Anche su Notapolitica e L'Opinione
Quando abbiamo saputo della morte di Margaret Thatcher, in molti una domanda è sorta spontanea, avrebbe detto Antonio Lubrano: perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher, nonostante il nostro paese è, e non da oggi, in una situazione di declino, a causa dello statalismo e del corporativismo, simile a quella in cui si trovava il Regno Unito sul finire degli anni '70?
D'accordo, in Italia tantissimi erano thatcheriani «solo a parole», «all'italiana», come ha osservato Pierluigi Battista. Ma non bisogna dimenticare l'altra faccia della medaglia, che ci ha ricordato Piero Ostellino: ci fosse stata una vera Thatcher, «l'avrebbero spedita a morire a Tunisi». Ogni tentativo di rispondere alla nostra domanda tralasciando uno dei due aspetti - le responsabilità della classe politica di centrodestra e il fattore culturale e istituzionale - è condannato a produrre risposte parziali.
E' vero, i thatcheriani "de noantri" lo erano «solo a parole», hanno fatto poco o niente per diminuire la spesa pubblica, il debito pubblico, quindi le tasse, e per liberalizzare l'economia. Sono partiti sognando il «partito liberale di massa» e sono finiti nell'anti-mercatismo di Tremonti o nel keynesismo di ritorno del "premio Nobel" Krugman.
E' vero, i thatcheriani d'Italia sono stati più «pacioni». Di fronte al conflitto, alle opposizioni anche dure, hanno deciso di battere in ritirata temendo per il consenso del giorno dopo, quindi per le loro carriere politiche, ma anche perché, in fondo, non ci credevano neanche loro alla cosiddetta "rivoluzione liberale". Dopo la caduta della Prima Repubblica dirsi liberali era un modo, per ex-Msi, ex democristiani ed ex socialisti, per sdoganarsi. Una volta rilegittimati, hanno ben presto dimenticato cosa significasse. Qualche timida "lenzuolata" liberalizzatrice il centrosinistra l'ha portata avanti, ma obtorto collo, senza convinzione, solo per convenienza. Ci si era accorti che privatizzare poteva essere un modo per creare una rete di oligarchi amici e che liberalizzare qualcosa si poteva, purché limitandosi a colpire i settori di interesse dell'elettorato altrui.
No, non si può certo dire che il centrodestra italiano sia stato "liberista", tutto "small government e deregulation". Bisogna però riconoscere qualche circostanza attenuante ai liberali della Prima Repubblica, per aver fatto i "cespugli" della Democrazia cristiana quando l'alternativa era il comunismo di Mosca. E nella giusta critica al berlusconismo non si può ignorare che per tre volte Berlusconi ha coalizzato vaste maggioranze di centrodestra intorno a parole d'ordine liberiste, anti-stataliste, mentre mai niente di simile si è visto a sinistra. Berlusconi e la sua classe dirigente hanno poi tradito la "rivoluzione liberale", hanno governato da moderati nel senso di "socialisti moderati", e nell'elettorato di centrodestra le spinte stataliste e assistenzialiste del centro-sud e le spinte corporative hanno finito per prevalere sulle istanze liberalizzatrici. Ma tutto ciò non cancella il fatto inoppugnabile che da una parte i "thatcheriani", almeno a parole, sono esistiti, e che milioni di elettori di centrodestra hanno risposto, e ancora rispondono presente ai richiami liberisti, mentre dall'altra parte istintivamente li hanno sempre respinti.
Certo è che chi si è opposto alla riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, nel 1994, o all'abolizione dell'articolo 18, solo per citare due esempi, non ha titolo oggi per biasimare il centrodestra perché non ha saputo esprimere una Thatcher. Non si possono recitare due parti in commedia.
