Appena rabberciata la maggioranza alla Camera, potrebbe aprirsi un nuovo Vietnam al Senato. Oggi sul Corriere della Sera, ergendosi devo dire con considerevole faccia tosta a difensori delle virtù repubblicane, Pisanu e Veltroni invocano «un governo di decantazione per riscrivere le regole». Insomma, il solito governo di larghe intese, di responsabilità (?) nazionale (adesso lo chiamano di «decantazione»), il cui scopo sarebbe innanzitutto quello di togliere di mezzo Berlusconi, perché su come riscrivere le regole - e in particolare si parla della legge elettorale - sembra difficile che si costituisca una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne nel 2008. Neanche i due promotori dell'iniziativa infatti chiariscono quali regole vorrebbero, né quale legge elettorale, ma è facile immaginare che per loro l'importante sarebbe fare in modo che impedisca a Berlusconi, come a chiunque altro, di conquistare in solitudine o quasi la maggioranza assoluta dei seggi alle prossime elezioni quando ci saranno. Una legge che costringa le forze politiche ad allearsi per governare solo dopo il voto. Quindi una legge per l'ingovernabilità, per la palude, per il "grande centro".
Ma diversamente da quanto affermano nel loro "manifesto", il problema della legge elettorale mi sembra tutto sommato secondario in questa operazione. C'è il forte rischio, infatti, che il proposito di Pisanu sia molto più semplicemente aprire al Senato una crisi della maggioranza come Fini l'ha aperta alla Camera (senza successo ma provocando un anno di paralisi), nella speranza questa volta di costringere Berlusconi a mollare. Dopo il fallito ribaltone alla Camera, un ribaltone al Senato, insomma. Poi si vedrà. Vedremo se sono davvero queste le intenzioni di Pisanu e quanti senatori saranno disposti a seguirlo.
Showing posts with label ribaltone. Show all posts
Showing posts with label ribaltone. Show all posts
Friday, April 15, 2011
Thursday, December 09, 2010
La paura fa 14
A dimostrazione che più passano le ore più cresce tra i finiani l'incertezza sui propri numeri per sfiduciare il governo alla Camera, ecco il loro ultimo tentativo di evitare il voto del 14: chiedono a Berlusconi di dimettersi prima, assicurandogli un reincarico «entro 72 ore», ma allo stesso tempo - dandogli un motivo per non fidarsi - intimano dimissioni "al buio" (si discute solo dopo) o sfiducia. Ora: ciò che la gente proprio non capisce, è perché sia così indispensabile che Berlusconi si dimetta per dar vita a quel nuovo patto di legislatura che il premier, accogliendo la richiesta di Fini a Mirabello, aveva avanzato, ottenendo la fiducia (dei finiani compresi) a settembre, cioè neanche tre mesi fa. A rigor di logica si chiedono le dimissioni di qualcuno se questo qualcuno non lo si vuole più, mentre se si cerca davvero un accordo politico - sull'agenda economica dell'esecutivo, o sulla legge elettorale - lo si può ottenere (dal momento che l'interlocutore su questo piano sembra ben disposto) senza esporre il Paese ad una pericolosa fase di instabilità.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
Wednesday, November 24, 2010
Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto
Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
Thursday, November 11, 2010
Attenzione alle sabbie mobili
E' un'escalation in piena regola. Da un nuovo patto di legislatura, invocato a settembre, in soli due mesi siamo arrivati alla richiesta di dimissioni, dei primi di novembre. Fino a ieri, a detta di Fini e Casini, il problema non era Berlusconi in sé, si sarebbe potuto dar vita a un governo di responsabilità nazionale, allargato ai moderati, anche guidato dallo stesso Berlusconi. Adesso che il premier starebbe considerando anche l'ipotesi di una crisi "pilotata", i finiani restano nell'ambiguità sul reincarico («prima le dimissioni, poi si vedrà»), alimentando deliberatamente il sospetto di una trappola, mentre Cesa dice chiaro e tondo che serve «un nuovo presidente del Consiglio». Andando avanti in questo modo, Berlusconi si troverà di fronte ad una proposta Fini-Casini-Pannella per l'esilio ad Antigua.
Mi auguro che nessuno pensi davvero che un Berlusconi-bis, passando per lo snodo dimissioni-reincarico, con qualche poltrona in più a Fli e l'ingresso dell'Udc, possa davvero far riprendere slancio all'azione di governo (2001-2006 docet) e far cessare il logoramento a cui è sottoposto. Semplicemente, raddoppierebbe la capacità di fuoco dei logoratori. Pur ipotizzando che con questa manovra Fini e Casini non vogliano far fuori Berlusconi ora (anche se la sensazione è proprio questa), è chiarissimo che tornare allo schema Cdl significherebbe per loro - così sperano - poterlo logorare di più e meglio, escluderlo in modo meno traumatico (senza esporsi a imbarazzanti voti di sfiducia e ribaltoni insieme alla sinistra), distruggere completamente il Pdl (dal momento che in una coalizione di quattro partiti quello che doveva essere, era nato per essere, il partito unico del centrodestra, perderebbe la sua ragion d'essere), e magari riuscire anche a scucire i soldi a Tremonti proprio nel momento in cui i pochi che ci sono bisognerebbe investirli in qualche riforma strutturale.
