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Sunday, December 11, 2016

Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%

Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.

I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).

Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...

Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.

Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.

IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.

Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.

Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.

Friday, December 02, 2016

Ancora qualche speranza per il Sì e le deboli ragioni di un voto inutile

Nessuna previsione sull'esito del voto di domenica, solo alcuni "indizi" in un senso o nell'altro...
Da una parte gli errori di Renzi (nella riforma, troppo debole, e nell'azione di governo), dall'altra qualche dubbio sul netto vantaggio dei No nei sondaggi (forse sopravvalutati, perché forse in realtà sono meno motivati) e l'antirenzismo.

Renzi ha commesso, tra i tanti, almeno due errori che potrebbero essergli fatali.
Nella riforma non c'è una sola idea forte che possa mobilitare un voto d'opinione per il Sì (ne avrebbe avuto bisogno, avendo contro tutte le altre forze politiche), se non una generica voglia di cambiamento, qualunque esso sia. Ha commesso il tipico errore dei riformisti con molte ambizioni e poche convinzioni: non volendo scontentare nessuno, tanto meno scandalizzare i sacerdoti della Carta, e inseguendo compromessi sempre più al ribasso con la sua minoranza interna, il premier si ritrova con un testo senz'anima, scritto male, per cui è difficile votare con entusiasmo nel merito, senza nemmeno essere riuscito né a garantirsi un ampio sostegno in Parlamento né a tenere unito il suo partito.

Un altro errore fatale ha a che fare invece con l'azione di governo. Pensando di fare bella figura a buon mercato ha insistito con una politica sull'immigrazione letteralmente suicida, che è a mio avviso non l'unica ma la principale causa della caduta di consensi rispetto al 40% preso alle europee. E ciò che è più grave, proprio tra gli elettori dei ceti medio-bassi e di centro e centrodestra che orfani del berlusconismo gli avevano aperto una linea di credito e senza i quali - avrebbe dovuto pensarci prima - domenica sarà difficilissimo superare il 50%+1.

Dunque, come registrano le ultime corse clandestine, la strada per il Sì è molto in salita. Ma alcuni elementi lasciano aperto qualche spiraglio...
Se è vero che il No è forte soprattutto tra i giovanissimi e al Sud, è anche vero che si tratta in entrambi i casi di elettori a forte rischio astensionismo dell'ultima ora. Non mi sembra, inoltre, che il fronte del No si sia troppo sforzato di spiegare che questa volta non è previsto alcun quorum perché il referendum sia valido, mentre molti elettori sono ormai abituati a pensare che basti non partecipare per far fallire un referendum. Infine, l'antirenzismo, il "tutti contro Renzi", somiglia sempre più all'antiberlusconismo. Nel caso di Berlusconi per molti anni gli elettori hanno continuato a simpatizzare nel segreto dell'urna per l'"eroe mascariato" e demonizzato. Potrebbe scattare per Renzi lo stesso meccanismo? Votare No solo per farlo fuori per quanti elettori può essere un motivo sufficiente?

Nelle analisi della stampa sia italiana che estera la vittoria del No in Italia sarebbe coerente con il vento di "populismo" globale che avrebbe fatto prevalere la "Brexit" nel Regno Unito e portato Trump alla Casa Bianca. In entrambi i casi a nulla sono valse le minacce di catastrofi su cui hanno tentato di far leva i loro avversari, rilanciate in modo compatto dai mainstream media e dalle principali istituzioni politiche e finanziarie (catastrofi che puntualmente non si sono realizzate, anzi...). Tuttavia, il contesto italiano è molto più complesso. Innanzitutto, pezzi di establishment e di vecchia politica sono presenti e protagonisti in entrambi i fronti referendari. Inoltre, qui gli elettori, al contrario di quelli inglesi e americani, considerando i fondamentali dell'economia italiana hanno qualche ragione in più per temere l'instabilità politica che si aprirebbe dopo una sconfitta di Renzi e l'avvento dell'ennesimo governo tecnico, con cui si sono troppe volte scottati.

Sì o no, dunque? Volendo decidere nel merito, la riforma fa schifo. Anche se non c'è un rischio di deriva autoritaria (la sinistra controlla da 25 anni la presidenza della Repubblica, continuerà con o senza riforma: vi siete mai chiesti come mai nonostante i due governi più longevi siano quelli Berlusconi non sia mai capitata l'elezione del presidente con una maggioranza di centrodestra in Parlamento? Solo un caso?). C'è semmai il rischio di una deriva "confusionaria", ma quella è già in corso da tempo...

Un motivo per il Sì potreste trovarlo nel voler comunque infrangere il tabù di una Costituzione intoccabile, nella certezza che questa riforma richiederà correzioni e nella speranza (illusione?) che prima o poi qualcuno avrà le palle per proporre al Paese una vera riforma. Dovesse vincere il No, va considerata molto seriamente l'ipotesi che il capitolo riforme costituzionali si chiuda per almeno un altro decennio.

E infine, c'è il Sì o il No "politico": no, per mandare a casa il Governo Renzi. Sì, per rottamare opposizioni che non offrono nessuna seria alternativa a Matteo Renzi. Attenzione però: se vince il No si cestina la riforma ma è altamente improbabile che Renzi si ritiri a vita privata. Anzi, lontano dal governo, meglio ancora se per un anno e mezzo, potrebbe recuperare slancio, si ritroverebbe la campagna elettorale (gli alibi?) già scritta ("l'Italia stava ripartendo ma non mi hanno fatto finire le riforme") e con milioni di Sì (quasi il 50%) tutti suoi, mentre per i suoi avversari l'eventuale maggioranza del No al referendum si tradurrebbe, alle elezioni politiche, in molteplici minoranze difficilmente coalizzabili per candidarsi al governo del Paese. In ogni caso, state sereni: che vinca il sì o che vinca il no, questo sfortunato Paese è ormai irrimediabilmente destinato al declino e al soffocamento fiscale e burocratico.

