Non era certo questa la sentenza dalla quale ci si poteva aspettare dalla Corte un contributo alla pacificazione politico-giudiziaria. Poteva esserlo semmai quella sul Lodo Alfano di un anno e mezzo fa, ma l'occasione fu gettata al vento. Allora la Corte avrebbe potuto decidere diversamente, non contraddicendo se stessa, ma per quanto riguarda questa sentenza, i motivi di illegittimità erano già espressi nelle motivazioni della precedente bocciatura del Lodo. La Corte aveva infatti escluso la possibilità di automatismi nel legittimo impedimento. Non può scattare in automatico ed essere continuativo, e ciò ha una sua logica. Berlusconi può consolarsi perché comunque, restando in piedi il comma 1, di fatto sarà molto più difficile per i giudici contestare i suoi impegni, ora estesi anche alla preparazione preliminare degli appuntamenti istituzionali.
Spero - anche se ne dubito - che nessuno tra quanti hanno ideato questo scudo si fosse illuso. A suggerire alla maggioranza la strada del legittimo impedimento fu l'Udc e l'esito della vicenda dovrebbe mettere in guardia quanti nel Pdl sono un po' troppo sprovveduti nel dare credito ai "casinisti".
Con mirabile tempismo, all'indomani della sentenza della Consulta, la Procura di Milano timbra puntuale il cartellino, ma come al solito rischia un doppio passo falso: innanzitutto, perché è come una firma sulla tesi della persecuzione politica denunciata dal premier; e poi perché rischia di avvicinare le elezioni anticipate. Va inoltre rilevato come ormai da qualche anno i reati che si contestano a Berlusconi hanno sempre più a che fare con i suoi vizi privati e meno con le sue attività economiche, segno che i magistrati stanno davvero raschiando il fondo del barile, dando il là a campagne sempre più di stampo moralistico.
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Friday, January 14, 2011
Thursday, October 28, 2010
La strategia del binario morto
Sarà pure un "falco", ma bisogna riconoscere che Italo Bocchino è tra i finiani colui che meglio interpreta non solo la linea, ma anche gli umori più profondi del capo. Basta guardare alle uscite degli ultimi mesi: sono quasi sempre apparse azzardate, sopra le righe, a volte è stato ripreso dai moderati (Moffa, Menia, Viespoli, Ronchi), ma poi, quando ha aperto bocca Fini, si sono rivelate quasi sempre in linea.
Adesso Bocchino butta là una previsione che appare subito piuttosto realistica, ma che allo stesso tempo rivela un auspicio e una linea politica: che il Lodo Alfano finirà su un «binario morto». Sono favorevoli al lodo, ripetono ai fliniani, ma stanno facendo e faranno di tutto per farlo finire in un cassetto: non va bene questo, anzi no, quell'altro, distinguo e spossanti trattative, ma l'unico scopo è il «binario morto», dove già è finito il ddl intercettazioni (parte del programma del Pdl).
Ma il concetto di «binario morto» esprime perfettamente una vera e propria strategia dei finiani per questo governo e questa legislatura. Il governo ha il diritto-dovere di governare, sì, e la legislatura deve proseguire, sì, ma accompagnando l'uno e l'altra su un «binario morto». Di logoramento in logoramento l'utopia del governo "del fare" sarà svanita: Fini potrà allora rimproverare al Cav. 16 anni di inconcludenza, a cui lui ha pienamente e deliberatamente contribuito; e il Cav. potrà a sua volta esibire l'alibi dell'alleato infedele. Magra consolazione. Il copione è scritto e ad andarci di mezzo, come al solito, sarà il Paese. Diciamo che se i finiani sono sulla buona strada per realizzare i loro intenti, Berlusconi e il Pdl ci stanno mettendo del loro per aiutarli. Ancora qualche mese così e ci porteranno tutti su un «binario morto».
