Prima o poi doveva accadere. Come nessuno dei precedenti attacchi, quelli di oggi all'aeroporto e alle stazioni centrali della metropolitana di Bruxelles (video subito dopo l'esplosione), cuore delle istituzioni europee, sono emblematici del fallimento e della totale inadeguatezza, sproporzione per difetto, delle nostre politiche di sicurezza, di intelligence, e di contrasto anche culturale del terrorismo islamico.
Tre sono le scomode verità che ci ostiniamo a non voler riconoscere ma che attacco dopo attacco appaiono sempre più evidenti.
La prima ha a che fare con quella che semplificando possiamo chiamare la "questione Guantanamo", ovvero la questione dello status giuridico dei terroristi islamici. Si tratta senz'altro di combattenti che compiono atti di guerra e crimini contro l'umanità, all'estero come nel cuore delle nostre città. Ma non appartengono all'esercito regolare di uno Stato che ci ha dichiarato guerra. Quindi non abbiamo una controparte con la quale organizzare uno scambio di prigionieri, né avremo mai una data ufficiale di fine del conflitto dopo la quale poterli liberare senza pericolo. I nostri nemici rapiscono e tagliano gole. Noi europei quando ne arrestiamo uno non siamo nemmeno in grado di farci dare informazioni sufficienti a sventare un attentato imminente. Se c'è una peculiarità degli attacchi di Bruxelles rispetto ai precedenti, infatti, è che sono avvenuti nonostante uno dei terroristi del gruppo, Salah Abdeslam, già organizzatore ed esecutore degli attacchi di Parigi solo quattro mesi prima, fosse già agli arresti, da venerdì scorso. Molto difficile credere che Salah non fosse a conoscenza dei piani di questa mattina. E infatti ci è stato detto che stava "collaborando" e che lunedì l'intelligence belga aveva allertato le autorità di Bruxelles su un attacco terroristico imminente, senza però saperne indicare con precisione il luogo, la data e le modalità (fonte: BFM TV). Quindi, c'è la possibilità più che concreta che le autorità belghe non siano riuscite a farsi dire da Salah tutto quello che avrebbero dovuto farsi dire... E può succedere, quando si pretende di combattere il terrorismo islamico come criminalità comune.
La sensazione, il sospetto più che fondato, è che possiamo trovarci di fronte ad un caso di scuola paventato da molti in questi anni: al terrorista non viene torto un capello, per carità, ma quello si prende gioco di tutti e non si riesce a impedire l'attentato. E magari ora si starà facendo grasse risate... Mi sembra di vederle le scene degli interrogatori di garanzia con il magistrato di turno e dei colloqui con l'avvocato d'ufficio, magari anche l'interrogatorio con l'intelligence in cui finge di collaborare omettendo l'essenziale. Ore e giorni preziosi persi... Possibile, accettabile, avere tra le mani per 72 ore uno dei terroristi, sapere con certezza che è uno di loro, e non riuscire a sventare l'attacco imminente?
Siamo, insomma, in un territorio completamente sconosciuto, per cui è necessario elaborare ex novo, dal nulla, uno status giuridico e degli standard di trattamento. Ma una cosa è certa: il terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria, con i tempi sia pure accelerati di tribunali, interrogatori di garanzia, colloqui con avvocati, richieste di estradizione. Gli Stati Uniti hanno faticosamente trovato un punto d'equilibrio, un compromesso, per quanto precario e coperto da un velo di ipocrisia. Noi europei non ci siamo ancora nemmeno posti il problema, lo scansiamo sdegnosamente.
La seconda verità scomoda è che i terroristi islamici godono di un ampio supporto da parte delle comunità musulmane europee. Supporto che va dall'omertà e dalla copertura alla vera e propria complicità attiva. Nonostante dopo gli attacchi di Parigi fossero braccati dai servizi di sicurezza di mezza Europa, non solo Salah Abdeslam e Najim Laachraoui sono riusciti a fuggire, a nascondersi per quattro mesi a Molenbeek, in un quartiere islamico alle porte di Bruxelles. Sono riusciti persino a pianificare altri attacchi e non possiamo escludere che persino l'arresto di Salah fosse parte del piano... Tutto questo è impossibile, inimmaginabile, senza la complicità sia passiva che attiva di centinaia, forse migliaia di appartenenti alle comunità musulmane francesi e belghe. Bisogna fare i conti con vere e proprie roccaforti di jihadismo all'interno delle nostre capitali, enclave rispetto alle quali parlare di islamizzazione dell'Europa non può essere liquidato come esagerazione populistica. Non ho la soluzione in tasca, ma è certo che aprire gli occhi, esserne consapevoli, smetterla di farsi intimidire dal politicamente corretto e dal timore di passare per razzisti, è solo il primo passo.
Terza scomoda verità: l'immigrazione c'entra eccome, anche se non nel senso banale che i terroristi si infiltrano tra gli immigrati e i rifugiati. Non si può escludere che avvenga, ma non è questo il punto. Nei confronti del fenomeno degli "homegrown terrorists", che si muovono con passaporti europei, parlano perfettamente francese o inglese, spesso sembrano "integrati" da generazioni, sono protetti dalle loro famiglie e nei loro quartieri, noi siamo più disarmati e loro logisticamente avvantaggiati. Paesi europei dove vivono milioni di musulmani naturalizzati in forza di una consolidata storia coloniale non possono farci niente, devono combattere il fenomeno per quello che già è. Ma in altri Paesi il fenomeno si può ancora arginare e temi quali l'immigrazione e la cittadinanza diventano il fronte, la prima linea. Bisogna affrontare questi temi con la consapevolezza che ad oggi l'islam, essendo non solo religione ma soprattutto politica, e ideologia totalitaria, è incompatibile con i valori fondamentali alla base della convivenza nei nostri Paesi. Ne deriva che milioni di immigrati sono culturalmente inintegrabili, ammesso che lo siano economicamente e socialmente... Più immigrati di cultura islamica entrano oggi nei nostri Paesi e vengono magari anche naturalizzati, più jihadisti ci saranno domani, forse non tra di loro ma di sicuro tra i loro figli: e saranno centinaia, forse migliaia. E' un fatto demografico e statistico ed è solo una questione di tempo, così come un fatto sarebbe l'arretramento del livello medio di cultura civile nella popolazione, passi indietro di decenni, per esempio, sulla libertà d'espressione e sul ruolo della donna.
Purtroppo temo che anche questa volta tutto finirà in nastrini di commemorazione, avatar di solidarietà su Facebook e retorica a buon mercato... e in più stringenti misure di sicurezza... Certo, possiamo schierare l'esercito nelle strade, spostare i metal detector all'entrata di aeroporti e stazioni, ma ci sarà sempre da qualche parte una fila in mezzo alla quale i terroristi potranno farsi esplodere. Di fronte a noi abbiamo un bivio: o accettare di assistere periodicamente, e con sempre maggiore frequenza, a giornate come questa, consolandoci di contare decine e non centinaia di morti; oppure riconoscere queste tre verità e agire di conseguenza, invece di scappare via in lacrime come la Mogherini.
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Tuesday, March 22, 2016
Friday, September 06, 2013
Una pericolosa ferita al diritto di voto
Anche su Notapolitica
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
Friday, November 16, 2012
E' un'altra America, il dilemma del GOP
Versione integrale su Rightnation.it
Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).
E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.
Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.
Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».
Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.
Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
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Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).
E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.
Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.
Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».
Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.
Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
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Friday, October 19, 2012
Il Parlamento si consegna mani e piedi alla magistratura
Anche su L'Opinione
L'Italia è davvero un paese che non riesce a imparare dai propri errori. Il ddl anticorruzione approvato dal Senato, e il decreto legislativo sull'incandidabilità dei condannati che sarà adottato a breve dal governo, come promesso dal ministro della Giustizia Severino, rischiano di aprire un'ulteriore falla, dopo la prima aperta con l'abolizione dell'immunità parlamentare nel 1993, sull'onda di Tangentopoli, nel delicato equilibrio tra i poteri dello stato. Il Parlamento porge l'altra guancia, si arrende (per la seconda in vent'anni) al condizionamento e all'ingerenza da parte della magistratura, accettando la cessione di pezzi di una sovranità che non gli appartiene, ma che è chiamato ad esercitare per nome e per conto del popolo. Può risultare impopolare di questi tempi un simile allarme, ma non deve suonare come un'assoluzione dei nostri politici, semmai come un'ulteriore aggravante: non solo con il loro malaffare e il loro cialtronismo hanno contribuito al malgoverno e, dunque, al dissesto economico e finanziario del nostro paese, ma avendo gettato così tanto discredito sulle istituzioni, è principalmente a causa loro se oggi muoviamo un altro passo verso la destrutturazione della nostra democrazia. E tuttavia, dovremmo pensarci due volte prima di buttare il bambino insieme all'acqua sporca.
Nel nostro codice è già prevista come pena accessoria, automatica o a discrezione del giudice, l'interdizione dai pubblici uffici, perpetua o temporanea. Prevedere per legge, e non a seguito di una sentenza, la non candidabilità dei condannati è una pena inflitta anche ai cittadini, che vedono ridursi il campo di esercizio dei loro diritti di elettorato attivo e passivo. Privare dell'elettorato passivo, un diritto costituzionalmente garantito, un numero potenzialmente molto elevato di cittadini, inoltre in modo del tutto automatico (senza distinzione, in sede giudiziale, tra i singoli casi), retroattivo (sarà incandidabile anche chi ha già subito una condanna e, magari, scontato da anni la sua pena?) e perpetuo, è una grave ferita alla democrazia, un alto prezzo che non dovremmo pagare a cuor leggero. Basterà una qualsiasi condanna in primo grado (e per quali reati?), o un rinvio a giudizio, come vorrebbe qualcuno, per escludere dalla competizione elettorale singoli candidati o penalizzare partiti, e per alterare i rapporti di forza nelle assemblee sanciti dalle urne? Il combinato disposto dell'incandidabilità dei condannati e dei nuovi fumosi reati introdotti da questa legge potrebbe dar vita, in concreto, ad una sorta di selezione a monte dei candidati molto simile a quella operata in Iran dal Consiglio dei guardiani della rivoluzione.
Se solo riuscissimo ad attenuare la furia cieca dell'indignazione, ci accorgerremmo di quanto, lungi dal rappresentare una valida soluzione al virus della malapolitica, certe norme non faranno altro che rendere i rapporti tra politica e giustizia ancor più squilibrati ed avvelenati di quanto non lo siano già oggi. Con una legge elettorale semplice e trasparente, capace di porre al centro della competizione il candidato, la sua faccia, il suo record personale, piuttosto che il partito, le liste o le clientele, non ci sarebbe bisogno dell'incandidabilità, probabilmente i cittadini sarebbero nelle condizioni di esercitare loro stessi un controllo ferreo sugli eletti. E possibile che non riusciamo a vedere che la corruzione, in dosi così massicce, viene attirata dall'enorme mole di spesa pubblica, come l'orso dal miele?
Così come configurato, anche il cosiddetto "traffico di influenze" rischia di ampliare a dismisura la discrezionalità della magistratura. In un paese di lobbying forsennata ma non regolamentata come il nostro, delle mille corporazioni, rappresentanze, interessi, relazioni a vario titolo, metà della popolazione potrebbe rientrare nella fattispecie di reato. Un sindacalista pagato dagli iscritti per influenzare i decisori pubblici, o il rappresentante di un'azienda alla ricerca di commesse o incentivi, o i magistrati che riescano a convincere il Parlamento a non porre un limite di tempo agli incarichi dei loro colleghi fuori ruolo, non rischiano forse di commettere un "traffico di influenze illecite"? E' sufficiente usare l'avverbio "indebitamente" quando non è specificato il "debitamente", o parlare di "mediazione illecita" quando nessuno conosce i confini di una mediazione lecita? Essendo lo scopo della norma quello di recepire la convenzione del Consiglio d'Europa contro la corruzione, perché ci si accontenta di una definizione generica, ambigua, e non si adottano i termini più stringenti usati nella convenzione stessa, o non si indicano con precisione le circostanze come nel Bribery Act britannico? Purtroppo, come sempre accade in Italia, l'indeterminatezza delle leggi non farà che aumentare la discrezionalità, quindi l'arbitrio dei magistrati, creando sacche di impunità a fronte di un pugno di perseguitati.
L'Italia è davvero un paese che non riesce a imparare dai propri errori. Il ddl anticorruzione approvato dal Senato, e il decreto legislativo sull'incandidabilità dei condannati che sarà adottato a breve dal governo, come promesso dal ministro della Giustizia Severino, rischiano di aprire un'ulteriore falla, dopo la prima aperta con l'abolizione dell'immunità parlamentare nel 1993, sull'onda di Tangentopoli, nel delicato equilibrio tra i poteri dello stato. Il Parlamento porge l'altra guancia, si arrende (per la seconda in vent'anni) al condizionamento e all'ingerenza da parte della magistratura, accettando la cessione di pezzi di una sovranità che non gli appartiene, ma che è chiamato ad esercitare per nome e per conto del popolo. Può risultare impopolare di questi tempi un simile allarme, ma non deve suonare come un'assoluzione dei nostri politici, semmai come un'ulteriore aggravante: non solo con il loro malaffare e il loro cialtronismo hanno contribuito al malgoverno e, dunque, al dissesto economico e finanziario del nostro paese, ma avendo gettato così tanto discredito sulle istituzioni, è principalmente a causa loro se oggi muoviamo un altro passo verso la destrutturazione della nostra democrazia. E tuttavia, dovremmo pensarci due volte prima di buttare il bambino insieme all'acqua sporca.
Nel nostro codice è già prevista come pena accessoria, automatica o a discrezione del giudice, l'interdizione dai pubblici uffici, perpetua o temporanea. Prevedere per legge, e non a seguito di una sentenza, la non candidabilità dei condannati è una pena inflitta anche ai cittadini, che vedono ridursi il campo di esercizio dei loro diritti di elettorato attivo e passivo. Privare dell'elettorato passivo, un diritto costituzionalmente garantito, un numero potenzialmente molto elevato di cittadini, inoltre in modo del tutto automatico (senza distinzione, in sede giudiziale, tra i singoli casi), retroattivo (sarà incandidabile anche chi ha già subito una condanna e, magari, scontato da anni la sua pena?) e perpetuo, è una grave ferita alla democrazia, un alto prezzo che non dovremmo pagare a cuor leggero. Basterà una qualsiasi condanna in primo grado (e per quali reati?), o un rinvio a giudizio, come vorrebbe qualcuno, per escludere dalla competizione elettorale singoli candidati o penalizzare partiti, e per alterare i rapporti di forza nelle assemblee sanciti dalle urne? Il combinato disposto dell'incandidabilità dei condannati e dei nuovi fumosi reati introdotti da questa legge potrebbe dar vita, in concreto, ad una sorta di selezione a monte dei candidati molto simile a quella operata in Iran dal Consiglio dei guardiani della rivoluzione.
Se solo riuscissimo ad attenuare la furia cieca dell'indignazione, ci accorgerremmo di quanto, lungi dal rappresentare una valida soluzione al virus della malapolitica, certe norme non faranno altro che rendere i rapporti tra politica e giustizia ancor più squilibrati ed avvelenati di quanto non lo siano già oggi. Con una legge elettorale semplice e trasparente, capace di porre al centro della competizione il candidato, la sua faccia, il suo record personale, piuttosto che il partito, le liste o le clientele, non ci sarebbe bisogno dell'incandidabilità, probabilmente i cittadini sarebbero nelle condizioni di esercitare loro stessi un controllo ferreo sugli eletti. E possibile che non riusciamo a vedere che la corruzione, in dosi così massicce, viene attirata dall'enorme mole di spesa pubblica, come l'orso dal miele?
