconosciuto a scanso di equivoci, spieghi che «dopo la rottamazione sarà necessariamente il turno di una fase "propositiva"». Chi strappa un po' di visibilità ha sempre ragione, e chi no torto. Se della vostra campagna «parlano in tanti, non solo giornali, radio o televisioni, ma anche politici», è senz'altro un vostro merito. Mi permettevo di suggerire un passo ulteriore, che abbia a che fare sempre con il ricambio della classe politica, altrimenti - esattamente come tu stesso riconosci - "bucare" i media rischierebbe di rivelarsi «esercizio sterile e inutile».

Sicuramente nella comunicazione abbiamo tutti da imparare da Daw, e il tema della legge elettorale - l'ho premesso io stesso tanto per non fare la figura dell'idiota - è «mediaticamente meno appagante». Solo una inesattezza però mi ha un po' infastidito del tuo post di replica: non penso affatto di risolvere i problemi del Paese con la legge elettorale. Ci mancherebbe. Si parlava di ricambio della classe politica e di primarie. A quello mi riferivo. E allora sì, se hai letto bene il mio post, questo particolare problema si risolve a mio modesto avviso con l'uninominale, di cui le primarie sono una logica conseguenza. Forse la nostra bravura potrebbe consistere nel far capire a chi ci legge quanto il ricambio della classe politica dipenda concretamente dalla legge elettorale. Volete "rottamare" i politici che vi sono venuti a noia? Ebbene, sappiate che l'uninominale vi dà un grilletto da premere. Anni fa, fu tanto chiaro questo concetto alla "pancia" della gente, che in due occasioni - nel '91 e nel '93 - i cittadini si recarono in massa a votare i referendum elettorali. Altri tempi, obietterai, ma come vedi non è impossibile che i cittadini identifichino in un sistema elettorale uno strumento utile per appagare la loro voglia di rinnovamento. Bisogna essere bravi a prospettarglierlo, e chi meglio di Daw, che nella comunicazione non ha rivali?

Se non si compie questo passo ulteriore, se restiamo alla «rottamazione», riusciamo sì a far parlare di noi per qualche giorno, ma rischiamo di restare al "morettismo". Ricordi Moretti sul palco di Piazza Navona davanti a Rutelli e Fassino attoniti? "Con questi qui non vinceremo mai!". Moretti aveva ragione, ma "quelli lì" ci sono ancora tutti. Vedi, il problema è che testata dopo testata, la cappa di silenzio si riesce talvolta a penetrare. Ma quello che "buca", per l'informazione chiamiamola "ufficiale", è la provocazione. Ecco: mi piacerebbe che la rete fosse presa in considerazione non solo per il folclore, per i rumors di "pancia" che fa arrivare alle antenne dei media, che percepiscono ciò che fa comodo in un certo momento, ma anche per le idee, le analisi, e i contributi costruttivi e non paludati che soprattutto la blogosfera di area liberale e conservatrice è in grado da anni di far circolare. E a fare questo mi pare che ancora nessun blogger ci sia riuscito, anche e soprattutto per la miopia dei mezzi di informazione tradizionali e della classe politica.

Tornando ai «problemi del Paese», è da quando è iniziato questo dibattito sulle primarie nel centrodestra che pur dichiarandomi assolutamente a favore, avverto però che non sono tutto. Se l'uninominale non è in cima alle priorità della gente, riconosciamo serenamente che agli elettori interessa poco anche chi sarà, e come verrà scelto, il coordinatore del Pdl in questa o quella regione. Non ne sapranno mai nemmeno il nome. La fiducia degli elettori che nel 2008 hanno votato centrodestra sta venendo meno per la deludente prova di governo. Se bisogna restare ai «problemi del Paese», allora il tema "meno Stato", in tutte le sue declinazioni, è quello decisivo. Ancor prima della «rottamazione».

Tuesday, October 13, 2009

Non solo Berlusconi. I guai di Obama e Zapatero con i media

Su il Velino

Il presidente Obama ha qualche problema ad accettare che ci siano dei media che non lo osannano. E' questa l'interpretazione che blog e commentatori di orientamento conservatore danno della "guerra" dichiarata dall'amministrazione Obama alla tv Fox News. «Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione». No, non è l'ennesimo sfogo del premier Berlusconi contro la Repubblica, né un comunicato di Bonaiuti o Bondi. Sono parole di Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca. Fox News, ha spiegato, «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano», o come «un'ala del partito repubblicano» tout court. Niente a che vedere con «il modo in cui si comporta un'onesta azienda giornalistica come la CNN».
(...)
L'accusa rivolta a Fox News di essere in sostanza una "tv-partito" non può che richiamare alla mente di noi italiani l'accusa rivolta a la Repubblica di essere un "giornale-partito". Obama con Fox News come Berlusconi con la Repubblica, dunque? Naturalmente il caso americano presenta alcune notevoli differenze rispetto a quello italiano.
LEGGI TUTTO

Friday, September 11, 2009

Un altro anno ancora

Un altro anno è passato e si rafforzano in me le sensazioni che l'anno scorso mi indussero a scrivere questo post. Vi ripropongo la domanda: si può parlare, secondo voi, di una "generazione 11 settembre"? Almeno in Rete, ha qualche significato?

