Che la Procura di Palermo abbia finalmente trovato l'osso duro su cui spaccarsi i denti? Può darsi. L'iniziativa del presidente Napolitano, che ha deciso di sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto tra poteri dello Stato riguardo alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano appare del tutto giustificata: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».
Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.
Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.
Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.
Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.
Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.
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Monday, July 16, 2012
Thursday, July 21, 2011
Benvenuti nella Repubblica delle Procure
Su Notapolitica.it
Nonostante non abbia mantenuto le promesse di riformare la giustizia e di tagliare le tasse (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - rispetto sia alle tentazioni di alzarle le tasse, sia allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. Nel giro di nemmeno un mese, questi due argini sono stati travolti e ci siamo ritrovati con una manovra finanziaria di un governo di centrodestra che per la prima volta così pesantemente mette le mani nelle tasche degli italiani e con un Parlamento che cede all'imbarbarimento giustizialista come mai nella sua storia aveva ceduto, nemmeno durante i burrascosi anni di Tangentopoli. Due segnali evidenti del rapido tramonto della leadership berlusconiana. Ci sarà tempo e modo per ragionare sulle cause e sulle responsabilità, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Travolto l'ultimo argine, dimostrato cioè che Berlusconi non basta più a tenere unita la maggioranza contro il giustizialismo, il rischio più prossimo è che si abbatterà sul Pdl un vero e proprio tsunami di richieste d'arresto fino a costringere il governo, dilaniato dalle divisioni Pdl-Lega, a gettare la spugna. Più preoccupante però è che, come in molti paventavamo, sull'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione politica che molti auspicano, ma si stagliano le ombre minacciose delle tasse e del giustizialismo. Fuori dai giochi Berlusconi, quale altro leader politico disporrà del consenso popolare e della forza economica per resistere un solo mese ad un assalto di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità?
Non ci siamo ancora, certo, ma ieri le Procure hanno ipotecato la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura associata; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il ricatto delle Procure. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.
CONTINUA su Notapolitica.it
Nonostante non abbia mantenuto le promesse di riformare la giustizia e di tagliare le tasse (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - rispetto sia alle tentazioni di alzarle le tasse, sia allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. Nel giro di nemmeno un mese, questi due argini sono stati travolti e ci siamo ritrovati con una manovra finanziaria di un governo di centrodestra che per la prima volta così pesantemente mette le mani nelle tasche degli italiani e con un Parlamento che cede all'imbarbarimento giustizialista come mai nella sua storia aveva ceduto, nemmeno durante i burrascosi anni di Tangentopoli. Due segnali evidenti del rapido tramonto della leadership berlusconiana. Ci sarà tempo e modo per ragionare sulle cause e sulle responsabilità, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Travolto l'ultimo argine, dimostrato cioè che Berlusconi non basta più a tenere unita la maggioranza contro il giustizialismo, il rischio più prossimo è che si abbatterà sul Pdl un vero e proprio tsunami di richieste d'arresto fino a costringere il governo, dilaniato dalle divisioni Pdl-Lega, a gettare la spugna. Più preoccupante però è che, come in molti paventavamo, sull'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione politica che molti auspicano, ma si stagliano le ombre minacciose delle tasse e del giustizialismo. Fuori dai giochi Berlusconi, quale altro leader politico disporrà del consenso popolare e della forza economica per resistere un solo mese ad un assalto di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità?
Non ci siamo ancora, certo, ma ieri le Procure hanno ipotecato la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura associata; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il ricatto delle Procure. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.
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Wednesday, March 09, 2011
Opposizioni attese al varco sulla giustizia
Sembra ormai acquisito che al Quirinale debbano arrivare le bozze di leggi e decreti prima che agli stessi membri del Consiglio dei ministri. Ma da quanto sembra delinearsi, almeno leggendo i giornali di oggi (in particolare la Repubblica!), la riforma della giustizia sarebbe priva di qualsiasi legge ad personam o presunta tale. Purtroppo pare che ciò comporti l'accantonamento del ripristino dell'immunità parlamentare così come della riforma della Consulta, che d'altra parte avrebbe senso solo se si mettesse mano anche alla forma di governo. Separazione delle carriere; sdoppiamento del Csm in due organismi entrambi con funzioni meramente amministrative (niente pareri sulle leggi, atti d'indirizzo, dossier e pratiche a tutela); inappellabilità delle sentenze di assoluzione; responsabilità civile dei magistrati; obbligatorietà dell'azione penale entro i limiti di legge.
Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.
Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.
Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
«Un'opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall'interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l'esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell'opposizione sono segnali di un'altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa».E' una spiata, non si fa, ma a leggere le e-mail scaricate e riportate oggi da il Giornale dalla mailing list dei magistrati c'è da mettersi le mani nei capelli. Sembra di leggere né più né meno la mailing list o il forum di un partito. Ovviamente nel mirino c'è Berlusconi, a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato, ma inquieta leggere che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori. Non solo vi troviamo la conferma che alcuni magistrati fanno politica, ma che nelle loro funzioni, e "in qualità di", sono pronti a intralciare l'attività del potere esecutivo e legislativo. Per molto meno si è parlato di una fantomatica P4 e qualcuno è finito pure incriminato per associazione segreta e a delinquere.
