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Monday, May 26, 2014

L'anno zero del Pd e del centrodestra

Anche su Notapolitica

IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.

Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.

Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.

Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.

Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.

Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.

IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.

Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").

Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.

Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.

Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.

GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.

La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.

NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.

In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.

Tuesday, June 09, 2009

E' il tempo delle riforme

Le amministrative, dove l'astensionismo è stato molto minore, hanno confermato ciò che dicevamo ieri: il risultato deludente del PdL alle europee (deludente rispetto alle aspettative più che al confronto con le passate elezioni - 2008 e 2004), si deve al forte astensionismo, soprattutto al Sud e nelle Isole, dove il PdL supera abbondantemente il 42%. Alle amministrative non solo il PdL va meglio ma ottiene insieme alla Lega una vittoria landslide, ribaltando la situazione del 2004 che vedeva il centrosinistra dominare 50 a 9. Oggi il centrosinistra conserva solo 14 province, PdL e Lega ne conquistano 26, 15 delle quali - Napoli e Bari comprese - erano governate dal Pd. Al ballottaggio vanno 22 province, tra cui Milano, Torino e Venezia.

Quanto ai 30 comuni capoluoghi di provincia si passa da un 24 a 6 per il centrosinistra nel 2004 ad un 9 a 5 per il centrodestra dopo il primo turno, mentre 16 vanno al ballottaggio. Anche qui moltissimi comuni, tra cui 6 capoluoghi, controllati dal centrosinistra passano a PdL e Lega. Il Pd tiene in Emilia e Toscana, ma è costretto al ballottaggio sia a Bologna che a Firenze.

Riguardo alle europee vorrei aggiungere due considerazioni. Innanzitutto, ho già sentito due volte in due trasmissioni diverse Casini festeggiare perché dal voto delle europee il bipolarismo uscirebbe con le ossa rotte. E non ho ancora sentito nessuno fargli notare che anche alle europee, nonostante gli elettori non fossero influenzati dal "voto utile" per la conquista del governo, i partiti che sono riusciti a superare lo sbarramento del 4% sono gli stessi 5 che ci sono riusciti alle politiche. Non era affatto scontato. Inoltre, il tipo di elezione determina il comportamento nelle urne degli elettori, come dimostra il voto in Gran Bretagna e in Francia, sistemi che dopo le europee si stenterebbe a definire bipartitici.

In Francia il partito del presidente Sarkozy, l'UMP, perde oltre 10 punti rispetto alle politiche ma va ben oltre le aspettative, conquistando il 27,8% dei voti. Il Partito socialista è raggiunto al 16% dai verdi. E poi ci sono sempre il partito centrista di Bayrou sopra l'8 e Le Pen. In totale 7 liste superano il 4% e conquistano dei seggi al PE. In Gran Bretagna - dove nessuno alle legislative, nonostante ai liberali sia capitato di rimanere senza seggi anche con il 23%, si permetterebbe di dire che non è un sistema democratico - i conservatori hanno preso solo il 27% dei voti, il Labour è caduto al 15% ed è stato superato come secondo partito dagli euroscettici del partito per l'indipendenza (dall'Ue), UKIP, che ha toccato il 16%. I liberali e i verdi sono andati forte, prendendo gli uni il 13,3% e gli altri l'8,4%. Per la prima volta ha conquistato seggi anche il British National Party di Nick Griffin, con il 6% dei voti. Sei partiti, anche qui più che in Italia, hanno superato il 4% ed eletto loro rappresentanti al Parlamento europeo, ma nessuno dubita che alle prossime politiche torneranno a vedersela conservatori e laburisti. Certo, loro hanno un sistema uninominale e noi no, ma mi sembra troppo presto per parlare di crisi del bipolarismo, solo perché l'Udc, pur non aumentando i suoi voti reali cresce in percentuale grazie all'astensione.