Thursday, March 19, 2009

Morte da blogger

Si muore così in Iran. Un blogger, Mir Sayafi, è morto in carcere, dove era finito dopo la condanna a 30 mesi per aver "insultato" la guida suprema Ali Khamenei. Suicidio, è la versione ufficiale. Le prigioni degli ayatollah possono costringere a gesti disperati, ma in ogni caso è più corretto dire che "è stato suicidato".

Lo scorso novembre, durante una visita a Teheran, era stato arrestato Hossein Derakhshan, 33 anni, il più noto blogger iraniano, conosciuto come Hoder, che dal 2000 viveva in Canada, a Toronto. Accusato di spionaggio a favore di Israele, avrebbe "confessato" e rischia la condanna a morte. Dovrebbe essere in cima alla lista dei perseguitati politici di cui i governi occidentali dovrebbero chiedere la liberazione.

Wednesday, December 10, 2008

Attenti a certe facili equazioni

Ancora una volta non posso che sottoscrivere questo post di Enzo Reale (1972) sull'arresto del governatore dell'Illinois Rod Blagojevich e su alcuni commenti «travaglini».
«Che forti 'sti yankees, pensa uno che vuol bene all'America. Manca un mese al trionfo pubblico del primo presidente nero della storia e il giudiziario è così indipendente che non si fa problemi ad andargli a fare le pulci in casa. E per di più niente fughe di notizie, ma una conferenza stampa del procuratore a bocce ferme, nel rispetto dei diritti di tutti. Un'altra lezione di civiltà giuridica, ripete fra sé e sé quello che vuol bene all'America, mentre qui siamo fermi al lodo Alfano e al dipietrismo».
Invece, purtroppo, nella blogosfera di centrodestra qualcuno si è fatto prendere dall'istinto del branco e non ha saputo resistere alla tipica equazione giustizialista: Blagojevich è governatore dello stato di Obama (l'Illinois); per giunta è dello stesso partito di Obama (il Partito democratico); e ha cercato di "vendere" il seggio che era di Obama. Ergo, Obama dev'essere per forza coinvolto: "Non poteva non sapere".

E infatti dalle intercettazioni emerge che Obama sapeva, era a conoscenza della condotta di Blagojevich, ma emege anche - e guarda caso viene taciuto - che il suo team ha respinto con fermezza tutti gli approcci tentati con insistenza da Blagojevich. Non gli hanno offerto neanche un posto di bidello perché lui nominasse un senatore compiacente.

Obama non è certo uno stinco di santo - essendo riuscito ad emergere da un ambiente politico molto opaco, com'è notoriamente quello di Chicago - ma per ogni accusa servono prove, non allusioni. E attaccarsi alla circostanza che Obama avesse aiutato Blagojevich in una campagna elettorale del 2002 - sei anni prima dei fatti contestati! - quando da almeno un paio d'anni l'aveva sfanculato, mi sembra un po' poco. Francamente, non me ne faccio niente di blog su cui ritrovo gli stessi tic giustizialisti che imperversano sulle pagine de l'Unità e la Repubblica.

Friday, December 05, 2008

Chi e come può arginare Tremonti?

Sono andato a dormire avvilito ieri notte e avvilito mi sono risvegliato questa mattina, ripensandoci. Ormai le presenze di Tremonti nei salotti televisivi somigliano sempre più a dei monologhi che nessuno dei presenti osa contraddire. I suoi strali, o le sue filippiche, contro il mercatismo, la globalizzazione, il liberismo "selvaggio", la finanza, il consumismo non trovano più oppositori. A sinistra provano un certo imbarazzo a criticare un ministro di centrodestra che parla di ritorno al «primato della politica» e ai «valori», di maggiore ruolo dello stato in economia, di sostegno della «domanda pubblica», del «sociale» come priorità, di un nuovo modello di sviluppo, la cui «sostenibilità» sarebbe fatta di investimenti pubblici più «ridistribuzione». Di questo parla Tremonti, di un modello che a me sembra nient'affatto «nuovo» e, anzi, fin troppo somigliante a una politica socialdemocratica anni '60-'70.