Così come configurato, anche il cosiddetto "traffico di influenze" rischia di ampliare a dismisura la discrezionalità della magistratura. In un paese di lobbying forsennata ma non regolamentata come il nostro, delle mille corporazioni, rappresentanze, interessi, relazioni a vario titolo, metà della popolazione potrebbe rientrare nella fattispecie di reato. Un sindacalista pagato dagli iscritti per influenzare i decisori pubblici, o il rappresentante di un'azienda alla ricerca di commesse o incentivi, o i magistrati che riescano a convincere il Parlamento a non porre un limite di tempo agli incarichi dei loro colleghi fuori ruolo, non rischiano forse di commettere un "traffico di influenze illecite"? E' sufficiente usare l'avverbio "indebitamente" quando non è specificato il "debitamente", o parlare di "mediazione illecita" quando nessuno conosce i confini di una mediazione lecita? Essendo lo scopo della norma quello di recepire la convenzione del Consiglio d'Europa contro la corruzione, perché ci si accontenta di una definizione generica, ambigua, e non si adottano i termini più stringenti usati nella convenzione stessa, o non si indicano con precisione le circostanze come nel Bribery Act britannico? Purtroppo, come sempre accade in Italia, l'indeterminatezza delle leggi non farà che aumentare la discrezionalità, quindi l'arbitrio dei magistrati, creando sacche di impunità a fronte di un pugno di perseguitati.
Tuesday, February 03, 2009
Il sequestro di un individuo in una persona
Difficile parlare di Eluana, ma anche non parlarne. Credo che un rispettoso silenzio sia sempre una virtù, ma che in questo caso - che il papà di Eluana ha voluto socraticamente portare alla conoscenza dell'opinione pubblica e dibattere con le autorità civili del suo paese - le parole non siano fuori luogo.
Eluana sta per morire una seconda volta e quindi questi non possono che essere giorni tristissimi per la famiglia di Eluana. Un po' di sollievo può certamente recarlo la consapevolezza di essere riusciti a far valere la volontà della loro figlia. Morire due volte è triste, ma lo è anche tutto ciò che c'è stato in mezzo, ciò che ha passato: il sequestro di un individuo in una persona. Perché quando tra i due termini non c'è equilibrio, c'è sofferenza e talvolta la condizione umana diventa insopportabile.
Guardando a quei quattro fanatici che ieri notte hanno provato a sbarrare la strada a Eluana, e ai tanti che ci sono riusciti per questi lunghi anni, confesso che per un istante ho temuto: se sono disposti ad accanirsi in questo modo su corpi inermi e sofferenze inaudite, figuriamoci cosa sarebero disposti a fare per limitare la libertà di chi è in grado di agire autonomamente. Invece no, mi sono detto. Sono fanatici ma anche vigliacchi. Sono forti con i deboli, ma deboli con i forti. Sono certo che non avrebbero il coraggio di sbarrare la strada a uno di noi, a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e psichiche. Si attaccano a Eluana perché Eluana non può mandarli affanculo.
E' ignoranza allo stato puro quella che fa dire a Eugenia Roccella che c'è una «incompatibilità oggettiva tra il Servizio sanitario nazionale e l'applicazione del decreto della Corte d'appello di Milano». Come se il Ssn fosse sovrano e non soggetto alle leggi di questo paese. Si faccia vedere da uno bravo, Eugenia.
Berlusconi ha taciuto, come sempre sui temi etici. Mentre Fini ha dimostrato buon senso, senso della realtà ma anche e soprattutto sintonia con la sensibilità della maggior parte degli elettori anche di centrodestra:
Non è il momento di parlare di leggi. Ma una cosa è certa: la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, ma una conquista giorno per giorno. Ci sarà da guadagnarcela, persino a dispetto di quelli che in buona fede, per protagonismo o idolatria dello stato e della politica, si battono per una legge comunque, basta che porti il loro nome tra le firme in calce.
Eluana sta per morire una seconda volta e quindi questi non possono che essere giorni tristissimi per la famiglia di Eluana. Un po' di sollievo può certamente recarlo la consapevolezza di essere riusciti a far valere la volontà della loro figlia. Morire due volte è triste, ma lo è anche tutto ciò che c'è stato in mezzo, ciò che ha passato: il sequestro di un individuo in una persona. Perché quando tra i due termini non c'è equilibrio, c'è sofferenza e talvolta la condizione umana diventa insopportabile.
Guardando a quei quattro fanatici che ieri notte hanno provato a sbarrare la strada a Eluana, e ai tanti che ci sono riusciti per questi lunghi anni, confesso che per un istante ho temuto: se sono disposti ad accanirsi in questo modo su corpi inermi e sofferenze inaudite, figuriamoci cosa sarebero disposti a fare per limitare la libertà di chi è in grado di agire autonomamente. Invece no, mi sono detto. Sono fanatici ma anche vigliacchi. Sono forti con i deboli, ma deboli con i forti. Sono certo che non avrebbero il coraggio di sbarrare la strada a uno di noi, a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e psichiche. Si attaccano a Eluana perché Eluana non può mandarli affanculo.
E' ignoranza allo stato puro quella che fa dire a Eugenia Roccella che c'è una «incompatibilità oggettiva tra il Servizio sanitario nazionale e l'applicazione del decreto della Corte d'appello di Milano». Come se il Ssn fosse sovrano e non soggetto alle leggi di questo paese. Si faccia vedere da uno bravo, Eugenia.
Berlusconi ha taciuto, come sempre sui temi etici. Mentre Fini ha dimostrato buon senso, senso della realtà ma anche e soprattutto sintonia con la sensibilità della maggior parte degli elettori anche di centrodestra:
«Invidio chi ha certezze sul caso Englaro. Personalmente non ne ho, né religiose né scientifiche. Ho solo dubbi, uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale? Penso che solo i genitori di Eluana abbiano il diritto di fornire una risposta. E avverto il dovere di rispettarla».E' questa la voce di una destra per la quale i valori non sono idoli astratti sui cui altari sacrificare la libertà.
Non è il momento di parlare di leggi. Ma una cosa è certa: la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, ma una conquista giorno per giorno. Ci sarà da guadagnarcela, persino a dispetto di quelli che in buona fede, per protagonismo o idolatria dello stato e della politica, si battono per una legge comunque, basta che porti il loro nome tra le firme in calce.
Thursday, December 18, 2008
Nullo e ignobile l'atto di Sacconi
Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.
Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.
Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».
Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.
Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.
Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.
Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.
La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.
Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.
Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».
Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.
Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.
Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.
Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.
La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.
Tuesday, December 16, 2008
Sacconi rischia l'incriminazione
L'atto di indirizzo che il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha inviato alle regioni, in cui si stabilisce che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale, è carta straccia. Peggio, se l'atto si configura come un ordine alle strutture sanitarie, Sacconi rischia addirittura l'incriminazione.
Riferendosi alle Convenzioni dell'Onu e ai pareri del Comitato nazionale di Bioetica come fonti di diritto superiori alle leggi e alla stessa Costituzione, alle quali ha fatto riferimento la Suprema Corte di Cassazione per autorizzare la sospensione di tutti i trattamenti sanitari nei confronti di Eluana Englaro, Sacconi fa una cosa illegale, tenta di sospendere di fatto, per via politica, l'esecutività di una sentenza giudiziaria, dispondendo di un potere che la Costituzione non gli conferisce e rischiando, tra l'altro, di dover rispondere di violenza privata.
Dipende da come è scritto l'atto. Se richiama genericamente il dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto ad essere nutrita e idratata, è un conto, ma se vieta in qualsiasi caso la sospensione di trattamenti sanitari, allora, signor ministro, lei è in guai seri e forse, mal consigliato, neanche si rende conto della gravità e del carattere eversivo di ciò che ha fatto.
