Pagine

Showing posts with label bechis. Show all posts
Showing posts with label bechis. Show all posts

Tuesday, July 05, 2011

Patrimoniale, il colpo di grazia!

Diciamoci la verità: forse per la prima volta, almeno così platealmente, il governo Berlusconi è venuto meno alla promessa aurea fatta agli italiani, quella di non mettere le mani nelle loro tasche. Balzelli marginali erano stati introdotti anche negli anni di governo precedenti, ma mai una vera e propria tassa patrimoniale. E quella che sta decretando Tremonti con la sua manovra "comunista" - complici un Berlusconi ormai assopito e disinteressato e ministri attenti solo al loro orticello - è la morte politica e culturale del centrodestra per come, almeno a parole, lo abbiamo conosciuto. Non c'è alcun dubbio: il superbollo tremontiano sui depositi titoli equivale al prelievo notte tempo sui conti corrente effettuato da Amato nel '92. E' una patrimoniale a tutti gli effetti e una patrimoniale che colpisce soprattutto i piccoli risparmiatori, chi ha patrimoni modesti e fa scelte di investimento a basso rischio. Una rapina con ben due aggravanti: perché colpisce indistintamente sia chi dai propri titoli ci guadagna sia chi ci perde; e perché i conti corrente sono soldi messi sotto il materasso, mentre punire i possessori di titoli - di Stato e privati - significa scoraggiare l'investimento dei risparmi nel debito pubblico nazionale e nelle attività produttive collocate in Borsa.

Ma siccome Tremonti non fa cose a caso, vediamo chi in particolare viene scoraggiato. Da subito si passa a 120 euro l'anno rispetto ai 34,20 attuali per i depositi di titoli sopra ai mille euro. Ciò significa che 10 mila euro di Bot annuali sono appena sufficienti per coprire il nuovo bollo. Nel caso di 30 mila euro investiti in Bot, 120 euro rappresentano lo 0,4% del capitale e si mangiano un terzo abbondante dei 450 euro di interessi netti assicurati oggi. Dal 2013 un rincaro a 150 euro per chi possiede fino a 50 mila euro di titoli e fino a 380 euro per chi supera la soglia dei 50 mila significa che ai valori attuali il risparmiatore con 10 mila euro sul deposito titoli restituirebbe in bolli tutto il suo rendimento.

«Quel passaggio dagli attuali 34,20 euro ai 150 euro minimi a regime dal 2013 sono equivalenti - calcola Franco Bechis su Libero - per la stragrande maggioranza dei risparmiatori italiani a un aumento della tassazione sui Bot dall'attuale 12,5% al 35%». Con una decisiva differenza, però: un'aliquota del 35% si sarebbe abbattuta in egual misura su tutti gli investitori, grandi e piccoli, mentre con il superbollo Tremonti ha voluto colpire i piccoli e piccolissimi risparmiatori. Non fatevi ingannare dall'enormità della cifra (380 euro) richiesta a chi ha titoli per un valore superiore ai 50 mila euro, a fronte dei 150 richiesti ai possessori di portafogli di valore inferiore a quella soglia. L'impatto del bollo - essendo un importo fisso - decresce al crescere del capitale investito. Per chi supera appena la soglia dei 50 mila euro, infatti, il nuovo bollo significa un esborso pari allo 0,76% del capitale, ma con 300 mila euro il prelievo si riduce a poco più dello 0,1%. Dunque, nonostante i 380 euro sembrano concepiti apposta per far credere che gli investitori più ricchi vengono tassati di più, in realtà è proprio a chi possiede titoli per meno di 50 mila euro che conviene chiudere i conti. Bechis non usa mezzi termini: «La stangata di Tremonti su quel bollo è di fatto una vera e propria patrimoniale sulla ricchezza finanziaria delle famiglie come non aveva mai osato immaginarla nemmeno un Nichi Vendola».