Secondo. Tutti i giornali europei celebrano le vittorie di Sarkozy e di Angela Merkel. Il presidente francese si ferma al 27,8% (dal 39,5 del 2007), la Cdu-Csu della cancelliera tedesca arriva al 37,2%. Il 35,3% del PdL, con ben 9 punti di distacco sul principale partito di opposizione, rappresenta una vittoria del tutto paragonabile. Nessuno si sognerebbe di sostenere che Sarkozy ha perso, o ha «frenato», ben sapendo che l'astensionismo, dovuto alla disaffezione dei cittadini per le istituzioni europee, e il tipo di elezione sono la causa del calo dell'UMP. E' anche vero, però, che nel caso del PdL Berlusconi stesso e i suoi, come fa notare oggi Feltri, ci hanno messo del loro nel creare false aspettative. Un «delirio», secondo il direttore di Libero, a cui è seguito un brusco «risveglio» e il ritorno «dal sogno alla realtà»:
«Lo stato d'animo degli sconfitti ha tolto il sorriso ai dirigenti PdL, e per i furbacchioni progressisti è stato un gioco da ragazzi assumere l'aria e gli atteggiamenti dei vincitori benché il loro principale partito, il Pd, abbia perso addirittura sette punti. In pratica si sono rovesciate le parti in commedia: i berlusconiani, che hanno smarrito pochi consensi, si sono sciolti in lacrime; i democratici che ne hanno smarriti una caterva si sono prodotti in salti di gioia. Paradossale. Ma tant'è. Il Cavaliere incupito se ne sta rintanato ad Arcore a meditare sulla mancata apoteosi...»
La causa del calo di consensi, oltre alle campagne gossippare, secondo Feltri è da rintracciare nel fatto che «Silvio si è interronito e ciò ha infastidito molta gente del Nord che ha ripiegato sulla Lega, cui è attribuita una maggiore sensibilità verso la questione settentrionale». Vedremo.

Tra le analisi politiche del voto mi convincono quella di Panebianco...
«Il vero luogo della competizione è, al momento, tutto interno all'area di governo. E la cosa è preoccupante. A lungo andare, non fa bene alla democrazia la presenza di una opposizione democratica debolissima, in crisi di idee e di identità e che, troppo spesso, non sa trovare toni e argomenti che la rendano una plausibile alternativa di governo».
... e quella di Arditti, direttore del quotidiano Il Tempo:
«La maggioranza porta a casa un buon risultato, che sarebbe ottimo se soltanto il premier avesse evitato di fare il "fenomeno", lasciandosi andare a previsioni di consenso per il PdL (tra il 40 ed il 45%) che erano certamente nei suoi auspici, sempre votati all'ottimismo, ma sinceramente impensabili nelle condizioni in cui si è svolta la campagna elettorale, sia per il tipo di consultazione, priva di un obiettivo chiaro di "conquista" da proporre all'elettorato, sia per la persistenza di una pesante campagna di stampa contro il premier».
Anche perché, avverte intelligentemente Arditti, «questo non significa che va tutto bene... Ora Berlusconi è chiamato alla sfida del governare... L'Italia continua ad avere fiducia nel suo premier, ma nessuno ha pazienza infinita. La pochezza in casa Pd non deve però essere un alibi. È il momento di osare. Basta volerlo». E' il tempo delle riforme, perché prima o poi gli italiani presenteranno anche a Berlusconi il conto su come ha impiegato i suoi anni al governo.

Monday, June 08, 2009

Il PdL torna sulla terra; Pd, crollo annunciato

E' incredibile il modo in cui i principali quotidiani hanno aperto le loro prime pagine questa mattina. L'impressione che si ricava dai titoli è che Pd e PdL siano accomunati nelle urne più o meno dallo stesso calo di voti («frenata», il termine usato da molti per entrambi i partiti). Ma c'è una grossa differenza tra un calo del 2,1%, però da un sontuoso 37,4%, e perdere il 7%, da un già deludente 33,1%. Esattamente la differenza che passa tra ciò che a mio parere si può definire un ritorno con i piedi per terra per il PdL, che si era illuso di potersi avvicinare alla soglia del 40% in una tornata elettorale che, tutti sapevano, si sarebbe caratterizzata per un forte astensionismo, e un crollo annunciato per il Pd - e che fosse annunciato non lo rende per questo solo una «frenata», un «calo», o un «giù».

