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Monday, May 26, 2014

L'anno zero del Pd e del centrodestra

Anche su Notapolitica

IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.

Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.

Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.

Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.

Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.

Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.

IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.

Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").

Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.

Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.

Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.

GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.

La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.

NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.

In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.

Friday, November 08, 2013

L'unico centrodestra possibile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'intervento di Giovanni Orsina su La Stampa del 3 novembre ha il merito in indicare con precisione i tre dilemmi su cui si giocano l'identità e il futuro del centrodestra in Italia: bipolarismo, rivoluzione liberale, rapporti con l'Europa. Purtroppo, nel principale partito di centrodestra, il Pdl, sembra essere in corso una gara a chi riesce a trafugare la salma politica di Berlusconi e ad esibirla nella propria teca, così da poter rivendicare il titolo di successore e garantirsi un futuro politico. Ma la leadership di Berlusconi è qualcosa che si può ereditare, o piuttosto si conquista sul campo incarnando ciò che di buono il berlusconismo ha rappresentato per l'elettorato di centrodestra? Di fronte a questo spettacolo tra "falchi" e "colombe", "lealisti" e "governativi", è comprensibile guardare al dito anziché alla luna, e porsi dunque domande che Orsina definisce «miopi e contingenti».

Ma per quanto lo scontro in atto possa essere dominato da ambizioni (o miserie) personali, da una certa dose di reducismo e dai più futili motivi, è pur vero che ai diversi fronti contrapposti corrispondono in realtà altrettante visioni politiche su come dovrebbe essere il centrodestra italiano. Possiamo dunque ironizzare e dirci disgustati quanto vogliamo, ma qualcosa per cui valga la pena discutere e dividersi c'è eccome. Siamo infatti ad un crocevia. Con la rara e brevissima parentesi della destra storica l'Italia non aveva mai conosciuto una destra di governo, nonostante gli italiani "non di sinistra" siano probabilmente da sempre un'ampia maggioranza nel paese. La stessa idea di destra, o di centrodestra, è stata messa immediatamente al bando dopo il fascismo. Durante la Prima Repubblica abbiamo avuto prima un centro, poi un centrosinistra.

Silvio Berlusconi ha sdoganato l'idea di una destra di governo non solo e non tanto perché ha sdoganato gli ex-Msi, ma perché per la prima volta nella storia della Repubblica è riuscito a vincere le elezioni e a governare per molti anni a capo di una coalizione di centrodestra, in grado di non lasciare rilevanti vuoti politici né alla sua destra né al centro. Ora questa eredità è a rischio a causa dell'inevitabile tramonto della sua leadership: sia per errori suoi, sia per un'incessante opera di criminalizzazione giudiziaria e demonizzazione politico-culturale nei suoi confronti, non solo in quanto leader vincente ma forse soprattutto in quanto incarnazione di un centrodestra di governo, idea di per sé scandalosa e insopportabile agli occhi di molta parte dell'establishment, sia pubblico che privato, e della sinistra reduce del comunismo, ancora prigioniera del mito della resistenza tradita.

Ecco, dunque, il bivio: ipotesi a) torniamo verso un sistema (più simile a quello della Prima Repubblica) con un partito di centro e di governo, com'era la Dc, cioè incline ad una gestione consociativa e concertativa dello status quo, e una destra anche rilevante elettoralmente ma politicamente marginale. Si tratterebbe di un sistema potenzialmente a misura di Pd: avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo al centro dei "presentabili"). Ipotesi b) andiamo verso un sistema più compiutamente bipolare (una sorta di evoluzione e maturazione della Seconda Repubblica), in cui al di fuori di una coalizione o di un partito unitario di centrodestra non resta pressoché alcuno spazio politico.

Entrambi i blocchi che si stanno confrontando in questo momento nel Pdl sembrano puntare dritti verso il primo scenario, anche se ciascuno, in cuor suo, forse s'illude di lavorare al secondo. Il Pdl nella versione degli "alfaniani", "defalchizzandosi" e inseguendo il mito della stabilità a scapito del merito delle politiche, aprirebbe un fossato alla sua destra rischiando di ritrovarsi elettoralmente rilevante ma subalterno alla sinistra, in sostanza un avversario da battere agilmente o, al massimo, da cooptare in un governo di "larghe intese" qualora il Pd non trovasse alla propria sinistra numeri sufficienti e forze responsabili con cui governare. D'altra parte, il rischio che la nuova Forza Italia si riveli numericamente consistente ma politicamente marginale, perché mera ridotta post-berlusconiana, nostalgica e rancorosa, priva di vocazione maggioritaria, europea e di governo, c'è tutto.

Ciò che gli uni e gli altri dovrebbero capire è che se l'obiettivo è davvero un centrodestra maggioritario in un sistema bipolare, il Pdl (o Forza Italia, o comunque si chiamerà) ha bisogno sia dei falchi che delle colombe, dei moderati come degli intransigenti. Come ogni altro grande partito in una democrazia bipolare. Certo, poi non si possono non segnalare le contraddizioni delle attuali categorie, per cui gli esponenti di spicco degli "alfaniani" sono tra i più estremisti (vedi Giovanardi, Sacconi, Quagliariello, Formigoni, Roccella) su temi rispetto ai quali ormai qualsiasi destra con vocazione maggioritaria nel mondo occidentale non può più permettersi di arroccarsi. Se con il termine "moderati" si intende moderazione nelle politiche e una tendenza al compromesso, e con il termine "radicali" una maggiore nettezza identitaria e intransigenza, un partito di centrodestra che abbia vocazione maggioritaria e di governo in un sistema bipolare non può fare a meno né degli uni né degli altri.

A patto però - e torniamo ai «dilemmi» di cui parlava Orsina - che ci sia chiarezza sulle condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità del partito, alle quali può esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Insomma, tutti gli ingredienti del miglior berlusconismo, quello del '94. Non è che non possa esistere un centrodestra senza Berlusconi in persona. Ma o fa rima con il berlusconismo, nel senso degli ingredienti appena citati, o semplicemente non è. Diversamente, avremmo solo un centro e una destra, l'uno subalterno l'altra marginale.

La scelta bipolarista e presidenzialista dev'essere quindi netta e perseguita con determinazione, e su questo purtroppo l'ala governativa del Pdl è spesso ambigua. Non si tratta solo di sistemi elettorali o istituzionali: ad un esito neocentrista si può arrivare anche se ci si proclama (come da sempre Casini) alternativi alla sinistra, qualora una linea troppo compromissoria e rinunciataria su questioni fortemente identitarie finisca con il provocare una scissione, o del partito o dell'elettorato di centrodestra. E' vero che Berlusconi non ha mantenuto la grande promessa della "rivoluzione liberale", ma nell'elettorato la richiesta di vera e propria liberazione dall'oppressione fiscale e burocratica si è semmai accresciuta, assumendo toni esasperati. Tasse e giustizia sono forse i volti più emblematici e intollerabili dell'insano rapporto fra Stato e cittadini, che in Italia somiglia più al rapporto tra Sovrano assoluto e sudditi. Di qui la centralità delle tasse (da tagliare, tagliando la spesa pubblica) e della giustizia (da riformare).

Il problema dei "governativi" del Pdl è che accettando che l'esperienza delle "larghe intese" prosegua nonostante la decadenza di Berlusconi (per mano del partito alleato, prim'ancora che per effetto della mera applicazione di una sentenza di condanna), e mostrandosi disponibili a sacrificare sull'altare della "stabilità" anche temi centrali come tasse e giustizia, fino alla rottura con il proprio partito, hanno ridotto il loro potere contrattuale al tavolo del governo e alimentato nel Pd la tentazione di giocare sugli "strappi" per provocare la spaccatura del Pdl.

Quasi tutti i provvedimenti del Governo Letta prevedono nuove tasse come coperture finanziarie, anche la cancellazione delle rate Imu per il 2013, e la legge di stabilità per il 2014 prevede il ritorno dell'Imu sulla prima casa e un aggravio generale della tassazione sugli immobili e sul risparmio (una patrimoniale ormai vicina a 40 miliardi), a fronte di sgravi più che altro redistributivi, che a giudizio della Banca d'Italia non compensano nemmeno l'effetto del fiscal drag. La legge di stabilità, così com'è, è davvero invotabile per chiunque abbia in mente un futuro di centrodestra. D'altronde, sulle tasse la disponibilità al compromesso richiesta da Letta e Saccomanni, e che Alfano sembra pronto ad accordare, appare davvero incompatibile con lo spirito "rivoluzionario" del '94 (e del 2001) a cui tutti a parole dichiarano di voler tornare. Ai livelli a cui siamo giunti, un approccio radicale al tema delle tasse in Italia è l'unico plausibile per mantenere un rapporto con l'elettorato di centrodestra, a costo di venire accusati di populismo e irresponsabilità dalla sinistra.

