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Wednesday, April 18, 2012

Crisi finanziaria e pulizia politica a braccetto

Luigi Lusi, Francesco Belsito, Rosi Mauro, Renzo e Umberto Bossi, Davide Boni, Filippo Penati, Nichi Vendola, Roberto Formigoni e mezza giunta regionale lombarda, Valter Lavitola e ovviamente lui, Silvio Berlusconi. Appuntatevi questi nomi, solo i più citati, coinvolti a vario titolo - indagati e non - nelle numerose inchieste che in lungo e in largo nella nostra penisola stanno scuotendo le fondamenta del sistema politico. Tra qualche anno, quando il polverone si sarà diradato, sarà di una qualche utilità, per comprendere cosa stesse accadendo in questi giorni, sapere che fine avranno fatto, quale esito giudiziario sarà toccato loro in sorte. Paginate di giornali, aperture dei tg, talk show, ovunque lo tsunami di rivelazioni sembra inarrestabile, ondata dopo ondata travolge ogni cosa.

Non c'è nemmeno il tempo di porsi qualche domanda che già sopraggiunge lo scandalo successivo, o il vecchio si arricchisce di una nuova puntata, di un particolare in più. Eppure, da Tangentopoli a Partitopoli, alcune coincidenze nell'assalto mediatico-giudiziario al sistema politico non possono non sollevare alcuni interrogativi per chi non si accontenti delle gogne per sfogare il proprio malcontento. Allora come oggi le grandi "pulizie" coincisero con una pericolosa crisi finanziaria...
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Thursday, April 05, 2012

La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia

La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.

Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.

Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).

E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.

Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.

Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.

Tuesday, April 03, 2012

La giornata: attacco al cuore della Lega e Monti pronto su art. 18... a cedere

La giornata è senz'altro caratterizzata dalla tempesta giudiziaria che ha travolto la Lega. Tre Procure da nord a sud - Milano, Napoli, Reggio Calabria - colpiscono al cuore il movimento nella persona del tesoriere, Belsito, accusato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, per come sono stati spesi i rimborsi elettorali. Ma anche di riciclaggio, nell'ambito del filone reggino, da cui spuntano "contatti" con la 'ndrangheta. Sembra proprio la traduzione in inchiesta giudiziaria delle accuse che tempo fa Saviano aveva lanciato alla Lega dalla trasmissione televisiva "Vieni via con me", condotta con Fazio.

Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.

Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.

In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.

Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.

Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.

Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».

Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.

Tuesday, June 21, 2011

Il nodo Tremonti al pettine

La polemica sull'ipotesi di trasferimento di alcuni ministeri al nord riattizzata a Pontida da Bossi e a Roma da Alemanno e Polverini, ad uso personale, e quella sul ritiro dalla missione libica rischiano di distrarre di nuovo l'attenzione da uno dei temi che più interessa all'elettorato di centrodestra, che alle amministrative ha lanciato un forte segnale di insoddisfazione, e che quindi alla maggioranza converrebbe mantenere al centro dell'agenda di governo nei prossimi dodici mesi: la questione fiscale. Che era ritornata in primo piano da alcuni giorni ed era stata al centro del discorso di Bossi a Pontida. Ministeri e ritiro dalla Libia specchietti per le allodole, insomma, mentre il dato politico più rilevante del raduno annuale leghista sono state le frecciatine al ministro Tremonti, che deve «ingegnarsi» a trovare i soldi per la riforma fiscale e a porre fine alle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi). Sembrano lontani i tempi del "Tremonti non si tocca", si sono aggiunti alcuni "se" e alcuni "ma". Sarà compito del premier, nell'intervento alle Camere di oggi e domani, correggere il tiro, ricentrare l'agenda della maggioranza sulle riforme che interessano ai cittadini, e magari - in privato - richiamare all'ordine ministri, sindaci e governatori smaniosi di visibilità personale.

Della telenovela sui ministeri ho scritto ieri. Riguardo la Libia, è vero che è una guerra nata male, proseguita peggio: i ritardi e i tentennamenti della Casa Bianca; il protagonismo elettoralistico di Sarkozy; il solito atteggiamento ondivago italiano. E l'ipocrisia umanitaria ha fatto il resto: da una parte rendendo inefficace l'azione militare, al punto che ad alcuni mesi dall'inizio dei bombardamenti non si riesce ancora ad avere ragione di un indomito Gheddafi; dall'altro, dando vita al paradosso di una delle guerre più unilaterali e meno autorizzate dall'Onu che si siano mai viste negli anni recenti, che sta proseguendo bomba dopo bomba, non senza vittime civili, questa volta lontano dagli sguardi delle telecamere e dalle penne degli accigliati editorialisti occidentali. Alla faccia di quanti ci spiegavano che ormai bisogna fare i conti con la guerra-in-diretta-tv, e quindi con le opinioni pubbliche interne. E' falso: è triste, ma i media e le opinioni pubbliche si "attivano" o meno se c'è un obiettivo di politica interna su cui riversare il biasimo per la guerra. E così l'Iraq era su tutti gli schermi per processare Bush e Blair; mentre la Libia, il Pakistan, lo Yemen, a nessuno interessano. A condurre, o ad aver avviato quelle guerre (senza nemmeno l'autorizzazione del suo Congresso) è il Nobel per la Pace Obama. Tutti contenti e sollevati.

La risoluzione Onu che autorizza l'uso della forza contro Gheddafi è molto meno ambigua rispetto a quella che autorizzava l'intervento militare contro Saddam Hussein. Quest'ultima minacciava «serie conseguenze», ma il regime iracheno da anni stava violando le condizioni dell'armistizio che pose fine alla prima guerra del Golfo. Dunque, violato l'armistizio, era legittimo riprendere esattamente da dove si era interrotto il lavoro oltre dieci anni prima: da Baghdad. La risoluzione sulla Libia invece limita esplicitamente l'intervento alla protezione dei civili, ma l'obiettivo manifesto della missione, esattamente come per l'Iraq, è il regime change, e la Nato in questi giorni ha dovuto ammettere di aver colpito dei civili. Eppure, i media hanno chiuso un occhio, anzi anche entrambi. Probabilmente perché non c'è un Bush o un Blair da biasimare, si preferisce fingere di credere all'alibi della guerra umanitaria.

