Condivisibile l'auspicio espresso da Angelo Panebianco, oggi sul Corriere della Sera, per cui se davvero, nelle prossime settimane, la maggioranza dovesse dimostrare una compattezza tale da far sperare che arrivi a fine legislatura, le forze politiche dovrebbero mutare il proprio approccio al tema della legge elettorale abbandonando i propri egoismi e assumendone uno più responsabile. I presupposti per poter arrivare ad una riforma condivisa, ricorda giustamente Panebianco, sono due: «Non può essere fatta "contro" qualcuno»; «non può essere costruita in modo tale da avvantaggiare manifestamente qualcuno».
Tuttavia, se dovesse verificarsi lo scenario - tuttora improbabile - di un prosieguo della legislatura, a mio avviso è più probabile che il tema della legge elettorale esca di nuovo dall'agenda politica. Semplicemente perché le opposizioni non avrebbero più interesse a brandirlo contro l'ipotesi di un voto troppo anticipato. Perché, diciamocelo francamente, in questi mesi è stato sollevato unicamente come argomento per aggregare, in caso di crisi, il fronte antiberlusconiano in un governo tecnico. E nel merito tutte le forze di opposizione, più i finiani, nella legge elettorale non vedono altro che un espediente per "far fuori" Berlusconi. Per questi motivi, se la maggioranza dovesse riacquistare solidità, qualsiasi modifica - comunque improbabile - all'attuale legge sarebbe approvata per iniziativa di Pdl e Lega (e alla Camera dovrebbe passare con qualche soccorso esterno).
Detto questo, Panebianco suggerisce di «togliere subito dal tavolo l'ipotesi del cosiddetto sistema "tedesco"», che in Itallia «avrebbe l'effetto di dare ai centristi la quasi certezza, comunque vadano le elezioni, di stare comunque al governo, vuoi con la sinistra vuoi con la destra. Più che un sistema "alla tedesca" sarebbe un sistema "alla Casini"». Indirizzandosi verso «una qualche forma di maggioritario con collegi uninominali», il politologo evoca un possibile punto di incontro per mettere d'accordo «sostenitori del turno unico e sostenitori del doppio turno». Si tratta di un sistema maggioritario con collegi uninominali e a turno unico (come in Gran Bretagna), ma «con la facoltà per l'elettore di dare non uno ma due voti (una prima e una seconda scelta)», e in cui, dunque, «vince il seggio il candidato che ottiene più voti sommando prime e seconde scelte».
Tale sistema avrebbe tutti i vantaggi descritti da Panebianco e sicuramente sarebbe migliore della legge attuale. Tuttavia, presenterebbe un problema a ben guardare simile a quello dei sistemi a doppio turno. Si potrebbe dare il caso di un candidato che fra tutti ottenga più prime scelte, ma che venga superato da qualcuno che abbia raccolto più seconde scelte di lui. Sarebbe giusto, sarebbe democratico? Immaginate, per assurdo, un candidato che ottenesse 499 prime scelte su mille (il 49,9% dei voti, in poche parole) ma 0 seconde scelte. Ebbene, verrebbe superato da un candidato che ottenesse solo 200 prime scelte su mille ma 300 seconde scelte. Oppure pensate, per essere più realistici, ad un candidato cui andassero 340 prime scelte e 110 seconde scelte su mille (un candidato del Pdl alleato alla Lega), venendo superato da un candidato (per esempio del Pd) che conquistasse solo 280 prime scelte su mille ma ben 180 seconde.
In modo simile, con il doppio turno, per effetto della "stanchezza" degli elettori, al secondo turno potrebbe vincere il seggio un candidato arrivato secondo al primo con meno voti di quanti ne abbia conquistati il primo piazzato al turno precedente. Supponiamo, infatti, che al primo turno uno abbia conquistato 450 voti su mille votanti e l'altro 350 voti. Al secondo turno, se i votanti calassero a 800, sarebbero sufficienti 401 voti per vincere.
Dunque, per correggere il sistema proposto da Panebianco, che rischia di generare una maggioranza di seconde scelte, bisognerebbe o dimezzare il valore numerico dei voti conquistati come seconda scelta o importare il sistema australiano così com'è.
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Tuesday, October 12, 2010
Monday, August 30, 2010
Casini e D'Alema, solito pelo e soliti vizi
Illuminanti interviste di Casini, ieri al Corriere della Sera, e D'Alema, oggi a la Repubblica. Due che davvero non hanno alcun pudore a svelare i loro disegni politici, in cui la volontà degli elettori gioca spesso una parte piuttosto misera. Ha fatto bene Berlusconi a frenare sulle elezioni anticipate, perché «sarebbe stato la vittima designata», ma soprattutto perché Casini sa che «se si votasse domani mattina, questo partito avrebbe la necessità di candidarsi autonomamente; e allora tanti entusiasmi si appannerebbero». Già, l'avevamo percepito. Riguardo l'ipotesi di un ingresso dell'Udc nella maggioranza, Pier lamenta che «in questo governo l'unico che conta è Tremonti» e che il ministero dell'Economia «ha inglobato cinque o sei ministeri della Prima Repubblica, da ultimo le Attività produttive, ormai ridotte a un simulacro». Insomma, ci fossero 5-6 ministeri invece che uno, ci sarebbero più poltrone da spartire e pazienza se bisognerebbe dire addio a un minimo di coerenza nella politica economica.
In Casini non muore mai la speranza-illusione di veder sorgere una nuova Dc da lui guidata e sempre al governo, con la destra o con la sinistra («perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi?»). Pur aspettandoli entrambi nel "Partito della nazione", non rinuncia a una stoccata a Montezemolo («spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria») e a Fini («oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com'è Berlusconi...»).
Ma D'Alema non finisce mai di sorprendere per la sua faccia tosta. Non solo vuole un ribaltone, per tornare a votare con una nuova legge elettorale concepita ad arte per non far vincere Berlusconi. C'è di più. La nuova legge, figlia di un ribaltone, dovrebbe però prevedere una norma anti-ribaltone, in modo che una volta al potere i "buoni" non cadano vittima a loro volta di un ribaltone. L'ex ministro degli Esteri non ha dubbi: ci vuole il sistema tedesco (che poi non si riduce certo a un proporzionale con sbarramento, ma questo nessuno lo fa mai notare), che «rompe la rigidità dello schema blocco contro blocco». Alle urne si andrebbe solo «con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone». Insomma, senza il disturbo di premi di maggioranza o collegi uninominali, dopo il voto il Pd troverebbe sempre la "quadra" con sinistra e centro per andare al governo.
La bizzarra teoria di D'Alema è che nel Paese ci sarebbe «sicuramente una maggioranza larga» contro Berlusconi, ma è questa legge elettorale che impedirebbe di tradurre questa maggioranza elettorale «in proposta di governo e in una leadership forte». E' vero semmai il contrario, non c'è mai stata una «larga» maggioranza di italiani contro Berlusconi, ma alcune volte una assai striminzita (e ingovernabile), nel 1996 (quando SB perse solo perché la Lega non era alleata con il Polo) e nel 2006 (quando l'Unione raccolse solo 20mila voti in più alla Camera e ben 240mila in meno al Senato). Ma la paura suprema di D'Alema è che Berlusconi «col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre» (la sinistra perderebbe il controllo del Colle e della Consulta). "Solo" il 38%? Vorrebbe forse diventare D'Alema presidente con il 26% dei voti? E con quanti voti nel Paese sono diventati presidenti Napolitano e Ciampi, tanto per citare gli ultimi due?
In Casini non muore mai la speranza-illusione di veder sorgere una nuova Dc da lui guidata e sempre al governo, con la destra o con la sinistra («perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi?»). Pur aspettandoli entrambi nel "Partito della nazione", non rinuncia a una stoccata a Montezemolo («spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria») e a Fini («oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com'è Berlusconi...»).
Ma D'Alema non finisce mai di sorprendere per la sua faccia tosta. Non solo vuole un ribaltone, per tornare a votare con una nuova legge elettorale concepita ad arte per non far vincere Berlusconi. C'è di più. La nuova legge, figlia di un ribaltone, dovrebbe però prevedere una norma anti-ribaltone, in modo che una volta al potere i "buoni" non cadano vittima a loro volta di un ribaltone. L'ex ministro degli Esteri non ha dubbi: ci vuole il sistema tedesco (che poi non si riduce certo a un proporzionale con sbarramento, ma questo nessuno lo fa mai notare), che «rompe la rigidità dello schema blocco contro blocco». Alle urne si andrebbe solo «con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone». Insomma, senza il disturbo di premi di maggioranza o collegi uninominali, dopo il voto il Pd troverebbe sempre la "quadra" con sinistra e centro per andare al governo.
La bizzarra teoria di D'Alema è che nel Paese ci sarebbe «sicuramente una maggioranza larga» contro Berlusconi, ma è questa legge elettorale che impedirebbe di tradurre questa maggioranza elettorale «in proposta di governo e in una leadership forte». E' vero semmai il contrario, non c'è mai stata una «larga» maggioranza di italiani contro Berlusconi, ma alcune volte una assai striminzita (e ingovernabile), nel 1996 (quando SB perse solo perché la Lega non era alleata con il Polo) e nel 2006 (quando l'Unione raccolse solo 20mila voti in più alla Camera e ben 240mila in meno al Senato). Ma la paura suprema di D'Alema è che Berlusconi «col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre» (la sinistra perderebbe il controllo del Colle e della Consulta). "Solo" il 38%? Vorrebbe forse diventare D'Alema presidente con il 26% dei voti? E con quanti voti nel Paese sono diventati presidenti Napolitano e Ciampi, tanto per citare gli ultimi due?
Wednesday, May 12, 2010
Quanto durerà? E chi ci rimetterà?
