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Wednesday, March 27, 2013

Tranne i marò, tutti colpevoli con disonore

Anche su Notapolitica

Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?

A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.

Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).

La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.

Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.

Friday, March 22, 2013

Scandalo marò, l'ultima infamia del governo Monti

Anche su L'Opinione

Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.

La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.

Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.

Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.

Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.

Tuesday, March 19, 2013

Italia, Europa: stessa maionese impazzita

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?

IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.

E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.

Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.

Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.

E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?

La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?

E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.

Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.

Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.

Friday, February 15, 2013

Una Repubblica fondata sull'ipocrisia

«Quando la praticano gli americani [ma aggiungerei gli inglesi, i francesi, i tedeschi...], si chiama lobby; quando la fanno gli altri [ma direi, noi italiani] diventa corruzione». Questa la significativa battuta che Jagdish Bhagwati, del Council on Foreign Relations, ha rilasciato a La Stampa sul caso Finmeccanica, spiegata così:
«Supponiamo che un Paese importante mandi una delegazione in India guidata dal capo del governo, e prometta alle autorità di nuova Delhi di aiutarle in Kashmir, in cambio di una grande commessa a cui tiene. Non si spostano soldi, non ci sono tangenti, ma arriva sostegno politico a livello internazionale e magari qualche fornitura di armi. Come la chiamate, questa? Oppure si costruiscono scuole, ospedali, strade, in cambio dello sfruttamento di un giacimento [non era proprio questo che tutti i nostri governi hanno fatto per decenni con Gheddafi?]. I più sofisticati si comportano così e sono inattaccabili, quasi generosi. Gli altri, un livello più sotto, pagano le tangenti, e finiscono nel mirino dei procuratori».
Piaccia o meno, il ragionamento non è molto distante da quello di Berlusconi, che ovviamente ha destato un ipocrita polverone di indignazione.

Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".

Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.

Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.

Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.

C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.

A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?

Thursday, July 19, 2012

Urrà per Rossella ma non per l'Italia

Urrà per Rossella Urru. La sua liberazione è una bellissima notizia, ma c'è poco da festeggiare. Il suo riscatto non rappresenta certo il riscatto dell'Italia. Soprattutto non dovrebbero lasciarsi andare ad eccessive manifestazioni di giubilo le nostre autorità, che hanno gestito malissimo questa vicenda come altre simili: nove mesi senza toccar palla e alla fine una liberazione, come sembra, dietro pagamento di un riscatto tramite intermediari di altri paesi. E guai a dimenticare le "vacanze" coatte nel Kerala dei nostri due marò. Non se ne parla da settimane, nessun organo di stampa o televisivo sta seguendo gli sviluppi giudiziari. Ma è ormai chiaro che subiranno tutto il processo sotto chiave in India. Una umiliazione nazionale senza precedenti.

Inoltre, visto che qualche procura indaga sulla presunta trattativa Stato-mafia, per quale motivo non si dovrebbe indagare anche sulle presunte trattative Stato-rapitori. Non solo le leggi italiane vietano il pagamento di riscatti in caso di sequestri (divieto che potrebbe non valere se è lo Stato a pagare, ma in questo caso ci si dovrebbe interrogare sul senso e l'umanità di una simile normativa), ma soprattutto mi sembra lampante, chiaro come il sole, che l'eventuale pagamento per la Urru, come per altri ostaggi, costituirebbe un aiuto alle organizzazioni terroristiche, e un pericoloso incentivo al business dei sequestri, esattamente come la presunta attenuazione del 41-bis avrebbe favorito la mafia. Dov'è la differenza? Qualche magistrato è in grado di spiegarcela? La trattativa Stato-mafia, se c'è stata, come le trattative Stato-rapitori, se e quando ci sono state, dovrebbero essere denunciate come scandali politici, cioè di cattiva politica.

Apprendiamo tra l'altro dal profilo twitter dell'on. Gianni Vernetti, ex sottosegretario per gli affari esteri, che «si è sempre trattato e spesso pagato per liberare gli ostaggi in giro per il mondo. Ora lo si dice anche». «quel che ho scritto e la mia opinione - precisa - si è sempre trattato e spesso (quindi non sempre) pagato».

Monday, April 23, 2012

La giornata: lunedì nerissimo e tasse da allarme rosso

Lunedì nerissimo per le Borse europee. Milano perde quasi il 4%, è sotto la soglia dei 14.000 punti, lo spread è salito fino a 410 punti. A preoccupare i mercati i risultati del primo turno delle presidenziali francesci (più Hollande che Le Pen, a mio avviso), la crisi politica in Olanda dopo il fallimento delle trattative sulle misure di austerity per ridurre l'elevato deficit, e come se non bastasse il dato negativo del manifatturiero in Germania.

Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.

Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».

Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.

Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.

Thursday, March 15, 2012

Come ci siamo arresi alla trappola indiana

Una ricostruzione, quella finalmente fornita dal ministro Terzi in Parlamento, che scagiona la Farnesina in merito alla "consegna" dei nostri marò alle autorità indiane (si è trattato di un vero e proprio arresto, al quale la nostra diplomazia ha tentato di opporsi); che chiama in causa – quanto meno per ingenuità – la Difesa; ma che soprattutto porta alla luce per la prima volta in tutta la sua gravità il comportamento indiano, rendendo così ancor più evidente l'inadeguatezza della risposta del governo italiano.

Sono due i dettagli emersi rispetto a quanto già sapevamo, ma di grande rilevanza. La vera natura dell'«azione coercitiva» messa in atto dalle autorità indiane nei confronti dei nostri marò: sono stati costretti a scendere dalla Enrica Lexie, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sotto la minaccia delle armi. E l'ingenuità dei comandi della Difesa e della Farnesina, che non hanno avanzato obiezioni rispetto all'intenzione del comandante della nave e dell'armatore di accogliere la finta richiesta di collaborazione da parte indiana.

Non sembra da escludere, inoltre, che l'«azione coercitiva» abbia avuto inizio già in acque internazionali, anche se all'insaputa dell'equipaggio e del nucleo della Marina militare a bordo. L'armatore, infatti, tramite il suo legale riferisce che dopo la finta richiesta di collaborazione inoltrata dalle autorità indiane un elicottero ha cominciato a sorvolare la Enrica Lexie, mentre il radar segnalava la presenza di due motovedette ai suoi lati.