La sensazione è che l'ala governativa del Pdl abbia anteposto la "stabilità" non solo alla difesa del suo leader da una prematura decadenza, ma anche al merito delle politiche e, ciò che è peggio, agli assi fondanti del berlusconismo, per il semplice calcolo che sopravvenendo a breve l'incandidabilità di Berlusconi proprio la durata del governo avrebbe di per sé garantito un morbido passaggio della leadership del partito ad Alfano, ancora segretario.

Riguardo l'Europa il discorso è più complesso. Sia "lealisti" che "governativi" sono ambigui. Come ha osservato Panebianco sul Corriere, occorre «evitare di esorcizzare l'ondata antieuropeista usando sciocchi e logori termini passepartout (che non spiegano nulla) come il termine populista». Ma un centrodestra con vocazione maggioritaria e di governo non può nemmeno "flirtare" con pulsioni "no euro" e anti-tedesche, né con irrealistici isolazionismi dal sapore autarchico. Dunque, contestare la retorica europeista "mainstream", rappresentare con forza il più che fondato malcontento verso l'Europa che stiamo costruendo, un moloch burocratico e iper-statalista, ma la critica all'austerità da parte del centrodestra  non può tradursi in nostalgia per le politiche fiscali lassiste e inflazionistiche, dovrebbe puntare a smontare la cultura economica dominante sia a Bruxelles che a Roma, per la quale tassare è l'unico modo per rispettare i vincoli di bilancio e gli investimenti pubblici l'unico per crescere.

Concludendo, la questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra o un centrodestra vincente e di governo, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte non solo degli avversari politici ma anche di poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro neo-democristiano culturalmente subalterno.

Wednesday, October 23, 2013

Manovra di affondamento

Poco ma sicuro: nel 2014 aumentano tasse (almeno +4,3 miliardi) e spesa (+2,6 miliardi)

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quella che pochi giorni fa, all'indomani della conferenza stampa del governo, avevamo definito manovra di galleggiamento, a carte scoperte in Senato rischia di rivelarsi, testo ufficiale alla mano, una manovra di affondamento. Si alza il sipario sui numeri, quelli veri, e si chiude il sipario sul balletto di cifre e sui trucchetti contabili di questi giorni. Dunque vediamoli, i numeri riportati nelle tabelle che delineano gli effetti finanziari della legge di stabilità sul bilancio dello Stato. Per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, nel 2014 la manovra vale complessivamente circa 12,1 miliardi: ben 9,45 miliardi di maggiori spese e solo 2,64 miliardi di minori entrate. Da finanziare con 11,4 miliardi, di cui solo 4,2 miliardi di minori spese e ben 7,2 miliardi di maggiori entrate.

Se si guarda all'indebitamento netto, come riporta il Sole24Ore oggi, il saldo delle entrate indica, sempre nel 2014, un aumento di tasse per 972 milioni di euro (ma al netto della Tasi, come vedremo tra breve) e il saldo delle spese un aumento della spesa pubblica di 2,6 miliardi. Anche qui le maggiori entrate quasi doppiano le minori spese (6,1 miliardi contro 3,6). Quindi, ancora una volta, esattamente come le tanto criticate manovre di Monti e Tremonti, anziché basarsi su coraggiosi tagli alla spesa, il rapporto appare fortemente sbilanciato sul lato delle entrate (anche se come vedremo non si tratta solo di tasse) nella misura di 2/3 delle coperture.

Ma qualche precisazione va fatta: bisogna considerare infatti che non tutte le maggiori entrate sono classificabili come aumenti di tasse, così come non tutte le minori entrate come veri e propri sgravi fiscali. Analizzando voce per voce, però, la sostanza non cambia. Le minori entrate definibili come sgravi fiscali sono pari a circa 4,3 miliardi, mentre quasi il doppio, 7,9 miliardi, sono definibili come vera e propria spesa pubblica. Si tratta dunque di una manovra che aumenta la spesa pubblica per un ammontare quasi doppio rispetto alle risorse liberate a favore di famiglie e imprese. Così come le coperture sono costituite da maggiori entrate per 7,2 miliardi (di cui tasse vere e proprie 2,8, esclusa però la Tasi), un importo quasi doppio rispetto ai reali risparmi di spesa di circa 3,8 miliardi.

Ma cerchiamo di capire quale sarà il saldo reale per i cittadini in termini di tasse. E' confermato l'incremento della detrazione Irpef sui redditi da lavoro dipendente (1,58 miliardi), a cui si aggiunge 1 miliardo trasferito dallo Stato ai Comuni per alleggerire la nuova Service Tax (in pratica l'ammontare della maggiorazione Tares, che verrà abolita), per un totale di 2,6 miliardi di sgravi fiscali. Non va molto meglio alle imprese: tra riduzione dei contributi Inail (1 miliardo), deduzioni Irap per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato (36 milioni), restituzione del contributo Aspi (70 milioni), deducibilità dell'Imu sugli immobili strumentali fino al 20% (475 milioni) e blocco dell'aumento Iva per le cooperative sociali (130 milioni), gli sgravi fiscali nel 2014 ammontano a circa 1,7 miliardi.

A fronte di queste riduzioni, tuttavia, si contano aumenti di tasse per almeno 2,8 miliardi: l'incremento dell'imposta di bollo sul risparmio (940 milioni), la riduzione delle agevolazioni fiscali (500 milioni), il ritorno della tassazione Irpef sugli immobili sfitti o in comodato gratuito ai figli nello stesso Comune (500 milioni), il visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette e Irap (460 milioni), la rivalutazione dei beni di impresa (300 milioni), il contributo di solidarietà dalle pensioni d'oro (21 milioni) e balzelli minori per 75 milioni circa. In questo calcolo non consideriamo i 2,6 miliardi da "svalutazione e perdite sui crediti ai fini Ires-Irap di banche, assicurazioni, altri intermediari finanziari", perché compensati dagli sgravi fiscali negli anni successivi.

A questi 2,8 miliardi di tasse in più, però, bisogna sommare il gettito della nuova Tasi (considerando che nel 2013 non pagheremo le due rate di Imu sulla prima casa), che nelle tabelle ufficiali contenute nel testo depositato al Senato si conferma a tutti gli effetti una Imu mascherata: per l'abolizione dell'Imu, infatti, viene messa a bilancio una perdita di gettito per i Comuni di 3,764 miliardi. Esattamente lo stesso gettito (3,764 miliardi) arriverà dalla Tasi (ad aliquota standard dell'1 per mille, quindi ancora suscettibile di maggiorazioni da parte dei Comuni). Ma con la Tasi aumenterà anche la tassazione sulle abitazioni diverse da quelle principali, per un gettito che stimiamo intorno ai 2 miliardi. Confedilizia, per esempio, ha stimato che tra abitazioni principali e secondarie l'aggravio della Tasi rispetto alla vecchia Imu si collocherà tra i 2,1 miliardi (ad aliquota standard dell'1 per mille) e i 7,5 miliardi (ad aliquota massima del 2,5 per mille).

Dipenderà dai Comuni, ma sommando tutti gli effetti finanziari di queste misure, possiamo già dire oggi che nel 2014, rispetto al 2013, gli italiani pagheranno più tasse (almeno 4,3 miliardi in più), e non meno tasse, e probabilmente qualcosina in più anche rispetto al 2012. Anche perché non va dimenticato l'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22% scattato il primo ottobre: 3 miliardi in più rispetto al 2013 e 4 rispetto al 2012. Insomma, il premier Letta ha fatto bene a ricordare che «14 euro in più in busta paga non c'è scritto da nessuna parte nella manovra». In effetti, è improbabile che ci accorgeremo di un solo euro in più.

Come se non bastasse, sugli anni 2015-2016 incombe il rischio concreto di una doppia stangata: sulla prima casa, perché l'aliquota massima Tasi del 2,5 per mille vale solo per il 2014, mentre dal 2015 l'1 per mille standard potrà sommarsi all'aliquota massima della vecchia Imu (6 per mille), fino ad arrivare al 7 per mille. E sull'Irpef, dal momento che la legge di stabilità contiene una nuova pericolossissima "clausola di salvaguardia" (lo stesso diabolico meccanismo per cui dal primo ottobre è scattato l'ulteriore aumento Iva). Ebbene, se entro il 15 gennaio 2015 la spending review non darà i risultati sperati (e visti i precedenti, non c'è da essere troppo ottimisti), scatteranno tagli alle agevolazioni fiscali di 3 e 7 miliardi.

