Anche su Notapolitica e L'Opinione
Quando abbiamo saputo della morte di Margaret Thatcher, in molti una domanda è sorta spontanea, avrebbe detto Antonio Lubrano: perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher, nonostante il nostro paese è, e non da oggi, in una situazione di declino, a causa dello statalismo e del corporativismo, simile a quella in cui si trovava il Regno Unito sul finire degli anni '70?
D'accordo, in Italia tantissimi erano thatcheriani «solo a parole», «all'italiana», come ha osservato Pierluigi Battista. Ma non bisogna dimenticare l'altra faccia della medaglia, che ci ha ricordato Piero Ostellino: ci fosse stata una vera Thatcher, «l'avrebbero spedita a morire a Tunisi». Ogni tentativo di rispondere alla nostra domanda tralasciando uno dei due aspetti - le responsabilità della classe politica di centrodestra e il fattore culturale e istituzionale - è condannato a produrre risposte parziali.
E' vero, i thatcheriani "de noantri" lo erano «solo a parole», hanno fatto poco o niente per diminuire la spesa pubblica, il debito pubblico, quindi le tasse, e per liberalizzare l'economia. Sono partiti sognando il «partito liberale di massa» e sono finiti nell'anti-mercatismo di Tremonti o nel keynesismo di ritorno del "premio Nobel" Krugman.
E' vero, i thatcheriani d'Italia sono stati più «pacioni». Di fronte al conflitto, alle opposizioni anche dure, hanno deciso di battere in ritirata temendo per il consenso del giorno dopo, quindi per le loro carriere politiche, ma anche perché, in fondo, non ci credevano neanche loro alla cosiddetta "rivoluzione liberale". Dopo la caduta della Prima Repubblica dirsi liberali era un modo, per ex-Msi, ex democristiani ed ex socialisti, per sdoganarsi. Una volta rilegittimati, hanno ben presto dimenticato cosa significasse. Qualche timida "lenzuolata" liberalizzatrice il centrosinistra l'ha portata avanti, ma obtorto collo, senza convinzione, solo per convenienza. Ci si era accorti che privatizzare poteva essere un modo per creare una rete di oligarchi amici e che liberalizzare qualcosa si poteva, purché limitandosi a colpire i settori di interesse dell'elettorato altrui.
No, non si può certo dire che il centrodestra italiano sia stato "liberista", tutto "small government e deregulation". Bisogna però riconoscere qualche circostanza attenuante ai liberali della Prima Repubblica, per aver fatto i "cespugli" della Democrazia cristiana quando l'alternativa era il comunismo di Mosca. E nella giusta critica al berlusconismo non si può ignorare che per tre volte Berlusconi ha coalizzato vaste maggioranze di centrodestra intorno a parole d'ordine liberiste, anti-stataliste, mentre mai niente di simile si è visto a sinistra. Berlusconi e la sua classe dirigente hanno poi tradito la "rivoluzione liberale", hanno governato da moderati nel senso di "socialisti moderati", e nell'elettorato di centrodestra le spinte stataliste e assistenzialiste del centro-sud e le spinte corporative hanno finito per prevalere sulle istanze liberalizzatrici. Ma tutto ciò non cancella il fatto inoppugnabile che da una parte i "thatcheriani", almeno a parole, sono esistiti, e che milioni di elettori di centrodestra hanno risposto, e ancora rispondono presente ai richiami liberisti, mentre dall'altra parte istintivamente li hanno sempre respinti.
Certo è che chi si è opposto alla riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, nel 1994, o all'abolizione dell'articolo 18, solo per citare due esempi, non ha titolo oggi per biasimare il centrodestra perché non ha saputo esprimere una Thatcher. Non si possono recitare due parti in commedia.