In fondo, una Thatcher in Italia non c'è stata perché non siamo inglesi. Non abbiamo né la loro cultura politica né il loro modello istituzionale e questi sono forse i fattori che più hanno pesato. Non è da noi che è sorto e si è sviluppato il pensiero liberale. La cultura liberale è sempre stata ultra-minoritaria nelle élites, schiacciata tra il solidarismo cattolico e l'assistenzialismo comunista e post-comunista. E il libero mercato lontano dall'esperienza concreta della borghesia e del capitalismo italiani. Tanto che il giornale degli industriali, il Sole24Ore, ha pensato bene di ospitare in prima pagina un convinto commento anti-Thatcher di Romano Prodi. Il caso Italia è particolamente penoso: la controversa percentuale del 47% di elettori che secondo Romney avrebbero comunque votato Obama, perché in vario modo sussidiati dal governo, in Italia probabilmente supera di gran lunga il 50%, rendendo ancor meno attraenti le opportunità che le politiche liberiste potrebbero aprire. Troppo pochi, e senza voce, gli outsider.
Non sorprendiamoci, dunque, se una Thatcher in Italia è impossibile. Anche il sistema istituzionale e politico è stato concepito, edificato e preservato apposta per renderla impossibile. Nel Regno Unito la politica è conflitto, alternative di governo, da noi concertazione e trasformismo. Il modello di leadership che la Thatcher rappresenta si è potuto affermare per le virtù del bipartitismo e di un premierato forte, che da noi è considerato una forma di autoritarismo. Il nostro è un sistema di poteri deboli, consociativo, che premia il trasformismo e deresponsabilizza i leader. Il presidente del Consiglio non ha il potere che ha avuto la Thatcher. E ogni tentativo di riformare la nostra Costituzione, che molti ancora ritengono "la più bella del mondo", in senso presidenzialista, o del premierato, si sono infranti contro una strenua, radicale opposizione, anche da parte di quanti, oggi, hanno il coraggio di dire che sì, in effetti, avremmo avuto bisogno di una Thatcher, ma che se ci fosse stata le avrebbero riservato il trattamento che per molto meno hanno riservato a Craxi e a Berlusconi.
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Wednesday, April 10, 2013
Monday, April 08, 2013
Thatcher, sinonimo di leadership
Anche su Rightnation.it
Che Margaret Thatcher abbia salvato la Gran Bretagna da un declino certo, contribuito a cambiare le coordinate della politica britannica (e non solo), e - insieme a Ronald Reagan - a cambiare il mondo, non ci sono dubbi. Ma se è stata - ed è ancora oggi - fonte di ispirazione per intere generazioni di conservatori e liberali, è perché la Lady di ferro rappresenta un modello di leadership saldamente fondato sui principi, forse l'unico davvero vincente, e la dimostrazione tangibile che libertà e responsabilità non solo possono essere le linee guida di un'azione di governo, ma sono la miglior politica economica e il miglior programma di governo possibile: «Non può esserci libertà senza libertà economica».
La sua è stata tra le rare leadership fondate sulle convinzioni contrapposte alle convenienze come bussola dell'agire politico. Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. Lo sapeva bene, una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica, che i principi sono tutto ciò che distingue lo statista dal politicante. Sapeva che per avere successo bisogna lottare «ogni santo giorno della propria vita», andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti, senza piegarsi.
II thatcherismo, dunque, innanzitutto come modello di leadership e prassi di governo. No ai compromessi al ribasso per vivacchiare politicamente. No ai cedimenti alle lobby e ai gruppi di pressione. No al consociativismo sociale. No alle lusinghe della spesa facile. «La medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno», «ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni», risponde la Thatcher ai suoi colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione.
Certo, è più facile prendere voti, e vincere le elezioni, devastando le finanze pubbliche piuttosto che risanandole; elargendo privilegi e sussidi piuttosto che responsabilizzando i cittadini, restituendo loro e alle famiglie il potere invece di aumentare a dismisura quello del governo. Ed è più facile, rimandando sine die una soluzione impopolare piuttosto che affrontando di petto i problemi, ma tutto questo non sarebbe governare ed esercitare una leadership.