Adesso Bocchino butta là una previsione che appare subito piuttosto realistica, ma che allo stesso tempo rivela un auspicio e una linea politica: che il Lodo Alfano finirà su un «binario morto». Sono favorevoli al lodo, ripetono ai fliniani, ma stanno facendo e faranno di tutto per farlo finire in un cassetto: non va bene questo, anzi no, quell'altro, distinguo e spossanti trattative, ma l'unico scopo è il «binario morto», dove già è finito il ddl intercettazioni (parte del programma del Pdl).
Ma il concetto di «binario morto» esprime perfettamente una vera e propria strategia dei finiani per questo governo e questa legislatura. Il governo ha il diritto-dovere di governare, sì, e la legislatura deve proseguire, sì, ma accompagnando l'uno e l'altra su un «binario morto». Di logoramento in logoramento l'utopia del governo "del fare" sarà svanita: Fini potrà allora rimproverare al Cav. 16 anni di inconcludenza, a cui lui ha pienamente e deliberatamente contribuito; e il Cav. potrà a sua volta esibire l'alibi dell'alleato infedele. Magra consolazione. Il copione è scritto e ad andarci di mezzo, come al solito, sarà il Paese. Diciamo che se i finiani sono sulla buona strada per realizzare i loro intenti, Berlusconi e il Pdl ci stanno mettendo del loro per aiutarli. Ancora qualche mese così e ci porteranno tutti su un «binario morto».
Wednesday, October 27, 2010
C'è chi esce (forse) e chi rientra nel tritacarne
Archiviazione stra-annunciata quella della Procura di Roma riguardo l'ipotesi di truffa che oggi veniamo a sapere a carico di Fini e del senatore Pontone. Dunque, non ci sono profili penalmente rilevanti nella vendita della casa a Montecarlo di proprietà dell'ex An, anche se i pm semplicemente rinviano le «doglianze» dalla sede penale a quella civile (penale esclusa solo perché, pare di capire, sui partiti la Costituzione è rimasta inattuata e non si tratta di associazioni riconosciute). Non ho elementi per valutare sotto il profilo strettamente giuridico la decisione della procura, ma è un'archiviazione che certo rafforza ulteriormente il sospetto che la forte connotazione legalitaria, e da baluardo politico della magistratura, assunta da Fini e dal suo movimento - in un crescendo dalla primavera scorsa in poi e ostentata in questi giorni in cui è stata avviata la discussione sul Lodo Alfano e sulla riforma complessiva della giustizia - abbia fruttato. La Procura non ha ritenuto di sentire, neanche come persona informata sui fatti, l'attuale inquilino dell'appartamento, il "cognato" di Fini, che secondo ben più di qualche indiscrezione sarebbe il reale acquirente nascosto dietro due società off shore; non si è affacciata neanche dalle parti di Saint Lucia, il paradiso fiscale dove hanno sede entrambe le società off shore formalmente acquirenti, una dopo l'altra a stretto giro, dell'immobile. E oggi chiede un po' frettolosamente l'archiviazione, nonostante la perizia arrivata da Montecarlo indicasse un valore di mercato nel 2008 tre volte e più superiore a quello effettivo di vendita.
Considerando, poi, che in Italia il segreto istruttorio è un autentico colabrodo, non può che suscitare un certo stupore che in questo caso - a memoria d'uomo l'unico caso di un politico del livello di Fini - il segreto abbia tenuto, persino sull'iscrizione sul registro degli indagati. Interi verbali di interrogatorio, pagine di intercettazioni, persino i file audio, vengono pubblicati sui giornali e sui siti internet, e di Fini non si viene a sapere neanche che è stato formalmente indagato. Siamo contenti per lui, evidentemente oggi l'unico in Italia a godere dei diritti che spetterebbero a qualunque cittadino sotto indagine, persino ai Misseri.