Friday, June 24, 2016

Se l'Ue preferisce ignorare la lezione Brexit

L'europeismo politicamente corretto a caccia di capri espiatori: se la prendono con Cameron, i vecchi egoisti, persino "l'abuso di democrazia", pur di non fare i conti con i loro errori. Così accecati dal livore verso i britannici che nemmeno ci rendiamo conto di quanto rischia di peggiorare l'Ue senza il Regno Unito

A prescindere dal giudizio sulla loro scelta, dovrebbe far riflettere che una maggioranza di elettori britannici abbia resistito a una pressione enorme, senza precedenti, esercitata per settimane, a tamburo battente, da tutti i principali poteri politici, tecnici ed economici, tutti schierati dalla parte del Remain. Un esito che rivela ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, l'incapacità politica dell'Unione europea, delle sue istituzioni e dei professionisti dell'europeismo in servizio permanente effettivo, di rispondere alla sfida della critica e del dissenso.

Al contrario di quanto per settimane hanno cercato di far credere, a far leva sulla paura e sugli allarmismi, avanzando come unici argomenti scenari catastrofici, senza idee né ideali, è stato il fronte pro-Ue, sia all'interno che al di fuori del Regno Unito. Dichiarazioni quotidiane più o meno minacciose di capi di stato e di governo, banchieri centrali, organismi internazionali, centri di ricerca, politici e della maggior parte dei media. A prescindere dalla fondatezza o meno di questi foschi scenari (lo scopriremo non oggi ma nel prossimo futuro, anche se appaiono un poco esagerati), in maggioranza i britannici si sono comunque rifiutati di cedere a minacce e lusinghe che erano lontanissime dal dare risposte concrete alle loro preoccupazioni. La paura ha giocato nel campo del Remain, mentre in quello della Brexit ha giocato il coraggio e sì, persino un pizzico d'incoscienza, perché un simile ribaltamento dello status quo è sempre un rischio, un salto nel buio.

Ma ad inquietare di più sono le reazioni degli sconfitti al di qua della Manica. L'esito del referendum è una sconfitta solo per il premier britannico David Cameron e una sciagura (ammesso che sia così) solo per la Gran Bretagna? Non è forse una sconfitta anche per questa Europa e per chi ne è alla guida? A Londra, Cameron si è dimesso un'ora dopo, assumendosi le sue responsabilità e dando una lezione a tutti. E a Bruxelles? Ancora attaccati alle poltrone? L'hanno capita la lezione della Brexit? Pronto Bruxelles, c'è nessuno? Abbiamo un problema, che dite? Qualcuno ci mette la faccia? Se l'Unione europea avesse compreso la lezione, oggi si parlerebbe di dimissioni dei vertici Ue (Juncker in primis), non solo di Cameron.

Invece niente. Al di qua della Manica si pontifica, o ci si nasconde dietro la solita retorica o, peggio, si evocano infantili vendette: dispiace, ma ora Londra via subito. Nessuno neppure sfiorato dal dubbio che gran parte della responsabilità sia proprio di chi ha guidato l'Ue in questi anni e che lo scossone Brexit possa rappresentare un'occasione per riformare a fondo l'Unione (sì, nonostante tutto anche con gli inglesi). Quelli che non hanno ancora capito niente li potete facilmente riconoscere perché sono quelli che testa bassa e rancore a mille se la prendono con Cameron e persino con quell'"abuso della democrazia" (parole di Mario Monti) che sarebbe stato il referendum.

Il premier britannico può aver sbagliato. Anche se ad essere onesti, quando ha convocato il referendum non poteva prevedere che l'Ue avrebbe gestito in modo letteralmente folle l'emergenza immigrazione, che è stata un fattore decisivo del voto di ieri. Ma Cameron si è dimesso, mentre avrebbero dovuto dimettersi tutti i vertici europei. La Brexit ha rottamato un'intera generazione di leader europei ed europeisti, nonché la maggior parte dei mainstream media la cui pigrizia intellettuale ha ormai superato qualsiasi rischio di servilismo.

Se Cameron è il capro espiatorio, l'alibi è l'"abuso della democrazia". Il referendum non si doveva fare. Ma sa, caro Monti, gli inglesi hanno questa malattia incurabile dell'abuso di democrazia. Sono drogati di democrazia, noi invece quasi astemi... L'altra sera, finché il Remain sembrava prevalesse, trasmissioni tv e social network a reti unificate celebravano la democrazia britannica, con le immagini di quei fantastici ragazzi che trasportavano di corsa le ceste pieni di voti. La mattina dopo ti svegli e li trovi tutti a maledire il fatto stesso che il referendum si sia tenuto. Il problema, dicono, è far decidere il popolo così, su questi temi, per queste ragioni. E' da irresponsabili... Né mancano le analisi sulla composizione del voto. Naturalmente i pro-Brexit sono solo vecchi, poveri, ignoranti, razzisti, cattivi, e anche, scopriremo a breve, un po' sporchi e puzzolenti...