In fondo, una Thatcher in Italia non c'è stata perché non siamo inglesi. Non abbiamo né la loro cultura politica né il loro modello istituzionale e questi sono forse i fattori che più hanno pesato. Non è da noi che è sorto e si è sviluppato il pensiero liberale. La cultura liberale è sempre stata ultra-minoritaria nelle élites, schiacciata tra il solidarismo cattolico e l'assistenzialismo comunista e post-comunista. E il libero mercato lontano dall'esperienza concreta della borghesia e del capitalismo italiani. Tanto che il giornale degli industriali, il Sole24Ore, ha pensato bene di ospitare in prima pagina un convinto commento anti-Thatcher di Romano Prodi. Il caso Italia è particolamente penoso: la controversa percentuale del 47% di elettori che secondo Romney avrebbero comunque votato Obama, perché in vario modo sussidiati dal governo, in Italia probabilmente supera di gran lunga il 50%, rendendo ancor meno attraenti le opportunità che le politiche liberiste potrebbero aprire. Troppo pochi, e senza voce, gli outsider.
Non sorprendiamoci, dunque, se una Thatcher in Italia è impossibile. Anche il sistema istituzionale e politico è stato concepito, edificato e preservato apposta per renderla impossibile. Nel Regno Unito la politica è conflitto, alternative di governo, da noi concertazione e trasformismo. Il modello di leadership che la Thatcher rappresenta si è potuto affermare per le virtù del bipartitismo e di un premierato forte, che da noi è considerato una forma di autoritarismo. Il nostro è un sistema di poteri deboli, consociativo, che premia il trasformismo e deresponsabilizza i leader. Il presidente del Consiglio non ha il potere che ha avuto la Thatcher. E ogni tentativo di riformare la nostra Costituzione, che molti ancora ritengono "la più bella del mondo", in senso presidenzialista, o del premierato, si sono infranti contro una strenua, radicale opposizione, anche da parte di quanti, oggi, hanno il coraggio di dire che sì, in effetti, avremmo avuto bisogno di una Thatcher, ma che se ci fosse stata le avrebbero riservato il trattamento che per molto meno hanno riservato a Craxi e a Berlusconi.
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Wednesday, April 10, 2013
Wednesday, May 11, 2011
Il solito schema
Come prevedibile il meccanismo si è innescato di nuovo. Si scandalizzano e tuonano ad ogni dichiarazione, anche la più banale, trita e ritrita di Berlusconi, e poi si lagnano che il premier invade le aperture dei tg e le prime pagine dei giornali, oscurando candidati e avversari a quattro giorni dal voto. Berlusconi che "politicizza" le amministrative per rafforzare il governo, riproponendo una sorta di referendum sulla sua leadership, e il Pd che accetta la sfida nell'illusione della "spallata". Ed ecco, dunque, che nelle ultime parole del premier sui poteri del Colle e quelli della presidenza del Consiglio si denuncia un attacco a Napolitano, alle istituzioni di garanzia di cui Berlusconi si vorrebbe disfare per instaurare una dittatura. Il che, però, non torna molto con un'altra lettura che va per la maggiore tra i nemici del Cavaliere: se fosse interessato alla presidenza della Repubblica, perché indebolirla?
A ben vedere, non si tratta che dei soliti ragionamenti, che il centrodestra ha già tentato di trasformare in riforma costituzionale nel 2005 (premierato forte, riduzione del numero dei parlamentari, Senato federale). Una riforma lasciata affondare nel referendum confermativo. E d'altronde, non va dimenticato che il rafforzamento dei poteri del premier e del governo, con il conseguente restringimento di quelli del presidente della Repubblica, era preso in considerazione anche nella Bozza di riforma Violante, la quale prevedeva che il presidente del Consiglio fosse investito direttamente dai risultati elettorali e non incaricato dal capo dello Stato, che potesse revocare e nominare ministri e sottosegretari senza passare per il Colle, e che il governo potesse usufruire di una corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge di suo interesse.
