Girare con un pugnale sikh in vista mi sembra cosa civilissima rispetto a quello che si vede e che viene permesso nelle nostre città. Chi non si sente minacciato dal pugnale sikh?? Facciamo finta che il problema, quelli che non si integrano, siano i sikh... E poi chiudiamo gli occhi su vere e proprie "legalità" parallele di musulmani e rom.
Al di là del singolo caso, certamente marginale come "allarme sociale" e gruppo etnico coinvolto, e delle polemiche, il principio affermato dalla sentenza della Cassazione è che una diversità culturale e/o religiosa non dà diritto a un lasciapassare per non rispettare la legge.
Nel passaggio più contestato della sentenza si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".
Premesso che un altro passaggio della sentenza, altrettanto "politico" e discutibile, laddove i giudici indicano la "necessità di una società multiculturale", è sfuggito praticamente a tutti, di che valori e principi stiamo parlando? Dei principi e valori codificati nelle leggi. Far rispettare la legge vuol dire far rispettare principi e valori in essa codificati. Per esempio, l'uguaglianza tra uomini e donne, codificata nel nostro ordinamento, è senz'altro anche un "nostro valore". O no??
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Tuesday, May 16, 2017
Wednesday, August 07, 2013
The Real Untouchables
Anche su Notapolitica e L'Opinione
L'intervista rilasciata dal giudice Antonio Esposito al Mattino, e l'audio che ha letteralmente e totalmente sbugiardato la sua doppia smentita, sono di una gravità inaudita. 1) Il giudice della Cassazione, presidente della Corte che ha condannato in via definitiva Berlusconi, ha mentito per due volte, nelle due smentite in cui ha negato di aver pronunciato le frasi che poi tutti abbiamo potuto ascoltare nell'audio pubblicato dal quotidiano, e probabilmente ha mentito anche al suo capo, il primo presidente della Cassazione Santacroce, rispondendo alle sue richieste di chiarimento. 2) Nella registrazione audio Esposito sembra fare riferimento proprio alle motivazioni della sentenza di condanna inflitta a Berlusconi: «Noi non andremo a dire "chillo non poteva non sapere", noi potremmo dire nella motivazione, eventualmente, "tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva"... Nunnè che tu nun putev nun sape' pecché eri u cap, pecché pur u capo potrebbe non sapere. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno ditto che te l'hanno riferito, allora è nu poco diverse».
3) Il giudice Esposito cade in contraddizione comunque, sia che si riferisse a Berlusconi sia che parlasse in generale. Se infatti si riferiva alla sentenza Mediaset, è evidente che non ha letto gli atti del processo, dal momento che nessun testimone, nessun "Tizio, Caio e Sempronio" ha mai detto di aver portato a conoscenza di Berlusconi l'elusione fiscale. Anzi, "Tizio, Caio e Sempronio" hanno sempre smentito di averlo informato. Se, invece, parlava in generale, allora la sentenza da lui pronunciata va contro il principio di diritto enunciato nell'intervista, nella quale conferma più volte che non si può condannare qualcuno sull'argomento solo logico, e non giuridico, del "non poteva non sapere", mentre la sentenza che la Cassazione era chiamata a valutare in diritto, senza entrare nel merito, si basava proprio sul "non poteva non sapere", non sul "sapeva".
Nelle sue smentite Esposito denuncia la «manipolazione» dell'intervista, ma qui l'unica manipolazione compiuta dal giornalista del Mattino è la traduzione in italiano delle parole del supremo giudice. In linea teorica, di principio, se un giudice si lascia scappare che l'imputato è stato condannato senza prove - è questo, in pratica, che emerge dall'audio di Esposito - dovrebbe essere possibile revocare anche una sentenza di Cassazione. Ma anche ammesso che l'intervista e l'audio di Esposito non siano elementi sufficienti ad inficiare la sentenza, sono evidentissimi gli estremi per un'azione disciplinare nei suoi confronti. Eppure, mentre scriviamo, a quasi 24 ore dalla pubblicazione dell'audio dell'intervista, che sbugiarda totalmente il giudice, non abbiamo notizie in tal senso, né da parte del Ministero della Giustizia né da parte del Csm. Si badi che l'iniziativa avviata dai consiglieri "laici" del Csm Zanon, Palumbo e Romano, e trasmessa alla I Commissione, è una "pratica a tutela", ben diversa da un procedimento disciplinare ai sensi del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109.