Stritolato tra Fli-Udc (e Lega), Berlusconi verrebbe cotto a puntino, e probabilmente neanche finirebbe la legislatura a Palazzo Chigi, perché la prossima volta pretenderebbero un passo indietro definitivo. Il rischio, infatti, è che dopo un altro anno di paralisi pressoché totale (denunciano il «galleggiamento», ma a questo l'hanno ridotto loro da dopo le regionali - vinte), maturino davvero le condizioni per far fuori il Cav. senza "ribaltone", magari spaccando il Pdl, o con l'aiuto di Tremonti o della Lega. E magari, nel frattempo, avranno ottenuto anche le opportune modifiche alla legge elettorale. Sanno che fuori dal centrodestra le loro chance di leadership sono praticamente nulle. Quindi, il loro problema è restare dentro (o rientrare), e tentare di ergersi sulle macerie del berlusconismo.
Un Berlusconi-bis avrebbe senso solo se rimanesse comunque precluso all'Udc, e se Fini accettasse di dimettersi dalla presidenza della Camera per entrare al governo. Senza questo passo - Fini che accetta di condividere la responsabilità delle scelte di governo - non si potrebbe nemmeno sperare nella sua buona fede. Che la crisi porti a elezioni anticipate o ad un governo cosiddetto "tecnico" senza Pdl e Lega, a questo punto Berlusconi non ha nulla da temere (quasi meglio la seconda ipotesi). Deve solo costringere Fini a scoprire le sue carte, senza sconti (se vuole sfiduciarlo vada in Parlamento) e provando a governare davvero (portare a casa federalismo e riforma dell'università). L'unica cosa che deve temere sono i pastrocchi.
Mi auguro che nessuno pensi davvero che un Berlusconi-bis, passando per lo snodo dimissioni-reincarico, con qualche poltrona in più a Fli e l'ingresso dell'Udc, possa davvero far riprendere slancio all'azione di governo (2001-2006 docet) e far cessare il logoramento a cui è sottoposto. Semplicemente, raddoppierebbe la capacità di fuoco dei logoratori. Pur ipotizzando che con questa manovra Fini e Casini non vogliano far fuori Berlusconi ora (anche se la sensazione è proprio questa), è chiarissimo che tornare allo schema Cdl significherebbe per loro - così sperano - poterlo logorare di più e meglio, escluderlo in modo meno traumatico (senza esporsi a imbarazzanti voti di sfiducia e ribaltoni insieme alla sinistra), distruggere completamente il Pdl (dal momento che in una coalizione di quattro partiti quello che doveva essere, era nato per essere, il partito unico del centrodestra, perderebbe la sua ragion d'essere), e magari riuscire anche a scucire i soldi a Tremonti proprio nel momento in cui i pochi che ci sono bisognerebbe investirli in qualche riforma strutturale.
Stritolato tra Fli-Udc (e Lega), Berlusconi verrebbe cotto a puntino, e probabilmente neanche finirebbe la legislatura a Palazzo Chigi, perché la prossima volta pretenderebbero un passo indietro definitivo. Il rischio, infatti, è che dopo un altro anno di paralisi pressoché totale (denunciano il «galleggiamento», ma a questo l'hanno ridotto loro da dopo le regionali - vinte), maturino davvero le condizioni per far fuori il Cav. senza "ribaltone", magari spaccando il Pdl, o con l'aiuto di Tremonti o della Lega. E magari, nel frattempo, avranno ottenuto anche le opportune modifiche alla legge elettorale. Sanno che fuori dal centrodestra le loro chance di leadership sono praticamente nulle. Quindi, il loro problema è restare dentro (o rientrare), e tentare di ergersi sulle macerie del berlusconismo.
Un Berlusconi-bis avrebbe senso solo se rimanesse comunque precluso all'Udc, e se Fini accettasse di dimettersi dalla presidenza della Camera per entrare al governo. Senza questo passo - Fini che accetta di condividere la responsabilità delle scelte di governo - non si potrebbe nemmeno sperare nella sua buona fede. Che la crisi porti a elezioni anticipate o ad un governo cosiddetto "tecnico" senza Pdl e Lega, a questo punto Berlusconi non ha nulla da temere (quasi meglio la seconda ipotesi). Deve solo costringere Fini a scoprire le sue carte, senza sconti (se vuole sfiduciarlo vada in Parlamento) e provando a governare davvero (portare a casa federalismo e riforma dell'università). L'unica cosa che deve temere sono i pastrocchi.
Tuesday, October 26, 2010
Il caso Chirac, esempio di scudo reiterabile
Fini continua a dimostrare una strumentalità senza pudore, e senza che nessuno lo colga in contraddizione. Ultima della serie la questione della non reiterabilità del lodo, che alla fine sembra abbia imposto con successo, nonostante sia del tutto demenziale. Proprio perché lo scudo giudiziario si riferisce alla carica, e non alla persona che la ricopre in quel momento, sarebbe stato infatti coerente garantirne la reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Monday, October 25, 2010
A carte sempre più scoperte/4
A Fini ormai manca solo l'orecchino alla Vendola
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Monday, August 30, 2010
Uninominale sì, ma senza fare il gioco di ribaltonisti e proporzionalisti
Il dibattito sulla legge elettorale riprende, ma è del tutto ozioso e strumentale, perché non solo in Parlamento non c'è una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa, ma come al solito neanche il Pd riesce a esprimere una posizione univoca. Tutto questo parlare della necessità di cambiare la legge elettorale, per quanto questa necessità sia fondata nel merito, serve solo a porre le basi "programmatiche" per un governo ribaltone in caso di crisi. Se ci fosse un minimo di serietà in tutto questo dibattito, infatti, il Pd non dovrebbe discutere di una legge elettorale da approvare senza la maggioranza - presupponendo quindi l'esistenza, o la ricerca, in Parlamento dei numeri per un ribaltone - ma essendo in minoranza dovrebbe proporre alla maggioranza scelta dai cittadini di discutere insieme (non contro di essa), senza pregiudizi né veti, di una riforma complessiva delle istituzioni, di cui a quel punto potrebbe far parte anche una nuova legge elettorale.
