Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.
Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.
Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.
Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.
Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.
Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.
Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.
Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
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Thursday, March 21, 2013
Wednesday, March 20, 2013
Perché Napolitano deve scaricare subito Bersani
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
Tuesday, March 19, 2013
Italia, Europa: stessa maionese impazzita
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?
IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.
E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.
Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.
Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.
E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?
La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?
E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.
Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.
Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.
Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?
IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.
E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.
Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.
Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.
E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?
La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?
E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.
Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.
Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.
Thursday, January 22, 2009
Quel brutto viziaccio dei nostri giornalisti
Sottoscriviamo totalmente questo commento di Aldo Grasso sulla cattiva e fastidiosissima abitudine dei giornalisti televisivi italiani a sovrapporre i loro commenti all'audio di un evento che sta andando in onda in diretta. Per chiosare, riassumere, o commentare ciò che i telespettatori, non essendo imbecilli, possono capire da sé. Il critico televisivo del Corriere ha notato che durante la cerimonia di giuramento di Barack Obama su tutte le tv che hanno coperto l'evento (tranne Skytg24), giornalisti e commentatori intervenivano continuamente. Per fortuna non proprio sul pledge e sul discorso d'insediamento, ma ogni tanto zac - che stesse pregando il reverendo tal dei tali, o giurando il vicepresidente Biden, o cantando Aretha Franklin (mica pizza e fichi!) - ecco la voce molesta. Vogliamo godere dell'evento in sé integralmente. Lo volete capire o no?! I commenti, per favore, dopo. Se proprio vi scappano...
Friday, December 21, 2007
Veltroni accerchiato, Berlusconi può rompere l'assedio
E' davvero spassosissima la telefonata tra Berlusconi e Saccà che Repubblica.it/L'Espresso ci ha dato modo di ascoltare sui suoi siti ieri. Lo è perché, come ha efficacemente scritto oggi Aldo Grasso sul Corriere, «è un piccolo capolavoro di antropologia culturale», un «dialogo surreale degno di Totò e Peppino», la scena di un film dei fratelli Vanzina. E' uno spaccato rappresentativo, a tutti i livelli, dal gradino più basso a quello più alto, dell'Italia in cui viviamo.E ciò che più inquieta è che quella telefonata ci induce a immaginare un leader politico come Berlusconi, ex premier, che perde le sue giornate al telefono barcamenandosi tra raccomandazioni e favori. Vogliamo dirla tutta: Berlusconi non esce poi così male da quella telefonata. Meno arrogante di quanto si potesse supporre, più in balìa dei fastidi da comune mortale che abbia una briciola di potere a cui tutti cercano di aggrapparsi. E dal punto di vista politico ed economico "piazzare" due attricette per far cadere un governo che così tanti danni sta infliggendo al paese è un prezzo più che accettabile. Ben altro il giudizio politico su quei senatori che avendolo appoggiato, quel governo, erano disposti a farlo cadere per portarsi a letto due attricette. Ma siamo pur sempre nel politicamente, non nel penalmente rilevante. Tra l'altro, non essendo caduto il governo, è semmai ipotizzabile che alcuni di quei senatori siano stati "comprati" con provvedimenti in Finanziaria.
A volte le intercettazioni, seppure barbare, sono spassose, bisogna riconoscerlo. Gradiremmo solo che per par condicio si potessero ascoltare anche quelle di D'Alema e Fassino su Unipol, o i sottilissimi ragionamenti politici di un Casini, o di un Fini, o i disinteressatissimi contatti di Prodi con il mondo bancario, e chi più ne ha più ne metta. Detto questo, rispetto agli altri paesi la magistratura fa un abuso sconcertante, il più delle volte immotivato se non per motivi di ricatto politico, di intercettazioni: sono milioni e milioni di euro a carico del contribuente e sottratti a indagini e strumenti investigativi di ben più urgente necessità. Esplosa la bolla, le inchieste che dalle intercettazioni partono quasi mai arrivano al processo.