Altro che riforma della giustizia, che qualcuno ingenuamente o ipocritamente evoca come possibile, ora che con la condanna sarebbe caduto l'alibi del favore a Berlusconi. La Cancellieri come ministro della Giustizia e il presidente Napolitano in qualità anche di presidente del Csm potrebbero - quindi dovrebbero - pretendere l'avvio di un'azione disciplinare nei confronti del giudice Esposito. Eppure, né l'una né l'altro sembrano avere la forza nemmeno per chiederla su un caso così conclamato. Figuriamoci una riforma della giustizia! L'amara realtà è che i magistrati nel nostro paese fanno parte dell'unica casta davvero intoccabile, mentre in un paese normale, civile, un Esposito sarebbe stato espulso dalla magistratura e privato della pensione.
L'intervista rilasciata dal giudice Antonio Esposito al Mattino, e l'audio che ha letteralmente e totalmente sbugiardato la sua doppia smentita, sono di una gravità inaudita. 1) Il giudice della Cassazione, presidente della Corte che ha condannato in via definitiva Berlusconi, ha mentito per due volte, nelle due smentite in cui ha negato di aver pronunciato le frasi che poi tutti abbiamo potuto ascoltare nell'audio pubblicato dal quotidiano, e probabilmente ha mentito anche al suo capo, il primo presidente della Cassazione Santacroce, rispondendo alle sue richieste di chiarimento. 2) Nella registrazione audio Esposito sembra fare riferimento proprio alle motivazioni della sentenza di condanna inflitta a Berlusconi: «Noi non andremo a dire "chillo non poteva non sapere", noi potremmo dire nella motivazione, eventualmente, "tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva"... Nunnè che tu nun putev nun sape' pecché eri u cap, pecché pur u capo potrebbe non sapere. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno ditto che te l'hanno riferito, allora è nu poco diverse».
3) Il giudice Esposito cade in contraddizione comunque, sia che si riferisse a Berlusconi sia che parlasse in generale. Se infatti si riferiva alla sentenza Mediaset, è evidente che non ha letto gli atti del processo, dal momento che nessun testimone, nessun "Tizio, Caio e Sempronio" ha mai detto di aver portato a conoscenza di Berlusconi l'elusione fiscale. Anzi, "Tizio, Caio e Sempronio" hanno sempre smentito di averlo informato. Se, invece, parlava in generale, allora la sentenza da lui pronunciata va contro il principio di diritto enunciato nell'intervista, nella quale conferma più volte che non si può condannare qualcuno sull'argomento solo logico, e non giuridico, del "non poteva non sapere", mentre la sentenza che la Cassazione era chiamata a valutare in diritto, senza entrare nel merito, si basava proprio sul "non poteva non sapere", non sul "sapeva".
Nelle sue smentite Esposito denuncia la «manipolazione» dell'intervista, ma qui l'unica manipolazione compiuta dal giornalista del Mattino è la traduzione in italiano delle parole del supremo giudice. In linea teorica, di principio, se un giudice si lascia scappare che l'imputato è stato condannato senza prove - è questo, in pratica, che emerge dall'audio di Esposito - dovrebbe essere possibile revocare anche una sentenza di Cassazione. Ma anche ammesso che l'intervista e l'audio di Esposito non siano elementi sufficienti ad inficiare la sentenza, sono evidentissimi gli estremi per un'azione disciplinare nei suoi confronti. Eppure, mentre scriviamo, a quasi 24 ore dalla pubblicazione dell'audio dell'intervista, che sbugiarda totalmente il giudice, non abbiamo notizie in tal senso, né da parte del Ministero della Giustizia né da parte del Csm. Si badi che l'iniziativa avviata dai consiglieri "laici" del Csm Zanon, Palumbo e Romano, e trasmessa alla I Commissione, è una "pratica a tutela", ben diversa da un procedimento disciplinare ai sensi del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109.