Ora sappiamo che da parte indiana ci fu malafede, un'imboscata, una vera e propria aggressione militare ai nostri marò. A maggior ragione, proprio per la gravità di tale comportamento, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo – «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», riconosce lo stesso ministro Terzi – la reazione del nostro governo appare oggi ancor più inadeguata, molle, di quanto non sia apparsa in queste settimane. Avrebbe dovuto essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.

La maggior parte dei parlamentari e degli osservatori punta l'indice sulle norme che regolano l'impiego di militari sui nostri mercantili in funzione di scorta anti-pirateria, in particolare sul fatto che si trovano sottoposti alle decisioni del comandante della nave. Alla luce di quanto emerso, norme e convenzioni possono certamente essere migliorate, e forse basterebbe perfezionare le comunicazioni tra il comandante da una parte e Difesa e Farnesina dall'altra, ma nel valutare la vicenda non si possono tacere due elementi chiave: l'ingenuità con cui le autorità italiane, e in particolare la Difesa, sono cadute nella trappola indiana; e l'inadeguatezza della risposta iniziale messa in campo dal nostro governo, assolutamente non commisurata alla gravità del comportamento indiano, equiparabile ad un atto di aggressione armata.
ARTICOLO INTEGRALE su Notapolitica

Wednesday, March 14, 2012

Imboscata indiana, ingenuità italiana

Mentre raffredda - e fa bene - la polemica con Londra per il ritardo nella comunicazione del fallito blitz in Nigeria, finalmente il ministro degli Affari esteri Giulio Terzi chiarisce in Parlamento come sono andate le cose nella vicenda dei nostri due marò prigionieri in India. Ci voleva tanto? In realtà crediamo di capire il perché della reticenza del ministro. I particolari sono di una gravità inaudita, e rivelati ufficialmente nelle prime ore avrebbero destato certamente un moto di indignazione molto più forte dall'Italia. Non si sarebbe trattato di una consegna, infatti, ma di un vero e proprio arresto sotto la minaccia delle armi. Ma a maggior ragione, proprio per la gravità del comportamento indiano, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo, «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», la reazione del nostro governo doveva essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.

Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riferito da Terzi, gli "allocchi" starebbero alla Difesa, e non agli Esteri come pensavamo. L'ingenuità dell'armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno. L'ingresso del mercantile Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane e quindi in porto è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati».

Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta, ovviamente su autorizzazione dell'armatore, ma con colpevole ingenuità «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri - si giustifica Terzi - non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Forse, invece, se avessero esercitato pressioni congiunte in questo senso, Esteri e Difesa avrebbero potuto convincere l'armatore a cambiare idea.

Ma di chi è stata, abbiamo chiesto più volte in queste settimane, la decisione di far scendere i marò a terra? Ebbene, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sono stati costretti a scendere dalla nave da «un'azione coercitiva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana, saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un particolare fin qui inedito: gli indiani sono effettivamente saliti a bordo ad arrestare i nostri militari, un'azione di forza di una gravità inaudita che avrebbe meritato ben altra reazione da parte nostra.

Questa è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso e si svolgeranno le elezioni locali che condizionerebbero, irrigidendolo, l'atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.

Monday, March 12, 2012

Terzi parla ma interrogativi restano

Finalmente il ministro degli Esteri Giulio Terzi abbandona la reticenza cui si è attenuto fino ad oggi sulle circostanze che hanno portato all'incarcerazione dei nostri due marò in India. Il riserbo sulla vicenda, infatti, deve riguardare i negoziati per la loro liberazione, non i fatti e le responsabilità.

Peccato però che il ministro cominci a fornire i primi chiarimenti a mezzo social media e Corriere della Sera, e non nelle aule parlamentari. Sul suo profilo Twitter fa sapere che «in nessun caso la nave» italiana «doveva entrare in acque indiane» e che «le polemiche sulle responsabilità le lascio ad altri. Io lavoro per riportarli a casa». Che stia lavorando sodo per riportarli a casa ne siamo certi, ma purtroppo non basta. Quando si è ministri contano i risultati, l'efficacia della propria azione, e le «responsabilità» non sono dettagli da «lasciare ad altri».

Una rivelazione importante però arriva, da parte del ministro Terzi, sull'ingresso della Enrica Lexie in acque territoriali indiane e sulla decisione di far sbarcare i marò:
«Ho dato parere negativo all'avvicinamento della nave in territorio indiano nonostante tale decisione non fosse di competenza del ministro degli Esteri e ho continuato a oppormi formalmente al trasferimento dei nostri marò a terra, cosa che è avvenuta solo a seguito di un'azione coercitiva della polizia indiana» (lettera al Corriere)
Per la prima volta, dunque, il ministro nega responsabilità della Farnesina su entrambe le questioni, ma gli interrogativi restano e Terzi non chiarisce fino in fondo: se non era degli Esteri, di chi era competenza la decisione di far avvicinare o meno la nave alle acque territoriali indiane? Se era dell'armatore, vorremmo che il governo lo dicesse ufficialmente. Ma soprattutto, il ministro dice di essersi opposto - «formalmente» è l'avverbio che usa - allo sbarco dei due marò. Ma allora, siccome anche la Marina militare si sarebbe opposta, e tendendo ad escludere che i marò abbiano agito di testa loro decidendo di consegnarsi, chi ha deciso quello che nelle prime ore è stato definito da fonti ufficiali come un nostro «atto di cortesia» nei confronti delle autorità indiane? E quando il ministro parla di «azione coercitiva» da parte della polizia indiana, intende che sono saliti a bordo degli agenti per prelevare i nostri militari? Se sì, perché non li hanno arrestati tutti ma solo due? E se no, se non sono saliti a bordo, chi ha deciso di farli scendere a terra?