David Cameron è il primo conservatore a rientrare a Downing Street dopo 13 anni di Labour. Obiettivo raggiunto, dunque? Quasi. Non si può certo dire che si sia aperto un nuovo ciclo, almeno per i Tories. Eppure, l'aspettativa alimentata da Cameron era proprio quella: sarebbe stato per i Tories ciò che Blair è stato per il Labour. Diciamo che ha ancora buone carte da giocare, ma che per il momento l'inizio del nuovo ciclo è rimandato da un incidente di percorso. Sono sempre stato convinto che Cameron, in quanto vincitore delle elezioni, non poteva sottrarsi alla sfida del governo, sia pure in coalizione, e quindi ben venga l'accordo con i lib-dem, ma a che prezzo... (qui i punti-chiave)
Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.
Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.
Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».
Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.
Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.
Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».
Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.
Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.
Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».
Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.
Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.
Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».
Saturday, May 08, 2010
In buona compagnia
Era lecito aspettarsi che dopo l'esito delle elezioni generali britanniche, che hanno dato luogo ad un Hung Parliament e ad una situazione di instabilità politica, si scatenassero sulla stampa e nel mondo politico gli avversari dell'uninominale e del bipartitismo per suonare le campane a morto. Ciascuno desideroso di piegare gli eventi in casa d'altri a sostegno del disegno politico coltivato a casa nostra. In particolare, chi nella maggioranza prende la palla al balzo per convincerci che l'attuale nostro sistema elettorale è il migliore possibile e chi - il commento di Polito oggi ne è un fulgido esempio - suggerisce ai britannici il sistema tedesco, che è nei piani del propri referenti politici: cioè, Massimo D'Alema e Pier Casini.
Su questo blog avete letto un'analisi diversa: il bipartitismo britannico è - almeno per ora - salvo, e vivo e vegeto nei comportamenti dell'elettorato. Il punto infatti non è l'eventuale formazione di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no.
I laburisti, gli unici disponibili a ragionare su una tale ipotesi, sono usciti troppo sconfitti da queste elezioni. E i lib-dem hanno deluso. Neanche una "coalizione degli sconfitti" (258 seggi più 57, 52% del voto popolare), infatti, raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei seggi (326). Decisivo, rispetto alle possibilità di riforma in senso proporzionale, è il flop-Clegg: se infatti avessimo avuto, per esempio, i laburisti al 28% e i lib-dem al 27, quindi anche senza sorpasso, probabilmente ci sarebbero stati i numeri per un governo di coalizione tra i due, legittimato dalla cospicua avanzata dei "gialli". Ma così non è stato. Tra l'altro, come fa notare oggi il ministro della Difesa ombra Liam Fox, sarebbe «strano» se un accordo fosse fatto naufragare sul sistema di voto, che non è certo al centro dell'interesse degli elettori. Sarebbe quindi politicamente costoso per i lib-dem rifiutare l'offerta di Cameron impuntandosi sul proporzionale.
Tornando a noi, fa piacere, andando controcorrente, almeno trovarsi in buona compagnia. Identica, infatti, è l'analisi di Angelo Panebianco, oggi sul Corriere della Sera:
Così come i lib-dem nel Regno Unito si illudono che passando al proporzionale verrebbe formalizzato un sistema tri-partitico che li vedrebbe sempre al governo, o con i Tories o con il Labour, e unici arbitri del quadro post-voto. In realtà, la stessa complessa entità statuale del Regno Unito dovrebbe suggerire che senza una semplificazione del sistema partitico, passando al proporzionale si andrebbe non verso il sistema tedesco, ma verso una frammentazione estrema, con probabilmente oltre 10 partiti. Gli stessi lib-dem finirebbero ben presto per perdere il loro ruolo di ago della bilancia, funzione che si scomporrebbe a favore di tante altre entità che cercano di far valere la loro rendita di posizione anche minima.
E' falso, inoltre, che l'uninominale «sovrarappresenti» i partiti di maggioranza relativa, come se ciò fosse il prodotto di un intervento artificiale rispetto alla volontà degli elettori. Si può parlare in questo senso di «sovrarappresentazione» in un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, com'è il nostro, per cui una quota di rappresentanti viene praticamente eletta dal nulla. L'uninominale è semplicemente la messa in pratica di un'idea diversa della rappresentanza rispetto a quella sottesa al proporzionale.
L'idea alla base di quest'ultimo è che ad eleggere i propri rappresentanti sia il popolo nella sua totalità, inteso come entità monolitica e omogenea (non dal punto di vista delle opinioni politiche, ma come soggetto legittimato ad essere rappresentato), quindi in un certo senso astratta. Viceversa, il collegio uninominale presuppone l'idea che non esiste tale entità umana, ma che esistono in concreto, su un dato territorio nazionale in un preciso momento storico, diverse comunità di persone, di diverse o simili dimensioni, ciascuna delle quali ha diritto ad esprimere un suo rappresentante. Parlare di «sovrarappresentazione» con l'uninominale non ha senso, perché in realtà ha poco senso, in quel sistema, guardare al dato percentuale sul voto popolare, che diventa un'astrazione.
Su questo blog avete letto un'analisi diversa: il bipartitismo britannico è - almeno per ora - salvo, e vivo e vegeto nei comportamenti dell'elettorato. Il punto infatti non è l'eventuale formazione di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no.
I laburisti, gli unici disponibili a ragionare su una tale ipotesi, sono usciti troppo sconfitti da queste elezioni. E i lib-dem hanno deluso. Neanche una "coalizione degli sconfitti" (258 seggi più 57, 52% del voto popolare), infatti, raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei seggi (326). Decisivo, rispetto alle possibilità di riforma in senso proporzionale, è il flop-Clegg: se infatti avessimo avuto, per esempio, i laburisti al 28% e i lib-dem al 27, quindi anche senza sorpasso, probabilmente ci sarebbero stati i numeri per un governo di coalizione tra i due, legittimato dalla cospicua avanzata dei "gialli". Ma così non è stato. Tra l'altro, come fa notare oggi il ministro della Difesa ombra Liam Fox, sarebbe «strano» se un accordo fosse fatto naufragare sul sistema di voto, che non è certo al centro dell'interesse degli elettori. Sarebbe quindi politicamente costoso per i lib-dem rifiutare l'offerta di Cameron impuntandosi sul proporzionale.
Tornando a noi, fa piacere, andando controcorrente, almeno trovarsi in buona compagnia. Identica, infatti, è l'analisi di Angelo Panebianco, oggi sul Corriere della Sera:
«L'aspettativa di un Parlamento in cui nessun partito avrebbe conquistato la maggioranza assoluta dei seggi si era fatta forte a causa del successo mediatico (che però non si è tradotto in successo elettorale) del "terzo partito", i Lib Dem di Nick Clegg. Diversi politici italiani, e anche qualche commentatore, avevano creduto di trarne la "lezione" secondo cui il bipartitismo britannico sarebbe agonizzante. E' l'abitudine italiana di usare le vicende altrui per sostenere le proprie tesi preferite sulla politica di casa nostra. Adesso che l'aspettativa si è realizzata, che, effettivamente, nessun partito detiene la maggioranza assoluta, è probabile che molti continueranno a sostenere quella tesi. Si sbagliano. È già accaduto altre volte. L'ultima fu nel 1974, quando si formò un gabinetto laburista di minoranza. Pochi mesi dopo la Gran Bretagna tornò alle elezioni, i laburisti conquistarono la maggioranza assoluta dei seggi e si ricostituì la normale dialettica bipartitica. Nulla lascia pensare che le cose non andranno così anche questa volta. Un forte successo di Clegg, forse, avrebbe innescato cambiamenti ma il successo non c'è stato... ha contato soprattutto una ragione tecnica: il sistema elettorale maggioritario rende la vita difficile ai "terzi partiti" che non dispongano di un consenso territorialmente concentrato. Gli elettori sono chiamati a dare un "voto strategico", a orientare il proprio voto al fine di impedire che si assicuri il seggio il candidato del partito da essi più avversato. Il non brillante risultato liberale, a sua volta, salvo sorprese, rende poco credibile la possibilità di una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale (una riforma, quella sì, che decreterebbe la fine del bipartitismo)... Presto o tardi, con nuove elezioni, anche l'attuale incidente di percorso verrà riassorbito...».Nessun sistema mette al 100% al riparo da crisi e momenti di instabilità, perché essi fanno parte della vita umana, individuale e collettiva, e non sono eliminabili. Ma se l'uninominale e il bipartitismo li riducono al minimo, il proporzionale e il multipartitismo rischiano di produrre due esiti che sono la regola, non l'eccezione: o il consociativismo, o l'ingovernabilità patologica. E stiamo sperimentando in Italia come l'aver adottato un sistema proporzionale con correzione maggioritaria ci abbia solo illusi di aver rafforzato il bipolarismo. Nei due partiti maggiori infatti si agitano ancora spezzoni che ambiscono a recuperare una rendita di posizione.
Così come i lib-dem nel Regno Unito si illudono che passando al proporzionale verrebbe formalizzato un sistema tri-partitico che li vedrebbe sempre al governo, o con i Tories o con il Labour, e unici arbitri del quadro post-voto. In realtà, la stessa complessa entità statuale del Regno Unito dovrebbe suggerire che senza una semplificazione del sistema partitico, passando al proporzionale si andrebbe non verso il sistema tedesco, ma verso una frammentazione estrema, con probabilmente oltre 10 partiti. Gli stessi lib-dem finirebbero ben presto per perdere il loro ruolo di ago della bilancia, funzione che si scomporrebbe a favore di tante altre entità che cercano di far valere la loro rendita di posizione anche minima.
E' falso, inoltre, che l'uninominale «sovrarappresenti» i partiti di maggioranza relativa, come se ciò fosse il prodotto di un intervento artificiale rispetto alla volontà degli elettori. Si può parlare in questo senso di «sovrarappresentazione» in un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, com'è il nostro, per cui una quota di rappresentanti viene praticamente eletta dal nulla. L'uninominale è semplicemente la messa in pratica di un'idea diversa della rappresentanza rispetto a quella sottesa al proporzionale.