Altro che riforma della giustizia, che qualcuno ingenuamente o ipocritamente evoca come possibile, ora che con la condanna sarebbe caduto l'alibi del favore a Berlusconi. La Cancellieri come ministro della Giustizia e il presidente Napolitano in qualità anche di presidente del Csm potrebbero - quindi dovrebbero - pretendere l'avvio di un'azione disciplinare nei confronti del giudice Esposito. Eppure, né l'una né l'altro sembrano avere la forza nemmeno per chiederla su un caso così conclamato. Figuriamoci una riforma della giustizia! L'amara realtà è che i magistrati nel nostro paese fanno parte dell'unica casta davvero intoccabile, mentre in un paese normale, civile, un Esposito sarebbe stato espulso dalla magistratura e privato della pensione.
Thursday, August 01, 2013
Comunque vada, condannata la nostra democrazia
Anche su Notapolitica
Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l'uno né l'altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il "partito della spesa" - trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica - e infine il "partito delle procure", hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo - attacco frontale o approccio sobrio - di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l'assetto di potere esistente e l'enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.
Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l'ha mancata. Ma la storia di questi vent'anni, il "caso Berlusconi", ciò che gli è capitato da quando è "sceso in campo", come è stato combattuto - cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani - pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta "Terza Repubblica". No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l'Italia.
Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c'è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il "fumus persecutionis". Un fatto che ormai nemmeno l'annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell'umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi - finanziari e umani - per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest'uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all'inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.
E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c'è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all'1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent'anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe "casse") muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.
Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell'osservare che questa sentenza non muterà di molto l'opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d'altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che.... A meno che non fosse chiaro all'opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un'altra spiegazione.
Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.
E invece i più "responsabili" del Pd sotto sotto si augurano l'assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle "larghe intese" può andare avanti e continuare ad occuparsi "responsabilmente" della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell'esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le "colombe" che i "falchi", mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.
Le prime, le cosiddette "colombe", illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l'ombrello del governo di "larghe intese" voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all'insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti "falchi" del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di Msi berlusconiano.
Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d'accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient'affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di "selezionare" la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.
Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del "partito delle procure"? I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese - subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola.
Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l'uno né l'altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il "partito della spesa" - trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica - e infine il "partito delle procure", hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo - attacco frontale o approccio sobrio - di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l'assetto di potere esistente e l'enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.
Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l'ha mancata. Ma la storia di questi vent'anni, il "caso Berlusconi", ciò che gli è capitato da quando è "sceso in campo", come è stato combattuto - cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani - pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta "Terza Repubblica". No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l'Italia.
Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c'è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il "fumus persecutionis". Un fatto che ormai nemmeno l'annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell'umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi - finanziari e umani - per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest'uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all'inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.
E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c'è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all'1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent'anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe "casse") muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.
Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell'osservare che questa sentenza non muterà di molto l'opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d'altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che.... A meno che non fosse chiaro all'opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un'altra spiegazione.
Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.
E invece i più "responsabili" del Pd sotto sotto si augurano l'assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle "larghe intese" può andare avanti e continuare ad occuparsi "responsabilmente" della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell'esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le "colombe" che i "falchi", mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.
Le prime, le cosiddette "colombe", illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l'ombrello del governo di "larghe intese" voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all'insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti "falchi" del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di Msi berlusconiano.
Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d'accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient'affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di "selezionare" la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.
Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del "partito delle procure"? I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese - subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola.
Tuesday, May 21, 2013
La trappola neocentrista
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.
Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.
Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».
In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).
Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.
Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.
Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.
Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.
Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.
Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».
In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).
Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.
Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.
Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.