Se invece si chiude ogni prospettiva di dialogo sulle riforme, si lanciano sante alleanze per «liberarci» di Berlusconi e del berlusconismo, evidentemente si pensa di poter arrivare a una nuova legge elettorale a prescindere e contro l'attuale maggioranza, tramite un nuovo governo che sia frutto di un ribaltone. O forse il disegno è ancor meno ambizioso: si sa benissimo che non si troverebbe alcun accordo per una nuova legge condivisa tra gli attuali gruppi di minoranza, ma la sola necessità di cambiarla sarebbe il collante tra di essi, il pretesto da presentare al capo dello Stato per non andare subito alle urne in caso di crisi e quindi tirare a campare per qualche mese, forse anche un anno.
Qui non da oggi siamo a favore - e lo saremo sempre - dell'uninominale (associato però ad una forma di premierato o presidenzialismo). Ben venga quindi il nuovo appello bipartisan pubblicato sabato sul Corriere, ma gli uninominalisti dovrebbero prendere atto - e Angelo Panebianco nel suo editoriale di oggi ne sembra consapevole - che al momento parlare di legge elettorale, al di fuori di un discorso serio su una riforma complessiva delle istituzioni, rischia di essere un grimaldello che aprirebbe le porte ad un ritorno all'assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. Non importa con quale sistema, ma dare agli elettori almeno la certezza di sapere in anticipo per quali alternative di governo vanno a votare, mi sembra ormai il minimo. E' comprensibile che D'Alema e Bersani preferiscano invece un sistema in cui Pd, sinistra e centro facciano il pieno di voti sulle rispettive "identità", per poi decidere solo dopo averli presi per quale progetto di governo impiegarli. Se loro auspicano che sia il Pd il perno di tali coalizioni di centrosinistra, Casini invece pensa che il suo "centro" sarebbe arbitro del sistema, potendo allearsi di volta in volta con la destra o con la sinistra, ma per entrambi è essenziale decidere dopo, e quindi un sistema elettorale che lo permetta.
Si può quindi interpretare il nuovo appello uninominalista nello spirito indicato da Panebianco, e cioè con lo scopo di «tenere viva un'idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti» e «per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prospettiva si dovrà comunque fare i conti».
Se invece si chiude ogni prospettiva di dialogo sulle riforme, si lanciano sante alleanze per «liberarci» di Berlusconi e del berlusconismo, evidentemente si pensa di poter arrivare a una nuova legge elettorale a prescindere e contro l'attuale maggioranza, tramite un nuovo governo che sia frutto di un ribaltone. O forse il disegno è ancor meno ambizioso: si sa benissimo che non si troverebbe alcun accordo per una nuova legge condivisa tra gli attuali gruppi di minoranza, ma la sola necessità di cambiarla sarebbe il collante tra di essi, il pretesto da presentare al capo dello Stato per non andare subito alle urne in caso di crisi e quindi tirare a campare per qualche mese, forse anche un anno.
Qui non da oggi siamo a favore - e lo saremo sempre - dell'uninominale (associato però ad una forma di premierato o presidenzialismo). Ben venga quindi il nuovo appello bipartisan pubblicato sabato sul Corriere, ma gli uninominalisti dovrebbero prendere atto - e Angelo Panebianco nel suo editoriale di oggi ne sembra consapevole - che al momento parlare di legge elettorale, al di fuori di un discorso serio su una riforma complessiva delle istituzioni, rischia di essere un grimaldello che aprirebbe le porte ad un ritorno all'assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. Non importa con quale sistema, ma dare agli elettori almeno la certezza di sapere in anticipo per quali alternative di governo vanno a votare, mi sembra ormai il minimo. E' comprensibile che D'Alema e Bersani preferiscano invece un sistema in cui Pd, sinistra e centro facciano il pieno di voti sulle rispettive "identità", per poi decidere solo dopo averli presi per quale progetto di governo impiegarli. Se loro auspicano che sia il Pd il perno di tali coalizioni di centrosinistra, Casini invece pensa che il suo "centro" sarebbe arbitro del sistema, potendo allearsi di volta in volta con la destra o con la sinistra, ma per entrambi è essenziale decidere dopo, e quindi un sistema elettorale che lo permetta.
Si può quindi interpretare il nuovo appello uninominalista nello spirito indicato da Panebianco, e cioè con lo scopo di «tenere viva un'idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti» e «per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prospettiva si dovrà comunque fare i conti».
Casini e D'Alema, solito pelo e soliti vizi
Illuminanti interviste di Casini, ieri al Corriere della Sera, e D'Alema, oggi a la Repubblica. Due che davvero non hanno alcun pudore a svelare i loro disegni politici, in cui la volontà degli elettori gioca spesso una parte piuttosto misera. Ha fatto bene Berlusconi a frenare sulle elezioni anticipate, perché «sarebbe stato la vittima designata», ma soprattutto perché Casini sa che «se si votasse domani mattina, questo partito avrebbe la necessità di candidarsi autonomamente; e allora tanti entusiasmi si appannerebbero». Già, l'avevamo percepito. Riguardo l'ipotesi di un ingresso dell'Udc nella maggioranza, Pier lamenta che «in questo governo l'unico che conta è Tremonti» e che il ministero dell'Economia «ha inglobato cinque o sei ministeri della Prima Repubblica, da ultimo le Attività produttive, ormai ridotte a un simulacro». Insomma, ci fossero 5-6 ministeri invece che uno, ci sarebbero più poltrone da spartire e pazienza se bisognerebbe dire addio a un minimo di coerenza nella politica economica.