Alla luce anche dell'annunciata «armonizzazione» della tassazione sulle rendite finanziarie, in base alla quale l'aliquota sui conti corrente e i depositi bancari dovrebbe scendere dal 27 al 20%, è chiaro che Tremonti sta spingendo i piccoli e piccolissimi risparmiatori ad uscire dal mercato dei titoli e ad accontentarsi dei depositi vincolati: non vi avventurate nel diabolico e indecifrabile mercato, roba per oscure e ristrette élite. Un approccio paternalistico, forse per evitare che una prossima crisi faccia perdere alle famiglie i pochi risparmi investiti, impoverendole, ma che rivela una profonda sfiducia nel mercato. Già sono pochi coloro che investono i propri risparmi in titoli. Con misure del genere si allontanano ancor di più gli italiani dal mercato azionario e obbligazionario, vissuto con sempre maggiore diffidenza e pregiudizio negativo, ma è ancor più grave che così facendo si incoraggia un utilizzo del risparmio "conservativo" e improduttivo, a scapito della crescita economica già asfittica del nostro Paese.

Ci si dilunga in interessantissimi quanto sterili dibattiti su "rottamazioni" e primarie, sulla svolta di Alfano nuovo segretario del Pdl eccetera, perdendo di vista che nel 2013 gli italiani giudicheranno questa maggioranza sulla base di che cosa avrà fatto e non avrà fatto al governo del Paese, e non su come il Pdl sceglie i propri coordinatori regionali. Certo, le primarie per la selezione dei candidati e della classe dirigente sono ormai imprescindibili, ne sono straconvinto, ma non mi stancherò mai di ripeterlo: il centrodestra - e ovviamente il Pdl - muore o si rilancia a Palazzo Chigi e a Via XX Settembre. E alla luce delle ultime follie tremontiane sarà bene iniziare a scavare la fossa. Questa patrimoniale potrebbe essere il colpo di grazia.

C'è da riconoscere che non è tutta colpa di Tremonti. Ormai tutti ne conoscono le idee. Occorre prendere atto che, come temevo, le critiche e il pressing sul ministro del Tesoro da parte dei suoi colleghi non hanno prodotto alcun sussulto di riforme liberali, sia sulla spesa che sulle tasse. E' disgustoso, ma mentre Giulio inseriva la peggiore delle tasse patrimoniali, gli altri ministri erano troppo preoccupati a difendere i propri portafogli ministeriali. E Berlusconi sembra ormai essersi arreso. Le cronache lo descrivono addirittura assopito. Non solo non credo si ricandiderà nel 2013, ha perso interesse per l'attività di governo e ha mollato l'ultima presa su Tremonti in cambio di un simulacro di «collegialità».

Anche oggi i commentatori vicini al centrodestra, come Giuliano Ferrara, si perdono in chiacchiere sulle magnifiche doti terapeutiche delle «primarie libere e aperte», per riconnettere il Pdl al suo elettorato, ma nel frattempo Tremonti cambia gli ultimi connotati al centrodestra rimuovendo anche le ultime parvenze liberali: non solo di riduzione delle tasse non si parla più, gli eccessi di Equitalia sono ormai tristemente noti a milioni di italiani e ora questa folle patrimoniale. Alfano pensi pure alle primarie, e soprattutto a blindare il bipolarismo con una riforma elettorale maggioritaria, come gli ha suggerito ieri Panebianco sul Corriere, e come più modestamente ripeto da tempo su questo blog, ma è sulla politica economica che va rifondata l'identità del centrodestra e del Pdl in particolare.

Friday, October 15, 2010

A carte sempre più scoperte/3

Dopo aver definito «ineccepibile» sotto il profilo istituzionale la risposta in cui Schifani conferma l'assegnazione in prima battuta al Senato della discussione sulla legge elettorale, gli basta un secondo et voilà, Fini sveste i panni di terza carica dello Stato per vestire quelli di capofazione, aggiungendo che «è altrettanto evidente che c'è una questione politica perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma elettorale». Ecco quello che si intende per incompatibilità del doppio ruolo di Fini. Un presidente della Camera dovrebbe fermarsi all'aspetto istituzionale «ineccepibile» e sulla «questione politica» far esprimere, semmai, qualcuno dei suoi.