L'idea alla base di quest'ultimo è che ad eleggere i propri rappresentanti sia il popolo nella sua totalità, inteso come entità monolitica e omogenea (non dal punto di vista delle opinioni politiche, ma come soggetto legittimato ad essere rappresentato), quindi in un certo senso astratta. Viceversa, il collegio uninominale presuppone l'idea che non esiste tale entità umana, ma che esistono in concreto, su un dato territorio nazionale in un preciso momento storico, diverse comunità di persone, di diverse o simili dimensioni, ciascuna delle quali ha diritto ad esprimere un suo rappresentante. Parlare di «sovrarappresentazione» con l'uninominale non ha senso, perché in realtà ha poco senso, in quel sistema, guardare al dato percentuale sul voto popolare, che diventa un'astrazione.
Monday, November 12, 2007
La proposta furba di Veltroni
Tutto secondo copione? Pare di sì. Finalmente Veltroni si è degnato di avanzare una sua proposta di riforma elettorale. E, come temevamo, seppure rispetto al "porcellum" restituisca agli elettori la scelta dei candidati all'interno delle liste, si tratta di un'illusione, perché allo stesso tempo gli toglie la possibilità di scegliere il governo.
Uno "sciagurato ibrido", come l'ha definito Gianfranco Pasquino su l'unità, tra sistema tedesco (una quota di maggioritario e una di proporzionale) e spagnolo (circoscrizioni medio-piccole), che determinerebbe sul sistema politico e partitico italiano effetti ben peggiori del "porcellum".
Una proposta "furba". Innanzitutto, escogitata per dividere il centrodestra (Lega e Udc si sono già mostrati interessati) e rendere meno compatta la richiesta di elezioni anticipate nell'eventualità della caduta del Governo Prodi. Ma consentirebbe anche a Veltroni di presentare il Partito democratico da solo, senza però assumersi la responsabilità di una sconfitta e del ritorno al potere di Berlusconi, e senza precludersi la possibilità di governare il Paese. Solo dopo il voto, infatti, a seconda delle convenienze e dei numeri, potrebbe allearsi con i centristi, le cui file si ingrosserebbero grazie alla rendita di posizione che il sistema proposto gli attribuisce, oppure con la "cosa rossa". Nient'affatto da escludere, ovviamente, ipotesi consociative e "Grosse Koalition".
Se da solo un sistema elettorale non è in grado di garantire governi stabili e un sistema bipartitico, di certo un sistema proporzionale manderebbe in soffitta il bipolarismo, che per quanto in Italia sia imperfetto e pasticciato - proprio per la resistenza dei partiti e del ceto politico a completare le riforme istituzionali in senso anglosassone - almeno garantisce agli elettori un'alternativa chiara al momento del voto.
Oltre a una sistema elettorale uninominale (ad un turno o a doppio turno), o proporzionale dagli effetti fortemente maggioritari (come quello spagnolo), servirebbe infatti una reale separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo, entrambi con una loro legittimazione popolare diretta. Con il superamento dello strumento della "fiducia", quindi del parlamentarismo, verso forme di presidenzialismo o premierato, allora sì, governi e legislature potrebbero giungere alla scadenza naturale dei loro mandati. Non si parlerebbe tutti i giorni di spallate, ma le opposizioni sarebbero costrette a fare politica.
Osserviamo, nel frattempo, due aspetti di deterioramento del centrodestra: un processo di sfarinamento e proliferazione partitica - ieri la nascita, benedetta da Berlusconi, della "cosa nera", La Destra di Storace, Buontempo, Santanchè - che sembra sempre più avvicinarlo ai livelli di frammentazione del centrosinistra; il logoramento della leadership berlusconiana. Se infatti Berlusconi gode ancora di un grande consenso popolare, che lo rende indispensabile come leader del centrodestra, appare sempre meno in grado, sicuramente meno di quanto lo fosse nei suoi ultimi e caotici anni di governo, di frenare la legittima aspirazione alla visibilità e alla leadership di Fini e Casini, quindi di garantire la compattezza della coalizione e la stabilità, l'efficacia, di un suo eventuale nuovo governo.
Insomma, mi sembra che Berlusconi, sempre più impegnato a circoscrivere il protagonismo altrui, e a rincorrere ogni piccola formazione e nuovo partitino, non sia più in grado di proporre ed esprimere una politica coerente e, quindi, che un centrodestra nel vuoto di idee si incammini verso l'immobilismo e la paralisi.
Uno "sciagurato ibrido", come l'ha definito Gianfranco Pasquino su l'unità, tra sistema tedesco (una quota di maggioritario e una di proporzionale) e spagnolo (circoscrizioni medio-piccole), che determinerebbe sul sistema politico e partitico italiano effetti ben peggiori del "porcellum".
Una proposta "furba". Innanzitutto, escogitata per dividere il centrodestra (Lega e Udc si sono già mostrati interessati) e rendere meno compatta la richiesta di elezioni anticipate nell'eventualità della caduta del Governo Prodi. Ma consentirebbe anche a Veltroni di presentare il Partito democratico da solo, senza però assumersi la responsabilità di una sconfitta e del ritorno al potere di Berlusconi, e senza precludersi la possibilità di governare il Paese. Solo dopo il voto, infatti, a seconda delle convenienze e dei numeri, potrebbe allearsi con i centristi, le cui file si ingrosserebbero grazie alla rendita di posizione che il sistema proposto gli attribuisce, oppure con la "cosa rossa". Nient'affatto da escludere, ovviamente, ipotesi consociative e "Grosse Koalition".
Se da solo un sistema elettorale non è in grado di garantire governi stabili e un sistema bipartitico, di certo un sistema proporzionale manderebbe in soffitta il bipolarismo, che per quanto in Italia sia imperfetto e pasticciato - proprio per la resistenza dei partiti e del ceto politico a completare le riforme istituzionali in senso anglosassone - almeno garantisce agli elettori un'alternativa chiara al momento del voto.
Oltre a una sistema elettorale uninominale (ad un turno o a doppio turno), o proporzionale dagli effetti fortemente maggioritari (come quello spagnolo), servirebbe infatti una reale separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo, entrambi con una loro legittimazione popolare diretta. Con il superamento dello strumento della "fiducia", quindi del parlamentarismo, verso forme di presidenzialismo o premierato, allora sì, governi e legislature potrebbero giungere alla scadenza naturale dei loro mandati. Non si parlerebbe tutti i giorni di spallate, ma le opposizioni sarebbero costrette a fare politica.
Osserviamo, nel frattempo, due aspetti di deterioramento del centrodestra: un processo di sfarinamento e proliferazione partitica - ieri la nascita, benedetta da Berlusconi, della "cosa nera", La Destra di Storace, Buontempo, Santanchè - che sembra sempre più avvicinarlo ai livelli di frammentazione del centrosinistra; il logoramento della leadership berlusconiana. Se infatti Berlusconi gode ancora di un grande consenso popolare, che lo rende indispensabile come leader del centrodestra, appare sempre meno in grado, sicuramente meno di quanto lo fosse nei suoi ultimi e caotici anni di governo, di frenare la legittima aspirazione alla visibilità e alla leadership di Fini e Casini, quindi di garantire la compattezza della coalizione e la stabilità, l'efficacia, di un suo eventuale nuovo governo.
Insomma, mi sembra che Berlusconi, sempre più impegnato a circoscrivere il protagonismo altrui, e a rincorrere ogni piccola formazione e nuovo partitino, non sia più in grado di proporre ed esprimere una politica coerente e, quindi, che un centrodestra nel vuoto di idee si incammini verso l'immobilismo e la paralisi.
Friday, October 26, 2007
Ma il modello tedesco non è quello di cui si parla
Giorni fa Panebianco vedeva «un interesse in comune» tra Veltroni e Fini sulla legge elettorale («entrambi necessitano di una buona riforma elettorale che premi le grandi aggregazioni, i grandi partiti, e dovranno faticare per imporla ai rispettivi partner. In mancanza di ciò, a tutti e due conviene il referendum e il sistema elettorale che ne scaturirebbe»).
In questi giorni si celebra il festival dei retroscenisti, con articoli che durano lo spazio di un mattino. Le convergenze diventano divergenze in 24 ore e viceversa. Fabio Martini, su La Stampa, vedeva un asse Veltroni-Prodi, mentre Verderami, sul Corriere, ne scorgeva uno Fausto-Walter per il modello tedesco. Il Foglio anticipava il "no definitivo" di W. dalla convention di sabato. Forse la cosa migliore è proprio ascoltare cosa dirà sabato.
Il sistema elettorale tedesco non mi entusiasma, sono convintamente uninominalista o, in subordine, trovo che il proporzionale spagnolo sia quello dagli effetti più "maggioritari". Vedo però, da come se ne parla (per esempio, Casini a "8 e mezzo"), un tentativo di spacciare per sistema tedesco un semplice proporzionale con lo sbarramento al 5%. E' il caso di ricordare, invece, che in Germania i cittadini eleggono la metà del totale dei deputati del Bundestag (299 su 598) in collegi uninominali. Per l'altra metà dei seggi concorrono le liste dei partiti che superano lo sbarramento del 5%. Assicurati i seggi vinti nell'uninominale, la quota di seggi spettanti a ciascun partito vengono definiti dal proporzionale, cosicché il numero totale dei seggi del Bundestag è variabile. Gli effetti del sistema sono proporzionali e non maggioritari, ma il correttivo uninominale giustifica la definizione di proporzionale "personalizzato".
Quella tedesca è una formula nata in un sistema in cui le estreme erano già escluse per legge, cucita addosso alle tre aggregazioni legittimate (cristiano democratici, socialisti democratici, liberali), che non è riuscita a impedire, negli ultimi due decenni, l'aumento dei partiti a cinque e una "Grosse Koalition". Noi invece avremmo bisogno di una legge elettorale che contribuisca a trasformare e semplificare il sistema, a personalizzare la competizione politica non solo a livello di premiership. Ma se proprio dobbiamo copiare un sistema, almeno copiamolo per bene.
Se il modello tedesco potrebbe saldare gli interessi di Udc e Rifondazione comunista in un governo istituzionale preposto ad approvare la riforma, le possibilità che questo si verifichi rimangono esigue, perché non credo che Veltroni sia disposto a rischiare di trovarsi in un sistema in cui il Pd sia sottoposto a non irrilevanti forze centrifughe. Meglio perdere con questa legge, ma che il partito rimanga tutto nelle sue mani.
