Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur
Fine dei giochi, secondo schiaffone all'Italia in tre giorni... Il "liberale" ed "europeista" Macron ha deciso di nazionalizzare STX piuttosto che farla guidare a Fincantieri. Europa? Mercato? Belle parole, poi c'è l'interesse nazionale... "Il nostro obiettivo è difendere gli interessi strategici della Francia", ha spiegato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire. Non si tratta di cattiveria, ma all'Eliseo evidentemente non si fidano del nostro sistema-Paese. Oppure, sarà colpa del "protezionista" Trump??
Già come Italia non contavamo molto, ma dal 2011, dalla chiamata dello straniero e dai governi di inetti che sono seguiti, ci hanno azzerati completamente, ci stanno massacrando, ma i nostri governi non l'hanno ancora capito e continuano a parlarsi addosso.
O forse l'hanno capito un paio di giorni fa, e sono ancora storditi. Martedì all'Eliseo si sono incontrati i due principali rivali sul futuro della Libia, al-Serraj e Haftar, invitati dal presidente francese Macron, che ha preso in mano le redini del processo dopo aver probabilmente ricevuto via libera da Trump e da Putin (invitati anch'essi a Parigi in rapida successione). Blitz Macron, Italia fuori dai giochi. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". La storia di come ci siamo di fatto auto-esclusi è ancora da scrivere. Ma si può azzardare qualche ipotesi... Indecisi a tutto, timidi, siamo andati in crisi con al Sisi cadendo nella trappola Regeni, troppi complessi - che Macron non ha avuto - nel parlare con i "cattivoni" Trump e Putin... eccetera...
E ora il presidente francese annuncia anche gli hotspot in Libia (idea poi parzialmente smentita: non subito), di cui si discute, anzi si chiacchiera da anni in Italia ovviamente senza concludere nulla. Mentre il governo italiano si occupava di migranti come una qualsiasi ONG, Macron ha semplicemente fatto politica. Non è un nostro "nemico", fa gli interessi francesi mentre noi quasi ci vergogniamo di averne.
Non provino nemmeno Gentiloni, Alfano e Renzi: non c'è modo per ridimensionare gli schiaffoni presi da Macron. Possono solo tacere e, se possibile, sparire. Per tentare di parare il colpo ora sono pronti a inviare le navi della marina militare in Libia... Dopo che per anni hanno detto che non si poteva e ridicolizzato chi lo proponeva. Pagliacci!
Sarà chiaro adesso cosa significa EnMarche! Il primo cadavere su cui Macron è passato sopra marciando, cantando la Marsigliese e sventolando la bandiera francese, non quella europea, è quello dell'Italia. Macron ha effettivamente "salvato l'Europa", intesa come burocrazia europea, ma si sta muovendo come se l'Ue non esistesse, agisce senza nemmeno avvertirla. E ha ragione: l'Europa sui temi e le crisi internazionali non esiste. Non esiste un interesse europeo. Esistono interessi francesi, tedeschi, italiani (sebbene non ce ne curiamo). Tutti legittimi.
Showing posts with label renzi. Show all posts
Showing posts with label renzi. Show all posts
Thursday, July 27, 2017
Monday, July 03, 2017
Italia isolata in Europa sull'emergenza migranti
Hanno ragione Francia, Spagna e Austria, che non sono certo governate da
pericolosi estremisti... E torto l'Italia, che
sull'emergenza migranti, per lo più autoinflitta, non rispetta leggi e
regole, e soprattutto i suoi cittadini
Praticamente, ieri sera al vertice di Parigi sull'emergenza migranti, Francia Germania e Italia hanno adottato il "piano Zuccaro" sulla condotta delle ong. Le prove dovevano essere proprio convincenti...
Se tra i punti dell'intesa sul protocollo di condotta delle ong c'è 1) il divieto di entrare in acque libiche; 2) il divieto di spegnere i trasponder a bordo; e 3) il divieto di lanciare segnali luminosi verso la costa libica, vuol dire che al momento un numero non irrilevante delle navi delle ong fanno esattamente queste tre cose: entrano in acque libiche, spengono i trasponder e lanciano segnali luminosi ai trafficanti. E questo non è soccorso...
Prima, anzi fino a ieri, non c'era nemmeno un'emergenza, era un fenomeno ineluttabile a cui abituarsi, vi dicevano. D'un tratto, nell'arco di un weekend, il fenomeno è diventato "ingestibile", tanto da dover chiudere i porti... E il problema è l'Europa? Qualcosa non torna...
L'emergenza migranti (come il debito pubblico e la nostra interminabile crisi economica) è per lo più autoinflitta, abbiamo incoraggiato il business per anni. Più siamo andati a prenderli vicino alle coste libiche, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Non ci voleva un genio per capirlo... Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme - tratta di essere umani - e in questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti. Anche il New York Times è xenofobo e razzista??