La massima irresponsabilità al governo: con queste tagliole automatiche si spostano in avanti nel tempo misure politicamente costose come l'aumento di una tassa, in modo che chiunque governi nel momento in cui scattano possa scaricare sui predecessori ogni responsabilità (esattamente come accaduto con l'aumento dell'Iva), al tempo stesso demotivando i governi dal realizzare quelle azioni virtuose, come i tagli alla spesa pubblica, che dovrebbero scongiurare la misura di salvaguardia. In pratica, con l'inganno delle "clausole di salvaguardia" i tagli alla spesa diventano un mero auspicio, mentre gli aumenti di tasse sono la decisione vera, ma rinviata nel tempo per non assumersene la responsabilità politica. Perché non invertire la logica? Se la spending review non produce i risultati sperati, siano tagli alla spesa a scattare in modo lineare, e non aumenti di aliquote e tagli alle agevolazioni fiscali.

Dunque, altro che modifiche purché "a saldi invariati", il problema di questa legge di stabilità sono proprio i saldi. E le "clausole di salvaguardia". Con questa manovra i ministri del Pdl che si proclamano "sentinelle anti-tasse" non hanno alternative: o si dimettono dal governo o si dimettono da sentinelle. Legittimo sostenere il governo Letta-Alfano a qualsiasi prezzo, qualsiasi cosa faccia (o non faccia), in nome della "stabilità". Ma è incontrovertibile che questa legge di stabilità non riduce le tasse, le aumenta. Basta esserne consapevoli e metterci la faccia.

Tuesday, October 08, 2013

Pacificazione non fa rima con deberlusconizzazione

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ciò che abbiamo previsto più volte nei mesi scorsi come effetto del perverso rapporto tra politica e magistratura sta cominciando a delinearsi. Non è tanto il fatto in sé dell'esclusione di Berlusconi dalle istituzioni, ma è il modo in cui sta avvenendo, il come è stato abbattuto, cioè per via giudiziaria, a generare un frutto amarissimo e gravido di conseguenze nefaste per la nostra democrazia.

Nessuno, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsene più di tanto. Non si tratta solo del cittadino e leader politico Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si stava esaurendo. Il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno. Non la sua successione, né la nascita di un centrodestra "moderno" ed "europeo" (a proposito, perché, la sinistra lo è?). Alcuni si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale e le carriere politiche di tutti potranno proseguire indisturbate. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.

Sembra questa purtroppo anche l'illusione dei "diversamente berlusconiani". E cioè che la pacificazione, sotto i cui auspici era nato questo governo di "larghe intese", possa passare anche da questo, e cioè dalla "deberlusconizzazione" del centrodestra. Con un Pdl deberlusconizzato il Pd è disponibile a governare senza problemi, a deporre l'ascia di guerra e a fare le riforme. "The show must go on".

Ma il modo in cui è stato fatto fuori Berlusconi - la persecuzione per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla completa estromissione dalle istituzioni - rappresenta un monito, e allo stesso tempo un'ipoteca, su qualsiasi leadership futura. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso e alla loro determinazione nel voler rompere lo status quo del paese - subiranno lo stesso trattamento. Detto in altre parole: non verranno demonizzati e perseguitati fintanto che appariranno "responsabili" (leggi subalterni e "conformati").

Questa non è una pacificazione, ma una resa culturale prim'ancora che politica. Significa arrendersi al fatto che saranno i magistrati, i giornali delle élite e la sinistra (proprio in questo ordine) a sceglierseli, a legittimarli, in modo che siano avversari da battere agilmente o al massimo da poter cooptare in un governo di coalizione. I molti applausi ricevuti dagli alfaniani in questi giorni, come due anni fa dai finiani, dovrebbero suonare come altrettanti campanelli d'allarme. Il guaio di operazioni come quella di Fini ieri, e probabilmente di Alfano oggi, è che pur essendo apprezzabile il proposito di andare politicamente oltre Berlusconi, mancano la forza, il coraggio, il "quid" di mostrarsi non subalterni alla sinistra e al pensiero mainstream. E non c'è da sorprendersi se poi gli elettori di centrodestra diffidano.

Come ha spiegato anche Galli Della Loggia domenica sul Corriere, Alfano non avrà futuro come leader del centrodestra, e non riuscirà a dar vita ad una destra "moderna" ed "europea", se, come Fini, non riuscirà a divincolarsi dalle lusinghe e dall'abbraccio ideologico della sinistra, ma ovviamente nemmeno una deriva "trogloditica" e "sovversiveggiante" può garantire un futuro al centrodestra.

Senza una leadership capace di rappresentare in modo vincente ciò che per loro Berlusconi ha rappresentato in questi vent'anni, gli elettori di centrodestra non dimenticheranno il Cav e non ci sarà una vera pacificazione nel paese, bensì una rancorizzazione permanente. Quella in corso, purtroppo, è una pacificazione per "deberlusconizzazione", per "damnatio memoriae" del nemico, dunque in realtà è una "neutralizzazione" del centrodestra, mentre in questa legislatura si sarebbe potuta/dovuta avviare una pacificazione con tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato in questi anni per il suo elettorato. Questo è un paese a cui di fatto si vuole impedire di avere un centrodestra vincente. Al massimo, si tollera un centro subalterno, che la sinistra può a seconda delle circostanze usare come stampella o come oppositore di comodo, di "regime". Ciò significa che continuerà a non esserci alcun riconoscimento, alcuna legittimazione reciproca tra milioni di italiani di sinistra e milioni di italiani che di sinistra non si sentono. E' qualcosa che viene da prima di Berlusconi e che sopravviverà a Berlusconi, un odio profondo tra due Italie che continueranno a combattersi come nemiche anziché come avversarie.

Thursday, October 03, 2013

Quei polli del Pdl finiranno tutti arrosto

Anche su Notapolitica e su L'Opinione

Ha vinto o perso ieri Berlusconi? E ha vinto Alfano? Intendiamoci, ormai Berlusconi non può più vincere. Sta per decadere da senatore, andrà ai servizi sociali o ai domiciliari e non tornerà più al governo. Forse sarà anche arrestato. Che aprendo la crisi avesse intenzione di salvarsi e scongiurare questi esiti è da escludere. E probabilmente aveva messo anche nel conto di non riuscire a far cadere Letta. Però, avendo contribuito alla nascita di un governo di pacificazione - e tutti ricordiamo la retorica di quei giorni nelle parole di Letta e nella commozione del presidente Napolitano - e ritrovandosi, invece, in un governo di "deberlusconizzazione" a tappe forzate, che sembra aver intenzionalmente vivacchiato per mesi (sia nelle scelte economiche che sulle riforme), in attesa della sua decadenza, persino anticipata, e della conseguente spaccatura del Pdl, Berlusconi non poteva non reagire in qualche modo. Avrebbe potuto anche rassegnarsi alla "deberlusconizzazione" del Parlamento, ma non a quella del suo partito.

Di errori ne ha commessi molti. Sentendosi forte, all'indomani del voto e dopo la figuraccia del Pd, ha accettato una lista di ministri che prefigurava già il piano di Letta e Alfano, una divisione tra "buoni" e "cattivi" del Pdl. Una squadra di ministri che coincideva guarda caso con i big presenti alla manifestazione "Italia popolare" al Teatro Olimpico, che già prima delle elezioni erano pronti ad abbandonarlo per Monti. E i quali, poi, devono aver pensato che fosse meglio entrare in Parlamento a bordo del "tram Berlusconi", che garantisce sempre buoni numeri, e rinviare l'operazione. Berlusconi avrebbe potuto giocare altre carte anche all'indomani della sentenza di condanna della Cassazione: sebbene comprensibile il suo stato d'animo, avrebbe potuto avviare con Napolitano una trattativa per ottenere non vie d'uscita che era del tutto irrealistico che potesse concedere (figuriamoci pretenderle dal Pd), ma un vero patto politico sulle riforme per il quale il presidente avrebbe potuto spendersi, e dal quale il Cav avrebbe potuto trarre una nuova legittimazione politica, nonostante la condanna e l'esclusione dal Parlamento. Non è detto che gli sarebbe stato concesso, ma certo un tentativo onorevole e più realistico.