In questi giorni si celebra il festival dei retroscenisti, con articoli che durano lo spazio di un mattino. Le convergenze diventano divergenze in 24 ore e viceversa. Fabio Martini, su La Stampa, vedeva un asse Veltroni-Prodi, mentre Verderami, sul Corriere, ne scorgeva uno Fausto-Walter per il modello tedesco. Il Foglio anticipava il "no definitivo" di W. dalla convention di sabato. Forse la cosa migliore è proprio ascoltare cosa dirà sabato.
Il sistema elettorale tedesco non mi entusiasma, sono convintamente uninominalista o, in subordine, trovo che il proporzionale spagnolo sia quello dagli effetti più "maggioritari". Vedo però, da come se ne parla (per esempio, Casini a "8 e mezzo"), un tentativo di spacciare per sistema tedesco un semplice proporzionale con lo sbarramento al 5%. E' il caso di ricordare, invece, che in Germania i cittadini eleggono la metà del totale dei deputati del Bundestag (299 su 598) in collegi uninominali. Per l'altra metà dei seggi concorrono le liste dei partiti che superano lo sbarramento del 5%. Assicurati i seggi vinti nell'uninominale, la quota di seggi spettanti a ciascun partito vengono definiti dal proporzionale, cosicché il numero totale dei seggi del Bundestag è variabile. Gli effetti del sistema sono proporzionali e non maggioritari, ma il correttivo uninominale giustifica la definizione di proporzionale "personalizzato".
Quella tedesca è una formula nata in un sistema in cui le estreme erano già escluse per legge, cucita addosso alle tre aggregazioni legittimate (cristiano democratici, socialisti democratici, liberali), che non è riuscita a impedire, negli ultimi due decenni, l'aumento dei partiti a cinque e una "Grosse Koalition". Noi invece avremmo bisogno di una legge elettorale che contribuisca a trasformare e semplificare il sistema, a personalizzare la competizione politica non solo a livello di premiership. Ma se proprio dobbiamo copiare un sistema, almeno copiamolo per bene.
Se il modello tedesco potrebbe saldare gli interessi di Udc e Rifondazione comunista in un governo istituzionale preposto ad approvare la riforma, le possibilità che questo si verifichi rimangono esigue, perché non credo che Veltroni sia disposto a rischiare di trovarsi in un sistema in cui il Pd sia sottoposto a non irrilevanti forze centrifughe. Meglio perdere con questa legge, ma che il partito rimanga tutto nelle sue mani.
Tuesday, October 23, 2007
L'insensata corsa al voto
Al capezzale del malato ormai in stato vegetativo permanente, il Governo Prodi, sono tutti in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di staccare la spina. Si deciderà colui (o coloro) che in un preciso momento - domani o tra un mese - scorgerà per sé una convenienza. Così, in questo clima febbrile, da ultimi giorni di interrogazioni prima della fine dell'anno scolastico, tutti si agitano con fare frenetico per farsi trovare nella miglior posizione possibile quando il governo verrà a mancare. Ci convincono le parole di Stefano Folli, oggi nel suo "punto" sul Sole 24 Ore.
«La retorica delle "elezioni subito" non convince». Innanzitutto, perché «sulla base dell'attuale sistema elettorale, chi vince non avrà gli strumenti per governare con la dovuta determinazione. E quello che il Paese non può permettersi è proprio un'altra fase di non-Governo, o di Governo insoddisfacente, destinato a rallentare o addirittura ostacolare il processo di modernizzazione di cui si avverte l'urgenza». Che senso ha, si chiede Folli, «la corsa alle elezioni in un sistema bloccato?»
Piuttosto, bisogna fare attenzione «a non sprecare l'arma del voto, che nell'immediato serve a rasserenare l'opinione pubblica, ma suscita attese che sarebbe delittuoso deludere ancora una volta. In quel caso non ci sarebbero ulteriori prove d'appello».
E ci auguriamo che chi ha orecchie per sentire - e occhi per leggere - li metta in funzione.
Riguardo la fretta di Berlusconi di correre verso le urne che quasi certamente lo vedrebbero uscire vincitore, «è un po' troppo comoda la posizione di rendita che si è ritagliato, seduto sulla riva del fiume in attesa di essere richiamato a furor di popolo a Palazzo Chigi». Dal centrodestra (esiste ancora la CdL?) in questi mesi non è giunta nemmeno «un'idea, una suggestione, una proposta originale. Ci si è limitati ad assaporare il crollo dell'Unione. Poco per chi reclama la responsabilità di guidare il Paese».
La prospettiva che indica Folli, di un «governo ad hoc» che in pochi mesi metta in campo tutti gli sforzi e i tentativi possibili per approvare una nuova legge elettorale, ci pare la più saggia. Ovviamente per Veltroni, ma anche per Berlusconi, se vuole governare il Paese e non galleggiare. Purtroppo, la nostra impressione è che Berlusconi sia semplicemente alla ricerca di una rivincita personale e di quella si accontenti, nonostante il rischio sia quello di lasciare dopo di lui un centrodestra ridotto in macerie.
Maria Teresa Meli, sul Corriere della Sera, ha descritto in modo abbastanza verosimile gli auspici e le intenzioni di Veltroni: ancora una «manciata» di mesi, magari gli otto che lui stesso ha evocato, per costruire il partito, cambiare la legge elettorale, e poi al voto. Certo, «se perdesse contro Berlusconi, dopo due anni di un governo dal bilancio non propriamente positivo, nessuno potrebbe imputargli quella sconfitta». I margini «quanto meno per ridurre le perdite» ci sarebbero, scrive la Meli. Quindi, conclude, «non è ancora detto che Veltroni ufficializzi il divorzio del Pd dalla sinistra radicale».
Il problema è che una sconfitta, seppure riducendo le perdite, del Pd alleato alla sinistra comunista e massimalista, sarebbe un rovescio che il nuovo partito potrebbe addirittura non superare, apparendo agli occhi degli italiani già vecchio e con tutti i difetti del defunto Ulivo, mentre una sconfitta del Pd da solo, o sorretto da un pilastro di centro, magari dai tratti lib-dem, sarebbe onorevole e una base di partenza per costruire qualcosa di davvero nuovo. E' vero anche, però, che la sconfitta di un centrosinistra "vecchio conio", ex-ulivisti più sinistra comunista e massimalista, fornirebbe probabilmente la giustificazione necessaria per la rottura definitiva dell'innaturale alleanza. Potrebbero divenire anche quelle ceneri con le quali concimare un partito nuovo.
«La retorica delle "elezioni subito" non convince». Innanzitutto, perché «sulla base dell'attuale sistema elettorale, chi vince non avrà gli strumenti per governare con la dovuta determinazione. E quello che il Paese non può permettersi è proprio un'altra fase di non-Governo, o di Governo insoddisfacente, destinato a rallentare o addirittura ostacolare il processo di modernizzazione di cui si avverte l'urgenza». Che senso ha, si chiede Folli, «la corsa alle elezioni in un sistema bloccato?»
Piuttosto, bisogna fare attenzione «a non sprecare l'arma del voto, che nell'immediato serve a rasserenare l'opinione pubblica, ma suscita attese che sarebbe delittuoso deludere ancora una volta. In quel caso non ci sarebbero ulteriori prove d'appello».
E ci auguriamo che chi ha orecchie per sentire - e occhi per leggere - li metta in funzione.
Riguardo la fretta di Berlusconi di correre verso le urne che quasi certamente lo vedrebbero uscire vincitore, «è un po' troppo comoda la posizione di rendita che si è ritagliato, seduto sulla riva del fiume in attesa di essere richiamato a furor di popolo a Palazzo Chigi». Dal centrodestra (esiste ancora la CdL?) in questi mesi non è giunta nemmeno «un'idea, una suggestione, una proposta originale. Ci si è limitati ad assaporare il crollo dell'Unione. Poco per chi reclama la responsabilità di guidare il Paese».
La prospettiva che indica Folli, di un «governo ad hoc» che in pochi mesi metta in campo tutti gli sforzi e i tentativi possibili per approvare una nuova legge elettorale, ci pare la più saggia. Ovviamente per Veltroni, ma anche per Berlusconi, se vuole governare il Paese e non galleggiare. Purtroppo, la nostra impressione è che Berlusconi sia semplicemente alla ricerca di una rivincita personale e di quella si accontenti, nonostante il rischio sia quello di lasciare dopo di lui un centrodestra ridotto in macerie.
Maria Teresa Meli, sul Corriere della Sera, ha descritto in modo abbastanza verosimile gli auspici e le intenzioni di Veltroni: ancora una «manciata» di mesi, magari gli otto che lui stesso ha evocato, per costruire il partito, cambiare la legge elettorale, e poi al voto. Certo, «se perdesse contro Berlusconi, dopo due anni di un governo dal bilancio non propriamente positivo, nessuno potrebbe imputargli quella sconfitta». I margini «quanto meno per ridurre le perdite» ci sarebbero, scrive la Meli. Quindi, conclude, «non è ancora detto che Veltroni ufficializzi il divorzio del Pd dalla sinistra radicale».
Il problema è che una sconfitta, seppure riducendo le perdite, del Pd alleato alla sinistra comunista e massimalista, sarebbe un rovescio che il nuovo partito potrebbe addirittura non superare, apparendo agli occhi degli italiani già vecchio e con tutti i difetti del defunto Ulivo, mentre una sconfitta del Pd da solo, o sorretto da un pilastro di centro, magari dai tratti lib-dem, sarebbe onorevole e una base di partenza per costruire qualcosa di davvero nuovo. E' vero anche, però, che la sconfitta di un centrosinistra "vecchio conio", ex-ulivisti più sinistra comunista e massimalista, fornirebbe probabilmente la giustificazione necessaria per la rottura definitiva dell'innaturale alleanza. Potrebbero divenire anche quelle ceneri con le quali concimare un partito nuovo.