Tuesday, March 26, 2013
Giustizia italiana una maionese impazzita
Anche su L'Opinione
E' tutto da rifare. Accogliendo la richiesta della Procura generale di Perugia, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito che aveva messo la parola fine al processo di appello per l'omicidio di Meredith Kercher. Il nuovo processo d'appello, però, si svolgerà a Firenze. Dovremo attendere per conoscere le motivazioni della sentenza, ma nel frattempo bisogna chiarire che non si tratta di un giudizio di merito. La sentenza non «ribalta» da assoluzione a colpevolezza il verdetto d'appello, come purtroppo molti organi di informazione con il loro lessico inappropriato inducono a credere. E forse si può azzardare qualche considerazione di carattere generale. La giustizia italiana sembra ormai una maionese impazzita. Tanti, troppi sono i casi in cui su una stessa vicenda giudiziaria intervengono più di due sentenze di merito e altrettante da parte della Cassazione. Una quantità tale di verdetti contraddittori, spesso anche nell'ambito di uno stesso grado di giudizio, che di per sé lede la credibilità dell'intero procedimento giudiziario.
E occorrerebbe una riflessione approfondita su quell'anomalia solo italiana che porta la pubblica accusa a ricorrere sempre e comunque, fino al terzo grado di giudizio, contro le sentenze di assoluzione, anche senza che siano emerse nuove e schiaccianti prove che giustifichino la riapertura del caso. Quasi che per il nostro ordinamento l'onore dei procuratori smentiti dai giudici sia meritevole di maggiore tutela rispetto alle garanzie degli imputati. Com'è possibile, infatti, dal punto di vista logico, sgombrare il campo da ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza di qualcuno sottoposto ad un nuovo processo di merito, se costui è stato già giudicato innocente sulla base degli stessi elementi?
E' questo il caso che potrebbe verificarsi nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ancora non concosciamo le motivazioni che hanno indotto la Cassazione ad annullare la sentenza del processo di appello di Perugia, ma nella sua requisitoria il sostituto pg non ha motivato la richiesta di annullamento con alcuna nuova prova a carico degli imputati. Si è limitato a lamentarsi di quanto i giudici di appello abbiano sottovalutato gli argomenti dell'accusa, quindi in sostanza a delle semplici contro-deduzioni alla sentenza di assoluzione, che per quanto possano risultare condivisibili non introducono alcun nuovo elemento di merito rispetto a quelli su cui si basa.
E' possibile che anche i giudici della Cassazione abbiano riscontrato nella sentenza annullata il «raro concentrato di violazioni di legge» e il «monumento alla illogicità» di cui ha parlato il sostituto pg nella sua requisitoria. Lo vedremo. Ma la Procura generale rimprovera ai giudici di appello di non aver preso in considerazione, o di aver sottovalutato, gli elementi dell'accusa, e di aver basato il loro giudizio solo sugli argomenti della difesa. Eppure, di per sé l'aver trovato più convincenti questi ultimi piuttosto che i primi non può portare all'annullamento di una sentenza, perché altrimenti non esisterebbero proprio sentenze di assoluzione. E' del tutto ovvio: se un giudice ha deciso di assolvere piuttosto che condannare, deve aver ritenuto di dover "sotto-valutare" gli elementi dell'accusa e "sopra-valutare" quelli della difesa. Viceversa, sarebbe arrivato ad una sentenza di condanna.
Né si può rimproverare alla Corte di aver «frantumato, parcellizzato, gli elementi indiziari», dal momento che spetta all'accusa presentare logicamente il complesso di indizi raccolti al punto di trasformarli in una prova in grado di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza degli imputati. Insomma, dalla requisitoria della Procura generale si ricava l'impressione che si rimproveri ai giudici che hanno assolto Amanda e Raffaele di aver ritenuto le tesi della difesa più convincenti di quelle dell'accusa. E' sufficiente questo per annullare una sentenza? Un processo non serve proprio a stabilire quali argomenti debbano prevalere e quali, invece, siano da sottovalutare?
