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Friday, June 24, 2016

Se l'Ue preferisce ignorare la lezione Brexit

L'europeismo politicamente corretto a caccia di capri espiatori: se la prendono con Cameron, i vecchi egoisti, persino "l'abuso di democrazia", pur di non fare i conti con i loro errori. Così accecati dal livore verso i britannici che nemmeno ci rendiamo conto di quanto rischia di peggiorare l'Ue senza il Regno Unito

A prescindere dal giudizio sulla loro scelta, dovrebbe far riflettere che una maggioranza di elettori britannici abbia resistito a una pressione enorme, senza precedenti, esercitata per settimane, a tamburo battente, da tutti i principali poteri politici, tecnici ed economici, tutti schierati dalla parte del Remain. Un esito che rivela ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, l'incapacità politica dell'Unione europea, delle sue istituzioni e dei professionisti dell'europeismo in servizio permanente effettivo, di rispondere alla sfida della critica e del dissenso.

Al contrario di quanto per settimane hanno cercato di far credere, a far leva sulla paura e sugli allarmismi, avanzando come unici argomenti scenari catastrofici, senza idee né ideali, è stato il fronte pro-Ue, sia all'interno che al di fuori del Regno Unito. Dichiarazioni quotidiane più o meno minacciose di capi di stato e di governo, banchieri centrali, organismi internazionali, centri di ricerca, politici e della maggior parte dei media. A prescindere dalla fondatezza o meno di questi foschi scenari (lo scopriremo non oggi ma nel prossimo futuro, anche se appaiono un poco esagerati), in maggioranza i britannici si sono comunque rifiutati di cedere a minacce e lusinghe che erano lontanissime dal dare risposte concrete alle loro preoccupazioni. La paura ha giocato nel campo del Remain, mentre in quello della Brexit ha giocato il coraggio e sì, persino un pizzico d'incoscienza, perché un simile ribaltamento dello status quo è sempre un rischio, un salto nel buio.

Ma ad inquietare di più sono le reazioni degli sconfitti al di qua della Manica. L'esito del referendum è una sconfitta solo per il premier britannico David Cameron e una sciagura (ammesso che sia così) solo per la Gran Bretagna? Non è forse una sconfitta anche per questa Europa e per chi ne è alla guida? A Londra, Cameron si è dimesso un'ora dopo, assumendosi le sue responsabilità e dando una lezione a tutti. E a Bruxelles? Ancora attaccati alle poltrone? L'hanno capita la lezione della Brexit? Pronto Bruxelles, c'è nessuno? Abbiamo un problema, che dite? Qualcuno ci mette la faccia? Se l'Unione europea avesse compreso la lezione, oggi si parlerebbe di dimissioni dei vertici Ue (Juncker in primis), non solo di Cameron.

Invece niente. Al di qua della Manica si pontifica, o ci si nasconde dietro la solita retorica o, peggio, si evocano infantili vendette: dispiace, ma ora Londra via subito. Nessuno neppure sfiorato dal dubbio che gran parte della responsabilità sia proprio di chi ha guidato l'Ue in questi anni e che lo scossone Brexit possa rappresentare un'occasione per riformare a fondo l'Unione (sì, nonostante tutto anche con gli inglesi). Quelli che non hanno ancora capito niente li potete facilmente riconoscere perché sono quelli che testa bassa e rancore a mille se la prendono con Cameron e persino con quell'"abuso della democrazia" (parole di Mario Monti) che sarebbe stato il referendum.

Il premier britannico può aver sbagliato. Anche se ad essere onesti, quando ha convocato il referendum non poteva prevedere che l'Ue avrebbe gestito in modo letteralmente folle l'emergenza immigrazione, che è stata un fattore decisivo del voto di ieri. Ma Cameron si è dimesso, mentre avrebbero dovuto dimettersi tutti i vertici europei. La Brexit ha rottamato un'intera generazione di leader europei ed europeisti, nonché la maggior parte dei mainstream media la cui pigrizia intellettuale ha ormai superato qualsiasi rischio di servilismo.

Se Cameron è il capro espiatorio, l'alibi è l'"abuso della democrazia". Il referendum non si doveva fare. Ma sa, caro Monti, gli inglesi hanno questa malattia incurabile dell'abuso di democrazia. Sono drogati di democrazia, noi invece quasi astemi... L'altra sera, finché il Remain sembrava prevalesse, trasmissioni tv e social network a reti unificate celebravano la democrazia britannica, con le immagini di quei fantastici ragazzi che trasportavano di corsa le ceste pieni di voti. La mattina dopo ti svegli e li trovi tutti a maledire il fatto stesso che il referendum si sia tenuto. Il problema, dicono, è far decidere il popolo così, su questi temi, per queste ragioni. E' da irresponsabili... Né mancano le analisi sulla composizione del voto. Naturalmente i pro-Brexit sono solo vecchi, poveri, ignoranti, razzisti, cattivi, e anche, scopriremo a breve, un po' sporchi e puzzolenti...

Anche la narrazione, così consolatoria per gli europeisti, dei giovani britannici che avrebbero votato in massa Remain si è rivelata una bufala. I dati dell'affluenza per fasce d'età raccontano tutt'altra storia: i giovani britannici in massa se ne sono proprio strafregati di votare... Solo il 36% degli elettori nella fascia 18-24 è andato a votare, mentre ha votato l'83% degli over 65. Quindi, solo un giovane su quattro ha espresso la volontà di restare nell'Ue. E' l'esatto contrario: proprio i giovani hanno tradito il Remain, e l'Ue, mostrando tutta la loro indifferenza.

Ma naturalmente, quando l'esito non è quello che piace o ci si aspetta, allora si scopre che la democrazia è "abusata", che su "certi" temi con implicazioni globali "le piazze" non dovrebbero potersi esprimere, che c'è il rischio "plebiscitario", il risveglio dei nazionalismi eccetera... L'analogia tra ciò cui stiamo assistendo oggi in Europa e l'ascesa dei nazionalismi negli anni Trenta ci sta. Tuttavia, non sta nell'uso degli strumenti della democrazia (negarli per paura di perdere sarebbe la sua negazione preventiva), ma nell'inadeguatezza di un establishment che si crede "liberale" ma che sta sottraendo sovranità ai cittadini nascondendola e accentrandola in un Superstato inefficiente e dispendioso.

No, non li sfiora nemmeno il dubbio che questo esercizio di chiedersi su cosa il "popolino" possa esprimersi e su cosa no, sia molto, molto scivoloso. La democrazia sì, purché si decida per "il meglio", indicato da chissà quali sapienti o tecnici? Ma la democrazia è nata proprio perché qualcuno ha fatto notare che non sempre i più saggi, i più istruiti, i più ricchi, i più cool, decidevano per il meglio... Democrazia significa affidarsi fino in fondo alla volontà dei cittadini. Non sempre la maggioranza ha anche ragione, ma nemmeno ha torto solo perché ne fa parte qualche vecchietto e qualche ignorante in più. Può accadere che sia indotta in errore, come già tragicamente accaduto in Europa, ma bisogna assumersi il rischio, se no che democrazia è? Gli inglesi non si sono mai sbagliati, finora. Forse oggi è il primo errore, o forse no. Chi può dirlo con certezza oggi? Ma il tema non dovrebbe essere se si doveva o non si doveva votare. Il tema dovrebbe essere perché i pro-Ue hanno perso.