In Casini non muore mai la speranza-illusione di veder sorgere una nuova Dc da lui guidata e sempre al governo, con la destra o con la sinistra («perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi?»). Pur aspettandoli entrambi nel "Partito della nazione", non rinuncia a una stoccata a Montezemolo («spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria») e a Fini («oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com'è Berlusconi...»).
Ma D'Alema non finisce mai di sorprendere per la sua faccia tosta. Non solo vuole un ribaltone, per tornare a votare con una nuova legge elettorale concepita ad arte per non far vincere Berlusconi. C'è di più. La nuova legge, figlia di un ribaltone, dovrebbe però prevedere una norma anti-ribaltone, in modo che una volta al potere i "buoni" non cadano vittima a loro volta di un ribaltone. L'ex ministro degli Esteri non ha dubbi: ci vuole il sistema tedesco (che poi non si riduce certo a un proporzionale con sbarramento, ma questo nessuno lo fa mai notare), che «rompe la rigidità dello schema blocco contro blocco». Alle urne si andrebbe solo «con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone». Insomma, senza il disturbo di premi di maggioranza o collegi uninominali, dopo il voto il Pd troverebbe sempre la "quadra" con sinistra e centro per andare al governo.
La bizzarra teoria di D'Alema è che nel Paese ci sarebbe «sicuramente una maggioranza larga» contro Berlusconi, ma è questa legge elettorale che impedirebbe di tradurre questa maggioranza elettorale «in proposta di governo e in una leadership forte». E' vero semmai il contrario, non c'è mai stata una «larga» maggioranza di italiani contro Berlusconi, ma alcune volte una assai striminzita (e ingovernabile), nel 1996 (quando SB perse solo perché la Lega non era alleata con il Polo) e nel 2006 (quando l'Unione raccolse solo 20mila voti in più alla Camera e ben 240mila in meno al Senato). Ma la paura suprema di D'Alema è che Berlusconi «col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre» (la sinistra perderebbe il controllo del Colle e della Consulta). "Solo" il 38%? Vorrebbe forse diventare D'Alema presidente con il 26% dei voti? E con quanti voti nel Paese sono diventati presidenti Napolitano e Ciampi, tanto per citare gli ultimi due?
In Casini non muore mai la speranza-illusione di veder sorgere una nuova Dc da lui guidata e sempre al governo, con la destra o con la sinistra («perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi?»). Pur aspettandoli entrambi nel "Partito della nazione", non rinuncia a una stoccata a Montezemolo («spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria») e a Fini («oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com'è Berlusconi...»).
Ma D'Alema non finisce mai di sorprendere per la sua faccia tosta. Non solo vuole un ribaltone, per tornare a votare con una nuova legge elettorale concepita ad arte per non far vincere Berlusconi. C'è di più. La nuova legge, figlia di un ribaltone, dovrebbe però prevedere una norma anti-ribaltone, in modo che una volta al potere i "buoni" non cadano vittima a loro volta di un ribaltone. L'ex ministro degli Esteri non ha dubbi: ci vuole il sistema tedesco (che poi non si riduce certo a un proporzionale con sbarramento, ma questo nessuno lo fa mai notare), che «rompe la rigidità dello schema blocco contro blocco». Alle urne si andrebbe solo «con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone». Insomma, senza il disturbo di premi di maggioranza o collegi uninominali, dopo il voto il Pd troverebbe sempre la "quadra" con sinistra e centro per andare al governo.
La bizzarra teoria di D'Alema è che nel Paese ci sarebbe «sicuramente una maggioranza larga» contro Berlusconi, ma è questa legge elettorale che impedirebbe di tradurre questa maggioranza elettorale «in proposta di governo e in una leadership forte». E' vero semmai il contrario, non c'è mai stata una «larga» maggioranza di italiani contro Berlusconi, ma alcune volte una assai striminzita (e ingovernabile), nel 1996 (quando SB perse solo perché la Lega non era alleata con il Polo) e nel 2006 (quando l'Unione raccolse solo 20mila voti in più alla Camera e ben 240mila in meno al Senato). Ma la paura suprema di D'Alema è che Berlusconi «col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre» (la sinistra perderebbe il controllo del Colle e della Consulta). "Solo" il 38%? Vorrebbe forse diventare D'Alema presidente con il 26% dei voti? E con quanti voti nel Paese sono diventati presidenti Napolitano e Ciampi, tanto per citare gli ultimi due?
Friday, August 27, 2010
L'unica arma del Cav. per non farsi logorare
L'ipotesi di elezioni anticipate entro l'anno (a novembre) appare definitivamente tramontata dopo l'incontro Berlusconi-Bossi di mercoledì. Quindi Fini (ma seppure in modo diverso anche Casini) potrà continuare nella sua opera di logoramento di Berlusconi e del Pdl. Ma ricapitoliamo per quanti tornassero solo ora dalle vacanze: dopo lo strappo di luglio e la costituzione di gruppi parlamentari autonomi da parte del presidente della Camera, da tempo preparata e minacciata (aspettavano solo un pretesto, offerto da una inutile nota dell'ufficio di presidenza del Pdl), Fini e i suoi si sono spaventati di fronte alla prospettiva di un ritorno alle urne, tornando a garantire al governo massima lealtà sul programma fino al termine della legislatura. Anche se poi, come ha onestamente avvertito Bocchino, nel merito dei provvedimenti si vedrà nelle commissioni. Tireranno al massimo la corda, cercando di fermarsi un attimo prima che si strappi.