Come pochi altri leader del '900, la Lady di ferro ci ha insegnato che l'arte del governo non è solo carisma e tecnica. Per cambiare un paese non bastano politiche efficaci e politici onesti e competenti. Quanto maggiori sono le sfide pratiche da affrontare, tanto più ci vogliono visione morale (avere un'idea di ciò che è bene e ciò che è male), intelaiatura intellettuale e chiarezza ideologica, per realizzare ciò che si è promesso conquistando e mantenendo il sostegno dell'opinione pubblica (di una maggioranza di essa, ovviamente).
La "Thatcher Revolution" ha dimostrato per la prima volta che le politiche keynesiane non sono le uniche possibili in democrazia. Che le politiche cosiddette "liberiste", la riduzione del peso dello Stato nell'economia a vantaggio della dimensione individuale, anche su quell'abusata astrattezza che chiamiamo «società» («non esiste la società: ci sono gli individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie»), non solo sono convenienti dal punto di vista economico, ma sono anche politicamente e socialmente sostenibili, nonché in ultima analisi vincenti, anche se indubbiamente richiedono un surplus di coraggio e determinazione. Di leadership, insomma.
A salvare la Gran Bretagna non sono state distanti teorie economiche, né oscure formule tecnocratiche, ma è stato il buon senso della figlia di un droghiere. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. Il duro lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.
La situazione italiana è molto simile a quella del Regno Unito pre-Thatcher della fine degli anni '70. Da noi è ancora dominante l'ideologia dello Stato-padrone e del cittadino-suddito, della spesa pubblica, del posto fisso, del "godersi" la pensione a 50 anni, dell'inflazione per far fronte al debito. Una società che colpevolizza la ricchezza e il merito, che ostacola l'accumulo del capitale, che frustra gli sforzi individuali per arrivare alla propria affermazione, che ignora le regole basilari dell'economia e che, per tutti questi motivi, è destinata al declino. Nessun centrodestra, soprattutto in Italia, può pensare di non ripartire dalla lezione di Margaret Thatcher.
Che Margaret Thatcher abbia salvato la Gran Bretagna da un declino certo, contribuito a cambiare le coordinate della politica britannica (e non solo), e - insieme a Ronald Reagan - a cambiare il mondo, non ci sono dubbi. Ma se è stata - ed è ancora oggi - fonte di ispirazione per intere generazioni di conservatori e liberali, è perché la Lady di ferro rappresenta un modello di leadership saldamente fondato sui principi, forse l'unico davvero vincente, e la dimostrazione tangibile che libertà e responsabilità non solo possono essere le linee guida di un'azione di governo, ma sono la miglior politica economica e il miglior programma di governo possibile: «Non può esserci libertà senza libertà economica».
La sua è stata tra le rare leadership fondate sulle convinzioni contrapposte alle convenienze come bussola dell'agire politico. Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. Lo sapeva bene, una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica, che i principi sono tutto ciò che distingue lo statista dal politicante. Sapeva che per avere successo bisogna lottare «ogni santo giorno della propria vita», andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti, senza piegarsi.
II thatcherismo, dunque, innanzitutto come modello di leadership e prassi di governo. No ai compromessi al ribasso per vivacchiare politicamente. No ai cedimenti alle lobby e ai gruppi di pressione. No al consociativismo sociale. No alle lusinghe della spesa facile. «La medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno», «ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni», risponde la Thatcher ai suoi colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione.
Certo, è più facile prendere voti, e vincere le elezioni, devastando le finanze pubbliche piuttosto che risanandole; elargendo privilegi e sussidi piuttosto che responsabilizzando i cittadini, restituendo loro e alle famiglie il potere invece di aumentare a dismisura quello del governo. Ed è più facile, rimandando sine die una soluzione impopolare piuttosto che affrontando di petto i problemi, ma tutto questo non sarebbe governare ed esercitare una leadership.