Vedendosi nelle ultime settimane sempre più accerchiato e ferito, e avendo fiutato il doppio gioco dei suoi ministri, ha deciso di rompere l'assedio, di non accettare passivamente il ruolo di vittima sacrificale e almeno di fare chiarezza tra i suoi. E' vero che la "deberlusconizzazione" e la spaccatura del partito si sarebbero probabilmente verificate per inerzia, dopo la decadenza e l'esecuzione della sentenza Mediaset, e quindi era questa l'ultima finestra utile per tentare di salvare il salvabile, ma i fatti dimostrano che i tempi erano sbagliati. Nessuno era davvero pronto per una crisi del governo Letta, nemmeno Berlusconi. Figuriamoci il Paese, la stessa opinione pubblica di centrodestra, o i gruppi di "potere" e i partner internazionali. Probabilmente aspettando ancora qualche mese, osservando l'andamento dell'economia e facendo maturare la delusione per l'immobilismo e il minimalismo del governo, avrebbe fatto apparire meno "irresponsabile" la crisi, non legata alla sua decadenza (già avvenuta), e meno attraente la scissione governista di Alfano. Ma, appunto, forse questo tempo non c'era.

Ultimo errore: il sì al voto di fiducia una volta intrapresa così inequivocabilmente la via della crisi di governo. E' vero che Letta, Napolitano e il Pd speravano in un no, quindi nel sostegno incondizionato di un pezzo di Pdl finalmente deberlusconizzato e alfanizzato, e il Cav li ha spiazzati, almeno finché non si formeranno i gruppi scissionisti. E certo, a latte versato potrà sempre rivendicare l'ulteriore atto di "responsabilità" e l'estremo tentativo di tenere unito il Pdl. Ma il sì ha posto Berlusconi in un limbo di irrilevanza: non può far sentire il proprio peso dall'opposizione ed è chiaro a tutti che Letta ha ormai i numeri di Alfano per andare avanti, non ha più bisogno di quelli del "giaguaro". Ma soprattutto ha trasformato un possibile "25 luglio" in un "8 settembre", un "tutti a casa" nel suo partito, come osservato da Ferrara su Il Foglio. Ha perso l'ala governista, pronta comunque alla scissione (o a prendersi il partito), e il suo esercito anziché ridotto ma compatto è in rotta: quanti erano disposti a seguirlo si sono sentiti traditi, ora temono purghe interne (per ricucire Alfano ne chiederà l'esclusione da ruoli di rilievo) e comunque faranno fatica ad esporsi nuovamente. Ha quindi concesso ad Alfano una leva insperata, e forse decisiva, per prendersi il Pdl anziché andarsene da "traditore".

A proposito di Alfano. Svolta la funzione di "deberlusconizzare" la maggioranza diventa numericamente determinante per Letta, rischiando però di contare meno politicamente. Da una scelta come quella di dividersi da Berlusconi, o di marginalizzarlo nel suo partito, per sostenere un governo di coalizione (non più di "larghe intese") con il Pd non si può tornare indietro. Se lo si fa, si ammette di aver avuto torto e si sparisce. Dunque, da oggi per Alfano il governo Letta diventa l'unico orizzonte possibile e sarà molto difficile che riesca a porre con la necessaria forza delle priorità e condizioni programmatiche. Per esempio, nell'indifferenza generale ieri Saccomanni ha fatto sapere che la questione dell'aumento dell'Iva è chiusa. Cosa ha da dire Alfano? D'altronde, già in questi primi mesi i ministri del Pdl si sono comportati come se così fosse, facendo passare qualsiasi nefandezza fiscale, fino al pasticcio indecoroso che stava per essere varato per rinviare l'aumento dell'Iva. A conclusione dell'esperienza di governo, cosa sarebbe in grado di rivendicare come proprio specifico apporto agli occhi dell'elettorato di centrodestra? Ah, già, gli elettori, cerchiamo di non dimenticarceli, perché prima o poi si vota. E alla fine toccherà ad Alfano, sia che conquisti il Pdl sia che formalizzi la rottura, dimostrare le buone ragioni della propria scelta.

E' del tutto evidente che un futuro politico dopo Berlusconi esiste. E' legittimo, anzi auspicabile, che "falchi" e "colombe" si sforzino di darsi un futuro politico. Ma può esistere senza ciò che Berlusconi nel bene e nel male ha incarnato e rappresentato in questi vent'anni? Può esistere, senza un'idea fusionista di centrodestra, senza il bipolarismo, e sacrificando alcuni contenuti che nonostante le promesse non mantenute sono stati centrali (per esempio, tasse e giustizia)?

"Noi difenderemo sempre Berlusconi, ma il governo Letta è un'altra cosa", è un'ipocrisia o un'ingenuità (o entrambe). Significa restare al suo fianco sul piano personale, ma su quello politico accettare l'idea che la sua condanna ed esclusione della vita politica riguarda solo lui, che anche se è un'ingiustizia la vita continua, "the show must go on", quindi significa abbandonare la battaglia per una giustizia non politicizzata. Non può essere così se si vuole avere un futuro politico nel centrodestra dopo Berlusconi. Non si tratta di pretendere dal governo, dal Pd, o da Napolitano, di salvare Berlusconi. Ma bisogna avere la capacità, la volontà e la forza di porre la questione politicamente e non accontentarsi, come fa Cicchitto, di dire "saremo sempre garantisti e contro la magistratura politicizzata, ma scusate, ora serve stabilità e purtroppo sappiamo che il Pd la pensa diversamente", riducendola a mera testimonianza. Perché oggi ad essere sacrificato sull'altare della "stabilità" sarà il tema della giustizia, domani la questione fiscale, e dopodomani chissà, magari ci si sveglia ma sarà troppo tardi.

Dunque, a chi scrive sembra che da mesi nel Pdl, per garantirsi un futuro politico nel centrodestra, ci sia una gara a chi riesce a trafugare la salma politica di Berlusconi, a portarla dalla propria parte e ad esibirla nella propria teca, per poter rivendicare il titolo di successore. Quello che nessuno pare aver capito è che davvero la leadership di Berlusconi non è qualcosa che passa di mano per eredità. Si conquista sul campo incarnando ciò che lui ha rappresentato per l'elettorato di centrodestra. Al di fuori, sono tutti destinati all'irrilevanza. La nuova Dc a cui pensano gli alfaniani rappresenterebbe comunque solo una parte del popolo di centrodestra, non marginale ma minoritaria, sarebbe per la sinistra un avversario da battere agevolmente o, al massimo, da cooptare in un governo di coalizione qualora il Pd non veda alla propria sinistra numeri sufficienti e forze responsabili con cui governare. D'altra parte, il rischio che la nuova Forza Italia si riveli numericamente consistente ma politicamente marginale, perché mera ridotta post-berlusconiana, nostalgica e rancorosa, priva di vocazione maggioritaria, di governo ed europea, c'è tutto. In un partito può (forse deve) vigere la regola che l'ultima parola sul da farsi spetta al leader. Ma non può vigere la regola dell'ultimo che riesce a convincere l'anziano ed esausto leader, in un gioco interminabile di piroette.

Entrambe queste fazioni stanno più o meno inconsapevolmente lavorando ad una Terza (Prima?) Repubblica di cui il Pd è destinato ad essere perno centrale. Grazie alla probabile correzione in senso proporzionalista della legge elettorale (premio di maggioranza meno generoso), e alla nuova "conventio ad excludendum" delle estreme (post-berlusconiani, ex An, Lega e Grillo), il Pd potrà avvantaggiarsi delle divisioni nel centrodestra e restare sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo al centro dei "presentabili").

Monday, September 30, 2013

La crisi e il futuro del centrodestra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ancora una volta Silvio Berlusconi spiazza tutti, anche molti nel suo partito, e ha contro quasi tutti nei palazzi e nei salotti romani (nelle urne, si vedrà). No, non bluffava. Solo chi è molto ingenuo o propina scadente propaganda può davvero sostenere che il Cavaliere abbia aperto la crisi nel tentativo di evitare che si perfezioni la sua decadenza da senatore e di salvarsi dall'applicazione della sentenza di condanna che ne determina comunque l'incandidabilità per tre o sei anni. Certo, ha cercato di trattare sulla sua "agibilità politica", ma sa bene che non sarà certo la crisi a ritardare la sua esclusione dalle istituzioni e il suo destino giudiziario. Perché la crisi, dunque? E' certamente vero che la mossa è strettamente legata alle sue vicende personali (che qualcuno crede fondatamente abbiano a che fare con la democrazia), ma non nel modo banale che ci viene raccontato. Udite udite: nell'aprire questa crisi Berlusconi non ha alcuna convenienza personale. Ma il problema è proprio questo: è stato messo nelle condizioni di non avere nulla da perdere. E allora, perché assecondare i disegni dei suoi carnefici?