Nessuno scandalo, dunque. Se non che nel reagire a queste prese di posizione la sinistra e la stampa mainstream calzano sempre i panni che fanno comodo al Cavaliere. Al di là del merito delle questioni e delle promesse effettivamente mantenute, infatti, ne escono rafforzati i tratti di decisionismo di Berlusconi e rimessa a lucido la sua immagine di riformatore, mentre i suoi avversari, rintanati sulla difensiva, appaiono come il ritratto stesso della conservazione. Un richiamo irresistibile per gli elettori del Pdl, anche se sfiduciati.
La teoria berlusconiana delle "mani legate" (da istituzioni antiquate e inefficienti e alleati infedeli) è molto spesso un alibi per giustificare le riforme non realizzate, ma che ci sia in Italia un problema di ingovernabilità (troppi galli a cantare e procedure parlamentari lente e farraginose) è innegabile. E c'è del vero anche nel fatto che quando Berlusconi si trova a Palazzo Chigi, chiunque si trovi al Quirinale - sia Scalfaro, Ciampi, o Napolitano - si sente in diritto di esercitare un ruolo di supplenza delle opposizioni, che oltre a sconfinare dalle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica danneggia in primis proprio le opposizioni, che vengono automaticamente bollate come deboli e incapaci finendo quasi per scomparire dal dibattito politico. Quando invece al governo c'è il centrosinistra, il Colle sembra uno studio notarile.
In questa legislatura il presidente della Repubblica e il presidente della Camera sono apparsi troppo spesso come gli unici, impropri argini, al governo Berlusconi. Soprattutto con Napolitano siamo ormai di fatto in un semipresidenzialismo dove il presidente però non viene eletto direttamente dai cittadini. Interviene su tutto, dalla politica estera alle spiagge in concessione, dando l'impressione di reclamare un ruolo di indirizzo politico che la Costituzione espressamente gli nega. Non c'è decreto ormai che non venga sottoposto ai suoi uffici prima di arrivare in Consiglio dei ministri, e spesso persino i testi di legge prima di uscire dalle commissioni parlamentari. Esternazioni una al dì, convocazioni di singoli ministri e capigruppo, lettere e spifferatine ai giornali. Di tutto di più, oscillando tra arbitro ineccepibile e giocatore molesto, tanto da far pensare che la sua età lo esponga a qualche condizionamento di troppo da parte dei suoi consiglieri, l'opaca "Presidenza della Repubblica".
Sacrosante in una democrazia liberale le istituzioni di controllo e di garanzia e il potere neutro del Quirinale, ma quando non sono più tali e invece di arbitrare giocano? Berlusconi vuole (dice di voler) cambiare una Costituzione che a suo avviso - e non ha tutti i torti - gli impedisce di governare in modo efficace. Napolitano (così come i suoi predecessori) le regole le ha già cambiate forzandole. Tra le due, meglio la via costituzionale del centrodestra, se mai deciderà di intraprenderla.
A ben vedere, non si tratta che dei soliti ragionamenti, che il centrodestra ha già tentato di trasformare in riforma costituzionale nel 2005 (premierato forte, riduzione del numero dei parlamentari, Senato federale). Una riforma lasciata affondare nel referendum confermativo. E d'altronde, non va dimenticato che il rafforzamento dei poteri del premier e del governo, con il conseguente restringimento di quelli del presidente della Repubblica, era preso in considerazione anche nella Bozza di riforma Violante, la quale prevedeva che il presidente del Consiglio fosse investito direttamente dai risultati elettorali e non incaricato dal capo dello Stato, che potesse revocare e nominare ministri e sottosegretari senza passare per il Colle, e che il governo potesse usufruire di una corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge di suo interesse.
Nessuno scandalo, dunque. Se non che nel reagire a queste prese di posizione la sinistra e la stampa mainstream calzano sempre i panni che fanno comodo al Cavaliere. Al di là del merito delle questioni e delle promesse effettivamente mantenute, infatti, ne escono rafforzati i tratti di decisionismo di Berlusconi e rimessa a lucido la sua immagine di riformatore, mentre i suoi avversari, rintanati sulla difensiva, appaiono come il ritratto stesso della conservazione. Un richiamo irresistibile per gli elettori del Pdl, anche se sfiduciati.