A lungo si è polemizzato su governi tecnici, ribaltoni e prerogative del capo dello Stato, ma al momento (ripeto: al momento) senza Pdl e Lega non ci sono numeri al Senato per maggioranze alternative, quindi Berlusconi e Bossi avrebbero gioco relativamente facile, nell'eventualità di crisi e consultazioni al Quirinale, a ottenere da Napolitano lo scioglimento delle Camere. Ma una crisi nasconde sempre insidie e tornare al voto è sempre un'incognita. Non perché appaiano particolarmente floride le prospettive elettorali di un partito di Fini o di un eventuale "Terzo Polo" (alle prese con sbarramenti proibitivi al Senato), o perché sia scontato che Berlusconi non riconquisterebbe una maggioranza al Senato, ma perché la Lega gratterebbe molti seggi al Pdl al nord e l'impressione è che in generale i cittadini non gradiscano essere richiamati ad esprimersi dopo soli due anni.
Quindi Berlusconi cerca altre strade per puntellare la maggioranza. Ha pensato e pensa all'Udc di Casini. In effetti, sostituire Fini con Casini non ha senso, è una scemenza, ma non per le ragioni dei finiani, piuttosto per i motivi espressi molto efficacemente da Bossi e su cui torniamo brevemente. Innanzitutto, Pier esigerebbe l'apertura di una crisi formale (e non scommetterei sul suo esito), ma soprattutto, pur essendo rivali, l'obiettivo di Fini e Casini è identico: liberarsi di Berlusconi e porsi alla guida di un nuovo centrodestra. La retorica centrista della "responsabilità nazionale" è fuffa, un minuto dopo che gli fosse data la possibilità di essere decisivi per la tenuta della maggioranza, comincerebbero a esercitare il potere di ricatto che gli è stato concesso al fine di logorare Berlusconi e mostrarsi unici oppositori della Lega. Risultato? La palude.
Alla fine Berlusconi e Bossi hanno convenuto per la strategia che sembra avere più senso: proseguire con l'attuale maggioranza, dopo la verifica sui cinque punti programmatici, e vedere cosa succede, cioè se i finiani si assumeranno mai la responsabilità di portare il Paese al voto anticipato. Anche a patto di interpretarla correttamente, anche questa non è una strada priva di insidie. L'unica arma che Berlusconi ha per sfuggire al logoramento (più facile a dirsi che a farsi) - che di certo dopo il voto di fiducia riprenderà nelle commissioni, in aula, sui giornali e sulle tv - è portare in Parlamento riforme il più possibile di alto profilo, non accettare trattative al ribasso come sul ddl intercettazioni, e quindi rendere politicamente costoso per i finiani sia accettare provvedimenti a loro sgraditi, sia far cadere un governo che cerca di "fare", di cambiare davvero il Paese. Se le riforme passano, per convinzione o per paura delle urne da parte dei finiani (o di Casini o di Rutelli che potrebbero tappare alcuni buchi), tanto meglio per il governo (e per il Paese); se non passano, sarà crisi e voto, ma facendone ricadere la responsabilità su chi si sarà dissociato dalla maggioranza che ha ricevuto il consenso per governare.
Ma ci sono insidie non da poco. Primo, perché portare in Parlamento riforme di alto profilo, ambiziose, organiche e qualificanti, per le quali valga la pena anche immolarsi, e sostenerle fino in fondo rimanendo compatti (soprattutto se singoli parlamentari cominceranno a sentirsi determinanti), non sarà facile. In questi primi due anni il governo non c'è riuscito, il suo profilo riformatore è stato deludente, quindi dovrà cambiare passo. Secondo, perché nel frattempo continuerà a diffondersi l'immagine di una maggioranza instabile e litigiosa (di per sé una sconfitta per Berlusconi, anche se gli elettori dovessero individuarne la causa nelle bizze di Fini), l'opinione pubblica potrebbe spazientirsi di entrambi i litiganti, e il disegno del ribaltone coltivato a sinistra potrebbe da un momento all'altro trovare i numeri di cui necessita, magari aiutato da qualche altra campagna mediatico-giudiziaria, dalle sentenze della Consulta (in arrivo a dicembre quella sul legittimo impedimento) e di Milano. Va detto che nonostante ci tenga a difendere le sue prerogative, spesso anche travalicando il ruolo che gli compete, Napolitano difficilmente avallerà governi non sostenuti anche da Pdl e Lega, ma potrebbe essere tentato da un esecutivo tecnico di pochi mesi (tre), giusto il tempo di cambiare la legge elettorale.
Insomma, oltre che sperare in una "bomba" che costringa Fini alle dimissioni ingloriose (improbabile ma non da escludere), Berlusconi può solo dimostrare agli italiani di rappresentare davvero il "governo del fare", concentrare l'azione di governo, e indirizzare il dibattito nel Paese, su riforme storiche. Ma se passa il tempo a farsi logorare, minacciando le urne, i rischi crescono e le condizioni per liberarsi di lui potrebbero materializzarsi. E' ciò in cui sperano - ciascuno a proprio modo e coltivando i propri disegni - Fini e gli altri.