Monday, September 17, 2007
Tutti pazzi per Beppe Grillo
Sembrano tutti impazziti in questi giorni - giornali, tv, blog - di fronte agli strali di questo Savonarola del 2007. La maggior parte dei politici alza le barricate, qualcuno tenta goffamente di cavalcare l'onda, troppo anomala. Vi prego, non ci copriamoci di ridicolo, scomodando addirittura quella "gran" cosa che fu il fascismo. Non fraintendete: "grande" non perché le attribuisca qualcosa di buono, ma perché fu una cosa seria, che poggiava su basi solide.Dietro Grillo non c'è nulla, se non noia, ignoranza ed esasperazione. Né sorprende che questo nulla attragga una vecchia sinistra intrisa di moralismo, giacobinismo e invidia sociale. La nostra società "a coriandoli", come usa dire il sociologo De Rita, e l'impercettibile spessore culturale dello stesso Grillo, sono adeguati anticorpi contro una possibile deriva "fascista" di questa ondata.
Appena il comico ha annunciato sul suo blog che avrebbe distribuito "certificati di garanzia" ai meet-up che si fossero presentati alle elezioni comunali in liste civiche di incensurati e non iscritti ai partiti, metà del suo popolo gli ha già voltato le spalle. Gran parte di chi lo segue in piazza si accontenta di gridare qualche parolaccia - certamente più che meritata - all'indirizzo della nostra classe politica.
Dietro il "fenomeno Grillo" c'è un'ignoranza abissale, sua personale e di quanti lo seguono, mentre milioni di persone poco o per nulla istruite, schifate quanto lui e i suoi fanatici seguaci dalla nostra classe politica, conservano un innato buon senso. Non hanno bisogno di "vaffa" per dimostrare a loro stessi di esistere. Per intuito riconoscono le vie della democrazia e, pur non avendone consapevolezza, in fondo hanno il senso di ciò di cui il paese avrebbe bisogno. Grillo no. I suoi comizi restano nel seminterrato della satira. Finché fa il comico, le battute sui ministri - alcune indovinate, bisogna ammetterlo - possono bastare. Quando però si porta la gente in piazza e si annunciano liste elettorali, non bastano tre raccogliticce proposte di legge che persino uno studente di terza media avrebbe potuto buttare giù.
L'ineleggibilità dei condannati già c'è. Esiste nel nostro ordinamento una pena specifica che scatta automaticamente per certi reati e per altri è nella disponibilità del giudice (non ancora delle piazze, per fortuna) prescrivere: l'interdizione dai pubblici uffici, quindi l'impossibilità di candidarsi alle cariche elettive e amministrative.
Bandire i condannati dal Parlamento dopo il primo grado di giudizio è incostituzionale. Forma minima di garanzia dello stato di diritto è che ogni cittadino possa contare su più di un grado di giudizio, se non altro perché sbagliare è umano e la giustizia di cui stiamo parlando è drammaticamente quella amministrata dagli uomini. Proprio Grillo, così attento a denunciare tutto ciò che non funziona nel nostro paese, ripone nella pluricondannata in Europa giustizia italiana una tale fiducia da non sentire neanche il bisogno che intervenga un secondo grado di giudizio prima di condannare un cittadino a qualsivoglia pena?
L'ineleggibilità dopo il primo grado di giudizio esporrebbe inoltre il Parlamento, bene o male espressione della volontà popolare, a un improprio potere di ricatto da parte di un ordine indipendente e non elettivo: la magistratura. Ma anche se fossero dichiarati ineleggibili solo i condannati in appello e in terzo grado, e tra loro anche quelli che avessero scontato la pena, si finirebbe con l'attribuire ai Tribunali il potere di determinare l'elettorato passivo. Un po' troppo.
Anche la seconda proposta di Grillo, l'introduzione di un limite massimo di due mandati parlamentari, interverrebbe a limitare la sovranità degli elettori nel loro diritto a concedere e revocare il mandato parlamentare, effetto collaterale non trascurabile rispetto al beneficio di un maggiore ricambio degli eletti, ottenuto però con una forzatura sugli elettori.
Infine, Grillo propone di reintrodurre la preferenza sulla scheda elettorale. E qui siamo alla barzelletta. Se infatti le prime due proposte ridurrebbero in modo sostanziale la sovranità degli elettori, la terza riprodurrebbe esattamente il sistema che ha generato e alimentato la partitocrazia. Quale sistema ha permesso per due decenni il sacco dell'Italia, se non il proporzionale con le preferenze? Possibile che Grillo non ricordi? Il perché della sua smemoratezza è presto detto: provi pure, Grillo, a proporre alla sua gente il sistema elettorale e le riforme che sarebbero davvero la tomba dello strapotere dei partiti: l'uninominale secco sul 100% dei seggi e il presidenzialismo. Troppo simile all'odiata America, vero?
Eppure, con il proporzionale le oligarchie partitiche presentano le loro liste agli elettori, mentre con l'uninominale gli elettori eleggono un volto. Difficilmente passerebbe il volto di un corrotto (e, prim'ancora, difficilmente un partito lo presenterebbe, rischiando di perdere il seggio). Come ha spiegato Galli Della Loggia, gli eletti con suffragio personale diretto, «posti di fronte all'alternativa da un lato di obbedire ai principi ideali della propria originaria appartenenza politica, e dall'altro, invece, di dare voce comunque, anche a costo di mettere da parte quei principi, ai disagi della comunità che li ha eletti, per lo più non esitano a imboccare questa strada... l'elezione diretta con il maggioritario ha scardinato il rapporto tra il sindaco eletto e il suo partito o schieramento partitico di riferimento. Il sindaco è così divenuto politicamente e ideologicamente libero, e perciò responsabile in prima persona di fronte ai cittadini».
Di fronte al problema reale della mancanza di rinnovamento della classe politica, anziché sostenere meccanismi elettorali e riforme istituzionali che lo incoraggino, Grillo nella sua ignoranza avanza proposte non solo inutilmente moralistiche, ma persino controproducenti, lesive del carattere già poco democratico delle nostre istituzioni.
Perché, dunque, a dispetto di tale inconsistenza culturale e politica, tutta questa attenzione per il "fenomeno Grillo"? Perché siamo un paese annoiato, inconcludente. E allora, "nomen omen", ecco che inseguiamo ogni grillo che ci passa per la testa.
L'occasione, purtroppo, l'abbiamo buttata al vento e stiamo pagando le conseguenze del «grande errore». Così Angelo Panebianco ha definito «il mancato rinnovamento dello Stato negli anni Novanta».
Nei primi anni Novanta, con la fine della Guerra fredda e i conseguenti effetti dirompenti sulla politica italiana, si aprì una «finestra di opportunità» che non fummo capaci di sfruttare a fondo. Non ci fu il passaggio dalla Repubblica dei partiti allo Stato repubblicano. Cambiò il sistema elettorale, venne l'elezione diretta di sindaci e Presidenti di Regione. Ma non fu intaccata l'architettura complessiva. Non ci fu realmente una «Seconda Repubblica».
Saturday, August 25, 2007
Veltroni attacca Prodi e il prodismo
Verso una "rupture" veltroniana?Ci era parso a suo tempo che qualcosa di positivo e di nuovo, seppure ancora insufficiente, Veltroni l'avesse detto a Torino, annunciando la sua candidatura alla leadership del Partito democratico.
Registriamo oggi che Veltroni si dice pronto a far compiere al Partito democratico un passo che riteniamo assolutamente necessario: rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista. E' passato infatti dall'idea di un Pd «maggioritario ma non autosufficiente», esposta nel discorso di Torino, che avevamo giudicato inadeguata a garantire una rottura con l'esperienza dei riformisti nell'Ulivo e del centrosinistra formato Unione, all'idea di un partito maggioritario e, se necessario, anche autosufficiente.
«Il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il paese». E ancora: «Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo».
Quindi il Partito democratico «non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico» e «piuttosto, qualunque sistema elettorale avremo in futuro, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo». Meglio soli che male accompagnati, anche se il prezzo da pagare fosse quello di perdere le elezioni. Una svolta di mentalità che se confermata dai fatti produrrebbe essa stessa un cambiamento politico.
Quante volte ci era capitato di denunciare il «feticcio dell'unità» della sinistra! In un lungo articolo scritto per LibMagazine sulla crisi del Governo Prodi, "L'utopia prodiana al capolinea. La sinistra ancora in ritardo con la storia", avevamo definito "utopia prodiana" proprio l'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra comunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.
"Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Ebbene, questo «schema tattico ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione», scrive oggi Veltroni. E il riferimento non può che essere all'eterogenea Unione prodiana, oggi afflitta da paralisi decisionale.
Per undici anni Prodi (come Berlusconi) è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. Il prezzo pagato nell'arco di questo lungo periodo è stato l'incapacità della sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo.
Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. Il superamento di questa anomalia solo italiana passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".
Ma è proprio vero che il Pd non vincerebbe facendo a meno dell'alleanza con l'ala comunista e massimalista? Parte dei consensi sarebbe recuperata da sinistra, da quanti farebbero confluire il loro voto su chi avrebbe chance reali di battere la destra. Ma una parte decisiva di voti verrebbe da quel "centro" politico dell'elettorato, da quel ceto medio produttivo, de-ideologizzato e pragmatico, che il "riformismo debole" alleato con i comunisti non potrà mai conquistare. Una leadership lungimirante avrebbe dovuto progettare tutto ciò anni fa, ma rinviare ancora vorrebbe dire pagare un conto ancora più salato.
In Italia è ancora diffusa la convinzione da parte dei leader di entrambi i poli che per conquistare nuovi consensi, e allargare la propria coalizione, servano alleanze con i piccoli partiti contigui piuttosto che cercarli politicamente nel paese, convincendo gli elettori della bontà della propria proposta di governo. L'assenza di un sistema elettorale veramente maggioritario e di una cultura bipartitica non aiuta, spingendo i partiti più grandi ad allearsi con i partiti minori anziché contendergli i voti. Il vantaggio del collegio uninominale, invece, sarebbe proprio quello di costringere le forze politiche maggiori a trovare candidati che possano intercettare il consenso dell'elettorato di mezzo, o addirittura avversario, allargando così la loro base elettorale politicamente, non "geograficamente", subendo i ricatti dei partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare.
