Anche su Notapolitica e su L'Opinione
Ha vinto o perso ieri Berlusconi? E ha vinto Alfano? Intendiamoci, ormai Berlusconi non può più vincere. Sta per decadere da senatore, andrà ai servizi sociali o ai domiciliari e non tornerà più al governo. Forse sarà anche arrestato. Che aprendo la crisi avesse intenzione di salvarsi e scongiurare questi esiti è da escludere. E probabilmente aveva messo anche nel conto di non riuscire a far cadere Letta. Però, avendo contribuito alla nascita di un governo di pacificazione - e tutti ricordiamo la retorica di quei giorni nelle parole di Letta e nella commozione del presidente Napolitano - e ritrovandosi, invece, in un governo di "deberlusconizzazione" a tappe forzate, che sembra aver intenzionalmente vivacchiato per mesi (sia nelle scelte economiche che sulle riforme), in attesa della sua decadenza, persino anticipata, e della conseguente spaccatura del Pdl, Berlusconi non poteva non reagire in qualche modo. Avrebbe potuto anche rassegnarsi alla "deberlusconizzazione" del Parlamento, ma non a quella del suo partito.
Di errori ne ha commessi molti. Sentendosi forte, all'indomani del voto e dopo la figuraccia del Pd, ha accettato una lista di ministri che prefigurava già il piano di Letta e Alfano, una divisione tra "buoni" e "cattivi" del Pdl. Una squadra di ministri che coincideva guarda caso con i big presenti alla manifestazione "Italia popolare" al Teatro Olimpico, che già prima delle elezioni erano pronti ad abbandonarlo per Monti. E i quali, poi, devono aver pensato che fosse meglio entrare in Parlamento a bordo del "tram Berlusconi", che garantisce sempre buoni numeri, e rinviare l'operazione. Berlusconi avrebbe potuto giocare altre carte anche all'indomani della sentenza di condanna della Cassazione: sebbene comprensibile il suo stato d'animo, avrebbe potuto avviare con Napolitano una trattativa per ottenere non vie d'uscita che era del tutto irrealistico che potesse concedere (figuriamoci pretenderle dal Pd), ma un vero patto politico sulle riforme per il quale il presidente avrebbe potuto spendersi, e dal quale il Cav avrebbe potuto trarre una nuova legittimazione politica, nonostante la condanna e l'esclusione dal Parlamento. Non è detto che gli sarebbe stato concesso, ma certo un tentativo onorevole e più realistico.
Vedendosi nelle ultime settimane sempre più accerchiato e ferito, e avendo fiutato il doppio gioco dei suoi ministri, ha deciso di rompere l'assedio, di non accettare passivamente il ruolo di vittima sacrificale e almeno di fare chiarezza tra i suoi. E' vero che la "deberlusconizzazione" e la spaccatura del partito si sarebbero probabilmente verificate per inerzia, dopo la decadenza e l'esecuzione della sentenza Mediaset, e quindi era questa l'ultima finestra utile per tentare di salvare il salvabile, ma i fatti dimostrano che i tempi erano sbagliati. Nessuno era davvero pronto per una crisi del governo Letta, nemmeno Berlusconi. Figuriamoci il Paese, la stessa opinione pubblica di centrodestra, o i gruppi di "potere" e i partner internazionali. Probabilmente aspettando ancora qualche mese, osservando l'andamento dell'economia e facendo maturare la delusione per l'immobilismo e il minimalismo del governo, avrebbe fatto apparire meno "irresponsabile" la crisi, non legata alla sua decadenza (già avvenuta), e meno attraente la scissione governista di Alfano. Ma, appunto, forse questo tempo non c'era.
Ultimo errore: il sì al voto di fiducia una volta intrapresa così inequivocabilmente la via della crisi di governo. E' vero che Letta, Napolitano e il Pd speravano in un no, quindi nel sostegno incondizionato di un pezzo di Pdl finalmente deberlusconizzato e alfanizzato, e il Cav li ha spiazzati, almeno finché non si formeranno i gruppi scissionisti. E certo, a latte versato potrà sempre rivendicare l'ulteriore atto di "responsabilità" e l'estremo tentativo di tenere unito il Pdl. Ma il sì ha posto Berlusconi in un limbo di irrilevanza: non può far sentire il proprio peso dall'opposizione ed è chiaro a tutti che Letta ha ormai i numeri di Alfano per andare avanti, non ha più bisogno di quelli del "giaguaro". Ma soprattutto ha trasformato un possibile "25 luglio" in un "8 settembre", un "tutti a casa" nel suo partito, come osservato da Ferrara su Il Foglio. Ha perso l'ala governista, pronta comunque alla scissione (o a prendersi il partito), e il suo esercito anziché ridotto ma compatto è in rotta: quanti erano disposti a seguirlo si sono sentiti traditi, ora temono purghe interne (per ricucire Alfano ne chiederà l'esclusione da ruoli di rilievo) e comunque faranno fatica ad esporsi nuovamente. Ha quindi concesso ad Alfano una leva insperata, e forse decisiva, per prendersi il Pdl anziché andarsene da "traditore".