Ieri sera, a Porta a Porta, confidavo in Oscar Giannino, ma neanche lui ha osato obiettare nulla. Non che dovesse indossare i panni dell'"oppositore", ma almeno una smorfia... Mentre a tratti Tremonti s'intendeva a meraviglia con Piero Sansonetti, direttore di Liberazione (quotidiano di Rifondazione comunista), Concita de Gregorio - da poco alla guida del quotidiano dei Ds, l'Unità - è stata l'unica a dire che il pacchetto anti-crisi del governo aiuta sì i poverissimi, ma non sostiene la domanda, non si rivolge alla classe media sostenendola prima che vada ad ingrossare le file dei poverissimi. Certo, se il governo avesse sostenuto la domanda e la classe media, Concita sarebbe stata in prima fila ad accusarlo di favorire i "ricchi" e di aggravare il debito.

Per fortuna, Tremonti mille ne pensa ma una ne fa, nel senso che le sue idee anti-mercato, neo-stataliste e moraliste, contenute anche nel suo libro, finora non hanno causato danni irreparabili. Non si stanno traducendo - per ora - in una coerente azione di governo. La politica fiscale di Tremonti rimane tutto sommato ambigua e attendista. Come ha osservato Luigi Guiso, su Lavoce.info, «il governo non ha né una politica fiscale proporzionata al ciclo che si sta attraversando né una politica fiscale di stabilizzazione strutturale per il medio termine adeguata al gravissimo indebitamento del Paese». In breve: né una drastica riduzione delle tasse, né tagli drastici alla spesa, attraverso, per esempio, una riforma delle pensioni.

Se a sinistra i riformisti non riescono a sostenere un approccio liberista, perché ancora non hanno accettato in modo convinto l'idea del libero mercato (e questa crisi li allontana di nuovo dalla sua piena accettazione), ciò che più mi allarma è l'assenza di dibattito sulle idee di Tremonti nel centrodestra. Nessuno attualmente sembra in grado di porre un argine "culturale" alle idee del ministro. Temo che prima o poi sarà troppo tardi e che la sua indisturbata semina darà dei frutti. L'ex ministro Martino è stato fatto fuori e altre figure autenticamente liberiste all'interno del PdL, per un motivo o per l'altro, non sembrano ancora godere della sufficiente forza politica e mediatica, e della necessaria autorevolezza interna, per contendere a Tremonti il ruolo di "mente economica" del centrodestra. Né Brunetta, né Della Vedova, né Capezzone. L'onere della difesa del libero mercato in Italia ricade su un pugno di "volenterosi", questi e pochi altri, sulla preziosa opera dell'Istituto Bruno Leoni e di una "blogosfera liberale" frustrata da anni di indifferenza.

Non credo che Tremonti possa succedere a Berlusconi, questo no. E' sufficientemente tecnico ma non scalda i cuori. Può però riuscire a compiere una metamorfosi culturale nel centrodestra, facendo prevalere un approccio regressivo sia sui valori che in economia: tradizionalismo più statalismo. Chi avrà la forza, e il coraggio, per opporsi a una deriva che sul piano culturale, se non ancora a livello dell'azione di governo, mi pare già ben avviata?

Lo spreco della blogosfera liberale

Andrea Mancia scrive su Liberal questo articolo sulla distanza tra politici di centrodestra e il mondo di internet. Un articolo pieno di considerazioni più che fondate. Enzo Reale (1972) gli fa giustamente notare che esiste tra giornalismo e blog una «separazione - voluta, difesa e accentuata dalla casta - ancora più grande». Si sta parlando di «bloggers di centrodestra», ma basterebbe parlare più semplicemente di «gente che ha qualcosa da dire e lo dice abbastanza bene». Siccome quando si è totalmente d'accordo c'è poco da aggiungere, riporto integralmente l'intervento di Enzo:
Ciao Andrea.
Questo post calza a pennello per una discussione che non si vuole aprire, per mancanza di tempo, di voglia, perché va bene così.
Giano ha perfettamente descritto qual è la situazione attuale della blogosfera non di sinistra e più in generale del giornalismo italiano non di sinistra.
Quando i pionieri aprirono i loro blog negli anni 2002-2003 (immodestamente mi includo), la blogosfera liberale era ridotta numericamente ma influente (o più influente) concettualmente. Oggi, con tanto di aggregatore ufficiale, la blogosfera liberale ha perso importanza, consistenza e sicuramente non è riuscita a diventare un punto di riferimento. Nel frattempo l'altra metà del cielo, quasi irrilevante fino a qualche anno fa nel nostro paese (parlo sempre di blog), ha acquisito consistenza e ha finito per creare e trainare opinione, per accaparrare la maggior parte del seguito mediatico, in una frase per fare tendenza.
Perché? Per sinergie, evidenti a sinistra, inesistenti nel centrodestra.
Mi spiace dirlo Andrea ma la colpa è anche del giornalismo ufficiale. Quanti bloggers sono stati arruolati a tempo pieno dalle testate di riferimento? Quanti ne ha presi Liberal? Il Foglio? Il Giornale? Che attenzione si dà alla loro attività, alle loro analisi, alla novità del mezzo e dei contenuti? Chi, oltre ad accorgersi di noi, ha davvero il coraggio di usarci a dovere?
Nessuno, Andrea.
Da TocqueVille non è nato nulla alla fine, i discorsi di Sestri si sono persi nella confusione, il "più grande aggregatore d'Italia" è diventato un calderone senza né capo né coda dove un'analisi originale da prima pagina viene trattata alla stregua di un articolo copiato chissà dove o di un'invettiva razzista qualunque e potrei continuare.
Come facciamo a lamentarci se Berlusconi non si accorge di noi se nemmeno voi professionisti dell'informazione lo fate?
Andrea, abbi pazienza, ma stavolta l'ipocrisia non è dei politici.
Sarebbe bello poterne parlare davvero, sui rispettivi blog, se almeno noi ci leggessimo, chiaro.
Saluti.