Ancora una volta "L'arte della Guerra" di Sun Tzu si conferma compendio di saggezza senza tempo: accerchia il tuo nemico, ma lascia sempre una via di fuga, si batterà con meno ardore. Invece, un animale ferito e disperato, lotterà con tutte le sue forze e contro qualsiasi pronostico. Chi ha deciso di non concedere nemmeno l'onore delle armi a Berlusconi, di accelerare una decadenza che sarebbe comunque sopraggiunta entro poche settimane, applicando una legge di dubbia costituzionalità e comunque funesta per la nostra democrazia, pur di purificarsi agli occhi del proprio elettorato, e di ignorare la questione giustizia per avere dalla sua parte i magistrati, unici in grado di togliere di mezzo l'avversario politico, ha messo nel conto, accettato, il rischio di questa crisi. E d'altronde, la situazione in cui è venuto a trovarsi Renzi - il Congresso che rischia di essere rinviato, l'ipotesi elezioni con Letta candidato, o un brutto governicchio da sostenere - rivela che le impronte digitali su questa crisi non sono solo quelle di Berlusconi. In tanti hanno tirato la corda.

Due erano gli elementi costitutivi di questo governo: una prospettiva di "pacificazione" e una svolta nella politica economica - senza abbandonare il rigore ma coniugandolo con riforme e tagli alla spesa pubblica e alla pressione fiscale per ridare fiato alla nostra economia. Ma proprio il presidente della Repubblica che nel discorso della sua rielezione sembrava perfettamente consapevole della necessità e urgenza di una pacificazione nazionale, nel momento più critico, quello seguito alla controversa condanna definitiva di Berlusconi (eventualità a cui certamente Napolitano era preparato), non ha saputo, o voluto, rilanciarla. Poteva farlo non necessariamente a scapito dell'applicazione della sentenza della Cassazione, aggirandola con provvedimenti di clemenza o leggi ad personam.

La via della pacificazione sarebbe potuta restare nell'alveo della politica, per esempio attraverso un percorso di riforme costituzionali più celere che portasse alla legittimazione reciproca tra avversari e che includesse anche il tema della giustizia. Non, quindi, un quarto grado di giudizio che assolvesse Berlusconi delegittimando clamorosamente la Cassazione, ma un atto politico che riconoscesse come anomalia da correggere l'accanimento giudiziario nei suoi confronti. Eppure, nemmeno una volta fatto fuori il suo avversario per via giudiziaria il Pd ha mostrato una disponibilità - nemmeno tattica - a mettere finalmente mano alla questione della giustizia ideologizzata e politicizzata, che pure enormi danni sta infliggendo al Paese, anche in sfere diverse da quella strettamente politica (vedi il caso Riva/Ilva). E nemmeno un gesto politico, magari nella forma di un messaggio alle Camere, è arrivato da Napolitano per incoraggiare i suoi "compagni". Qualcosa che potesse, nonostante la sentenza di condanna di Berlusconi, rimettere in moto il processo di pacificazione che sembrava alla portata subito dopo la sua rielezione e la nascita del governo Letta.

Da lì in poi, infatti, le larghe intese nate sotto il segno della pacificazione e della svolta economica si sono rivelate per quello che molti sospettavano: un'operazione di galleggiamento del "relitto Italia", da una parte nell'attesa di mettere fuori gioco Berlusconi, che si compiesse la sua espulsione dalle istituzioni, dall'altra per ritardare il più possibile la candidatura alla premiership di Matteo Renzi. In verità, già scorrendo la lista dei ministri del Pdl si poteva scorgere l'intenzione di dividere i "buoni", disposti al momento opportuno a mollare il vecchio leader e a dar vita all'ennesima operazione centrista (nonostante quella appena fallita di Monti e Casini), da Berlusconi e i "cattivi", che sarebbero stati abbandonati al loro destino.

Ecco, quindi, che l'unico obiettivo del governo sembrava il tirare a campare, per dividere il centrodestra da un lato e sbarrare la strada a Renzi dall'altro. Dai tempi lunghissimi, e le procedure pletoriche, del processo di riforme concepito dal ministro Quagliariello, alle scelte chiave in politica economica continuamente rinviate, rateizzate, anche quando le coperture sembravano alla portata: l'Imu cancellata solo a metà e l'aumento dell'Iva rinviato di tre mesi in tre mesi (per poter scaricare la responsabilità della loro permanenza sul Pdl nel caso in cui avesse staccato la spina), per non parlare della spending review, delle dismissioni e dei costi standard. Anzi, diversi sono stati i decreti di spesa, coperti con nuovi balzelli e accise, di cui anche i ministri Pdl sono stati complici, se non addirittura artefici. Altro che "fortino" e "sentinelle" anti-tasse! I ministri del Pdl in questi mesi hanno avallato, e fino all'ultimo dimostrato che avrebbero continuato ad avallare, qualsiasi nefandezza fiscale pur di tenere in vita il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il pasticcio sull'Iva cucinato tra Saccomanni, Letta e i ministri Pdl, per cui l'aumento veniva rinviato di soli tre mesi aumentando però altre tasse (accise e acconti Ires/Irap). Per qualsiasi motivo e strategia Berlusconi abbia staccato la spina, nessun rimpianto per questo governo dei "Guardiani della Spesa".

Insomma, un film già visto: invece di battere Berlusconi nelle urne, da anni si tenta un "rassemblement" centrista e moderato dopo l'altro per isolarlo nei palazzi della politica. Poi, però, presto o tardi si torna al voto e dalle urne esce un centrino ambiguo e democristiano. E' già capitato a Fini, Casini e Monti. Ora è il turno di Alfano? Il ruolo della sinistra e dei giornali dell'establishment è sempre lo stesso (è scritto a chiare lettere negli editoriali di oggi): allettare i dissidenti di turno (per poi abbandonarli a "funzione" svolta) con la prospettiva di un ambizioso progetto politico - niente meno che un Partito popolare finalmente europeo e liberale - mentre ciò a cui sono veramente interessati è un centro che isoli la destra, docile e remissivo, subalterno, da battere agevolmente o buono al massimo per un governo di coalizione. "Se volete esistere politicamente dopo Berlusconi - ripetono - questo è il momento di farsi avanti". Può darsi, ma esistere come? Come Martinazzoli, Dini e Mastella? Operazione legittima, intendiamoci, com'è legittimo opporsi da parte di chi nel centrodestra ritiene di non voler morire democristiano.

Sta di fatto che le scelte responsabili di Berlusconi a inizio legislatura - la rielezione di Napolitano e le larghe intese - sono state rivoltate contro di lui. Anziché coglierla questa occasione, forse l'ultima, per una pacificazione, una legittimazione reciproca, come premessa per una politica finalmente capace di cambiare il paese, è stata buttata nel cesso, trasformandola nell'ennesimo tentativo di farlo fuori e dividere il centrodestra. Il che c'entra poco o nulla con i richiami alla "stabilità" e alla "responsabilità" di queste ore. In cosa consisterebbero moderazione e responsablità? Nel tenere in vita un governo che si preparava ad aumentare accise e acconti Ires/Irap pur di non trovare nella spesa pubblica il miliardo che serviva. Non in grado, dopo cinque mesi di vita, di muovere un solo passo per tagliare spesa e debito?

La mossa di Berlusconi quindi fa chiarezza anche tra i suoi. Non è solo una questione di fedeltà/tradimento, sono in gioco diverse visioni di centrodestra. Quella centrista delle cosiddette "colombe" a mio modo di vedere porta alla divisione del centrodestra e alla subalternità politica e culturale alla sinistra e al partito della spesa. E' vero però che nemmeno l'alternativa che sembra profilarsi con la nuova Forza Italia appare molto entusiasmante: sarebbe poco lungimirante e perdente se fosse una ridotta di "falchi" interessati a lucrare personalmente da un partito di mera resistenza, senza vocazione maggioritaria e di governo, incapace di recuperare credibilità.

Possibile che il centrodestra italiano sia condannato alla subalternità neo-democristiana o alla marginalità di un nostalgico "Msi" post-berlusconiano? La questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra, o un centrodestra, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte oltre che dagli avversari politici anche da poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro democristiano trasformista, culturalmente subalterno.

Tuesday, September 24, 2013

Gli inganni dei guardiani della spesa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.

Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.

Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.

I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.

Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.

Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.

Thursday, September 19, 2013

Relitto Italia: operazione galleggiamento

Anche su L'Opinione

Si sono sprecate in questi giorni molte similitudini tra l'operazione di "parbuckling" della Costa Concordia e la situazione del nostro paese, i tentativi di "salvarlo" dagli abissi della decrescita. Ma non mi pare sia stata evocata l'unica davvero appropriata. Se quella sulla Concordia è stata un'operazione perfettamente riuscita dal punto di vista ingegneristico, anche il governo Letta, come il governo Monti prima di lui, potrebbe (forse) riuscire nell'impresa dal punto di vista contabile, quindi a rispettare i parametri europei e a gestire il nostro enorme debito pubblico, ma il paese che riuscirà eventualmente a risollevare e a far galleggiare sarà, temo, soltanto un relitto. Un esito scontato se la via del rigore e del risanamento non prevederà massicce dosi di riduzione di spesa pubblica e, quindi, di pressione fiscale.

Purtroppo l'obiettivo della nostra classe politica, ma anche dell'alta burocrazia e delle corporazioni dominanti (sindacati e Confindustria) non sembra essere quello di evitare agli italiani un penoso futuro, ma quello di salvare la spesa pubblica, apportando aggiustamenti marginali sì, ma senza mettere in discussione la sua mole, quindi senza scalfire la rete di clientele e le rendite di posizione che garantisce a chi la gestisce.

Ecco perché piuttosto che il governo del fare, questo è il governo del rinviare, nella speranza che un po' la ripresa dell'export, un po' qualche fondo europeo, garantiscano quella crescita dello zero virgola che ci consenta di galleggiare, mentre in realtà ci condanna al declino e all'impoverimento relativo rispetto sia agli altri paesi europei che ai paesi emergenti. Insomma, la missione di questo governo sembra quella di far galleggiare il relitto Italia (come si sta facendo con il Concordia, riaddrizzato ma pur sempre un relitto).

Stiamo ancora aspettando l'avvio della mitologica spending review, o del programma di dismissioni, o ancora l'attuazione dei costi standard, così come siamo in attesa delle coperture per la cancellazione della seconda rata dell'Imu e del promesso (entro il 31 agosto scorso) riordino sulla tassazione immobiliare. Per non parlare dell'immobilismo su pensioni e stipendi d'oro, sui contributi alle imprese del rapporto Giavazzi, insabbiato dal Ministero dello Sviluppo, con il silenzio complice di Confindustria, per impedire lo scambio "meno politica industriale" (sussidi per pochi) - "meno tasse" (per tutte le imprese). Pare sia "inevitabile", invece, l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, già l'aliquota più alta d'Europa. Il commissario europeo Rehn sembra essere stato "calato" da Bruxelles proprio per benedire la decisione del governo Letta di non evitarlo - a meno che non sia un patetico escamotage per far gridare al miracolo quando ne verrà annunciato l'ennesimo rinvio al primo gennaio o aprile o luglio 2014. Soldi non ce ne sono, eppure il governo Letta-Alfano è riuscito a trovare le risorse per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili.

Nel frattempo i ministri del Pdl, che proprio il vicepremier Alfano (il più distratto tra i suoi colleghi ministri pidiellini nel farsi passare sotto il naso ogni sorta di balzello) ha avuto l'impudenza di definire il "fortino antitasse" nel governo, si stanno rivelando un partito della spesa. Lupi sta preparando un piano quinquennale per il rinnovo del parco mezzi pubblici e privati su gomma con incentivi per 500 milioni (metà di quanto servirebbe per bloccare l'aumento dell'Iva fino a dicembre). La De Girolamo un pacchetto di incentivi e formazione per l'assunzione di "giovani" (under 40) nell'agricoltura «figa» (qualunque cosa significhi...).

E' vero, il Pdl è comprensibilmente preso dalle vicende del suo leader, ma sembra proprio non riuscire a darsi una linea salda su tasse/spesa e riforme istituzionali, nonostante i generosi sforzi di qualcuno non vadano dimenticati. Non ci iscriviamo però alla folta schiera di quanti non si rendono conto, o fingono di non accorgersi, che il caso Berlusconi non riguarda solo il cittadino e il politico Berlusconi. Sono in gioco valori fondamentali per qualsiasi democrazia, che rischiano di essere travolti insieme al controverso leader, e di restare sepolti chissà per quanto tempo. Stiamo assistendo all'inizio della fase più cruenta del giacobinismo italiano e non possiamo dire oggi se, e quando avrà fine. Abbiamo la sensazione però che, una volta montata, la ghigliottina giustizialista resterà in attività a lungo, anche molto dopo l'uscita di scena del Cav.

Dunque, non rimproveriamo a Berlusconi e ai suoi di voler tenere il punto, di aggrapparsi con le dita di mani e piedi allo scoglio per non farsi trascinare via dalla corrente, ma di avere sostanzialmente smesso di porsi, e di proporre ai cittadini, obiettivi politici di maggiore appeal. Di non rendersi realisticamente conto che per quanto sulla giustizia rischiamo davvero di giocarci definitivamente la democrazia nel nostro paese, l'unico orizzonte su cui sono fissati gli occhi dei cittadini è comprensibilmente quello della crisi economica, delle politiche per uscirne, del lavoro, delle tasse e della spesa pubblica.

Il sequestro ordinato dal gip di Taranto, che ha costretto il gruppo Riva a sospendere le attività di stabilimenti che nulla c'entrano con l'Ilva, essendo di fatto bloccata la sua operatività finanziaria in tutta Italia, conferma che la magistratura ideologizzata e politicizzata non resta circoscritta al caso Berlusconi e non cesserà di esserlo con la decadenza di Berlusconi. Tende semmai ad estendere il proprio raggio d'azione al di fuori della sfera politica in senso stretto, fino al punto di danneggiare gravemente settori vitali della nostra economia. Non si accontenta di far fuori un avversario politico, sta distruggendo, e non da oggi, ciò che rimane del nostro sistema industriale, e con esso migliaia di posti di lavoro, arrivando a minacciare il principio, e l'esercizio concreto, della libertà d'impresa. E per farlo non esita a disapplicare o aggirare le leggi dello Stato. Non illudiamoci di non pagare il caso Ilva anche in termini di fuga di realtà produttive - italiane e straniere - dall'Italia: una via sicura per il nostro definitivo declino. Per non parlare dei veri e propri attacchi terroristici di cui sono vittime le imprese che lavorano nel cantiere Tav in Val di Susa, che non ricevono dallo Stato adeguata protezione.

Su tutto questo, nonostante l'evidente aggressione della magistratura politicizzata anche alla nostra economia già agonizzante confermi le sue tesi sulla giustizia, il Pdl è rimasto pressoché in silenzio. Mentre il governo studia interventi legislativi - un custode giudiziario cui spetterebbe di guidare in tutto e per tutto l'attività produttiva, l'impresa - che  rischiano di ratificare di fatto una forma di esproprio per via giudiziaria, per di più nella fase delle indagini preliminari, non solo senza una sentenza ma senza nemmeno un processo. L'azione della magistratura di Taranto ormai si è trasformata in lotta di classe contro i Riva e lotta di potere contro Governo e Parlamento. Se il metodo adottato dai magistrati e gli espedienti normativi del governo Letta diventano "sistema", è tracciata la via italiana alle nazionalizzazioni. Davvero per eliminare Berlusconi dalla scena politica non si vuole riconoscere la deriva ideologica e faziosa di parte della magistratura? Ne vale davvero la pena?

Tuesday, August 06, 2013

L'unica via di Berlusconi per una rivincita è la politica

Tasse e presidenzialismo: l'unica "agibilità politica" che il Cav può recuperare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Berlusconi e gli esponenti del suo partito dovrebbero essere i primi a mostrarsi convinti della fondatezza delle loro denunce sullo strapotere delle toghe. Viviamo davvero in una "Repubblica delle Procure". Dopo una lunga sfilza di atti di resa della politica dal 1992 ad oggi - varchi aperti innanzitutto dalla sinistra, bisognosa di concedere ai magistrati spazi e poteri necessari per abbattere per via giudiziaria i nemici che non riusciva a battere politicamente - si sono impossessate del potere di cassare la classe politica selezionata da colui che, in teoria, secondo la nostra Costituzione è ancora sovrano: il popolo. Il nostro, dunque, è di fatto un sistema misto, una democrazia sotto tutela giudiziaria, o mutilata.