Friday, May 24, 2013

I mostri che si aggirano per l'Europa: gli Stati mannari

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).

E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.

Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.

Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.

Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.

Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".

Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».

L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.

Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.

Friday, May 06, 2011

Un altro astro terzista che tramonta

In attesa di conoscere i primi dati ufficiali sul referendum elettorale che si è svolto ieri in Gran Bretagna (questo pomeriggio inizia lo scrutinio), l'impressione è che i britannici si terranno stretto l'uninominale secco (e il bipartitismo). Tutti i sondaggi infatti danno una schiacciante maggioranza di "no" all'Alternative Vote, sistema di cui subito qualcuno si è invaghito anche qui in Italia sull'onda delle ambizioni terziste dei promotori, i lib-dem di Nick Clegg.

Un anno fa, pur non riuscendo nell'impresa Clegg era stato il grande protagonista delle elezioni. Nonostante la conquista di quasi 100 seggi rispetto alla legislatura precedente, Cameron non riusciva ad ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento ed era costretto ad un insidioso governo di coalizione con gli outsider lib-dem. In quanto vincitore delle elezioni, non poteva certo sottrarsi alla sfida del governo, ma su quanto sarebbe durato l'esperimento e chi ci avrebbe rimesso in termini politici il dibattito era aperto. «Quanto durerà e chi ci rimetterà», ci chiedevamo un anno fa. Ebbene, alla luce del risultato referendario e di quello delle amministrative (Tories e Labour sembrano tenere, questi ultimi con qualche difficoltà di troppo in Scozia, mentre per i lib-dem si profila una disfatta), il premier conservatore sembra aver azzeccato i suoi conti.

Ma in gioco c'era (e c'è) molto di più che il colore politico di un governo: se un monocolore conservatore o un bicolore liberal-conservatore. C'era l'essenza stessa del sistema politico britannico: il bipartitismo. Per ottenere l'appoggio dei lib-dem, infatti, oltre al vicepremierato a Clegg e ad alcuni ministeri, Cameron aveva dovuto concedere un referendum che avrebbe potuto scardinare il bipartitismo britannico con l'introduzione dell'Alternative Vote. Quasi certamente i britannici respingeranno il tentativo terzista.

Insomma, temevamo molto per l'azzardo di Cameron, ma i fatti sembrano dargli ragione: la coabitazione ha logorato i lib-dem e i britannici preferiscono la chiarezza dell'uninominale secco. Un altro astro terzista che tramonta (Clegg) - e qualcuno anche in Italia dovrebbe rifletterci su. Un governo di coalizione che potrebbe avere le settimane-mesi contati e i Tories che sembrano pronti all'incasso, anche se i lib-dem potrebbero voler evitare il giudizio delle urne proprio ora e Cameron voler portare a termine il risanamento del bilancio.

Friday, March 11, 2011

L'Italia si autoesclude

Il dado è tratto. Ci siamo autoesclusi. Per mancanza di leadership o per comodità - probabilmente per entrambe le cose - Obama preferisce lasciare la guida sulla crisi libica agli europei, come ha scritto ieri il Washington Post. Il protagonismo interessato di Parigi e Londra. Italia scalzata, solita ignavia e solito patetico doppiogiochismo.

La Francia è il primo Paese europeo che ha riconosciuto il Consiglio provvisorio degli insorti libici e Sarkozy oggi a Bruxelles chiederà al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell'Ue di fare altrettanto. Più che una no-fly zone proporrà bombardamenti mirati contro il regime di Gheddafi. Non ritiene opportuno che a intervenire sia la Nato, né che una vera e propria no-fly zone sia lo strumento appropriato. Meglio una coalizione di "volonterosi" europei, guidata da Francia e Regno Unito, per bombardamenti aerei mirati e limitati: distruggere il bunker di Gheddafi e neutralizzare i tre aeroporti da cui partono le sue operazioni. E probabilmente ha ragione. Sulla stessa linea il premier britannico David Cameron. E' così che Francia e Gran Bretagna lanciano la loro Opa sulla nuova Libia e, quindi, sullo sfruttamento delle sue risorse naturali. E come osserva Il Foglio, «Sarkozy ne approfitta per rifarsi una verginità araba, dopo i disastri della sua diplomazia in Tunisia e Egitto».

Finalmente europei con le palle, mentre l'Italia cagasotto resta a guardare mentre le sfilano di mano il posto di prima fila occupato fino ad oggi in Libia. Un esito che nonostante tutta l'"amicizia" tra i nostri governi (dagli anni '70 in poi) e Gheddafi non era affatto scontato, bensì non è altro che l'inevitabile conseguenza della nostra miopia, ma soprattutto, credo, della nostra codardia, che ci spinge anche in queste ore ad adottare una strategia attendista e doppiogiochista. Il retropensiero che traspare, infatti, dalle dichiarazioni governative, è il seguente: se Gheddafi restasse al potere, l'Italia ne ricaverebbe un ruolo. Sono calcoli della serva. Più che infondati, sfiorano il ridicolo. In effetti, come hanno spiegato al Congresso Usa i vertici dei servizi segreti, alla lunga l'apparato militare di Gheddafi potrebbe prevalere sugli insorti, peggio equipaggiati, addestrati e organizzati. Ma è uno scenario che a questo punto è anche nel nostro interesse scongiurare ad ogni costo, perché se davvero il Colonnello riuscisse a restare al potere, sarebbe per poco tempo, il prezzo sarebbe così alto che sarebbe improponibile restaurare relazioni "normali", il Paese sarebbe comunque altamente instabile e quindi insicuro per qualsiasi investimento e, infine, non è affatto scontato che il «cane rabbioso» ricompenserebbe la nostra ambiguità. Questi sono giochetti da fine '800, che nella diplomazia contemporanea irritano tutte le parti in gioco.

Eppure, l'impostazione uscita dal Consiglio supremo di Difesa, presieduto da Napolitano, sembrava andare nella giusta direzione, parlando non di basi e missioni umanitarie, ma di un'Italia «pronta a dare il suo attivo contributo alla migliore definizione ed alla conseguente attuazione delle decisioni» delle Nazioni Unite, dell'Unione europea e della Nato. Ma come osserva correttamente Mario Sechi su Il Tempo, da noi si parla della crisi libica in uno «scenario da questura e non d'ambasciata e centro di comando aero-navale. Non a caso il ministro più loquace e attivo in questa vicenda appare quello dell'Interno, Roberto Maroni, mentre il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sembra impegnato da un lato ad assecondare i timori di Berlusconi sui contraccolpi per la caduta del regime di Gheddafi, dall'altro deve fare i conti con la Lega, la cui visione del mondo su questa vicenda sembra purtroppo cominciare e finire a Varese». Ma non diamo troppe colpe alla Lega, isolazionista per definizione e da sempre, qui a mancare è Berlusconi, che pure in passato aveva dimostrato di saper tenere saldamente in mano le redini della politica estera.