Certo, la crisi generata dal caos libico (grazie Obama, Clinton, Sarkozy, Cameron), ma è stata aggravata dalle politiche dissennate dei governi Letta e Renzi. Profughi una estrema minoranza, sulle nostre coste arrivano da sempre migranti economici, che spesso non fuggono nemmeno da una condizione di miseria assoluta: leggere queste scomode verità. Di quelli nessuno in Europa ne voleva e ne vuole sapere. Abbiamo ancora la nostra sovranità, i nostri confini e gli strumenti per farli rispettare. È una questione di volontà politica nostra, non di chiedere permessi o aiuti a Bruxelles. Tirare in ballo - ora - l'Ue serve solo a cercare di coprire le responsabilità di chi c'è e di chi c'era al governo...
La realtà è che si sono finalmente accorti che la politica dell'accoglienza è alla lunga insostenibile, che sull'immigrazione senza limiti hanno perso consensi (referendum e amministrative), e ora che le politiche sono dietro l'angolo, et voilà, il "blocco" non è più xenofobo, razzista, disumano. Però per giustificare il cambio di linea prendono come alibi presunte inadempienze dell'Ue. Cialtroni. Ipocriti. Codardi.
E' un gioco delle parti. La relocation riguarda i rifugiati, un'estrema minoranza di quanti arrivano in Italia. Al di là delle pacche sulle spalle, la posizione dell'Ue è chiara da tempo (ed è la più ovvia): identificazione e rimpatri (e aiuti in Africa). Se poi il governo italiano vuole accogliere tutti, problemi suoi. Al massimo uno sconticino sul deficit. Il governo italiano lo sa bene, ma continua a lamentarsi con l'Ue che "non ci aiuta" per giustificare all'opinione pubblica la crisi e il cambio di linea. Poi ci sarebbe il tema Libia, ma l'Ue non esiste (per una soluzione bussare a Washington e Mosca), ogni nazione fa i suoi interessi. Anche questa non è una novità...
Il presidente francese Macron ha il merito di aver detto le cose come stanno, mentre dagli altri solo ipocrisia. "La Francia deve fare la sua parte sull'asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c'è il problema dei migranti economici, e questo non è un tema nuovo: l'80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici (dati Viminale, ndr). Non dobbiamo confondere". E questa è la vera posizione di tutti i paesi. Solo in Italia si è voluto confondere, per confondere i cittadini, e giustificare un'accoglienza indiscriminata. Ora arriva il conto, politico ed economico.
Praticamente, ieri sera al vertice di Parigi sull'emergenza migranti, Francia Germania e Italia hanno adottato il "piano Zuccaro" sulla condotta delle ong. Le prove dovevano essere proprio convincenti...
Se tra i punti dell'intesa sul protocollo di condotta delle ong c'è 1) il divieto di entrare in acque libiche; 2) il divieto di spegnere i trasponder a bordo; e 3) il divieto di lanciare segnali luminosi verso la costa libica, vuol dire che al momento un numero non irrilevante delle navi delle ong fanno esattamente queste tre cose: entrano in acque libiche, spengono i trasponder e lanciano segnali luminosi ai trafficanti. E questo non è soccorso...
Prima, anzi fino a ieri, non c'era nemmeno un'emergenza, era un fenomeno ineluttabile a cui abituarsi, vi dicevano. D'un tratto, nell'arco di un weekend, il fenomeno è diventato "ingestibile", tanto da dover chiudere i porti... E il problema è l'Europa? Qualcosa non torna...
L'emergenza migranti (come il debito pubblico e la nostra interminabile crisi economica) è per lo più autoinflitta, abbiamo incoraggiato il business per anni. Più siamo andati a prenderli vicino alle coste libiche, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Non ci voleva un genio per capirlo... Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme - tratta di essere umani - e in questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti. Anche il New York Times è xenofobo e razzista??
Certo, la crisi generata dal caos libico (grazie Obama, Clinton, Sarkozy, Cameron), ma è stata aggravata dalle politiche dissennate dei governi Letta e Renzi. Profughi una estrema minoranza, sulle nostre coste arrivano da sempre migranti economici, che spesso non fuggono nemmeno da una condizione di miseria assoluta: leggere queste scomode verità. Di quelli nessuno in Europa ne voleva e ne vuole sapere. Abbiamo ancora la nostra sovranità, i nostri confini e gli strumenti per farli rispettare. È una questione di volontà politica nostra, non di chiedere permessi o aiuti a Bruxelles. Tirare in ballo - ora - l'Ue serve solo a cercare di coprire le responsabilità di chi c'è e di chi c'era al governo...
La realtà è che si sono finalmente accorti che la politica dell'accoglienza è alla lunga insostenibile, che sull'immigrazione senza limiti hanno perso consensi (referendum e amministrative), e ora che le politiche sono dietro l'angolo, et voilà, il "blocco" non è più xenofobo, razzista, disumano. Però per giustificare il cambio di linea prendono come alibi presunte inadempienze dell'Ue. Cialtroni. Ipocriti. Codardi.