A proposito di Alfano. Svolta la funzione di "deberlusconizzare" la maggioranza diventa numericamente determinante per Letta, rischiando però di contare meno politicamente. Da una scelta come quella di dividersi da Berlusconi, o di marginalizzarlo nel suo partito, per sostenere un governo di coalizione (non più di "larghe intese") con il Pd non si può tornare indietro. Se lo si fa, si ammette di aver avuto torto e si sparisce. Dunque, da oggi per Alfano il governo Letta diventa l'unico orizzonte possibile e sarà molto difficile che riesca a porre con la necessaria forza delle priorità e condizioni programmatiche. Per esempio, nell'indifferenza generale ieri Saccomanni ha fatto sapere che la questione dell'aumento dell'Iva è chiusa. Cosa ha da dire Alfano? D'altronde, già in questi primi mesi i ministri del Pdl si sono comportati come se così fosse, facendo passare qualsiasi nefandezza fiscale, fino al pasticcio indecoroso che stava per essere varato per rinviare l'aumento dell'Iva. A conclusione dell'esperienza di governo, cosa sarebbe in grado di rivendicare come proprio specifico apporto agli occhi dell'elettorato di centrodestra? Ah, già, gli elettori, cerchiamo di non dimenticarceli, perché prima o poi si vota. E alla fine toccherà ad Alfano, sia che conquisti il Pdl sia che formalizzi la rottura, dimostrare le buone ragioni della propria scelta.
E' del tutto evidente che un futuro politico dopo Berlusconi esiste. E' legittimo, anzi auspicabile, che "falchi" e "colombe" si sforzino di darsi un futuro politico. Ma può esistere senza ciò che Berlusconi nel bene e nel male ha incarnato e rappresentato in questi vent'anni? Può esistere, senza un'idea fusionista di centrodestra, senza il bipolarismo, e sacrificando alcuni contenuti che nonostante le promesse non mantenute sono stati centrali (per esempio, tasse e giustizia)?
"Noi difenderemo sempre Berlusconi, ma il governo Letta è un'altra cosa", è un'ipocrisia o un'ingenuità (o entrambe). Significa restare al suo fianco sul piano personale, ma su quello politico accettare l'idea che la sua condanna ed esclusione della vita politica riguarda solo lui, che anche se è un'ingiustizia la vita continua, "the show must go on", quindi significa abbandonare la battaglia per una giustizia non politicizzata. Non può essere così se si vuole avere un futuro politico nel centrodestra dopo Berlusconi. Non si tratta di pretendere dal governo, dal Pd, o da Napolitano, di salvare Berlusconi. Ma bisogna avere la capacità, la volontà e la forza di porre la questione politicamente e non accontentarsi, come fa Cicchitto, di dire "saremo sempre garantisti e contro la magistratura politicizzata, ma scusate, ora serve stabilità e purtroppo sappiamo che il Pd la pensa diversamente", riducendola a mera testimonianza. Perché oggi ad essere sacrificato sull'altare della "stabilità" sarà il tema della giustizia, domani la questione fiscale, e dopodomani chissà, magari ci si sveglia ma sarà troppo tardi.
Dunque, a chi scrive sembra che da mesi nel Pdl, per garantirsi un futuro politico nel centrodestra, ci sia una gara a chi riesce a trafugare la salma politica di Berlusconi, a portarla dalla propria parte e ad esibirla nella propria teca, per poter rivendicare il titolo di successore. Quello che nessuno pare aver capito è che davvero la leadership di Berlusconi non è qualcosa che passa di mano per eredità. Si conquista sul campo incarnando ciò che lui ha rappresentato per l'elettorato di centrodestra. Al di fuori, sono tutti destinati all'irrilevanza. La nuova Dc a cui pensano gli alfaniani rappresenterebbe comunque solo una parte del popolo di centrodestra, non marginale ma minoritaria, sarebbe per la sinistra un avversario da battere agevolmente o, al massimo, da cooptare in un governo di coalizione qualora il Pd non veda alla propria sinistra numeri sufficienti e forze responsabili con cui governare. D'altra parte, il rischio che la nuova Forza Italia si riveli numericamente consistente ma politicamente marginale, perché mera ridotta post-berlusconiana, nostalgica e rancorosa, priva di vocazione maggioritaria, di governo ed europea, c'è tutto. In un partito può (forse deve) vigere la regola che l'ultima parola sul da farsi spetta al leader. Ma non può vigere la regola dell'ultimo che riesce a convincere l'anziano ed esausto leader, in un gioco interminabile di piroette.