E' un bene che il ministro abbia cominciato a rispondere, sia pure a mezzo stampa e non in Parlamento, ma sono ancora molti gli interrogativi sulla vicenda, e resta la sensazione che i due marò siano soprattutto vittime di decisioni sbagliate dello Stato per il quale operano.

Quella che si apre è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.

Friday, March 09, 2012

Subalterni per scelta

La morte di Franco Lamolinara è ben più tragica della situazione in cui si trovano i nostri due marò prigionieri in India, richiederebbe altrettanto riserbo, ma in questo caso le autorità italiane non hanno rinunciato ad alzare i toni della polemica con Londra, nonostante nella vicenda gli inglesi non fossero controparte ma alleati. Persino il capo dello Stato Napolitano è intervenuto severamente, bollando come «inspiegabile il comportamento del governo inglese». Ma sono giustificate le rimostranze italiane? E soprattutto, sono opportune? Sì e no. Innanzitutto, le due versioni non sono poi così contrastanti. Il ministro degli Esteri britannico Hague ha ammesso che Roma è stata avvertita «ad operazione in corso», perché la situazione venutasi a creare sul terreno imponeva una decisione in tempi troppo ristretti per poter illustrare i dettagli e aspettare il via libera italiano. Una giustificazione che si può presupporre fondata, veritiera, dal momento che è stato addirittura deciso di condurre il blitz in pieno giorno, quando è noto che in condizioni di normale pianificazione queste operazioni si conducono di notte.

Se l'Italia non è stata avvertita dell'avvio del blitz, è però ragionevole presumere - in assenza di lamentele sulla comunicazione tra i due Paesi nei giorni e mesi precedenti - che fosse al corrente degli ultimi sviluppi (l'individuazione del luogo della prigionia e il rischio di "vendita" o uccisione degli ostaggi) e, quindi, del fatto che l'esito della vicenda, a giorni, se non ad ore, sarebbe stato proprio quello del blitz, a maggior ragione considerando la politica britannica in questi casi, in generale più incline all'azione di forza che al compromesso con i terroristi. Da quanto sta emergendo da varie fonti, l'accelerazione sarebbe stata causata dall'arresto, lunedì scorso, di un capo locale e di altri quattro membri di Boko Haram, la setta terroristica islamista responsabile del sequestro, che ha sì permesso di individuare l'edificio dove erano rinchiusi gli ostaggi ma che ha inevitabilmente messo in allarme i rapitori.

Ma la polemica innescata da Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per l'Italia. Se davvero gli inglesi hanno condiviso le informazioni fino all'ultimo da maggio scorso, cioè dall'inizio del sequestro, il ritardo di pochi minuti nella comunicazione di un blitz sul quale comunque il nostro governo non avrebbe potuto opporre alcun veto, perché uno degli ostaggi era cittadino britannico, a maggior ragione se verrà confermata la massima urgenza imposta dalla situazione, poteva tranquillamente essere sdrammatizzato. Anche per non sottolineare che la nostra posizione nella vicenda - in termini militari, di intelligence e diplomatici - è stata del tutto secondaria, se non passiva. Quali iniziative, e con quale esito, hanno intrapreso i nostri servizi per la positiva risoluzione del sequestro?

Il governo, probabilmente scottato dal caso dei marò, stavolta ha subito fatto la voce grossa, ma alla prova dei fatti la reazione potrebbe dimostrarsi sproporzionata (ancor di più se paragonata all'acquiescenza con gli indiani). A sottolineare l'irrilevanza italiana, infatti, non è tanto il ritardo con il quale ci è stato comunicato il blitz, ma il fatto che non eravamo al centro dell'azione, e che non ci saremmo stati in ogni caso, blitz o non blitz. Solo pochi giorni fa i mainstream media avevano trionfalmente celebrato il ritorno dell'Italia, per merito del governo Monti, tra i Paesi che contano. La tragica sorte di Lamolinara e quella dei due marò (per non parlare del caso Urru, dove probabilmente ci stiamo facendo taglieggiare da finti mediatori) mostrano entrambe, sia pure per aspetti molto diversi, che non è così facile. L'amara realtà è che il nostro status di media potenza, di serie B se non C, dipende non solo da fattori economici, militari e geopolitici, ma anche da una serie di scelte, di comportamenti e approcci radicatissimi e bipartisan, al dunque condivisi anche dall'opinione pubblica.

Nel primo caso, è la nostra politica sui rapimenti all'estero, che praticamente esclude il ricorso all'uso della forza ed è invece incline al pagamento del riscatto, o a qualsiasi altro tipo di compromesso con terroristi o banditi vari, a metterci in una posizione di subalternità, se non del tutto fuori gioco, soprattutto quando tra gli ostaggi c'è un cittadino americano o britannico. Dovremmo chiederci come mai nei casi di sequestro in Italia c'è una legge specifica che vieta ai famigliari di pagare il riscatto, e mi pare che abbia ben funzionato, mentre all'estero siamo pronti a presentarci valigetta in mano. E' fuor di dubbio che pagando i riscatti, o cedendo alle richieste dei terroristi, si alimenta il "business" dei rapimenti. Si salvano - forse - le vite in pericolo in quel momento, ma se ne mettono in pericolo altre centinaia.

Nel secondo caso, invece, paghiamo lo scotto di un corpaccione diplomatico annoiato, addormentato, che chiamato improvvisamente all'opera si dimostra impreparato: si attiva tardivamente e commette errori imperdonabili. La figuraccia con l'India l'abbiamo già fatta quando qualcuno ha assunto, o avallato, la decisione di consegnare i marò, assumendosi il rischio di una rinuncia di fatto alla nostra giurisdizione sul caso. Fatta la frittata, avremmo potuto rimediare, appena constatata la malafede indiana, con una missione di salvataggio, ma non l'abbiamo nemmeno preso in considerazione. E ora la nostra sovranità, e dignità, è nelle mani di un giudice a Kollam. Ma siamo vittime innanzitutto di noi stessi.