Detto tutto questo, sarebbe semplicemente ridicolo ritirarci, come vorrebbe Maroni, perché non possiamo permetterci qualche migliaio di profughi, il cui flusso sulle nostre coste comunque non cesserebbe fermando gli aerei Nato, semmai aumenterebbe a causa della repressione di Gheddafi. E' di interesse vitale per l'Italia essere in prima fila in Libia, per influenzare a nostro favore il corso degli eventi in un Paese che bene o male è nel nostro "cortile di casa". Tra l'altro, la richiesta leghista di ridurre i nostri contingenti militari all'estero per tagliare le spese può essere soddisfatta su altre missioni: quella del Kosovo sta finalmente per concludersi per scadenza naturale; il ritiro dall'Afghanistan, da parte degli stessi americani, subirà probabilmente un'accelerazione; dal Libano si può andar via anche subito. Sarebbe un errore, tuttavia, ritirarci unilateralmente: avremmo dilapidato in un solo istante il capitale di credibilità internazionale costato tanti sacrifici ai nostri militari.

La questione fiscale al centro dell'azione di governo è dunque nell'interesse sia del Pdl che della Lega. Ed è emblematico che da Confindustria a Montezemolo, passando per Della Valle, quanti ieri criticavano la politica economica del governo - di cui Tremonti è riconosciuto "dominus" - perché carente sul lato della crescita, e in particolare del fisco, oggi che Berlusconi e Bossi sono in pressing sul ministro dell'Economia si ergono a strenui difensori del rigore tremontiano. Dal momento che appare ormai evidente a tutti o quasi che una riforma fiscale *non* in deficit, che punti primariamente ad una concreta semplificazione e sburocratizzazione, con un programma graduale ma certo di riduzione delle aliquote, si può fare, la questione è del tutto politica. Le chiavi della cassaforte infatti le ha Tremonti e bisognerà vedere se nel ministro alberga la volontà di fare questo "regalo" a Berlusconi e a Bossi, in modo che possano intestarsi parte dei meriti della riforma, così da poter andare di fronte ai propri elettori rivendicando "abbiamo abbassato le tasse", oppure se intende tenersela nel cassetto finché i due anziani leader non saranno bolliti a puntino.

Da questo ormai dipende non solo la legislatura, ma il futuro del centrodestra. Se infatti nel 2013 il centrodestra potrà presentarsi ai propri elettori dicendo "abbiamo tenuto i conti in ordine durante la crisi e siamo riusciti anche a riformare il fisco, iniziando a ridurre le imposte", allora avrà ancora qualche chance di rivincere le elezioni, con Berlusconi o qualcun altro candidato premier. Altrimenti il crollo, chiunque sia il leader, non sarebbe solo elettorale, ma anche culturale. Senza atti di governo concreti e politicamente qualificanti in cui identificarsi, il centrodestra rischierebbe di disintegrarsi come coalizione, nel Palazzo, così come nel Paese.

Monday, May 23, 2011

La capitale reticolare era cosa seria

Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.

Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.

Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.

Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.

Friday, February 04, 2011

Ci stanno cascando di nuovo

Tutto fa gioco alla maggioranza, persino il presidente Napolitano. L'intronato del Colle mette a segno il dispettuccio di rovinare la festa già sobria sul federalismo, rispedendo al mittente il decreto non - come purtroppo crederanno in molti - per la presunta bocciatura di ieri in bicamerale, ma per un cavillo procedurale della legge delega. Così facendo il presidente si presta al gioco sporco di far credere alla gente che sia illegittimo da parte del governo approvare il federalismo anche senza il parere positivo del Parlamento, ma non si rende conto di fare il gioco della maggioranza (in vista l'ennesima "fiducia" in aula) e, in particolare, di ripagare la Lega con voti sonanti.

Non so se anche questa volta la strategia di difesa e contrattacco scelta da Berlusconi avrà successo, ma è l'unica sensata da tentare: governare, governare, governare. Ha sbagliato tutto su Fini, ma su questo Ferrara ci ha visto giusto: l'unica risposta ai "guardoni" è governare, o almeno provarci contro tutto e tutti. Contro le procure politicizzate, contro il fango dei media; contro le opposizioni pregiudiziali che hanno fallito l'ennesimo colpo del ko (non votando il parere sul federalismo qualcuno pensava di indurre Bossi a staccare la spina, ma il leader leghista ha fiutato e sembra essersi convinto della strategia di Berlusconi); e, da ultimo, nonostante il presidente Napolitano.

Il "racconto" che sta già andando in scena, per l'ennesima volta, e che rischia di caratterizzare un'eventuale campagna elettorale - lascio a voi giudicare se e quanto verosimile o frutto solo di abilità comunicativa - è quello solito di un Berlusconi che tenta di "fare" contro tutto e tutti, ma non lo fanno governare perché "è tutto in mano alla sinistra". Di chi sarà la colpa se si tornerà al voto? Le opposizioni - e non solo - ci stanno cascando di nuovo. Se è questo lo scenario verso cui andiamo, la campagna elettorale sarà sì in salita per Berlusconi - e non è detto che rivinca, perché gli italiani sono esausti e lievemente incazzati - ma avrà dalla sua il suo argomento preferito: fondato o meno che sia, la persecuzione politico-mediatico-giudiziaria nei suoi confronti. E con la Lega pronta a capitalizzare - almeno al nord - i voti in uscita dal Pdl. Insomma, l'insistenza di Berlusconi nel voler andare avanti, il rilancio sulla crescita economica e la riforma del fisco, la sorprendente pazienza di Bossi, tutto va letto in questa chiave.

Se si riesce a governare, se passano le riforme, tanto meglio. Altrimenti, siano gli oppositori di ogni dove e rango (partiti, procure, giornali) ad assumersi la responsabilità del ritorno alle urne. Questo è il film che il centrodestra sta girando, e nel quale tutti - dal Pd al Terzo polo, dalle procure fino a Napolitano - sembrano essere già entrati nella parte più congeniale al protagonista: Berlusconi.

UPDATE:
Come volevasi dimostrare. Calderoli: «Se verranno presentati dei documenti sulle comunicazioni del governo sul federalismo municipale, allora io chiederò il voto di fiducia nel Consiglio dei ministri». Se passa, nuova vittoria del governo; se non passa, il governo cade sul federalismo. C'è altro da aggiungere sul capolavoro di Napolitano?

Wednesday, November 24, 2010

Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto

Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».

E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.

Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.

Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.

Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.

Friday, September 10, 2010

Non si risolve con un'alzata di spalle

L'intenzione di Berlusconi e Bossi di coinvolgere il Quirinale sul caso Fini è stata banalmente ridotta dai commentatori e dai costituzionalisti ad una improbabile pretesa di ottenere dal presidente Napolitano le dimissioni del presidente della Camera, facendo passare ovviamente i due per «analfabeti». Ad esporre correttamente i termini del problema che il premier e il leader della Lega faranno eventualmente presente a Napolitano è Calderoli: «Quello di cui deve preoccuparsi Napolitano è il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento: non ha competenze rispetto a dimissioni o ruoli politici - è consapevole il ministro leghista - ma ce l'ha rispetto al corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, al punto che la Costituzione prevede che non solo abbia la possibilità di sciogliere le Camere, ma possa scioglierne anche soltanto una». Una possibilità, aggiunge, «non legata a una maggioranza o a una posizione politica, ma ad una oggettiva possibilità di funzionamento della Camera» stessa.

Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.

Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.

Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«E' decente che un presidente di assemblea faccia politica attiva, costituisca un suo gruppo parlamentare a nome del quale parla, si faccia portavoce del progetto di fondazione di un partito e intraprenda un negoziato politico sulle sorti della legislatura con la maggioranza di centrodestra, con l'area di centro e con la minoranza di centrosinistra? Dico decente in senso non morale, ma politico. Fa bene questo quadretto alle istituzioni, alla loro credibilità civile, alla loro saldezza nello spirito pubblico?».
Il direttore del Foglio ha evidentemente il problema di riconoscere di essersi sbagliato sulle reali intenzioni di Fini. Il suo «piano originario», scrive, «anche in considerazione del ruolo che era andato a ricoprire, era diverso». Aveva suscitato il suo «interesse» perché «voleva o diceva di voler mettere in circolazione nuove idee di una destra diversa da quella di questi anni, sperimentare pluralismo e dissenso dentro il partitone unificato che aveva vinto le elezioni, e giocava la partita in solitario, come si conveniva a chi doveva funzionare da garante super partes. Questo era compatibile con la presidenza della Camera». Fin qui nulla di male. Anzi, avrebbe potuto dare un contributo positivo al partito con le sue distinzioni su temi quali la bioetica, l'immigrazione, la cittadinanza, persino il Sud e il federalismo. Conoscendo il percorso e gli errori politici di Fini (e l'uso fatto della presidenza di Montecitorio dai suoi predecessori) personalmente mi appariva chiaro, come a molti altri, dove voleva andare a parare. Ma, come detto, il dissenso poteva essere ancora gestito politicamente. Poi però Fini, coerentemente con le sue reali intenzioni, ha varcato la linea rossa, che in tempi non sospetti avevo individuato nella giustizia. Si è fatto sempre più chiaro l'obiettivo di sfidare la leadership di Berlusconi - non nelle urne, ma per logoramento nei Palazzi - non rinunciando a offrire sponde verbali e non solo agli attacchi mediatico-giudiziari.

«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
«Fini non ha tutti i torti quando dice che è stato buttato fuori senza tanti complimenti, e attaccato pesantemente con notevole rozzezza, ma non è nel suo buon diritto quando aggiunge che può stare seduto dove sta, fino al compimento della legislatura, senza troppi problemi. È appena ovvio che non si può attribuire a Giorgio Napolitano il compito, come ha detto Bossi con formula esilarante, di "spostare Fini da un'altra parte". Ma i poteri di garanzia, invocati su Repubblica da Stefano Rodotà con puntigliosa e protocollare ipocrisia come poteri inattaccabili, hanno un protocollo deontologico che sta in stretta connessione con la loro inviolabilità virtuale: devono comportarsi in un certo modo. Ricordo gli strali di Rodotà contro i giudici costituzionali che accettarono un invito a cena del presidente del Consiglio: bisogna essere e parere inattaccabili, quando si maneggiano le garanzie. E, nonostante la privacy, forse non aveva torto. Nel caso di Fini, che tiene comizi alle feste del neonato suo partito, proclama l'inesistenza del partito di provenienza o Pdl, si tratta di ben più di un invito a cena privato (con sospetto delitto), forse inopportuno: si tratta di una performance da teatro politico, di una sortita in campo aperto che non fa essere il presidente, né certo lo fa parere, super partes ovvero capace di obiettività nella gestione dei lavori di assemblea. Le forme sono sostanza, ci insegnano su questo sempre i vati del costituzionalismo progressista, i profeti dell'establishment politicamente connotato. La questione formale di come si possano dirigere i lavori della Camera facendo attivamente politica, e conflittualmente esposti sulla scena dei rancori e delle polemiche, non si può risolvere con un'alzata di spalle».

Wednesday, September 08, 2010

Anomalia non trascurabile

Come un sol uomo la stampa mainstream e gli esponenti del conformismo costituzionale, con il ditino alzato ricordano che non è possibile "sfiduciare" il presidente della Camera, né il presidente della Repubblica può costringerlo a dimettersi. Da un lato si tende a distorcere ciò che si contesta a Fini e ciò che Berlusconi e Bossi si aspettano dal Colle, dall'altro a deviare l'attenzione dall'oggetto della contesa (l'incompatibilità di Fini) all'«irritualità», o «analfabetismo», della loro richiesta.

Tutti sanno - compresi B&B - che Napolitano non può costringere alle dimissioni Fini e che non può esserci un voto di sfiducia nei suoi confronti. Eppure, le solite truppe cammellate di costituzionalisti - sempre gli stessi - vengono arruolate dai giornali per ricordarcelo e ridicolizzare la richiesta di Pdl e Lega. Come recitava testualmente la nota di lunedì, si tratta di «rappresentare» a Napolitano la «grave situazione». Semplificando, non si potrà costringerlo a dimettersi, ma almeno chiedere sarà ancora lecito. O no? Chiedere direttamente a Fini; e chiedere a Napolitano di chiedere a sua volta. Rispondere, come si dice, è cortesia. D'altra parte, anche Villari non voleva dimettersi dalla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai e nessuno poteva costringerlo, neanche il presidente del Senato, ma alla fine si è dovuto dimettere... e in quel caso era il centrosinistra che ne chiedeva le dimissioni. Alla fine, si dovette arrivare al boicotaggio dei lavori della Commissione per fargli capire che non era più gradito. Ma all'epoca venne trattato più o meno come un usurpatore, e non aveva neanche assunto nei confronti del suo partito - il Pd - le posizioni che Fini sta assumento nei confronti del Pdl e del governo.

La questione dell'incompatibilità di Fini non poteva non essere sollevata (ovviamente per chi è convinto che esista). E non solo non è ridicolo o anticostituzionale, ma è persino doveroso coinvolgere il Quirinale, proprio in quanto garante dei corretti rapporti tra le istituzioni e del corretto funzionamento delle stesse. Qui bisogna capire se ce n'è una - la presidenza della Camera - che interferisce indebitamente sulla stabilità del governo. E' «irrituale» rivolgersi al capo dello Stato? Sì, come lo è nella storia repubblicana il doppio ruolo assunto da Fini. Con i suoi comportamenti destabilizza la governabilità del Paese, un valore che spetta anche al presidente Napolitano tutelare. Legittimo che Fini la "minacci" da leader politico, ma non da presidente della Camera.