Thursday, September 11, 2008

Generazione 11 settembre

Che sia un giorno indelebile nella memoria di tutti noi lo dimostra il fatto che ogni 11 settembre c'è sempre immancabilmente un momento della giornata in cui ci fermiamo anche solo per un istante a ricordare quando e in che modo abbiamo saputo che due aerei si erano schiantati sulle Torri Gemelle. Tutti ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quel giorno e ogni anno ri-condividiamo i nostri ricordi con amici e colleghi, come se non li conoscessimo già a memoria. E mi viene voglia di rivedere ancora quella terribile sequenza di immagini, quasi avessi paura di dimenticare, seppure non abbia certo bisogno di questa tragedia per sentirmi "ameriKano".

Scandisce il tempo che passa, l'11 settembre. Sono trascorsi 7 anni - penso - sembra ieri, e nella mia testa frullano pensieri che somigliano a un bilancio anche personale di questi sette anni. Com'è cambiato il mio modo di pensare, di farmi delle idee su ciò che accade, come sono cambiati i miei interessi, risultati e delusioni.

E voi - come direbbe Fat Moe - che avete fatto in tutti questi anni? Si può parlare di una "Generazione 11 settembre"? Mah, non saprei, forse tra i blogger...

Wednesday, June 04, 2008

Il saluto di De Marchi

Qui la lettera di commiato di Luigi De Marchi agli ascoltatori di Radio Radicale. La sua rubrica del lunedì e del venerdì mattina, dopo il notiziario, è stata cancellata. Sul forum di Radicali.it il direttore Bordin ha però parlato di «trattative con De Marchi per un nuovo programma, in un'altra fascia oraria». In ogni caso, continueremo a seguire De Marchi sul suo blog, sperando che il professore non sottovaluti le potenzialità dello strumento.

Thursday, April 10, 2008

Rieccomi

Riprendo le trasmissioni dopo alcuni giorni di sospensione coatta, dovuta a problemi tecnici di blogger, il cui motore anti-spam ha incluso il mio blog tra quelli di spam da bloccare. Dopo i lunghi controlli del caso me l'hanno finalmente sbloccato. Non vi preoccupate, in questi giorni ho preso appunti. Intanto, ecco qualcosa che forse vi siete persi:

La Via del Dalai Lama è sbagliata? Una nuova politica con la Cina serve anche all'Occidente
(9 aprile)

Vertici positivi per la Nato, Mosca non è in grado di porre veti
(8 aprile)

Per il Pd il vero banco di prova sarà all'opposizione
(8 aprile)

Pechino ha fatto male i suoi calcoli; ma noi un giorno arrossiremo
(5 aprile)

Il "giorno nero" dei sindacati e il "nuovo Fanfani"
(4 aprile)

Inaffidabilità di sistema
(3 aprile)

Monday, February 04, 2008

Sottosviluppo informativo

Secondo una ricerca del Pew Research Center, un americano su quattro si informa regolarmente dal web sulle elezioni presidenziali. Soprattutto i social network e i blog pare che abbiano raddoppiato la loro influenza rispetto al 2004. Nella fascia sotto i 30 anni Internet batte ormai i grandi network. Il 42% dei giovani intervistati, tra i 18 ed i 29 anni, dice di informarsi sui candidati regolarmente su Internet. Nel 2004 erano circa il 20%.

In tv sono passati circa 160 mila spot elettorali, per un valore di 141 milioni di dollari, ma la tv non è più il solo mezzo che deciderà la corsa alla Casa Bianca. Un sondaggio condotto da SS&K e Advertising Age su duemila votanti del New Hampshire ha messo in evidenza che il 40% degli adulti ha visitato il sito dei candidati alla presidenza per verificare di persona, in un rapporto quasi faccia a faccia, le loro idee. Esiste anche un sito dove si possono fare i conti in tasca ai candidati dividendo stato per stato, nome per nome, la cifra di 146 milioni di dollari finora complessivamente raccolti per le campagne elettorali.