Monday, March 05, 2012

Schiaffoni da tutti, dal Brasile all'India

La situazione dei due marò prigionieri in India per il caso della Enrica Lexie sta peggiorando: la Corte di Kerala ha disposto il trasferimento in carcere per tre mesi, pur concedendo a polizia e direttore delle carceri di studiare una sistemazione diversa. Resta il fatto che a prescindere dalla comodità dell'alloggio, formalmente sono da considerarsi incarcerati. E l'unica cosa che riesce a fare la Farnesina è mandare il segretario generale Massolo a chiedere ad un anonimo incaricato d'affari indiano a Roma che «ogni sforzo venga fatto per reperire prontamente per i nostri militari strutture e condizioni di permanenza idonee». Si esprime «vivissima preoccupazione» (vivissima?), si definiscono «inaccettabili» le misure assunte dalle autorità indiane, ma invece di intimare l'immediata liberazione dei nostri militari, si auspica per loro un letto comodo, «cibo conforme alla loro dieta», ovviamente «procurato e pagato» dalle nostre «autorità consolari». Non pervenute finora dichiarazioni del premier Monti e del ministro degli Esteri Terzi.

E' ovvio che non basta chiedere l'immediata liberazione dei nostri militari, men che meno se a farlo è un oscuro burocrate della Farnesina, perché gli indiani ci accontentino. Ma è quella la richiesta che in ogni sede, pubblica e privata, va avanzata. Niente di meno. Ed è grave che fino ad oggi il governo non abbia ritenuto di compiere alcun passo formale per portare il caso presso le competenti sedi internazionali.

Fin dall'inizio della vicenda gli «atti di cortesia» della nostra diplomazia si sono trasformati in colpevoli autogol sulla pelle dei due nostri militari. Con la scusa del riserbo necessario al buon esito delle trattative con le autorità indiane, il governo non ha mai rivelato chi, e perché, abbia scavalcato la Marina militare nella decisione infausta di consegnare i nostri militari agli indiani. E' arrivato il momento di rompere il silenzio e chiedere a gran voce che chi ha sbagliato paghi, ma il Parlamento è ormai un simulacro di se stesso, solo la camera di compensazione di partiti moribondi, e la grande stampa è così ossequiosa che a prendere in mano un giornale c'è il rischio che si sciolga come un gelato.

Insomma, l'Italia è uno zerbino internazionale. Il Brasile si tiene un terrorista italiano condannato per omicidio come fosse un rifugiato politico; l'India sequestra due nostri militari in acque internazionali; la cooperante Rossella Urru passa di mano in mano, tra aguzzini e finti mediatori. E noi subiamo, mostriamo sorrisi, al più paghiamo i riscatti, nemmeno ci sfiora l'idea di riaffermare la nostra sovranità e dignità nei modi, anche estremi, che possiamo immaginare.

Wednesday, February 22, 2012

Pasticcio diplomatico

Si stanno impegnando, «ogni minuto» e con il «massimo sforzo», usando tutti i «canali» a disposizione. Lo ha assicurato oggi il premier Monti, come ieri il ministro Terzi alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato. Nessuno può dubitarne e per non turbare i delicati negoziati in corso ha certamente senso l'appello al riserbo, alla riservatezza, a moderare i toni e a non dividerci in polemiche che servirebbero ben poco a riportare a casa i nostri due marò imprigionati in India.

Il governo quindi non ha riferito alle Camere, né il ministro degli Esteri ha offerto una ricostruzione dei fatti alle commissioni competenti. E i parlamentari hanno tutti rispettato la consegna del silenzio. Ok, silenzio. Oggi niente polemiche perché la priorità è «riportare a casa i nostri ragazzi». Quando saranno tornati - speriamo presto - porre certe scomode domande non avrà più senso e il caso verrà archiviato tra le lacrime delle famiglie che potranno riabbracciarli e i complimenti per il successo della nostra diplomazia (dietro riscatto economico, come al solito).

Non sapremo mai, insomma, quale autorità italiana ha ordinato ai nostri militari di scendere dalla Enrica Lexie e di consegnarsi alle autorità indiane; se qualche autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera di uscire dalle acque internazionali, contro il parere della Marina militare; né a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise. Il caso viene trattato mediaticamente come un qualsiasi caso di sequestro, con tanto di gigantografie in Campidoglio; i politici cercano di fare bella figura con ansiosi e patriottici comunicati pieni di ovvietà sull'imperativo di «riportare a casa i nostri ragazzi».

Tutti sembrano aver già perso il bandolo della matassa. L'amara realtà è che questo caso non può essere rubricato alla voce  nostri connazionali caduti nelle mani dei pirati somali o di organizzazioni terroristiche, ma alla voce sono proprio tonti questi italiani. Primo, i nostri due militari sono stati consegnati alle autorità indiane, un fatto, credo, senza precedenti nella storia militare recente, e come sia stato possibile non è dato saperlo, nessuno lo dice e nessuno lo chiede; secondo, l'India è un Paese amico, cui vengono riconosciuti dalla comunità internazionale gli standard della democrazia e dello stato di diritto. Insomma, alla base non c'è l'atto criminale di un'entità nemica, ma un nostro «atto di imbecillità».

Uno dei riflessi condizionati della politica in questi casi è di andare alla ricerca della legge sbagliata, che non funziona. Serve una nuova legge, è la risposta istintiva di un "sistema" che sa ragionare solo in termini burocratici. Non ci si chiede nemmeno se il difetto sta davvero nelle norme o se per caso qualcuno ha semplicemente agito male, con leggerezza. Mentre politici e commentatori cominciano a mettere in discussione la legge che regola la presenza di militari a bordo delle navi mercantili con funzioni di scorta anti-pirateria (i pirati ringraziano), nessuno pone un paio di domande elementari: il comandante della Lexie ha preso in assoluta solitudine la decisione di entrare in acque territoriali indiane? E una volta dentro, chi ha ordinato ai militari italiani di consegnarsi? Già il fatto che siano due e non tutti quelli presenti a bordo fa supporre l'esistenza di una trattativa della primissima ora con le autorità indiane. Condotta da chi?