E' tutto da rifare. Accogliendo la richiesta della Procura generale di Perugia, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito che aveva messo la parola fine al processo di appello per l'omicidio di Meredith Kercher. Il nuovo processo d'appello, però, si svolgerà a Firenze. Dovremo attendere per conoscere le motivazioni della sentenza, ma nel frattempo bisogna chiarire che non si tratta di un giudizio di merito. La sentenza non «ribalta» da assoluzione a colpevolezza il verdetto d'appello, come purtroppo molti organi di informazione con il loro lessico inappropriato inducono a credere. E forse si può azzardare qualche considerazione di carattere generale. La giustizia italiana sembra ormai una maionese impazzita. Tanti, troppi sono i casi in cui su una stessa vicenda giudiziaria intervengono più di due sentenze di merito e altrettante da parte della Cassazione. Una quantità tale di verdetti contraddittori, spesso anche nell'ambito di uno stesso grado di giudizio, che di per sé lede la credibilità dell'intero procedimento giudiziario.
E occorrerebbe una riflessione approfondita su quell'anomalia solo italiana che porta la pubblica accusa a ricorrere sempre e comunque, fino al terzo grado di giudizio, contro le sentenze di assoluzione, anche senza che siano emerse nuove e schiaccianti prove che giustifichino la riapertura del caso. Quasi che per il nostro ordinamento l'onore dei procuratori smentiti dai giudici sia meritevole di maggiore tutela rispetto alle garanzie degli imputati. Com'è possibile, infatti, dal punto di vista logico, sgombrare il campo da ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza di qualcuno sottoposto ad un nuovo processo di merito, se costui è stato già giudicato innocente sulla base degli stessi elementi?
E' questo il caso che potrebbe verificarsi nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ancora non concosciamo le motivazioni che hanno indotto la Cassazione ad annullare la sentenza del processo di appello di Perugia, ma nella sua requisitoria il sostituto pg non ha motivato la richiesta di annullamento con alcuna nuova prova a carico degli imputati. Si è limitato a lamentarsi di quanto i giudici di appello abbiano sottovalutato gli argomenti dell'accusa, quindi in sostanza a delle semplici contro-deduzioni alla sentenza di assoluzione, che per quanto possano risultare condivisibili non introducono alcun nuovo elemento di merito rispetto a quelli su cui si basa.
E' possibile che anche i giudici della Cassazione abbiano riscontrato nella sentenza annullata il «raro concentrato di violazioni di legge» e il «monumento alla illogicità» di cui ha parlato il sostituto pg nella sua requisitoria. Lo vedremo. Ma la Procura generale rimprovera ai giudici di appello di non aver preso in considerazione, o di aver sottovalutato, gli elementi dell'accusa, e di aver basato il loro giudizio solo sugli argomenti della difesa. Eppure, di per sé l'aver trovato più convincenti questi ultimi piuttosto che i primi non può portare all'annullamento di una sentenza, perché altrimenti non esisterebbero proprio sentenze di assoluzione. E' del tutto ovvio: se un giudice ha deciso di assolvere piuttosto che condannare, deve aver ritenuto di dover "sotto-valutare" gli elementi dell'accusa e "sopra-valutare" quelli della difesa. Viceversa, sarebbe arrivato ad una sentenza di condanna.
Né si può rimproverare alla Corte di aver «frantumato, parcellizzato, gli elementi indiziari», dal momento che spetta all'accusa presentare logicamente il complesso di indizi raccolti al punto di trasformarli in una prova in grado di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza degli imputati. Insomma, dalla requisitoria della Procura generale si ricava l'impressione che si rimproveri ai giudici che hanno assolto Amanda e Raffaele di aver ritenuto le tesi della difesa più convincenti di quelle dell'accusa. E' sufficiente questo per annullare una sentenza? Un processo non serve proprio a stabilire quali argomenti debbano prevalere e quali, invece, siano da sottovalutare?