Peccato che chi ha confezionato l'attacco a Berlusconi non abbia fatto i conti con le doti di grande comunicatore del Cav., che ha subito, a mio avviso, girato a proprio vantaggio la situazione senza che i suoi avversari neanche se ne accorgessero. Trasformando il caso da un'ipotesi di corruzione di senatori - archiviata come inesistente dalla stessa procura che aveva aperto l'indagine e che probabilmente ha girato l'mp3 a la Repubblica - a un attacco contro la Rai, si badi bene, su un aspetto largamente condiviso dall'opinione pubblica.
L'establishment politico e giornalistico di sinistra, prigioniero del suo stesso pregiudizio, non se ne accorgeva e rilanciava scandalizzato le "ingiuriose" parole di Berlusconi su tutte le tv e le prime pagine dei giornali: «In Rai sono tutti raccomandati, a partire dal direttore generale. Ci lavora solo chi si prostituisce e chi è di sinistra».
Bene, bravi, bis. Con questa affermazione incontrovertibile Berlusconi ha vinto anche questa mano, posizionandosi in totale sintonia con l'opinione pubblica. E viene da ridere a leggere i nomi dei giornalisti Rai intervenuti sui giornali per difendere il proprio onore. Anzi, verrebbe da piangere. La Rai è tutta in quelle due frasi di Berlusconi. Niente di più, altro che di tutto di più. Lo sanno tutti.
Piuttosto sarebbe miope non inquadrare questa nuova polemica nella strategia lungo l'asse Palazzo Chigi-procure-la Repubblica volta a cannoneggiare e affondare il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale. Attaccare Berlusconi per alimentare l'antiberlusconismo e rendere più costoso a Veltroni dialogarci, isolare e logorare il leader del Pd, prolungare la vita del Governo Prodi.
Ed è scellerato per chi, come i radicali, ha sempre spinto in direzione di una legge elettorale maggioritaria e bipartitica, non accorgersi che oggi il fronte più avanzato di quella battaglia è rappresentato da Veltroni e Berlusconi, non certo dai Mastella, dai Casini, dai D'Alema che cercano di sabotarli. I radicali potrebbero incalzare i due leader con l'uninominale, ma imbarcandosi con chi rema contro finiscono per remare contro se stessi, e sorge il sospetto che anche a loro interessi unicamente la sopravvivenza del governo.
Il dialogo, appunto. Veltroni è accerchiato: all'interno del suo stesso partito da dalemiani, fassiniani, rutelliani e mariniani, tutti per il modello tedesco; dall'esterno, dai "nanetti", che minacciano di far cadere il governo e quindi mettono Prodi contro Veltroni. «Guardate che io non mi faccio bruciare a fuoco lento», ha reagito giorni fa. Accusato di perseguire l'inciucio, giustamente ha osservato come il sistema tedesco sia «un inciucio che rischia di riportarci indietro ai tempi del pentapartito».
L'unico suo alleato è Berlusconi: condividono la preoccupazione di impedire, con qualsiasi legge elettorale, l'operazione di un partito di "centro" di matrice cattolica, la "cosa bianca", che si ponga come ago della bilancia del sistema politico. Come? Si vedrà, ma questo sembra un punto irrinunciabile per entrambi. E Giuliano Ferrara si sforza di strappare a entrambi anche la promessa che, qualsiasi sia la prossima legge elettorale, Pd e Pdl si presenteranno da soli.
Fino a quando la Corte costituzionale non ammetterà i referendum elettorali, la pistola carica puntata sulla tempia l'hanno Veltroni e Berlusconi, che non possono usare fino in fondo il ricatto referendario.
Ma per rompere l'assedio Berlusconi potrebbe raccogliere l'assist che Veltroni potrebbe avergli voluto lanciare. Il doppio turno di collegio alla francese è «sul tavolo, non l'abbiamo mai ritirato», avrebbe detto il segretario del Pd secondo quanto riportava oggi Goffredo De Marchis su la Repubblica. Fini e D'Alema non potrebbero dire di no, sostenendolo da sempre come prima opzione. E' noto che Berlusconi, però, non ama i collegi uninominali ed è convinto che i moderati non vadano a votare la seconda domenica. Panebianco giorni fa invocava un ulteriore slancio politico di Berlusconi, che potrebbe dirsi «pronto a un accordo sul maggioritario a doppio turno di tipo francese», spiazzando alleati e avversari, mettendo così alla prova sia Fini, sia Veltroni, sia tutti «quelli che (soprattutto dentro il Partito democratico) sono sempre stati pronti, a parole, a immolarsi per quel sistema elettorale».