In assenza di ricostruzioni ufficiali dei fatti, ripropongo la mia ipotesi: qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori, in patria e agli occhi degli amici indiani. E a Roma la Farnesina deve aver avallato tale soluzione apparendo così saggia e amichevole. D'altronde, sul modo in cui viene selezionato il nostro corpo diplomatico è lecito sollevare più di qualche dubbio dopo il caso del console fascio-rock Vattani. No, meglio non fare troppe domane. Potremmo scoprire che le vite dei nostri militari all'estero sono nelle mani di qualche console raccomandato.

Tuesday, February 21, 2012

La malafede indiana e l'indecenza della Farnesina

Una vicenda, quella dei due marò fatti prigionieri in India, che più che «ingarbugliata», come commenta il presidente Napolitano, appare scandalosa, ed emblematica dello scarso rispetto delle istituzioni per la vita dei nostri militari, giocata come carta diplomatica. Scandalosi innanzitutto il comportamento pusillanime e la reticenza delle autorità italiane e della stampa nazionale. Ci fosse stato Frattini a capo della Farnesina, sarebbe stato letteralmente bersagliato di accuse e domande, mentre il ministro Terzi gode dell'innamoramento dei grandi giornali per il governo dei tecnici. Non è pensabile che i due militari italiani abbiano deciso di testa propria, dunque quale autorità italiana ha ordinato loro di scendere a terra e consegnarsi? Quale autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera Enrica Lexie di entrare nel porto di Kochi, contro il parere della Marina militare? E a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise?

La Farnesina parla di «azioni unilaterali» della polizia indiana. Cosa significa? La polizia indiana è salita a bordo della Lexie per prelevarli, o i due marò sono scesi a terra e si sono consegnati? Non è stata la stessa Farnesina, in precedenza, a definire la nostra collaborazione un «semplice atto di cortesia» nei confronti del governo indiano? Domande inevase fino ad oggi e addirittua mai poste dalla stampa mainstream, ma solo da Notapolitca e Il Foglio. In assenza di una ricostruzione precisa e ufficiale degli eventi da parte della Farnesina, e nel totale - e molto sospetto - rifiuto delle autorità indiane di esibire persino le prove più basilari, non ci rimane che pensar male.

Primo: più che un «atto di cortesia» si è trattato di un «atto di imbecillità». Qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello con l'India sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori. Difficilmente la decisione di collaborare con le autorità indiane, e quindi di consegnare i militari, apparentemente così saggia e amichevole, non è stata avallata anche da Roma, dalla Farnesina, in contrasto con la Difesa.

Secondo: se le autorità indiane si rifiutano di esibire il peschereccio bucherellato di colpi, i cadaveri dei pescatori, l'esito dell'autopsia e i proiettili, è d'obbligo dubitare dell'intera versione. Dunque, dove sono questi presunti "pescatori"? Possibile che anche le nostre autorità e la nostra stampa invece di attenersi alla versione dei nostri militari insistano a parlare di «pescatori indiani» di cui finora non s'è vista nemmeno l'ombra? Per quanto ci riguarda, e fino a prova contraria, c'è stato un tentato atto di pirateria ai danni di un'imbarcazione battente bandiera italiana. E gli autori potrebbero essere gli stessi che poche ore dopo hanno tentato di attaccare un cargo greco. Insomma, qui di sicuro ci sono solo due attacchi di pirateria, altro che pescatori. E chi ci dice che non siano proprio loro i pirati? D'altra parte, è sufficiente gettare le armi in mare per trasformarsi da pirati in innocui pescatori.

Dunque, la questione andrebbe posta in altri termini con l'India: com'è possibile che i pirati operino indisturbati a 20 miglia dalle coste indiane? Godono per caso di qualche copertura da parte delle autorità costiere? Non è forse che con l'arresto dei due marò le autorità indiane stanno cercando di insabbiare il fatto che al largo delle loro coste si verificano attacchi di pirateria? O peggio: non riesco proprio a pensare a nessun altro incidente che i pirati, in combutta con le autorità costiere, potrebbero escogitare per dissuadere gli Stati dall'assegnare forze militari a protezione delle navi mercantili.

Friday, August 14, 2009

Birmania, se il "gioco" nucleare nordcoreano fa scuola

Su il Velino

Non ci sarebbe di che meravigliarsi se i casi della Corea del Nord e dell'Iran avessero fatto scuola e se anche la giunta militare al potere nell'ex Birmania avesse avviato un proprio programma nucleare con l'aiuto dei nordcoreani. Negli anni, a fronte di accordi mai rispettati, test missilistici e continue provocazioni, la comunità internazionale, con in testa gli Stati Uniti, ha garantito al regime di Pyongyang attenzioni, dialogo, legittimazione politica, persino aiuti. Alcune settimane fa, sul Washington Post, l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger ha avvertito che è giunto il momento di fare sul serio, di porre come obiettivo degli sforzi diplomatici la definitiva eliminazione dell'arsenale e del programma nucleare nordcoreano, perché altrimenti, proseguendo con un processo negoziale ormai sul punto di legittimare il "fatto compiuto", la politica di non-proliferazione perderebbe ogni credibilità.

Il rischio è che solo avviare - o far credere di aver avviato - un programma nucleare militare possa rappresentare un capitale politico da spendere sulla scena internazionale, come da anni sta facendo la Corea del Nord, e che agli occhi dei dittatori possa quindi apparire come il modo migliore per garantirsi la permanenza al potere. Inseguendo l'atomica, regimi altrimenti isolati come il Myanmar potrebbero pensare di catturare l'attenzione delle grandi potenze, e in particolare degli Usa (in prima linea negli sforzi per la non-proliferazione), portandole prima o poi ad aprire canali di dialogo più o meno diretti, che in ogni caso e alla lunga sortiscono un effetto legittimante.