Tuesday, October 26, 2010
Il caso Chirac, esempio di scudo reiterabile
Fini continua a dimostrare una strumentalità senza pudore, e senza che nessuno lo colga in contraddizione. Ultima della serie la questione della non reiterabilità del lodo, che alla fine sembra abbia imposto con successo, nonostante sia del tutto demenziale. Proprio perché lo scudo giudiziario si riferisce alla carica, e non alla persona che la ricopre in quel momento, sarebbe stato infatti coerente garantirne la reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Thursday, February 25, 2010
Rischio nuovi cedimenti
Le iniziative giudiziarie delle ultime settimane, unite alla solita ondata di limacciose intercettazioni - quelle che hanno coinvolto Balducci (figura trasversale degli appalti pubblici), Bertolaso e Verdini (su cui gli elementi emersi sono debolissimi), poi Scaglia (per il quale sembra valere il teorema "non poteva non sapere") e il senatore Di Girolamo (semi-sconosciuto e già scaricato dal Pdl), ma anche amministratori locali di diverso colore politico - non sembrano di per sé prefigurare una nuova Tangentopoli, né minacciare il consenso del governo e di Berlusconi. Eppure, la politica è sulla difensiva, c'è la corsa a farsi vedere dalla parte dei "moralizzatori". La questione morale, confinata fino ad oggi nell'Italia dei Valori, nella sinistra radicale e solo in parte nel Pd, viene ripresa anche a destra. E fa breccia, persino nel berlusconismo, il tema dell'incandidabilità. Un clima - in questo sì simile a quello di Tangentopoli - che rischia di produrre nuovi cedimenti della politica nei confronti della magistratura.
Si stabilisca per legge l'incandidabilità dei condannati in via definitiva, si sente invocare da più parti [va ricordato che già oggi le sentenze di condanna per i reati di corruzione possono includere - e nella maggior parte dei casi la includono - la pena accessoria dell'esclusione dall'elettorato passivo. E' il giudice a stabilirlo]. D'Alema ha provato ad andare oltre, chiedendosi se sia davvero necessario aspettare sentenze passate in giudicato. Lo stesso Berlusconi, e Fini, ritengono di "buon senso" che obbedendo a una sorta di codice etico interno i partiti si impegnino a non candidare indagati o rinviati a giudizio.
Dovrebbe essere quasi scontato in un Paese normale, ma non dimentichiamoci che il problema della magistratura politicizzata non si è improvvisamente dissolto. E il paradosso è che mentre si discute di riforme in grado di riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia, saltati dall'abolizione dell'immunità parlamentare sull'onda di Tangentopoli, il rischio è di fare passi nella direzione opposta, concedendo spazi di manovra ancora più ampi ai magistrati politicizzati. Basti l'esempio dell'approvazione in prima lettura alla Camera di una legge che prevede il carcere per il candidato che si avvalga della propaganda di un "sorvegliato speciale" e di "voti mafiosi". Una legge molto scivolosa, come spiega Pecorella.
Si pone certamente un problema di selezione e reclutamento della classe politica, ma non va risolto a colpi di leggi-manifesto e di campagne moralizzatrici. Riguardo l'opacità delle relazioni fra gruppi di affari e personale politico, Angelo Panebianco fa notare, oggi sul Corriere della Sera, che «le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche». E comunque l'architrave del "sistema gelatinoso" è «l'economia parassitaria» (che cioè vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese, ma non solo.
Un altro esempio di reazione schizofrenica della politica è quando si denunciano clientelismi e sostegni mafiosi e poi si sostiene il ritorno alle preferenze. Meglio il collegio uninominale, che non è del tutto al riparo dai quei fenomeni, ma quanto meno consente alla stampa e all'opinione pubblica di esercitare uno "screening" più accurato sui candidati, essendo questi ridotti a due (massimo tre) per collegio.
Il rischio è che tutto si riduca a nuovi esiziali cedimenti della politica alla magistratura politicizzata. L'impegno da parte dei partiti a non candidare indagati o rinviati a giudizio, o una legge che sancisca l'incandidabiltà dei condannati, possono alimentare l'appetito di protagonismo di certi magistrati dal grilletto facile, mettersi nelle mani di certe procure, concedergli un vero e proprio diritto al vaglio delle candidature, un po' come il controllo esercitato sui candidati dal Consiglio dei guardiani in Iran. Attenzione.