Ammesso e non concesso che la Procura di Roma abbia ben operato, in questa vicenda rimane il caso politico e l'interesse giornalistico. Il sospetto, più che fondato alla luce non di chissà quale dossier, ma di solide notizie emerse in questi mesi, è che Fini abbia "regalato" al cognato una casa che apparteneva al suo ex partito, vendendola a 300 mila euro quando ne valeva ad esser cauti circa 1 milione. Nessuna truffa, forse, ma certo non un comportamento esemplare per un leader politico attualmente terza carica dello Stato.
Berlusconi, intanto, con l'avvicinarsi della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, sta finendo di nuovo nel tritacarne giudiziario. Ma quello che più dovrebbe preoccuparlo è il tritacarne politico. E' ormai evidente che Fini non è interessato (alcuni dei suoi forse sì) a trovare un modus vivendi all'interno della maggioranza, ma solo a procedere di logoramento in logoramento, alzando ogni volta l'asticella. Accettare trattative al ribasso su ogni virgola, subire il ruolo di "terza gamba" di Fli, ha inoltre attizzato malumori che stanno deflagrando nel Pdl: vedendo Fini che riesce a ricattare e a ottenere molto più dall'esterno di quanto si riesca all'interno, molti - individualmente e in gruppo - sono tentati di dar vita a "quarte" e "quinte gambe", e comunque cominciano a ragionare e a far calcoli all'interno di uno schema di dissolvimento del partito e dell'attuale maggioranza.
Se continua così, Berlusconi arriverà spossato alle amministrative e ciò che i suoi elettori non gli perdoneranno è di essersi lasciato governare dagli eventi e dagli avversari, l'aver lasciato il Paese allo sbando per mesi. Se non è in grado di governare e di realizzare le riforme promesse, tanto vale votare. Per come stanno ad oggi le cose, piuttosto che vivacchiare, piuttosto che la palude degli ultimi sei mesi, al premier conviene persino subire il ribaltone.
Considerando, poi, che in Italia il segreto istruttorio è un autentico colabrodo, non può che suscitare un certo stupore che in questo caso - a memoria d'uomo l'unico caso di un politico del livello di Fini - il segreto abbia tenuto, persino sull'iscrizione sul registro degli indagati. Interi verbali di interrogatorio, pagine di intercettazioni, persino i file audio, vengono pubblicati sui giornali e sui siti internet, e di Fini non si viene a sapere neanche che è stato formalmente indagato. Siamo contenti per lui, evidentemente oggi l'unico in Italia a godere dei diritti che spetterebbero a qualunque cittadino sotto indagine, persino ai Misseri.
Ammesso e non concesso che la Procura di Roma abbia ben operato, in questa vicenda rimane il caso politico e l'interesse giornalistico. Il sospetto, più che fondato alla luce non di chissà quale dossier, ma di solide notizie emerse in questi mesi, è che Fini abbia "regalato" al cognato una casa che apparteneva al suo ex partito, vendendola a 300 mila euro quando ne valeva ad esser cauti circa 1 milione. Nessuna truffa, forse, ma certo non un comportamento esemplare per un leader politico attualmente terza carica dello Stato.
Berlusconi, intanto, con l'avvicinarsi della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, sta finendo di nuovo nel tritacarne giudiziario. Ma quello che più dovrebbe preoccuparlo è il tritacarne politico. E' ormai evidente che Fini non è interessato (alcuni dei suoi forse sì) a trovare un modus vivendi all'interno della maggioranza, ma solo a procedere di logoramento in logoramento, alzando ogni volta l'asticella. Accettare trattative al ribasso su ogni virgola, subire il ruolo di "terza gamba" di Fli, ha inoltre attizzato malumori che stanno deflagrando nel Pdl: vedendo Fini che riesce a ricattare e a ottenere molto più dall'esterno di quanto si riesca all'interno, molti - individualmente e in gruppo - sono tentati di dar vita a "quarte" e "quinte gambe", e comunque cominciano a ragionare e a far calcoli all'interno di uno schema di dissolvimento del partito e dell'attuale maggioranza.