Se così stanno le cose, Berlusconi dovrebbe prendere atto che non può vincere la sua battaglia sul piano giudiziario. Non ci si può realisticamente aspettare che il presidente Napolitano restituisca al leader del Pdl l'"agibilità politica" revocatagli dai giudici. A cosa serve parlare di grazia, o evocare altre fantasiose formule, se comunque altre condanne sono dietro l'angolo, e se la legge Severino ha praticamente consegnato i requisiti di eleggibilità nelle mani della magistratura?

Maldestra è stata la salita al Colle, con armi del tutto spuntate, dei capigruppo Brunetta e Schifani. Non è nella disponibilità di Berlusconi nemmeno la decisione di farsi la galera vera e propria, dal momento che i giudici non gli faranno questo "regalo" politico. Potrà scegliere tra i domiciliari e i servizi sociali, e dovrebbe soppesare molto attentamente, e pragmaticamente, quale delle due situazioni gli lascerebbe maggiori spazi e tempi di interazione con la sua famiglia e il suo partito, e di comunicazione con l'opinione pubblica.

Berlusconi e i suoi dovrebbero al più presto convincersi - ma avrebbero dovuto convincersene anni fa - che l'unica vittoria cui possono ambire è sul piano morale e politico. E lottare, dunque, per essa, dato che margini di manovra ancora ci sono. Dovrebbero smetterla di agire come se una linea politica o l'altra potesse influenzare l'esito delle vicende giudiziarie, ottenendo a conti fatti solo il contrario, e cioè che le vicende giudiziarie influenzano - e negativamente - il loro agire politico. Non c'è mossa o atteggiamento politico che possa salvare Berlusconi dalle sentenze: né un sostegno passivo al governo né la sua caduta, né una resa né una rottura, insomma né la linea delle cosiddette colombe né quella dei cosiddetti falchi possono salvarlo giudiziariamente. Ma ci sono scelte e comportamenti politici che possono ancora farlo vincere politicamente.

Una gran parte degli elettori, ovviamente di centrodestra, hanno capito che il Cav è stato ed è oggetto di un accanimento giudiziario, una vera e propria persecuzione, da quando è sceso in campo, ma non si appassionano per le polemiche sulla giustizia, tanto meno per la grazia e l'amnistia. Come hanno sempre fatto, concedono o revocano la loro fiducia a Berlusconi sulla base di considerazioni politiche, dei loro interessi. La rimonta alle elezioni di quest'anno è stata possibile, nonostante un'immagine devastata dal caso Ruby e una deludente stagione di governo, perché Berlusconi ha messo al centro della sua campagna l'economia, e in particolare l'oppressione fiscale, mantenendo il più possibile lontane le sue vicende giudiziarie e le polemiche con la magistratura.

E il consenso di cui secondo gli ultimi sondaggi dispone oggi il Pdl deriva sì dall'assenza di alternative - l'operazione Monti si è rivelata inconsistente, e i grillini incompetenti - ma anche dall'atteggiamento responsabile di Berlusconi, che ha reso possibile la nascita del governo Letta, anzi ne è stato uno dei promotori, anteponendo gli interessi del paese a quelli di parte. Facendo cadere ora il governo Letta, come rappresaglia per la sentenza della Cassazione, Berlusconi e il Pdl farebbero un grande regalo ai loro nemici, finendo per avvalorare le accuse di irresponsabilità e disperdendo quindi il patrimonio di consensi ritrovato. Viceversa, la rottura con il governo Letta dovrebbe eventualmente consumarsi su questioni di governo che interessano gli elettori, quando fosse conclamato il suo immobilismo.

L'unica "agibilità politica" che Berlusconi può recuperare dipende da lui: porsi - e porre alle sue controparti - obiettivi politici. Se l'unica vittoria a cui può aspirare è politica, sono i risultati politici che può e deve pretendere dal governo Letta. Se questo si dimostrasse incapace di produrre risultati - per esempio, ridurre le tasse e varare finalmente un vera riforma costituzionale - allora sì, maturerebbero le condizioni per porre fine anche a questa esperienza. E la "deadline", il momento della verità, non può che essere l'autunno prossimo. La domanda politica che il Pdl deve porsi, e porre, pretendendo una risposta dai suoi alleati di governo e anche dal capo dello Stato, in qualità di padrino dell'attuale esecutivo, è la seguente: il Pd ha intenzioni serie? E' pronto ad assumersi la responsabilità, e sopportarne i costi politici, di riformare le istituzioni insieme a un partito il cui leader è stato appena condannato, oppure sta semplicemente prendendo tempo per riorganizzarsi, mentre la magistratura porta a termine il lavoro sporco di togliere di mezzo il suo unico avversario politico? Ciò che Berlusconi e i suoi possono pretendere da Napolitano non è la grazia, o la riforma della giustizia, ma una garanzia su questo punto: che costringa il Pd a realizzare le riforme costituzionali insieme al Pdl.

Se condannando Berlusconi la magistratura si è dichiarata indisponibile a quell'atto di pacificazione le cui premesse sembravano essere poste dalla nascita del governo di "larghe intese", ora bisogna capire se il Pd è almeno disponibile ad un atto di pacificazione sul piano politico, che può consistere unicamente nel realizzare insieme al suo nemico storico, seppure condannato, le riforme costituzionali a lungo attese. Il percorso, per come è stato incardinato dal ministro Quagliariello e dalle Commissioni Affari costituzionali, rischia di essere troppo lento rispetto agli sviluppi extra-politici. Serve un segnale subito, già alla ripresa delle attività parlamentari a settembre. Se c'è la volontà politica, un accordo per una nuova forma di governo e una conseguente nuova legge elettorale si può chiudere domattina. Se non c'è, non ha più senso un governo di "larghe intese".

Come abbiamo già osservato, con la sentenza della Cassazione le possibilità di una riforma della giustizia, già ridotte ai minimi termini, si sono del tutto azzerate, e il richiamarla nella sua nota di giovedì sera è stato da parte del presidente Napolitano tra il velleitario e l'ipocrita. Mai una riforma della giustizia è stata così lontana dal nostro orizzonte politico come lo è oggi. Come ha giustamente osservato Panebianco sul Corriere della Sera, ormai «la magistratura è l'unico "potere forte" oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla». Forse qualche correttivo per introdurre un po' di efficienza sì, ma scordatevi una riforma dell'ordinamento giudiziario, come quella abbozzata nella legge delega Castelli nel 2005.

Berlusconi e il Pdl dovrebbero evitare di porla come condizione, dal momento che sarebbe del tutto velleitario. Ha di nuovo ragione Panebianco: se gli «attacchi frontali» si sono risolti in massacri per gli attaccanti, serve una «strategia indiretta», «il problema va aggredito da un'altra prospettiva», passando cioè per il «rafforzamento della politica». E c'è una sola via diretta per rafforzare la politica: il presidenzialismo. Un capo dello Stato eletto direttamente dal popolo potrebbe modificare "dall'alto" gli equilibri di potere in quelle istituzioni-chiave che si oppongono a qualsiasi riforma della giustizia. L'incandidabilità di Berlusconi dovrebbe, diciamo, facilitare le cose, togliendo al Pd un comodo alibi per dire no ad una riforma che ormai piace anche gli elettori di sinistra.

Thursday, August 01, 2013

Comunque vada, condannata la nostra democrazia

Anche su Notapolitica

Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l'uno né l'altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il "partito della spesa" - trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica - e infine il "partito delle procure", hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo - attacco frontale o approccio sobrio - di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l'assetto di potere esistente e l'enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.

Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l'ha mancata. Ma la storia di questi vent'anni, il "caso Berlusconi", ciò che gli è capitato da quando è "sceso in campo", come è stato combattuto - cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani - pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta "Terza Repubblica". No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l'Italia.

Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c'è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il "fumus persecutionis". Un fatto che ormai nemmeno l'annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell'umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi - finanziari e umani - per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in  gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest'uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all'inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.

E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c'è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all'1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent'anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe "casse") muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.

Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell'osservare che questa sentenza non muterà di molto l'opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d'altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che.... A meno che non fosse chiaro all'opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un'altra spiegazione.

Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.

E invece i più "responsabili" del Pd sotto sotto si augurano l'assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle "larghe intese" può andare avanti e continuare ad occuparsi "responsabilmente" della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell'esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le "colombe" che i "falchi", mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.

Le prime, le cosiddette "colombe", illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l'ombrello del governo di "larghe intese" voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all'insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti "falchi" del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di Msi berlusconiano.

Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d'accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient'affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di "selezionare" la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.

Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del "partito delle procure"? I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese - subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola.

Thursday, July 04, 2013

Letta brinda ma non ci serve più spesa

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Altro che brindisi! Sarà un successo forse per il governo Letta, e per l'ex premier Monti, ma per l'Italia è una beffa, l'ennesima occasione sprecata. Cerco di spiegare perché. L'apertura del presidente della Commissione europea Barroso ad una maggiore flessibilità di bilancio (ma sempre al di sotto del tetto del 3%) per quei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo sembra una buona notizia, ma al di là delle apparenze è la conferma del dramma continentale che stiamo vivendo. Un'Europa che impone ai paesi in crisi un'austerità cieca, perché incapace di distinguere, ferma restando la necessità di consolidamento dei conti pubblici, tra diverse politiche economiche, tra i diversi percorsi al risanamento, più o meno recessivi, che esistono e che vengono indicati anche dal presidente della Bce Draghi.

In questo senso, le parole di Barroso sono sintomatiche di un'Europa che non sa immaginare politiche per la crescita se non all'interno della cornice della spesa pubblica: più spesa, più crescita, è l'unica equazione che sembrano conoscere non solo a Roma, ma anche a Bruxelles. Ma leggiamole attentamente le dichiarazioni di Barroso: «Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, deciderà caso per caso se permettere, sempre nel pieno rispetto del Patto di stabilità, deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso gli obiettivi di medio termine fissati nelle raccomandazioni specifiche per Paese». Tali "deviazioni", cioè la maggiore flessibilità di bilancio concessa, ha precisato Barroso, «dovranno essere collegate alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dall'Ue nell'ambito della politica di coesione, delle reti transeuropee Ten o di Connecting Europe, con un effetto sul bilancio positivo, diretto, verificabile e di lungo termine».

Innanzitutto, nulla di nuovo: sapevamo già che come premio per l'uscita dalla procedura di deficit eccessivo ci sarebbe stato concesso di discostarci dagli obiettivi di medio termine per il pareggio di bilancio, ma sempre restando al di sotto del tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità. Il che in termini concreti per noi significa - se le previsioni del Pil e del fabbisogno pubblico saranno rispettate, e se il mercato dei nostri titoli di Stato non subirà scossoni - che avremo nel 2014, tra il deficit previsto al 2,4% e il tetto del 3%, comunque da rispettare, un margine di manovra di circa lo 0,5% del Pil, ossia 7-8 miliardi.

Dove sta la beffa, dunque? Ci viene sì concesso un margine di manovra, ma ci viene anche detto come dobbiamo utilizzarlo: non per la riduzione delle tasse di cui la nostra economia ha disperato bisogno, ma per fantomatici «investimenti produttivi». E il principale criterio per attribuirgli o meno questa patente di "produttività" sarà l'essere "agganciati" a progetti cofinanziati dall'Ue, nell'ambito della politica di coesione e delle reti. Ma se gli investimenti pubblici di cui si parla fossero davvero produttivi, in quest'ultimo decennio di programmi europei il nostro Pil sarebbe schizzato alle stelle.

L'Italia ha certamente bisogno di investimenti, ma non dei cosiddetti «investimenti pubblici produttivi», che alla fin dei conti non si sono mai rivelati tali. Sia per la lentezza nell'avvio di questi progetti, e per le note difficoltà dell'Italia a spendere i fondi europei, sia perché gli "investimenti" finiscono il più delle volte ai soliti attori economici, che o sono inefficienti o non ne avrebbero bisogno. Per richiamare investimenti privati, e perché siano davvero produttivi, lo Stato deve alleggerire il suo peso sull'economia, deve abbassare le sue pretese fiscali e burocratiche. Non ci sono scorciatoie.

A parte il fatto che stiamo festeggiando, ma quel margine dobbiamo ancora conquistarcelo (ed è a rischio se la stima del Pil dovesse peggiorare ancora), oggi il premier Letta brinda, insieme ai ministri del Pdl, perché l'Ue ci concede di spendere di più quando l'Italia sta morendo proprio di questo, di troppa spesa, quindi dovrebbe esigere dall'Europa di poter utilizzare qualsiasi flessibilità di bilancio dovesse manifestarsi per ridurre la pressione fiscale, per esempio il costo del lavoro. E il Pdl non sembra accorgersi che proprio alle direttive di Barroso farà ricorso Letta per spiegare che i ristrettissimi margini che ci saranno nel 2014 non potranno essere usati per tagliare le tasse.

Tuesday, June 11, 2013

Il governo del dire e non dire

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta ormai consolidando a Palazzo Chigi il vezzo di dare un titolo mediaticamente spendibile ai provvedimenti. Patetici tentativi di supplire all'inadeguatezza, all'insufficienza di contenuti dell'atto che si sta varando con un efficace "spin" comunicativo, enfatizzando effetti taumaturgici che non si verificheranno. Così come non è bastato al governo Monti ribattezzare i suoi decreti "salva-Italia" e "cresci-Italia" per salvare davvero, o far crescere l'Italia, non basterà al governo Letta chiamare il suo prossimo provvedimento "decreto del fare" per convincerci che sta facendo qualcosa di epocale, o che sta aiutando gli italiani a riavviare le attività produttive - quelle del "fare", appunto.

Il voto delle amministrative rafforza il governo Letta, è la lettura "politicista" prevalente, perché non punisce il Pd per essersi piegato alle "larghe intese" con il caimano, anzi sembra premiarlo (ma allora bisognerebbe concludere che per lo stesso motivo punisce severamente il Pdl), e perché bastonando il centrodestra ne raffredda i bollenti spiriti, dissuadendo Berlusconi dal mettere a rischio la tenuta dell'esecutivo. In realtà, il governo Letta può sperare di durare solo se fa, se agisce. E' come andare in bicicletta: se sta fermo, cade. Ma per fare cose davvero utili al paese non basta attribuire l'appellativo "del fare" ad un decreto.

Fino ad oggi, è stato piuttosto il governo del dire e non dire. Tranne la proroga degli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni, su nessun tema - dall'Imu all'aumento dell'Iva, e in generale sulle tasse, passando per la revisione della spesa e la questione del debito pubblico - ha proferito una parola chiara, definitiva, sulla direzione che intende intraprendere. E la sensazione è che tutto si riduca ad un pressing bipartisan (Pd-Pdl) su Bruxelles per ottenere un po' di caro, vecchio deficit spending, senza mettere davvero mano al dissestato "sistema Italia".

Ben vengano, intendiamoci, misure di liberalizzazione, di semplificazione, di defiscalizzazione delle nuove assunzioni, così come il superamento delle rigidità in ingresso sciaguratamente introdotte dalla riforma Fornero sul lavoro. Ma i dati di questi giorni obbligano la politica, il governo e i partiti che lo sostengono, a scelte ben più coraggiose, ad un vero e proprio cambio di passo e di paradigma, innanzitutto in campo fiscale.

La produzione industriale in calo del 4,6% rispetto ad aprile 2012; il Pil nel I trimestre 2013 di un ulteriore 0,6%, con una perdita già acquisita per quest'anno dell'1,6%, ben peggiore delle stime del governo; il total tax rate sulle nostre imprese al 68,3%, oltre 20 punti sopra la soglia media che grava sulle imprese europee concorrenti; una pressione fiscale effettiva del 53,4% del Pil (paghiamo 38 miliardi di tasse in più rispetto ai partner europei!).

Questi dati impietosi testimoniano che non stiamo affatto uscendo dalla crisi, che la nostra economia è nel bel mezzo di un avvitamento, e quindi che non possiamo permetterci di procedere per rinvii di tre o sei mesi, aspettando di intervenire più a fondo con la legge di stabilità del 2014. Bisognerebbe invertire al più presto questa inerzia con un vero e proprio shock, ma purtroppo i provvedimenti ipotizzati al vertice governo-maggioranza di questa mattina, o che filtrano dalle indiscrezioni di stampa, non solo non sembrano contenere cure e terapie adeguate al male italiano, ma non raggiungono nemmeno lo status di aspirine. Somigliano piuttosto a delle semplici tisane.

Non si tratta di dare 3-400 milioni, uno o due miliardi da una parte, magari togliendoli dall'altra. Serve una grande, coraggiosa, operazione di politica fiscale che alleggerisca il carico su tutti i fronti: Iva, Imu, Irap. Tagliando la spesa, dismettendo asset pubblici, e anche - a questo scopo sì, avrebbe senso - ammorbidendo i vincoli europei.