Come pochi altri leader del '900, la Lady di ferro ci ha insegnato che l'arte del governo non è solo carisma e tecnica. Per cambiare un paese non bastano politiche efficaci e politici onesti e competenti. Quanto maggiori sono le sfide pratiche da affrontare, tanto più ci vogliono visione morale (avere un'idea di ciò che è bene e ciò che è male), intelaiatura intellettuale e chiarezza ideologica, per realizzare ciò che si è promesso conquistando e mantenendo il sostegno dell'opinione pubblica (di una maggioranza di essa, ovviamente).
La "Thatcher Revolution" ha dimostrato per la prima volta che le politiche keynesiane non sono le uniche possibili in democrazia. Che le politiche cosiddette "liberiste", la riduzione del peso dello Stato nell'economia a vantaggio della dimensione individuale, anche su quell'abusata astrattezza che chiamiamo «società» («non esiste la società: ci sono gli individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie»), non solo sono convenienti dal punto di vista economico, ma sono anche politicamente e socialmente sostenibili, nonché in ultima analisi vincenti, anche se indubbiamente richiedono un surplus di coraggio e determinazione. Di leadership, insomma.
A salvare la Gran Bretagna non sono state distanti teorie economiche, né oscure formule tecnocratiche, ma è stato il buon senso della figlia di un droghiere. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. Il duro lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.
La situazione italiana è molto simile a quella del Regno Unito pre-Thatcher della fine degli anni '70. Da noi è ancora dominante l'ideologia dello Stato-padrone e del cittadino-suddito, della spesa pubblica, del posto fisso, del "godersi" la pensione a 50 anni, dell'inflazione per far fronte al debito. Una società che colpevolizza la ricchezza e il merito, che ostacola l'accumulo del capitale, che frustra gli sforzi individuali per arrivare alla propria affermazione, che ignora le regole basilari dell'economia e che, per tutti questi motivi, è destinata al declino. Nessun centrodestra, soprattutto in Italia, può pensare di non ripartire dalla lezione di Margaret Thatcher.
Tuesday, January 31, 2012
The Iron Lady, un film sorprendentemente politico
Anche su Notapolitica
La sorpresa è che "The Iron Lady" è un film molto più politico di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una ricetta di politica economica o una storia politica. In questi termini il giudizio è sospeso, anzi non c'è nemmeno lo sforzo di fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi formare un'idea precisa. Non c'è un tentativo di ricostruzione storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E' però fortemente politico perché è un film sulla leadership politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle convenienze come bussola dell'azione politica. E' un ritratto del thatcherismo – al di là delle singole policies, sulle quali si può dissentire – come modello di leadership, di cui il film ci presenta in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando sapientemente lato pubblico e privato del leader.
Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione della Lady di ferro nella crisi con l'Argentina «fascista» per le isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito che risuona all'indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi. Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse oggi i cittadini avvertono più l'esigenza.
E' in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il film, anche nelle scene in cui Lady T appare vecchia e malata, che emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in preda all'Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto, comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando esce a comprare il latte al negozietto all'angolo eludendo la sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo carattere e ad evocare i ricordi.
Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente dell'ambizione, le imperfezioni e l'egocentrismo del leader. All'epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità MT fa i conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al "potere", a riempire la propria vita di un «significato» che andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna piccolo borghese: stirare e preparare il tè.
Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande lucidità quando, nient'affatto irretita da una sua ammiratrice, emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa. Ora si tratta di diventare qualcuno».
Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film – consapevoli dell'ideologia dominante a Hollywood e che nella pellicola si dava un gran peso all'Alzheimer – temendo che potesse dare l'idea che l'unico leader di destra buono è quello vecchio e malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di Hollywood c'è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel cast del film (solo Meryl Streep – davvero superba, da Oscar), bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.
Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile nel combattere gli "smidollati" che si ritrova intorno e i suoi nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va molto oltre l'umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori un modello senz'altro positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno... ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e un'opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.
Non c'è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette privilegiate dell'alta finanza, ma attraverso il buon senso del bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.