Wednesday, March 28, 2012
Equitalia non può lavarsene le mani
Anche su L'Opinione
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Wednesday, October 05, 2011
Chi ignora il sistema è Vietti
Secondo il vicepresidente del Csm Michele Vietti, «parlare di errore giudiziario» di fronte alla sentenza di secondo grado che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ribaltando il primo verdetto, «significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario». Non ignoriamo affatto «il funzionamento del nostro sistema giudiziario» per quello che è oggi, ma abbiamo ben presente come dovrebbe funzionare in uno stato di diritto. Vietti e purtroppo molti magistrati sembrano invece ignorare la cosa più importante: la seconda.
Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.
E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.
Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.
E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.
Friday, June 10, 2011
Come e perché difendersi dai referendum-truffa
(Nella foto: militanti di Greenpeace si arrampicano sul Colosseo per srotolare il loro striscione, ma nessuna voce stavolta si leverà per la tutela dei monumenti, scommettiamo?)
Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.
Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.
Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.
NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.
Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.
LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.
ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.
Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.
La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.
Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.
Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.
Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.
Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.
Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.
NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.
Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.
LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.
ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.
Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.
La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.
Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.
Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.
Monday, June 06, 2011
Eppure non sta in piedi
Come volevasi dimostrare mercoledì scorso, il quesito sul nucleare così come riformulato dall'Ufficio referendum della Cassazione, semplicemente «non sta in piedi». Domani deciderà la Corte costituzionale, ma è quanto sostiene anche un costituzionalista di sinistra (parlamentare del Pci e del Pds dal 1976 al 1994 e ministro del governo Ciampi) tra i più autorevoli, e il più citato a sinistra (quando fa comodo), Augusto Barbera, in un'intervista ad Avvenire: «Non sta in piedi».
Culturalmente e politicamente lontanissimo dal governo in carica, e nel merito contrario al nucleare, eppure Barbera spiega che giuridicamente quel quesito non avrebbe più ragione d'essere:
Culturalmente e politicamente lontanissimo dal governo in carica, e nel merito contrario al nucleare, eppure Barbera spiega che giuridicamente quel quesito non avrebbe più ragione d'essere:
«Perché tutte le norme che prevedevano procedure e tempi per l'installazione di centrali nucleari sono state abrogate. Ora si andrà a votare su due commi, il numero 1 e il numero 8 dell'articolo 5 della legge di conversione del decreto omnibus. Il primo si limita a impegnare il governo a partecipare a studi, a livello europeo, sull'impiego dell'energia nucleare: ebbene, lì non c'è alcuna decisione, si dice che "studierà" ma poi, al termine di questi studi, potrebbe anche decidere di non procedere... Il comma 8, poi, prevede l'approntamento di un piano energetico nazionale, che non riguarda l'energia nucleare, ma qualsiasi tipo di approvvigionamento energetico, incluse le fonti alternative e quelle rinnovabili... Ipotizzo che la Cassazione si sia basata sulle intenzioni del governo. Però in questi casi si procede in base alle norme scritte e approvate dalle Camere, non in base a dichiarazioni d'intenti. Tra l'altro, nel comunicato diffuso dopo la decisione, è specificato che l'Ufficio centrale ha deliberato "a maggioranza". Che io ricordi, è la prima volta che lo dice ufficialmente. Non lo fanno nemmeno i Consigli comunali».Così lo stesso Barbera in un'intervista di venerdì scorso a Radio Radicale:
«Bisognerebbe votare sulle carte, non sulle intenzioni. E le carte sono chiarissime: tutte le norme sul nucleare sottoposte al quesito referendario sono state abrogate, non ci sono più. Quello che avrebbero dovuto fare i cittadini, l'aveva già fatto il legislatore... Il quesito viene trasferito su norme che non c'entrano nulla con il nucleare».A parte il fatto che la legge su cui si voterà non è la stessa su cui si sono raccolte le firme, a conferma del fatto che non siamo di fronte semplicemente ad una modifica "truffaldina" da parte del governo, ma ad una vera e propria abrogazione, evidentemente riconosciuta anche dalla Cassazione, il senso del quesito è demenziale. In sostanza si chiede agli elettori: "Volete voi che il governo NON possa «non procedere» con il programma nucleare"; "volete voi che il governo NON possa adottare una strategia energetica nazionale?". Su questo, e su nient'altro, siamo chiamati a votare domenica e lunedì prossimi.