A lungo si è polemizzato su governi tecnici, ribaltoni e prerogative del capo dello Stato, ma al momento (ripeto: al momento) senza Pdl e Lega non ci sono numeri al Senato per maggioranze alternative, quindi Berlusconi e Bossi avrebbero gioco relativamente facile, nell'eventualità di crisi e consultazioni al Quirinale, a ottenere da Napolitano lo scioglimento delle Camere. Ma una crisi nasconde sempre insidie e tornare al voto è sempre un'incognita. Non perché appaiano particolarmente floride le prospettive elettorali di un partito di Fini o di un eventuale "Terzo Polo" (alle prese con sbarramenti proibitivi al Senato), o perché sia scontato che Berlusconi non riconquisterebbe una maggioranza al Senato, ma perché la Lega gratterebbe molti seggi al Pdl al nord e l'impressione è che in generale i cittadini non gradiscano essere richiamati ad esprimersi dopo soli due anni.
Quindi Berlusconi cerca altre strade per puntellare la maggioranza. Ha pensato e pensa all'Udc di Casini. In effetti, sostituire Fini con Casini non ha senso, è una scemenza, ma non per le ragioni dei finiani, piuttosto per i motivi espressi molto efficacemente da Bossi e su cui torniamo brevemente. Innanzitutto, Pier esigerebbe l'apertura di una crisi formale (e non scommetterei sul suo esito), ma soprattutto, pur essendo rivali, l'obiettivo di Fini e Casini è identico: liberarsi di Berlusconi e porsi alla guida di un nuovo centrodestra. La retorica centrista della "responsabilità nazionale" è fuffa, un minuto dopo che gli fosse data la possibilità di essere decisivi per la tenuta della maggioranza, comincerebbero a esercitare il potere di ricatto che gli è stato concesso al fine di logorare Berlusconi e mostrarsi unici oppositori della Lega. Risultato? La palude.
Alla fine Berlusconi e Bossi hanno convenuto per la strategia che sembra avere più senso: proseguire con l'attuale maggioranza, dopo la verifica sui cinque punti programmatici, e vedere cosa succede, cioè se i finiani si assumeranno mai la responsabilità di portare il Paese al voto anticipato. Anche a patto di interpretarla correttamente, anche questa non è una strada priva di insidie. L'unica arma che Berlusconi ha per sfuggire al logoramento (più facile a dirsi che a farsi) - che di certo dopo il voto di fiducia riprenderà nelle commissioni, in aula, sui giornali e sulle tv - è portare in Parlamento riforme il più possibile di alto profilo, non accettare trattative al ribasso come sul ddl intercettazioni, e quindi rendere politicamente costoso per i finiani sia accettare provvedimenti a loro sgraditi, sia far cadere un governo che cerca di "fare", di cambiare davvero il Paese. Se le riforme passano, per convinzione o per paura delle urne da parte dei finiani (o di Casini o di Rutelli che potrebbero tappare alcuni buchi), tanto meglio per il governo (e per il Paese); se non passano, sarà crisi e voto, ma facendone ricadere la responsabilità su chi si sarà dissociato dalla maggioranza che ha ricevuto il consenso per governare.
Ma ci sono insidie non da poco. Primo, perché portare in Parlamento riforme di alto profilo, ambiziose, organiche e qualificanti, per le quali valga la pena anche immolarsi, e sostenerle fino in fondo rimanendo compatti (soprattutto se singoli parlamentari cominceranno a sentirsi determinanti), non sarà facile. In questi primi due anni il governo non c'è riuscito, il suo profilo riformatore è stato deludente, quindi dovrà cambiare passo. Secondo, perché nel frattempo continuerà a diffondersi l'immagine di una maggioranza instabile e litigiosa (di per sé una sconfitta per Berlusconi, anche se gli elettori dovessero individuarne la causa nelle bizze di Fini), l'opinione pubblica potrebbe spazientirsi di entrambi i litiganti, e il disegno del ribaltone coltivato a sinistra potrebbe da un momento all'altro trovare i numeri di cui necessita, magari aiutato da qualche altra campagna mediatico-giudiziaria, dalle sentenze della Consulta (in arrivo a dicembre quella sul legittimo impedimento) e di Milano. Va detto che nonostante ci tenga a difendere le sue prerogative, spesso anche travalicando il ruolo che gli compete, Napolitano difficilmente avallerà governi non sostenuti anche da Pdl e Lega, ma potrebbe essere tentato da un esecutivo tecnico di pochi mesi (tre), giusto il tempo di cambiare la legge elettorale.
Insomma, oltre che sperare in una "bomba" che costringa Fini alle dimissioni ingloriose (improbabile ma non da escludere), Berlusconi può solo dimostrare agli italiani di rappresentare davvero il "governo del fare", concentrare l'azione di governo, e indirizzare il dibattito nel Paese, su riforme storiche. Ma se passa il tempo a farsi logorare, minacciando le urne, i rischi crescono e le condizioni per liberarsi di lui potrebbero materializzarsi. E' ciò in cui sperano - ciascuno a proprio modo e coltivando i propri disegni - Fini e gli altri.
La lunga estate calda che ha sconvolto il Colle
Altro intervento improvvido - sia pure indiretto, tramite Corriere della Sera - del presidente della Repubblica. Al Quirinale quest'estate deve aver fatto molto più caldo che nel resto della città. Napolitano avverte di essere intenzionato, in caso di crisi di governo, a verificare non solo se in Parlamento esista ancora la maggioranza, ma se esistano altre maggioranze - anche diverse da quella uscita dalle urne nel 2008, pare quindi di capire, sempre leggendo il Corriere. Nell'articolo si riferisce inoltre dell'insofferenza del Colle nei confronti del dibattito agostano sui suoi poteri di scioglimento, su costituzione formale e "materiale", attribuendo al capo dello Stato espressioni molto poco "istituzionali", come «improvvisati costituzionalisti», «florilegio di sciocchezze», interpretazioni «fantasmagoriche», all'indirizzo di quanti hanno sostenuto semplicemente la tesi di un ritorno immediato al voto in caso venga meno la maggioranza uscita dalle urne. Una posizione comunque non meno legittima delle altre, anche considerando che spesso è stata espressa da chi verrebbe comunque consultato al Quirinale in caso di crisi. Il presidente, fa sapere il Corriere, rifiuta il ruolo di semplice «notaio» e «passacarte», pronto a sciogliere «quando gli viene detto».