Naturalmente la strada dell'Onu è quella maestra, ma la Francia si dice pronta ad agire da sola «se necessario» ed è quanto basta ad assumere la leadership in una situazione paradossale, in cui tutti dicono che è finita la stagione del regime Gheddafi, ma nessuno si prende la responsabilità di decidere come tradurre in azione questa dichiarazione e nessuno, in Europa, sembra rendersi conto che ripetere questa sentenza e poi essere smentiti dalla realtà senza far nulla di concreto fa perdere drammaticamente credibilità. Tra l'altro, le chance che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu autorizzi una no-fly zone, o un generico uso della forza in base al capitolo VII della Carta, non sembrano del tutto azzerate questa volta. Non so se sono io ad avere le traveggole, nessun giornale l'ha riportato, ma mi pare che il ministro degli Esteri russo Lavrov ieri non abbia chiuso del tutto le porte ad una no-fly zone autorizzata dall'Onu:
«We hear talk about the idea of creating a no-fly zone in Libya. ... Such zones have been deployed in the past by the Security Council and we already have certain experience in the ways they function. So if such proposals emerge, we will naturally study them based on existing experience. And this will probably require more precise and detailed information about how the authors of these proposals expect to implement them in practice».
Ieri l'Unione africana ha espresso la sua contrarietà a qualsiasi intervento militare, ma la sensazione è che le decisioni in proposito della Lega araba potrebbero essere diverse e risultare decisive rispetto alla posizione di Mosca. E comunque a Washington, Parigi e Londra ormai si comincia a dare più importanza ad «un forte sostegno regionale» che ad un mandato del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Wednesday, February 09, 2011

L'epoca del liberalismo muscolare

Su taccuinopolitico.it e rightnation.it

Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.

A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
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Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.

Friday, November 12, 2010

Se il più confuso di tutti è lui

Nella confusione che denuncia il più confuso di tutti, come spesso gli capita, sembra lui: Napolitano. Prima richiama tutte le forze politiche al senso di responsabilità nell'approvazione della legge di stabilità, come se fosse qualcosa di meramente tecnico e non, invece, un atto tra i più squisitamente politici di un governo. Poi, dopo ore più che giorni, in un nuovo sconfinamento di campo, impallina proprio l'aspetto più importante della finanziaria, il rigore, ravvisando «confusione» nelle scelte di politica economica e associandosi ai critici dei cosiddetti "tagli lineari". «Non si può tagliare tutto», avverte il capo dello Stato, come gli altri senza indicare precisamente dove si può e si deve tagliare, così suona come un non si può tagliare niente.

Le dichiarazioni politiche e le analisi sui giornali sono piene di indicazioni su dove non si dovrebbe tagliare e dove si dovrebbe addirittura investire. Su questo sono tutti bravissimi e pieni di idee. Quando si tratta, però, di individuare precisamente dove indirizzare i tagli, silenzio, vuoto totale. Se si mettono insieme i discorsi che Napolitano recita nei suoi innumerevoli e più svariati convegni e incontri, tutti i settori sarebbero meritevoli non solo di non subire tagli, ma di maggiori risorse. Persino la cooperazione. Avvalorando così l'adagio secondo cui l'importanza di un capitolo, di un ministero, di una politica, la fa la spesa e non la capacità di "governo" e di "ri-forma". Così come nei due più importanti recenti discorsi di Fini, a Mirabello e a Perugia, come nell'intervento di ieri sul Sole 24 Ore, la lista dei settori dove non si dovrebbe tagliare, bensì investire altro denaro pubblico, è lunghissima; vuota quella dei tagli.

Si taglia nella sanità e nell'istruzione? Non se ne parla neanche.
Sull'università? Macché!
La giustizia e le forze dell'ordine? Ma scherziamo?
Tagli alla cultura? Pompei docet.
Almeno tagliamo i sussidi agli spettacoli... Allarmi, vogliono il popolo bue!
Tagliamo un po' dall'ambiente? E il dissesto idreogeologico?
Allora, tagliamo almeno i sussidi alla "green economy". No, è il futuro, volano di sviluppo.
Regioni ed enti locali? No, così si tolgono i servizi ai cittadini.
Considerando che le infrastrutture vengono da tutti considerate vitali, che le pensioni guai a toccarle ancora, tirate voi le somme...

Ecco qui completato il quadro, quasi ministero per ministero. Per ognuno c'è almeno un buon motivo per non tagliare. Val la pena di ricordare che Cameron, in Gran Bretagna, preso ad esempio per non aver proceduto con i cosiddetti "tagli lineari", però ha tagliato su tutto, senza risparmiare alcun settore. Qualcuno più, qualche altro meno, ma i tagli si sono abbattuti su tutti i capitoli della spesa pubblica, nessuno escluso. Invece da noi, con il debito pubblico che ci ritroviamo, si pretende non solo di risparmiare al dunque quasi tutti i settori dai tagli, ma addirittura di spendere di più in alcuni, che per altro hanno già dimostrato la loro inefficienza e incapacità di spesa. Per questo diffido del multiforme partito della spesa, che ormai sa nascondersi anche dietro le più ragionevoli prese di posizione.

Thursday, October 21, 2010

Ecco come si taglia per davvero

David Cameron sta cambiando i connotati non solo del welfare britannico, perché è anche lì che si abbatte la scure del governo, ma dell'intera struttura della spesa pubblica. Ecco cosa significa una riforma "strutturale". Ed ecco dimostrato come proprio l'urgenza di una crisi e l'inizio del mandato - al contrario di quanto Tremonti e Sacconi hanno sempre predicato in questi due anni - possono rivelarsi il momento più propizio per operare in profondità sul sistema.

Tagli per 83 miliardi di sterline, circa 94 miliardi di euro, in soli quattro anni e sono quasi tutti tagli lineari: in media avranno il 19% in meno tutti i ministeri del Regno Unito, tranne Difesa, Sanità e Istruzione, che subiscono tagli inferiori, ma comunque tagli, mentre Cultura (-41%) e Giustizia (-24%) contribuiscono in misura molto maggiore. Diversamente da quanto qualche giornale di sinistra vorrebbe far credere, la difesa è tra i pochi settori meno colpiti (-8%), mentre il welfare viene sottoposto a un'intesa cura dimagrante. Circa 7 miliardi di tagli aggiuntivi riguarderanno i pagamenti del welfare (sussidi per l'infanzia, per gli affitti e per la disabilità, saranno concessi secondo regole più restrittive). Previsto anche un innalzamento da 65 a 66 anni entro il 2020 dell'età di pensionamento.