Si stabilisca per legge l'incandidabilità dei condannati in via definitiva, si sente invocare da più parti [va ricordato che già oggi le sentenze di condanna per i reati di corruzione possono includere - e nella maggior parte dei casi la includono - la pena accessoria dell'esclusione dall'elettorato passivo. E' il giudice a stabilirlo]. D'Alema ha provato ad andare oltre, chiedendosi se sia davvero necessario aspettare sentenze passate in giudicato. Lo stesso Berlusconi, e Fini, ritengono di "buon senso" che obbedendo a una sorta di codice etico interno i partiti si impegnino a non candidare indagati o rinviati a giudizio.
Dovrebbe essere quasi scontato in un Paese normale, ma non dimentichiamoci che il problema della magistratura politicizzata non si è improvvisamente dissolto. E il paradosso è che mentre si discute di riforme in grado di riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia, saltati dall'abolizione dell'immunità parlamentare sull'onda di Tangentopoli, il rischio è di fare passi nella direzione opposta, concedendo spazi di manovra ancora più ampi ai magistrati politicizzati. Basti l'esempio dell'approvazione in prima lettura alla Camera di una legge che prevede il carcere per il candidato che si avvalga della propaganda di un "sorvegliato speciale" e di "voti mafiosi". Una legge molto scivolosa, come spiega Pecorella.
Si pone certamente un problema di selezione e reclutamento della classe politica, ma non va risolto a colpi di leggi-manifesto e di campagne moralizzatrici. Riguardo l'opacità delle relazioni fra gruppi di affari e personale politico, Angelo Panebianco fa notare, oggi sul Corriere della Sera, che «le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche». E comunque l'architrave del "sistema gelatinoso" è «l'economia parassitaria» (che cioè vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese, ma non solo.
Un altro esempio di reazione schizofrenica della politica è quando si denunciano clientelismi e sostegni mafiosi e poi si sostiene il ritorno alle preferenze. Meglio il collegio uninominale, che non è del tutto al riparo dai quei fenomeni, ma quanto meno consente alla stampa e all'opinione pubblica di esercitare uno "screening" più accurato sui candidati, essendo questi ridotti a due (massimo tre) per collegio.
Il rischio è che tutto si riduca a nuovi esiziali cedimenti della politica alla magistratura politicizzata. L'impegno da parte dei partiti a non candidare indagati o rinviati a giudizio, o una legge che sancisca l'incandidabiltà dei condannati, possono alimentare l'appetito di protagonismo di certi magistrati dal grilletto facile, mettersi nelle mani di certe procure, concedergli un vero e proprio diritto al vaglio delle candidature, un po' come il controllo esercitato sui candidati dal Consiglio dei guardiani in Iran. Attenzione.
Monday, October 12, 2009
Il Lodo Alfano sospendeva, e se la Corte aprisse alla prescrizione?
Se fossero vere le indiscrezioni delle ultime ore riportate dall'Ansa e da la Repubblica, ci troveremmo di fronte al paradosso che il Lodo Alfano avrebbe garantito maggiormente la prosecuzione dei processi nei confronti di Berlusconi rispetto allo scenario che si andrebbe delineando dalla sua bocciatura. Con le sue motivazioni, infatti, la Corte costituzionale potrebbe involontariamente aprire la strada alla prescrizione nei processi in cui siano coinvolte le alte cariche dello Stato o i parlamentari. In pratica, la Consulta non avrebbe accordato una sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, ma richiamandosi alla sua sentenza n. 451 del 2005 sul "caso Previti", raccomanderebbe una programmazione delle udienze, in modo tale da non pregiudicare il sereno svolgimento della loro funzione pubblica da una parte, né il loro inalienabile diritto di difesa.
In quella sentenza i giudici costituzionali scrissero che il giudice ha "l'onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari". Un principio da estendere al caso di alte cariche dello Stato sottoposte a processo penale: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l'obbligo di fissare, d'intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del presidente del Consiglio, in modo da evitare coincidenze e non comprometterne il diritto di difesa. Ma se consideriamo l'agenda fittissima di un premier, questa sentenza, da sola, spianerebbe la strada alla prescrizione laddove il Lodo Alfano, invece, ne sospendeva i termini per tutta la durata della carica.
Secondo le stesse indiscrezioni, nelle motivazioni la Consulta auspicherebbe una legge sulla programmazione delle udienze nel caso di processi ad alte cariche dello Stato o a parlamentari e sarebbe sufficiente, stavolta, una legge ordinaria, non costituzionale. Ovvio che nelle intenzioni della Corte questa legge dovrebbe anche prevedere il prolungamento dei termini della prescrizione, ma nel frattempo? In assenza di essa, rimane il principio a tutela dello svolgimento della funzione pubblica del premier.
Se queste fossero davvero le indicazioni della Corte, sarebbe sì tutelata la loro funzione pubblica, ma le alte cariche dello Stato non sarebbero protette da iniziative meramente persecutorie e delegittimanti da parte della magistratura politicizzata, un problema costituzionalmente rilevantissimo di cui i giudici della Consulta hanno deciso comunque di lavarsi le mani. Qualsiasi sia l'espediente giuridico escogitato e proposto dalla Consulta, il governo vada avanti nello sciogliere per via costituzionale i diversi nodi gordiani che soffocano la nostra impalcatura istituzionale, per ripristinare quel corretto equilibrio tra i poteri dello Stato interrotto nel 1993, ma che forse non abbiamo mai avuto.