E' un gioco delle parti. La relocation riguarda i rifugiati, un'estrema minoranza di quanti arrivano in Italia. Al di là delle pacche sulle spalle, la posizione dell'Ue è chiara da tempo (ed è la più ovvia): identificazione e rimpatri (e aiuti in Africa). Se poi il governo italiano vuole accogliere tutti, problemi suoi. Al massimo uno sconticino sul deficit. Il governo italiano lo sa bene, ma continua a lamentarsi con l'Ue che "non ci aiuta" per giustificare all'opinione pubblica la crisi e il cambio di linea. Poi ci sarebbe il tema Libia, ma l'Ue non esiste (per una soluzione bussare a Washington e Mosca), ogni nazione fa i suoi interessi. Anche questa non è una novità...
Il presidente francese Macron ha il merito di aver detto le cose come stanno, mentre dagli altri solo ipocrisia. "La Francia deve fare la sua parte sull'asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c'è il problema dei migranti economici, e questo non è un tema nuovo: l'80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici (dati Viminale, ndr). Non dobbiamo confondere". E questa è la vera posizione di tutti i paesi. Solo in Italia si è voluto confondere, per confondere i cittadini, e giustificare un'accoglienza indiscriminata. Ora arriva il conto, politico ed economico.
Tuesday, May 16, 2017
Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...
Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.
Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??
Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??
Monday, May 08, 2017
Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron
Pubblicato su formiche
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
Saturday, April 29, 2017
Corridoi umanitari poco umanitari
Il procuratore di Catania Zuccaro non è il solito magistrato di provincia "innamorato di protagonismo", né si diverte a infangare il buon nome delle ONG, ma come riporta oggi La Stampa lancia un allarme sulla base di prove reali che però non può usare processualmente. Non si tratta di illazioni. È ormai acclarato che proprio "Mare Nostrum", cioè andare a prendere i migranti davanti le coste libiche, ha fatto esplodere il fenomeno con meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, peggiori condizioni e più rischi per i migranti. Responsabilità dei governi italiani Letta e Renzi. Ora che sotto missione Ue è arretrato il raggio d'azione dei pattugliamenti, il "vuoto" viene colmato dalle ONG e i dati peggiorano ancora (sia arrivi che vittime). Di fatto siamo di fronte alla realizzazione di un corridoio umanitario (che come mostrano i dati tanto umanitario non è...), cioè un atto di politica estera e di difesa, da parte di privati. Il problema è politico e di sicurezza nazionale: è qualcosa che un governo può accettare?
Zuccaro non è né il primo né sarà l'ultimo dei magistrati italiani a non parlare solo con gli atti, una condotta diffusa quanto inappropriata, che però indigna a corrente alternata, e semmai a differenza di altri suoi colleghi finora ha evitato di imbastire processi e ordinare arresti eclatanti in mancanza di prove utilizzabili in dibattimento... A stupire però è la rapidità con cui un magistrato, se solleva ipotesi non "allineate" alla narrazione dei "benpensanti" di sinistra, finisce sotto la lente del Csm e la gogna dei sacerdoti del politicamente corretto.
Zuccaro non è né il primo né sarà l'ultimo dei magistrati italiani a non parlare solo con gli atti, una condotta diffusa quanto inappropriata, che però indigna a corrente alternata, e semmai a differenza di altri suoi colleghi finora ha evitato di imbastire processi e ordinare arresti eclatanti in mancanza di prove utilizzabili in dibattimento... A stupire però è la rapidità con cui un magistrato, se solleva ipotesi non "allineate" alla narrazione dei "benpensanti" di sinistra, finisce sotto la lente del Csm e la gogna dei sacerdoti del politicamente corretto.
"Sulla pelle dei migranti sta emergendo un ennesimo scandalo: il sospetto, che purtroppo non sembra totalmente privo di fondamento, di una manipolazione a fini economici e politici anche delle operazioni di salvataggio. (...) la paura che venga meno lo sforzo generoso di molti per il salvataggio dei migranti non deve portare a semplificare il problema negandone l'esistenza".L'Osservatore Romano, non La Padania né il blog di Grillo...
Wednesday, April 26, 2017
Meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare
Trucco ormai smascherato: altro che Canale di Sicilia, davanti Tripoli non sono salvataggi, ma è un efficiente servizio di linea operato dalla benemerita joint venture ong-trafficanti. Cui prodest? E soprattutto, cosa impedisce al governo italiano di denunciare attività che ben poco hanno a che fare con scopi umanitari? Qualche struzzo in realtà (compreso il capo di tutti gli struzzi, Matteo Renzi) sta alzando la testa dalla sabbia... Il 19 aprile a Matrix l'ex premier si è finalmente fatto sentire ("non possiamo essere presi in giro da nessuno, né in Europa, né da ong che non rispettano le regole"), ma purtroppo solo dopo che si è fatto prendere in giro per anni. E che, su questo tema, ha perso il referendum della vita...
Qualche dato di fatto.
In audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato, il responsabile di SOS Méditerranée conferma: migranti imbarcati a pochi chilometri dalla costa libica.
L'aumento dei mezzi di soccorso (delle ong) nel tratto di mare tra Italia e Libia è "paradossalmente" coinciso con l'aumento delle vittime (4.500 nel 2016, 2.800 nel 2015). Salvini? No, il direttore di Frontex.