Il piano prevede una riduzione dei dipendenti pubblici di circa 500 mila unità. Ovviamente i licenziamenti saranno solo una minima parte (circa 10 mila, pare di capire), mentre il grosso della riduzione (490 mila) verrà ottenuto non rimpiazzando i dipendenti che man mano andranno in pensione. Una cura da cavallo di cui avrebbe avuto e avrebbe bisogno l'Italia ben più del Regno Unito, il cui debito in rapporto al Pil è intorno all'80%, mentre il nostro al 118%. Ma a Londra sanno che allo Stato l'appetito vien mangiando e che se la dinamica del debito non si arresta subito e drasticamente, si fa presto, nel giro di pochi anni, a finire come noi italiani.

Al contrario, in Italia, tanto per citare due esempi, si stanziano fondi per 9 mila docenti universitari in sei anni (e si pretende l'inutile assunzione di altre migliaia di precari), il ministro della Giustizia Alfano promette nuove toghe a centinaia, che andranno ad ingrossare organici secondo tutte le statistiche internazionali tra i più dotati tra i Paesi occidentali. Da noi è bastata la piccola sforbiciata di Tremonti a suscitare non solo le grida delle opposizioni, ma anche i piagnistei di molti ministri del governo. Certo, è pur vero che la nostra economia e il nostro mercato del lavoro non sono abbastanza dinamici per assorbire una virata tale in modo che non abbia effetti depressivi, ma il nostro vero guaio è che nessuna forza politica, nessun giornalone, nessun polo mediatico e intellettuale ha criticato Tremonti per essere stato troppo timido, chiedendo tagli più coraggiosi e strutturali. Al contrario, dietro le critiche ai tagli lineari e le richieste, invero piuttosto vaghe, di politiche per lo "sviluppo" si sono ingrossate le file del trasversale partito della spesa. Per questo, nonostante tutto, Tremonti è un argine che è pericoloso abbattere.

Adesso si comincia a parlare di riforma del sistema fiscale. Per ora siamo ancora agli annunci, agli studi, ai tavoli tecnici e concertativi. Vedremo...

P.S.: Proprio ieri Fini ha incontrato Cameron, ha detto di seguirlo con «grande interesse, soprattutto sull'economia verde e la solidarietà». Chissà come la andrà a spiegare Fini ai suoi amati dipendenti pubblici la «solidarietà» versione Cameron-Osborne...

Monday, September 06, 2010

Fini rompe "ma anche" no

Se nel suo discorso di ieri a Mirabello Fini non ha annunciato esplicitamente un nuovo partito, è solo per non contraddire la narrativa della sua "cacciata" dal Pdl (a cui contribuisce l'inutile documento approvato a fine luglio dal Pdl). Ma il nuovo partito è nei fatti, come trova conferma tutto ciò che scrivo da mesi sulle sue reali intenzioni. Un discorso ben poco "alto", da capopartito più che da terza carica dello Stato. Altro che "manifesto", è pieno di polemichette e battute caustiche, alternate a lunghe tirate demagogiche (che flirtano con insegnanti della scuola, poliziotti, magistrati, meridionali e "gggiovani", tanto per avere un'idea del tipo di elettorato cui intende rivolgersi). Diverso da quello che pronunciò in direzione lo scorso aprile solo per la carica molto più intensa e nervosa di antiberlusconismo.

Non lo può ammettere, ma Fini sa bene che non gli si contestano idee, opinioni, analisi, diverse da quelle maggioritarie nel Pdl o da quelle di Berlusconi, né i suoi "appunti" sull'operato del governo, ma il fatto che non vengano espressi nelle sedi opportune, in modo costruttivo, e che prendono piuttosto la forma di attacchi esterni, dissociazioni, sponde offerte alle opposizioni o, peggio, alla magistratura politicizzata che cerca di delegittimare per via mediatico-giudiziaria l'esecutivo e il premier. Se Fini avesse voluto influenzare davvero, in buona fede, la linea, avrebbe dovuto accettare un incarico nel Pdl o nel governo, come gli era stato prospettato all'inizio della legislatura, in questo modo essendo anche costretto a condividere la responsabilità dell'azione politica di entrambi. Invece, ha scelto per sé una carica di garanzia, "irresponsabile" rispetto all'azione di governo e persino rispetto all'iniziativa legislativa, pretendendo però di usarla non solo come tribuna da cui emettere sentenze di merito, impallinare, "picconare" quotidianamente, ma anche come cabina di regia di un'ostruzionistica attività parlamentare.

Vorrei tornare di nuovo su questo aspetto, davvero decisivo: il presidente del Consiglio dovrebbe negoziare con lui, presidente della Camera, un «nuovo patto di legislatura», come ha detto Fini ieri sera? Non si è mai visto. Mai un presidente della Camera si era permesso di rivendicare per sé un ruolo di vero e proprio indirizzo politico nell'azione di governo; mai nessuno ha costituito "suoi" gruppi parlamentari in dissenso dal suo partito; mai ha utilizzato la carica per condurre la sua personale lotta politica all'interno del partito e per la sua leadership; ed è certamente scorretto per un presidente della Camera esprimersi nel merito di un provvedimento appena uscito dal Senato, che dovrà quindi iniziare il suo iter proprio alla Camera, come ha fatto ieri sul cosiddetto "processo breve".

Al contrario di quanto ripete Fini sui partiti moderni, europei, liberali, in nessun'altra parte d'Europa vediamo svolgersi in questo modo la dialettica all'interno dei partiti di governo. Possono essere di destra o di sinistra, ma la sfida alle leadership avviene prima delle elezioni, non dopo. Dopo, quando si è al governo, si governa. Non che il dissenso o gli avversari interni spariscano, o vengano annientati. Continuano a "covare" all'interno, ma il confronto avviene nel partito, non prende le forme di una critica ostentata, costante e demolitoria del partito stesso e dell'esperienza di governo. Tanto meno utilizzando una carica istituzionale. Nessuno in Europa, né Sarkozy, né la Merkel, né Cameron, ha il suo "Fini". Tutti hanno avversari nel partito, certamente, ma nessuno che si comporti come Fini.

Quando ha parlato di un «nuovo patto di legislatura», teorizzato una coalizione di governo non più a due ma a tre gambe, quando ha detto di condividere i cinque punti programmatici, ma solo i titoli, perché poi vanno riempiti andando a trattarli con lui (anzi, con i «nostri capigruppo»), Fini ha confermato la linea del logoramento. Vorrebbe ricreare le stesse condizioni politiche, ritrovare lo stesso potere di ricatto, della legislatura 2001-2006, quando la coalizione di governo aveva in An e Udc una terza e anche una quarta gamba. Vuole replicare quello schema per far arrivare Berlusconi a fine legislatura esausto politicamente, come vi arrivò nel 2006. Fini ha quindi offerto un patto di legislatura sì, ma ad una condizione inaccettabile per il premier e il Pdl: accettare di farsi logorare, tornare allo status quo ante, proprio quello che si voleva superare con il partito unico del centrodestra.