La sorpresa è che "The Iron Lady" è un film molto più politico di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una ricetta di politica economica o una storia politica. In questi termini il giudizio è sospeso, anzi non c'è nemmeno lo sforzo di fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi formare un'idea precisa. Non c'è un tentativo di ricostruzione storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E' però fortemente politico perché è un film sulla leadership politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle convenienze come bussola dell'azione politica. E' un ritratto del thatcherismo – al di là delle singole policies, sulle quali si può dissentire – come modello di leadership, di cui il film ci presenta in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando sapientemente lato pubblico e privato del leader.
Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione della Lady di ferro nella crisi con l'Argentina «fascista» per le isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito che risuona all'indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi. Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse oggi i cittadini avvertono più l'esigenza.
E' in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il film, anche nelle scene in cui Lady T appare vecchia e malata, che emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in preda all'Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto, comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando esce a comprare il latte al negozietto all'angolo eludendo la sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo carattere e ad evocare i ricordi.
Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente dell'ambizione, le imperfezioni e l'egocentrismo del leader. All'epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità MT fa i conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al "potere", a riempire la propria vita di un «significato» che andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna piccolo borghese: stirare e preparare il tè.
Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande lucidità quando, nient'affatto irretita da una sua ammiratrice, emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa. Ora si tratta di diventare qualcuno».
Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film – consapevoli dell'ideologia dominante a Hollywood e che nella pellicola si dava un gran peso all'Alzheimer – temendo che potesse dare l'idea che l'unico leader di destra buono è quello vecchio e malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di Hollywood c'è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel cast del film (solo Meryl Streep – davvero superba, da Oscar), bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.
Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile nel combattere gli "smidollati" che si ritrova intorno e i suoi nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va molto oltre l'umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori un modello senz'altro positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno... ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e un'opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.
Non c'è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette privilegiate dell'alta finanza, ma attraverso il buon senso del bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.
Wednesday, November 10, 2010
Tutto questo un giorno sarà mio
Tutto come previsto, è guerriglia, e ieri ha centrato una delle roccaforti di successo del programma di governo: la politica dei respingimenti. Nonostante il premier abbia accettato anche esplicitamente l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza autonoma del centrodestra, non chiudendo ad una presente e futura alleanza, e nonostante sia cessata la campagna sulla casa di Montecarlo (anche se Fini risulta ancora indagato, dal momento che il gip tarda ad accogliere la richiesta di archiviazione), non basta più. Il logoramento - ne eravamo certi - non è cessato e i finiani alzano sempre più il tiro nella speranza di costringere Berlusconi alla resa senza l'imbarazzo di dover votare insieme alla sinistra una sfiducia palese in Parlamento.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Thursday, September 30, 2010
Una vittoria solo tattica
Dietro la vittoria tattica di Fini, ieri alla Camera, poco o nulla è cambiato. Da una parte, i suoi calcoli si stanno compiendo: la "terza gamba" della maggioranza è ormai nei fatti. Dopo la breve parentesi nel Pdl si è ricostruito una casuccia tutta sua da cui ricominciare a logorare l'invidiato Berlusconi. Un esito a cui, a quanto pare, Berlusconi per ora non può sottrarsi, ha il dovere di provare ad andare avanti. Ha dovuto subire Fini e Casini tra il 2001 e il 2006; dovrà subire Fini adesso. Inutile accapigliarsi sui numeri, autosufficienza o no è facile prevedere che i finiani quanto meno alla Camera hanno i numeri che bastano, e la volontà, di proseguire con la guerriglia nel lavoro quotidiano delle commissioni e dell'aula e sui media. Partito di governo e al tempo stesso di lotta, possibile solo nel nostro un po' bizzarro e sconclusionato sistema politico. Per di più, Fini continuerà a esercitare anche una terza parte (o parte terza?) in commedia, quella in teoria neutra e di garanzia di presidente della Camera, pulpito autorevole (?) dal quale potrà continuare a picconare il governo a cui ha appena rinnovato la fiducia. La tattica è più o meno quella della legislatura 2001-2006: logorare. E' diversa solo la nostra pazienza (è diminuita).