Cosa si contesta quindi esattamente a Fini? Non la sua appartenenza politica o partitica, né l'essere un leader politico, né la partecipazione a manifestazioni di partito. Altri presidenti prima di lui lo erano e non hanno rinunciato all'attività politica, ma hanno saputo tenere distinti i due ruoli, cosa che lui non ha saputo e voluto fare. Né si pretende che risponda alla maggioranza che lo ha eletto. Ma non dovrebbe neanche ritagliarsi un ruolo da oppositore e usare la sua carica come un palco da comizi. Dovrebbe essere - e mostrarsi - super partes, garante dei ruoli di tutti i gruppi presenti nell'assemblea che presiede. E alla luce delle posizioni che ha assunto, è lecito dubitare che possa farlo serenamente.

A Mirabello è arrivato addirittura a disconoscere l'esistenza del maggiore partito rappresentato alla Camera, e a definire «sudditi» quasi la metà dei deputati, dimostrando palesemente di svolgere ormai un ruolo di parte, del tutto incompatibile con quello di garante. L'ho scritto più volte: cosa sarebbe accaduto se Fanfani, Nilde Jotti, o Luciano Violante, avessero costituito loro gruppi autonomi in dissenso col loro partito, e avessero negato persino la sua esistenza? Nel '69, in seguito alla scissione del PSU, il presidente della Camera Pertini, nonostante non ne fosse minimamente il protagonista, si dimise. La Camera lo rielesse, ma lui dimostrò almeno la correttezza di rimettere il mandato.

Dunque, presidenti della Camera al tempo stesso leader politici si sono visti. Mai nessuno però ha costituito "suoi" gruppi parlamentari e, di fatto, un nuovo partito; mai nessuno ha utilizzato la carica per condurre la sua personale lotta politica all'interno del partito e per affermare la sua leadership in modo ostile alla maggioranza; mai nessuno (neanche Casini e Bertinotti in tale misura) ha rivolto continue critiche e attacchi al governo e personalmente al presidente del Consiglio; ed è certamente scorretto per un presidente della Camera esprimersi nel merito di provvedimenti ancora all'esame del Parlamento, come ha fatto Fini numerose volte, sia presiedendo l'assemblea sia durante conferenze ed incontri organizzati dalla Camera stessa. E anche nella proposta di «nuovo patto di legislatura» che Berlusconi e Bossi dovrebbero negoziare con lui, Fini reclama un ruolo non suo. Non si è mai visto. Mai un presidente della Camera si era permesso di rivendicare per sé un ruolo di vero e proprio indirizzo politico nell'azione di governo.

Con la riforma dei regolamenti parlamentari, tra l'altro, il presidente della Camera ha poteri rilevantissimi sull'agenda dei lavori, e quindi sull'attuazione del programma di governo. Se i due gruppi di maggioranza alla Camera non si sentono più garantiti dal presidente dell'assemblea e se ciò minaccia il corretto funzionamento del potere legislativo, come fa Napolitano a ignorare la situazione? Insomma, ci troviamo di fronte ad una conclamata e inedita anomalia istituzionale, di cui ben rende l'idea una semplice domanda: in che veste, in caso di crisi di governo e quindi di consultazioni al Quirinale, Gianfranco Fini esprimerebbe il suo parere al presidente della Repubblica? Riuscirebbe a essere neutrale, come la carica che riveste gli imporrebbe, o a parlare sarebbe il Fini di Mirabello? Tutti problemi che guarda caso i custodi della Costituzione preferiscono non porsi, finché di mezzo ci sarà Berlusconi.

Monday, August 23, 2010

Alle comiche finiane

Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.

Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.

Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.

Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».

La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.

Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».
E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.

Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).

UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).

Tuesday, June 22, 2010

Retoriche contrapposte

L'unico a credere, o a fingere di credere, ancora nella minaccia di secessione è Fini. Alla retorica leghista da comizio, ha contrapposto una retorica identica seppure di segno opposto, ma pur sempre di retorica si tratta. Tutti sanno che la Padania non esiste come concetto storico e geografico (forse anche i leghisti). Esiste il lombardo-veneto da una parte, come territorio ex dominio austriaco, e il Piemonte dall'altra. Ci credano o meno i leghisti duri e puri importa poco. Importa, e Fini dovrebbe capirlo, che la Padania esiste dal punto di vista politico come "questione settentrionale". Tra le righe l'ha spiegato Bossi a la Repubblica: la "Padania" non è che quella «parte del Paese che produce e paga le tasse e che tiene in piedi tutta la baracca» e «per questo vuole il cambiamento». Può piacere o meno, ma da quelle parti la pensano così. Di fronte a tale questione squisitamente politica, Fini può foderarsi gli occhi e combattere la sua battaglia contro i mulini a vento del separatismo. Magari qualche simpatia al Centrosud la recupera. Ma sarebbe più intelligente - proprio per non lasciare praterie alla Lega - provare a dare qualche risposta concreta a quel pezzo di Paese che tutti i torti non li ha.

Wednesday, May 05, 2010

Federalisti e patrioti

In un bell'articolo di storia Sergio Soave, su Il Foglio, racconta le difficoltà con il concetto di patria e il risorgimento che ebbero per decenni le principali famiglie politiche - cattolici e comunisti - da cui oggi si ergono i più accaniti censori della Lega; ricorda il tradimento, in epoca post-unitaria, della cultura federalista dei Cattaneo, dei Cavour e dei Minghetti - che appartiene invece a pieno titolo alla storia del risorgimento ma è stata rimossa subito dopo l'unità prima dalla sinistra storica, poi dall'epoca giolittiana, e infine definitivamente sepolta con il fascismo - arrivando a concludere, in modo molto simile a quanto ho cercato di dire con il post di ieri, che oggi il nodo è «ricostruire il carattere unitario che il centralismo prima sabaudo, poi fascista, poi partitocratico ha messo a rischio» e in quest'ottica «si potrebbe dire paradossalmente che i federalisti della Lega siano i nuovi patrioti involontari, che si rifanno alle tradizioni più nobili del risorgimento che dileggiano... Non ci sarà da stupirsi se Bossi passerà alla storia come il salvatore dell'unità nazionale, che non vuole festeggiare». Solo, non sarei così sicuro che Bossi ne sia inconsapevole.