Se continua così, Berlusconi arriverà spossato alle amministrative e ciò che i suoi elettori non gli perdoneranno è di essersi lasciato governare dagli eventi e dagli avversari, l'aver lasciato il Paese allo sbando per mesi. Se non è in grado di governare e di realizzare le riforme promesse, tanto vale votare. Per come stanno ad oggi le cose, piuttosto che vivacchiare, piuttosto che la palude degli ultimi sei mesi, al premier conviene persino subire il ribaltone.
Tuesday, October 26, 2010
Il caso Chirac, esempio di scudo reiterabile
Fini continua a dimostrare una strumentalità senza pudore, e senza che nessuno lo colga in contraddizione. Ultima della serie la questione della non reiterabilità del lodo, che alla fine sembra abbia imposto con successo, nonostante sia del tutto demenziale. Proprio perché lo scudo giudiziario si riferisce alla carica, e non alla persona che la ricopre in quel momento, sarebbe stato infatti coerente garantirne la reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.
Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.
Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.
Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.
Monday, October 25, 2010
A carte sempre più scoperte/4
A Fini ormai manca solo l'orecchino alla Vendola
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Friday, October 22, 2010
Napolitano ricorda male ma ha ragione
Nella sua lettera al presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, il presidente Napolitano ricorda male quando afferma che il Lodo Alfano da lui stesso promulgato nel 2008, e poi bocciato dalla Consulta, non prevedesse la sospensione dei processi anche per il presidente della Repubblica. La prevedeva. Detto questo, le sue «profonde perplessità» sono fondate. Il problema, infatti, non sarebbe l'estensione in sé anche al capo dello Stato dello scudo per i reati extrafunzionali, prevista anche dal precedente lodo, ma che a deliberare la sospensione dei processi sia il Parlamento a maggioranza, come prevede la nuova versione, questa volta costituzionale, del lodo. Anche il primo Lodo Alfano, la legge ordinaria n. 124 del 23 luglio 2008, promulgata da Napolitano e poi bocciata dalla Consulta, estendeva infatti la sospensione dei processi al capo dello Stato, ma contrariamente all'attuale lodo costituzionale, non prevedeva una deliberazione del Parlamento:
«Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione».Subordinare, invece, la sospensione dei processi a carico sia del premier sia del capo dello Stato ad una deliberazione parlamentare a maggioranza significa di fatto individuare - erroneamente - per le due cariche una medesima legittimazione. Ma se è giusto ribadire la dipendenza del premier dalla maggioranza parlamentare, così non può essere per il capo dello Stato, che una volta eletto non può subire un potenziale condizionamento di parte, perché ne verrebbe indebolito il suo ruolo di garanzia. Complimenti vivissimi a chi ha scritto quel pastrocchio. Rimango favorevole alla sospensione dei processi anche per il presidente della Repubblica, perché è bene scriverlo esplicitamente sulla Carta anziché affidarsi ad una prassi inaugurata da Scalfaro, ma dev'essere automatica, non sottoposta al voto del Parlamento, come invece è giusto che sia per il premier.