Wednesday, June 01, 2011
Quel pasticciaccio brutto della Cassazione
Siamo alla pura barbarie logica e giuridica, com'è verosimile che sia, oppure ci manca qualche tassello? Non vorremmo credere a quello che leggiamo, ma l'Ansa cita un comunicato della Corte di Cassazione, nel quale si rende noto che il testo del nuovo quesito referendario sul nucleare sarebbe il seguente: «Volete che siano abrogati i commi 1 e 8 dell'articolo 5 del dl 31/03/2011 n.34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75?».
Non ci posso credere, perché significherebbe che ora chi non vuole il nucleare in Italia dovrebbe votare No. Votando Sì, infatti, si abrogherebbero le norme citate dal quesito, cioè quelle approvate dal governo dopo Fukushima, e non quelle su cui sono state raccolte le firme dei cittadini. In sostanza, il nuovo quesito uscito dalla Cassazione propone l'abrogazione delle norme che abrogano il nucleare. A mio avviso il nuovo quesito non si presta a interpretazioni: se vincono i Sì, dal giorno dopo si può ripartire subito con il nucleare. Si tornerebbe, di fatto, alla situazione ante-Fukushima. Cari lettori, è delirante, ma milioni di persone il 12 e il 13 giugno andranno a votare Sì, ignare che così facendo voteranno di fatto per e non contro il nucleare.
Con l'evidente intento di creare i presupposti per una nuova batosta elettorale per il governo, l'Ufficio referendum della Cassazione crea un mostro logico-giuridico, che fa a pugni non solo con il diritto, l'istituto referendario così come sancito nella Costituzione, ma persino con la più banale logica.
La realtà è che se uno si va a leggere la nuova legge approvata dal governo dopo Fukushima scopre che è così dettagliata nell'abrogare il programma nucleare che non lascia adito a dubbi: non siamo di fronte a qualche ritocchino, come in passato è stato fatto per evitare scomodi referendum, senza che la Cassazione battesse ciglio; stavolta il quesito referendario viene accolto pienamente. Che poi non ci si fidi del governo Berlusconi, e si rimanga convinti che sotto sotto sia favorevole al nucleare e sia pronto a ripresentarlo appena possibile, questo è tutt'altro discorso. Perché il referendum è abrogativo: non si vota sulle intenzioni di questo o quel soggetto politico, ma su leggi vigenti. E il nucleare ad oggi non vige. Se però vincono i Sì, restano tutte le abrogazioni degli altri commi, quelle dei dettagli tecnici, ma cade la norma principale, cade il «non si procede» con il programma nucleare.
Il comma 1, infatti, recita che:
Nel comma 8, infatti, l'altro che verrebbe abrogato da una vittoria dei Sì, la parola «nucleare» non è nemmeno menzionata, ma si fa riferimento ad una «strategia energetica nazionale» da adottare entro 12 mesi, cosa di totale buon senso:
Non ci posso credere, perché significherebbe che ora chi non vuole il nucleare in Italia dovrebbe votare No. Votando Sì, infatti, si abrogherebbero le norme citate dal quesito, cioè quelle approvate dal governo dopo Fukushima, e non quelle su cui sono state raccolte le firme dei cittadini. In sostanza, il nuovo quesito uscito dalla Cassazione propone l'abrogazione delle norme che abrogano il nucleare. A mio avviso il nuovo quesito non si presta a interpretazioni: se vincono i Sì, dal giorno dopo si può ripartire subito con il nucleare. Si tornerebbe, di fatto, alla situazione ante-Fukushima. Cari lettori, è delirante, ma milioni di persone il 12 e il 13 giugno andranno a votare Sì, ignare che così facendo voteranno di fatto per e non contro il nucleare.
Con l'evidente intento di creare i presupposti per una nuova batosta elettorale per il governo, l'Ufficio referendum della Cassazione crea un mostro logico-giuridico, che fa a pugni non solo con il diritto, l'istituto referendario così come sancito nella Costituzione, ma persino con la più banale logica.