Tuesday, May 04, 2010

Unità d'Italia, Fini spiazzato dalla Lega di governo

Celebrare l'unità d'Italia con i fatti e non a parole. Si può sintetizzare così il pensiero espresso sia dal ministro Calderoli domenica scorsa, ospite di In Mezz'ora, di Lucia Annunziata, sia dal leader della Lega Bossi, in un'intervista di oggi a la Repubblica. Oppure, si può travisare, fingere di non capire, mettere in bocca ai leghisti espressioni dissacranti anche quando non lo sono. Mi dispiace per Fini, ma non vedo alcuna «sostanziale negazione dell'unità nazionale» nelle parole di Calderoli e l'intervista di Bossi ne è la conferma. E' una macchietta polemica che ormai serve solo al presidente della Camera per distinguersi a tutti i costi, per trovare le ragioni di una frattura che sente come necessaria in realtà per la sua frustrazione di "eterno secondo".

Bossi non esclude di partecipare alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, anche se, osserva, «a naso mi sembrano le solite cose inutili e un po' retoriche». Chi in tutta onestà può dirsi certo che i fatti gli daranno torto? Deve ancora rifletterci su e decidere, aggiunge Bossi, ma fa comunque capire che non mancherebbe all'appuntamento se il presidente Napolitano lo chiamasse. Qui si scommette che i leghisti ci saranno. Fini giudica «un'inezia», in tempi di crisi economica e ristrettezze di bilancio, spendere 35 milioni di euro per le celebrazioni. Che ci saranno, stia tranquillo, ma c'è sicuramente un modo più concreto rispetto alle parate, ai musei e ai gagliardetti per celebrare l'anniversario dell'unità.

La «speranza» del leader leghista, per esempio, è di «arrivarci con il federalismo fatto, che sia legge e diventi finalmente realtà». Il ragionamento di Calderoli e Bossi è semplice: oggi l'Italia può dirsi davvero unita? O forse il federalismo, proprio nella ricorrenza del prossimo anno, può rappresentare il completamento del processo unitario? Fini ci tiene a marcare la sua differenza culturale dalla Lega e risponde di no: l'Italia è «già unita» e il federalismo «non serve a unire». Da romano non mi vergogno di sentirmi più vicino all'approccio di chi invece pensa che l'Italia sia unita formalmente, dal punto di vista dei confini, e che abbia bisogno di più unità.

Quello tra il Nord che produce e il Sud assistito è uno squilibrio che, prima di ogni altra considerazione, non regge più e che rischia - questo sì - di minacciare l'unità nazionale, nella misura in cui gli italiani delle diverse parti del Paese hanno sempre meno la sensazione di condividere una stessa storia, uno stesso destino, gli stessi interessi in termini di prospettive di benessere e realizzazione. Serve quindi un nuovo patto unitario tra Stato centrale, comunità locali e singoli cittadini, in cui ci sia un rapporto tra la ricchezza che si crea in un territorio e ciò che si spende, tra i servizi che si offrono e ciò che si chiede ai cittadini. Con tutti i dovuti paracadute, ma se non si crea questo rapporto, e non entra nella percezione dei cittadini che il malgoverno si paga, allora addio non solo all'unità.

Una ritrovata, rinvigorita unità del Paese oggi passa indubbiamente anche, se non soprattutto, per il federalismo fiscale. Perché non riconoscere i passi avanti compiuti dalla Lega, che non solo non parla più di secessione, ma che vede nel federalismo - parole di Bossi - «l'unico pezzo che manca al compimento della vera storia del nostro Paese»? Perché non riconoscere alla Lega di aver offerto al Paese intero (non solo al Nord), con il federalismo, una chance per meglio concepire, dopo 150 anni, la nostra unità nazionale e un'alternativa all'assistenzialismo per cercare di risolvere la questione meridionale?

Tuesday, April 27, 2010

Ripiegamento tattico

Dalla minaccia di costituire gruppi autonomi a quella di dar vita ad una "corrente", poi via via sfumata in componente o area politico-culturale, fino all'idea di un seminario programmatico. Sta tutta qui la retromarcia di Fini nell'arco di una settimana. Se fin dall'inizio avesse proposto a Berlusconi un "grande convegno" programmatico per «rafforzare» il partito nelle sue politiche, probabilmente la sua richiesta sarebbe stata accolta più che favorevolmente. E ieri, durante la riunione con i suoi 'fedelissimi' nella Sala Tatarella di Montecitorio, per l'occasione ancora off limits per i giornalisti, pare che qualcuno l'abbia fatto notare: «Valeva la pena fare tutto questo per ritrovarci a rinculare così».

La verità è che Fini non si accontenta certo di un seminario, si tratta di un evidente ripiegamento tattico. Non sono mutate le ragioni di fondo che lo allontanano sempre più da Berlusconi e che lo hanno indotto ad andare vicinissimo alla rottura definitiva. E' piuttosto una questione di opportunità politica, di realpolitik. Da un lato, come osserva Massimo Franco sul Corriere, quello dei 'finiani' è un «gruppo ripiegato su se stesso», «più debole e disomogeneo di quanto si pensasse». La maggior parte non è ancora pronta - ammesso che lo sarà mai - a seguirlo su una linea battagliera. Dall'altro, Fini comprende che l'immagine del guastatore nuoce alla sua immagine di sobrietà e rischia di alienargli ancora più simpatie tra gli elettori di centrodestra. Inoltre, teme giustamente la reazione di Berlusconi e di Umberto Bossi. Fini vuole evitare a tutti i costi di prestare il fianco a critiche ed accuse di sabotaggio dell'agenda di governo e si mostra preoccupato di non tirare troppo una corda spezzata la quale potrebbe materializzarsi lo spettro di elezioni anticipate.

Da qui l'esigenza di una messa a punto della linea, soprattutto ad uso e consumo di chi andrà in tv o farà dichiarazioni, ma anche in vista dei prossimi delicati passaggi parlamentari, a partire dal ddl intercettazioni, su cui Berlusconi e la maggioranza del Pdl, ma anche Bossi e i leghisti, aspettano al varco i "finiani". Dunque, «assoluta lealtà» alla maggioranza e al governo e massimo «rispetto» per il programma elettorale: «Tutti voi avete capito che non è in discussione la permanenza nel Pdl e nella maggioranza». «Siamo per un federalismo attento alla coesione sociale e all'identità nazionale, per la legalità, per il rinnovo delle classi dirigenti». Niente fughe in avanti, dunque, né sgambetti nei lavori parlamentari (sul ddl intercettazioni, per esempio). Sono queste le indicazioni trapelate dall'incontro di ieri. A proposito, immigrazione e cittadinanza, così come i temi etici, sembrano essere stati riposti momentaneamente nel cassetto per far posto a parole d'ordine più paganti (e più familiari per Fini e i "suoi") come destra e Sud.