In quella sentenza i giudici costituzionali scrissero che il giudice ha "l'onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari". Un principio da estendere al caso di alte cariche dello Stato sottoposte a processo penale: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l'obbligo di fissare, d'intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del presidente del Consiglio, in modo da evitare coincidenze e non comprometterne il diritto di difesa. Ma se consideriamo l'agenda fittissima di un premier, questa sentenza, da sola, spianerebbe la strada alla prescrizione laddove il Lodo Alfano, invece, ne sospendeva i termini per tutta la durata della carica.
Secondo le stesse indiscrezioni, nelle motivazioni la Consulta auspicherebbe una legge sulla programmazione delle udienze nel caso di processi ad alte cariche dello Stato o a parlamentari e sarebbe sufficiente, stavolta, una legge ordinaria, non costituzionale. Ovvio che nelle intenzioni della Corte questa legge dovrebbe anche prevedere il prolungamento dei termini della prescrizione, ma nel frattempo? In assenza di essa, rimane il principio a tutela dello svolgimento della funzione pubblica del premier.
Se queste fossero davvero le indicazioni della Corte, sarebbe sì tutelata la loro funzione pubblica, ma le alte cariche dello Stato non sarebbero protette da iniziative meramente persecutorie e delegittimanti da parte della magistratura politicizzata, un problema costituzionalmente rilevantissimo di cui i giudici della Consulta hanno deciso comunque di lavarsi le mani. Qualsiasi sia l'espediente giuridico escogitato e proposto dalla Consulta, il governo vada avanti nello sciogliere per via costituzionale i diversi nodi gordiani che soffocano la nostra impalcatura istituzionale, per ripristinare quel corretto equilibrio tra i poteri dello Stato interrotto nel 1993, ma che forse non abbiamo mai avuto.
Wednesday, October 07, 2009
Il Consiglio dei guardiani ha colpito ancora
Siamo in Iran! Il Consiglio dei guardiani ha colpito ancora. La Suprema corte dell'incertezza del diritto ha avuto persino il coraggio di smentire se stessa nella sentenza di soli 5 anni fa! Schiaffo anche al presidente Napolitano, che firmò la legge nella convizione che superasse i motivi di incostituzionalità sollevati dalla Corte nella sentenza del 2004 che dichiarava illegittimo il Lodo Schifani. Il legislatore aveva cercato di adeguarsi a quella sentenza, ma adesso esce fuori che serviva una legge di modifica costituzionale, quando fu proprio la Corte, nel 2004, a dire che non si trattava di una immunità, per la quale si sarebbe dovuto procedere ai sensi dell'art. 138, ma di una sospensione processuale tramite legge ordinaria. Ci attendono mesi di processi e avvisi di garanzia. Questa sentenza è una rampa di lancio per tentativi di vero e proprio golpe attraverso il logoramento e la delegittimazione per via giudiziaria del governo Berlusconi. Dovrebbero dimettersi, smascherando e denunciando la non imparzialità della Corte, i sei giudici in dissenso con la sentenza.
Tutto, comunque, ebbe inizio in quel lontano 28 ottobre 1993, quando la politica rinunciò all'istituto dell'immunità parlamentare, rompendo per sempre gli equilibri tra potere politico e ordine giudiziario. Un equilibrio che era stato garantito, dal 1948 fino ad allora, proprio dall'istituto dell'immunità, voluto dai costituenti, e presente in quasi tutte le democrazie, per evitare che iniziative giudiziarie possano essere utilizzate come arma contro gli avversari politici. Da quel momento in poi, infatti, i magistrati hanno potuto indagare i politici senza dover chiedere l'autorizzazione a procedere della Camera di competenza. Ma in un sistema in cui la magistratura gode di ampia autonomia dal potere esecutivo ed è sostanzialmente "irresponsabile", il semplice avvio di un'inchiesta, che porti o meno a un processo e ad una condanna, per di più considerando i tempi estremamente dilatati della giustizia in Italia, rischia di porre sotto ricatto la politica intera, e addirittura di delegittimare, e portare alla caduta, un governo espressione della volontà popolare.
E' da quel momento, non a caso, che esplodono i conflitti fra politica e magistratura. Conflitti che hanno riguardato per lo più Berlusconi, "sceso in campo" poco dopo, nel 1994, ma non solo lui. E' da quel '93 che la politica, sotto il ricatto della magistratura politicizzata, non riesce né a riformare a fondo l'ordinamento giudiziario, né ad assicurare al Paese le altre riforme e la governabilità di cui avrebbe bisogno.