Sopra i 30 anni sono il 60% ad attingere ancora informazioni e sensazioni dai dibattiti tv tra i candidati, mentre al di sotto dei 30 anni le percentuali si capovolgono. E secondo un altro sondaggio, di Ad Age, oltre il 52% degli intervistati frequenta social network e blog per informarsi sui programmi e sulle promesse dei politici.

In Italia la cosiddetta "dieta mediatica" è ancora maledettamente povera. Persino tra i giovani sono pochi quelli che usano Internet per informarsi. I mainstream media non avvertono il fiato sul collo e tutt'al più derubricano a curiosità i piccoli casi che nascono dalla rete. Tutti noi che ormai da anni mastichiamo la politica sul web e ci informiamo su siti e blog dobbiamo tenere presenti questi dati ed essere consapevoli che gli italiani si formano le loro opinioni politiche per lo più guardando la televisione generalista, Rai e Mediaset, nel segno quindi dell'appiattimento, dell'omologazione e del conformismo.

Anche questo ritardo rende la nostra democrazia più debole e i cittadini più indifesi dinanzi a un mondo dei media tradizionali profondamente pervaso, se non occupato, dai partiti e dai cosiddetti "poteri forti".

Tuesday, October 23, 2007

L'alba polare delle riforme

«La stagione delle riforme è dunque "sempre", eppure – anche non troppo paradossalmente – la data di nascita delle riforme è "mai"».

Il numero di questa settimana di LibMagazine si apre con un editoriale sulle riforme istituzionali, di Francesco Nardi, e articoli sul tentativo governativo di regolamentazione liberticida dei blog (Luca Martinelli), sulla crisi tra Turchia e Usa per le attività del Pkk nel Kurdistan iracheno (del sottoscritto), sulla violenza ai danni delle donne (Marzia Cangiano). L'intervista di questa settimana è a Riccardo Campa, presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti, a cura di Fabrizia Cioffi.

In questo numero anche il corsivo quotidiano, a firma Giuliano Gennaio, e le consuete rubriche: Nardi, Castaldi, Fronterrè, Lupi. Altri contributi da Giuseppe Nitto, Michele Fronterrè, Ciro Monacella, Monica Costa. Buona lettura.

Friday, September 28, 2007

Addio Zanzara

Inyqua ci dà una gran brutta notizia. La blogosfera perde un piacevole pizzico d'ironia... Ciao Zanzara, non ti scorderemo!

Thursday, September 27, 2007

I birmani nelle mani della Cina?

Dopo i cinque (forse sei) morti di mercoledì scorso a Yangon, si estende e si inasprisce la repressione sui manifestanti che da oltre dieci giorni, guidati dai monaci buddisti, sfilano contro la Giunta militare al potere in Birmania da circa 45 anni. Due notti fa i soldati hanno arrestato centinaia di monaci (forse 800 in tutto il paese), picchiandoli e trascinandoli via con la forza dai loro monasteri, suscitando lo sdegno della popolazione. Secondo la radio Voce democratica della Birmania, che trasmette da Oslo, quattro sarebbero rimasti uccisi, probabilmente percossi a morte durante i raid. «Alcuni dei soldati si sono rifiutati di sparare sulla folla, e il colonnello che li guidava li ha picchiati, mentre altri hanno preso i monaci a bastonate. E' stato uno spettacolo terribile, tenuto conto che tradizionalmente nel paese i bonzi sono figure molto rispettate», riferisce una fonte dell'agenzia Misna.

Le autorità hanno ordinato ai principali ospedali di dimettere pazienti, segnale inquietante che indica come prevedano l'aggravarsi del bilancio della repressione. Nonostante tutto, anche ieri circa 10 mila manifestanti, soprattutto civili, sono tornati in strada nella capitale, Yangon, sfidando l'esercito nei pressi della pagoda Sule. Prima alcuni colpi di avvertimento, e l'intimazione alla folla di disperdersi nel più breve tempo possibile, pena «un'azione estrema». I dimostranti si sono allontanati, per poi radunarsi, in 70 mila, in una zona più periferica della città, dove però i militari hanno cominciato a sparare ad altezza d'uomo. Nove i morti secondo i media ufficiali.

Drammatica la testimonianza via e-mail di un cooperante italiano a Yangon all'agenzia Agi: «Il massacro pare sia cominciato. I militari hanno aperto il fuoco sui manifestanti, stavolta ad altezza d'uomo. Non sappiamo quanti siano rimasti per terra, ma chi ha potuto vedere dall'alto di alcuni palazzi del centro parla di decine e decine di persone». Lo spettro di una nuova Tienanmen rischia di materializzarsi.