La credibilità della linea "lealtà senza acquiescenza" si gioca su un delicatissimo equilibrio per quella che deve rimanere un'"area politico-culturale di minoranza" e non dare l'impressione di essere una corrente stile Prima Repubblica. Da qui l'idea di sotterrare (per il momento?) l'ascia di guerra e promuovere invece un più "costruttivo" convegno programmatico. Resta inoltre la contraddizione, sempre più evidente, del doppio ruolo giocato da Fini, presidente della Camera e allo stesso tempo leader di una minoranza organizzata interna al Pdl, che potrebbe divenire insostenibile se il clima dovesse surriscaldarsi troppo.

Berlusconi e Bossi restano alla finestra. Soprattutto il primo non ha interesse a cercare lo scontro, a maggior ragione se Fini dà garanzie di lealtà e rispetto del programma. Ma la posizione dei due leader è chiara: se in qualche modo al governo verrà impedito di governare e alle riforme - innanzitutto, il federalismo fiscale - di procedere, la strada non può essere che quella del ritorno alle urne. No alla paralisi, né a ipotesi "ribaltoniste". Davvero una componente finiana nel Pdl, come ha sempre sostenuto Giuliano Ferrara, può non essere un «dramma», a patto però che non si trasformi in una corrente di logoramento e di guerriglia in Parlamento. Cosa che forse non avverrà subito, ma personalmente credo che prima o poi lo sarà.

Friday, April 23, 2010

Bersani solletica Fini e Bossi, De Benedetti guarda a Tremonti

Su il Velino:

Dopo aver definito quanto avvenuto ieri durante la direzione nazionale del Pdl una «rissa incredibile», e avvertendo che una tale spaccatura interna alla maggioranza può provocare una «paralisi dell'azione di governo» e mettere a rischio «la stabilità del Paese», il segretario del Pd Pierluigi Bersani intende lanciare un messaggio «anche a persone e a forze che sono oltre il centrosinistra». Stamattina da Genova ribadisce quanto spiegato in un'intervista all'Unità. Approfittando dello strappo tra il premier e il presidente della Camera, e delle preoccupazioni che il nuovo scenario desta in Umberto Bossi per il proseguio della legislatura, e quindi per la realizzazione del federalismo, Bersani non nasconde di rivolgersi «a tutti» - anche a Fini e alla Lega - «a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria», quando propone «un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della Costituzione», per «evitare una deriva plebiscitaria e cambiare l'agenda del Paese». Il pericolo numero uno è ancora una volta individuato in Silvio Berlusconi e nella sua «forma di accumulazione del consenso che non prevede decisioni, ma solo di tirare a campare, di fare surf da una promessa all'altra».

Ma qualcosa si muove nel Pd anche da parte di uno dei suoi padri nobili, che tempo fa prenotò per sé la tessera numero uno dell'allora costituendo partito. Carlo De Benedetti, patron di Repubblica-l'Espresso, interviene di nuovo su Il Foglio di Giuliano Ferrara, ma stavolta non con un articolo di politica estera. Con un articolo («Caro Tremonti, giù le tasse per favore»), che se ad una lettura superficiale poteva apparire critico nei confronti del ministro Tremonti, in realtà tentava di stabilire un dialogo, di gettare un ponte, proprio nel momento in cui va in scena lo strappo tra Fini e il Pdl. «Il senso di quello che propongo - ha scritto l'Ing. - è spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla ricchezza che si fa cose. Dalle "persone alle cose", ha sintetizzato in uno slogan efficace il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, nel suo libro bianco sul fisco. E io trovo giusto quel proposito». Come osserva Franco Bechis, su Libero, «una serenata a Tremonti, mai apprezzato così direttamente e apertamente da un potere forte considerato il nemico numero uno di questo governo». E il sostegno, da parte di un potere forte della sinistra, ad una «grande riforma del sistema fiscale. Una riforma in senso liberale. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l'essenza stessa del liberalismo».

C'è qualcosa che «unisce», secondo Bechis, le ultime mosse di De Benedetti, Ferrara, Montezemolo, Fini, Paolo Mieli e altri: «La convinzione che l'attuale assetto bipolare non abbia più benzina in corpo». Non il Pd, né il PdL, ritenuto «non in grado di sopravvivere alla gestione diretta del suo vero e unico fondatore». Fra tre anni, quando Berlusconi non sarà più in campo o prenderà la via del Quirinale, e difficilmente ormai Fini potrà succedergli, il quadro è destinato a scomporsi e a ricomporsi ed ecco che De Benedetti si rivolge ad uno dei possibili "pezzi" del puzzle, il ministro Tremonti, "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega. Nel suo intervento di ieri alla direzione, tra l'altro, il ministro ha messo in campo concetti 'pesanti', come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.

Monday, April 19, 2010

Una corrente per fare cosa?

Non finirà qui. Probabilmente non assisteremo alla formazione di gruppi parlamentari autonomi, quindi ad una «scissione» nel Pdl, ma alla nascita di una "correntina", in pratica l'istituzionalizzazione del controcanto. Domani Fini riunirà i "suoi" per definire un documento da portare alla direzione di giovedì. Risulterà minoritario ma sancirà la nascita della sua personale corrente, propedeutica a poter avanzare pretese ad ogni variazione di organigrammi (di partito e governativi), visto che non si riconosce più nella spartizione 70-30 tra ex FI ed ex An.

Non si capisce in cosa esattamente il Pdl e il governo siano «al traino» della Lega. Su federalismo fiscale, immigrazione e sicurezza, i tre temi più cari ai leghisti, c'è piena sintonia politica e le posizioni di Fini (assunte solo ultimamente) sono obiettivamente minoritarie nel Pdl. La Lega è andata meglio del Pdl alle ultime regionali perché è più radicata sul territorio e il suo elettorato è più "fedele", meno sensibile alle tentazioni astensioniste che affliggono invece fisiologicamente i grandi partiti. Come ha osservato ieri anche Panebianco, «complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata... ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell'astensione». Inoltre, c'è da considerare l'effetto "trascinamento" dei due candidati governatore, ma non si può dire che abbia sfondato né in Piemonte né in Lombardia. La sensazione è che attragga più voti da sinistra e dal centro di quanti ne strappi al Pdl. Ora governa due regioni, ma ha un ministro in meno.