L'ultimo artificio degli idolatri della Costituzione
Di fronte a una legge costituzionale come il nuovo Lodo Alfano non c'è Consulta che tenga. Per questo ai repubblicones, ai guardiani e vari idolatri della Costituzione non resta che una possibilità: che intervenga in qualche modo il presidente Napolitano (ma non so se possa o meno rinviarla alle Camere), ritardandone e complicandone l'approvazione. Si appronta comunque un argomento per pressare ed allarmare il Colle, solo che stavolta il filo da tessere è davvero corto. La tesi è la seguente: poiché non si applica ai ministri, introducendo il Lodo Alfano il premier non è più "primus inter pares", ma "super pares", e attraverso questa innovazione si avvia di fatto «la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale"», equiparata più o meno ad una tirannia.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
Thursday, October 21, 2010
Anima forcaiola
La rivolta, attraverso il web, dei simpatizzanti finiani contro il voto di Fli a favore del Lodo Alfano rafforza l'impressione che con le sue manovre Fini abbia più che altro catalizzato le aspettative di forcaioli ex An e dipietristi di destra. Un «antiberlusconismo di destra», lo definisce Flavia Perina. Che sia di destra o di sinistra, di antiberlusconismo si tratta e fa riflettere che la Perina suggerisca di inseguirlo, non curante del deserto politico in cui in 16 anni ha ridotto la sinistra. Invece, il Lodo Alfano costituzionale è un modo civile e onorevole per chiudere, seguendo la via indicata dalla Consulta, la lunga stagione dell'aggressione giudiziaria a Berlusconi. Aggressione, portata avanti spesso con appigli debolissimi, che tra l'altro gli ha assicurato più di un alibi politico e un valido strumento di propaganda.
L'obiezione sulla presunta "retroattività" è un imbroglio dialettico, una mistificazione giornalistica, laddove non sia dettata da pura ignoranza. Dal punto di vista giuridico non ha senso applicare questo concetto ad una mera sospensione del processo che tutela non l'imputato, ma la funzione che si trova a ricoprire. Perché, appunto, di mera sospensione si tratta, per legittimo impedimento. E se si accetta il principio della tutela della funzione, e quindi che possano essere sospesi i processi in corso per la durata del mandato, è ovvio che i fatti cui si riferiscono possano essere anche antecedenti all'entrata in carica, altrimenti la tutela non sarebbe effettiva. Diversa la retroattività prevista nel cosiddetto "processo breve", che cancellerebbe migliaia di processi (i quali tuttavia, ad essere onesti, non verrebbero comunque celebrati).
Intanto, la riforma della giustizia sarebbe pronta e prossima ad approdare in Consiglio dei ministri. Sarà nient'altro che la riforma che il centrodestra ha promesso ai suoi elettori praticamente dalla sua nascita, dal 1994. E vedremo dal comportamento di Fli se sarà confermato o smentito il sospetto dell'alleanza, tacita o meno, tra Fini e le toghe per il mantenimento dello status quo. Sotto sotto, quando era alla guida di An, ha sempre remato contro, in particolare alla separazione delle carriere, e tutto lascia presagire che si metterà di traverso anche questa volta.
L'obiezione sulla presunta "retroattività" è un imbroglio dialettico, una mistificazione giornalistica, laddove non sia dettata da pura ignoranza. Dal punto di vista giuridico non ha senso applicare questo concetto ad una mera sospensione del processo che tutela non l'imputato, ma la funzione che si trova a ricoprire. Perché, appunto, di mera sospensione si tratta, per legittimo impedimento. E se si accetta il principio della tutela della funzione, e quindi che possano essere sospesi i processi in corso per la durata del mandato, è ovvio che i fatti cui si riferiscono possano essere anche antecedenti all'entrata in carica, altrimenti la tutela non sarebbe effettiva. Diversa la retroattività prevista nel cosiddetto "processo breve", che cancellerebbe migliaia di processi (i quali tuttavia, ad essere onesti, non verrebbero comunque celebrati).
Intanto, la riforma della giustizia sarebbe pronta e prossima ad approdare in Consiglio dei ministri. Sarà nient'altro che la riforma che il centrodestra ha promesso ai suoi elettori praticamente dalla sua nascita, dal 1994. E vedremo dal comportamento di Fli se sarà confermato o smentito il sospetto dell'alleanza, tacita o meno, tra Fini e le toghe per il mantenimento dello status quo. Sotto sotto, quando era alla guida di An, ha sempre remato contro, in particolare alla separazione delle carriere, e tutto lascia presagire che si metterà di traverso anche questa volta.