Anche la narrazione, così consolatoria per gli europeisti, dei giovani britannici che avrebbero votato in massa Remain si è rivelata una bufala. I dati dell'affluenza per fasce d'età raccontano tutt'altra storia: i giovani britannici in massa se ne sono proprio strafregati di votare... Solo il 36% degli elettori nella fascia 18-24 è andato a votare, mentre ha votato l'83% degli over 65. Quindi, solo un giovane su quattro ha espresso la volontà di restare nell'Ue. E' l'esatto contrario: proprio i giovani hanno tradito il Remain, e l'Ue, mostrando tutta la loro indifferenza.

Ma naturalmente, quando l'esito non è quello che piace o ci si aspetta, allora si scopre che la democrazia è "abusata", che su "certi" temi con implicazioni globali "le piazze" non dovrebbero potersi esprimere, che c'è il rischio "plebiscitario", il risveglio dei nazionalismi eccetera... L'analogia tra ciò cui stiamo assistendo oggi in Europa e l'ascesa dei nazionalismi negli anni Trenta ci sta. Tuttavia, non sta nell'uso degli strumenti della democrazia (negarli per paura di perdere sarebbe la sua negazione preventiva), ma nell'inadeguatezza di un establishment che si crede "liberale" ma che sta sottraendo sovranità ai cittadini nascondendola e accentrandola in un Superstato inefficiente e dispendioso.

No, non li sfiora nemmeno il dubbio che questo esercizio di chiedersi su cosa il "popolino" possa esprimersi e su cosa no, sia molto, molto scivoloso. La democrazia sì, purché si decida per "il meglio", indicato da chissà quali sapienti o tecnici? Ma la democrazia è nata proprio perché qualcuno ha fatto notare che non sempre i più saggi, i più istruiti, i più ricchi, i più cool, decidevano per il meglio... Democrazia significa affidarsi fino in fondo alla volontà dei cittadini. Non sempre la maggioranza ha anche ragione, ma nemmeno ha torto solo perché ne fa parte qualche vecchietto e qualche ignorante in più. Può accadere che sia indotta in errore, come già tragicamente accaduto in Europa, ma bisogna assumersi il rischio, se no che democrazia è? Gli inglesi non si sono mai sbagliati, finora. Forse oggi è il primo errore, o forse no. Chi può dirlo con certezza oggi? Ma il tema non dovrebbe essere se si doveva o non si doveva votare. Il tema dovrebbe essere perché i pro-Ue hanno perso.

Wednesday, January 21, 2015

Il referendum è morto, e anche democrazia e diritto non si sentono tanto bene

Non ho firmato il referendum leghista, e se fosse stato ammesso non mi sarei recato alle urne per far mancare il quorum. Non solo sono favorevole tuttora alla riforma Fornero (quella delle pensioni, l'unica cosa buona fatta dal Governo Monti), ma l'avrei voluta più radicale e l'hanno già sufficientemente smontata grazie al varco aperto dai cosiddetti "esodati". Detto questo, per capire che fine abbia fatto il referendum in questo Paese, ma soprattutto come si muove la Corte costituzionale (con quali margini di discrezionalità interpretativa della Carta), trovo interessante questo breve scambio di vedute avuto su twitter con uno dei più autorevoli costituzionalisti: Stefano Ceccanti. Lo spunto è un tweet di Alessandro Barbera (La Stampa), in cui per liquidare la scomposta reazione di Salvini (il "vaffa" alla Corte) con grande sicumera si limita a riportate l'articolo 75 della Costituzione (quello che disciplina l'istituto referendario): «Non sono ammessi referendum in materia tributaria e di bilancio».

Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.

Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».

Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.

Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.

Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]

Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...

Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».

Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]

Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».

Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.

E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?

La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.

Thursday, December 05, 2013

La controriforma elettorale della Corte

Anche su Notapolitica

La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.

Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.

Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.

La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.

Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.

Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.

Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.

Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.

Friday, October 04, 2013

Basta giornate della vergogna

Anche su L'Opinione

Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.

E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.

Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.

Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.

Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.

Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.

Tuesday, May 21, 2013

La trappola neocentrista

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.

Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.

Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».

In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).

Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.

Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.

Thursday, November 10, 2011

Monti a due condizioni

Monti deve servire ad attuare le riforme - tutte! - della lettera della Bce (senza patrimoniali) e non per liquidare il bipolarismo

Fosse stato Berlusconi il problema, l'annuncio delle sue dimissioni e non ricandidatura (che solo nella mente ossessionata di qualcuno non sono una certezza ma l'ennesima beffa) se non calare lo spread almeno non avrebbe dovuto causarne l'esplosione. Il problema invece è sistemico: l'irriformabilità del Paese, il deficit di credibilità di tutte le forze politiche e sociali, la mancanza di alternativa politica e, non ultime, le sciagurate (in-)decisioni del direttorio franco-tedesco. Se fosse stato solo Berlusconi il problema, anche le elezioni, come in Spagna, avrebbero almeno sospeso il giudizio dei mercati. Ci stiamo rapidamente accorgendo che così non è e proprio perché Berlusconi non è l'unico problema era inevitabile, come ho scritto nei precedenti post, che il Pdl dovesse valutare l'ipotesi di un governo tecnico d'emergenza (anche se è una soluzione non entusiasmante e per la quale nutro la massima sfiducia) e, anzi, a certe condizioni metterci la faccia.

Non mi scandalizza di per sé la sgradevole sensazione che siano i mercati, e non la volontà popolare, a imporci un governo. Questo accade quando la politica fallisce, quando la democrazia si inceppa. E rispetto ai colonnelli, meglio i mercati. E accade quando si è debitori incalliti di arrivare al punto di dover fare quello che ti impongono i creditori. Se Berlusconi avesse voluto la certezza delle elezioni anticipate, avrebbe dovuto fare l'anno scorso di questi tempi quello che ha fatto martedì, invece di rabberciare una maggioranza e farsi logorare per mesi. Ebbene oggi, se c'è anche una minima possibilità che il governo tecnico sia una cosa seria e non l'ennesimo pastrocchio politicista, il Pdl ha il dovere di verificarla.