La teoria berlusconiana delle "mani legate" (da istituzioni antiquate e inefficienti e alleati infedeli) è molto spesso un alibi per giustificare le riforme non realizzate, ma che ci sia in Italia un problema di ingovernabilità (troppi galli a cantare e procedure parlamentari lente e farraginose) è innegabile. E c'è del vero anche nel fatto che quando Berlusconi si trova a Palazzo Chigi, chiunque si trovi al Quirinale - sia Scalfaro, Ciampi, o Napolitano - si sente in diritto di esercitare un ruolo di supplenza delle opposizioni, che oltre a sconfinare dalle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica danneggia in primis proprio le opposizioni, che vengono automaticamente bollate come deboli e incapaci finendo quasi per scomparire dal dibattito politico. Quando invece al governo c'è il centrosinistra, il Colle sembra uno studio notarile.
In questa legislatura il presidente della Repubblica e il presidente della Camera sono apparsi troppo spesso come gli unici, impropri argini, al governo Berlusconi. Soprattutto con Napolitano siamo ormai di fatto in un semipresidenzialismo dove il presidente però non viene eletto direttamente dai cittadini. Interviene su tutto, dalla politica estera alle spiagge in concessione, dando l'impressione di reclamare un ruolo di indirizzo politico che la Costituzione espressamente gli nega. Non c'è decreto ormai che non venga sottoposto ai suoi uffici prima di arrivare in Consiglio dei ministri, e spesso persino i testi di legge prima di uscire dalle commissioni parlamentari. Esternazioni una al dì, convocazioni di singoli ministri e capigruppo, lettere e spifferatine ai giornali. Di tutto di più, oscillando tra arbitro ineccepibile e giocatore molesto, tanto da far pensare che la sua età lo esponga a qualche condizionamento di troppo da parte dei suoi consiglieri, l'opaca "Presidenza della Repubblica".
Sacrosante in una democrazia liberale le istituzioni di controllo e di garanzia e il potere neutro del Quirinale, ma quando non sono più tali e invece di arbitrare giocano? Berlusconi vuole (dice di voler) cambiare una Costituzione che a suo avviso - e non ha tutti i torti - gli impedisce di governare in modo efficace. Napolitano (così come i suoi predecessori) le regole le ha già cambiate forzandole. Tra le due, meglio la via costituzionale del centrodestra, se mai deciderà di intraprenderla.
Friday, October 22, 2010
L'ultimo artificio degli idolatri della Costituzione
Di fronte a una legge costituzionale come il nuovo Lodo Alfano non c'è Consulta che tenga. Per questo ai repubblicones, ai guardiani e vari idolatri della Costituzione non resta che una possibilità: che intervenga in qualche modo il presidente Napolitano (ma non so se possa o meno rinviarla alle Camere), ritardandone e complicandone l'approvazione. Si appronta comunque un argomento per pressare ed allarmare il Colle, solo che stavolta il filo da tessere è davvero corto. La tesi è la seguente: poiché non si applica ai ministri, introducendo il Lodo Alfano il premier non è più "primus inter pares", ma "super pares", e attraverso questa innovazione si avvia di fatto «la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale"», equiparata più o meno ad una tirannia.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
Wednesday, May 12, 2010
Quanto durerà? E chi ci rimetterà?
David Cameron è il primo conservatore a rientrare a Downing Street dopo 13 anni di Labour. Obiettivo raggiunto, dunque? Quasi. Non si può certo dire che si sia aperto un nuovo ciclo, almeno per i Tories. Eppure, l'aspettativa alimentata da Cameron era proprio quella: sarebbe stato per i Tories ciò che Blair è stato per il Labour. Diciamo che ha ancora buone carte da giocare, ma che per il momento l'inizio del nuovo ciclo è rimandato da un incidente di percorso. Sono sempre stato convinto che Cameron, in quanto vincitore delle elezioni, non poteva sottrarsi alla sfida del governo, sia pure in coalizione, e quindi ben venga l'accordo con i lib-dem, ma a che prezzo... (qui i punti-chiave)
Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.
Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.
Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».
Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.
Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.
Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».
Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.
Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.
Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».
Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.
Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.
Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».
Monday, May 28, 2007
Il deficit di leadership si cura con la riforma anglosassone
«La politica funziona benissimo, là dove dispone di leadership capaci di mettersi in gioco per raccogliere consenso intorno alle proprie idee. Più dei costi e dei privilegi, più della scarsità di giovani e di volti nuovi, la nostra malattia si chiama difetto di leadership. Ovvero l'assenza di quella qualità che trasforma un'élite politica in una classe dirigente, quando sa assumersi la responsabilità di rischiare la faccia per svolgere bene e fino in fondo il lavoro che ha scelto».
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Saturday, March 24, 2007
Perché nel nostro sistema i 158 servono
Non è uno dei comunicati più oscuri quello che Pannella ieri sera ha messo sul sito Radicali.it (Leggi). Basta sapere che l'«illustre Impaziente» di cui si parla è Capezzone. Ricorda a noi impazienti che se il Governo vedrà approvato dal Senato il suo decreto di rifinanziamento delle missioni, pur senza tutti i 158 voti dai banchi della maggioranza, non è giuridicamente e costituzionalmente tenuto a dimettersi. Grazie, un ripasso di diritto costituzionale fa sempre bene.
Rimane la questione politica. Perché val la pena di ricordare che stando alle dichiarazioni del presidente Napolitano, di Prodi, di Fassino e dei vertici di tutti i partiti di maggioranza, il Governo Prodi è stato rinviato alle Camere così com'era, dopo la sua prima crisi, proprio sulla promessa fatta a Napolitano, proclamata ai quattro venti, che potesse contare su una maggioranza autosufficiente (158 voti) al Senato. Se lo stesso presidente ha chiesto che una maggioranza certa - a prescindere dalle auspicabili convergenze bipartisan - ci fosse, è evidente che, al contrario di quanto sostiene Pannella, il problema dei 158 esiste.
Ed è proprio alla pervicace ricerca di questa autosufficienza che è stata immolata la posizione della Rosa nel Pugno durante la crisi, che invece auspicava un più corposo allargamento a non meglio precisate forze liberali e socialiste. Non era "ineludibile" dimettersi neanche in occasione dell'ultima crisi. Eppure...
Eppure il problema c'è, eccome. Improvvisamente si sono tutti innamorati del voto bipartisan, scordandosi però che è un comportamento di maggioranze e opposizioni tipico di sistemi istituzionali diversi dal nostro, e che per di più qui godono del quasi totale rigetto da parte delle forze politiche. Si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia.
Si vorrebbe ampliare la maggioranza verso il centro senza modificare gli equilibri politici, cioè senza scatenare le proteste della sinistra neocomunista. Così «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassumeva perfettamente Stefano Folli.
Nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende (deve la sua stessa legittimità) dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente. Se troppo spesso, o in passaggi fondamentali, non lo è, viene a mancare il patto, c'è una nuova maggioranza che dovrebbe palesarsi e dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: ecco quindi perché senza l'autosufficienza dei 158 il nostro sistema va in sofferenza.
Uno di questi passaggi fondamentali è senz'altro il voto sul rifinanziamento delle missioni all'estero. Se il centrodestra dovesse decidere di non votare il decreto del Governo, coprendosi presentando una sua mozione per il rafforzamento del contingente e delle regole d'ingaggio, solo l'Udc - come sembra - potrebbe consentirne l'approvazione, rendendo ininfluente, come dice Pannella, il fatto che dalla maggioranza potrebbero arrivare meno di 158 voti. Eppure, lo stesso Casini, preannunciando di voler votare a favore, ha chiarito che se anche il decreto passasse ma mancassero i 158 voti dalla maggioranza, il Governo dovrebbe dimettersi. Ti aiuto, ma esigo le tue dimissioni? E' logico: nuova maggioranza, nuovo governo, o quanto meno nuova verifica politica di quello vecchio.