Proprio il Myanmar (l'ex Birmania) è al centro dell'attenzione degli analisti in questi giorni, ma non solo per la nuova condanna agli arresti domiciliari inflitta alla leader dell'opposizione democratica e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sospetti sulle ambizioni nucleari della giunta militare birmana esistono da tempo, ma recentemente si sono rafforzati. Alcuni segnali delle ultime settimane fanno temere che la Corea del Nord stia effettivamente aiutando il Myanmar a dotarsi dell'atomica.
CONTINUA

Wednesday, December 24, 2008

La storia riserverà a Bush un trattamento migliore

E' tempo di bilanci per l'amministrazione Bush e David Frum elenca 8 fatti per i quali Bush a suo avviso verrà giudicato dalla storia in modo meno severo di quanto stanno facendo oggi i suoi contemporanei, sotto i colpi della crisi economica e con in mano gli indici di popolarità al minimo.
1) Una crescente partnership per la sicurezza tra Stati Uniti e India, uno dei maggiori successi di politica estera di Bush. La sua intesa strategica con l'India potrebbe rivelarsi «il più importante fatto geopolitico del 21esimo secolo»;
2) La guerra in Iraq si sta concludendo con una riconciliazione politica all'interno dell'Iraq e una durevole alleanza tra Iraq e Stati Uniti. Bush lascia la Casa Bianca con un Iraq «pronto a diventare per lo meno un paese normale, in pace con se stesso e i suoi vicini»;
3) Le speranze di Bush per un Medio Oriente democratico non sono divenute realtà. Ma la Libia ha abbandonato il programma nucleare, l'Arabia Saudita è meno ambigua con al Qaeda, Hamas è isolata e la seconda Intifada palestinese è stata sconfitta;
4) Non ci sono stati più attacchi terroristici su territorio americano dopo l'11 settembre;
5) In Sud America il "piano Colombia" ha funzionato, il Messico ha completato la sua seconda elezione presidenziale democratica e il regime di Chávez va verso il collasso a causa della sua incompetenza economica;
6) Il programma nazionale di prescrizione dei farmaci voluto da Bush solleva gli ultra-sessantacinquenni dalla paura di non potersi permettere le medicine di cui hanno bisogno;
7) Bush ha incoraggiato l'industria del nucleare;
8) Dopo l'11 settembre Bush è stato un appassionato difensore della vasta maggioranza di musulmani rispettosi della legge e forse anche per questo la temuta ondata di odio razziale non si è verificata.

«Questa eredità candida Bush per un posto sul Monte Rushmore?» si chiede Frum. «Probabilmente no. Ma forse gli garantirà un trattamento migliore dalla storia di quello ricevuto dai suoi contemporanei».

Wednesday, December 03, 2008

Il mondo dovrebbe fare ciò che il Pakistan non riesce a fare

New Delhi non ha dubbi: dietro gli attentati di Mumbai c'è un gruppo terroristico pachistano, attivo in Kashmir e legato ad al Qaida, il cui nome è Lashkar-e-Taiba. L'unico terrorista catturato dalle forze speciali indiane ha ammesso di essere pachistano e di farne parte. Come anticipavo ieri, il Lashkar-e-Taiba, "L'esercito dei puri", è il braccio armato di un'organizzazione religiosa pachistana al quale i servizi segreti pachistani (ISI) hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare in Kashmir. Dopo l'11 settembre, inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici e messo al bando da Islamabad, il gruppo è entrato in clandestinità, frazionandosi in diverse sigle e smettendo di rivendicare gli attentati. Il Lashkar-e-Taiba è sospettato di essere dietro l'attacco del dicembre 2001 al Parlamento di New Delhi e le bombe sui treni che nel 2006 provocarono oltre 200 morti.

E inevitabilmente cresce la tensione tra India e Pakistan. Da una parte, il governo indiano ha bisogno di agire; dall'altra, il governo pachistano è sotto pressione, perché è stato ormai accertato che i terroristi provenivano dal Pakistan, dove hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Come osservavo ieri, gli attentati di Mumbai hanno scosso l'India, ma chi ne esce più indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana. Intere aree ai confini occidentali con l'Afghanistan sono rifugi sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo fonte di tensioni con Kabul e Washington; gli attentati della scorsa settimana aggiungono ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India.

In un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente pachistano, Asif Alì Zardari, si era rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta fossero emerse responsabilità di elementi pachistani: «Anche se i militanti fossero legati a Lashkar-e-Taiba, contro chi pensate che noi stiamo combattendo?». Zardari voleva così far capire che considera i terroristi nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre... dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia». Ma India e Pakistan «non possono farsi prendere in ostaggio da attori non statali».

Zardari e il suo governo non sostengono i terroristi, ma cosa si può fare perché il mondo non sia ostaggio di attori non statali che operano dal territorio di uno stato e sono la creatura dei servizi segreti di quello stato? Se lo è chiesto, sul Washington Post, Robert Kagan, secondo il quale occorre «internazionalizzare la risposta»:
«La comunità internazionale dichiari che alcune zone del Pakistan sono ingovernabili e costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale. Una forza internazionale collabori con i pachistani per sradicare le basi dei terroristi dal Kashmir e dalle aree tribali. In questo modo si eviterebbe una nuova guerra tra India e Pakistan e il governo pachistano salverebbe la faccia, dal momento che la comunità internazionale lo aiuterebbe a ristabilire la sua autorità su tutto il territorio».
Non è una decisione che il governo pachistano può prendere alla leggera, perché verrebbe accusato dagli integralisti islamici di essere "servo" degli americani. Ma secondo Kagan una forza internazionale dovrebbe intervenire anche senza il consenso di Islamabad, violando la sovranità del Pakistan. «Non dovrebbero poter rivendicare la propria sovranità quegli stati incapaci di controllare un territorio da cui vengono lanciati attacchi terroristici». Se c'è una responsabilità che giustifica un intervento per impedire catastrofi umanitarie, dev'esserci anche la responsabilità di proteggere uno stato dagli attacchi lanciati da un territorio confinante, sia pure da attori non statali. Nel caso del Pakistan, anche se il governo civile non è coinvolto, la complicità dell'esercito e dell'ISI con i terroristi fa cadere ogni richiamo alla sovranità.

L'amministrazione Bush, ricorda Kagan, «per anni ha tentato di collaborare con l'esercito e il governo pachistano nella lotta al terrorismo, fornendo miliardi di dollari in aiuti e armamenti avanzati», ma dopo gli attentati di Mumbai questa cooperazione «dev'essere giudicata fallimentare». L'esercito e i servizi segreti «sono rimasti più interessati ad aumentare la propria influenza in Afghanistan tramite i Talebani e a combattere l'India in Kashmir tramite i gruppi terroristici».