Senza le adeguate precauzioni politiche infatti è altamente probabile che un governo tecnico sostenuto in Parlamento da Pdl, Pd e Terzo polo, riduca la propria azione ad una gigantesca patrimoniale e a poco altro. Calmate un po' le acque, soprattutto con l'aiuto del profilo market-friendly di Monti, ma senza aver davvero trasformato il modello socio-economico del Paese, tra un paio d'anni ripartirà la giostra della politica e quindi della spesa, magari nel frattempo avendo pure archiviato il bipolarismo. Questo, purtroppo, l'esito più probabile dell'operazione, che però bisogna scongiurare.

L'introduzione della patrimoniale e la modifica della legge elettorale sono le due spie principali dell'inganno. Per questo anziché preoccuparsi di piazzare i propri uomini nella nuova compagine governativa, il Pdl dovrebbe prima di tutto dettare due condizioni politiche per il proprio appoggio al nuovo governo: 1) la lettera della Bce dev'essere attuata integralmente, non dev'essere annacquata per addolcire la medicina al Pd, che dovrà garantire il proprio appoggio a tutte quelle riforme "europee" che fino ad oggi ha contrastato nelle aule parlamentari e in piazza; 2) nessuna modifica della legge elettorale per soddisfare la voglia matta del Terzo polo di liquidare il bipolarismo: se il governo nasce per affrontare l'emergenza finanziaria, il suo mandato e quest'ultima parte della legislatura devono essere esclusivamente circoscritti ad essa. Della legge elettorale si occuperanno i cittadini con il referendum già depositato. Chi sostiene che nell'agenda di un governo Monti dovrebbe esserci anche la riforma della legge elettorale, vuole strumentalizzare l'emergenza per liquidare il bipolarismo (e il Pdl).

In breve, bisogna scongiurare le due "P": il Pd deve condividere per intero l'impopolarità delle riforme presso il suo elettorato, senza sconti, senza imboscarsi dietro patrimoniali; e l'Udc deve rinunciare al proporzionale. E' in gioco il bipolarismo, il diritto degli elettori a scegliersi i governi. Se un governo Monti non può offrire garanzie su questo, allora dritti al voto.

Wednesday, November 09, 2011

Scongiurare le due "P"

Il botto di oggi sui mercati ha dato forza al partito delle larghe intese e nel Pdl il dissenso rispetto alla strada maestra del voto anticipato rischia di trasformarsi in una valanga. Che sia dettato dall'attaccamento dei singoli parlamentari ai propri scranni, o dal timore di alcuni big di non poter contrastare la leadership di Alfano in una corsa precipitosa alle urne, il partito potrebbe ritrovarsi nel giro di pochi giorni al punto di disgregazione. Contro l'ipotesi che la valanga si trasformi in un ribaltone gioca innanzitutto l'indisponibilità del capo dello Stato ma anche, pare di capire, quella del Pd ad un governo con eventuali scissionisti del Pdl. Comprensibile che non vogliano essere l'unico grande partito ad assumersi la titolarità di scelte impopolari. E' evidente però che nel Pdl non si tratta di qualche scontento, ma di una vera e propria spaccatura del gruppo dirigente sul da farsi, e nel momento in cui con l'annuncio delle dimissioni Berlusconi è ancora più debole come fattore aggregante può degenerare in una sorta di "si salvi chi può".

A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.

Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.

Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.

Tuesday, November 08, 2011

Le due poste in gioco

Nel grande caos di queste ore Berlusconi sembra propenso a decidere il da farsi alla luce del voto di oggi pomeriggio sul rendiconto, in questo modo concedendo però ai cosiddetti malpancisti e ai sostenitori - molto interessati - del "passo di lato", cioè della successione in corsa Alfano-Maroni, un potere d'influenza senza responsabilità definitive. Letta è pronto a tessere le trame della nuova fase; Alfano e la corte dei giovani ministri berlusconiani (come Maroni nella Lega) a coronare le loro ambizioni di successione; Tremonti è fuori gioco ma può e vuole ancora far male. Una certezza almeno dovrebbe invece coltivare Berlusconi: a prescindere dai numeri, andare in Parlamento e chiedere la fiducia sul programma e sui tempi di realizzazione della lettera all'Ue. Può anche annunciare che si dimetterà e non si ricandiderà se la maggioranza numerica si dimostrasse troppo labile, ma quello a mio avviso è un passaggio di chiarezza essenziale. "Passo indietro" significa gettare la spugna, il voto in Parlamento è un atto politico su cui tutti si assumono le proprie responsabilità nelle sedi proprie di una democrazia. Chi drammatizza un'eventuale sfiducia ragiona con gli schemi della Prima Repubblica. Ma perché dovrebbe pregiudicare le successive mosse di Pdl e Lega, che restano la coalizione uscita vittoriosa dalle urne nel 2008 e di cui quindi non si potrà fare a meno?

Una premessa è d'obbligo: purtroppo nessuno, ma proprio nessuno in queste ore, né partiti né singoli, sta ragionando in base a cosa convenga al Paese, ma in base al miglior posizionamento possibile per se stesso. Chi per tenersi la poltrona, chi per succedere a Berlusconi, chi addirittura guardando al Quirinale. Le poste in gioco per l'Italia sono ovviamente diverse: una è chiaramente la salvezza dalla crisi del debito; l'altra, come sostiene Il Foglio, secondo me a ragione, il «sistema maggioritario in cui il popolo sceglie chi governa, esprime un mandato su un programma». Ma non è detto che votare a gennaio o a marzo sia la soluzione più efficace.