Che la discussione sulle modifiche alla legge elettorale possa procedere speditamente, e procedere nella direzione gradita a Fli, Udc e Pd (il che al momento è numericamente possibile solo a Montecitorio), rappresenta per Fini il grimaldello da usare, in caso di crisi, per evitare un voto anticipato. E' ovvio, infatti, che trarrebbe un palese vantaggio, quanto meno in termini di potere di ricatto se non nel merito delle modifiche da apportare, dal profilarsi alla Camera di una maggioranza sulla legge elettorale diversa da quella che sostiene il governo, anche se poi non è affatto detto che si manifesti anche al Senato. Ma basta alla Camera per mettere sotto pressione Berlusconi. Che da presidente della Camera Fini spinga così tanto sfacciatamente in questa direzione, arrivando persino ad accusare il Senato (e la seconda carica dello Stato) di voler insabbiare l'iter parlamentare, dimostra il totale spregio per la terzietà e la neutralità politica della carica che ricopre.

Una manovra squisitamente politica, di bassa politica per altro, alla quale piega il corretto esercizio delle sue funzioni, disposto persino allo scontro non più solo con Berlusconi ma anche con Schifani. Non si spiega altrimenti questo accanimento, visto che se fosse il merito della riforma a stargli a cuore, la diatriba sarebbe del tutto senza senso, perché è ovvio che la proposta di riforma dovrà passare prima o poi sia per la Camera che per il Senato. Non si può non concordare con Bechis:
«È bene a tenersi a mente questo spettacolino teatrale messo in scena dalla terza istituzione della Repubblica, perché si ripeterà non una, ma mille volte nei prossimi mesi. Fini vuole restare incollato saldamente alla sua poltrona, perché quella gli assicura una statura e una dimensione politica che altrimenti non avrebbe alla guida di un piccolo manipolo di parlamentari. Ma rispetto per quella carica e per i suoi doveri non ne ha più. Come nel caso della legge elettorale ha esposto l'istituzione a una figuraccia (sapeva di chiedere quel che non si poteva chiedere) pur di piegarla ai piccoli interessi del suo gruppetto politico. Uno stile che fa apparire dei giganti delle istituzioni i suoi predecessori, anche quelli immediati come Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini. Ma è questione di uomini».
Sconcerto per questa condotta lo fa trasparire anche Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, non certo un berlusconiano, il quale ricostruisce così la manovra:
«Il grosso dell'opposizione auspica la riforma della legge elettorale, ma intende quasi sempre riferirsi a un nuovo governo che, non potendo nascere da un patto politico e programmatico, si farebbe scudo della riforma per darsi un'impronta "tecnica". Tutti sanno che si tratta di uno scenario irrealistico e che il Capo dello Stato non favorirebbe mai una manovra ambigua. Tuttavia si continua a parlarne. Nella speranza che prima o poi il gruppo di "Futuro e Libertà", determinante a Montecitorio, si decida a provocare la caduta di Berlusconi. Ma è evidente che questa prospettiva, allo stato delle cose, è aleatoria. Forse prenderà forma più avanti, ma solo quando gli amici del presidente della Camera saranno sicuri di ottenere proprio quella nuova legge elettorale di cui essi hanno assoluto bisogno per rendere credibile la prospettiva dell'"altra destra" prima delle elezioni. Una sicurezza che al momento davvero non c'è. Per cui si resta nel circolo vizioso. Lo screzio istituzionale tra Fini e il suo collega del Senato, Schifani, suona conferma dell'intreccio. A Palazzo Madama, dove il centrodestra ha ancora una chiara maggioranza senza bisogno dei voti dei finiani, il dibattito sulla riforma elettorale rischia di esaurirsi in un nulla di fatto. Quindi Fini avrebbe voluto trasferirlo a Montecitorio, dove gli equilibri sono diversi. Avendo ricevuto un rifiuto ("formalmente ineccepibile") da Schifani, ha accusato il Senato di volontà insabbiatrice. Il che costituisce una novità senza precedenti».
Per Folli, «il progetto di un esecutivo dedicato solo alla riforma elettorale è mera utopia», e anche se fosse realistico, non ci sarebbe accordo, neanche all'interno del Pd, sul sistema da adottare, perché dipende «da quale politica delle alleanze si vuole seguire». Ciò non toglie che ognuno appaia «autorizzato a inseguire il proprio tornaconto», anche se «senza molto costrutto», ma ciò che è grave è che lo insegua Fini smaccatamente avvalendosi delle proprie funzioni istituzionali.