Certo, tranquillizza Veltroni, nel futuro il patto con Rifondazione o con il nuovo soggetto a sinistra del Pd potrà proseguire, seppure su basi di maggiore chiarezza programmatica. Ma se si rivelasse impossibile... Infine, l'ultimo colpo a Prodi: «Le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto», ma «a regime la leadership del partito dovrà coincidere con la premiership o con la candidatura a premier».
Le «parole giuste», «contro la logica dell'Unione e del prodismo», ha riconosciuto stamattina anche Il Foglio. E' su «un programma di governo incisivamente riformatore» che va fondata la coalizione, e non il contrario, com'è accaduto, raccogliendo cioè «una coalizione per poi stilare un colossale e ambiguo documento programmatico di carattere elettorale», osserva il quotidiano di Ferrara, che conclude: «Pur nei limiti ovvii delle impostazioni generali e preliminari, quella proposta da Veltroni è giusta, coglie le contraddizioni vere, offre risposte chiare e impegnative. Si dirà che sono solo parole, ma sono le parole giuste e non vanno sottovalutate. L'averle scritte esplicitamente come premessa alla battaglia per la conquista della guida del partito, d'altra parte, ha un senso di sfida anche a se stesso, alle tentazioni di un atteggiamento più possibilista e transigente, nelle quali ora sarà più difficile e sarebbe rovinoso cadere».
E non le deve sottovalutare innanzitutto Berlusconi, al quale la possibilità di non poter usare contro il Pd l'argomento dell'Italia "in mano ai comunisti" dovrebbe suonare come campanello d'allarme.
Rutelli il passo in avanti di Veltroni lo aveva già compiuto giorni fa, parlando di «alleanze di nuovo conio», e oggi su Europa torna sull'argomento: «Gli alleati di oggi – che dureranno per la legislatura, secondo l'impegno preso con gli elettori – non è detto che lo siano a vita... Dipende dalla sinistra più radicale, se continuerà a isolarsi, a cercare una caratterizzazione su temi troppe volte conservatori e talvolta del tutto minoritari. Attenzione: non in minoranza tra i "moderati" o "la borghesia", come si diceva un tempo: minoritari nel popolo, nei ceti popolari... Negli anni a venire, l'alternativa al ritorno della destra non potrà che essere un centrosinistra di nuovo conio».
Nel frattempo, Veltroni fa muovere qualcosa anche su una questione cruciale: le tasse. Il liberal Ds Morando e Giaretta della Margherita stanno preparando la piattaforma del candidato alla guida del Pd sulla riduzione del debito e delle tasse, partendo da quella che hanno riconosciuto essere una buona idea tremontiana: alleggerire il patrimonio statale. Resta da capire, però, se ricorrendo alla Cassa Depositi e Prestiti (la nuova Iri progettata da Tremonti) e se tagliando la spesa pubblica.
Qualche boccata d'aria questi giorni di fine estate ce la stanno regalando.
Thursday, July 05, 2007
Decidere.net è on line, ma il network siamo noi: muoviamoci!
Una politica «ad alta velocità» al posto di una politica che non decide. Le decisioni scontentano sempre qualcuno, ma fanno crescere. Comportano delle rinunce, lasciarsi indietro qualcosa, svoltare per una strada abbandonando le altre possibili, far decadere un'opzione a favore di un'altra. Senza la decisione non c'è il rischio, ma neanche l'opportunità; senza correre rischi non ci sono meriti. La vita è rischio. Quando la politica promette di eliminare tutti i rischi, allora state pur certi che vi sta fottendo delle opportunità.
Decidere.net è un network messo a disposizione di chiunque sia disposto a correre dei rischi per vedere la politica finalmente decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
I 13 "cantieri" aperti da Daniele Capezzone insieme agli altri promotori (tra cui il sottoscritto) sono di quelli che fanno tremare i polsi. Sono radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderati, perché praticabili e ragionevoli, volti cioè all'utile per il maggior numero di cittadini senza danno per altri. Perché posso affermare questo? Semplice, perché sono tutti fondati sul principio che nessuno meglio di ciascuno di noi è in grado di avvicinarsi a comprendere e a realizzare il proprio utile e che il ruolo dello Stato, semmai, è quello di creare un contesto di regole e di strumenti favorevole. Compito dello Stato non è fabbricare pezzi di una felicità ideologicamente predefinita e così etichettata dal ceto politico, ma di consentire a ciascuno la ricerca della propria felicità.
Certo, queste 13 proposte urtano posizioni di rendita e corporazioni, ma anche diffusi pregiudizi nella nostra società. Si rivolgono al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti; e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Qualcuno ha osservato l'assenza dei diritti civili dai "cantieri" aperti. Manca del tutto anche la politica estera, e sapete quanto mi interessi. Innanzitutto, bisogna ricordare che non si tratta del manifesto fondativo di un partito, per cui tutti i campi della decisione pubblica devono essere coperti in modo sistematico, quanto piuttosto, nella felice immagine usata da Malvino, «una stretta di mano» tra gentiluomini: tanto più credibile quanto più "stretta" sopra un foglio che vincola gli aderenti su un campo ristretto e verificabile di soluzioni «precise e praticabili».
Anzi, proprio l'idea che il discrimine destra/sinistra sia sempre più inefficace, poco significativo, nel descrivere la realtà sociale e politica contemporanea ci porta a ritenere che nelle società in cui viviamo sia sempre più difficile trovarsi d'accordo su tutto, su un unico pacchetto preconfezionato, che finirebbe per divenire dottrinario.
Inoltre, non credete che non passino anche per questi 13 "cantieri" altrettante battaglie di laicità, se la si intende nel senso che abbiamo provato a spiegare "noi" di LibMagazine: «Laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque... laicità come sinonimo di anticlericalismo, ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica».
Contro quelle chiese cattocomuniste, quindi, che usano i poteri pubblici per gestire le vite dei cittadini gestendone i denari, presupponendo che l'individuo non sia di per sé in grado di distinguere il bene, neanche il suo, e il giusto, ma abbia bisogno della guida di costruzioni ideologiche veicolate attraverso lo Stato. Da una parte chi crede che nello Stato vi sia una moralità superiore e disinteressata, che sia capace di produrre per voi il miglior film sulla vostra vita, invitandovi magari ad esserne spettatori; dall'altra chi è convinto che lo Stato debba fornirvi gli strumenti per girarvelo da voi, il vostro film.
Secondo la mia analisi sono fondamentalmente due gli shock che potrebbero spazzare via la partitocrazia e liberare il nostro paese dall'immobilismo. Tra questi non ci sono i diritti civili, ma l'elezione diretta del capo del Governo e un sistema elettorale maggioritario, in modo che gli occhi degli elettori siano puntati sulle persone candidate e non sui partiti, e che anche i politici siano valutati secondo merito: chi perde a casa, senza ripescaggi; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, fattore di blocco del sistema e linfa vitale del regime partitocratico. Che la spesa pubblica abbia ormai superato la metà del Pil significa che c'è una catena di interdipendenza spessissima tra chi amministra questa spesa – la classe politica di centrosinistra e di centrodestra – e le clientele che ne beneficiano in termini di privilegi, sprechi e posizioni di rendita.
Istituzioni maggiormente rappresentative - in cui il ricambio sia più frequente, veloce, consistente e, quindi, il potere mai per troppi anni "occupato" (e i soldi gestiti) dai soliti - potrebbero essere meno subalterne ai magisteri morali e sociali, all'autorità religiosa, che impediscono l'allargamento della sfera delle libertà personali, e più citizen-oriented, attente a registrare i cambiamenti culturali e di stili di vita che avvengono nella società.
Nessuno pensi che non ci sia da combattere e da incassare delusioni.
Chi pensa che l'ex segretario radicale avrà la strada spianata da poteri (e soldi) occulti, o che sia il prescelto dal "regime" ovunque accolto con tappeti rossi, si sbaglia di grosso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto.
Ho sempre pensato, e avvertito quando e come potevo, che la demonizzazione di Capezzone da parte di Pannella e delle sue "guardie svizzere" avrebbe danneggiato seriamente ciò che rimane del soggetto politico radicale - in grave crisi finanziaria, strategica (dopo il fallimento della Rosa nel Pugno e l'irrilevanza in uno dei peggiori governi di sempre), ma anche umana - privandolo ulteriormente di un valore certo dal punto di vista culturale, politico e comunicativo.
Ma ho anche sempre pensato che a uscirne indebolito sarebbe stato anche il reprobo costretto, se non altro per non uscirne pazzo, a sperimentare altre vie. Insomma, non mi sembra che lanciando questa nuova sfida Capezzone scelga la via più comoda. Salpa da un porto, malmesso e ostile, ma in fin dei conti sicuro nella sua inerzia, a volerci rimanere da spettatore, per veleggiare in un oceano impervio, esposto alle insidie, entrambe potenzialmente letali, della bonaccia e della tempesta.
Non pensate che una volta avviato il network proceda da sé, con il vento in poppa di chissà quali poteri "forti". Non pensate che ci sarà comunque qualcuno a "spingere", cominciate a spingere voi. Questa è davvero una iniziativa che avrà tanta forza quanta tutti noi decideremo di dargli. Aderite! Ma non limitatevi a quello. Animate il sito con vostri contributi, ma soprattutto fate crescere il network, ciascuno dal suo punto di osservazione, con gli strumenti che ha a disposizione. Parlatene a lavoro, all'università, in famiglia, con gli amici, sui vostri blog. Discutete i 13 "cantieri", approfondite, ricercate, osservate le reazioni della politica, chi si muove contro e chi a favore.
JimMomo, intanto, torna tra qualche giorno.