Riferendosi alle Convenzioni dell'Onu e ai pareri del Comitato nazionale di Bioetica come fonti di diritto superiori alle leggi e alla stessa Costituzione, alle quali ha fatto riferimento la Suprema Corte di Cassazione per autorizzare la sospensione di tutti i trattamenti sanitari nei confronti di Eluana Englaro, Sacconi fa una cosa illegale, tenta di sospendere di fatto, per via politica, l'esecutività di una sentenza giudiziaria, dispondendo di un potere che la Costituzione non gli conferisce e rischiando, tra l'altro, di dover rispondere di violenza privata.
Dipende da come è scritto l'atto. Se richiama genericamente il dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto ad essere nutrita e idratata, è un conto, ma se vieta in qualsiasi caso la sospensione di trattamenti sanitari, allora, signor ministro, lei è in guai seri e forse, mal consigliato, neanche si rende conto della gravità e del carattere eversivo di ciò che ha fatto.
Friday, November 21, 2008
La "laicità popolare" di Bossi
In questa intervista al Corriere, il "duro" per antonomasia della politica italiana, Umberto Bossi, mostra una sensibilità che non appartiene all'immagine che trasmettono di lui i media. Confessa che al padre di Eluana Englaro non saprebbe cosa dire:
Bossi racconta che quando si è risvegliato dal coma e ha capito cosa gli era successo, ha affidato alla moglie il suo personale "testamento biologico": «Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici». Oggi, grazie al caso Englaro, sappiamo che tale testamento, orale, avrebbe valore. Continuerebbe ad averlo con una legge?
Ma ciò che più colpisce è che dall'intervista emerge un politico "laico", nel senso che sa convivere con il dubbio e la consapevolezza, rara nei politici, dei limiti della politica, del legislatore. Per Bossi è «la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi». E allora, come se ne esce? «Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei». Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini.
Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente "totalitaria" della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia.
E infine, Bossi parla della sua fede ritrovata, genuina, un pizzico ingenua. Ma con lo stesso buon senso popolare precisa: «Io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».
«Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l'altro è da tutt'altra parte. È da solo su un altro pianeta... Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna».Pur con i suoi eccessi, un linguaggio semplice, spesso rozzo, Bossi al contrario di molti altri politici riesce ad afferrare tutti i chiaro-scuri di una vicenda così drammatica. Il suo è assoluto buon senso, riconoscibile come tale dalle persone comuni. Linguaggio semplice e schietto, e comune buon senso, sono tra gli ingredienti della forza elettorale della Lega.
Bossi racconta che quando si è risvegliato dal coma e ha capito cosa gli era successo, ha affidato alla moglie il suo personale "testamento biologico": «Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici». Oggi, grazie al caso Englaro, sappiamo che tale testamento, orale, avrebbe valore. Continuerebbe ad averlo con una legge?
Ma ciò che più colpisce è che dall'intervista emerge un politico "laico", nel senso che sa convivere con il dubbio e la consapevolezza, rara nei politici, dei limiti della politica, del legislatore. Per Bossi è «la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi». E allora, come se ne esce? «Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei». Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini.
Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente "totalitaria" della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia.
E infine, Bossi parla della sua fede ritrovata, genuina, un pizzico ingenua. Ma con lo stesso buon senso popolare precisa: «Io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».
Thursday, January 03, 2008
La "moratoria" che non è chiaro dove vada a parare
Per il momento la moratoria sugli aborti proposta da Giuliano Ferrara ha prodotto uno stucchevole e scontatissimo dibattito sulla legge 194. Nonostante su Il Foglio non manchino attacchi alla 194, Ferrara ha precisato in più sedi e occasioni che non è sua «intenzione cambiare la legge 194», che «non c'entra niente con la moratoria sull'aborto», che «non è una questione solo italiana». Insomma, «non è un attacco alla 194».
Ok, allora confessiamo che ci sfugge a cosa miri questa sua iniziativa: cioè, quale sia la proposta concreta, cosa significhi esattamente «incentivare politiche contrarie al fatto dell'aborto».
L'iniziativa di Ferrara rischia di risultare ancor più vaporosa ed eterea di quella per la moratoria Onu sulla pena di morte, a cui anche esplicitamente si richiama. In quel caso l'obiettivo, seppure il mezzo fosse palesemente inadeguato, era la sospensione delle esecuzioni in tutto il mondo. Quale possa essere l'obiettivo di una «moratoria sugli aborti», se non la sospensione disposta dai governi della pratica dell'aborto, stentiamo a comprenderlo. Oppure, dalla moratoria stiamo forse sconfinando nella semplice opera di sensibilizzazione sul dramma dell'aborto? Si accontenterebbe, Ferrara, di qualche commossa dichiarazione in questo senso?
Va chiarito il campo di interesse. Perché se fosse l'Italia, allora i dati dimostrano che poche leggi hanno funzionato come la 194, che nonostante le sue ipocrisie fa parte di quelle «politiche contrarie al fatto dell'aborto». Si potrebbe quasi sostenere che lo spirito della «moratoria» lanciata oggi sia stato raccolto già trent'anni fa: non l'utopistica e irresponsabile abolizione per divieto, ma tramite regolamentazione una progressiva limitazione del fenomeno tendente alla sospensione. E allora sì, potremmo obiettare che le priorità del Paese sono altre, rispetto a una questione certamente delicata che però una legge sta tutto sommato affrontando con effetti positivi.
Se invece si sta parlando dell'«aborto di massa, che ha raggiunto e superato la cifra del miliardo» in tutto il mondo, «via via caratterizzato come aborto selettivo, come pianificazione familiare a sfondo eugenetico, razzista e sessista», e dei «milioni di bambine, solo in Asia», mai nate, allora si sta parlando di una questione che non riguarda una scelta libera, consapevole e responsabile, che in una democrazia liberale viene assicurata agli individui, ma di politiche totalitarie che esulano dalla questione dell'aborto e riguardano lo sviluppo e la diffusione della democrazia in altri paesi, anche immensi come la Cina.
Come abbiamo incluso la pena di morte essenzialmente nel più vasto problema della dittatura, così la «pianificazione familiare» non lasciata alla libertà degli individui, ma imposta dagli stati (sia nella variante del controllo demografico che in quella delle campagne nataliste), fa parte anch'essa di quel dossier.
Quella di Ferrara è solo «la proposta di un grande e libero consulto su questi temi»? «Soprattutto, la moratoria chiede di prendere in considerazione la grande questione di fondo, che pertiene al diritto (civile) alla vita contro il diritto statualizzato di dare la morte, senza la riduzione ipocrita che ciò possa valere solo per la pena capitale». Ma c'è una differenza tra l'aborto cui si è costretti a ricorrere per non infrangere leggi imposte da un regime e l'aborto cui una donna decide drammaticamente, ma consapevolmente e responsabilmente, di ricorrere, entro certi limiti, per tutelare se stessa, il proprio corpo, la propria salute, la propria vita.
Per esempio, in questo secondo caso non si potrebbe mai pronunciare il termine «eugenetica», che non solo presuppone un fortissimo elemento coercitivo dello Stato, ma anche la conoscenza dell'intera mappatura genetica umana, l'individuazione precisa del gene che si vuole estirpare e l'eliminazione fisica anche dei portatori sani.
Sentire parlare dell'aborto come di un «diritto umano» fa parte di una certa deteriore cultura progressista ed estensiva dei diritti umani che nuoce al senso stesso dei diritti umani nella concezione liberale. La facoltà regolamentata di ricorrere all'aborto rientra nel diritto che ciascuno di noi ha di disporre di sé, del proprio corpo, della propria salute, della propria morale. Secondo una concezione liberale del diritto, precondizione per esercitare diritti (e doveri) è esistere come individui. Mai la libertà di un cittadino può essere compressa fino a procurargli danno nel nome di una sacralità astratta (sia pure della "vita"), che non corrisponda alla libertà di un altro individuo. Ed è il carattere di individualità che manca al nascituro finché dipende dall'utero materno.