Ma forse a irritare Fini sono le dichiarazioni a volte provocatorie e il protagonismo dei leghisti, cui a suo avviso il Pdl dovrebbe rispondere colpo su colpo. Il rischio però sarebbe quello di trasmettere l'immagine di una coalizione litigiosa, quando nei fatti - quando ci sono decisioni da prendere in Consiglio dei ministri - la Lega si è fin qui dimostrata un alleato affidabile e stabile. Non voglio credere che a farlo sbottare sia stata la "bozza Calderoli" o l'ipotesi di un premier leghista in un assetto semipresidenziale che vedrebbe Berlusconi presidente, scenari troppo in là da venire da poter creare una crisi del genere. In definitiva, le critiche dei 'finiani' alla Lega muovono da pregiudizi tipici della sinistra e non da posizioni liberali, dalle quali molto si potrebbe rimproverare alla Lega.

Un altro problema sarebbe la politica economica gestita in modo troppo autonomo e personalistico da Tremonti. A parte che Berlusconi in persona e tutto il governo hanno alla fine condiviso la politica del rigore, Fini dovrebbe dire chiaramente dove pensa che Tremonti stia sbagliando e cosa vorrebbe fare di diverso. Vuole più spesa sociale, come invoca Bersani, in barba al rigore sui conti pubblici? Chiede una politica più meridionalista? Ma in che senso, assistenzialista o federalista? Oppure come noi la contesta da posizioni "liberali"? Ma allora dovrebbe accorgersi che si apre una fase più che propizia, sia pure non scontata, per spingere sulle riforme, da quella fiscale a quella del welfare, e sulle liberalizzazioni. Se di contenuti e non di "posti" si tratta, perché non abbiamo sentito nulla di nulla in proposito?

Sulle riforme, mi pare ci sia ampia condivisione che sarebbe meglio non farle da soli (Bossi è il primo a pensarla così), ma che non bisogna neanche concedere poteri di veto alle opposizioni. Riguardo una gestione più collegiale e democratica della vita interna del partito sono condivisibili le richieste di Fini, ma non può trasformarsi in un modo per rallentare ed ingolfare l'attività di governo, un continuo stop-and-go su tutto, un gioco estenuante di mediazioni, dando luogo di fatto ad una diarchia Berlusconi-Fini.

Nel suo editoriale di oggi Giuliano Ferrara evidenzia quanto sia in realtà vago e generico il malessere di Fini, che «rivendica rispetto, uno spazio vitale, non essere umiliato e marginalizzato platealmente, vuole ossigeno per continuare a crescere sulla propria strada, costruendo il profilo di una conversione repubblicana che, tutto considerato, gli fa onore e fa onore al Cav. che l'ha resa possibile, al pari della conversione governativa e costituzionale della Lega di Bossi e Maroni. E allora, se chiede questo e non altro, che senso ha fargli la faccia feroce, caro Cavaliere?».

Anche Ferrara pensa dunque che sia tutto qui. Stringendo, che Fini sia geloso dei "caminetti" tra Berlusconi e Bossi ad Arcore. Ma sono i leader dei due partiti di maggioranza, mentre lui è presidente della Camera e il suo ruolo dovrebbe tenerlo alla larga dalla determinazione dell'indirizzo politico. E' paradossale e preoccupante che tra gli elementi più destabilizzanti degli ultimi governi vi siano stati i presidenti della Camera dei deputati (Casini, Bertinotti e ora Fini), esondando ampiamente dal loro ruolo istituzionale. Non si è mai visto un presidente della Camera che riunisce i "suoi" parlamentari per formalizzare una corrente o addirittura dei gruppi autonomi.

Al contrario di quello di Casini il controcanto di Fini non sarebbe «pericoloso», secondo Ferrara. Anzi, con le sue «incursioni» e il suo aplomb istituzionale Fini «allarga» lo spazio politico della maggioranza. E ciò può essere senz'altro vero, a patto però che non raggiunga e non superi quel limite di litigiosità interna alla coalizione che irrita gli elettori più di ogni altra cosa e che contraddistinse l'Unione prodiana. Che Fini sia «obbligato dal proprio interesse a stare dentro» il Pdl lo credo anch'io (anche se di mosse irrazionali in questi ultimi anni ne ha fatte parecchie); sul fatto che sia anche obbligato «a scommettere sulla buona riuscita» dell'alleanza di governo ho i miei dubbi. Mi pare infatti che anteponga a tutto la sua esigenza di smarcarsi da Berlusconi, sempre e su qualsiasi cosa, che sia convinto - sbagliando - di costruire il suo futuro politico logorandolo, come facevano le correnti Dc quando al governo non c'era un loro esponente.

Panebianco sostiene, a ragione, che una scissione sarebbe un «favore» alla Lega. A suo avviso, invece, una corrente interna al Pdl darebbe a Fini una «certa forza contrattuale» da spendere nei confronti di Berlusconi, Tremonti e Bossi sulle varie questioni dell'azione di governo. Una strada «sdrucciolevole», ma l'unica possibile, perché anche per Panebianco «limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte». Il problema è che a mio avviso la corrente non sarà altro che l'istituzionalizzazione del controcanto, perché di politiche e obiettivi concreti da proporre, sui quali mettere la faccia e caratterizzarsi, finora Fini ha dimostrato di non averne (tranne che qualche suggestione sulla cittadinanza).

Thursday, February 05, 2009

Un decreto-stupro. Il governo salvi se stesso, non violenti Eluana

C'è da immaginare che in queste ore stia infuriando la battaglia tra i membri del governo favorevoli e quelli contrari a un decreto legge per impedire a Eluana Englaro di andarsene come avrebbe desiderato. Sono davvero rimasto sgomento quando stamani ho appreso le ultime parole di Berlusconi: «Stiamo lavorando per intervenire».

Cos'era cambiato dalle parole pronunciate solo ieri, quando a una domanda sul caso Englaro aveva risposto esattamente il contrario: «Non voglio intervenire»? Se Berlusconi - sempre disinteressato ai temi etici, quasi infastidito, e sempre attento ai sondaggi - scegliesse di dar corso a questa idea del decreto, sarebbe solo per fare un favore al Vaticano.

E' indubbio infatti che in queste ore siano state fortissime le pressioni esercitate dai più alti ambienti ecclesiastici tramite il solito canale - quel Gianni Letta apprezzato in modo bipartisan, ma che ho sempre ritenuto un pericoloso Richelieu, per la sua capacità di influenzare il "principe" frenandone gli slanci più riformatori.