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Tutto, comunque, ebbe inizio in quel lontano 28 ottobre 1993, quando la politica rinunciò all'istituto dell'immunità parlamentare, rompendo per sempre gli equilibri tra potere politico e ordine giudiziario. Un equilibrio che era stato garantito, dal 1948 fino ad allora, proprio dall'istituto dell'immunità, voluto dai costituenti, e presente in quasi tutte le democrazie, per evitare che iniziative giudiziarie possano essere utilizzate come arma contro gli avversari politici. Da quel momento in poi, infatti, i magistrati hanno potuto indagare i politici senza dover chiedere l'autorizzazione a procedere della Camera di competenza. Ma in un sistema in cui la magistratura gode di ampia autonomia dal potere esecutivo ed è sostanzialmente "irresponsabile", il semplice avvio di un'inchiesta, che porti o meno a un processo e ad una condanna, per di più considerando i tempi estremamente dilatati della giustizia in Italia, rischia di porre sotto ricatto la politica intera, e addirittura di delegittimare, e portare alla caduta, un governo espressione della volontà popolare.
E' da quel momento, non a caso, che esplodono i conflitti fra politica e magistratura. Conflitti che hanno riguardato per lo più Berlusconi, "sceso in campo" poco dopo, nel 1994, ma non solo lui. E' da quel '93 che la politica, sotto il ricatto della magistratura politicizzata, non riesce né a riformare a fondo l'ordinamento giudiziario, né ad assicurare al Paese le altre riforme e la governabilità di cui avrebbe bisogno.
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Friday, July 11, 2008
Il Pd e Veltroni non hanno più alibi
Alla fine, accogliendo il suggerimento che proveniva da più parti, anche interne alla maggioranza, il governo ha deciso di puntare alla via maestra per introdurre l'immunità delle quattro più alte cariche dello Stato e di modificare la sospendi-processi in modo da fugare ogni sospetto.
La sospensione non è più «automatica», ma viene attribuita ai procuratori capo la facoltà di decidere la sospensione dei processi per reati indultati con pene inferiori ai 4 anni. Quei processi, cioè, la cui eventuale sentenza di condanna non verrebbe eseguita, sempre che siano celebrati prima che intervenga la prescrizione. Sarà quindi possibile rinviare i processi per i reati commessi fino al 2 maggio 2006, appunto quelli che comunque rientrano nell'indulto, invece che solo fino al 30 giugno 2002.
Rimane fermo il principio generale di dare priorità a determinati processi, per i reati di maggiore gravità, per quelli commessi in violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro e, più in generale, per tutti quelli che prevedono pene superiori ai 4 anni di reclusione.
Si tratta quindi di un alleggerimento sostanziale del carico di lavoro che grava sui tribunali, nella speranza che ciò possa servire almeno nel breve termine ad accorciare i tempi della giustizia. Anche se speriamo che ciò non equivalga a un cedimento del governo e della maggioranza rispetto al proposito di abolire o superare l'obbligatorietà dell'azione penale e di riportare in sede parlamentare l'individuazione di una politica giudiziaria.
Chi non ha davvero più alibi, a questo punto, è il Pd. La sospendi-processi diventa una norma di razionalizzazione e semplificazione burocratica; il lodo Alfano modifica quello Schifani nelle parti in cui la Corte costituzionale aveva ravvisato motivo di incostituzionalità. La Corte non ha mai rilevato la necessità di agire attraverso modifica costituzionale e infatti il presidente della Repubblica è intenzionato a firmare il lodo Alfano.
Insistere con il "no" da parte del Pd - invece di rivendicare (perché no?) anche un successo politico-parlamentare nell'aver fatto modificare orientamento alla maggioranza - significherebbe che il Pd e Veltroni, non sapendo resistere alla tentazione e alla magra soddisfazione di vedere Berlusconi condannato in primo grado, continuano a fornire sponde politiche alla magistratura politicizzata e a non riconoscere l'anomalia che caratterizza i rapporti tra potere politico e ordine giudiziario in Italia. In altre parole, vorrebbe dire che davvero non vogliono o non sanno uscire dalla "vecchia stagione".
E, d'altra parte, il ritorno del Pd al "modello tedesco" contro il maggioritario a doppio turno francese, che pure era stato indicato nel programma elettorale, significa la fine della veltroniana «vocazione maggioritaria» e il ritorno della dalemiana stagione delle alleanze, con Casini e la sinistra radicale.
La sospensione non è più «automatica», ma viene attribuita ai procuratori capo la facoltà di decidere la sospensione dei processi per reati indultati con pene inferiori ai 4 anni. Quei processi, cioè, la cui eventuale sentenza di condanna non verrebbe eseguita, sempre che siano celebrati prima che intervenga la prescrizione. Sarà quindi possibile rinviare i processi per i reati commessi fino al 2 maggio 2006, appunto quelli che comunque rientrano nell'indulto, invece che solo fino al 30 giugno 2002.
Rimane fermo il principio generale di dare priorità a determinati processi, per i reati di maggiore gravità, per quelli commessi in violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro e, più in generale, per tutti quelli che prevedono pene superiori ai 4 anni di reclusione.