Decidere.net è un network messo a disposizione di chiunque sia disposto a correre dei rischi per vedere la politica finalmente decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
I 13 "cantieri" aperti da Daniele Capezzone insieme agli altri promotori (tra cui il sottoscritto) sono di quelli che fanno tremare i polsi. Sono radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderati, perché praticabili e ragionevoli, volti cioè all'utile per il maggior numero di cittadini senza danno per altri. Perché posso affermare questo? Semplice, perché sono tutti fondati sul principio che nessuno meglio di ciascuno di noi è in grado di avvicinarsi a comprendere e a realizzare il proprio utile e che il ruolo dello Stato, semmai, è quello di creare un contesto di regole e di strumenti favorevole. Compito dello Stato non è fabbricare pezzi di una felicità ideologicamente predefinita e così etichettata dal ceto politico, ma di consentire a ciascuno la ricerca della propria felicità.
Certo, queste 13 proposte urtano posizioni di rendita e corporazioni, ma anche diffusi pregiudizi nella nostra società. Si rivolgono al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti; e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Qualcuno ha osservato l'assenza dei diritti civili dai "cantieri" aperti. Manca del tutto anche la politica estera, e sapete quanto mi interessi. Innanzitutto, bisogna ricordare che non si tratta del manifesto fondativo di un partito, per cui tutti i campi della decisione pubblica devono essere coperti in modo sistematico, quanto piuttosto, nella felice immagine usata da Malvino, «una stretta di mano» tra gentiluomini: tanto più credibile quanto più "stretta" sopra un foglio che vincola gli aderenti su un campo ristretto e verificabile di soluzioni «precise e praticabili».
Anzi, proprio l'idea che il discrimine destra/sinistra sia sempre più inefficace, poco significativo, nel descrivere la realtà sociale e politica contemporanea ci porta a ritenere che nelle società in cui viviamo sia sempre più difficile trovarsi d'accordo su tutto, su un unico pacchetto preconfezionato, che finirebbe per divenire dottrinario.
Inoltre, non credete che non passino anche per questi 13 "cantieri" altrettante battaglie di laicità, se la si intende nel senso che abbiamo provato a spiegare "noi" di LibMagazine: «Laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque... laicità come sinonimo di anticlericalismo, ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica».
Contro quelle chiese cattocomuniste, quindi, che usano i poteri pubblici per gestire le vite dei cittadini gestendone i denari, presupponendo che l'individuo non sia di per sé in grado di distinguere il bene, neanche il suo, e il giusto, ma abbia bisogno della guida di costruzioni ideologiche veicolate attraverso lo Stato. Da una parte chi crede che nello Stato vi sia una moralità superiore e disinteressata, che sia capace di produrre per voi il miglior film sulla vostra vita, invitandovi magari ad esserne spettatori; dall'altra chi è convinto che lo Stato debba fornirvi gli strumenti per girarvelo da voi, il vostro film.
Secondo la mia analisi sono fondamentalmente due gli shock che potrebbero spazzare via la partitocrazia e liberare il nostro paese dall'immobilismo. Tra questi non ci sono i diritti civili, ma l'elezione diretta del capo del Governo e un sistema elettorale maggioritario, in modo che gli occhi degli elettori siano puntati sulle persone candidate e non sui partiti, e che anche i politici siano valutati secondo merito: chi perde a casa, senza ripescaggi; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, fattore di blocco del sistema e linfa vitale del regime partitocratico. Che la spesa pubblica abbia ormai superato la metà del Pil significa che c'è una catena di interdipendenza spessissima tra chi amministra questa spesa – la classe politica di centrosinistra e di centrodestra – e le clientele che ne beneficiano in termini di privilegi, sprechi e posizioni di rendita.
Istituzioni maggiormente rappresentative - in cui il ricambio sia più frequente, veloce, consistente e, quindi, il potere mai per troppi anni "occupato" (e i soldi gestiti) dai soliti - potrebbero essere meno subalterne ai magisteri morali e sociali, all'autorità religiosa, che impediscono l'allargamento della sfera delle libertà personali, e più citizen-oriented, attente a registrare i cambiamenti culturali e di stili di vita che avvengono nella società.
Nessuno pensi che non ci sia da combattere e da incassare delusioni.
Chi pensa che l'ex segretario radicale avrà la strada spianata da poteri (e soldi) occulti, o che sia il prescelto dal "regime" ovunque accolto con tappeti rossi, si sbaglia di grosso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto.
Ho sempre pensato, e avvertito quando e come potevo, che la demonizzazione di Capezzone da parte di Pannella e delle sue "guardie svizzere" avrebbe danneggiato seriamente ciò che rimane del soggetto politico radicale - in grave crisi finanziaria, strategica (dopo il fallimento della Rosa nel Pugno e l'irrilevanza in uno dei peggiori governi di sempre), ma anche umana - privandolo ulteriormente di un valore certo dal punto di vista culturale, politico e comunicativo.
Ma ho anche sempre pensato che a uscirne indebolito sarebbe stato anche il reprobo costretto, se non altro per non uscirne pazzo, a sperimentare altre vie. Insomma, non mi sembra che lanciando questa nuova sfida Capezzone scelga la via più comoda. Salpa da un porto, malmesso e ostile, ma in fin dei conti sicuro nella sua inerzia, a volerci rimanere da spettatore, per veleggiare in un oceano impervio, esposto alle insidie, entrambe potenzialmente letali, della bonaccia e della tempesta.
Non pensate che una volta avviato il network proceda da sé, con il vento in poppa di chissà quali poteri "forti". Non pensate che ci sarà comunque qualcuno a "spingere", cominciate a spingere voi. Questa è davvero una iniziativa che avrà tanta forza quanta tutti noi decideremo di dargli. Aderite! Ma non limitatevi a quello. Animate il sito con vostri contributi, ma soprattutto fate crescere il network, ciascuno dal suo punto di osservazione, con gli strumenti che ha a disposizione. Parlatene a lavoro, all'università, in famiglia, con gli amici, sui vostri blog. Discutete i 13 "cantieri", approfondite, ricercate, osservate le reazioni della politica, chi si muove contro e chi a favore.
JimMomo, intanto, torna tra qualche giorno.
Tuesday, June 26, 2007
Veltroni non può più nascondersi
Del veltronismo abbiamo già parlato in un post di qualche giorno fa, chiedendoci se nei prossimi mesi si aprirà davvero l'era del veltronismo "nazionale", se cioè il sindaco di Roma riuscirà a trasferire a livello nazionale il suo modello romano di creazione del consenso e gestione del potere.
Dipende.
L'estraneità del veltronismo alla politica "adrenalinica", fatta di scelte rischiose, potrebbe spiegare con largo anticipo il fallimento della sua trasposizione a livello nazionale. «Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
A questo punto, tuttavia, Veltroni ha di fronte a sé due strade. Può porsi in continuità con il suo personaggio: continuare cioè a magnificare valori impossibili da non condividere, scansando ogni scelta che possa provocare divisioni, e a usare una retorica tanto vuota e generica da non scontentare nessuno, da non dover scartare nulla, per godere del consenso del più ampio arco di forze politiche e cercare di riprodurre la sua fortunata, anche se inconcludente, formula di potere. Oppure, può sorprenderci: decidendo che sia giunta l'ora di incassare l'ampio consenso di cui gode presso l'opinione pubblica e investirlo in un progetto politico qualificante, per il quale cioè sia disposto ad accettare la rottura di quella concordia, nella sinistra, sulla sua immagine di sindaco e candidato "buono per tutti".
Dovrebbe indicare per tempo cosa intende fare, avere il coraggio di scontentare qualcuno, pronunciarsi subito in modo netto su tre o quattro questioni, come le pensioni, le tasse, la Tav, la sicurezza, e via via su tutti gli altri temi dell'agenda di governo. Solo esponendosi, accettando il rischio della sfida politica in campo aperto, può vincere e, forte di una legittimità fondata su impegni chiari presi nei confronti dei cittadini, riuscire a governare.
Se vuole evitare di incamminarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, guai a bissare le finte primarie che incoronarono Prodi nell'ottobre 2005. Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative e senza l'indicazione di una linea di governo chiara, dirimente, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine "fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna".
Perché la candidatura di Veltroni non sia solo un'operazione di cosmesi, e il Partito democratico non si riveli che un altro nome con cui chiamare l’Ulivo, ereditandone tutti i problemi, Veltroni dovrebbe rompere con la sinistra massimalista e comunista, dichiarare prima possibile che il Partito democratico si presenta ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente la responsabilità del governo, e a questo scopo dovrebbe sostenere una legge elettorale uninominale. In un sistema maggioritario, infatti, con il suo 30% il Pd potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria.
Sarebbe questa la vera riforma della sinistra, e la via maestra per la riforma del paese, ma dubitiamo che Veltroni intenda intraprenderla. Non rimane che aspettare il discorso di mercoledì, al Lingotto di Torino.
Da LibMagazine
Dipende.
L'estraneità del veltronismo alla politica "adrenalinica", fatta di scelte rischiose, potrebbe spiegare con largo anticipo il fallimento della sua trasposizione a livello nazionale. «Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
A questo punto, tuttavia, Veltroni ha di fronte a sé due strade. Può porsi in continuità con il suo personaggio: continuare cioè a magnificare valori impossibili da non condividere, scansando ogni scelta che possa provocare divisioni, e a usare una retorica tanto vuota e generica da non scontentare nessuno, da non dover scartare nulla, per godere del consenso del più ampio arco di forze politiche e cercare di riprodurre la sua fortunata, anche se inconcludente, formula di potere. Oppure, può sorprenderci: decidendo che sia giunta l'ora di incassare l'ampio consenso di cui gode presso l'opinione pubblica e investirlo in un progetto politico qualificante, per il quale cioè sia disposto ad accettare la rottura di quella concordia, nella sinistra, sulla sua immagine di sindaco e candidato "buono per tutti".
Dovrebbe indicare per tempo cosa intende fare, avere il coraggio di scontentare qualcuno, pronunciarsi subito in modo netto su tre o quattro questioni, come le pensioni, le tasse, la Tav, la sicurezza, e via via su tutti gli altri temi dell'agenda di governo. Solo esponendosi, accettando il rischio della sfida politica in campo aperto, può vincere e, forte di una legittimità fondata su impegni chiari presi nei confronti dei cittadini, riuscire a governare.