Va bene, ma a prescindere dal merito delle prerogative del capo dello Stato, e a prescindere da cosa sia legittimo e politicamente opportuno fare in caso di di crisi, anticipando le sue intenzioni Napolitano interferisce indebitamente nelle dinamiche politiche, rischia di destabilizzare il governo, perché contribuisce di fatto ad alimentare speculazioni, speranze e disegni politici coltivati nelle ultime settimane dai partiti di opposizione, svestendo i suoi panni di arbitro. Facendo intendere infatti che sarebbe disposto ad avallare certe soluzioni, nel momento in cui si creassero le condizioni, incoraggia di fatto chi lavora a queste soluzioni e al verificarsi di quelle condizioni. Si comporta in modo scorretto nei confronti di una istituzione, il governo in carica, gioca un ruolo politico che senz'altro non gli compete. Se non vuole essere, comprensibilmente dal suo punto di vista, il «passacarte» di chi vorrebbe tornare alle urne in caso di crisi, non deve però trasformarsi neanche nel «passacarte» de facto di chi cerca il "ribaltone". Ma è esattamente il gioco di questi ultimi che sta facendo con le sue uscite, prima a l'Unità e oggi al Corriere.
E a Cicchitto e Calderisi, autori di un intervento sulle pagine del Corriere per sostenere la tesi del voto anticipato per rispettare la sovranità popolare, Napolitano avrebbe inviato un testo «a suo giudizio illuminante», il «Bill Cameron-Clegg», su come anche «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza» la sovranità popolare possa essere rispettata introducendo «variazioni in grado di disciplinarla». Si tratta di un accordo politico stipulato nel Regno Unito tra il leader conservatore e quello liberaldemocratico (trasformato in un disegno di legge ma non ancora approvato in via definitiva), per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile.
L'accordo fissa già al primo giovedì di maggio del 2015 la data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento, garantendo così al Paese un impegno di stabilità. Se prima di quella data però il governo dovesse subire una mozione di sfiducia, ciò non porterebbe all'automatico scioglimento delle Camere. Ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un'altra maggioranza e soltanto se fallisse quest'ultimo tentativo si andrebbe ad elezioni anticipate.
Non so da chi sia consigliato Napolitano, ma mi sembra un esempio davvero poco azzeccato. Va ricordato infatti che a differenza che in Italia nel 2008, dove dalle urne la coalizione formata da Pdl, Lega ed Mpa, con candidato premier Berlusconi, è uscita con una maggioranza assoluta, grazie ai premi, sia alla Camera che al Senato, quest'anno nel Regno Unito nessuno dei tre partiti dei candidati premier ha raggiunto la maggioranza assoluta. Ciò ha reso necessario un governo di coalizione tra il partito di maggioranza relativa, i Tories, e il terzo partito, i Lib-dem, e sarebbe comunque difficilmente immaginabile al suo posto un governo "degli sconfitti", che vedesse cioè entrare a Downing Street i Laburisti al posto dei Tories senza prima ripassare per le urne. E' esattamente questo, invece, ciò che si sta ipotizzando in Italia, un governo "tecnico" o "di transizione" che escluda Pdl e Lega e che, tra l'altro, riformi la legge elettorale. Se Cameron avesse ottenuto, come Berlusconi, la maggioranza assoluta, il problema non si sarebbe neanche posto e il potere di scioglimento sarebbe rimasto al premier.
Ripeto inoltre che la "costituzione materiale" non c'entra nulla. A prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, se in caso di crisi Pdl e Lega sono per andare alle urne, si dovrebbe andare alle urne, sono la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, oltre che il banale rispetto della sovranità popolare, a suggerirlo. Il presidente non se la prenda, ma nella Prima Repubblica - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima - i suoi predecessori erano «notai» e «passacarte» della volontà dei partiti di maggioranza. In caso di crisi di governo, se la Dc e gli alleati volevano e ed erano in grado, si formava un altro governo, ma in caso contrario si andava ad elezioni anticipate. Nessun presidente ha mai pensato di poter proseguire la legislatura con un'altra maggioranza in Parlamento, composta da comunisti e alcuni democristiani fuoriusciti dal loro partito.
Non è mai accaduto che dopo una crisi i partiti di maggioranza si siano ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Insomma, è semplice: in caso di crisi, nuovi governi sono legittimi, ma non ribaltoni.
Va bene, ma a prescindere dal merito delle prerogative del capo dello Stato, e a prescindere da cosa sia legittimo e politicamente opportuno fare in caso di di crisi, anticipando le sue intenzioni Napolitano interferisce indebitamente nelle dinamiche politiche, rischia di destabilizzare il governo, perché contribuisce di fatto ad alimentare speculazioni, speranze e disegni politici coltivati nelle ultime settimane dai partiti di opposizione, svestendo i suoi panni di arbitro. Facendo intendere infatti che sarebbe disposto ad avallare certe soluzioni, nel momento in cui si creassero le condizioni, incoraggia di fatto chi lavora a queste soluzioni e al verificarsi di quelle condizioni. Si comporta in modo scorretto nei confronti di una istituzione, il governo in carica, gioca un ruolo politico che senz'altro non gli compete. Se non vuole essere, comprensibilmente dal suo punto di vista, il «passacarte» di chi vorrebbe tornare alle urne in caso di crisi, non deve però trasformarsi neanche nel «passacarte» de facto di chi cerca il "ribaltone". Ma è esattamente il gioco di questi ultimi che sta facendo con le sue uscite, prima a l'Unità e oggi al Corriere.