Si tratta quindi di un alleggerimento sostanziale del carico di lavoro che grava sui tribunali, nella speranza che ciò possa servire almeno nel breve termine ad accorciare i tempi della giustizia. Anche se speriamo che ciò non equivalga a un cedimento del governo e della maggioranza rispetto al proposito di abolire o superare l'obbligatorietà dell'azione penale e di riportare in sede parlamentare l'individuazione di una politica giudiziaria.
Chi non ha davvero più alibi, a questo punto, è il Pd. La sospendi-processi diventa una norma di razionalizzazione e semplificazione burocratica; il lodo Alfano modifica quello Schifani nelle parti in cui la Corte costituzionale aveva ravvisato motivo di incostituzionalità. La Corte non ha mai rilevato la necessità di agire attraverso modifica costituzionale e infatti il presidente della Repubblica è intenzionato a firmare il lodo Alfano.
Insistere con il "no" da parte del Pd - invece di rivendicare (perché no?) anche un successo politico-parlamentare nell'aver fatto modificare orientamento alla maggioranza - significherebbe che il Pd e Veltroni, non sapendo resistere alla tentazione e alla magra soddisfazione di vedere Berlusconi condannato in primo grado, continuano a fornire sponde politiche alla magistratura politicizzata e a non riconoscere l'anomalia che caratterizza i rapporti tra potere politico e ordine giudiziario in Italia. In altre parole, vorrebbe dire che davvero non vogliono o non sanno uscire dalla "vecchia stagione".
E, d'altra parte, il ritorno del Pd al "modello tedesco" contro il maggioritario a doppio turno francese, che pure era stato indicato nel programma elettorale, significa la fine della veltroniana «vocazione maggioritaria» e il ritorno della dalemiana stagione delle alleanze, con Casini e la sinistra radicale.
Sunday, July 06, 2008
Non è il Cav. a dover aiutare Veltroni
Secondo Angelo Panebianco, Berlusconi dovrebbe "aiutare" Veltroni, ma a me pare che sia Veltroni a non aiutare se stesso, avendo rinunciato ad essere il Veltroni pre-elettorale.L'editorialista del Corriere si chiede «cosa ha ricevuto in cambio dal governo fino ad oggi», ma alla prima prova in cui doveva dimostrare di essere davvero entrato in una «nuova stagione», Veltroni ha fallito. La giustizia era un tema chiave. Non opponendosi in linea di principio all'immunità per le alte cariche dello Stato, ma pretendendo che la norma non valesse per Berlusconi, venivano tolte le basi per il dialogo, perché si negava l'evidenza di un attacco della magistratura politicizzata contro il premier per delegittimare subito, entro pochi mesi, il governo eletto democraticamente dagli italiani, con una sentenza già scritta e politica.
Per «ridare un po' di respiro a Veltroni, per restituirgli libertà di manovra contro l'estremismo», Panebianco forse non si accorge di chiedere a Berlusconi di farsi condannare. «Seguire la via maestra della revisione costituzionale» per «porre al riparo dall'azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato» significa infatti dare al giudice politicizzato di Milano il tempo per condannare in primo grado Berlusconi sulla base delle accuse ridicole del processo Mills.
Abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale («foglia di fico che nasconde l'assoluta discrezionalità dei pubblici ministeri»); separazione delle carriere; riforma del Csm. Panebianco scrive tutte cose pienamente condivisibili, ma si muove su un piano strettamente teorico. Quelle riforme torneranno ad essere pie illusioni se la magistratura politicizzata avrà il tempo per delegittimare il governo democraticamente eletto costringendo, forse, il premier alle dimissioni. Il governo non ha il tempo di presentare l'immunità come legge costituzionale, perché la condanna del premier arriverebbe prima, soprattutto non potendo contare sul voto favorevole del Pd, che vuole sì l'immunità ma anche la condanna in primo grado di Berlusconi.
Per svelenire il clima, Panebianco suggerisce a Berlusconi di «allungare i tempi della riforma della giustizia», affrontando il «rischio del processo». «Nemmeno un'eventuale condanna potrebbe togliergli» il ruolo di premier (cioè, non sarebbe obbligato a dimettersi). E' qui che poggia tutto il ragionamento dell'editoriale, perché se Berlusconi dovesse dimettersi dopo una condanna, non potrebbe «rischiare il processo», né «seguire le vie maestre della revisione costituzionale». Ma Panebianco non considera che al di là delle dimissioni, se arrivasse la condanna il clima, appena rasserenato, tornerebbe ad infiammarsi, e Veltroni non avrebbe comunque la forza di accordarsi con un Berlusconi appena condannato per una «buona riforma della giustizia».
