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Tuesday, February 03, 2015

Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia

La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra

Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...

E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.

Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).

RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".

Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.

Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.

CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.

E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.

Wednesday, February 06, 2013

E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.

Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.

Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.

E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.

Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).

Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.

Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».

Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.

Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.

Monday, December 31, 2012

2013: Bentornati nella Prima Repubblica

«Sconforto e solitudine». Questi i sentimenti espressi da Luca Ricolfi in un commento apparso oggi su La Stampa (on line sul sito della Camera, non del quotidiano). Il suo giudizio sull'offerta politica messa in piedi da Mario Monti lo troverete straordinariamente in sintonia con quello che avete letto nei giorni scorsi su questo blog e su Notapolitica, ed è tutto condensato nel titolo: «Verso la prima Repubblica». Termini ricorrenti in entrambi i testi: «piccola Dc», «compromesso storico».

«Cadute tutte le ipotesi più coraggiose e innovative», osserva Ricolfi, la lista Monti «di liberaldemocratico ha quasi nulla e di vecchia politica ha molto, se non quasi tutto». Per chi avesse coltivato illusioni, «è stato un piccolo shock, una doccia fredda». Ci prepariamo ad assistere, dunque, «all'edizione aggiornata del compromesso storico fra comunisti e democristiani». Probabilmente le elezioni del 24 febbraio ci diranno chi tra Bersani e Monti sarà presidente del Consiglio, ma anche Ricolfi è convinto che (come abbiamo ripetuto più volte nelle ultime settimane su questo blog) non sfuggiremo ad un governo di centro-sinistra, frutto di un'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani (più Vendola, almeno inizialmente). E d'altra parte, a leggere le loro agende, «contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe farci credere, le distanze fra Bersani e Monti sono minime».

Condividiamo quindi l'amara conclusione di Ricolfi:
«Oggi, chi avrebbe voluto cambiare decisamente rotta, lasciandosi alle spalle la vecchia classe politica, imboccando risolutamente la strada delle riforme liberali - meno spesa, meno tasse, meno Stato - è disperatamente solo. E, quel che più dispiace, è solo non perché siamo in pochi, ma perché siamo in tanti ma senza rappresentanza».
Come nella prima Repubblica, gli elettori torneranno a contare poco o nulla, «perché i giochi si faranno dopo, in Parlamento, come ai tempi di Craxi, Forlani e Andreotti». In breve, per chi non crede più in Berlusconi e non intende consegnarsi all'improbabile agenda Grillo, «la scelta è fra Pci e Dc. Anzi non c'è vera scelta, perché Bersani e Monti governeranno insieme».

Come ho già scritto nel post di venerdì scorso, Monti «ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc».

Critiche all'agenda del professore, in particolare sul riferimento ad una nuova tassa patrimoniale, continuano ad arrivare anche dal duo Alesina/Giavazzi:
«La campagna elettorale sembra concentrarsi su quale sia il modo migliore per tassare gli italiani. Invece si dovrebbe discutere di come riformare lo Stato, in modo che esso non pesi per la metà del Pil. (...) l'agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nell'arco della prossima legislatura».

Friday, December 21, 2012

Con o senza Monti candidato, sarà centro-centrosinistra

Anche su Notapolitica

Si candida o non si candida? Ormai è diventato come sfogliare i petali di una margherita. Non è da escludere che la suspense che si è creata nell'ultima settimana sulle intenzioni di Monti non sia destinata a sciogliersi nemmeno nella conferenza stampa di domenica mattina. Il professore, infatti, potrebbe esporre in quella sede la sua agenda-appello con le riforme da fare nella prossima legislatura e solo in un secondo momento, sulla base delle reazioni dei partiti (soprattutto del Pd di Bersani), prendere la sua decisione definitiva sulle modalità del suo impegno in politica: se defilato, sfruttando l'altissima "notiziabilità" che gli deriva dalla centralità della sua figura, e dai suoi appuntamenti para-istituzionali, per parlare al paese e cercare di influenzare "dall'alto" la campagna elettorale; o se da candidato premier, alla guida di una coalizione centrista.