Eppure, a un escamotage per far accettare a Berlusconi il doppio turno alla francese si potrebbe lavorare.
Thursday, September 27, 2007
Garlasco fiction
Del delitto di Garlasco e degli sviluppi delle indagini ancora non ho scritto. Aspetto che sia più chiaro cos'ha davvero in mano l'accusa, perché di quello che riportano i giornali non mi fido. Devono riempire paginoni con le poche notizie che filtrano arrivando per vie traverse, di terza, quarta e quinta mano. Certo, verrebbe voglia di ironizzare sulle rivelazioni a rilento della cosiddetta "scientifica". Avranno eseguito così tanti sopralluoghi che ormai dalle impronte nella villetta di direbbe che la povera ragazza sia stata vittima di un complotto ordito da Ris e procuratori.
Ma fa piacere che almeno qualcuno denunci quali pagliacciate i contribuenti della Rai siano costretti a finanziare. Come ogni autunno Porta a Porta riprende dal delitto irrisolto dell'estate. In modo sempre più morboso. Se poteva avere un qualche senso il plastico della villetta di Cogne, mi spiegate che senso ha portare in studio una copia della bicicletta che inchioderebbe Alberto Stasi? Se lo chiede Aldo Grasso, sul Corriere di oggi. «Avvoltoi», «senza vergogna».
L'incapacità dei magistrati e la sudditanza nei loro confronti dei cronisti giudiziari indigna Vittorio Feltri, su Libero.
E ancora, ecco qualche esempio di cronisti che diventano giallisti, da Stampa Rassegnata.
Ma fa piacere che almeno qualcuno denunci quali pagliacciate i contribuenti della Rai siano costretti a finanziare. Come ogni autunno Porta a Porta riprende dal delitto irrisolto dell'estate. In modo sempre più morboso. Se poteva avere un qualche senso il plastico della villetta di Cogne, mi spiegate che senso ha portare in studio una copia della bicicletta che inchioderebbe Alberto Stasi? Se lo chiede Aldo Grasso, sul Corriere di oggi. «Avvoltoi», «senza vergogna».
L'incapacità dei magistrati e la sudditanza nei loro confronti dei cronisti giudiziari indigna Vittorio Feltri, su Libero.
«È stato rovesciato anche un principio sacro. Ormai uno è colpevole (non innocente) fino a prova contraria. E se non è lui a fornire la prova contraria va dritto filato in galera. Il caso di Alberto Stasi è emblematico. Il giovanotto si trova in cella. Se non confessa, se non salta fuori l'arma del delitto, se non si accerta un movente plausibile chi se ne frega. Si andrà al processo comunque e buonanotte. Non c'è un redattore nel nostro Paese cosiddetto culla del diritto, nemmeno uno straccio di cronista che abbia difeso il ragazzo o almeno filtrato criticamente indizi (labili) sulla base dei quali è stato emesso il provvedimento di fermo. La stampa ha rinunciato ancora una volta ad esercitare il ruolo di cane da guardia del potere, dimenticando che quello giudiziario è un potere, esattamente come il governo e il parlamento. I giornalisti - che tristezza stanno sempre dalla parte del più forte e trascurano i deboli...»Si sta affermando nelle indagini su questi delitti una tendenza inquietante: quella di aggiustare orario del decesso e scena del delitto in modo da renderli compatibili con l'unico sospettato di cui si dispone. Annotatevelo in caso di bisogno: mai svelare il proprio alibi prima che la procura si sia espressa in modo definitivo sull'orario della morte della vittima.
E ancora, ecco qualche esempio di cronisti che diventano giallisti, da Stampa Rassegnata.
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