Proprio in quest'ottica si può discutere se abbassare da 24 a 22 settimane il limite temporale entro cui l'aborto terapeutico può essere effettuato, recependo i progressi della medicina neonatale, ormai in grado di far nascere un feto di sei mesi. «C'è in effetti più di un rischio nel praticare l'aborto dopo la ventiduesima settimana di gestazione. Il bimbo può sopravvivere e c'è l'obbligo medico di rianimarlo nonostante ci sia la probabilità di malformazioni permanenti». Parole di Umberto Veronesi. Bisognerebbe però tenere anche presente che molte delle patologie del feto che possono autorizzare un aborto terapeutico sono ancora rivelabili solo attraverso esami clinici a gravidanza molto inoltrata; e che il problema degli aborti tardivi riguarda una ridottissima minoranza. A utilizzare l'aborto terapeutico in Italia è il 2,7% delle donne che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza, che nella stragrande maggioranza (97,3%) è effettuata entro i primi 90 giorni di gestazione (12/13 settimane).
Quando si vuole affrontare un problema politicamente, e non moralmente, le cifre contano, eccome. Dal punto di vista morale anche un solo aborto è un dramma. Dal punto di vista politico, una legge che ha ridotto drasticamente la frequenza di questo dramma è una legge che funziona. Che potrebbe funzionare meglio, certo. Che potrebbe sicuramente recepire i passi avanti della medicina e considerare nuovi fenomeni sociali. Ma che nel suo principio base, quello della legalizzazione e della responsabilizzazione della donna, funziona.
Tra le donne italiane il ricorso all'aborto è crollato del 60% rispetto al 1982. I dati del 2006, con un totale di 130.033 aborti, mostrano un ulteriore calo del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi). A indicare un nuovo fenomeno, invece, la crescita della percentuale di donne straniere (29,6% del totale), dovuta probabilmente a ignoranza e disagi socio-economici. Un bilancio confermato da un'esperta dell'Istituto Superiore di Sanità, Angela Spinelli: dai 235.000 aborti l'anno nel 1982 ai 130.000 del 2006. Per quanto riguarda gli aborti clandestini, dai 350.000 casi l'anno prima della legge ai 100.000 del 1983 fino ai 20.000 del 2006. «Grazie a questa legge siamo riusciti ad evitare, in circa un trentennio, 3.300.000 aborti, di cui 1.000.000 clandestini», a seguito dei quali prima della legge morivano circa 10 donne l'anno. Quindi, «potenzialmente sono state salvate oltre 300 donne».
Se bandire moralmente e culturalmente l'aborto, come sembra chiedere Ferrara, servisse a porre i presupposti per metterlo anche fuorilegge, sarebbe un'iniziativa sbagliata, da respingere perché controproducente; se fosse solo un'istanza di principio, sarebbe anche "nobile", ma velleitaria almeno quanto la moratoria sulla pena di morte approvata di recente all'Assemblea generale dell'Onu.
Ok, allora confessiamo che ci sfugge a cosa miri questa sua iniziativa: cioè, quale sia la proposta concreta, cosa significhi esattamente «incentivare politiche contrarie al fatto dell'aborto».
L'iniziativa di Ferrara rischia di risultare ancor più vaporosa ed eterea di quella per la moratoria Onu sulla pena di morte, a cui anche esplicitamente si richiama. In quel caso l'obiettivo, seppure il mezzo fosse palesemente inadeguato, era la sospensione delle esecuzioni in tutto il mondo. Quale possa essere l'obiettivo di una «moratoria sugli aborti», se non la sospensione disposta dai governi della pratica dell'aborto, stentiamo a comprenderlo. Oppure, dalla moratoria stiamo forse sconfinando nella semplice opera di sensibilizzazione sul dramma dell'aborto? Si accontenterebbe, Ferrara, di qualche commossa dichiarazione in questo senso?
Va chiarito il campo di interesse. Perché se fosse l'Italia, allora i dati dimostrano che poche leggi hanno funzionato come la 194, che nonostante le sue ipocrisie fa parte di quelle «politiche contrarie al fatto dell'aborto». Si potrebbe quasi sostenere che lo spirito della «moratoria» lanciata oggi sia stato raccolto già trent'anni fa: non l'utopistica e irresponsabile abolizione per divieto, ma tramite regolamentazione una progressiva limitazione del fenomeno tendente alla sospensione. E allora sì, potremmo obiettare che le priorità del Paese sono altre, rispetto a una questione certamente delicata che però una legge sta tutto sommato affrontando con effetti positivi.
Se invece si sta parlando dell'«aborto di massa, che ha raggiunto e superato la cifra del miliardo» in tutto il mondo, «via via caratterizzato come aborto selettivo, come pianificazione familiare a sfondo eugenetico, razzista e sessista», e dei «milioni di bambine, solo in Asia», mai nate, allora si sta parlando di una questione che non riguarda una scelta libera, consapevole e responsabile, che in una democrazia liberale viene assicurata agli individui, ma di politiche totalitarie che esulano dalla questione dell'aborto e riguardano lo sviluppo e la diffusione della democrazia in altri paesi, anche immensi come la Cina.
Come abbiamo incluso la pena di morte essenzialmente nel più vasto problema della dittatura, così la «pianificazione familiare» non lasciata alla libertà degli individui, ma imposta dagli stati (sia nella variante del controllo demografico che in quella delle campagne nataliste), fa parte anch'essa di quel dossier.
Quella di Ferrara è solo «la proposta di un grande e libero consulto su questi temi»? «Soprattutto, la moratoria chiede di prendere in considerazione la grande questione di fondo, che pertiene al diritto (civile) alla vita contro il diritto statualizzato di dare la morte, senza la riduzione ipocrita che ciò possa valere solo per la pena capitale». Ma c'è una differenza tra l'aborto cui si è costretti a ricorrere per non infrangere leggi imposte da un regime e l'aborto cui una donna decide drammaticamente, ma consapevolmente e responsabilmente, di ricorrere, entro certi limiti, per tutelare se stessa, il proprio corpo, la propria salute, la propria vita.
Per esempio, in questo secondo caso non si potrebbe mai pronunciare il termine «eugenetica», che non solo presuppone un fortissimo elemento coercitivo dello Stato, ma anche la conoscenza dell'intera mappatura genetica umana, l'individuazione precisa del gene che si vuole estirpare e l'eliminazione fisica anche dei portatori sani.
Sentire parlare dell'aborto come di un «diritto umano» fa parte di una certa deteriore cultura progressista ed estensiva dei diritti umani che nuoce al senso stesso dei diritti umani nella concezione liberale. La facoltà regolamentata di ricorrere all'aborto rientra nel diritto che ciascuno di noi ha di disporre di sé, del proprio corpo, della propria salute, della propria morale. Secondo una concezione liberale del diritto, precondizione per esercitare diritti (e doveri) è esistere come individui. Mai la libertà di un cittadino può essere compressa fino a procurargli danno nel nome di una sacralità astratta (sia pure della "vita"), che non corrisponda alla libertà di un altro individuo. Ed è il carattere di individualità che manca al nascituro finché dipende dall'utero materno.
Proprio in quest'ottica si può discutere se abbassare da 24 a 22 settimane il limite temporale entro cui l'aborto terapeutico può essere effettuato, recependo i progressi della medicina neonatale, ormai in grado di far nascere un feto di sei mesi. «C'è in effetti più di un rischio nel praticare l'aborto dopo la ventiduesima settimana di gestazione. Il bimbo può sopravvivere e c'è l'obbligo medico di rianimarlo nonostante ci sia la probabilità di malformazioni permanenti». Parole di Umberto Veronesi. Bisognerebbe però tenere anche presente che molte delle patologie del feto che possono autorizzare un aborto terapeutico sono ancora rivelabili solo attraverso esami clinici a gravidanza molto inoltrata; e che il problema degli aborti tardivi riguarda una ridottissima minoranza. A utilizzare l'aborto terapeutico in Italia è il 2,7% delle donne che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza, che nella stragrande maggioranza (97,3%) è effettuata entro i primi 90 giorni di gestazione (12/13 settimane).