Non se ne esce, perché il vizio di questa situazione sta proprio nel mancato riconoscimento da parte del Pd della anomalia di un ordine giudiziario che tiene sotto ricatto il potere politico. «È dai tempi di mani pulite, dal 1992, che una corrente piccola della magistratura cerca di sovvertire il risultato del voto popolare», ripete Berlusconi. Appena può, il Pd non resiste alla tentazione di sfruttarla a suo favore.
E' vero che «Veltroni è l'unica diga rimasta contro l'integrale radicalizzazione giustizialista dell'opposizione», ma il coraggio deve darselo lui. E' vero che «una sua sconfitta politica non conviene né al Paese né al proprio governo». Eppure, la sconfitta si è già consumata. E' stato Veltroni stesso ad autoinfliggersela, dimostrando di non avere sue idee. Pochi giorni dopo le elezioni, nel prevedibile momento di difficoltà, ha scelto di dismettere la sua linea, pur di non affrontare i nemici interni e per restare segretario. Ha abbondanto quella «vocazione maggioritaria» sulle cui basi era nato il dialogo con il Cav. ed è tornato - rivelatrici le parole di Bettini - a coltivare l'idea/illusione dalemiana di una grande alleanza da Casini a Bertinotti passando per chissà chi, un nuovo centrosinistra che rischierebbe di somigliare in modo tragico a quello vecchio.
Quindi, non più il sistema elettorale alla francese, uninominale a doppio turno, ma quello tedesco caldeggiato da D'Alema e Marini, da Casini e Rutelli fino a Bertinotti; quindi, nessuna intesa sulla riforma elettorale per le Europee; immunità sì, ma non per il Cav. E' sull'altare delle sue convenienze interne che Veltroni ha sacrificato tutti i pilastri su cui poggiava il dialogo con Berlusconi e quindi, in definitiva, la sua intera linea politica.
Se sia opportuno stralciare la norma sospendi-processi - e forse lo è - è a Napolitano, ai rapporti con il Quirinale, che Berlusconi deve guardare, non certo a Veltroni. Si tratta senz'altro di un modo rozzo ed «abborracciato» di affrontare il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma ha un alto valore politico a giudicare dalle contraddizioni che si aprono.
Intervistando il ministro dell Giustizia, Fiorenza Sarzanini obietta: «Un conto è che siano i procuratori a indicare le priorità tenendo conto delle emergenze locali, altro è che sia il governo a sospendere migliaia di processi». Bene, è esattamente in modo contrario che bisognerebbe ragionare. Come spiega lo stesso Panebianco, «che sia il Parlamento, su proposta del Guardasigilli, a dettare, di volta in volta, le priorità alla magistratura», come avviene in «tante democrazie».
Fa bene, inoltre, il ministro Alfano a sottolineare l'«atteggiamento dolosamente omissivo da parte di chi continua a tacere che i processi non si estinguono ma sono sospesi e in ogni caso la maggior parte sono prossimi alla prescrizione, coperti da indulto o semiabbandonati».
Friday, June 27, 2008
Il toro per le corna, banco di prova per il Pd
Il governo ha deciso di afferrare il toro per le corna e ha presentato, con l'obiettivo di farlo approvare a luglio, il disegno di legge per la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato per la durata dei loro mandati. A questo punto, sarebbe saggio da parte della maggioranza ritirare l'emendamento Vizzini-Berselli. Non per rinunciare al principio che quella norma rappresenta, cioè il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma per definirlo nel modo migliore e inattaccabile, in una legge di riforma organica.
Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.
«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.
Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».
Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.
Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».
Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.
«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.
Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.
«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.
Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».
Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.
Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».
Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.
«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.
Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
«Parliamo tutti con giusto sdegno del fatto che si vogliono sospendere per legge processi relativi a reati compiuti prima del 30 giugno del 2002. Ma dov'è lo sdegno per il fatto che reati commessi più di sei anni fa siano ancora sottoposti a processo? Non è che quei processi, o almeno molti di loro, sono già di fatto sospesi, e stancamente tenuti invita inattesa dell'inevitabile prescrizione come in una vera e propria "amnistia occulta"?»L'impressione è che l'unico processo - tra questi prossimi alla prescrizione e sospesi "di fatto" - che stranamente procede a ritmi serrati, sia quello contro Berlusconi. Nella sospendi-processi c'è un embrione di politica giudiziaria, perché sospende alcuni processi (quelli prossimi alla prescrizione - e il processo Mills ricade tra questi - o sotto indulto) per accelerarne altri, che ancora hanno la possibilità di essere celebrati in tempo. Ci si può anche indignare per la "porcheria" della sospendi-processi, ma rimanendo consapevoli che è una pagliuzza rispetto alla trave che incombe.