Ma nel mirino della repressione è finita anche la stampa. I soldati birmani sono entrati nel Traders Hotel, albergo nel centro della capitale, e hanno cominciato a perquisirlo stanza per stanza a caccia di giornalisti stranieri. Nel corso degli scontri è rimasto ucciso un fotografo giapponese dell'agenzia Kyodo News. E a rimanere vittima degli spari dei soldati contro la folla sarebbe stato anche un giornalista tedesco. Rafforzate le misure di sicurezza intorno all'abitazione della leader democratica Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari.

Intanto, Usa e Ue sembrano finalmente compatti nel condannare la repressione e nell'intenzione di imporre nuove sanzioni nei confronti del Myanmar. Il presidente Bush le ha annunciate intervenendo all'Assemblea generale dell'Onu e dopo gli scontri di ieri la Casa Bianca ha intimato alla Giunta militare birmana di «fermare subito la violenza contro le proteste pacifiche». Anche il Comitato dei rappresentanti permanenti dell'Ue ha sottolineato «l'esigenza di rafforzare il sistema sanzionatorio attualmente in vigore». Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, invece, è come al solito paralizzato dai veti di Cina e Russia, che si nascondono dietro il principio di "non ingerenza", e ha partorito un generico invito «alla moderazione», in cui si chiede alla Giunta militare di ricevere un inviato delle Nazioni Unite. Nessun accordo su eventuali sanzioni.

Ma non si vede come tali appelli possano trovare riscontro a Yangon. Piuttosto, in queste ore, Usa e Ue stanno cercando di responsabilizzare la Cina, principale sponsor del regime birmano, per spingerla a esercitare pressioni. Pechino si è vista costretta a lanciare a «tutte le parti» un invito alla «moderazione», senza condannare la repressione in atto. L'imbarazzo è palpabile. A parte gli interessi commerciali e strategici, altre considerazioni sono alla base del sostegno ai militari birmani: se, infatti, i monaci buddisti riuscissero a rovesciare il regime, potrebbero essere di esempio ai buddisti del Tibet. In ogni caso, il conflitto tra i buddisti e la dittatura birmana fa tornare di attualità la questione del Tibet, vittima del genocidio perpetrato dal governo cinese. Pechino ha tutto da perdere in questa crisi: sia se la Giunta militare dovesse cadere, sia se avesse successo la repressione, per il suo sostegno al regime birmano ne soffrirebbe di immagine a un anno dalle Olimpiadi.

Tuttavia, anche l'India ha sempre sostenuto la Giunta militare di Yangon e ancora non ha dato cenno di aver rivisto la sua politica alla luce dei tragici eventi di questi giorni, anche se una svolta democratica potrebbe far uscire la Birmania dalla sfera d'influenza cinese proprio a vantaggio dell'India. I governi occidentali non possono davvero fare altro che emettere condanne e inasprire le sanzioni? Se il popolo birmano è nelle mani della Cina, non c'è da stare tranquilli. L'unica speranza di esito positivo sta in possibili, ma improbabili, divisioni all'interno dell'esercito. Purtroppo la verità è che siamo impotenti perché in quella parte del mondo, ai confini della Cina, neanche l'uso della forza è una minaccia credibile... Per ora.

P.S. Immagini e notizie dalla Birmania giungono anche grazie ai blog di giornalisti dissidenti, studenti birmani all'estero o in patria che si collegano nelle chat o dagli internet cafè, o postano video su YouTube: Ko Htike, Mr-Jade, Mizzima News, Rule of Lords, sono solo alcuni. Il regime cerca di ostacolare la rete ma non ci riesce e il flusso di immagini invade il web e le tv di tutto il mondo.

UPDATE ore 20,27: Il presidente Bush è tornato a parlare direttamente ai birmani e ai governi: «Esorto i soldati birmani e la polizia a non usare la forza contro i connazionali. Il mondo sta guardando il popolo birmano sceso in strada per chiedere libertà e gli americani sono solidali accanto a questi coraggiosi individui. Ogni nazione civile ha la responsabilità di difendere una popolazione sottoposta a un brutale regime militare come quello che governa la Birmania da troppo tempo».

Sunday, September 23, 2007

Camillo risponde per le rime

Su Il Foglio, l'altro giorno, Stefano Di Michele, Annalena Benini e Maurizio Crippa non hanno trovato altro modo per colpire e delegittimare Beppe Grillo che prendersela con i blog. Non abbiamo esitato a rispondere. Christian Rocca, con il suo Camillo uno dei più "anziani" blogger italiani, si è fatto sentire, pesantemente: «Che stronzate!» Siamo con lui.
Al tempo del popolo dei fax, era il popolo o il fax che faceva orrore? Ecco, il blog è una specie di telefono o di telefax che non squilla e non stampa. Discutere di che cosa si dica solitamente al telefono o di cosa mediamente si scriva sui fax mi pare bizzarro.