Quando si vuole affrontare un problema politicamente, e non moralmente, le cifre contano, eccome. Dal punto di vista morale anche un solo aborto è un dramma. Dal punto di vista politico, una legge che ha ridotto drasticamente la frequenza di questo dramma è una legge che funziona. Che potrebbe funzionare meglio, certo. Che potrebbe sicuramente recepire i passi avanti della medicina e considerare nuovi fenomeni sociali. Ma che nel suo principio base, quello della legalizzazione e della responsabilizzazione della donna, funziona.
Tra le donne italiane il ricorso all'aborto è crollato del 60% rispetto al 1982. I dati del 2006, con un totale di 130.033 aborti, mostrano un ulteriore calo del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi). A indicare un nuovo fenomeno, invece, la crescita della percentuale di donne straniere (29,6% del totale), dovuta probabilmente a ignoranza e disagi socio-economici. Un bilancio confermato da un'esperta dell'Istituto Superiore di Sanità, Angela Spinelli: dai 235.000 aborti l'anno nel 1982 ai 130.000 del 2006. Per quanto riguarda gli aborti clandestini, dai 350.000 casi l'anno prima della legge ai 100.000 del 1983 fino ai 20.000 del 2006. «Grazie a questa legge siamo riusciti ad evitare, in circa un trentennio, 3.300.000 aborti, di cui 1.000.000 clandestini», a seguito dei quali prima della legge morivano circa 10 donne l'anno. Quindi, «potenzialmente sono state salvate oltre 300 donne».
Se bandire moralmente e culturalmente l'aborto, come sembra chiedere Ferrara, servisse a porre i presupposti per metterlo anche fuorilegge, sarebbe un'iniziativa sbagliata, da respingere perché controproducente; se fosse solo un'istanza di principio, sarebbe anche "nobile", ma velleitaria almeno quanto la moratoria sulla pena di morte approvata di recente all'Assemblea generale dell'Onu.
Wednesday, December 05, 2007
Dico di più: Cus
Non ho ancora avuto modo di leggere il disegno di legge, ma il contratto di unione solidale varato come testo base per il riconoscimento delle coppie di fatto dalla Commissione Giustizia del Senato mi sembra molto meno ambiguo dei Dico. Innanzitutto, non è uno scambio di raccomandate, ma un contratto, il cui rispetto è tutelato dalla giustizia civile, in cui le due parti regolano la propria convivenza, la dichiarano alla comunità in cui vivono, esprimendo attivamente una volontà definita e riconoscibile nell'atto stesso. E' già qualcosa con una sua dignità. Certo, probabilmente molti aspetti delicati (come la pensione) rimangono inevasi. Vedremo di capirci di più nei prossimi giorni.
Sul piano politico ci aspettiamo che l'aver svincolato il progetto dal papocchio governativo Bindi-Pollastrini e l'aver adottato il modello Biondi sia d'aiuto ai parlamentari più liberali del centrodestra per uscire allo scoperto e appoggiare il ddl.
Sul piano politico ci aspettiamo che l'aver svincolato il progetto dal papocchio governativo Bindi-Pollastrini e l'aver adottato il modello Biondi sia d'aiuto ai parlamentari più liberali del centrodestra per uscire allo scoperto e appoggiare il ddl.
Thursday, July 05, 2007
Decidere.net è on line, ma il network siamo noi: muoviamoci!
Una politica «ad alta velocità» al posto di una politica che non decide. Le decisioni scontentano sempre qualcuno, ma fanno crescere. Comportano delle rinunce, lasciarsi indietro qualcosa, svoltare per una strada abbandonando le altre possibili, far decadere un'opzione a favore di un'altra. Senza la decisione non c'è il rischio, ma neanche l'opportunità; senza correre rischi non ci sono meriti. La vita è rischio. Quando la politica promette di eliminare tutti i rischi, allora state pur certi che vi sta fottendo delle opportunità.
Decidere.net è un network messo a disposizione di chiunque sia disposto a correre dei rischi per vedere la politica finalmente decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
I 13 "cantieri" aperti da Daniele Capezzone insieme agli altri promotori (tra cui il sottoscritto) sono di quelli che fanno tremare i polsi. Sono radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderati, perché praticabili e ragionevoli, volti cioè all'utile per il maggior numero di cittadini senza danno per altri. Perché posso affermare questo? Semplice, perché sono tutti fondati sul principio che nessuno meglio di ciascuno di noi è in grado di avvicinarsi a comprendere e a realizzare il proprio utile e che il ruolo dello Stato, semmai, è quello di creare un contesto di regole e di strumenti favorevole. Compito dello Stato non è fabbricare pezzi di una felicità ideologicamente predefinita e così etichettata dal ceto politico, ma di consentire a ciascuno la ricerca della propria felicità.
Certo, queste 13 proposte urtano posizioni di rendita e corporazioni, ma anche diffusi pregiudizi nella nostra società. Si rivolgono al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti; e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Qualcuno ha osservato l'assenza dei diritti civili dai "cantieri" aperti. Manca del tutto anche la politica estera, e sapete quanto mi interessi. Innanzitutto, bisogna ricordare che non si tratta del manifesto fondativo di un partito, per cui tutti i campi della decisione pubblica devono essere coperti in modo sistematico, quanto piuttosto, nella felice immagine usata da Malvino, «una stretta di mano» tra gentiluomini: tanto più credibile quanto più "stretta" sopra un foglio che vincola gli aderenti su un campo ristretto e verificabile di soluzioni «precise e praticabili».
Anzi, proprio l'idea che il discrimine destra/sinistra sia sempre più inefficace, poco significativo, nel descrivere la realtà sociale e politica contemporanea ci porta a ritenere che nelle società in cui viviamo sia sempre più difficile trovarsi d'accordo su tutto, su un unico pacchetto preconfezionato, che finirebbe per divenire dottrinario.
Inoltre, non credete che non passino anche per questi 13 "cantieri" altrettante battaglie di laicità, se la si intende nel senso che abbiamo provato a spiegare "noi" di LibMagazine: «Laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque... laicità come sinonimo di anticlericalismo, ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica».
Contro quelle chiese cattocomuniste, quindi, che usano i poteri pubblici per gestire le vite dei cittadini gestendone i denari, presupponendo che l'individuo non sia di per sé in grado di distinguere il bene, neanche il suo, e il giusto, ma abbia bisogno della guida di costruzioni ideologiche veicolate attraverso lo Stato. Da una parte chi crede che nello Stato vi sia una moralità superiore e disinteressata, che sia capace di produrre per voi il miglior film sulla vostra vita, invitandovi magari ad esserne spettatori; dall'altra chi è convinto che lo Stato debba fornirvi gli strumenti per girarvelo da voi, il vostro film.
Secondo la mia analisi sono fondamentalmente due gli shock che potrebbero spazzare via la partitocrazia e liberare il nostro paese dall'immobilismo. Tra questi non ci sono i diritti civili, ma l'elezione diretta del capo del Governo e un sistema elettorale maggioritario, in modo che gli occhi degli elettori siano puntati sulle persone candidate e non sui partiti, e che anche i politici siano valutati secondo merito: chi perde a casa, senza ripescaggi; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, fattore di blocco del sistema e linfa vitale del regime partitocratico. Che la spesa pubblica abbia ormai superato la metà del Pil significa che c'è una catena di interdipendenza spessissima tra chi amministra questa spesa – la classe politica di centrosinistra e di centrodestra – e le clientele che ne beneficiano in termini di privilegi, sprechi e posizioni di rendita.