Ma il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiede Kagan, «autorizzerebbe un'azione simile»? La Cina è stata «un alleato e un protettore» del Pakistan, e la Russia «potrebbe avere le sue ragioni per opporsi». Non gli piace l'idea di «abbattere il muro della sovranità nazionale», per questo ha bloccato le pressioni sul Sudan, sull'Iran e su altri stati criminali. Ma questo, osserva Kagan, «sarebbe un altro test per capire se la Cina e la Russia, presunti alleati nella guerra al terrorismo, sono davvero interessate a combattere il terrorismo fuori dai loro confini». Che l'intervento venga preso in considerazione alle Nazioni Unite, potrebbe essere sufficiente per ottenere la cooperazione volontaria del Pakistan». In ogni caso sarebbe per gli Stati Uniti e l'Europa un'occasione per «cominciare ad affermare il principio che il Pakistan e altri stati che ospitano i terroristi non dovrebbero sentire garantita la propria sovranità».

Tuesday, December 02, 2008

Gli attacchi di Mumbay destabilizzano il Pakistan

Le sfide principali di politica estera e di sicurezza per l'amministrazione Obama si chiamano Pakistan e Iran. Come mi era parso chiaro già da un minuto dopo, gli attacchi di Mumbay hanno scosso l'India, ma dicono molto di più di quanto sia a rischio il Pakistan. Proprio dal Pakistan provenivano i terroristi e in Pakistan hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Ciò non significa che sia implicato l'attuale governo pachistano. Il presidente non è più anche il capo dell'esercito, come lo era il generale Musharraf. Ieri, in un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente, Asif Alì Zardari, si è rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta emergessero responsabilità di gruppi terroristici pachistani. «Anche se i militanti fossero legati a Laskar-e-Toiba ("L'esercito dei puri", braccio armato di un'organizzazione religiosa pakistana, al quale i servizi segreti pachistani - ISI - hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare nel Kashmir indiano), contro chi pensate che noi stiamo combattendo?».

Il presidente Zardari ha voluto così far capire che il governo pachistano considera i terroristi che hanno colpito Mumbay nemici anche suoi, che li ritiene nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre, come nel caso di coloro che hanno perpetrato gli attacchi dell'11 settembre o che hanno contribuito all'escalation della situazione in Iraq», recrimina Zardari. «Dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia».

In un'intervista a una televisione locale, negando che i terroristi coinvolti avessero legami con istituzioni governative pachistane, Zardari ha auspicato che India e Pakistan non si facciano «prendere in ostaggio da attori non statali». E oggi il ministro degli Esteri pachistano Qureshi ha proposto al governo indiano di creare un team congiunto per indagare sugli attacchi di mercoledì scorso: «Il governo del Pakistan ha proposto di svolgere un'inchiesta congiunta, noi siamo pronti a formare un team in questo senso, per contribuire alle indagini», ha riferito alla tv nazionale.

Alcuni esperti ritengono che l'ISI abbia effettivamente sostenuto un certo numero di gruppi armati nella regione del Kashmir, contesa da Pakistan e India, alcuni dei quali figurano sulla lista del Dipartimento di Stato Usa delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, oggi, l'ISI avrebbe quasi certamente perso il controllo di questi gruppi. Altri, invece, avvertono che l'intelligence pachistana si muove come uno stato nello stato, opera al di fuori del controllo del governo, con una propria politica estera, continuando a sostenere gruppi terroristici. In effetti, se il generale Musharraf sembrava esercitare un certo controllo sull'esercito e sull'ISI, il nuovo governo civile sembra non avere praticamente alcun controllo.

Com'era inevitabile, e da chiunque prevedibile, dopo gli attacchi di Mumbay è aumentata la tensione tra India e Pakistan e si è bloccato il processo di pace in corso sul Kashmir. In queste ore, infatti, Europa e Stati Uniti sono impegnati a calmare gli animi tra New Delhi e Islamabad.

Se c'è una mente dietro i terroristi che hanno agito a Mumbay, è probabile che il suo obiettivo sia destabilizzare il Pakistan, oltre che massacrare infedeli indù e occidentali. Le zone a cavallo del confine tra Pakistan e Afghanistan sono tutt'oggi rifugi abbastanza sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo motivo fonte di tensioni tra Islamabad da una parte e Kabul e Washington dall'altra. Se a ciò si aggiunge ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India, chi ne esce indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, che appare impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana.

Una cosa sembra certa. E' il Pakistan il nuovo fronte scelto dal terrorismo islamico per combattere il jihad contro l'Occidente e gli infedeli.

Thursday, November 27, 2008

Attaccata l'India, ma a rischio il Pakistan

La vera e propria guerra lampo lanciata da un gruppo di terroristi islamici nel cuore dell'India, nella moderna città di Mumbay, ci ricorda che viviamo in un mondo pericoloso. Sono all'opera forze oscure che non potendo - per ora, e a meno di nostri incommensurabili errori - sovvertire il corso della storia, vibrano temibili colpi di coda. Il loro è un progetto totalitario: fermare la modernità che avanza, e assoggettare popolazioni musulmane e "infedeli" ai dettami di un'ideologia politica e sociale che si fonda su una visione oscurantista e fondamentalista della religione islamica.

L'esperienza di questi ultimi anni, però, ci induce a ritenere che se non cadranno nelle loro mani stati ricchi di risorse e geopoliticamente rilevanti, difficilmente saranno in grado di innalzare la loro sfida ad un livello esistenziale, cioè di minacciare la sopravvivenza del nostro sistema di vita e di valori.

Dal 2004 al 2007 i terroristi islamici hanno fatto oltre 3 mila morti in India, per lo più nella quasi indifferenza del mondo. L'attacco a Mumbay, per le capacità militari che rivela, rappresenta però una escalation, un salto di qualità, e accresce la preoccupazione per uno dei paesi più instabili della regione, da cui con ogni probabilità proveniva, o comunque è stato addestrato, il commando terrorista. Il Pakistan è sempre più base dei terroristi e a sua volta polveriera pronta ad esplodere.