UDC - Votare a gennaio o a marzo è infatti la best option di chi il sistema maggioritario vuole distruggerlo. E' sempre più palese che Casini a parole predica le "larghe intese", ma nei fatti (alzando ogni giorno le sue pretese) lavora ad elezioni subito. I parlamentari del Pdl che invocano una "nuova fase", il "passo indietro", avanti o di lato, e così via, e che si affidano all'Udc pensando di prolungare la vita della legislatura e la permanenza sulle loro poltrone, si illudono e stanno finendo nelle braccia di quelli che più di tutti premono per le elezioni anticipate. In questo momento l'Udc è l'unica forza a non avere niente da perdere dalle urne. Guarda un po', appena si è vociferato che il Pdl potesse prendere in considerazione un passo indietro di Berlusconi e un allargamento all'Udc, magari con Letta o Alfano premier, Casini ha subito alzato l'asticella, dichiarando che è da «irresponsabili escludere il Pd» dal governo di unità nazionale che propone, e Rutelli ha bocciato il nome dello «stimatissimo» Letta. Come dire meglio il voto subito. Il Terzo polo infatti può sperare di capitalizzare, risultando determinante al Senato, le debolezze di Pdl e Lega e dell'asse di Vasto. Ossia con i voti di un italiano su dieci di dominare la successiva fase politica, magari posizionando Casini nella casella della presidenza della Camera per il momento in cui il Parlamento dovrà votare il successore di Napolitano al Quirinale.

Questo sarebbe uno scenario ad altissimo rischio rispetto ad entrambe le poste in gioco. Ma ancora peggiori sarebbero le ipotesi di una successione in corsa Alfano-Maroni, di un governo dei "moderati" o di "larghe intese" a guida politica: sarebbe comunque alto il rischio di veder archiviare il maggioritario per accontentare l'Udc e di certo, scontata l'euforia del momento per l'uscita di scena di Berlusconi, non sarebbero sufficientemente autorevoli da risolvere il problema di credibilità dell'Italia agli occhi dei mercati, l'unico intento nobile che potrebbe giustificare un mancato ritorno alla volontà degli italiani.

PROPOSTA - Caduto Berlusconi, ma solo sulla lettera della Bce, un minuto dopo il Pdl dovrebbe tentare di spiazzare l'Udc, dando la propria disponibilità ad un governo al 100% di tecnici, guidato da Mario Monti, con un mandato chiaro - la lettera della Bce - ma con una clausola di salvaguardia sulla tenuta del sistema maggioritario: essendo un governo di tecnici, sostenuto da una unità nazionale per affrontare l'emergenza del debito, nell'ultima fase della legislatura nessun ritocco alla legge elettorale. Pd e Terzo polo si troverebbero davanti ad un bel dilemma: appoggiare le misure impopolari che la Ue ci chiede, e che il Pdl sostiene, e accettare che si voti il referendum per il ritorno al Mattarellum; oppure, far cadere anche l'ipotesi "tecnica" di Monti, rendendo evidente ai cittadini e ai mercati chi è che affossa il Paese e chi, invece, è il partito "europeo".

Solo a queste condizioni - governo al 100% di "tecnici" fino al 2013 per attuare la lettera della Bce e nessun intervento sulla legge elettorale - sarebbe conveniente per il Paese non tornare subito alle urne. In teoria, ma siccome nella pratica ciascuno, a cominciare da Alfano e Casini, guarda alle proprie convenienze, nemmeno di partito ma puramente personali, allora piuttosto che soluzioni pasticciate meglio il voto.

Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Thursday, September 22, 2011

Una missione per Alfano: blindare il bipolarismo

... invece di inseguire l'Udc

Anche su notapolitica.it

Lo zig-zag sulle primarie; l'incerto e inadeguato procedere dell'azione di governo nella crisi del debito; il tema della successione a Berlusconi. Sono i fronti su cui abbiamo visto impegnato Angelino Alfano nei suoi primi passi da segretario del Pdl. Ma se sul piano dei contenuti l'ex Guardasigilli dovrebbe avviare nel partito una profonda riflessione su quale debba essere la visione economica di fondo, dopo che la "rivoluzione liberale", e lo spirito del '94, in cui tanti elettori hanno creduto, sono stati traditi per la seconda legislatura, c'è un altro ambito in cui dovrebbe giocare una partita altrettanto decisiva per la sopravvivenza del Pdl all'imminente uscita di scena del suo fondatore.

La partita da giocare è quella per la difesa del bipolarismo, e con esso del principio che il governo sia scelto dagli elettori nelle urne, che rappresentano al momento l'unica eredità positiva, l'unica riforma politica del berlusconismo. Uno dei pochi osservatori con sguardo sereno, non pregiudizialmente ostile a Berlusconi e al centrodestra, Angelo Panebianco, ha scritto per ben due volte negli ultimi mesi, sul Corriere della Sera, che la sopravvivenza del Pdl passa per la «messa in sicurezza» del bipolarismo, che solo una legge elettorale maggioritaria può garantire. Ci sentiamo di condividere.