Istituzioni maggiormente rappresentative - in cui il ricambio sia più frequente, veloce, consistente e, quindi, il potere mai per troppi anni "occupato" (e i soldi gestiti) dai soliti - potrebbero essere meno subalterne ai magisteri morali e sociali, all'autorità religiosa, che impediscono l'allargamento della sfera delle libertà personali, e più citizen-oriented, attente a registrare i cambiamenti culturali e di stili di vita che avvengono nella società.
Nessuno pensi che non ci sia da combattere e da incassare delusioni.
Chi pensa che l'ex segretario radicale avrà la strada spianata da poteri (e soldi) occulti, o che sia il prescelto dal "regime" ovunque accolto con tappeti rossi, si sbaglia di grosso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto.
Ho sempre pensato, e avvertito quando e come potevo, che la demonizzazione di Capezzone da parte di Pannella e delle sue "guardie svizzere" avrebbe danneggiato seriamente ciò che rimane del soggetto politico radicale - in grave crisi finanziaria, strategica (dopo il fallimento della Rosa nel Pugno e l'irrilevanza in uno dei peggiori governi di sempre), ma anche umana - privandolo ulteriormente di un valore certo dal punto di vista culturale, politico e comunicativo.
Ma ho anche sempre pensato che a uscirne indebolito sarebbe stato anche il reprobo costretto, se non altro per non uscirne pazzo, a sperimentare altre vie. Insomma, non mi sembra che lanciando questa nuova sfida Capezzone scelga la via più comoda. Salpa da un porto, malmesso e ostile, ma in fin dei conti sicuro nella sua inerzia, a volerci rimanere da spettatore, per veleggiare in un oceano impervio, esposto alle insidie, entrambe potenzialmente letali, della bonaccia e della tempesta.
Non pensate che una volta avviato il network proceda da sé, con il vento in poppa di chissà quali poteri "forti". Non pensate che ci sarà comunque qualcuno a "spingere", cominciate a spingere voi. Questa è davvero una iniziativa che avrà tanta forza quanta tutti noi decideremo di dargli. Aderite! Ma non limitatevi a quello. Animate il sito con vostri contributi, ma soprattutto fate crescere il network, ciascuno dal suo punto di osservazione, con gli strumenti che ha a disposizione. Parlatene a lavoro, all'università, in famiglia, con gli amici, sui vostri blog. Discutete i 13 "cantieri", approfondite, ricercate, osservate le reazioni della politica, chi si muove contro e chi a favore.
JimMomo, intanto, torna tra qualche giorno.
Decidere.net è un network messo a disposizione di chiunque sia disposto a correre dei rischi per vedere la politica finalmente decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
I 13 "cantieri" aperti da Daniele Capezzone insieme agli altri promotori (tra cui il sottoscritto) sono di quelli che fanno tremare i polsi. Sono radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderati, perché praticabili e ragionevoli, volti cioè all'utile per il maggior numero di cittadini senza danno per altri. Perché posso affermare questo? Semplice, perché sono tutti fondati sul principio che nessuno meglio di ciascuno di noi è in grado di avvicinarsi a comprendere e a realizzare il proprio utile e che il ruolo dello Stato, semmai, è quello di creare un contesto di regole e di strumenti favorevole. Compito dello Stato non è fabbricare pezzi di una felicità ideologicamente predefinita e così etichettata dal ceto politico, ma di consentire a ciascuno la ricerca della propria felicità.
Certo, queste 13 proposte urtano posizioni di rendita e corporazioni, ma anche diffusi pregiudizi nella nostra società. Si rivolgono al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti; e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Qualcuno ha osservato l'assenza dei diritti civili dai "cantieri" aperti. Manca del tutto anche la politica estera, e sapete quanto mi interessi. Innanzitutto, bisogna ricordare che non si tratta del manifesto fondativo di un partito, per cui tutti i campi della decisione pubblica devono essere coperti in modo sistematico, quanto piuttosto, nella felice immagine usata da Malvino, «una stretta di mano» tra gentiluomini: tanto più credibile quanto più "stretta" sopra un foglio che vincola gli aderenti su un campo ristretto e verificabile di soluzioni «precise e praticabili».
Anzi, proprio l'idea che il discrimine destra/sinistra sia sempre più inefficace, poco significativo, nel descrivere la realtà sociale e politica contemporanea ci porta a ritenere che nelle società in cui viviamo sia sempre più difficile trovarsi d'accordo su tutto, su un unico pacchetto preconfezionato, che finirebbe per divenire dottrinario.
Inoltre, non credete che non passino anche per questi 13 "cantieri" altrettante battaglie di laicità, se la si intende nel senso che abbiamo provato a spiegare "noi" di LibMagazine: «Laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque... laicità come sinonimo di anticlericalismo, ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica».
Contro quelle chiese cattocomuniste, quindi, che usano i poteri pubblici per gestire le vite dei cittadini gestendone i denari, presupponendo che l'individuo non sia di per sé in grado di distinguere il bene, neanche il suo, e il giusto, ma abbia bisogno della guida di costruzioni ideologiche veicolate attraverso lo Stato. Da una parte chi crede che nello Stato vi sia una moralità superiore e disinteressata, che sia capace di produrre per voi il miglior film sulla vostra vita, invitandovi magari ad esserne spettatori; dall'altra chi è convinto che lo Stato debba fornirvi gli strumenti per girarvelo da voi, il vostro film.
Secondo la mia analisi sono fondamentalmente due gli shock che potrebbero spazzare via la partitocrazia e liberare il nostro paese dall'immobilismo. Tra questi non ci sono i diritti civili, ma l'elezione diretta del capo del Governo e un sistema elettorale maggioritario, in modo che gli occhi degli elettori siano puntati sulle persone candidate e non sui partiti, e che anche i politici siano valutati secondo merito: chi perde a casa, senza ripescaggi; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, fattore di blocco del sistema e linfa vitale del regime partitocratico. Che la spesa pubblica abbia ormai superato la metà del Pil significa che c'è una catena di interdipendenza spessissima tra chi amministra questa spesa – la classe politica di centrosinistra e di centrodestra – e le clientele che ne beneficiano in termini di privilegi, sprechi e posizioni di rendita.
Istituzioni maggiormente rappresentative - in cui il ricambio sia più frequente, veloce, consistente e, quindi, il potere mai per troppi anni "occupato" (e i soldi gestiti) dai soliti - potrebbero essere meno subalterne ai magisteri morali e sociali, all'autorità religiosa, che impediscono l'allargamento della sfera delle libertà personali, e più citizen-oriented, attente a registrare i cambiamenti culturali e di stili di vita che avvengono nella società.
Nessuno pensi che non ci sia da combattere e da incassare delusioni.
Chi pensa che l'ex segretario radicale avrà la strada spianata da poteri (e soldi) occulti, o che sia il prescelto dal "regime" ovunque accolto con tappeti rossi, si sbaglia di grosso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto.
Ho sempre pensato, e avvertito quando e come potevo, che la demonizzazione di Capezzone da parte di Pannella e delle sue "guardie svizzere" avrebbe danneggiato seriamente ciò che rimane del soggetto politico radicale - in grave crisi finanziaria, strategica (dopo il fallimento della Rosa nel Pugno e l'irrilevanza in uno dei peggiori governi di sempre), ma anche umana - privandolo ulteriormente di un valore certo dal punto di vista culturale, politico e comunicativo.
Ma ho anche sempre pensato che a uscirne indebolito sarebbe stato anche il reprobo costretto, se non altro per non uscirne pazzo, a sperimentare altre vie. Insomma, non mi sembra che lanciando questa nuova sfida Capezzone scelga la via più comoda. Salpa da un porto, malmesso e ostile, ma in fin dei conti sicuro nella sua inerzia, a volerci rimanere da spettatore, per veleggiare in un oceano impervio, esposto alle insidie, entrambe potenzialmente letali, della bonaccia e della tempesta.