E a Cicchitto e Calderisi, autori di un intervento sulle pagine del Corriere per sostenere la tesi del voto anticipato per rispettare la sovranità popolare, Napolitano avrebbe inviato un testo «a suo giudizio illuminante», il «Bill Cameron-Clegg», su come anche «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza» la sovranità popolare possa essere rispettata introducendo «variazioni in grado di disciplinarla». Si tratta di un accordo politico stipulato nel Regno Unito tra il leader conservatore e quello liberaldemocratico (trasformato in un disegno di legge ma non ancora approvato in via definitiva), per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile.
L'accordo fissa già al primo giovedì di maggio del 2015 la data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento, garantendo così al Paese un impegno di stabilità. Se prima di quella data però il governo dovesse subire una mozione di sfiducia, ciò non porterebbe all'automatico scioglimento delle Camere. Ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un'altra maggioranza e soltanto se fallisse quest'ultimo tentativo si andrebbe ad elezioni anticipate.
Non so da chi sia consigliato Napolitano, ma mi sembra un esempio davvero poco azzeccato. Va ricordato infatti che a differenza che in Italia nel 2008, dove dalle urne la coalizione formata da Pdl, Lega ed Mpa, con candidato premier Berlusconi, è uscita con una maggioranza assoluta, grazie ai premi, sia alla Camera che al Senato, quest'anno nel Regno Unito nessuno dei tre partiti dei candidati premier ha raggiunto la maggioranza assoluta. Ciò ha reso necessario un governo di coalizione tra il partito di maggioranza relativa, i Tories, e il terzo partito, i Lib-dem, e sarebbe comunque difficilmente immaginabile al suo posto un governo "degli sconfitti", che vedesse cioè entrare a Downing Street i Laburisti al posto dei Tories senza prima ripassare per le urne. E' esattamente questo, invece, ciò che si sta ipotizzando in Italia, un governo "tecnico" o "di transizione" che escluda Pdl e Lega e che, tra l'altro, riformi la legge elettorale. Se Cameron avesse ottenuto, come Berlusconi, la maggioranza assoluta, il problema non si sarebbe neanche posto e il potere di scioglimento sarebbe rimasto al premier.
Ripeto inoltre che la "costituzione materiale" non c'entra nulla. A prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, se in caso di crisi Pdl e Lega sono per andare alle urne, si dovrebbe andare alle urne, sono la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, oltre che il banale rispetto della sovranità popolare, a suggerirlo. Il presidente non se la prenda, ma nella Prima Repubblica - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima - i suoi predecessori erano «notai» e «passacarte» della volontà dei partiti di maggioranza. In caso di crisi di governo, se la Dc e gli alleati volevano e ed erano in grado, si formava un altro governo, ma in caso contrario si andava ad elezioni anticipate. Nessun presidente ha mai pensato di poter proseguire la legislatura con un'altra maggioranza in Parlamento, composta da comunisti e alcuni democristiani fuoriusciti dal loro partito.
Non è mai accaduto che dopo una crisi i partiti di maggioranza si siano ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Insomma, è semplice: in caso di crisi, nuovi governi sono legittimi, ma non ribaltoni.
Monday, August 23, 2010
Alle comiche finiane
Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.
Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.
Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.
Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».
La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.
Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).
UPDATE ore 19:44
Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.
Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.
Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».
La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.
Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.
Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).
UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).
Tuesday, August 17, 2010
Carta e prassi impongono di non tradire il responso delle urne
Errore da parte del Pdl alzare il livello della polemica con il presidente Napolitano (che comunque alla prova dei fatti difficilmente autorizzerebbe "ribaltoni"), contribuendo tra l'altro ad alleggerire la pressione su Fini. Ma nel merito ineccepibile, e prim'ancora legittima, la posizione: in caso di crisi ritorno alle urne, no governi tecnici. Napolitano invece continua a sbagliare su Fini. Innanzitutto, perché balza agli occhi il suo doppio standard: silenzio, nemmeno una parola, mentre per due anni un'altra istituzione è stata oggetto di campagne d'odio e veleni prive di fondamento. E poi perché invece di difendere il presidente della Camera, dovrebbe porsi egli stesso il problema dell'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica che ricopre, che in caso di crisi potrebbe rivelarsi per il Colle motivo di imbarazzo. Napolitano sbaglia anche a pretendere da chi comunque sarebbe chiamato a consultare (il presidente del Senato e i partiti di maggioranza) di non esprimersi sul da farsi in caso di crisi. E in ogni caso, dovrebbe quanto meno riprendere anche chi altrettanto irresponsabilmente evoca governi tecnici senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, Pdl e Lega. Invece, i suoi moniti di questi giorni nei confronti di chi prospetta in caso di crisi il ritorno alle urne come unica soluzione sembrano di fatto aver legittimato speculazioni circa la possibilità di dar vita ad un "governo tecnico" sostenuto dagli attuali gruppi di opposizione e dal neonato gruppo "finiano", contro la volontà dei partiti usciti vincitori dalle urne.
Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".
Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.
Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.
Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".
Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.
Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.
Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Subscribe to:
Posts (Atom)