Al di là del giudizio che ciascuno può aver elaborato sull'attuale legge, sembra chiaro che sia arrivata al capolinea. Complice un diffuso clima di antipolitica, è ormai invisa all'opinione pubblica, che la associa ai privilegi e all'intoccabilità della "casta". Che decida di puntare su un sistema uninominale puro (l'opzione più lineare e preferibile), o sul ritorno al Mattarellum, o su un sistema proporzionale "alla spagnola", dagli effetti fortemente maggioritari, l'unica cosa che il Pdl non può permettersi di fare è non assumere l'iniziativa, in Parlamento e fuori, sia per anticipare pur remote possibilità che sul tema si costituiscano maggioranze diverse, sia per non rimanere spiazzato in caso di referendum. Favorita come nel '92-'93 da un diffuso sentimento di biasimo nei confronti dei partiti, e sullo slogan "scegli il tuo parlamentare", la campagna referendaria per il ritorno al Mattarellum sembra avere buone possibilità di riuscita. Al momento per il quesito si è mobilitata soltanto la sinistra, o una parte di essa. L'assenza di iniziativa da parte del Pdl lo farebbe apparire come il difensore del sistema dei "nominati" e il referendum diventerebbe facilmente una clava "anti-casta" e "anti-Pdl".

Purtroppo, Alfano sta dilapidando il piccolo capitale politico rappresentato dalla novità della sua nomina infognandosi, esattamente come i vertici del Pd in questi anni, nel gioco delle alleanze. Corteggiare l'Udc sembra la sua priorità, ma è una scelta doppiamente miope, soprattutto da una posizione di debolezza. Innanzitutto, perché una forza di governo, il partito che ambisce a rappresentare la maggioranza relativa nel Paese, deve conquistare gli elettori di "centro" - comunque si vogliano definire, "moderati" o "indipendenti" - nelle urne, con la forza e la credibilità dei propri programmi e dei propri leader, e non credendo di poter appaltare a un partitino il compito di intercettarli, secondo i logori schemi della vecchia politica, che tra l'altro raramente hanno successo. Altro che novità politica, inseguire Casini è una minestra riscaldata. Se poi sul piatto dell'accordo i centristi chiedessero e ottenessero il ritorno al proporzionale, senza premi di maggioranza e magari pure con le preferenze, allora per il Pdl il suicidio sarebbe servito.

Aprire un confronto serio sulla legge elettorale con Lega e Pd, i partiti più interessati alla tenuta del bipolarismo, dovrebbe quindi diventare una priorità per la segreteria Alfano, senza escludere a priori il ritorno al Mattarellum, per via parlamentare o referendaria. Il Pd avrebbe tutti i motivi per collaborare, visto il suo sostanziale sostegno al referendum su cui si stanno raccogliendo le firme. E va ricordato che con il Mattarellum sia il centrodestra che il centrosinistra sono riusciti a vincere le elezioni e a governare cinque anni. E' vero: non garantisce appieno la governabilità, come d'altra parte nemmeno il sistema attuale, ma gli svantaggi della quota proporzionale possono essere per lo meno limitati con soglie di sbarramento e modifiche ai regolamenti parlamentari.

Nonostante la grave crisi di consenso in cui versano le forze della maggioranza, il Mattarellum renderebbe il centrodestra competitivo alle prossime elezioni, e in caso di sconfitta garantirebbe almeno un vantaggio: sarebbe l'unica opposizione in Parlamento, la più consistente, con margini minimi per terzi poli. Con l'attuale legge Pdl e Lega soffrirebbero probabilmente un più forte ridimensionamento in termini di seggi, offrendo lo spazio per un Terzo polo ago della bilancia nel post-elezioni. O ancora peggio, il ritorno al proporzionale puro: oltre a non convenire al Pdl, che andrebbe incontro a sicura disgregazione (è questo, in fondo, l'obiettivo ultimo di Casini), di tutta evidenza non conviene al nostro Paese, che sprofonderebbe di nuovo nelle sabbie mobili della Prima Repubblica.

Monday, June 20, 2011

Bene Daw, un passo avanti insieme

Caro Daw, mi fa piacere leggere la tua replica, nella quale oltre a rivendicare i meriti della tua iniziativa, che per altro io stesso nel mio post avevo riconosciuto a scanso di equivoci, spieghi che «dopo la rottamazione sarà necessariamente il turno di una fase "propositiva"». Chi strappa un po' di visibilità ha sempre ragione, e chi no torto. Se della vostra campagna «parlano in tanti, non solo giornali, radio o televisioni, ma anche politici», è senz'altro un vostro merito. Mi permettevo di suggerire un passo ulteriore, che abbia a che fare sempre con il ricambio della classe politica, altrimenti - esattamente come tu stesso riconosci - "bucare" i media rischierebbe di rivelarsi «esercizio sterile e inutile».

Sicuramente nella comunicazione abbiamo tutti da imparare da Daw, e il tema della legge elettorale - l'ho premesso io stesso tanto per non fare la figura dell'idiota - è «mediaticamente meno appagante». Solo una inesattezza però mi ha un po' infastidito del tuo post di replica: non penso affatto di risolvere i problemi del Paese con la legge elettorale. Ci mancherebbe. Si parlava di ricambio della classe politica e di primarie. A quello mi riferivo. E allora sì, se hai letto bene il mio post, questo particolare problema si risolve a mio modesto avviso con l'uninominale, di cui le primarie sono una logica conseguenza. Forse la nostra bravura potrebbe consistere nel far capire a chi ci legge quanto il ricambio della classe politica dipenda concretamente dalla legge elettorale. Volete "rottamare" i politici che vi sono venuti a noia? Ebbene, sappiate che l'uninominale vi dà un grilletto da premere. Anni fa, fu tanto chiaro questo concetto alla "pancia" della gente, che in due occasioni - nel '91 e nel '93 - i cittadini si recarono in massa a votare i referendum elettorali. Altri tempi, obietterai, ma come vedi non è impossibile che i cittadini identifichino in un sistema elettorale uno strumento utile per appagare la loro voglia di rinnovamento. Bisogna essere bravi a prospettarglierlo, e chi meglio di Daw, che nella comunicazione non ha rivali?