In un sistema in cui la legittimità dei governi dipende dalle maggioranze che si formano in Parlamento c'è un limite al loro variare. Perché, per esempio, il Governo non pone la fiducia sul decreto delle missioni? Saprebbe di perdere i voti dell'Udc e di non avere una maggioranza. A questo punto dovrebbe essere il Capo dello Stato a esigere che venga posta la fiducia per garantire il corretto funzionamento del parlamentarismo. Insomma, si deve sapere se l'Udc fa parte o meno della maggioranza. Soprattutto, in una materia come la politica estera si deve sapere su quale maggioranza si regge il Governo.
Nel merito, Prodi è riuscito a peggiorare la politica estera di Berlusconi, anche agli occhi di chi non avesse amato i buoni rapporti di quest'ultimo con l'amministrazione Bush. Angelo Panebianco individua, tra i vari disastri, la circostanza imprevista e peggiorativa: «Il governo Berlusconi aveva rapporti freddi e quasi ostili con i principali governi dell'Europa continentale ma coltivava almeno un saldo legame con gli Stati Uniti. Con il governo Prodi, le tensioni con gli Stati Uniti sono giunte al loro massimo storico senza la compensazione di un solido e aperto sostegno degli altri europeo-continentali».
Rimane la questione politica. Perché val la pena di ricordare che stando alle dichiarazioni del presidente Napolitano, di Prodi, di Fassino e dei vertici di tutti i partiti di maggioranza, il Governo Prodi è stato rinviato alle Camere così com'era, dopo la sua prima crisi, proprio sulla promessa fatta a Napolitano, proclamata ai quattro venti, che potesse contare su una maggioranza autosufficiente (158 voti) al Senato. Se lo stesso presidente ha chiesto che una maggioranza certa - a prescindere dalle auspicabili convergenze bipartisan - ci fosse, è evidente che, al contrario di quanto sostiene Pannella, il problema dei 158 esiste.
Ed è proprio alla pervicace ricerca di questa autosufficienza che è stata immolata la posizione della Rosa nel Pugno durante la crisi, che invece auspicava un più corposo allargamento a non meglio precisate forze liberali e socialiste. Non era "ineludibile" dimettersi neanche in occasione dell'ultima crisi. Eppure...
Eppure il problema c'è, eccome. Improvvisamente si sono tutti innamorati del voto bipartisan, scordandosi però che è un comportamento di maggioranze e opposizioni tipico di sistemi istituzionali diversi dal nostro, e che per di più qui godono del quasi totale rigetto da parte delle forze politiche. Si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia.
Si vorrebbe ampliare la maggioranza verso il centro senza modificare gli equilibri politici, cioè senza scatenare le proteste della sinistra neocomunista. Così «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassumeva perfettamente Stefano Folli.
Nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende (deve la sua stessa legittimità) dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente. Se troppo spesso, o in passaggi fondamentali, non lo è, viene a mancare il patto, c'è una nuova maggioranza che dovrebbe palesarsi e dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: ecco quindi perché senza l'autosufficienza dei 158 il nostro sistema va in sofferenza.
Uno di questi passaggi fondamentali è senz'altro il voto sul rifinanziamento delle missioni all'estero. Se il centrodestra dovesse decidere di non votare il decreto del Governo, coprendosi presentando una sua mozione per il rafforzamento del contingente e delle regole d'ingaggio, solo l'Udc - come sembra - potrebbe consentirne l'approvazione, rendendo ininfluente, come dice Pannella, il fatto che dalla maggioranza potrebbero arrivare meno di 158 voti. Eppure, lo stesso Casini, preannunciando di voler votare a favore, ha chiarito che se anche il decreto passasse ma mancassero i 158 voti dalla maggioranza, il Governo dovrebbe dimettersi. Ti aiuto, ma esigo le tue dimissioni? E' logico: nuova maggioranza, nuovo governo, o quanto meno nuova verifica politica di quello vecchio.