Friday, September 21, 2007

Per colpire Grillo non demonizziamo i blog

Quella su Il Foglio di oggi contro i blog sembra una nuova crociata. Non accorgendosi che così, facendo di tutta l'erba un fascio, sembra quasi che tutta la blogosfera sia in mano a Beppe Grillo, il quale è uno dei blog, intorno al quale non ci sono poi così tanti blogger, ma per lo più gente che si limita a sfogarsi nei commenti. Insomma, si fa il suo gioco, si amplifica il suo potere mediatico.

Stefano Di Michele addirittura «stramaledice» i blog. In quanto tali, in quanto strumento tecnologico. Invoca «un bel fulmine celeste su questa nuova forma della politica buzzurra, della chiacchiera a vuoto, della pancia che strilla e rutta».

Se è illusorio aspettarsi che nei blog ci sia la parte migliore della società, perché però presumere che ci sia la peggiore? Perché per dimostrare la pochezza culturale e politica del "fenomeno Grillo" si deve gettare fango sullo strumento che usa e sui tanti altri che lo usano. I blog parlano: alcuni chiacchierano, altri - molti - hanno qualcosa di interessante da dire e alcuni fanno anche onesta informazione. Solo perché il blog più cliccato è di Beppe Grillo, e trasuda odio e nullità, non è detto che siano fatti così tutti i blog.

Anzi, la varietà della tipologia di blog che si incontrano in rete corrisponde alla varietà degli interessi e delle diverse personalità. Generalizzare è davvero difficile. C'è, eccome, il «trombonismo» dei blog, ma vogliamo parlare di quello sui giornali?!

Annalena Benini volge invece lo sguardo sulla blogosfera al femminile. Seppure in modo un po' snob, assolve l'«altissimo pettegolezzo sentimentale» di molte blogger, che trattano «l'amore le corna e le altre sciocchezze, le notti che non ci si aspettava e le lacrime che si aveva voglia di piangere, insieme a te non ci sto più e comunque sappiate tutti che lui porta le mutande coi rinforzi. Una condivisione strepitosa di segreti, il diario con il lucchetto senza più il lucchetto...»

Ma naturalmente non tutti i diari sono interessanti. E allora si lamenta, la Benini: «... una noia bestiale, tempo rubato allo shopping, al divano, al bucato, e alle ragazze. E la portinaia che smette di parlare alle spalle e comincia a inventarsi sermoni sul mondo... poi pretende che il mondo le dia ragione e anzi dica: wow, ma dove ti eri nascosta, tu meriti molto più di un blog, tu sì che sai come vanno le cose in questo paese». Vero, Annalena, ma a te chi te lo fa fare di leggere 'ste cose. Se si può cambiare canale, si può anche cliccare altrove, ma che male fanno?

I blogger «non scalmanati - ammette - quelli che si divertono a fare una vetrina di articoli interessanti, dischi usciti, libri fichi, e poi vivono una vita normale a parte le feste fra blogger, dicono che su Internet Grillo in realtà non lo sopporta nessuno [verissimo], ma ormai è fatta, è lui il simbolo dei blog». Ma «ormai è fatta, è lui il simbolo dei blog»? Permettimi, Annalena, col cazzo è fatta! Se è così, è anche un po' grazie a te, alle tv e ai giornali, compreso quello dove scrivi, che per anni è rimasto impermeabile alla produzione anche di discreto livello dei blog politici dell'area di centrodestra.

In fondo l'umanità che si riversa sul blog non è molto diversa da quella che incontriamo per strada. I blog saranno anche autoreferenziali, ma, davvero, mai come la stampa, con i giornali che si rimpallano messaggi cifrati comprensibili solo agli addetti ai lavori.

Forse l'articolo di Maurizio Crippa offre qualche spunto di riflessione in più, meno banale. E' vero che internet livella la «gerarchizzazione delle informazioni». La grande mole di dati che vi si può trovare rende più cruciale la capacità di selezionare il materiale rilevante, di separare il grano dal loglio, di setacciare le poche pepite d'oro, piuttosto che l'attività di mera ricerca. Tuttavia, anche sul web esistono dei criteri di autorevolezza, una reputazione della fonte, e quindi, in qualche modo, si riproduce una gerarchia delle informazioni che però l'utente è più libero di accettare o respingere. Internet invece, non «appiattisce il sapere», anzi lo diversifica in modo quasi esasperato, rendendo persino difficile catalogarlo.

Dunque, vogliamo ammettere che la gerarchia dei media tradizionali è troppo rigida, e che è senz'altro uno strumento, un'opportunità in più per tutti il fatto che un cittadino comune possa in qualsiasi momento sputtanare pubblicamente, sul suo blog, il giornalista o il politico che ha scritto, detto, o fatto una cazzata?