Wednesday, October 08, 2008

Stati Uniti in crisi, la Cina mostra i muscoli

Una notizia che avrebbe avuto senz'altro l'attenzione che merita, se in questi giorni la crisi finanziaria non avesse monopolizzato le prime pagine: la Cina ha annullato o sospeso numerosi contatti militari con gli Stati Uniti in reazione a una fornitura militare statunitense a Taiwan del valore di circa 6,5 miliardi di dollari. Cancellate o rinviate visite ad alto livello e scambi commerciali legati agli aiuti umanitari, fissati per la fine di novembre. La fornitura militare a Taiwan butta al vento anni di lavoro per costruire un rapporto di fiducia tra Cina e Stati Uniti sul piano militare, minaccia la sicurezza della Cina e ignora il diritto internazionale, ha protestato il ministro degli Esteri cinese.

Bisogna considerare che la Cina tiene puntati su Taiwan i suoi missili e che in realtà, diversamente da altre volte, le armi del pacchetto sono volte a migliorare le capacità di difesa dell'isola senza alterare gli equilibri strategici nella regione. Inoltre, il nuovo presidente di Taiwan, Ma Ying-Jeou, ha mostrato di voler perseguire una politica di progressivo riavvicinamento a Pechino, a cominciare dai rapporti economici e commerciali.

Eppure, la Cina questa volta eccepisce. Segno che i rapporti di forza tra Pechino e Washington nella regione stanno progressivamente mutando a favore dei cinesi, che sentono di avere sufficiente peso politico per poter esercitare pressioni su Washington.

L'amministrazione Bush ha proseguito negli sforzi delle amministrazioni precenti per integrare la Cina nel sistema internazionale, ma si è anche mossa per preparare l'America a fronteggiare quella che appare una potenza rivale, se non ancora nemica: rafforzando la cooperazione economica e militare con alcuni importanti stati asiatici, tra cui Giappone, India e Vietnam (ultimo atto la recente ratifica da parte del Congresso di un accordo di cooperazione nucleare con l'India); diminuendo la sua presenza militare in Europa per rafforzarla nelle basi del Pacifico e dell'Asia centrale.

Eppure, gli Stati Uniti hanno una comprensione ancora limitata delle intenzioni cinesi. E' una delle osservazioni contenute nel rapporto di un board indipendente, l'International Security Advisory Board, sulla modernizzazione delle forze armate cinesi, destinato al segretario di Stato Usa. Il problema è capire come la Cina intende usare le sue forze armate, se può essere inclusa tra le potenze che lavorano alla stabilità o invece al mutamento degli equilibri internazionali, se si sta preparando a un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti. In ogni caso, conclude il rapporto, «la modernizzazione militare cinese sta procedendo a ritmi che destano preoccupazione anche assumendo la più benevola interpretazione delle motivazioni». L'ISAB suggerisce quindi di prendere delle contromisure: difendere Taiwan (non ripetendo l'errore commesso con la Georgia); rassicurare gli alleati della regione; contrastare lo spionaggio; migliorare le difese anti-missile.

I cinesi «hanno ampiamente chiarito le loro intenzioni», osserva Gordon G. Chang su Frontpage Magazine, e gli Stati Uniti dovrebbero «comprendere le ambizioni geopolitiche di Pechino». Purtroppo, la Cina è una nazione «potenzialmente ostile», spiega l'analista: «E' stata l'unica superpotenza mondiale per secoli, e oggi si sta preparando a riconquistare quel ruolo». Ma non può riuscirci senza una forza militare superiore a quella americana, soprattutto sui mari, nei cieli e nello spazio.

Eppure, molti a Washington sono ancora convinti che Pechino si accontenti dello status quo, di far parte del sistema internazionale per la prima volta nei suoi sei decenni di vita. Pechino però non ha nascosto le sue ambizioni nell'ultimo decennio, osserva Chang. L'aumento esponenziale della spesa militare, l'iniziativa diplomatica denominata Shanghai Cooperation Organization, le provocazioni militari e spaziali, e in ultimo la reazione di questi giorni alla fornitura di armi a Taiwan, lo dimostrano: «La Cina, di nuovo sicura di sé e sempre più assertiva, sta lavorando per mutare il sistema globale e adattarlo ai suoi obiettivi».

Thursday, July 31, 2008

Fallisce Doha Round. Le nazioni tornano al protezionismo?

Alla fine il riflesso protezionista sembra aver contagiato Cina e India. E' anche per colpa dei due giganti asiatici, infatti, se il Doha Round si è arenato, come spiega oggi Alberto Mingardi su il Riformista. Un esito paradossale, «con le nazioni che beneficiano di manodopera low cost che temono Paesi tecnologicamente più avanzati» e proteggono i loro mercati dalle importazioni agricole americane.

Sempre il grano. Eppure, proprio l'abolizione dei dazi sul grano nell'Inghilterra del 1848 «fu uno dei pochi punti mai segnati a favore del libero scambio» e si rivelò una delle spinte più formidabili allo sviluppo dell'economia dell'epoca. Anche oggi l'abolizione dei dazi sul grano potrebbe produrre gli stessi benefici effetti, ma stavolta su scala planetaria, aiutando il libero scambio a dare impulso a una crescita economica globale.

Certo, osserva Mingardi, «se le pretese dell'Occidente a vantaggio delle proprie clientele di agricoltori fossero state più leggere, nel 2003 e nel 2005, non saremmo a questo punto. E non avremmo legittimato, col nostro, il protezionismo degli altri».

Il guaio è che i negoziati del Wto non sono guidati dalle valutazioni degli economisti, quanto piuttosto da una casta di "mercantilisti illuminati", come li ha definiti Paul Krugman. «Politica, non mercato». I riflessi protezionistici prevalgono laddove la politica fa valere le sue logiche e non quelle funzionali del mercato.

A questo punto, potrebbe aprirsi lo spazio per l'idea tremontiana di una nuova Bretton Woods. Che sia però nuova, non una Bretton Woods al contrario.