Ma la fiducia di ieri, e l'ormai prossimo lancio del partito, sono anche un'assunzione di responsabilità. I finiani saranno sì decisivi, ma rischiano di esserlo in negativo. Ma per un certo verso Fini è anche in un vicolo cieco: l'impressione infatti è che i finiani moderati non staccheranno mai la spina al governo, e forse non si presteranno neanche alla guerriglia; ma da Fini la sinistra e alcuni giornali si aspettano che assesti la spallata decisiva a Berlusconi, aprendo le porte a un governo tecnico, e che si opponga a certe leggi. Se non si dimostrerà in grado di farlo - e si tratta di operazioni politicamente molto costose - potrebbero venir meno certe protezioni e sponde di cui ha goduto.
Berlusconi non può farci niente, se non, come ho già scritto, giocarsi il tutto per tutto sulle riforme, andare avanti "all in" dopo "all in". In questo modo, delle due l'una: o va avanti portando a casa le riforme che servono al Paese; o si immola, ma su qualcosa per cui valga la pena e vendendo cara la pelle. Ma essenziale, ora, che recuperi il controllo dell'agenda e del dibattito politico, che si torni a discutere - bene o male che sia - di cose che il governo "fa".
Quello di Fini è un disegno messo a punto a tavolino che si rischia di non scorgere nella sua interezza se non si allarga lo sguardo ad una prospettiva temporale piuttosto ampia. Dopo aver respinto in modo sprezzante («siamo alle comiche finali») l'annuncio del "predellino" - convinto che il governo Prodi tenesse, e quindi che negli anni la leadership di Berlusconi non avrebbe retto - è costretto nell'imminenza delle elezioni anticipate ad aderire al progetto del Pdl (fuori avrebbe fatto la fine di Casini e comunque la maggior parte di An non lo avrebbe seguito), ma con il retropensiero di ricostituire appena possibile un suo partito, e quindi il vecchio assetto della Cdl che il progetto del partito unico si era proposto di superare, recuperando posizioni di rendita e potere di ricatto. Ecco perché ha deciso di non condividere la responsabilità di governo, né di assumere un ruolo di vertice nel partito, ma di sistemarsi alla presidenza della Camera, il podio ideale - come dimostra la storia recente - per condurre guerre di logoramento.
Significative due accelerazioni: la prima, quando Berlusconi ha vinto alla grande le regionali. Pur avendo mancato la scommessa sulla sua sconfitta, Fini decide di imprimere comunque, per motivi solo apparentemente inspiegabili, una svolta decisiva a quelli che fino ad allora erano stati distinguo e controcanti inoppurtuni, considerando la carica che ricopre, ma pur sempre compatibili con una normale dialettica interna alla maggioranza. Da lì in poi la critica al governo e al Pdl si fa continua e a 360 gradi, dirompente, andando a toccare le radici stesse del "berlusconismo". Fini si erge a paladino della legalità, contrapposta alla presunta impunità del Pdl, flirta con gli accusatori di Berlusconi, e arriva alla minaccia di costituire gruppi parlamentari autonomi. Tutti si chiedono perché questo strappo proprio all'indomani di una vittoria elettorale. Già, perché?
E' questo l'interrogativo chiave. Da quel momento in poi le intenzioni di Fini non possono più essere fraintese. Non c'entra più il diritto al dissenso, il ruolo di una minoranza interna, la sfida culturale sulla base di un'idea diversa, più moderna ed europea, di "destra", come anche qualcuno molto vicino a Berlusconi ha creduto, consigliando al Cav. di ricomporre, accettando il percorso, il pungolo, quindi le legittime ambizioni di Fini. Il punto è questo: non si trattava più di rispettare una dialettica interna, ma di tollerare il logoramento proprio e dell'azione di governo, fino ad allora sostenuta dai cittadini in tutte le prove elettorali. Si è citato l'esempio dei grandi partiti nelle altre democrazie occidentali. Vero è che le leadership sono contendibili, e aspramente contese, mentre in Italia i meccanismi sono un po' inceppati e un po' torbidi. Ma tutto a tempo debito, non mentre si è al governo. Ce la vedete la speaker Pelosi che organizza la fronda contro Obama?