Un passaggio intermedio, quello dell'agenda-appello, da interpretare come ultima chiamata rivolta ai "montiani" del Pdl e del Pd, perché Monti ha bisogno che la sua eventuale candidatura sia sostenuta da un arco il più possibile ampio e trasversale di posizioni e "storie" politiche, affinché non venga percepita come un mero soccorso dei centristi - Casini, Fini e Montezemolo - che navigano in una pozza di voti. Quanto "aperto", dunque, dovrà essere il suo appello? Fino al punto da tentare Berlusconi di aderirvi, dal momento che l'intesa con la Lega appare ancora in alto mare?

Di sicuro, da una parte Monti è tentato dalla discesa in campo in prima persona, perché a questo punto restare nelle retrovie significherebbe delegare la rappresentanza della propria agenda a personaggi non proprio freschissimi politicamente ed essere oggetto passivo delle «mistificazioni» altrui sull'operato del governo e sulle sue intenzioni future. Ma dall'altra la teme, perché potrebbe arrivare terzo o addirittura quarto.

La candidatura diretta del quasi ex premier può cambiare considerevolmente il risultato elettorale del cartello di liste centriste in suo nome - che faticherebbero ad arrivare al 10% senza di lui, mentre il professore in campo potrebbe puntare al 15-20% - ma non cambierebbe poi di molto lo scenario politico post-voto. Che si candidi o meno, che l'allenza Pd-Sel riesca o meno a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, un'intesa tra Monti e i centristi da una parte e il Pd dall'altra è praticamente obbligata (Bersani si è già pronunciato per un'apertura ai moderati in ogni caso). Se il premier incaricato sarà Bersani o Monti dipenderà dai rapporti di forza che usciranno dalle urne, ma un'apertura di Bersani ai centristi per puntellare la maggioranza e un coinvolgimento di Monti, magari per il Colle, come copertura internazionale, è un esito più che probabile. D'altra parte, tanti o pochi che siano, Monti o chiunque in suo nome dovrà decidere dove portare i suoi voti, a quali sommarli per dar vita ad una coalizione di governo, e visto che nei confronti di Berlusconi e dei frammenti dell'ex centrodestra vige una vera e propria "conventio ad excludendum", i giochi sembrano fatti.

Dunque, il dubbio di Monti oggi è sulla formula che gli offre più chance di tornare a Palazzo Chigi senza precludersi, eventualmente, la strada per il Colle: se conquistandosi sul campo il suo gruzzolo di voti (e quanti dovrebbe essere in grado di raccoglierne), o se defilandosi facendo affidamento sulla non autosufficienza numerica e sulla ragionevolezza del Pd. Ma a meno di colpi di scena, e a prescindere da chi occuperà quali "caselle", il nuovo scenario politico sembra abbastanza delineato: una maggioranza di centro-centrosinistra, quindi centrodestra frammentato, diviso tra un centro "montiano" che difficilmente darà buona prova di sé al governo con la sinistra, e una destra post-berlusconiana marginalizzata, non tanto dal punto di vista numerico ma per le derive demagogiche, complottiste e anticapitaliste, per la perdita della cultura di governo.

Insomma, come abbiamo osservato in altre occasioni e come sottolineano oggi Andrea Mancia e Simone Bressan, finisce qui una certa idea di centrodestra, "fusionista", che negli ultimi vent'anni aveva dato prova di esistere nel paese e non solo nella mente di qualche ingenuo idealista, ma che è stata soffocata sul nascere dai «contrapposti egoismi», da un berlusconismo culturalmente miope e politicamente suicida da una parte, e dalle varianti di centro e di destra dell'antiberlusconismo. A decidere se in Italia è il caso di accontentarsi di un centro neo-democristiano, culturalmente subalterno alla sinistra e moderato nel senso di moderatamente socialista (come nella Prima Repubblica), o invece occorre spingere per qualcosa di diverso, più ambizioso e radicalmente alternativo, saranno gli elettori, ma probabilmente non il 24 febbraio 2013.