Sempre il direttore di Frontex, non Salvini... "L'origine dei migranti è prevalentemente africana (in particolare dai paesi dell'Africa occidentale sub-sahariana, mentre è in diminuzione dal Corno d'Africa). Il profilo più ricorrente è quindi quello di migranti economici irregolari". Dunque, per l'ennesima volta, dalla Libia non arrivano profughi siriani, pochi dal corno d'Africa, quindi è ovvio che non funzioni la redistribuzione a livello europeo, che non vale per gli irregolari.
"Evidenze che tra alcune ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti", avverte il procuratore di Catania Zuccaro, ma come lui stesso avverte, il problema è politico.
Frontex 1: "E' chiaro che i trafficanti che operano in Libia stanno approfittando dell'obbligo internazionale di salvare vite in mare".
Frontex 2: Dall'inizio dell'anno "oltre 36mila migranti sono arrivati in Italia, partendo soprattutto dalla Libia. E' il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso".
Frontex 3: dal 2014 è cambiato il modus operandi dei trafficanti libici. In particolare:
1) "l'area di ricerca e salvataggio è cambiata: mentre nel 2011 le barche che trasportavano i migranti arrivavano fino a Lampedusa e nel 2014 i salvataggi avvenivano a metà strada fra la Libia e l'Italia, nel 2016 e 2017 l'area di ricerca e salvataggio si è spostata al limite delle acque territoriali libiche";
2) "il numero di persone che viaggiano a bordo dei gommoni è aumentato: da circa 90 in media nel 2014 per imbarcazioni di 10 metri, nel 2016 e 2017 sono circa 170";
3) "la qualità dei materiali di cui sono fatte queste barche è drammaticamente peggiorata negli ultimi due anni";
4) "mentre nel 2014 la quantità di carburante era sufficiente per fare lunghi percorsi, ora basta appena a lasciare le acque territoriali libiche. Lo stesso vale per l'acqua da bere e il cibo";
5) "inoltre, recentemente abbiamo notato che i trafficanti tolgono i motori dalle barche quando vedono una nave di soccorritori nei paraggi, lasciando i gommoni pieni di gente alla deriva e in pericolo, per riutilizzare il motore per un altro viaggio".
Insomma, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme e con questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti.
Qualche dato di fatto.
In audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato, il responsabile di SOS Méditerranée conferma: migranti imbarcati a pochi chilometri dalla costa libica.
L'aumento dei mezzi di soccorso (delle ong) nel tratto di mare tra Italia e Libia è "paradossalmente" coinciso con l'aumento delle vittime (4.500 nel 2016, 2.800 nel 2015). Salvini? No, il direttore di Frontex.
Sempre il direttore di Frontex, non Salvini... "L'origine dei migranti è prevalentemente africana (in particolare dai paesi dell'Africa occidentale sub-sahariana, mentre è in diminuzione dal Corno d'Africa). Il profilo più ricorrente è quindi quello di migranti economici irregolari". Dunque, per l'ennesima volta, dalla Libia non arrivano profughi siriani, pochi dal corno d'Africa, quindi è ovvio che non funzioni la redistribuzione a livello europeo, che non vale per gli irregolari.
"Evidenze che tra alcune ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti", avverte il procuratore di Catania Zuccaro, ma come lui stesso avverte, il problema è politico.
Frontex 1: "E' chiaro che i trafficanti che operano in Libia stanno approfittando dell'obbligo internazionale di salvare vite in mare".
Frontex 2: Dall'inizio dell'anno "oltre 36mila migranti sono arrivati in Italia, partendo soprattutto dalla Libia. E' il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso".
Frontex 3: dal 2014 è cambiato il modus operandi dei trafficanti libici. In particolare:
1) "l'area di ricerca e salvataggio è cambiata: mentre nel 2011 le barche che trasportavano i migranti arrivavano fino a Lampedusa e nel 2014 i salvataggi avvenivano a metà strada fra la Libia e l'Italia, nel 2016 e 2017 l'area di ricerca e salvataggio si è spostata al limite delle acque territoriali libiche";
2) "il numero di persone che viaggiano a bordo dei gommoni è aumentato: da circa 90 in media nel 2014 per imbarcazioni di 10 metri, nel 2016 e 2017 sono circa 170";
3) "la qualità dei materiali di cui sono fatte queste barche è drammaticamente peggiorata negli ultimi due anni";
4) "mentre nel 2014 la quantità di carburante era sufficiente per fare lunghi percorsi, ora basta appena a lasciare le acque territoriali libiche. Lo stesso vale per l'acqua da bere e il cibo";
5) "inoltre, recentemente abbiamo notato che i trafficanti tolgono i motori dalle barche quando vedono una nave di soccorritori nei paraggi, lasciando i gommoni pieni di gente alla deriva e in pericolo, per riutilizzare il motore per un altro viaggio".
Insomma, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme e con questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti.