Non pensate che una volta avviato il network proceda da sé, con il vento in poppa di chissà quali poteri "forti". Non pensate che ci sarà comunque qualcuno a "spingere", cominciate a spingere voi. Questa è davvero una iniziativa che avrà tanta forza quanta tutti noi decideremo di dargli. Aderite! Ma non limitatevi a quello. Animate il sito con vostri contributi, ma soprattutto fate crescere il network, ciascuno dal suo punto di osservazione, con gli strumenti che ha a disposizione. Parlatene a lavoro, all'università, in famiglia, con gli amici, sui vostri blog. Discutete i 13 "cantieri", approfondite, ricercate, osservate le reazioni della politica, chi si muove contro e chi a favore.
JimMomo, intanto, torna tra qualche giorno.
Sunday, March 11, 2007
Ds eredi più fedeli dell'immobilismo del vecchio Pci
Ieri, alla manifestazione "Diritti ora!", il segretario di Rifondazione Franco Giordano ha fatto un'autocritica non da poco per un comunista: ha riconosciuto cioè, citando divorzio e legge 194, che è stato un errore nei decenni scorsi da parte dei comunisti aver ritenuto che i diritti civili venissero dopo quelli sociali. Oggi sappiamo, ha aggiunto, che non possono essere disgiunti e non devono esserlo mai più.
Allo stesso tempo l'ammissione di una verità storica sempre negata da parte post-comunista e un significativo passo in avanti, se verrà confermato nei fatti.
Una forte discontinuità, quella di Giordano, con la tradizione autoritaria e moralista berlingueriana, che continua invece a caratterizzare i Ds.
Nel frattempo, infatti, dirigenti Ds per il Pd, facevano pressioni su Cecchi Paone per impedirgli di attaccare il Vaticano.
Il Partito democratico, se mai nascerà, si prepara ad essere tra i partiti più conservatori tra le sinistre europee. E sui diritti si farà scavalcare a sinistra addirittura dai comunisti, dai quali, dal punto di vista dottrinario, non ci si aspetterebbe tale attenzione ai diritti "borghesi".
Il fatto curioso, invece, è che pur chiamandosi comunisti - e non c'è dubbio che lo siano - sempre più la vera eredità del vecchio Pci, nei suoi aspetti più deteriori e nel suo immobilismo sociale, resti saldamente in mano ai Ds, mentre Rifondazione assume più i tratti di un partito antagonista, anti-capitalista e anti-americano sì, ma movimentista. Insomma, conservatori i primi, reazionari i secondi, che quanto meno però mostrano di sapersi adeguare al vissuto del "loro popolo".
Allo stesso tempo l'ammissione di una verità storica sempre negata da parte post-comunista e un significativo passo in avanti, se verrà confermato nei fatti.
Una forte discontinuità, quella di Giordano, con la tradizione autoritaria e moralista berlingueriana, che continua invece a caratterizzare i Ds.
Nel frattempo, infatti, dirigenti Ds per il Pd, facevano pressioni su Cecchi Paone per impedirgli di attaccare il Vaticano.
Il Partito democratico, se mai nascerà, si prepara ad essere tra i partiti più conservatori tra le sinistre europee. E sui diritti si farà scavalcare a sinistra addirittura dai comunisti, dai quali, dal punto di vista dottrinario, non ci si aspetterebbe tale attenzione ai diritti "borghesi".
Il fatto curioso, invece, è che pur chiamandosi comunisti - e non c'è dubbio che lo siano - sempre più la vera eredità del vecchio Pci, nei suoi aspetti più deteriori e nel suo immobilismo sociale, resti saldamente in mano ai Ds, mentre Rifondazione assume più i tratti di un partito antagonista, anti-capitalista e anti-americano sì, ma movimentista. Insomma, conservatori i primi, reazionari i secondi, che quanto meno però mostrano di sapersi adeguare al vissuto del "loro popolo".
E' andata così e così...
E si faceva fatica a entrare nella piazza, tanta era la calca. Quindi prometteva bene. Devo dire, invece, che sono combattuto nel fare un bilancio della manifestazione "Diritti ora!"
E' stata senz'altro chiassosa e festante ma assolutamente civile nei toni. Un po' d'ironia non mancava. I "Dico" non appassionano. C'era grande consapevolezza che non rispondono alla domanda di diritti soprattutto da parte degli omosessuali, per l'assenza, dall'impianto giuridico, di una chiara, e alla luce del sole, espressione di volontà da parte della coppia.
Tuttavia, non possono non essere registrate la banalità sconfortante degli interventi politici e l'ingenerosa, brutta accoglienza riservata a Benedetto Della Vedova da parte di un popolo "de sinistra" che ancora una volta si dimostra ottuso e fazioso.
Forse mi ero fatto delle illusioni, ma mi aspettavo anche più gente. Una dimostrazione di forza non c'è stata.
Purtroppo è mancata la spinta delle grandi organizzazioni. A giudicare dalle bandiere i Ds non c'erano proprio. Qualche bandiera della Cgil, qualcuna della Sinistra giovanile, poi lo Sdi, la Rosa nel Pugno, i radicali. I "big" sono rimasti alla larga e persino Marco Pannella, che c'era, non so perché non sia salito sul palco. Per il resto la folla era composta in gran parte dalla comunità omosessuale, romana e non solo. Eppure mi è parso che neanche le organizzazioni omosessuali abbiano saputo fare il pieno, riuscendo a mobilitare non più che il loro stretto seguito, poco più di una serata all'Alpheus. Quasi che tutto sommato le unioni civili non siano tra le priorità nemmeno dei gay, quelli non politicizzati, o che comunque il distacco dalla politica e la cura del privato siano il segno di questi tempi.
Purtroppo ho avuto la conferma che in questo paese la partecipazione politica spontanea è scarsa. Le grandi manifestazioni hanno luogo solo quando i grandi partiti, i sindacati, o le associazioni cattoliche, militarizzano i propri adepti. Se non si muovono questi non solo non si raggiungono i grandi numeri (milioni o centinaia di migliaia), nessuno se lo aspetterebbe, ma neanche i diecimila.
E qui veniamo a un tasto particolarmente dolente. Il balletto delle cifre sulle presenze alle manifestazioni è una delle cose che mi fanno davvero girare le palle.
Gli organizzatori dal palco, nel momento di punta, stimavano «almeno 50 mila» persone. Tra le 18 e le 19, quando la folla andava lentamente scemando, qualcuno azzardava persino 80 mila. La questura, stando a quanto leggo su Corriere.it, stima 20 mila.
Ora, facciamo un po' di calcoli. Dicesi «folla», come ben sanno gli ingegneri, quando 300 Kg pesano su un solo metro quadrato. Cioè, 4 persone a mq. E vi assicuro che si soffoca. Di più è fisicamente impossibile.
Piazza Farnese è circa 75 metri di lunghezza per 50 di larghezza: fanno 3750mq. Per 4, fanno 15 mila persone (per 3 fanno poco più di 11 mila). Se considerate il palco, i molti furgoni, l'edicola, i bar, lo spazio transennato retrostante le due fontante sui due lati corti, in cui per tutta la durata della manifestazioni si poteva camminare agevolmente, la mia stima è che dalle 15,30 alle 18 non c'erano più di 6-7-8 mila persone assiepate al centro della piazza. Poi, certo, bisogna considerare quanti in quelle ore sono passati, si sono fermati per qualche minuto e poi hanno proseguito la passeggiata del sabato pomeriggio. Campo de' Fiori, nel frattempo, era semi-vuota e il suo consueto traffico è iniziato come sempre verso sera. Siamo comunque ben lontani persino dalle stime della questura.
Questo, naturalmente, vale anche per San Giovanni, dove un milione di persone di sicuro non c'è mai entrato.
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