P.S.: Sia detto per inciso (ma mica tanto): non solo Fini e Casini questa legge elettorale l'hanno votata, ma l'hanno persino imposta a Berlusconi come condizione per tenere in vita l'alleanza per le elezioni del 2006.

Monday, August 09, 2010

Una Repubblica fondata sul doppiopesismo

Non più solo i giornali di centrodestra. Ormai l'inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e in cui ora abita in affitto il "cognato" di Fini, dopo essere stata ceduta ad una società offshore con sede ai caraibi, viene rilanciata da tutti i media, dopo giorni di riluttanza (in altri casi viene adottata ben altra solerzia). Dopo la richiesta di spiegazioni da parte del Corriere, Fini - che non sentiva affatto di doverne dare - si è dovuto piegare, ma la sua nota in 8 punti non ha convinto nessuno. Anzi, appare a tratti "suicida". Fini fornisce una stima del valore dell'appartamento (450 milioni di lire) che risale a prima dell'adozione dell'euro, mentre è stato venduto nel 2008 e tutti sanno che i prezzi nel frattempo sono più che raddoppiati. Vorrebbe convincerci che 70mila euro in più rispetto a una valutazione in lire di 8 anni prima sono un affare? A Fini non risultano «proposte formali di acquisto». Forse formali no, ma tutti sanno che la proposta formale, cioè con tanto di anticipo, arriva di fatto a trattativa conclusa. Ancora più sospetto il ruolo di Giancarlo Tulliani che emerge dai chiarimenti di Fini: fa da "mediatore" per la vendita della casa di cui poi diventerà l'inquilino. «In 41 giorni - riassume dunque il Giornale - la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell'appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come "mediatore", e quest'ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo "formale"». Per non parlare dell'ultimo punto, l'affitto al "cognato" a sua insaputa, degno del miglior Scajola.

Non si tratterà di «soldi o beni pubblici», come si premura di precisare Fini nella sua nota, ma in questo modo dimostra di avere del partito un'idea "privatistica", piuttosto simile a quella che rimprovera a Berlusconi. L'aspetto più discutibile della vicenda non sta nell'aver favorito il "cognato". Stiamo parlando della vendita di un immobile a una società offshore a rischio riciclaggio e di almeno un milione di euro che manca rispetto al suo valore. Denaro che presumibilmente qualcuno, in qualche forma, evadendo il fisco, ha intascato, o fatto sparire nelle varie transazioni. Inoltre, Fini parte all'attacco: «Non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Una manifesta falsità. Non li avrà definiti «comunisti», ma ricordiamo bene la sua reazione quando non più di quattro anni fa il suo ex portavoce, Salvo Sottile, fu coinvolto dell'inchiesta "Vallettopoli": gridò al complotto contro An e se la prese con i magistrati «fantasiosi», che «in un Paese normale avrebbero già cambiato mestiere», denunciando tra l'altro il «linciaggio mediatico» a mezzo intercettazioni.