La realtà è che se uno si va a leggere la nuova legge approvata dal governo dopo Fukushima scopre che è così dettagliata nell'abrogare il programma nucleare che non lascia adito a dubbi: non siamo di fronte a qualche ritocchino, come in passato è stato fatto per evitare scomodi referendum, senza che la Cassazione battesse ciglio; stavolta il quesito referendario viene accolto pienamente. Che poi non ci si fidi del governo Berlusconi, e si rimanga convinti che sotto sotto sia favorevole al nucleare e sia pronto a ripresentarlo appena possibile, questo è tutt'altro discorso. Perché il referendum è abrogativo: non si vota sulle intenzioni di questo o quel soggetto politico, ma su leggi vigenti. E il nucleare ad oggi non vige. Se però vincono i Sì, restano tutte le abrogazioni degli altri commi, quelle dei dettagli tecnici, ma cade la norma principale, cade il «non si procede» con il programma nucleare.
Il comma 1, infatti, recita che:
«al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare».Ed è del tutto evidente che se si abroga il «non si procede», allora si sta dicendo «si proceda», o quanto meno che si può procedere. Dunque, paradossalmente, il governo potrebbe procedere con il nucleare, ma non potrebbe adottare alcuna «strategia energetica nazionale», il che è un risultato semplicemente demenziale.
Nel comma 8, infatti, l'altro che verrebbe abrogato da una vittoria dei Sì, la parola «nucleare» non è nemmeno menzionata, ma si fa riferimento ad una «strategia energetica nazionale» da adottare entro 12 mesi, cosa di totale buon senso:
«Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nelladefinizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali».
Thursday, March 04, 2010
Giustizia alla rovescia
Capovolti ormai i più elementari principi del diritto. Leggete qua cosa riesce a scrivere la Corte di Cassazione. Per spiegare perché ha confermato la prescrizione del reato di appropriazione indebita nei confronti di Marcello Dell'Utri nell'ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia tra gli anni 1991-1994, respingendo quindi la richiesta di assoluzione piena avanzata dall'imputato, scrive che come già la sentenza di primo grado aveva dichiarato manca «la prova dell'evidenza dell'innocenza», perché «non è affatto evidente che le appropriazioni rientrassero secondo la tesi difensiva in elargizioni rientranti nell'ambito dei rapporti amicali intercorrenti tra i vari protagonisti della vicenda processuale». Capito bene? Dev'essere evidente l'innocenza per assolvere, non basta che non sia evidente la colpevolezza.
Ma ciò che segue è ancora più inquietante: «I motivi con i quali il ricorrente tenta di dimostrare l'evidenza della sua innocenza, censurando la sentenza di contraddittorietà ed illogicità, non possono avere ingresso, per la semplice ragione che, quand'anche si volesse convenire con le critiche che il ricorrente muove alla sentenza sotto questo profilo, resterebbe pur sempre, alla luce della motivazione addotta dalla Corte territoriale, un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente, e quindi tale da non giustificare una sentenza di assoluzione». Siamo all'assurdo: la Cassazione ammette che la sentenza impugnata può essere «contraddittoria ed illogica» e sostiene che un quadro probatorio «contraddittorio o insufficiente» non giustifica una sentenza di assoluzione!
Ma ciò che segue è ancora più inquietante: «I motivi con i quali il ricorrente tenta di dimostrare l'evidenza della sua innocenza, censurando la sentenza di contraddittorietà ed illogicità, non possono avere ingresso, per la semplice ragione che, quand'anche si volesse convenire con le critiche che il ricorrente muove alla sentenza sotto questo profilo, resterebbe pur sempre, alla luce della motivazione addotta dalla Corte territoriale, un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente, e quindi tale da non giustificare una sentenza di assoluzione». Siamo all'assurdo: la Cassazione ammette che la sentenza impugnata può essere «contraddittoria ed illogica» e sostiene che un quadro probatorio «contraddittorio o insufficiente» non giustifica una sentenza di assoluzione!
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