Insomma, l'intento demolitorio è diventato evidente e se il premier, in questi giorni, alla Camera e al Senato è apparso dialogante non è perché si illuda sulle reali intenzioni di Fini, ma perché ha il dovere, nei confronti dei suoi elettori, di provare ad andare avanti, e forse scorge che alcuni finiani sono lontani dall'astio e dal rancore del loro leader.
La seconda accelerazione Fini l'ha impressa ieri, con l'annuncio della costituzione di un partito, questa volta non giustificato da nessuna presunta "cacciata". A questo punto ha di fronte a sé una scelta: o si dimette, per porsi anche formalmente alla guida del nuovo partito; oppure, segue lo schema Casini-Follini, rimanendo alla presidenza di Montecitorio mentre al vertice del partito mette uno dei suoi (Urso?). Intanto, vale la pena di annotare le flagranti anomalie istituzionali in cui Fini è incappato anche ieri. Proprio durante la seduta più "politica" dell'assemblea della Camera, sulla fiducia al governo, esercitava al tempo stesso il ruolo di capofazione e di presidente super partes. E' lui, un minuto dopo che Berlusconi finisce di parlare, ad annunciare che il suo gruppo voterà la fiducia al governo (è "inevitabile"); è lui a riunire i suoi subito dopo il discorso del premier (lasciando la presidenza dell'aula alla Bindi); è lui ad annunciare il processo di costituzione di un nuovo partito.
Ma la fiducia di ieri, e l'ormai prossimo lancio del partito, sono anche un'assunzione di responsabilità. I finiani saranno sì decisivi, ma rischiano di esserlo in negativo. Ma per un certo verso Fini è anche in un vicolo cieco: l'impressione infatti è che i finiani moderati non staccheranno mai la spina al governo, e forse non si presteranno neanche alla guerriglia; ma da Fini la sinistra e alcuni giornali si aspettano che assesti la spallata decisiva a Berlusconi, aprendo le porte a un governo tecnico, e che si opponga a certe leggi. Se non si dimostrerà in grado di farlo - e si tratta di operazioni politicamente molto costose - potrebbero venir meno certe protezioni e sponde di cui ha goduto.
Berlusconi non può farci niente, se non, come ho già scritto, giocarsi il tutto per tutto sulle riforme, andare avanti "all in" dopo "all in". In questo modo, delle due l'una: o va avanti portando a casa le riforme che servono al Paese; o si immola, ma su qualcosa per cui valga la pena e vendendo cara la pelle. Ma essenziale, ora, che recuperi il controllo dell'agenda e del dibattito politico, che si torni a discutere - bene o male che sia - di cose che il governo "fa".
Quello di Fini è un disegno messo a punto a tavolino che si rischia di non scorgere nella sua interezza se non si allarga lo sguardo ad una prospettiva temporale piuttosto ampia. Dopo aver respinto in modo sprezzante («siamo alle comiche finali») l'annuncio del "predellino" - convinto che il governo Prodi tenesse, e quindi che negli anni la leadership di Berlusconi non avrebbe retto - è costretto nell'imminenza delle elezioni anticipate ad aderire al progetto del Pdl (fuori avrebbe fatto la fine di Casini e comunque la maggior parte di An non lo avrebbe seguito), ma con il retropensiero di ricostituire appena possibile un suo partito, e quindi il vecchio assetto della Cdl che il progetto del partito unico si era proposto di superare, recuperando posizioni di rendita e potere di ricatto. Ecco perché ha deciso di non condividere la responsabilità di governo, né di assumere un ruolo di vertice nel partito, ma di sistemarsi alla presidenza della Camera, il podio ideale - come dimostra la storia recente - per condurre guerre di logoramento.