Saturday, December 15, 2012

Ppe vs Pse, un terreMonti nel sistema politico italiano

Se l'investitura di Mario Monti da parte dei vertici del Ppe riuniti giovedì scorso a Bruxelles spingesse davvero il premier a rompere gli indugi e a muovere il passo decisivo della sua discesa in campo – la politica non è solo governare, ma anche raccogliere il consenso – il sistema dei partiti della cosiddetta II Repubblica ne verrebbe completamente terremotato. Una sua candidatura a premier alla guida di una coalizione di centrodestra ispirata al popolarismo europeo, non sancirebbe solo la definitiva uscita di scena del Berlusconi leader, come è facile intuire, ma anche il superamento di una certa idea di centrodestra e di centrosinistra.

Porterebbe con sé, in sostanza, una "normalizzazione" in senso europeo – lungo l'asse Ppe-Pse – del nostro sistema politico. A confrontarsi per il governo del paese sarebbero la sezione italiana del Ppe da una parte e quella del Pse dall'altra, le due grandi famiglie politiche che si confrontano in tutti i maggiori paesi europei.
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Un esito inevitabile del fallimento dell'idea berlusconiana di centrodestra, tanto demonizzata dalla sinistra. L'anomalia Berlusconi si è portata con sé un'evoluzione "all'americana" del nostro sistema politico: un centrodestra nelle intenzioni (non nei fatti) "fusionista" e un Pd nelle intenzioni (non nei fatti) non solo socialdemocratico. Il fallimento di Berlusconi oggi si porta con sé anche il fallimento di quell'idea di Pd. Se sia un bene o no, dipende dall'idea di paese che ha in mente ciascuno di noi. Per quanto mi riguarda, dipenderà da due cose: quanto liberale sarà la sezione italiana del Ppe (secondo me molto poco) e quanto conservatrice sarà la sezione italiana del Pse (secondo me molto).

La storia insegna che i tratti distintivi delle culture politiche nazionali sono preminenti rispetto alla famiglia politica europea di appartenenza: in Germania i popolari sono più liberali che in Francia e in Italia e i socialisti più moderni che in Francia e in Italia. Insomma, a meno di sorprese, in Italia avremo la sezione di Ppe più democristiana, statalista e bigotta d'Europa e il Pse più socialista e assistenzialista d'Europa.

Wednesday, November 23, 2011

Cosa ci aspetta nel 2013?

Il Foglio ha chiesto a me e ad altri blogger di immaginare lo scenario politico in cui ci troveremo nel 2013, un esercizio di fantapolitica/analisi. Qui il mio, più analisi che fanta:

E' evidente che in questi mesi di rettorato di Mario Monti - senza escludere di poter andare "più decisamente a fondo" - sono in gioco il bipolarismo, la possibilità degli elettori di scegliere nelle urne tra due proposte di governo alternative, e per il Pdl in particolare il "non morire democristiani". In realtà, lo sarebbero stati anche con le elezioni "sotto la neve". Il governo Monti è molto meno tecnico di quanto si creda. Contiene in sé i semi di una nuova offerta politica. C'è il tecno-ulivismo, ossia le competenze più riformiste di area Pd; e c'è il partito di Todi, nel quale per la prima volta dalla scomparsa della Dc si ritrovano al governo tutte le anime del mondo cattolico. E c'è persino un leader in pectore: Corrado Passera. Di cosa di preciso ancora non si sa, ma una sorta di nuovo Prodi. I possibili sbocchi di questa esperienza sono due...
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Wednesday, August 25, 2010