Registriamo dunque che si chiama libertà di stampa, "bellezza", se oggetto degli attacchi dei giornali è Berlusconi, o qualcuno dei suoi ministri e sottosegretari, raggiunti a colpi di veline giudiziarie, verbali, intercettazioni, gossip, pentiti e teoremi vari; si chiama "dossieraggio", squadrismo, o «fabbrica del fango», se sono gli avversari del Cav. a incappare in qualche campagna di stampa negativa. E condivisibile o meno, la campagna del Giornale non è in combutta con qualche Procura, da cui certi quotidiani si fanno volentieri usare. Come fa notare oggi Feltri, «purtroppo ogni notizia dobbiamo sudarcela, perché a noi la magistratura non fa confidenze né ci regala verbali più o meno piccanti. Quel poco che abbiamo, di solito, lo procurano lavorando sodo e bene i nostri cronisti specializzati». Berlusconi è stato messo alla gogna per una telefonata con Saccà, mentre Fini non ha neanche dovuto smentire l'articolo di Bechis sulle sue pressioni sul dirigente Rai (quota An) Paglia per favorire Tulliani.

Per uno che si erge - dopo essere stato alleato del plurinquisito e rinviato a giudizio Berlusconi per 15 anni - a campione della legalità, della "questione morale", e secondo cui né Cesare né la moglie di Cesare dovrebbero essere nemmeno sfiorati da un sospetto, ce ne sarebbe di che riflettere. Ma non saremo certo noi a chiedere le dimissioni del presidente Fini per quelle che fino ad ora sono solo illazioni della stampa "nemica". Sappiamo di non poterci aspettare un comportamento coerente con l'intransigenza e gli standard "etici" che applica agli altri (basti ricordare il trattamento riservato, solo pochi giorni fa, dal suo neonato gruppo parlamentare al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell'inchiesta più farlocca della storia su una fantomatica "P3").

Le dimissioni le chiederemmo piuttosto per il modo oltraggioso e anticostituzionale in cui Fini sta interpretando la sua carica. Mai nessun presidente della Camera aveva dato vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di "guerreggiare" contro il presidente del Consiglio. Non contento, Fini non si è limitato a promuovere il suo gruppo. Detta la linea da tenere sulle votazioni e le dichiarazioni da rilasciare, persino durante le sedute; indica i suoi capigruppo alla Camera e al Senato; contro la volontà dei gruppi di maggioranza dà il via libera a ordini del giorno funzionali al suo disegno politico. Non può essere sfiduciato, è vero, ma se i gruppi di maggioranza non si sentono più garantiti - a ragione, visto che cominciano a subire calendarizzazioni "di minoranza" - un problema politico esiste e dovrebbe essere sua sensibilità istituzionale prenderne atto. Provate un istante a immaginare cosa sarebbe accaduto se la presidente Iotti, o Napolitano, avessero costituito propri gruppi parlamentari distinti da quello del Pci-Pds. Inimmaginabile, non è vero?

Ma i custodi della Costituzione tacciono. Tutto è lecito quando si tratta di buttar giù Berlusconi e hanno trovato in Fini un promettente arnese, la Kerkaporta del Pdl, riprendendo una felice metafora di Giampaolo Rossi:
«In questi lunghi mesi di assedio alla cittadella berlusconiana, bombardata dai poteri forti, assaltata dalle macchinose torri d'assedio giudiziarie, aggredita dalle urla mediatiche dei mercenari dell'informazione, Gianfranco Fini è stato la Kerkaporta del Pdl: il varco attraverso il quale un esercito attaccante ormai demotivato, infiacchito dalla inaspettata resistenza degli assediati e ormai pronto a levare le tende, ha sperato improvvisamente di penetrare nel cuore della città. Fini ha rischiato di rappresentare la piccola tessera di casualità che spesso completa il mosaico della storia. Zweig racconta lo stupore del piccolo drappello di giannizzeri nel trovare la porta aperta che conduceva al centro di Bisanzio. Lo stesso stupore che ha accompagnato il tifo da stadio che l'intellighenzia progressista ha fatto in questi mesi per Gianfranco Fini e la sua improbabile armata di politici senza voti e intellettuali senza idee. In nessun paese normale un leader che si definisce di destra è così coccolato, corteggiato e adulato dalla sinistra, e solo questo dovrebbe far riflettere chi ha continuato, da destra, a pensare che la Kerkaporta finiana non esistesse. Il danno che Fini ha prodotto nel centrodestra in questi mesi è incalcolabile...»