Da una parte tutto il peso del Vaticano, dall'altra i pochi membri del governo e della maggioranza di buon senso. In mezzo, decisivo, Berlusconi. Speriamo che anche questa volta prevalga in lui l'istinto che lo porta a inseguire il consenso popolare. Un'altra certezza infatti, è da che parte stia l'opinione pubblica. Una maggioranza schiacciante di italiani ritiene che il papà di Eluana abbia tutto il diritto di compiere la volontà della figlia. E, in ogni caso, dubito che ci sia più di qualche fanatico che ritenga che il governo debba entrare nella vicenda dolorosissima, e privatissima, di una famiglia.

Tra l'altro, ogni paragone con il caso Terry Schiavo non regge. Era simile dal punto di vista clinico, ma di mezzo c'era una famiglia spaccata, una ricostruzione non univoca della sua volontà e una enorme somma di denaro, oltre un milione di dollari mi pare.

Certo, se la prepotenza del Vaticano avesse la meglio sull'attaccamento di Berlusconi al consenso popolare, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi per l'indipendenza del nostro paese dallo Stato del Vaticano. Ma se Berlusconi avrà la forza di dire no, di soprassedere, dovrà ringraziare oltre al suo istinto anche il presidente Napolitano, Fini, forse anche Bossi, e un pugno di persone di buon senso di cui si è circondato, che gli avranno impedito di commettere un grave errore, umano e politico. Un decreto siffatto sarebbe incostituzionale, perché costringere una persona ad alimentarsi contro la sua volontà, per vie naturali o artificialmente, comporterebbe esiti di una violenza inaudita (vicini alla tortura) sul corpo di quella stessa persona, che contrasterebbero con tutti i più banali principi della carta costituzionale.

Inoltre, il governo ne ricaverebbe un grande danno d'immagine. Qualsiasi mistificazione mediatica non riuscirebbe a nascondere l'evidenza dei fatti: lo Stato contro una famiglia, la famiglia. Il governo contro un papà e una mamma sfiniti dal dolore che vogliono solo far riposare in pace la loro bambina, da 17 anni imprigionata nel suo corpo divenuto un vegetale. Una simile prepotenza ripugnerebbe chiunque, perché chiunque penserebbe a se stesso e alla sua famiglia in quella situazione. Di fronte a questo Leviatano, a questo Golia, si leverebbe Beppino Englaro, un uomo determinato, lucido, che conosce i suoi diritti, che sa comunicare davanti alle telecamere tutto il suo amore per la figlia e per la libertà. Neanche il più popolare dei governi uscirebbe indenne da un simile confronto.

Tra poche ore sapremo se ancora una volta dovremo vergognarci del nostro stato e avremo un motivo in più per espatriare. Che cosa noi italiani dobbiamo arrivare a fare per riaffermare che siamo padroni del nostro corpo? Chi, se non lo siamo noi stessi, è il padrone dei nostri corpi? Speriamo che non ci voglia uno Jan Palach italiano per ricordarci tragicamente che uno stato può toglierti tutte le libertà, ma non la libertà sul tuo corpo e la tua coscienza.

Friday, November 21, 2008

La "laicità popolare" di Bossi

In questa intervista al Corriere, il "duro" per antonomasia della politica italiana, Umberto Bossi, mostra una sensibilità che non appartiene all'immagine che trasmettono di lui i media. Confessa che al padre di Eluana Englaro non saprebbe cosa dire:
«Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l'altro è da tutt'altra parte. È da solo su un altro pianeta... Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna».
Pur con i suoi eccessi, un linguaggio semplice, spesso rozzo, Bossi al contrario di molti altri politici riesce ad afferrare tutti i chiaro-scuri di una vicenda così drammatica. Il suo è assoluto buon senso, riconoscibile come tale dalle persone comuni. Linguaggio semplice e schietto, e comune buon senso, sono tra gli ingredienti della forza elettorale della Lega.

Bossi racconta che quando si è risvegliato dal coma e ha capito cosa gli era successo, ha affidato alla moglie il suo personale "testamento biologico": «Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici». Oggi, grazie al caso Englaro, sappiamo che tale testamento, orale, avrebbe valore. Continuerebbe ad averlo con una legge?

Ma ciò che più colpisce è che dall'intervista emerge un politico "laico", nel senso che sa convivere con il dubbio e la consapevolezza, rara nei politici, dei limiti della politica, del legislatore. Per Bossi è «la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi». E allora, come se ne esce? «Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei». Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini.

Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente "totalitaria" della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia.

E infine, Bossi parla della sua fede ritrovata, genuina, un pizzico ingenua. Ma con lo stesso buon senso popolare precisa: «Io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».

Wednesday, April 16, 2008

Già i primi dissidi?

Note positive e note negative dalla prima conferenza stampa dei quattro leader della coalizione vincitrice. Innanzitutto, possiamo star certi che quando Berlusconi parla di «momenti difficili» non si riferisce a nuove tasse. Ed è già qualcosa. Ma, pare, a «un forte rinnovamento per fare le riforme necessarie che avranno anche contenuti di impopolarità».

E' stato fatto il nome di Giulia Bongiorno per il Ministero della Giustizia ed è un altro segnale positivo.

Negativo, invece, che il premier in pectore abbia frenato sui nomi della squadra di governo nascondendosi dietro il ruolo del presidente della Repubblica, da non scavalcare: «Ricordo a tutti che è il capo dello Stato a nominarli su proposta del presidente del Consiglio e io non lo sono ancora».

Segno che nonostante si definiscano «distesi» i rapporti e si assicuri che non c'è «alcuna difficoltà nella composizione della squadra» di governo, questa in realtà è ancora in alto mare e qualche intoppo sembrerebbe esserci. Sensazione confermata dalle parole di Bossi all'uscita dall'incontro: «Non si è combinato niente. Finché non si fanno i nomi, prima di fare l'elenco completo passano secoli».

Altro segnale negativo su Alitalia. Da una parte Berlusconi evoca «un'altra possibilità, che è quella di tornare alla primitiva soluzione e cioè la formazione di un grande gruppo internazionale con pari dignità delle tre compagnie aeree», riferendosi ad Alitalia, Air France e Klm. Ma dall'altra sembrerebbe tornare in campo la soluzione russa, avvalorata dall'imminente incontro di Berlusconi con l'"amico" Putin. «Con nuove basi di gara, con la possibilità di una partecipazione di Aeroflot e con una proposta senza dubbio prenderemo in considerazione» la cosa, spiega, all'agenzia Apcom, Lev Koshlyakov, il numero due della compagnia di bandiera russa, che potrebbe addirittura inviare un suo manager in Sardegna per l'incontro Berlusconi-Putin.

Davvero meglio i russi, supponiamo con una compagnia sotto il diretto controllo dello Stato, che i franco-olandesi?

Per quanto riguarda l'accenno di Berlusconi a possibili ministri del Pd la riteniamo una boutade.