In un sistema in cui la legittimità dei governi dipende dalle maggioranze che si formano in Parlamento c'è un limite al loro variare. Perché, per esempio, il Governo non pone la fiducia sul decreto delle missioni? Saprebbe di perdere i voti dell'Udc e di non avere una maggioranza. A questo punto dovrebbe essere il Capo dello Stato a esigere che venga posta la fiducia per garantire il corretto funzionamento del parlamentarismo. Insomma, si deve sapere se l'Udc fa parte o meno della maggioranza. Soprattutto, in una materia come la politica estera si deve sapere su quale maggioranza si regge il Governo.
Nel merito, Prodi è riuscito a peggiorare la politica estera di Berlusconi, anche agli occhi di chi non avesse amato i buoni rapporti di quest'ultimo con l'amministrazione Bush. Angelo Panebianco individua, tra i vari disastri, la circostanza imprevista e peggiorativa: «Il governo Berlusconi aveva rapporti freddi e quasi ostili con i principali governi dell'Europa continentale ma coltivava almeno un saldo legame con gli Stati Uniti. Con il governo Prodi, le tensioni con gli Stati Uniti sono giunte al loro massimo storico senza la compensazione di un solido e aperto sostegno degli altri europeo-continentali».
Wednesday, March 07, 2007
«Maggioranza variabile» e vera separazione dei poteri
Le «maggioranze variabili» si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia
E' stato Giuliano Amato a parlare, al Corriere, di «maggioranza variabile», suggerendo a Prodi e all'Unione di uscire dal bunker e abbandonare il dogma dell'autosufficienza.
Ipotesi a cui già Bertinotti aveva posto dei paletti, ritenendola auspicabile per la legge elettorale ma non per altro: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo, ad esempio, ad un allargamento al centro, allora quella diventa una maggioranza reale». Esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili, solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo non metta in discussione la maggioranza medesima».
Nella serata di ieri è stato Casini, leader del principale elemento di "variabilità", a bocciare la suggestione di Amato: «O il governo ha i numeri o va a casa».
Si vorrebbero cambiare gli equilibri parlamentari, ampliando la maggioranza verso il centro. Ma visto che non si può farlo apertamente, perché la sinistra neocomunista si opporrebbe, si ricorre alle «maggioranze variabili». «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassume perfettamente Stefano Folli.
Eppure, si sente dire che il concetto di «maggioranza variabile» si addice particolarmente alle democrazie mature, in cui maggioranza e opposizione sanno ritrovarsi su alcune materie ritenute «bipartisan». La politica estera, per esempio, è il tema «bipartisan» per eccellenza. Ma le cose non stanno proprio così.
La differenza fondamentale è che nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente, altrimenti viene a mancare il patto e una nuova maggioranza deve dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: il concetto di «maggioranze variabili» è incompatibile con il nostro sistema. Come corollario, il meccanismo della fiducia, associato a sistemi elettorali proporzionalisti, mette di fatto il Governo nelle mani dei partiti.
Presidenzialismo o premierato, incompatibilità tra candidatura e incarichi di governo e seggio parlamentare, sono le prime riforme da introdurre per una piena separazione dei poteri, principio base di ogni buon governo. Entrambe le istituzioni, Governo e Parlamento, devono avere la certezza che, tranne casi eccezionali, verrà loro consentito di terminare il mandato. Ciò toglierebbe molto potere dalle mani dei partiti e darebbe modo ai due poteri - del medesimo colore o in coabitazione - di concentrarsi sul loro lavoro invece che a studiare le tattiche per rimanere in sella. Le opposizioni, invece di manovrare o illudersi della spallata, avrebbero il tempo di rielaborare la loro linea politica.