Monday, April 24, 2017
Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare
Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
Tuesday, February 21, 2017
Renzi impaludato nel Vietnam Pd... E potrebbe essere tardi per uscirne
Sull'altare di un animale mitologico, l'unità della sinistra, Renzi ha buttato via riforme istituzionali, economiche e legge elettorale. Senza nemmeno riuscire a mantenerla, l'unità... Ora una corposa scissione è la sua unica, ultima possibilità di cambiare davvero il Pd (ammesso che sia ancora possibile...) e sperare di giocarsi tutto con una campagna elettorale che guardi all'elettorato che può permettergli di superare il 30%... L'unico problema, semmai, è che potrebbe essere già troppo tardi. Il Pd così com'è, chiuso nel suo recinto ideologico, anche guidato da Renzi (quello attuale), non supera il 25%. E quando si vota, se subito o nel 2018, è ininfluente se Renzi non capisce il vento che spira dall'Atlantico e che con quel partito non supera il 25%.
Wednesday, January 25, 2017
Corte scostituzionale...
Complimenti alla Consulta, che ammettendo ricorsi diretti (di incostituzionale c'è solo questo) è finalmente riuscita ad usurpare il potere di scrivere anche le leggi elettorali e di pronunciarsi su di esse preventivamente alla loro applicazione. Con le sue sentenze, non da oggi ma da decenni, ha dato il suo contributo alla confusione politico-istituzionale del nostro Paese e al suo (nostro) dissesto economico-finanziario. Siamo alle comiche, speriamo finali... Perché ciò che esce da questa sentenza non è che un "Porcellum" (già ritenuto incostituzionale dalla stessa Corte) con l'aggravante di non assicurare maggioranze. Perché in realtà, l'anima del "Porcellum" era il premio di maggioranza alla coalizione più votata senza quorum, che per quanto discutibile innestato su un sistema proporzionale, tuttavia garantiva una maggioranza ad una coalizione che quanto meno si era presentata al giudizio degli elettori, *PRIMA* del voto. Con questo "Consultellum", invece, avremo al 99% una coalizione di governo che nascerà *DOPO* il voto, quindi di fatto non votata da nessuno degli elettori ma frutto delle alchimie dei partiti. E non vi illudete che questa legge rappresenti un argine di sicurezza nei confronti del M5S...
Sunday, December 11, 2016
Quali profughi? Il grande inganno dell'accoglienza
Corriere di oggi, pagina 25, andatevi a leggere quanto pesano i profughi siriani sull'ondata migratoria che arriva in Italia (dati 9 dicembre 2016)... Come? Sì, avete letto bene, la Siria non figura nemmeno tra le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco... Poi rileggetevi le recenti dichiarazioni del commissario europeo Avramopoulos ("Se confrontiamo Italia e Grecia vediamo che fino all'80% dei migranti che attraversano il Mar Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l'80%, sono irregolari"), incrociatele con il dato sulle espulsioni dall'Italia (sempre Corriere di oggi, "espulso solo uno su dieci"), e capirete perché l'emergenza immigrazione in Italia è tutta nostra, non c'entra nulla il "dovere morale" di accogliere i profughi ma dipende dalle assurde politiche dei nostri governi, e questo spiega perché sul tema siamo completamente isolati in Europa.
Immigrazione senza fondo che, insieme alla stagnazione economica, è anche la principale causa della caduta di consensi al Governo Renzi (e, quindi, della sconfitta referendaria che gli è costata Palazzo Chigi). La Merkel l'ha capito e si è ricandidata per un quarto mandato non senza aver cambiato musica proprio sull'immigrazione.
UPDATE 16 dicembre
Il Financial Times ha preso visione di un documento di Frontex, l'agenzia europea per i confini esterni, in cui si accusano le ong che operano nel Mediterraneo di collusione con gli scafisti... Ma del primo complice, il governo italiano, ancora non si sono accorti... Per ora.
Immigrazione senza fondo che, insieme alla stagnazione economica, è anche la principale causa della caduta di consensi al Governo Renzi (e, quindi, della sconfitta referendaria che gli è costata Palazzo Chigi). La Merkel l'ha capito e si è ricandidata per un quarto mandato non senza aver cambiato musica proprio sull'immigrazione.
UPDATE 16 dicembre
Il Financial Times ha preso visione di un documento di Frontex, l'agenzia europea per i confini esterni, in cui si accusano le ong che operano nel Mediterraneo di collusione con gli scafisti... Ma del primo complice, il governo italiano, ancora non si sono accorti... Per ora.
Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%
Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.
I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).
Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...
Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.
Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.
IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.
Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.
Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.
I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).
Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...
Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.
Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.
IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.
Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.
Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.
Friday, December 02, 2016
Ancora qualche speranza per il Sì e le deboli ragioni di un voto inutile
Nessuna previsione sull'esito del voto di domenica, solo alcuni "indizi" in un senso o nell'altro...
Da una parte gli errori di Renzi (nella riforma, troppo debole, e nell'azione di governo), dall'altra qualche dubbio sul netto vantaggio dei No nei sondaggi (forse sopravvalutati, perché forse in realtà sono meno motivati) e l'antirenzismo.
Renzi ha commesso, tra i tanti, almeno due errori che potrebbero essergli fatali.