Una posizione di cui Casini e Di Pietro nei loro commenti hanno rilevato le contraddizioni: il primo rivendicando, dal suo punto di vista, la coerenza di non essersi piegato ad entrare nel "partito del predellino", come invece ha fatto Fini evidentemente, bisogna concludere, per mera scelta tattica o per un errore madornale. E come può, osserva giustamente il leader dell'Idv, un giudizio così impietoso sul berlusconismo e sul Pdl, di cui l'ex pm rivendica il copyright, convivere con il rilancio di un «patto di legislatura» proprio con il detestato Berlusconi, se non semplicemente per sfuggire al giudizio degli elettori? Fini vuole restare dov'è, essere la "terza gamba" della coalizione, ma pretende di restarci da antiberlusconiano.

Già, perché è proprio questo a contraddire ogni moralità politica: come mai quando si tratta di prendere i voti, si corre, come ha fatto Fini, sotto l'ombrello berlusconiano, per poi un minuto dopo aver preso i voti, solo quando ci si è accomodati sulla propria poltrona grazie a quei voti, scoprire la vera natura del berlusconismo, contrastarlo apertamente, sfidare la sua leadership non nelle urne ma nei Palazzi? Berlusconi fa l'annuncio del Predellino, e Fini reagisce in modo sprezzante («comiche finali») sulla base di un calcolo politico sbagliato, e cioè che il governo Prodi non sarebbe caduto e la leadership di Berlusconi non avrebbe retto per altri cinque anni all'opposizione; Prodi invece cade subito dopo, e Fini (a differenza di Casini) accetta "obtorto collo" di entrare nel Pdl, invece di lanciare - in quel momento sì - una sfida aperta alla leadership berlusconiana. Non è che Fini si sia pentito di averlo cofondato, è che nel Pdl non ha mai creduto. Lo ha sempre vissuto come una scelta tattica da cui distinguersi prima possibile per tornare a sfidare Berlusconi nell'unico modo in cui è capace e sa di avere qualche chance: logorandolo dall'interno, e dall'esterno offrendo sponde alle opposizioni, politiche e mediatico-giudiziarie.

Non ci sono dubbi: Fini vuole essere un leader di centrodestra, ma quell'accenno alla legge elettorale è una minaccia di disponibilità a un governo di transizione, in caso di crisi, per ritardare il più possibile il ritorno alle urne e affrontarle magari con un sistema di voto più favorevole. Cosa può fare Berlusconi a questo punto? L'unica via - difficile - è questa.

P.S.: Del tutto superfluo concentrarsi sul merito delle questioni poste da Fini: solo puro tatticismo, non poteva che uscirne fuori un minestrone contraddittorio di "ma anche" in puro stile Veltroni. Ma già che ci siamo: il federalismo ma anche la retorica meridionalista e nazionalista; il rigore ma anche i precari della scuola, per carità, e i poliziotti senza benzina; il Lodo Alfano ma anche no alle leggi "ad personam"; la magistratura politicizzata, ma anche «caposaldo»; il governo «ha operato bene» ma anche no; né sono mancate vuote banalità come il «patto tra capitale e lavoro», il «patto generazionale», il «quoziente familiare», la «meritocrazia», di tutto di più, purché si rimanga sul vago. Unici spunti apprezzabili la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e l'abolizione delle Province, che fanno parte del programma del Pdl (già, che fine hanno fatto?). E a proposito, che fine ha fatto la bioetica?

Friday, August 27, 2010

La lunga estate calda che ha sconvolto il Colle

Altro intervento improvvido - sia pure indiretto, tramite Corriere della Sera - del presidente della Repubblica. Al Quirinale quest'estate deve aver fatto molto più caldo che nel resto della città. Napolitano avverte di essere intenzionato, in caso di crisi di governo, a verificare non solo se in Parlamento esista ancora la maggioranza, ma se esistano altre maggioranze - anche diverse da quella uscita dalle urne nel 2008, pare quindi di capire, sempre leggendo il Corriere. Nell'articolo si riferisce inoltre dell'insofferenza del Colle nei confronti del dibattito agostano sui suoi poteri di scioglimento, su costituzione formale e "materiale", attribuendo al capo dello Stato espressioni molto poco "istituzionali", come «improvvisati costituzionalisti», «florilegio di sciocchezze», interpretazioni «fantasmagoriche», all'indirizzo di quanti hanno sostenuto semplicemente la tesi di un ritorno immediato al voto in caso venga meno la maggioranza uscita dalle urne. Una posizione comunque non meno legittima delle altre, anche considerando che spesso è stata espressa da chi verrebbe comunque consultato al Quirinale in caso di crisi. Il presidente, fa sapere il Corriere, rifiuta il ruolo di semplice «notaio» e «passacarte», pronto a sciogliere «quando gli viene detto».

Va bene, ma a prescindere dal merito delle prerogative del capo dello Stato, e a prescindere da cosa sia legittimo e politicamente opportuno fare in caso di di crisi, anticipando le sue intenzioni Napolitano interferisce indebitamente nelle dinamiche politiche, rischia di destabilizzare il governo, perché contribuisce di fatto ad alimentare speculazioni, speranze e disegni politici coltivati nelle ultime settimane dai partiti di opposizione, svestendo i suoi panni di arbitro. Facendo intendere infatti che sarebbe disposto ad avallare certe soluzioni, nel momento in cui si creassero le condizioni, incoraggia di fatto chi lavora a queste soluzioni e al verificarsi di quelle condizioni. Si comporta in modo scorretto nei confronti di una istituzione, il governo in carica, gioca un ruolo politico che senz'altro non gli compete. Se non vuole essere, comprensibilmente dal suo punto di vista, il «passacarte» di chi vorrebbe tornare alle urne in caso di crisi, non deve però trasformarsi neanche nel «passacarte» de facto di chi cerca il "ribaltone". Ma è esattamente il gioco di questi ultimi che sta facendo con le sue uscite, prima a l'Unità e oggi al Corriere.

E a Cicchitto e Calderisi, autori di un intervento sulle pagine del Corriere per sostenere la tesi del voto anticipato per rispettare la sovranità popolare, Napolitano avrebbe inviato un testo «a suo giudizio illuminante», il «Bill Cameron-Clegg», su come anche «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza» la sovranità popolare possa essere rispettata introducendo «variazioni in grado di disciplinarla». Si tratta di un accordo politico stipulato nel Regno Unito tra il leader conservatore e quello liberaldemocratico (trasformato in un disegno di legge ma non ancora approvato in via definitiva), per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile.