Wednesday, April 07, 2010
Il "momentum" di Berlusconi: ora o mai più
Quando si parla di riforme bisogna sempre mettere in preventivo una perdita di tempo, nel senso che dati i precedenti non scommetterei un euro che dopo infinite discussioni e polemiche vengano finalmente realizzate. Premesso questo, al di là delle dispute sulla "regia" e della corsa a sedersi al posto migliore del tavolo, quello più "al sole", mi pare che la maggioranza si vada compattando e che si stia delineando una congiunzione astrale quanto mai propizia. Stando alle parole - e ripeto: senza troppo illuderci - piuttosto che il suo solito istrionico protagonismo, della Lega andrebbe a mio avviso registrata e sottolineata l'adesione convinta, nient'affatto scontata, sia ad una forma di presidenzialismo (da associare al federalismo) che ad una riforma della giustizia in senso liberale, con la separazione delle carriere e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale.
Capisco che possa infastidire il Pdl, ma facendo propria una proposta storica della destra (il presidenzalismo) e riconoscendo come necessarie quelle riforme dell'ordinamento giudiziario che stanno da sempre a cuore a Berlusconi, la Lega sta creando i presupposti per una compattezza del centrodestra sulle riforme mai vista prima. Sono consapevole di poter essere smentito dai fatti in poche settimane, se non in pochi giorni, appena per qualche oscuro motivo il volubile vento della politica dovesse cambiare direzione, ma per ora l'ennesima stagione delle riforme sembra partire all'insegna di una straordinaria congiunzione astrale.
Alla "quiete elettorale" dei prossimi tre anni di legislatura si somma, dopo che il presidente della Repubblica Napolitano ha firmato oggi la legge sul legittimo impedimento, un periodo di diciotto mesi di "quiete processuale" per il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Il centrodestra dovrà approfittare di questo periodo non solo per "costituzionalizzare" il Lodo Alfano (la sospensione dei processi a carico delle più alte cariche dello Stato per tutta la durata del loro mandato) nel modo indicato dalla Consulta nella sentenza con cui ha bocciato la prima versione dello "scudo". Questo periodo di relativa serenità dovrà servire - non abbassando la guardia sui colpi di coda della crisi economica - a portare a termine il programma di governo e ad avviare e concludere il processo di riforma delle istituzioni, della giustizia e del fisco.
Dal voto di marzo il centrodestra è uscito vincitore e il mandato di Berlusconi rafforzato, mentre il Pd non è ancora riuscito ad imprimere quella «inversione di tendenza» in cui aveva sperato. Tutto ciò rende questa seconda parte di legislatura un momento particolarmente favorevole per avviare una "fase costituente", sperando in una maggiore disponibilità al confronto da parte del principale partito di opposizione. Al di là delle dispute sulla "regia", quindi, come dicevo, sull'agenda delle riforme la maggioranza sembra potersi compattare.
Ciascun leader e ciascuna componente del centrodestra può trovare le motivazioni per remare nella stessa direzione, e cioè verso il buon approdo del processo riformatore. Ciascuno ha in gioco obiettivi strategici, caratterizzanti, il cui raggiungimento potrà rivendicare come un successo di fronte al proprio elettorato al termine della legislatura: Berlusconi la riforma della giustizia e del fisco; la Lega il federalismo e il Senato federale; il presidenzialismo è senz’altro un obiettivo dello stesso Berlusconi e del Pdl, ma in particolare la proposta "storica" in cui possono riconoscersi, e che possono rivendicare come un successo, Fini e gli ex An.