Cattolici "spaccati" da sempre

A certe tesi, come quella di Famiglia Cristiana su Berlusconi che sarebbe colpevole di aver «spaccato» il mondo cattolico, bisognerebbe rispondere con una sonora risata, anziché attribuirgli il valore di chissà quale analisi politologica. E' evidente infatti che si tratta semplicemente di una stupidaggine, una totale scemenza che rivela l'ignoranza di chi l'ha scritta. Il mondo cattolico è «spaccato» da sempre, altrimenti non si spiega come mai la Dc non avesse il 60 o l'80%. La realtà è che i cattolici sono da sempre divisi politicamente, e non sono pochi quelli che hanno votato e votano comunista. E anche se fosse, non mi pare un'accusa grave quella di aver «spaccato» i cattolici. E' un bene che siano politicamente divisi e la pensino diversamente, non facendosi tra l'altro condizionare più di tanto - comunque molto meno di quanto credano i nostri politici - da ciò che dicono le gerarchie ecclesiastiche.

Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».

Monday, August 23, 2010

Alle comiche finiane

Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.

Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.

Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.

Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».

La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.

Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».
E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.

Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).

UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).

Wednesday, August 18, 2010

Cossiga e il lato oscuro del potere

Ciò che affascina, intriga, e allo stesso tempo inquieta, della figura umana e politica di Francesco Cossiga è la sua frequentazione con il lato oscuro del potere. E come ne sia uscito piuttosto malconcio, provato dai turbamenti dell'anima, ma tutto sommato a testa alta. Non solo in momenti delicatissimi per la sopravvivenza della Repubblica si è trovato ai vertici dei cosiddetti "ministeri della forza" - sottosegretario alla difesa con delega a sovrintendere "Gladio", di cui si definì «l'unico referente politico»; ministro dell'Interno nel culmine degli anni di piombo (rapimento Moro), che affrontò con estrema durezza - ma ha sempre creduto nella nobiltà anche di quell'aspetto disincantato della politica che il più delle volte implica la responsabilità del "lavoro sporco".

C'è un angolo buio, infatti, che sfugge, almeno per un primo momento, al controllo democratico dell'informazione e dell'opinione pubblica e che ha a che fare con la sicurezza più elementare di uno Stato, con tutte le misure da mettere in atto - anche segretamente - per assicurarne la sua stessa sopravvivenza. E' una inevitabile zona d'ombra - cui neanche la democrazia può sfuggire, se non vuole esporsi disarmata agli attacchi dei suoi nemici - dove è labile il confine tra la democrazia e il suo contrario, e dove il male e il bene si confondono. E chi opera in quelle zone incerte si ritrova solo con la propria coscienza; è il solo a sapere, o a illudersi di sapere, se sta esercitando i suoi poteri per o contro la democrazia e le sue istituzioni, mentre dall'esterno gli altri - per cultura o per convenienza - sospettano e spesso si convincono dei peggiori teoremi. Cossiga ha veleggiato per questi perigliosi flutti, toccato con mano il potere allo stato puro, con i suoi pesi e la sua tragicità, pagando per intero, innanzitutto nella propria intima coscienza, il prezzo di scelte drammatiche e impopolari.

Una tragicità che non può capire chi coltiva un'idea semplicistica, moralistica, infantile della democrazia, dalla quale è portato a considerare tali zone come luoghi in cui vengono necessariamente orditi complotti e trame inconfessabili. E' molto più rassicurante in effetti credere in un potere che tutto sa e controlla, dispone, per poterlo accusare di ogni nefandezza, piuttosto che fare i conti con una realtà molto più complessa, nella quale magari chi detiene per un certo periodo quel potere brancola nel buio, non riesce a calcolare tutte le variabili ed è esposto ad ogni tempesta, dovendo dare ai suoi cittadini l'impressione del contrario. Più rassicurante, da un certo punto di vista, credere che Cossiga e la Dc non abbiano voluto salvare Moro, piuttosto che rassegnarsi all'idea che non abbiano potuto.