No, Crippa ha un'idea vecchia e stantia del Giornalista, colui che «processa» la notizia. Certo, non tutti i blog sentono la necessità di verificare le fonti, ricorrere a ricerche o a sofisticate analisi, ma ce ne sono molti che invece lo fanno, spesso con ottimi risultati.

E' sulla democrazia che bisogna capirsi. Se Grillo pensa che il suo blog sia la democrazia, sono fatti suoi, non dei blog. La democrazia è rappresentanza. Non credo alla democrazia diretta se non nelle forme limitate che conosciamo. Però indubbiamente il blog è partecipazione, comunicazione, informazione, controllo. Questo sì. E più ce n'è, meglio è, per tutti, per la democrazia. Pretendere di rovesciare un sistema a partire da un blog, pur con i suoi tanti visitatori, in fondo non è così diverso da chi pretende di rovesciare un governo in piazza. Se la cultura è illiberale, il mezzo può farci poco.

Tuesday, September 04, 2007

Il settembre caldo di Decidere.net

Decidere.net si ripresenta a settembre con una nuova veste grafica e un vero e proprio polo multimediale, una "We-Tube" della politica. Nella parte destra del sito si accede a Decidere-tv, Decidere-radio e alla rivista di approfondimento e analisi LibMagazine, che torna on line l'11 settembre, anch'essa rinnovata nella grafica, con nuove autorevoli firme e i ragazzi di "LiberalCafè", che hanno deciso di unirsi a Nardi e compagnia.

Decidere-tv trasmetterà in diretta gli eventi del network e permetterà agli utenti registrati di caricare sul sito i propri contributi video. Su Decidere-radio andrà in onda una grande varietà di prodotti informativi - alla cui realizzazione darà una mano anche il sottoscritto - tutti riascoltabili e scaricabili in podcast. Nella prima settimana di programmazione sono già previste rassegne stampa commentate da ospiti (ogni mattina alle 9), interviste sull'attualità politica, le dirette degli eventi di Decidere.net in giro per l'Italia. Ma molto presto il palinsesto si arricchirà di fili-diretti, rubriche, trasmissioni di approfondimento, spazi totalmente aperti agli ascoltatori.

Non solo politica, però. Anche musica. E che musica... Il palinsesto prevede già, a partire da lunedì 3 settembre, speciali quotidiani dedicati sia a questioni di rilevanza politica e sociale (il primo raccoglierà canzoni sulle tasse), sia ai maggiori gruppi e artisti degli anni '70, '80, '90 (si parte con i mitici Pink Floyd), di cui mi occuperò personalmente.

Insomma, Decidere.net cresce. Diventa un network multimediale, di cui gli utenti sono chiamati a diventare i protagonisti.

Sul piano politico si lavora duramente per organizzare la marcia del 22 settembre, a Roma, per le pensioni che la controriforma del governo sta togliendo dall'orizzonte futuro dei più giovani, e il convegno del 29, a Milano, sulle tasse. Le adesioni hanno toccato in questi giorni quota 1600, continuando ad arrivare senza sosta per tutto agosto. Ma la novità è l'apertura delle iscrizioni, con modico contributo di 20 euro, in vista della prima assemblea nazionale, se, come sembra, l'aumento di adesioni a livello individuale e di associazioni renderà indispensabile darsi alcune regole.

Mese di settembre totalmente dedicato alla presentazione di Decidere.net in giro per l'Italia: qui il programma città per città.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: quella di Decidere.net è una mission impossible e va sostenuta senza indugio da tutti coloro che si riconoscono nei 13 punti, i «cantieri per una politica ad alta velocità». Il danno peggiore del jihad pannelliano è l'aver accreditato l'idea di un Capezzone potenza mediatica, beneficiario di chissà quali appoggi, strade spianate o tappeti rossi da parte di poteri (e soldi) occulti.

Niente di più falso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto. Le capacità di Capezzone, dunque, da sole non bastano.

La radicalità delle sue proposte, l'esiguità delle risorse e la sua estraneità alla vecchia politica rendono Decidere.net un'opportunità che è lì, a portata di mano, ma che sta a noi, e soprattutto a noi blogger liberali cogliere e fare nostra.

Wednesday, May 09, 2007

Vota Antonio-vota Antonio!

Mario Adinolfi ha avuto la gentilezza di nominarmi tra i migliori blog politici, una delle otto categorie del Gran Premio dei Blog 2007.
Vincitore nel 2006, nientemeno che Piergiorgio Welby, con il suo Calibano. Si vota fino alle ore 23 di giovedì 10 maggio.
Spero sappiate chi votare...

Buon voto!