Significative due accelerazioni: la prima, quando Berlusconi ha vinto alla grande le regionali. Pur avendo mancato la scommessa sulla sua sconfitta, Fini decide di imprimere comunque, per motivi solo apparentemente inspiegabili, una svolta decisiva a quelli che fino ad allora erano stati distinguo e controcanti inoppurtuni, considerando la carica che ricopre, ma pur sempre compatibili con una normale dialettica interna alla maggioranza. Da lì in poi la critica al governo e al Pdl si fa continua e a 360 gradi, dirompente, andando a toccare le radici stesse del "berlusconismo". Fini si erge a paladino della legalità, contrapposta alla presunta impunità del Pdl, flirta con gli accusatori di Berlusconi, e arriva alla minaccia di costituire gruppi parlamentari autonomi. Tutti si chiedono perché questo strappo proprio all'indomani di una vittoria elettorale. Già, perché?
E' questo l'interrogativo chiave. Da quel momento in poi le intenzioni di Fini non possono più essere fraintese. Non c'entra più il diritto al dissenso, il ruolo di una minoranza interna, la sfida culturale sulla base di un'idea diversa, più moderna ed europea, di "destra", come anche qualcuno molto vicino a Berlusconi ha creduto, consigliando al Cav. di ricomporre, accettando il percorso, il pungolo, quindi le legittime ambizioni di Fini. Il punto è questo: non si trattava più di rispettare una dialettica interna, ma di tollerare il logoramento proprio e dell'azione di governo, fino ad allora sostenuta dai cittadini in tutte le prove elettorali. Si è citato l'esempio dei grandi partiti nelle altre democrazie occidentali. Vero è che le leadership sono contendibili, e aspramente contese, mentre in Italia i meccanismi sono un po' inceppati e un po' torbidi. Ma tutto a tempo debito, non mentre si è al governo. Ce la vedete la speaker Pelosi che organizza la fronda contro Obama?
Insomma, l'intento demolitorio è diventato evidente e se il premier, in questi giorni, alla Camera e al Senato è apparso dialogante non è perché si illuda sulle reali intenzioni di Fini, ma perché ha il dovere, nei confronti dei suoi elettori, di provare ad andare avanti, e forse scorge che alcuni finiani sono lontani dall'astio e dal rancore del loro leader.
La seconda accelerazione Fini l'ha impressa ieri, con l'annuncio della costituzione di un partito, questa volta non giustificato da nessuna presunta "cacciata". A questo punto ha di fronte a sé una scelta: o si dimette, per porsi anche formalmente alla guida del nuovo partito; oppure, segue lo schema Casini-Follini, rimanendo alla presidenza di Montecitorio mentre al vertice del partito mette uno dei suoi (Urso?). Intanto, vale la pena di annotare le flagranti anomalie istituzionali in cui Fini è incappato anche ieri. Proprio durante la seduta più "politica" dell'assemblea della Camera, sulla fiducia al governo, esercitava al tempo stesso il ruolo di capofazione e di presidente super partes. E' lui, un minuto dopo che Berlusconi finisce di parlare, ad annunciare che il suo gruppo voterà la fiducia al governo (è "inevitabile"); è lui a riunire i suoi subito dopo il discorso del premier (lasciando la presidenza dell'aula alla Bindi); è lui ad annunciare il processo di costituzione di un nuovo partito.
Wednesday, September 08, 2010
Tony, ci manchi/2 - Consigli per aspiranti (o consumati) leader
«Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita. Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».
«Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico».Tony Blair ("A Journey")
Monday, May 28, 2007
Il deficit di leadership si cura con la riforma anglosassone
«La politica funziona benissimo, là dove dispone di leadership capaci di mettersi in gioco per raccogliere consenso intorno alle proprie idee. Più dei costi e dei privilegi, più della scarsità di giovani e di volti nuovi, la nostra malattia si chiama difetto di leadership. Ovvero l'assenza di quella qualità che trasforma un'élite politica in una classe dirigente, quando sa assumersi la responsabilità di rischiare la faccia per svolgere bene e fino in fondo il lavoro che ha scelto».
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
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