Nella riforma non c'è una sola idea forte che possa mobilitare un voto d'opinione per il Sì (ne avrebbe avuto bisogno, avendo contro tutte le altre forze politiche), se non una generica voglia di cambiamento, qualunque esso sia. Ha commesso il tipico errore dei riformisti con molte ambizioni e poche convinzioni: non volendo scontentare nessuno, tanto meno scandalizzare i sacerdoti della Carta, e inseguendo compromessi sempre più al ribasso con la sua minoranza interna, il premier si ritrova con un testo senz'anima, scritto male, per cui è difficile votare con entusiasmo nel merito, senza nemmeno essere riuscito né a garantirsi un ampio sostegno in Parlamento né a tenere unito il suo partito.
Un altro errore fatale ha a che fare invece con l'azione di governo. Pensando di fare bella figura a buon mercato ha insistito con una politica sull'immigrazione letteralmente suicida, che è a mio avviso non l'unica ma la principale causa della caduta di consensi rispetto al 40% preso alle europee. E ciò che è più grave, proprio tra gli elettori dei ceti medio-bassi e di centro e centrodestra che orfani del berlusconismo gli avevano aperto una linea di credito e senza i quali - avrebbe dovuto pensarci prima - domenica sarà difficilissimo superare il 50%+1.
Dunque, come registrano le ultime corse clandestine, la strada per il Sì è molto in salita. Ma alcuni elementi lasciano aperto qualche spiraglio...
Se è vero che il No è forte soprattutto tra i giovanissimi e al Sud, è anche vero che si tratta in entrambi i casi di elettori a forte rischio astensionismo dell'ultima ora. Non mi sembra, inoltre, che il fronte del No si sia troppo sforzato di spiegare che questa volta non è previsto alcun quorum perché il referendum sia valido, mentre molti elettori sono ormai abituati a pensare che basti non partecipare per far fallire un referendum. Infine, l'antirenzismo, il "tutti contro Renzi", somiglia sempre più all'antiberlusconismo. Nel caso di Berlusconi per molti anni gli elettori hanno continuato a simpatizzare nel segreto dell'urna per l'"eroe mascariato" e demonizzato. Potrebbe scattare per Renzi lo stesso meccanismo? Votare No solo per farlo fuori per quanti elettori può essere un motivo sufficiente?
Nelle analisi della stampa sia italiana che estera la vittoria del No in Italia sarebbe coerente con il vento di "populismo" globale che avrebbe fatto prevalere la "Brexit" nel Regno Unito e portato Trump alla Casa Bianca. In entrambi i casi a nulla sono valse le minacce di catastrofi su cui hanno tentato di far leva i loro avversari, rilanciate in modo compatto dai mainstream media e dalle principali istituzioni politiche e finanziarie (catastrofi che puntualmente non si sono realizzate, anzi...). Tuttavia, il contesto italiano è molto più complesso. Innanzitutto, pezzi di establishment e di vecchia politica sono presenti e protagonisti in entrambi i fronti referendari. Inoltre, qui gli elettori, al contrario di quelli inglesi e americani, considerando i fondamentali dell'economia italiana hanno qualche ragione in più per temere l'instabilità politica che si aprirebbe dopo una sconfitta di Renzi e l'avvento dell'ennesimo governo tecnico, con cui si sono troppe volte scottati.
Sì o no, dunque? Volendo decidere nel merito, la riforma fa schifo. Anche se non c'è un rischio di deriva autoritaria (la sinistra controlla da 25 anni la presidenza della Repubblica, continuerà con o senza riforma: vi siete mai chiesti come mai nonostante i due governi più longevi siano quelli Berlusconi non sia mai capitata l'elezione del presidente con una maggioranza di centrodestra in Parlamento? Solo un caso?). C'è semmai il rischio di una deriva "confusionaria", ma quella è già in corso da tempo...
Un motivo per il Sì potreste trovarlo nel voler comunque infrangere il tabù di una Costituzione intoccabile, nella certezza che questa riforma richiederà correzioni e nella speranza (illusione?) che prima o poi qualcuno avrà le palle per proporre al Paese una vera riforma. Dovesse vincere il No, va considerata molto seriamente l'ipotesi che il capitolo riforme costituzionali si chiuda per almeno un altro decennio.
E infine, c'è il Sì o il No "politico": no, per mandare a casa il Governo Renzi. Sì, per rottamare opposizioni che non offrono nessuna seria alternativa a Matteo Renzi. Attenzione però: se vince il No si cestina la riforma ma è altamente improbabile che Renzi si ritiri a vita privata. Anzi, lontano dal governo, meglio ancora se per un anno e mezzo, potrebbe recuperare slancio, si ritroverebbe la campagna elettorale (gli alibi?) già scritta ("l'Italia stava ripartendo ma non mi hanno fatto finire le riforme") e con milioni di Sì (quasi il 50%) tutti suoi, mentre per i suoi avversari l'eventuale maggioranza del No al referendum si tradurrebbe, alle elezioni politiche, in molteplici minoranze difficilmente coalizzabili per candidarsi al governo del Paese. In ogni caso, state sereni: che vinca il sì o che vinca il no, questo sfortunato Paese è ormai irrimediabilmente destinato al declino e al soffocamento fiscale e burocratico.
Da una parte gli errori di Renzi (nella riforma, troppo debole, e nell'azione di governo), dall'altra qualche dubbio sul netto vantaggio dei No nei sondaggi (forse sopravvalutati, perché forse in realtà sono meno motivati) e l'antirenzismo.