Se non si compie questo passo ulteriore, se restiamo alla «rottamazione», riusciamo sì a far parlare di noi per qualche giorno, ma rischiamo di restare al "morettismo". Ricordi Moretti sul palco di Piazza Navona davanti a Rutelli e Fassino attoniti? "Con questi qui non vinceremo mai!". Moretti aveva ragione, ma "quelli lì" ci sono ancora tutti. Vedi, il problema è che testata dopo testata, la cappa di silenzio si riesce talvolta a penetrare. Ma quello che "buca", per l'informazione chiamiamola "ufficiale", è la provocazione. Ecco: mi piacerebbe che la rete fosse presa in considerazione non solo per il folclore, per i rumors di "pancia" che fa arrivare alle antenne dei media, che percepiscono ciò che fa comodo in un certo momento, ma anche per le idee, le analisi, e i contributi costruttivi e non paludati che soprattutto la blogosfera di area liberale e conservatrice è in grado da anni di far circolare. E a fare questo mi pare che ancora nessun blogger ci sia riuscito, anche e soprattutto per la miopia dei mezzi di informazione tradizionali e della classe politica.

Tornando ai «problemi del Paese», è da quando è iniziato questo dibattito sulle primarie nel centrodestra che pur dichiarandomi assolutamente a favore, avverto però che non sono tutto. Se l'uninominale non è in cima alle priorità della gente, riconosciamo serenamente che agli elettori interessa poco anche chi sarà, e come verrà scelto, il coordinatore del Pdl in questa o quella regione. Non ne sapranno mai nemmeno il nome. La fiducia degli elettori che nel 2008 hanno votato centrodestra sta venendo meno per la deludente prova di governo. Se bisogna restare ai «problemi del Paese», allora il tema "meno Stato", in tutte le sue declinazioni, è quello decisivo. Ancor prima della «rottamazione».

Tuesday, June 14, 2011

In gioco l'identità del centrodestra

La mia personale impressione è che il voto referendario di domenica e lunedì sia stato molto più di merito sui quesiti di quanto i politici, di destra e di sinistra, tendano a credere. Contro il governo Berlusconi, certo, artefice di quelle leggi, ma non "antiberlusconiano", nel senso che stavolta si è votato per lo più nel merito delle questioni. Dai dati definitivi risulta che ha votato in massa l'intero bacino elettorale della sinistra, circa il 43-45% degli elettori, che forse mai come oggi negli ultimi due decenni s'era recato alle urne. I quesiti erano perfetti per colpire nel profondo l'immaginario di quel popolo. E certo, sullo sfondo c'era la spallata a Berlusconi, ma sbaglieremmo lettura se sottovalutassimo la forza d'attrazione di quei temi: l'ecologismo a prescindere dallo sviluppo; la rivincita del pubblico sul mercato; il giustizialismo. E così sappiamo una volta per tutte quali sono i comuni denominatori della sinistra: non dei partiti, ma degli elettori di sinistra in Italia. La "libertà", nell'accezione propria del liberalismo classico, è bandita dalla sinistra (dov'erano tutti questi elettori nel 2005 quando si votava per le libertà individuali e la laicità dello Stato?). E i pochi liberali che militano ancora a sinistra dovrebbero farsene una ragione.

Ma oltre a quel 43-45% hanno votato molti elettori meno politicizzati e più inclini al centrodestra. Ancor di più questi elettori hanno votato nel merito dei quesiti. In questo senso hanno ragione i vertici dei partiti di maggioranza a minimizzare e a rifiutare di sentirsi sconfitti. La sconfitta non sarà forse elettorale, sbaglierebbero però a sottovalutare un dato incontrovertibile: quegli elettori hanno votato insieme a tutto il popolo della sinistra. E se un ministro dell'Interno, i governatori del Veneto e del Lazio, il sindaco di Roma e chissà quanti altri amministratori locali, hanno votato con il popolo della sinistra, evidentemente qualcosa che non va c'è, e va ben oltre il malcontento dei propri elettori per l'operato del governo. Si tratta o no di qualcosa di ancor più preoccupante, e cioè di una sconfitta culturale, che rivela una crisi di identità politica, frutto di scelte di governo troppo a lungo rimandate? Se mancano per troppo tempo scelte caratterizzanti, quando arriva il momento di decidere nel merito non ci si riconosce più.

Ci si preoccupa della tenuta del governo, del Pdl, delle elezioni del 2013, ma in gioco c'è qualcosa di più serio: c'è una cultura di centrodestra in Italia che si possa distinguere nettamente da quella di sinistra? Che cosa ha lasciato in questi 17 anni il berlusconismo negli elettori di centrodestra, se una delle poche riforme utili e "liberali" fatte dal governo, quella sui servizi pubblici locali, viene così fragorosamente bocciata con il loro contributo determinante? Mi ricordo bene, quando venne approvato il decreto Ronchi, le critiche che andavano per la maggiore sia nel centrodestra che da parte del Pd e dell'Udc: si rimproveravano la sua timidezza nel privatizzare e in particolare le deroghe, un regalo alle amministrazioni locali leghiste.