Thursday, May 06, 2010

Fallo di frustrazione

In fondo, l'"antipatico" Alessandro Sallusti, martedì sera a Ballarò, voleva solo ricordare a "baffino" D'Alema che sulla casa non aveva titoli per dare lezioni. Vero che nel caso Scajola, almeno secondo le indiscrezioni giornalistiche che lo hanno indotto a rassegnare le dimissioni, gran parte del valore effettivo dell'abitazione sarebbe stata pagata con assegni della "cricca" degli appalti per il G8, ma è anche vero che per le fortune accumulate dai politici, quasi tutti di sinistra, coinvolti in "affittopoli" prima e in "svendopoli" poi, c'è sempre qualcuno cui dover "ringraziare", anche se si tratta di enti previdenziali pubblici.

Bisogna inoltre dire, scrive Franco Bechis, oggi su Libero, che secondo la stima del sistema Sevia-Cerved, che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, la casa di Scajola - che il diretto interessato sostiene di aver pagato poco più di 600mila euro, e che secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini sarebbe costata invece oltre 1,7 milioni di euro - il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell'indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. E se alla fine il ministro fosse solo stato aiutato a fare un buon affare, come i politici di "svendopoli", solo che su una casa di privati e non pubblica?

La reazione scomposta di D'Alema comunque la registriamo, a futura memoria: «Lei è un bugiardo e mascalzone, vada a farsi fottere»... «La pagano per venire qui... le manderanno qualche signorina» (al che Sallusti ricorda prontamente all'ex ministro che «le signorine le usavano i suoi uomini in Puglia»)... «Io non la faccio più parlare». Insulti e minacce che se fossero uscite dalla bocca di Berlusconi...

Thursday, April 29, 2010

Il piano di Fini-san

Fin dalle prime ore dello strappo, la sensazione era stata che Fini avesse perso le staffe quando, già frustrato dal suo ruolo di eterno secondo, si è visto retrocedere in terza, se non in quarta posizione. Il suo malessere deriva oltre che da una irriducibile diversità da Berlusconi, dall'insicurezza di riuscire a succedergli come leader del centrodestra, accentuata da voci e ipotesi balenate sull'onda degli entusiasmi per il successo elettorale. Si è sentito ancor più superfluo e messo in un angolo, trascurato. Ha percepito che continuando così le cose, sarebbe stato sempre più marginalizzato e oscurato da altre personalità - su tutte Giulio Tremonti, perfetto trait d'union tra Lega e berlusconismo - e ipotesi, come quella di un premier leghista con Berlusconi presidente. Per cui, anche se le regionali non sono andate come sperava, ha dato inizio al "piano"...

Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
«Era pronto da tempo, dall'autunno scorso. E aveva subito un'accelerazione notevole proprio durante la campagna elettorale delle regionali. Gianfranco Fini era pronto ad aprire prima la crisi dentro il Pdl, poi trovare una sponda nell'area centrista e infine fare saltare il banco, smontando i due principali partiti del bipolarismo: Pd e Pdl. Ma la leva principale per realizzare tutto doveva venire da quella che per lui era una certezza: la sconfitta di Renata Polverini alle elezioni regionali del Lazio e il probabile deludente risultato complessivo».
Racconta Amedeo Laboccetta, ex An e da oggi anche ex 'finiano':
«Fino alle regionali avevo compreso le sue ragioni. Ma il giorno dopo le elezioni l'ho visto e gli ho detto che bisognava prendere atto della realtà. I fatti non erano quelli che ci si immaginava, e un leader sa cambiare atteggiamento. Vero che uno dei nostri, Italo Bocchino, si era spinto troppo avanti. Ma che Berlusconi avesse vinto le elezioni e che a Roma questo fosse avvenuto proprio grazie a lui, era un dato di fatto che non si poteva negare. Gli dissi quel giorno che bisognava prendere atto della attualità, che quei dati dicevano che il progetto di una rapida scomposizione del sistema politico, tutto pronto a dissolversi, l'area di Casini e Rutelli in movimento, altri contatti con esponenti del PdL e dell'opposizione non avrebbero portato a nulla».
Ma Bocchino aveva già fatto partire Generazione Italia. Prosegue Laboccetta:
«Gli dissi. "Gianfranco, fermati!" Hai ragione su molte cose, ma se la realtà è diversa... Bocchino sostenne il contrario: avanti, è il momento di spaccare tutto. Parlava da guerrigliero, e credo che sia proprio questo che avesse in mente e che vedremo in scena nei prossimi mesi: la guerriglia... Gianfranco ormai è in mano a guerriglieri come Bocchino, e mi sembra preso dal cupio dissolvi. Cosa farà? La guerriglia, poi la componente finiana, la correntina e inevitabilmente la scissione... Errori ce ne sono stati dappertutto. Vero che Fini troppo spesso è stato umiliato da Berlusconi. Vero che la responsabilità di quella brutta pagina della direzione nazionale è stata vicendevole. Io fino all'ultimo ho sperato che si potesse ancora - chissà, con una stretta di mano - riprovare. Ma non è così. Gianfranco è partito da una considerazione certa: lui non sarebbe stato il successore di Berlusconi nel Pdl. Lega o non Lega, ormai erano più forti altre ipotesi: Giulio Tremonti o altri. Non lui. Io fino all'ultimo gli ho detto: aspetta, prendi tempo. Un leader sa farlo».
Un leader, appunto, ma Fini era ormai preso da un «cupio dissolvi». Da qui il "fallo di frustrazione". Ma se si è chiuso in un vicolo cieco la colpa è sua. Ha scelto di non entrare nel governo per avere le mani più libere, per giocare la stessa, comoda partita di logoramento dei suoi predecessori alla presidenza della Camera (Casini e Bertinotti), convinto che sarebbe riuscito laddove gli altri avevano fallito. Gli è andata male, anche perché ci stava un passo falso elettorale dopo due anni di governo con la crisi, un po' di immobilismo, tutte le gazzarre mediatico-giudiziarie e infine pure il caos liste. E invece... sappiamo com'è andata e Fini ha perso il contatto con la realtà.

Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.

Friday, April 23, 2010

Bersani solletica Fini e Bossi, De Benedetti guarda a Tremonti

Su il Velino:

Dopo aver definito quanto avvenuto ieri durante la direzione nazionale del Pdl una «rissa incredibile», e avvertendo che una tale spaccatura interna alla maggioranza può provocare una «paralisi dell'azione di governo» e mettere a rischio «la stabilità del Paese», il segretario del Pd Pierluigi Bersani intende lanciare un messaggio «anche a persone e a forze che sono oltre il centrosinistra». Stamattina da Genova ribadisce quanto spiegato in un'intervista all'Unità. Approfittando dello strappo tra il premier e il presidente della Camera, e delle preoccupazioni che il nuovo scenario desta in Umberto Bossi per il proseguio della legislatura, e quindi per la realizzazione del federalismo, Bersani non nasconde di rivolgersi «a tutti» - anche a Fini e alla Lega - «a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria», quando propone «un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della Costituzione», per «evitare una deriva plebiscitaria e cambiare l'agenda del Paese». Il pericolo numero uno è ancora una volta individuato in Silvio Berlusconi e nella sua «forma di accumulazione del consenso che non prevede decisioni, ma solo di tirare a campare, di fare surf da una promessa all'altra».