«Un altro esempio: è normale in uno stato di diritto - che si fonda sulla terzietà e indipendenza del giudice - che il magistrato chiamato a giudicare Berlusconi abbia partecipato ad attività pubbliche contro di lui e la sua produzione legislativa? Terzo e ultimo esempio: fa parte dello stato di diritto pubblicare intercettazioni o loro riassunti, talvolta corredati anche della versione audio, con i processi ancora in corso, o anche nemmeno iniziati, e spesso relative a persone per le quali gli stessi pm hanno escluso ogni ipotesi di reato?»In Europa è «uno scandalo» semplicemente che un deputato sia intercettato. Così, mentre la Finocchiaro vorrebbe che l'immunità non valesse per Berlusconi, Polito ha talmente afferrato la radice del problema da spingersi fino a chiedere «un salvacondotto giudiziario» per il solo Berlusconi. «Troppo tardi, ora che il tono morale dell'opposizione è dettato da Di Pietro».
Tuesday, June 24, 2008
La stampa europea si accorge che sulla giustizia ha ragione Berlusconi
E' destinata a saltare la cappa di conformismo anti-berlusconiano che regna in Europa, soprattutto a livello mediatico? Una prima crepa nell'atteggiamento pregiudizialmente ostile della stampa estera nei confronti di Berlusconi potrebbe essere individuata nell'editoriale pubblicato sabato scorso dal Financial Times, in cui Christopher Caldwell spiega che l'Italia farebbe bene a porre un freno ai giudici. E' la prima volta che un autorevole quotidiano europeo dà ragione a Berlusconi sui suoi problemi giudiziari.
«L'Italia ha il diritto di frenare i suoi giudici», è il titolo della column. «E' ovvio che non hanno ragione», osserva l'editorialista riferendosi ai magistrati e spiegando che Spagna, Francia, Germania e Unione europea hanno una qualche forma di immunità, che «non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente».
«Le accuse contro Berlusconi - si chiede Caldwell - scaturiscono da una disinteressata ricerca di giustizia oppure da un desiderio di una certa parte dell'elite italiana di revocare una scelta popolare non gradita?». Per rispondere a questa domanda l'editorialista parte da un dato di fatto, che in Italia, da oltre 15 anni, «i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente», e ricostruisce il quando e il come l'hanno raggiunto:
«L'Italia ha il diritto di frenare i suoi giudici», è il titolo della column. «E' ovvio che non hanno ragione», osserva l'editorialista riferendosi ai magistrati e spiegando che Spagna, Francia, Germania e Unione europea hanno una qualche forma di immunità, che «non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente».
«Le accuse contro Berlusconi - si chiede Caldwell - scaturiscono da una disinteressata ricerca di giustizia oppure da un desiderio di una certa parte dell'elite italiana di revocare una scelta popolare non gradita?». Per rispondere a questa domanda l'editorialista parte da un dato di fatto, che in Italia, da oltre 15 anni, «i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente», e ricostruisce il quando e il come l'hanno raggiunto:
«Nei primi anni Novanta, quando gli italiani avvertirono che non avrebbero più avuto bisogno di tollerare la corruzione che rientrava in un patto regolare della politica della guerra fredda, giudici ambiziosi destituirono le leadership dei principali partiti in processi di corruzione. L'attività di epurazione condotta in Italia nel periodo successivo alla Guerra fredda è stata più accurata di quella condotta da parecchi paesi comunisti. Vi fu una reggenza del potere giudiziario sui rappresentanti eletti dal popolo, con i giudici che passavano al setaccio la classe dirigente della generazione successiva».Un potere del genere, alla lunga, «non è salutare per una democrazia». Il sistema, secondo Caldwell, è «malsano», tanto che gli italiani sono arrivati a diffidare del loro potere giudiziario e hanno rieletto più volte Silvio Berlusconi pur conoscendo perfettamente le accuse a suo carico. Gli italiani «pensano che la giustizia funzioni male. E se il prezzo da pagare deve essere una sorta di "immunità" giudiziale per Silvio Berlusconi, essi sono disposti a pagarlo».
«La legge italiana è così lenta che cozza contro l'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani. In luogo di processi veloci, l'Italia ha la cosiddetta "legge Pinto" del 2001, che ribadisce il diritto a un risarcimento del danno di violazione della durata ragionevole del processo. John Major era il premier britannico in carica l'anno in cui ebbe inizio il processo Berlusconi-Mills. Le accuse che Berlusconi si è trovato a dover fronteggiare quando l'ultima legge sull'immunità giudiziale fu soppressa nel 2004 risalivano al 1985. Quando i nemici del premier mettono in guardia che 100 mila processi non celebrati sarebbero congelati perché sono trascorsi oltre sei anni, involontariamente adducono validi argomenti a favore della legge e non contro di essa».Certo, «le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma non sono mai solo a suo vantaggio. Riguardano sempre alcuni problemi veri, gravi abbastanza da compattare gli elettori dietro di lui. In questo sta il suo genio politico». L'immunità giudiziale per le più alte cariche dello Stato «potrebbe rendere la politica italiana meno litigiosa e più democratica», conclude Caldwell: «Il fatto che Berlusconi possa evitare un processo grazie a queste leggi costituisce un motivo per opporsi a esse. Ma è l'unico motivo per farlo, e non è sufficiente».
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