Renzi ha commesso, tra i tanti, almeno due errori che potrebbero essergli fatali.
Nella riforma non c'è una sola idea forte che possa mobilitare un voto d'opinione per il Sì (ne avrebbe avuto bisogno, avendo contro tutte le altre forze politiche), se non una generica voglia di cambiamento, qualunque esso sia. Ha commesso il tipico errore dei riformisti con molte ambizioni e poche convinzioni: non volendo scontentare nessuno, tanto meno scandalizzare i sacerdoti della Carta, e inseguendo compromessi sempre più al ribasso con la sua minoranza interna, il premier si ritrova con un testo senz'anima, scritto male, per cui è difficile votare con entusiasmo nel merito, senza nemmeno essere riuscito né a garantirsi un ampio sostegno in Parlamento né a tenere unito il suo partito.
Un altro errore fatale ha a che fare invece con l'azione di governo. Pensando di fare bella figura a buon mercato ha insistito con una politica sull'immigrazione letteralmente suicida, che è a mio avviso non l'unica ma la principale causa della caduta di consensi rispetto al 40% preso alle europee. E ciò che è più grave, proprio tra gli elettori dei ceti medio-bassi e di centro e centrodestra che orfani del berlusconismo gli avevano aperto una linea di credito e senza i quali - avrebbe dovuto pensarci prima - domenica sarà difficilissimo superare il 50%+1.
Dunque, come registrano le ultime corse clandestine, la strada per il Sì è molto in salita. Ma alcuni elementi lasciano aperto qualche spiraglio...
Se è vero che il No è forte soprattutto tra i giovanissimi e al Sud, è anche vero che si tratta in entrambi i casi di elettori a forte rischio astensionismo dell'ultima ora. Non mi sembra, inoltre, che il fronte del No si sia troppo sforzato di spiegare che questa volta non è previsto alcun quorum perché il referendum sia valido, mentre molti elettori sono ormai abituati a pensare che basti non partecipare per far fallire un referendum. Infine, l'antirenzismo, il "tutti contro Renzi", somiglia sempre più all'antiberlusconismo. Nel caso di Berlusconi per molti anni gli elettori hanno continuato a simpatizzare nel segreto dell'urna per l'"eroe mascariato" e demonizzato. Potrebbe scattare per Renzi lo stesso meccanismo? Votare No solo per farlo fuori per quanti elettori può essere un motivo sufficiente?
Nelle analisi della stampa sia italiana che estera la vittoria del No in Italia sarebbe coerente con il vento di "populismo" globale che avrebbe fatto prevalere la "Brexit" nel Regno Unito e portato Trump alla Casa Bianca. In entrambi i casi a nulla sono valse le minacce di catastrofi su cui hanno tentato di far leva i loro avversari, rilanciate in modo compatto dai mainstream media e dalle principali istituzioni politiche e finanziarie (catastrofi che puntualmente non si sono realizzate, anzi...). Tuttavia, il contesto italiano è molto più complesso. Innanzitutto, pezzi di establishment e di vecchia politica sono presenti e protagonisti in entrambi i fronti referendari. Inoltre, qui gli elettori, al contrario di quelli inglesi e americani, considerando i fondamentali dell'economia italiana hanno qualche ragione in più per temere l'instabilità politica che si aprirebbe dopo una sconfitta di Renzi e l'avvento dell'ennesimo governo tecnico, con cui si sono troppe volte scottati.
Sì o no, dunque? Volendo decidere nel merito, la riforma fa schifo. Anche se non c'è un rischio di deriva autoritaria (la sinistra controlla da 25 anni la presidenza della Repubblica, continuerà con o senza riforma: vi siete mai chiesti come mai nonostante i due governi più longevi siano quelli Berlusconi non sia mai capitata l'elezione del presidente con una maggioranza di centrodestra in Parlamento? Solo un caso?). C'è semmai il rischio di una deriva "confusionaria", ma quella è già in corso da tempo...
Un motivo per il Sì potreste trovarlo nel voler comunque infrangere il tabù di una Costituzione intoccabile, nella certezza che questa riforma richiederà correzioni e nella speranza (illusione?) che prima o poi qualcuno avrà le palle per proporre al Paese una vera riforma. Dovesse vincere il No, va considerata molto seriamente l'ipotesi che il capitolo riforme costituzionali si chiuda per almeno un altro decennio.
E infine, c'è il Sì o il No "politico": no, per mandare a casa il Governo Renzi. Sì, per rottamare opposizioni che non offrono nessuna seria alternativa a Matteo Renzi. Attenzione però: se vince il No si cestina la riforma ma è altamente improbabile che Renzi si ritiri a vita privata. Anzi, lontano dal governo, meglio ancora se per un anno e mezzo, potrebbe recuperare slancio, si ritroverebbe la campagna elettorale (gli alibi?) già scritta ("l'Italia stava ripartendo ma non mi hanno fatto finire le riforme") e con milioni di Sì (quasi il 50%) tutti suoi, mentre per i suoi avversari l'eventuale maggioranza del No al referendum si tradurrebbe, alle elezioni politiche, in molteplici minoranze difficilmente coalizzabili per candidarsi al governo del Paese. In ogni caso, state sereni: che vinca il sì o che vinca il no, questo sfortunato Paese è ormai irrimediabilmente destinato al declino e al soffocamento fiscale e burocratico.