Moro, "Gladio", le stragi e gli anni di piombo. Esperienze che segnarono Cossiga nel profondo e da cui uscì con l'immagine indelebile del cattivo per antonomasia, il Kossiga delle leggi emergenziali, dei misteri d'Italia, dei servizi deviati, amico degli "amerikani" e della perfida Albione. Insomma, il volto "sporco" del regime. C'è ancora chi sotto sotto non ha smesso di considerarlo un "golpista" mancato. Un'immagine ingiusta, alimentata dalla sua ostentata vicinanza agli apparati di sicurezza, ma in modo decisivo da veri e propri miti. Ma Cossiga non ha rinnegato se stesso, non si è dato allo scaricabarile, e suo malgrado ha imparato a convivere con quell'immagine («non rinnego niente. Anzi mi tengo, sia chiaro, la kappa con la quale veniva effigiato il mio nome sui muri di tutt'Italia»). Un peso che si è aggiunto a quello già tremendo delle responsabilità che si è dovuto assumere nello svolgimento delle sue funzioni di sottosegretario prima, ministro poi e infine presidente, dando prova di un senso dello Stato inconcepibile per personaggi modesti come Moro.

Non c'era la pazzia, né la depressione, dietro le sue "picconate" alla Prima Repubblica. Alla consapevolezza dell'esigenza di rinnovamento del sistema politico dopo la caduta del Muro di Berlino si aggiungeva una lucidissima sofferenza interiore e un forte spirito di rivalsa nei confronti di una classe politica di ignavi, che nel momento delle accuse e dei veleni non aveva saputo fare quadrato, lo aveva lasciato solo, e alla fine persino accerchiato, come se certe scomode verità, o silenzi, non fossero frutto di una ragion di Stato condivisa ma attribuibili unicamente a Kossiga, l'"anima nera" della Repubblica. Concluso il suo settennato ha cominciato a giocare con quell'immagine di "cattivo", a togliersi i "sassolini dalle scarpe", come colui che non ha più nulla da perdere in termini di immagine e che non deve più alcun riguardo ai tanti mediocri che hanno abitato insieme a lui il mondo della politica. E' diventato il "picconatore" irriverente che abbiamo apprezzato e di cui questo Paese avrebbe avuto ancora bisogno. Ma da quella sua irriverenza e dalle sue provocazioni non ha mai cessato di trapelare un pizzico di malinconia, la malinconia di chi in fondo sa di rimanere incompreso.

Tuesday, August 17, 2010

Carta e prassi impongono di non tradire il responso delle urne

Errore da parte del Pdl alzare il livello della polemica con il presidente Napolitano (che comunque alla prova dei fatti difficilmente autorizzerebbe "ribaltoni"), contribuendo tra l'altro ad alleggerire la pressione su Fini. Ma nel merito ineccepibile, e prim'ancora legittima, la posizione: in caso di crisi ritorno alle urne, no governi tecnici. Napolitano invece continua a sbagliare su Fini. Innanzitutto, perché balza agli occhi il suo doppio standard: silenzio, nemmeno una parola, mentre per due anni un'altra istituzione è stata oggetto di campagne d'odio e veleni prive di fondamento. E poi perché invece di difendere il presidente della Camera, dovrebbe porsi egli stesso il problema dell'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica che ricopre, che in caso di crisi potrebbe rivelarsi per il Colle motivo di imbarazzo. Napolitano sbaglia anche a pretendere da chi comunque sarebbe chiamato a consultare (il presidente del Senato e i partiti di maggioranza) di non esprimersi sul da farsi in caso di crisi. E in ogni caso, dovrebbe quanto meno riprendere anche chi altrettanto irresponsabilmente evoca governi tecnici senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, Pdl e Lega. Invece, i suoi moniti di questi giorni nei confronti di chi prospetta in caso di crisi il ritorno alle urne come unica soluzione sembrano di fatto aver legittimato speculazioni circa la possibilità di dar vita ad un "governo tecnico" sostenuto dagli attuali gruppi di opposizione e dal neonato gruppo "finiano", contro la volontà dei partiti usciti vincitori dalle urne.

Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".

Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.

Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.

Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Wednesday, April 02, 2008

Attenzione alla scheda

L'ipotesi del rinvio del voto incombe su questo scorcio di campagna elettorale che si trascina stancamente verso una meta non più tanto certa e manda in fibrillazione la politica. Il Consiglio di Stato ha riammesso nella competizione il simbolo della Dc, escluso dal Viminale per la somiglianza con quello dell'Udc. Il partitino di Pizza chiede quindi il rinvio del voto. I due principali candidati premier, Berlusconi e Veltroni, sono entrambi contrari («sarebbe un dramma per il Paese»). Il ragionamento che fa Berlusconi, valido anche per il Pd, è che altre due settimane di Par Condicio favoriscono i partiti minori, cui vanno spazi tv proporzionalmente molto maggiori rispetto alla loro consistenza elettorale, a scapito dei maggiori.

Berlusconi ha chiesto a Pizza un «segno di responsabilità», ma il segretario della Dc sembra irremovibile nel chiedere il rinvio. Paolo Del Mese, un altro esponente del partitino, ha invece già gettato le basi per una trattativa: la Dc è «disponibile a discutere con Berlusconi», in cambio di un «riconoscimento politico». Una «trattativa politica alla luce del sole. E' chiaro che noi il ricorso non lo ritiriamo solo per un appello al senso di responsabilità; a noi interessa la politica e quindi chiediamo un riconoscimento del ruolo politico della Dc. E' chiaro che questo riconoscimento ce lo deve dare Berlusconi... oltre al Parlamento c'è anche il governo». Alto il prezzo fissato dalla Dc per ritirare il ricorso: un posto nel futuro governo.

L'ipotesi del rinvio resta in ogni caso remota. A preoccupare Berlusconi e Veltroni, piuttosto, dovrebbe essere la scheda elettorale. Se infatti fosse davvero quella pubblicata in fac-simile sul sito del Sole 24 Ore, ci sarebbe di che allarmarsi. I simboli sono troppo vicini l'uno all'altro; non si comprende con che criterio siano stati divisi in due righe (anziché in colonne); e in ogni circoscrizione e camera c'è un ordine diverso. Ma soprattutto, i due rettangolini che contengono gli apparentamenti PdL-Lega e Pd-Di Pietro si prestano ad un errore potenzialmente devastante per Pd e PdL: i due simboli sono troppo vicini, l'elettore potrebbe apporre la croce indifferentemente sull'uno, sull'altro o in mezzo, non comprendendo che anche all'interno di quei rettangoli deve effettuare una scelta: PdL o Lega; Pd o Di Pietro.

Thursday, February 28, 2008

PdL, allarme programma "fanfaniano"

Di segnali preoccupanti ne abbiamo registrati parecchi: dall'evocazione dei dazi sulle importazioni extracomunitarie al piano fanfaniano di edilizia popolare. E certo il trittico Tremonti-Alemanno-Maroni all'Officina per il programma del PdL non è di quelli rassicuranti. Forse sono i tre nomi più riconducibili di tutto il centrodestra a politiche protezioniste e socialdemocratiche. Domani il programma dovrebbe essere noto e giudicheremo.

Intanto, oggi, un altro brutto segnale. Se persino il direttore del Giornale, Mario Giordano, è intervenuto con un suo editoriale, in modo così netto chiedendo un programma liberista, evidentemente i segnali che giungono dall'Officina non devono essere incoraggianti: «Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione... che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani».

Fanfani fu l'uomo del cedimento, della sconfitta culturale della prima Dc degasperiana, liberale, al catto-comunismo che in economia (e non solo) si poneva in continuità con il fascismo riproponendo come modello prevalente quello assistenziale e corporativo.

Cosa aspettarsi, dunque, da un programma con un simile riferimento? Partecipazioni statali, Cassa del Mezzogiorno, edilizia popolare? Ci spaventano, scrive Giordano, «così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato. Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo...».