L'accordo fissa già al primo giovedì di maggio del 2015 la data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento, garantendo così al Paese un impegno di stabilità. Se prima di quella data però il governo dovesse subire una mozione di sfiducia, ciò non porterebbe all'automatico scioglimento delle Camere. Ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un'altra maggioranza e soltanto se fallisse quest'ultimo tentativo si andrebbe ad elezioni anticipate.

Non so da chi sia consigliato Napolitano, ma mi sembra un esempio davvero poco azzeccato. Va ricordato infatti che a differenza che in Italia nel 2008, dove dalle urne la coalizione formata da Pdl, Lega ed Mpa, con candidato premier Berlusconi, è uscita con una maggioranza assoluta, grazie ai premi, sia alla Camera che al Senato, quest'anno nel Regno Unito nessuno dei tre partiti dei candidati premier ha raggiunto la maggioranza assoluta. Ciò ha reso necessario un governo di coalizione tra il partito di maggioranza relativa, i Tories, e il terzo partito, i Lib-dem, e sarebbe comunque difficilmente immaginabile al suo posto un governo "degli sconfitti", che vedesse cioè entrare a Downing Street i Laburisti al posto dei Tories senza prima ripassare per le urne. E' esattamente questo, invece, ciò che si sta ipotizzando in Italia, un governo "tecnico" o "di transizione" che escluda Pdl e Lega e che, tra l'altro, riformi la legge elettorale. Se Cameron avesse ottenuto, come Berlusconi, la maggioranza assoluta, il problema non si sarebbe neanche posto e il potere di scioglimento sarebbe rimasto al premier.

Ripeto inoltre che la "costituzione materiale" non c'entra nulla. A prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, se in caso di crisi Pdl e Lega sono per andare alle urne, si dovrebbe andare alle urne, sono la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, oltre che il banale rispetto della sovranità popolare, a suggerirlo. Il presidente non se la prenda, ma nella Prima Repubblica - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima - i suoi predecessori erano «notai» e «passacarte» della volontà dei partiti di maggioranza. In caso di crisi di governo, se la Dc e gli alleati volevano e ed erano in grado, si formava un altro governo, ma in caso contrario si andava ad elezioni anticipate. Nessun presidente ha mai pensato di poter proseguire la legislatura con un'altra maggioranza in Parlamento, composta da comunisti e alcuni democristiani fuoriusciti dal loro partito.

Non è mai accaduto che dopo una crisi i partiti di maggioranza si siano ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Insomma, è semplice: in caso di crisi, nuovi governi sono legittimi, ma non ribaltoni.

Wednesday, May 12, 2010

Quanto durerà? E chi ci rimetterà?

David Cameron è il primo conservatore a rientrare a Downing Street dopo 13 anni di Labour. Obiettivo raggiunto, dunque? Quasi. Non si può certo dire che si sia aperto un nuovo ciclo, almeno per i Tories. Eppure, l'aspettativa alimentata da Cameron era proprio quella: sarebbe stato per i Tories ciò che Blair è stato per il Labour. Diciamo che ha ancora buone carte da giocare, ma che per il momento l'inizio del nuovo ciclo è rimandato da un incidente di percorso. Sono sempre stato convinto che Cameron, in quanto vincitore delle elezioni, non poteva sottrarsi alla sfida del governo, sia pure in coalizione, e quindi ben venga l'accordo con i lib-dem, ma a che prezzo... (qui i punti-chiave)

Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.

Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.

Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».

Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.

Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.

Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».

Tuesday, May 11, 2010

Cameron caduto nel doppiogioco di Clegg

18:19 - Cameron verso Downing Street. L'accordo con Nick Clegg sarebbe praticamente cosa fatta e in serata dalle riunioni dei gruppi parlamentari dei due partiti dovrebbe arrivare la definitiva "luce verde". Ma a che prezzo... I Tories infatti avrebbero offerto ai lib-dem un referendum sul sistema di voto. E i lib-dem si sarebbero convinti che con i laburisti non avrebbero avuto i numeri in Parlamento e la forza politica nel Paese per far passare il progetto di riforma elettorale proporzionale, mentre una coalizione con i Tories garantirebbe quanto meno di arrivare effettivamente al referendum sull'Alternative Vote neozelandese. Cameron rischia di passare alla storia come il conservatore che per diventare premier ha affossato il sistema politico-istituzionale più antico (ed efficiente) d'Europa...

12:32 - Cresce il sospetto che l'apertura di Clegg a Cameron poco dopo l'esito del voto fosse strumentale a "svegliare" il Labour. Dopo aver ottenuto la testa di Brown, e aver astutamente temporeggiato con Cameron, infatti, il leader dei lib-dem è pronto a rivolgersi ai reggenti del Labour. Aumentano quindi le quotazioni di un accordo "lib-lab" e, purtroppo, di una riforma elettorale in senso proporzionale che decreterebbe la fine del bipartitismo britannico.

Cameron si è dimostrato ingenuo, ha sbagliato ad aspettare troppo, ad intavolare un dialogo alla pari con il perdente Clegg, a farsi intrappolare nei negoziati fino al ritiro di Brown, che ha rimesso in gioco gli avversari sconfitti, mentre avrebbe dovuto porre il leader lib-dem di fronte ad un aut-aut: prendere o lasciare. Va però ricordato che la Regina già prima delle elezioni aveva fatto capire che non avrebbe avallato un governo di minoranza, che avrebbe conferito l'incarico a chi le avesse assicurato di poter contare su una maggioranza ai Comuni. Dunque, probabilmente Cameron aveva pochi spazi di manovra per tentare (o minacciare) un atto di forza.

Adesso tenta di correre ai ripari (è «l'ora delle decisioni» per i lib-dem, ha intimato stamattina), nel frattempo aprendo ad un referendum sul sistema di voto alternativo (quello neozelandese), che sembra una mossa della disperazione, di sicuro un'ammissione di impotenza. Cameron deve capire in fretta gli errori commessi in campagna elettorale e in questa fase post-elettorale - in due parole, è stato naif e debole - e cambiare registro.

Oggi rischia di non entrare a Downing Street, ma poco male. Non è detto che una "coalizione degli sconfitti" al governo - comunque numericamente fragile in Parlamento e certo non "ratificata" dagli elettori nelle urne - premi laburisti e lib-dem e non aiuti piuttosto a ingrossare i consensi dei Tories. La mia impressione è che a quel punto solo il proporzionale potrebbe salvarli dalla disfatta quando, più prima che poi, si ritornerà alle urne. Anche perché in questi giorni, senza ancora alcuna modifica al sistema elettorale, i cittadini del Regno Unito hanno avuto un assaggio di cosa significano "proporzionale" e "governi di coalizione": al popolo viene di fatto revocato il diritto di scegliere chi li governa, diritto che passa nelle mani dei leader dei partiti, anche se politicamente sconfitti alle elezioni. Ma Cameron rischia anche di non entrarci più, se non muta al più presto atteggiamento, di passare per quello che ha fallito il calcio di rigore decisivo, per un impotente e non per uno "scippato".