Ma qualcosa si muove nel Pd anche da parte di uno dei suoi padri nobili, che tempo fa prenotò per sé la tessera numero uno dell'allora costituendo partito. Carlo De Benedetti, patron di Repubblica-l'Espresso, interviene di nuovo su Il Foglio di Giuliano Ferrara, ma stavolta non con un articolo di politica estera. Con un articolo («Caro Tremonti, giù le tasse per favore»), che se ad una lettura superficiale poteva apparire critico nei confronti del ministro Tremonti, in realtà tentava di stabilire un dialogo, di gettare un ponte, proprio nel momento in cui va in scena lo strappo tra Fini e il Pdl. «Il senso di quello che propongo - ha scritto l'Ing. - è spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla ricchezza che si fa cose. Dalle "persone alle cose", ha sintetizzato in uno slogan efficace il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, nel suo libro bianco sul fisco. E io trovo giusto quel proposito». Come osserva Franco Bechis, su Libero, «una serenata a Tremonti, mai apprezzato così direttamente e apertamente da un potere forte considerato il nemico numero uno di questo governo». E il sostegno, da parte di un potere forte della sinistra, ad una «grande riforma del sistema fiscale. Una riforma in senso liberale. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l'essenza stessa del liberalismo».

C'è qualcosa che «unisce», secondo Bechis, le ultime mosse di De Benedetti, Ferrara, Montezemolo, Fini, Paolo Mieli e altri: «La convinzione che l'attuale assetto bipolare non abbia più benzina in corpo». Non il Pd, né il PdL, ritenuto «non in grado di sopravvivere alla gestione diretta del suo vero e unico fondatore». Fra tre anni, quando Berlusconi non sarà più in campo o prenderà la via del Quirinale, e difficilmente ormai Fini potrà succedergli, il quadro è destinato a scomporsi e a ricomporsi ed ecco che De Benedetti si rivolge ad uno dei possibili "pezzi" del puzzle, il ministro Tremonti, "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega. Nel suo intervento di ieri alla direzione, tra l'altro, il ministro ha messo in campo concetti 'pesanti', come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.

Tuesday, March 02, 2010

Da un trionfo alla farsa

Ineccepibile la ricostruzione di Franco Bechis, oggi su Libero, delle ultime settimane di follia e tafazzismo del centrodestra: i contrasti tra ex An ed ex FI, e con la Lega, i tira e molla con l'Udc, gli errori nelle candidature (come in Puglia) e il caos Campania, e ora i "pasticciacci" delle firme in Lazio e Lombardia, «il partito più amato dagli italiani è riuscito fin qui soprattutto a picconare un patrimonio che sembrava impossibile da dilapidare. C'è ancora un mese di campagna elettorale. Per finire il pasticcio o recuperare quel che si può».

Monday, March 01, 2010

Bertolaso temuto dalla cricca

Dalle intercettazioni - per quanto ne so inedite - pubblicate poche ore fa da Franco Bechis sul suo blog emerge che era temutissima dagli appartenenti alla cricca degli appalti la reazione di Bertolaso alle richieste di far lievitare i costi per il G8 alla Maddalena (quello «ci si incula»; «mo' gli dico altri 100 di qua... e lui mi dice... "ma vattene a fare in culo!!"») e che Balducci e Anemone, per mezzo di Piscicelli, riescono a organizzare per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi durante il governo Prodi, ponti, week end e vacanze estive in un lussuosissimo albergo all'Argentario (roba da 20-25 mila euro). Malinconico per la verità ha già dichiarato di aver sempre pagato per i soggiorni al "Pellicano".