Le esperienze citate, quella americana e quella britannica, dimostrano come presidenzialismo e premierato assicurino nel contempo governabilità e ruolo forte dei parlamenti, mentre il parlamentarismo italiano riesce a indebolire sia i governi che le camere.
Tornando alla situazione di oggi, Sechi ha perfettamente ragione nell'individuare in Prodi e in Bertinotti, chiusi nel bunker intenti a blindare governo e coalizione, i veri sconfitti della crisi, perché hanno provato a tirare un esilissimo filo che dovunque in Europa si è spezzato, quello che invece in Italia si pretende che tenga unite al governo due sinistre alternative fra loro, quella riformista e quella neocomunista. Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani.
E' stato Giuliano Amato a parlare, al Corriere, di «maggioranza variabile», suggerendo a Prodi e all'Unione di uscire dal bunker e abbandonare il dogma dell'autosufficienza.
Ipotesi a cui già Bertinotti aveva posto dei paletti, ritenendola auspicabile per la legge elettorale ma non per altro: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo, ad esempio, ad un allargamento al centro, allora quella diventa una maggioranza reale». Esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili, solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo non metta in discussione la maggioranza medesima».
Nella serata di ieri è stato Casini, leader del principale elemento di "variabilità", a bocciare la suggestione di Amato: «O il governo ha i numeri o va a casa».
Si vorrebbero cambiare gli equilibri parlamentari, ampliando la maggioranza verso il centro. Ma visto che non si può farlo apertamente, perché la sinistra neocomunista si opporrebbe, si ricorre alle «maggioranze variabili». «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassume perfettamente Stefano Folli.
Eppure, si sente dire che il concetto di «maggioranza variabile» si addice particolarmente alle democrazie mature, in cui maggioranza e opposizione sanno ritrovarsi su alcune materie ritenute «bipartisan». La politica estera, per esempio, è il tema «bipartisan» per eccellenza. Ma le cose non stanno proprio così.
La differenza fondamentale è che nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.
Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente, altrimenti viene a mancare il patto e una nuova maggioranza deve dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: il concetto di «maggioranze variabili» è incompatibile con il nostro sistema. Come corollario, il meccanismo della fiducia, associato a sistemi elettorali proporzionalisti, mette di fatto il Governo nelle mani dei partiti.
Presidenzialismo o premierato, incompatibilità tra candidatura e incarichi di governo e seggio parlamentare, sono le prime riforme da introdurre per una piena separazione dei poteri, principio base di ogni buon governo. Entrambe le istituzioni, Governo e Parlamento, devono avere la certezza che, tranne casi eccezionali, verrà loro consentito di terminare il mandato. Ciò toglierebbe molto potere dalle mani dei partiti e darebbe modo ai due poteri - del medesimo colore o in coabitazione - di concentrarsi sul loro lavoro invece che a studiare le tattiche per rimanere in sella. Le opposizioni, invece di manovrare o illudersi della spallata, avrebbero il tempo di rielaborare la loro linea politica.
Le esperienze citate, quella americana e quella britannica, dimostrano come presidenzialismo e premierato assicurino nel contempo governabilità e ruolo forte dei parlamenti, mentre il parlamentarismo italiano riesce a indebolire sia i governi che le camere.
Tornando alla situazione di oggi, Sechi ha perfettamente ragione nell'individuare in Prodi e in Bertinotti, chiusi nel bunker intenti a blindare governo e coalizione, i veri sconfitti della crisi, perché hanno provato a tirare un esilissimo filo che dovunque in Europa si è spezzato, quello che invece in Italia si pretende che tenga unite al governo due sinistre alternative fra loro, quella riformista e quella neocomunista. Ciò che non torna è perché i radicali si vogliano per forza infilare in quel bunker dal quale Ds e Margherita si tengono ben lontani.
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