Friday, May 07, 2010

Cameron con il cerino acceso in mano

Lib-dem sul filo del rasoio

Non poteva sottrarsi David Cameron al dovere di tentare di formare un governo di coalizione. Saggiamente Clegg si è sottratto all'abbraccio degli sconfitti, e si è proposto ai vincitori, come aveva promesso in campagna elettorale. Reale disponbilità? Oppure, mossa tattica, tanto per logorare Cameron, per poi finire in braccio al Labour e ottenere il sospirato proporzionale? Difficile dirlo. E' certo però che Cameron non poteva non accettare la sfida, doveva rivendicare una vittoria netta, un recupero di seggi straordinario (+97), e non dare il senso di aver mancato il "change" al governo.

Non si può però nascondere un pizzico di delusione per un Cameron che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, che nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown, non è riuscito a sfondare. Sorge il sospetto che il suo apporto ai Tories, in quanto personalità nuova, sia stato modesto, se non nullo, se non (diranno i maligni) dannoso... Ne avevamo segnalato il problema squisitamente politico (e strutturale). Vedremo se saprà guadagnarsi maggior fiducia alla prova del suo primo governo.

Anticipando di voler proporre ai lib-dem «una grande, aperta e complessiva offerta» (comprendente, pare, alcuni ministeri), ha posto i suoi paletti in modo sorprendentemente esplicito: nessuna concessione ai lib-dem su Europa, immigrazione, politica estera, ma soprattutto la cosa più importante. Fa capire, infatti, che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale. Al massimo, si può trattare di ridisegnare i collegi, che serve più che altro ai conservatori. Clegg si accontenterà? Il cerino in mano a Cameron comincia a consumarsi. Ma lo ripeto, tentare è d'obbligo. I Tories hanno vinto, gli inglesi hanno indicato chiaramente loro e si aspettano che provino a governare.

Può sembrare strano, ma nonostante l'Hung Parliament, a mio avviso il bipartitismo britannico per ora è salvo, è vivo e vegeto. Il punto infatti non è la necessità di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no. Nonostante 'pompato' dai media, nonostante la visibilità dei primi dibattiti tv a tre nella storia delle elezioni britanniche, nonostante condizioni politiche ottimali per un outsider (crisi economica e debolezza degli avversari), Clegg è rimasto al palo nei voti popolari e ha perso seggi. Gli elettori nei seggi "contendibili" si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Ai loro occhi le politiche lib-dem non sono apparse ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi hanno preferito rivotare Labour per le posizioni più "realiste", concrete, "di governo", rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera.

Certo, i lib-dem possono sempre tentare una coalizione con il Labour e ottenere un referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale? Ma avrebbero la forza di vincerlo? E se dovessero prima passare di nuovo per le urne? Insomma, per ora l'ipotesi peggiore, di un successo lib-dem tale da porre le basi per il superamento del bipartitismo è scongiurata.

Per conservatori e i lib-dem si apre ora un periodo delicatissimo: dovranno far digerire ai propri elettori un accordo di governo, o sopportare i costi politici di un fallimento e del ritorno alle urne, o entrambe le cose nell'arco di pochi mesi. Ma sono i lib-dem a rischiare di più. Qualsiasi scelta compiono da una posizione evidentemente non di grande consenso popolare - accordarsi con Cameron, allearsi con il Labour, o rimanere da soli - rischiano nei primi due casi di scontentare ampi settori del loro elettorato, nel secondo di risultare irrilevanti, e quindi di rimanere stritolati alle prossime elezioni, se non riescono ad ottenere la riforma elettorale che inseguono. Per questo, il loro gioco potrebbe essere quello di accordarsi con Cameron, così da far riprendere fiato al Labour mentre il governo Tory si logora con la crisi, e tra un anno tornare al voto sperando di convolare a nozze con il Labour e ottenere finalmente il sospirato proporzionale.

Un gioco sul filo del rasoio. Insomma, leggerete di un Clegg sconfitto ma ago della bilancia decisivo. Sì, ma la sua è una posizione fragilissima, qualsiasi mossa rischia di pagarla a caro prezzo. I "terzisti" di casa nostra, che guardano a lui sperando di cogliere un segnale incoraggiante per i loro propositi di smontare il bipolarismo italiano, avranno di che riflettere. La sfida di Cameron sarà invece di non farsi logorare.

Flop-Clegg, Tories avanti ma delusione Cameron

Hung Parliament, ma il bipartitismo è salvo: "terzisti" bastonati. Brown bocciato, prove di dialogo tra Clegg e Cameron, probabile nuovo premier

17:51 - Arrivano i risultati definitivi: i Tories conquistano 307 seggi (+97), i Laburisti 258 (-91) e i Lib-dem 57 (-5). In percentuale sul voto popolare, i Tories salgono al 36,1% (+3,8), i Laburisti scendono al 29% (-6,2) e i Lib-dem rimangono praticamente stabili al 23% (+1). Nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), quindi sono importanti anche i risultati dei partiti minori: 8 seggi ai democratici unionisti nordirlandesi (-1), 6 seggi lo Scottish National Party, 5 lo Sinn Fein, 3 il Plaid Cymru (+1), 3 i socialdemocratici, 1 i Verdi (+1) e 1 l'Alliance Party (+1). Nessun seggio ai partiti di estrema destra, che però complessivamente ottengono il 5% del voto popolare, UK Independence Party 3,1% (+0,9) e British National Party 1,9% (+1,2). Non solo nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, ma sarà difficile anche costituire eventuali coalizioni di governo. Ci proveranno conservatori e lib-dem per primi, ma bisognerà vedere se Clegg accetterà i paletti posti da Cameron in modo sorprendentemente esplicito, soprattutto sul no ad una riforma elettorale in senso proporzionale. In caso di fallimento, Cameron proverà la fattibilità di un governo di minoranza con l'appoggio dei partiti minori. Ma sommando i 307 seggi dei Tories, gli 8 degli unionisti, i 6 dello Scottish National Party e i 3 dei gallesi del Plaid Cymru, si arriverebbe al massimo a 324 (sotto di 2). Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, quindi dovrebbero anch'essi tentare di coinvolgere i partiti minori in una coalizione raffazzonata, politicamente fragilissima e senza il sostegno popolare. L'ipotesi di nuove elezioni entro l'anno, o nella prossima primavera, rimane quindi probabile.

15:48 - Cameron apre al governo con i lib-dem anticipando di voler proporre loro «una grande, aperta e complessiva offerta», per affrontare insieme i problemi del Paese e assicurare un governo «forte e stabile»; ammette le differenze, ma sottolinea anche le aree di possibile intesa. Ma fa capire che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale: «Abbiamo idee diverse - ha ammesso Cameron - ma un punto d'accordo potrebbe essere raggiunto assegnando ad ogni collegio lo stesso numero di elettori nell'ambito dell'attuale sistema first past the post». Ma messa così è una riforma che serve più che altro ai conservatori, per non trovarsi più in futuro in una situazione del genere, mentre i lib-dem sono interessati al proporzionale. Clegg si accontenterà? Il cerino comincia a consumarsi.