Si apre, dunque, una fase che offre alla maggioranza, ma soprattutto a Berlusconi, un'occasione storica, da non dilapidare, per ammodernare il Paese. E quanto più si profilano condizioni favorevoli, tanto maggiore è la loro responsabilità per il buon esito del processo riformatore. Un motivo in più per esercitare il proprio potere nel modo migliore, guardando alle riforme con prospettiva lungimirante, escludendo miopi personalismi. «Ora o mai più», visto che «con la conquista della conferenza Stato-Regioni governiamo la maggioranza degli italiani e non siamo mai stati così forti», sembra consapevole anche il premier. «Abbiamo il dovere di fare le riforme. E' il mandato degli elettori a darci questa responsabilità». Il che non significa che ora certamente le farà, ma che almeno non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo.
Capisco che possa infastidire il Pdl, ma facendo propria una proposta storica della destra (il presidenzalismo) e riconoscendo come necessarie quelle riforme dell'ordinamento giudiziario che stanno da sempre a cuore a Berlusconi, la Lega sta creando i presupposti per una compattezza del centrodestra sulle riforme mai vista prima. Sono consapevole di poter essere smentito dai fatti in poche settimane, se non in pochi giorni, appena per qualche oscuro motivo il volubile vento della politica dovesse cambiare direzione, ma per ora l'ennesima stagione delle riforme sembra partire all'insegna di una straordinaria congiunzione astrale.
Alla "quiete elettorale" dei prossimi tre anni di legislatura si somma, dopo che il presidente della Repubblica Napolitano ha firmato oggi la legge sul legittimo impedimento, un periodo di diciotto mesi di "quiete processuale" per il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Il centrodestra dovrà approfittare di questo periodo non solo per "costituzionalizzare" il Lodo Alfano (la sospensione dei processi a carico delle più alte cariche dello Stato per tutta la durata del loro mandato) nel modo indicato dalla Consulta nella sentenza con cui ha bocciato la prima versione dello "scudo". Questo periodo di relativa serenità dovrà servire - non abbassando la guardia sui colpi di coda della crisi economica - a portare a termine il programma di governo e ad avviare e concludere il processo di riforma delle istituzioni, della giustizia e del fisco.
Dal voto di marzo il centrodestra è uscito vincitore e il mandato di Berlusconi rafforzato, mentre il Pd non è ancora riuscito ad imprimere quella «inversione di tendenza» in cui aveva sperato. Tutto ciò rende questa seconda parte di legislatura un momento particolarmente favorevole per avviare una "fase costituente", sperando in una maggiore disponibilità al confronto da parte del principale partito di opposizione. Al di là delle dispute sulla "regia", quindi, come dicevo, sull'agenda delle riforme la maggioranza sembra potersi compattare.
Ciascun leader e ciascuna componente del centrodestra può trovare le motivazioni per remare nella stessa direzione, e cioè verso il buon approdo del processo riformatore. Ciascuno ha in gioco obiettivi strategici, caratterizzanti, il cui raggiungimento potrà rivendicare come un successo di fronte al proprio elettorato al termine della legislatura: Berlusconi la riforma della giustizia e del fisco; la Lega il federalismo e il Senato federale; il presidenzialismo è senz’altro un obiettivo dello stesso Berlusconi e del Pdl, ma in particolare la proposta "storica" in cui possono riconoscersi, e che possono rivendicare come un successo, Fini e gli ex An.
Si apre, dunque, una fase che offre alla maggioranza, ma soprattutto a Berlusconi, un'occasione storica, da non dilapidare, per ammodernare il Paese. E quanto più si profilano condizioni favorevoli, tanto maggiore è la loro responsabilità per il buon esito del processo riformatore. Un motivo in più per esercitare il proprio potere nel modo migliore, guardando alle riforme con prospettiva lungimirante, escludendo miopi personalismi. «Ora o mai più», visto che «con la conquista della conferenza Stato-Regioni governiamo la maggioranza degli italiani e non siamo mai stati così forti», sembra consapevole anche il premier. «Abbiamo il dovere di fare le riforme. E' il mandato degli elettori a darci questa responsabilità». Il che non significa che ora certamente le farà, ma che almeno non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo.
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