Come al solito, ciò accade perché il confronto viene fatto più con le aspettative che con i voti reali delle precedenti elezioni (Politiche 2008; Europee 2004). Il risultato del PdL viene valutato rispetto alla più ottimistica previsione della vigilia (il 40-41% secondo la maggior parte degli istituti di sondaggi); mentre quello del Pd rispetto alla previsione più pessimistica (22-23%). Così si ricava una percezione totalmente distorta dell'esito delle elezioni.

La mia impressione è che per quanto riguarda il calo del PdL (rispetto alle Politiche 2008, non alle Europee 2004) abbia pesato soprattutto l'astensione (in particolare al Meridione e nelle Isole). In uscita, forse, anche una piccola quota di voto femminile per la vicenda Noemi. Ciò su cui vi invito a soffermarvi è l'impressionante forbice tra l'affluenza nelle circoscrizioni del Nord e del Centro e l'affluenza nella circoscrizione insulare. Che le regioni meridionali e insulari votano meno di quelle centrali e settentrionali è la norma in tutte le elezioni, ma questa volta la forbice si allargata in modo davvero notevole.

Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e Marche sono andate tutte abbondantemente sopra il 70%; lo scarto con la Sicilia (49%) è di oltre 20 punti; con la Sardegna (41%) addirittura di 30. Alle politiche del 2008, le stesse regioni del Nord e del Centro fecero registrare un'affluenza intorno all'84%, ma allora lo scarto con la Sicilia (75%) fu solo di una decina di punti, mentre con la Sardegna (72%) di 12 punti. La differenza nell'affluenza si è raddoppiata nel caso della Sicilia e quasi triplicata in Sardegna rispetto alle Politiche del 2008. Quindi, a livello nazionale ha pesato molto meno il voto meridionale e insulare, dove il PdL andava ben oltre il 40%. Possono aver influito negativamente il dissidio tra il PdL e l'Mpa di Lombardo e lo spostamento del G8 dalla Sardegna a L'Aquila. Questo da solo potrebbe spiegare a livello di peso percentuale lo spostamento di 2 punti dal PdL alla Lega.

Detto questo, rimane il fatto che aumenta più del doppio il distacco tra PdL e Pd (dal 4,3% al 9,2%); che insieme PdL e Lega prendono comunque il 45,5% (solo -0,2% rispetto alle politiche), mentre insieme Pd e Di Pietro il 34,1% (-3,4%); che in tutte le circoscrizioni e in quasi tutte le regioni (18 su 20) il PdL è primo partito; che il Pd è caduto in due "regioni rosse": in Umbria e nelle Marche è stato sorpassato dal PdL; che alla luce di questi dati e della maggiore affluenza, dalle amministrative potrebbero uscire sorprese amarissime per il Pd.

Un'ultima considerazione sull'assetto tendenzialmente bipartitico del sistema, che secondo me non esce indebolito da questi risultati. Bisogna infatti considerare fisiologico che entrambi i partiti maggiori risentissero del tipo di elezione: non essendo in gioco il governo del Paese, ma il lontano Parlamento europeo, gli elettori non si sono sentiti vincolati dal cosiddetto "voto utile". E' normale, quindi, che vi siano stati più voti in libera uscita verso Lega, Udc, Di Pietro, Pannella-Bonino, comunisti e verdi. E' accaduto in quasi tutti i paesi europei. Non canterei vittoria se fossi in Casini, insomma. Altrimenti bisognerebbe sostenere che in Gran Bretagna non c'è più il bipartitismo.

Ulteriori commenti e analisi, comunque, a una più attenta valutazione dei voti reali.