15:00 - Brown concede a Cameron e a Clegg una chance per accordarsi, ma in caso di insuccesso è pronto a subentrare e a cercare un'intesa con i lib-dem, offrendo subito in dote un referendum sul sistema elettorale. Più che aprire a Cameron mi sa che Clegg gli ha voluto passare un pericoloso cerino acceso.

11:51 - Saggiamente Clegg si sottrae all'abbraccio degli sconfitti e responsabilmente osserva che deve essere il partito che ha preso più voti e seggi - cioè i Tories - ad avere il diritto di provare a formare un governo, da solo o con altri partiti. Downing Street è più vicina per Cameron, che a questo punto dovrebbe ricevere l'incarico dalla Regina, nonostante i laburisti avessero tentato di richiamare la prassi (che in caso di Parlamento "hung" vorrebbe il premier uscente almeno tentare di proseguire) e coinvolgere subito i lib-dem in un'alleanza. I lib-dem, invece, astutamente si propongono a Cameron. Ma nel campo Tories non mancano resistenze. In ogni caso, difficilmente con il risultato deludente che hanno ottenuto i lib-dem riusciranno a imporre un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale, escluso dai conservatori.

10:32 - Attualmente, stando agli exit poll (che al momento sembrano avvalorati dall'andamento dell'assegnazione dei seggi), non solo nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), ma non vedo coalizioni possibili. Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, tenteranno quindi una raffazzonata e politicamente fragilissima coalizione, in stile prodiano, cercando l'appoggio della minutaglia di eletti dei partiti minori. Ai conservatori basterebbero i lib-dem, ma è un'alleanza complicata, improbabile, e se si fermano davvero a 306-307 seggi non gli basterebbe l'appoggio degli unionisti nordirlandesi. Non rimane che sperare che con i seggi ancora da assegnare i Tories riescano a superare in modo consistente la quota che gli attribuiscono gli exit poll: 315 seggi per sperare. It's complicated.

Clegg non nasconde la sua «delusione», Cameron, che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, si limita a dire che «il governo laburista ha perso il suo mandato a governare». E Brown? Esce sconfitto, ma grazie alla tenuta in Scozia, scongiura gli scenari da incubo della vigilia e non si sbilancia sul futuro governo, anche se lui personalmente sa di essere fuori dai giochi e già si dice «orgoglioso» per le cose fatte in questi 13 anni. Nonostante la sconfitta, i lib-dem cercheranno di fare da ago della bilancia, ma senza troppe pretese.

Uno dei dati sicuramente più sorprendenti di queste elezioni è proprio il flop di Clegg e dei lib-dem. Se grande era e rimane l'incertezza sulle prospettive di Hung Parliament, di una cosa tutti eravamo certi: dell'affermazione lib-dem. Forse non sarebbero riusciti a superare i laburisti, ma comunque si sarebbero avvicinati, raggiungendo il 26-27% e conquistando decine di seggi. Sono invece fermi al 23%, come alle scorse elezioni, e perdono una decina di seggi. Completo fallimento di sondaggisti e media britannici, che ci hanno inculcato il fenomeno Clegg dopo i dibattiti tv. Anch'io ci sono cascato nelle mie previsioni. Ho puntato sul sorpasso 27 a 26, ma almeno, al contrario di altri, avevo capito che insieme i due partiti di sinistra non avrebbero superato di molto il 50% (dovrebbero ottenere insieme il 52% del voto popolare). Ci sono andato molto vicino, invece, per quanto riguarda i conservatori, che dovrebbero attestarsi al 36%, non lontano dal mio 37, ma lontano per la maggioranza assoluta.

Probabilmente, nel creare dal nulla il fenomeno Clegg ha pesato un pregiudizio negativo di sondaggisti e media sia nei confronti dei Tories che del New Labour. Il flop Clegg dimostra ancora una volta che gli elettori non si fanno influenzare in modo banale e superficiale da ciò che sentono in tv o leggono sui giornali. Clegg ha pagato le sue posizioni euro-entusiaste, proprio nel momento del crollo della Grecia, e sull'immigrazione. Adesso sentiremo forse dire che i laburisti hanno tenuto rispetto ai lib-dem grazie all'intervento negli ultimi giorni di Tony Blair, che ha invitato a votare laburista sempre e comunque, al contrario dei molti appelli al voto tattico per i lib-dem in funzione anti-tories.

Sicuramente non ha avuto effetti negativi, ma a mio avviso la sconfitta di Clegg - a prescindere dal ruolo da ago della bilancia che giocheranno i "gialli" - rappresenta una tenuta del bipartitismo e una bocciatura dei lib-dem come possibile forza di governo: agli occhi degli inglesi non sono ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi preferiscono votare Labour per le posizioni più "realiste" e concrete rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera. E' vero che il Parlamento che uscirà da queste elezioni sarà probabilmente "appeso", ma a vedersela sono sempre i due principali partiti, i lib-dem non avanzano nel voto popolare e arretrano nei seggi, segno che al dunque, nei seggi contendibili, i britannici si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Non conosco nel dettaglio le serie storiche del voto, ma la mia impressione è che l'ascesa dei lib-dem nel voto popolare dagli anni '80-'90 si sia arrestata proprio nel momento in cui c'erano tutte le condizioni per una loro affermazione che avrebbe letteralmente smontato il sistema bipartitico britannico.

Monday, May 03, 2010

Cameron tenta l'impresa (quasi) impossible

David Cameron e Nick Clegg non hanno ancora compiuto i loro rispettivi "miracoli" - attesi come fossero in qualche modo palingenetici - che già in Italia c'è chi li assume a proprio modello. Se la 'finiana' Generazione Italia guarda a Cameron, Rutelli guarda a Clegg, soprattutto per le sue chance di scardinare il secolare bipartitismo britannico. A maggior ragione - s'illude l'ex sindaco di Roma - riuscirò a scomporre il fragilissimo bipolarismo italiano. Al di là di tutte le enormi differenze politiche e culturali, balza agli occhi come gli "stagionati" Fini e Rutelli non reggano sul piano personale il confronto con i due candidati premier britannici: mentre i primi, se non del tutto "cotti", sembrano ormai aver superato l'apice della loro trentennale carriera politica e avviarsi tristemente (e rancorosamente) verso un inarrestabile declino, i secondi sono davvero delle novità - non una minestra riscaldata - nella scena politica britannica.

La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.

Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.

Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.

Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.

La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.

Friday, April 23, 2010

Appunti da oltremanica

Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».

Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».

Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.

E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.

Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.

Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.
Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».