Monday, June 06, 2016
Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo
Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti
CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...
L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".
Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.
La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.
ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).
Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.
E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.
IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.
RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...
L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".
Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.
La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.
ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).
Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.
E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.
IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.
RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...
Etichette:
berlusconi,
centrodestra,
comuni,
elezioni amministrative,
giachetti,
ignazio marino,
m5s,
marchini,
meloni,
milano,
pannella,
partiti,
partito democratico,
politica,
radicali,
raggi,
renzi,
roma,
salvini
Friday, September 04, 2015
La retorica dell'accoglienza e i costi umani del non intervento
Ma perché, le migliaia di uomini, donne e bambini massacrati e
decapitati dell'Isis non sono nostri fratelli, sorelle e figli? Solo
perché non abbiamo visto le foto dei cadaveri? O, se le abbiamo viste,
perché non abbiamo mosso un dito, nemmeno sulla tastiera? Quanta retorica a buon mercato! La
foto del bimbo siriano senza vita sulla spiaggia di Bodrum viene pubblicata perché serve ad alimentare la
retorica dell'accoglienza, e il senso di colpa dell'Occidente. Ma tutte le foto mai pubblicate di massacri e
decapitazioni dell'Isis? No, quelle no, suggerirebbero di dover muovere guerra all'Isis.
La foto di quel bimbo siriano non c'entra nulla con l'emergenza immigrazione che il governo Renzi non sa gestire e che anzi ha irresponsabilmente alimentato. Solo una piccolissima parte dell'immigrazione che sbarca da noi infatti è di origine siriana. I siriani vanno in Germania via Balcani, da noi arrivano africani via milizie islamiche dalla Libia. E solo la metà della metà ha diritto all'asilo, ma noi facciamo entrare tutti senza identificarli (oltre 60 mila finiti nel nulla).
La foto di quel bimbo siriano non c'entra nulla con l'emergenza immigrazione che il governo Renzi non sa gestire e che anzi ha irresponsabilmente alimentato. Solo una piccolissima parte dell'immigrazione che sbarca da noi infatti è di origine siriana. I siriani vanno in Germania via Balcani, da noi arrivano africani via milizie islamiche dalla Libia. E solo la metà della metà ha diritto all'asilo, ma noi facciamo entrare tutti senza identificarli (oltre 60 mila finiti nel nulla).
No,
la foto di quel bimbo siriano dovrebbe convincerci una volta per tutte
che anche il non intervento ha costi umani altissimi, inaccettabili.
Quella foto ci parla delle tante nuove Srebrenica generate in Siria per
l'ignavia dell'Europa e i disastri di Obama, che ha mandato due droni ma
ha consapevolmente abbandonato la crisi siriana nelle mani delle
potenze regionali (Iran, Turchia e Arabia saudita su tutte).
Etichette:
curdi,
europa,
governo,
guerra,
immigrazione,
isis,
islam,
italia,
libia,
obama,
renzi,
siria,
stati uniti,
terrorismo,
ue
Tuesday, February 03, 2015
Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia
La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra
Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...
E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.
Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).
RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".
Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.
Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.
CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.
E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.
Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...
E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.
Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).
RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".
Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.
Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.
CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.
E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.
Friday, January 30, 2015
Da rottamatore a riciclatore
No, la notizia non è la disfatta di Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato ben presto una sòla. Non che non ci fossero ottime ragioni per tentare, ma non allo sbaraglio, non con il solo obiettivo dell'aiutino personale, grazia o grazietta. In questi mesi a Renzi è bastato agitare la carota in lontananza per far ingoiare a Berlusconi di tutto, dalla legge elettorale alle riforme. Con danni devastanti inferti alla prospettiva di una ricostruzione del centrodestra. E molto probabilmente Berlusconi ingoierà, in un modo o nell'altro, anche Mattarella al Colle. Certo, con qualche mal di pancia ma senza strappi. Il voltafaccia di Renzi quindi non è una notizia, può sorprendere solo servi, ingenui e opportunisti alla corte dell'ex Cavaliere.
Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.
In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.
Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.
Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.
E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.
Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...
Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.
In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.
Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.
Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.
E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.
Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...
Monday, May 26, 2014
L'anno zero del Pd e del centrodestra
Anche su Notapolitica IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.
Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.
Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.
Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.
Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.
Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.
IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.
Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").
Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.
Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.
Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.
GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.
La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.
NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.
In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.
Tuesday, January 21, 2014
Ma l'anima nera del porcellum sopravvive
L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.
Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.
Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.
Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.
Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).
Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).
Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.
Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.
Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.
Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.
Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.
Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).
Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).
Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.
Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.
Thursday, December 05, 2013
La controriforma elettorale della Corte
Anche su Notapolitica
La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.
Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.
Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.
La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.
Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.
Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.
Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.
Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.
La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.
Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.
Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.
La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.
Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.
Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.
Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.
Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.
Subscribe to:
Posts (Atom)
