Se vuole evitare di incamminarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, guai a bissare le finte primarie che incoronarono Prodi nell'ottobre 2005. Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative e senza l'indicazione di una linea di governo chiara, dirimente, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine "fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna".
Perché la candidatura di Veltroni non sia solo un'operazione di cosmesi, e il Partito democratico non si riveli che un altro nome con cui chiamare l’Ulivo, ereditandone tutti i problemi, Veltroni dovrebbe rompere con la sinistra massimalista e comunista, dichiarare prima possibile che il Partito democratico si presenta ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente la responsabilità del governo, e a questo scopo dovrebbe sostenere una legge elettorale uninominale. In un sistema maggioritario, infatti, con il suo 30% il Pd potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria.
Sarebbe questa la vera riforma della sinistra, e la via maestra per la riforma del paese, ma dubitiamo che Veltroni intenda intraprenderla. Non rimane che aspettare il discorso di mercoledì, al Lingotto di Torino.
Da LibMagazine
Monday, May 28, 2007
Il deficit di leadership si cura con la riforma anglosassone
«La politica funziona benissimo, là dove dispone di leadership capaci di mettersi in gioco per raccogliere consenso intorno alle proprie idee. Più dei costi e dei privilegi, più della scarsità di giovani e di volti nuovi, la nostra malattia si chiama difetto di leadership. Ovvero l'assenza di quella qualità che trasforma un'élite politica in una classe dirigente, quando sa assumersi la responsabilità di rischiare la faccia per svolgere bene e fino in fondo il lavoro che ha scelto».
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Monday, April 23, 2007
Nessun "Partito democratico" senza maggioritario
E' inspiegabile come mai i promotori del Partito democratico sembrino non accorgersi che il loro progetto, se non sarà calato in un sistema elettorale maggioritario, è destinato al fallimento, o comunque a non cambiare di molto il volto del centrosinistra. In un sistema proporzionale il Partito democratico sarà solo un partito, forse di maggioranza relativa, ma fra i tanti "pesanti" in compagnia dei quali dovrà presentarsi agli elettori ed eventualmente governare. Un altro nome con cui chiamare l'Ulivo, ma mai quella forza innovativa nel panorama politico italiano capace di assumere da sola responsabilità di governo, o di controllarne l'azione in modo coerente.
In un sistema maggioritario, invece, con il suo 30% il Partito democratico potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria. Ciò perché, alla lunga, gli elettori degli altri partiti alla sua sinistra, piuttosto che veder prevalere nel loro collegio il candidato della destra, sposterebbero il loro voto verso il partito di centrosinistra con maggiori possibilità di prevalere. Allo stesso modo il maggioritario converrebbe ad An e Forza Italia, se davvero fossero intenzionati a dar vita a un partito unitario "delle Libertà" o a qualcosa del genere.
Qualche timido segnale di presa di coscienza lo abbiamo registrato. A parte qualche ministro schierato a favore del referendum, il ministro degli Interni Amato si è espresso in favore dell'uninominale. Anche Fassino, timidamente: «Io preferisco il ritorno all'uninominale». E, infine, i colpi tirati da Ds e Margherita alla "bozza Chiti", causando la levata di scudi dei piccoli, da Mastella (Udeur) e Giordano (Rifondazione comunista) a Villetti (Sdi), che hanno minacciato la fine immediata del Governo Prodi.
Incredibilmente assenti dal dibattito sulla legge elettorale sono i Radicali, proprio loro che in passato sono stati i più tenaci sostenitori dell'uninominale. Tra di loro Capezzone sembra isolato nel sostenere il referendum elettorale. E' vero che il quesito non è certo esaltante, ma pur non conducendo ad un esito maggioritario, comunque difende l'assetto bipolare contro la reazione proporzionalista. Sono proprio sicuri i radicali che non sia possibile tessere di nuovo le fila di un "partito" trasversale per la riforma uninominale? Oppure hanno già dismesso la loro battaglia per la riforma "americana" delle istituzioni, delegando lo Sdi a parlare anche per loro nome e conto?
«Anziché completare la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c'era», si rammaricava giorni fa Angelo Panebianco. Non solo «nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile», ma «la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia». E come se non bastasse è arrivata «la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi». In questo contesto, spiega Panebianco, il referendum elettorale è forse «l'unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l'italia sulla via della democrazia maggioritaria». Una sorta di vittoria tattica: prima di tutto, bloccare la restaurazione proporzionalista.
E dovrebbe essere chiaro, sottolinea il politologo, che «c'è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell'occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario». Sacrificando il Governo Prodi, se necessario.
Perché, dunque, il maggioritario rimane così poco popolare persino nei partiti che più se ne avvantaggerebbero? Oltre al fatto di dover dire addio al Governo Prodi, questa scarsa passione è dovuta a un riflesso di autoconservazione in ciascun singolo parlamentare o dirigente della classe politica. In un sistema maggioritario non ci sono collegi per i quali optare e ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica, ma per i trombati la perdita del posto di lavoro.
Saturday, March 31, 2007
Nei Casini
Qual è il piano di Casini? A spiegarlo è uno dei suoi: «... allungare i tempi per arrivare alle elezioni quando la candidatura per Palazzo Chigi di Berlusconi si scontrerà con i suoi dati anagrafici. Punta al sistema tedesco per creare le condizioni di una sua leadership dato che non sarà mai il leader del centro-destra. Non vuole Romano Prodi, ma delle larghe intese un po' più piccole che non coinvolgano l'intero centro-destra. Il governo di quelle grandi non lo vuole perché perderebbe di peso...».
Il che confermerebbe le mie riflessioni di qualche giorno fa.
Casini ne vuole davvero tante, troppe tutte insieme. E in particolare si scorgono almeno due punti deboli.
Prodi vuole rimanere il più a lungo possibile a Palazzo Chigi («la durata è la forma delle cose», gli deve aver suggerito Pannella) e per aiutarlo Casini chiede in cambio il sistema elettorale tedesco. Tranne Parisi, che al maggioritario e al bipolarismo ci crede, la sinistra ha «pragmatismo» e «potere» come parole d'ordine. Per D'Alema quel che conta è stare al governo. Il come, il perché, per fare cosa, sono in secondo piano.
Dunque, ci sono possibilità che il modello "tedesco" decolli. Intendiamoci: nulla di troppo complicato, la versione italiana sarebbe un proporzionale con sbarramento. A Prodi servirebbe per concludere la legislatura, mentre agli altri per prepararsi a rimanere al potere. Questo scenario presuppone infatti che alle prossime elezioni gli artefici del nuovo sistema, il "centro" di Casini e il centrosinistra (Ulivo, o Partito democratico, + Verdi al massimo), si presentino alleati, magari con un Montezemolo come candidato premier, isolando sinistra estrema e centrodestra berlusconiano. Un grande centro-centrosinistra.
Un assetto comunque più "europeo" di quello attuale, perché vedrebbe centrodestra e centrosinistra grandi coalizioni più o meno in equilibrio, e piuttosto omogenee, con la sinistra neocomunista esclusa dalle forze di governo. Il centrodestra d'altra parte potrebbe vincere anche senza l'Udc ed essere favorito se Fini e Berlusconi vestiranno i panni dei difensori del bipolarismo e del maggioritario, con cui ormai gli elettori sembrano aver familiarizzato. Unica gigantesca anomalia, una pesante presenza cattolica, o cattolicista, in entrambi gli schieramenti.
Il punto debole - il primo - del piano di Casini è che i Ds non avrebbero alcun interesse a non essere più il partito centrale rispetto all'asse della coalizione di centrosinistra. Quell'asse, spostandosi verso il centro, richiederebbe infatti un altro perno. E' quindi più probabile, come ipotizza Minzolini, che «la disponibilità che c'è nella maggioranza di governo nei confronti del sistema tedesco potrebbe rivelarsi solo un espediente tattico per tenere a bagnomaria l'Udc e salvaguardare l'attuale governo».
Il secondo punto debole è che Casini sembra muoversi in una logica esclusivamente di Palazzo. Nel paese reale i voti dell'Udc rischiano di restare nel centrodestra. Al di là di scomposizioni e ricomposizioni a livello partitico infatti il mercato elettorale sembra dato: un'area di sinistra neocomunista e antagonista, una ulivista (ex Dc ed ex Pci), e poi tutti quelli che non voterebbero mai a sinistra. L'Udc è un partito del 2%, che arriva al sei grazie ai tanti che non voterebbero mai un centrosinistra con i comunisti o gli ex comunisti e nel partito di Casini vedono un modo per votare centrodestra senza votare dirattamente Berlusconi. Resta da vedere quanti di questi sarebbero disposti a spostare il loro voto a sinistra dal momento che c'è Casini.
Il quale non oserà accettare di allearsi con la sinistra estrema o con la nuova Sinistra di cui si parla, che dovrebbe nascere dalla scissione del Correntone Ds e da Bertinotti, ma la sua impresa potrebbe essere bocciata nel paese anche se entrasse in una coalizione la cui sinistra sarebbe quella di D'Alema e Fassino.
E se gli andasse male? Berlusconi lo riaccoglierebbe come "figliol prodigo", ammesso che nel frattempo non sia stato costretto a farsi da parte per motivi d'età.
Ci potrebbe essere un terzo punto debole, se fosse Casini l'«importante politico bolognese» pizzicato su una barca tutto coca casa e chiesa. Il "ragazzo" in effetti negli ultimi giorni è sembrato nervosetto... Prima e dopo il voto sulle missioni ha dichiarato di tutto.
Al momento quindi, le ipotesi che vedo più probabili sono modello "tedesco", oppure vittoria del referendum Guzzetta, dagli esiti imprevedibili. Probabilmente preserverebbe il bipolarismo ma non ci risparmierebbe le grandi ammucchiate con risse conseguenti.
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