Temendo il raggiungimento del quorum nel centrodestra hanno pensato di fare i vaghi, ma com'è evidente in queste ore, ciò non li ha risparmiati dall'apparire oggi come sconfitti. Eppure, probabilmente sarebbe bastato convincere almeno una parte, ma decisiva, di elettori di centrodestra che hanno contribuito al quorum, smascherando la disinformazione sui quesiti, quanto meno per far fallire la consultazione. L'astensione poteva essere l'indicazione di voto più efficace per difendere quelle leggi, ma non l'astensione dalla campagna referendaria (basti ricordare la campagna del mondo cattolico per l'astensione nel 2005: astensione dal voto, non dalla campagna).

Mi spiace, ma questa volta una lettura del voto imperniata sull'"antiberlusconismo" mi sembra riduttiva, irrispettosa nei confronti degli italiani che hanno votato e tutto sommato persino autoassolutoria per il centrodestra, quasi a voler scaricare sul capo tutte le colpe. Invece, qui è in gioco qualcosa che riguarda l'identità stessa della coalizione. Il centrodestra deve interrogarsi profondamente su che cosa vuol essere: perché altrove, ma soprattutto in Italia, o il centrodestra è sinonimo di "meno Stato" o, semplicemente, non è: non ha senso né futuro.

Lungi dal bersi le reciproche strumentalizzazioni dei politici, l'impressione è che gli italiani abbiano votato sul serio sui temi oggetto del referendum. Potremmo prendercela con la disinformazione e con la demagogia, e con la solita manina della Cassazione - avremmo ottimi motivi per farlo, siamo stati i primi e continueremo a denunciarle per quello che sono: truffe. Ma al netto delle truffe, occorre prendere atto - perché in democrazia occorre sforzarsi di mettersi nei panni degli elettori anche quando non si è d'accordo con essi - che in maggioranza gli italiani, anche molti che votano e voteranno centrodestra, restano culturalmente "di sinistra", nel senso che a sentir parlare di privato, mercato e profitti, mettono mano alla pistola. Tra i disprezzati politici e il mercato, scelgono i primi (anche se continueranno a lamentarsene), perché s'illudono che a questo mondo ci sia ancora qualcosa gratis. E non essere riuscito a mutare almeno un po' questa mentalità - anzi, essersi adeguato ad essa - è uno dei tanti fallimenti storici del centrodestra berlusconiano.

L'avversione al nucleare è così radicata nello stomaco degli italiani che non c'è dato di fatto o logica che tenga, ma sui servizi pubblici locali - inutile negarlo - ha prevalso un istinto statalista. Il risultato è un regalo alle 8.000 "caste" locali: salve le 24mila poltrone nei consigli di amministrazione (fonte Corte dei conti), la pacchia delle municipalizzate dove imbucare parenti e amici continuerà con il beneplacito dei cittadini (almeno finché non arriveranno le sanzioni Ue). E' stata sdegnosamente rigettata la remunerazione in bolletta dei capitali investiti, ma adesso o il servizio peggiorerà ancora, o vedremo comunque aumentare le tariffe (già salite del 10% quest'anno), l'Irap e l'addizionale Irpef, come ha fatto Vendola in Puglia. Ci rifiutiamo di remunerare in bolletta gli investimenti privati sul servizio idrico, ma nessuno si scandalizza se - come ricorda Nicola Porro su Il Giornale - per remunerare i privati (privati!) che investono in fotovoltaico ed eolico pagheremo 5 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. Già quest'anno le nostre bollette dell'elettricità sono aumentate del 3,9 per cento, di cui il 3 per cento per i sussidi (fonte Authority per l'Energia). Basta non saperlo. Se invece dell'acqua fosse stato il pane, avremmo avuto lo stesso risultato: volete voi abrogare la norma per cui il fornaio riceve sul prezzo della pagnotta una remunerazione del 10%? "Sìììììì". Sarebbe andata in modo molto diverso, invece, se il quesito posto fosse stato un altro: avete investito i vostri risparmi in Bot sul servizio idrico, volete voi che il vostro investimento sia remunerato? Per l'italiano medio il profitto altrui è sempre sterco del diavolo, il proprio un diritto inalienabile. La raccomandazione per i figli degli altri una indecorosa parentopoli, per il proprio figlio spazio al merito. Questi siamo e questi resteremo.

Sotto le varie ondate di indignazione per qualsiasi scandalo, dalle lottizzazioni nella sanità alle parentopoli nelle università, su questo blog sono stato sempre chiaro: bando agli sterili moralismi, la scelta, per tutti i servizi pubblici (istruzione, sanità, energia o acqua) è affidarsi allo Stato (quindi ai politici) o al mercato (nel quale possono benissimo operare anche società a controllo prevalentemente pubblico). Una terza via non c'è: se si sceglie lo Stato, bisogna accettare che responsabili dei servizi siano i politici e non lamentarsi troppo di lottizzazioni, parentopoli e clientelismi, che fanno parte del pacchetto. Né bisogna commettere l'errore di pensare che tutto sia gratis, perché o il servizio è scadente, o le tasse sono elevate e il debito pubblico galoppante. Più spesso entrambe le cose. Vorrà dire che mano alla pistola la metterò io quando sentirò il prossimo che se ne lamenta!

Friday, June 10, 2011

Come e perché difendersi dai referendum-truffa

(Nella foto: militanti di Greenpeace si arrampicano sul Colosseo per srotolare il loro striscione, ma nessuna voce stavolta si leverà per la tutela dei monumenti, scommettiamo?)

Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.

Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.

Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.

NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.

Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.

ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.

Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.

La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.

Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.

Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.