Entrambe queste fazioni stanno più o meno inconsapevolmente lavorando ad una Terza (Prima?) Repubblica di cui il Pd è destinato ad essere perno centrale. Grazie alla probabile correzione in senso proporzionalista della legge elettorale (premio di maggioranza meno generoso), e alla nuova "conventio ad excludendum" delle estreme (post-berlusconiani, ex An, Lega e Grillo), il Pd potrà avvantaggiarsi delle divisioni nel centrodestra e restare sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo al centro dei "presentabili").
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Thursday, October 03, 2013
Monday, September 30, 2013
La crisi e il futuro del centrodestra
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ancora una volta Silvio Berlusconi spiazza tutti, anche molti nel suo partito, e ha contro quasi tutti nei palazzi e nei salotti romani (nelle urne, si vedrà). No, non bluffava. Solo chi è molto ingenuo o propina scadente propaganda può davvero sostenere che il Cavaliere abbia aperto la crisi nel tentativo di evitare che si perfezioni la sua decadenza da senatore e di salvarsi dall'applicazione della sentenza di condanna che ne determina comunque l'incandidabilità per tre o sei anni. Certo, ha cercato di trattare sulla sua "agibilità politica", ma sa bene che non sarà certo la crisi a ritardare la sua esclusione dalle istituzioni e il suo destino giudiziario. Perché la crisi, dunque? E' certamente vero che la mossa è strettamente legata alle sue vicende personali (che qualcuno crede fondatamente abbiano a che fare con la democrazia), ma non nel modo banale che ci viene raccontato. Udite udite: nell'aprire questa crisi Berlusconi non ha alcuna convenienza personale. Ma il problema è proprio questo: è stato messo nelle condizioni di non avere nulla da perdere. E allora, perché assecondare i disegni dei suoi carnefici?
Ancora una volta "L'arte della Guerra" di Sun Tzu si conferma compendio di saggezza senza tempo: accerchia il tuo nemico, ma lascia sempre una via di fuga, si batterà con meno ardore. Invece, un animale ferito e disperato, lotterà con tutte le sue forze e contro qualsiasi pronostico. Chi ha deciso di non concedere nemmeno l'onore delle armi a Berlusconi, di accelerare una decadenza che sarebbe comunque sopraggiunta entro poche settimane, applicando una legge di dubbia costituzionalità e comunque funesta per la nostra democrazia, pur di purificarsi agli occhi del proprio elettorato, e di ignorare la questione giustizia per avere dalla sua parte i magistrati, unici in grado di togliere di mezzo l'avversario politico, ha messo nel conto, accettato, il rischio di questa crisi. E d'altronde, la situazione in cui è venuto a trovarsi Renzi - il Congresso che rischia di essere rinviato, l'ipotesi elezioni con Letta candidato, o un brutto governicchio da sostenere - rivela che le impronte digitali su questa crisi non sono solo quelle di Berlusconi. In tanti hanno tirato la corda.
Due erano gli elementi costitutivi di questo governo: una prospettiva di "pacificazione" e una svolta nella politica economica - senza abbandonare il rigore ma coniugandolo con riforme e tagli alla spesa pubblica e alla pressione fiscale per ridare fiato alla nostra economia. Ma proprio il presidente della Repubblica che nel discorso della sua rielezione sembrava perfettamente consapevole della necessità e urgenza di una pacificazione nazionale, nel momento più critico, quello seguito alla controversa condanna definitiva di Berlusconi (eventualità a cui certamente Napolitano era preparato), non ha saputo, o voluto, rilanciarla. Poteva farlo non necessariamente a scapito dell'applicazione della sentenza della Cassazione, aggirandola con provvedimenti di clemenza o leggi ad personam.
La via della pacificazione sarebbe potuta restare nell'alveo della politica, per esempio attraverso un percorso di riforme costituzionali più celere che portasse alla legittimazione reciproca tra avversari e che includesse anche il tema della giustizia. Non, quindi, un quarto grado di giudizio che assolvesse Berlusconi delegittimando clamorosamente la Cassazione, ma un atto politico che riconoscesse come anomalia da correggere l'accanimento giudiziario nei suoi confronti. Eppure, nemmeno una volta fatto fuori il suo avversario per via giudiziaria il Pd ha mostrato una disponibilità - nemmeno tattica - a mettere finalmente mano alla questione della giustizia ideologizzata e politicizzata, che pure enormi danni sta infliggendo al Paese, anche in sfere diverse da quella strettamente politica (vedi il caso Riva/Ilva). E nemmeno un gesto politico, magari nella forma di un messaggio alle Camere, è arrivato da Napolitano per incoraggiare i suoi "compagni". Qualcosa che potesse, nonostante la sentenza di condanna di Berlusconi, rimettere in moto il processo di pacificazione che sembrava alla portata subito dopo la sua rielezione e la nascita del governo Letta.
Da lì in poi, infatti, le larghe intese nate sotto il segno della pacificazione e della svolta economica si sono rivelate per quello che molti sospettavano: un'operazione di galleggiamento del "relitto Italia", da una parte nell'attesa di mettere fuori gioco Berlusconi, che si compiesse la sua espulsione dalle istituzioni, dall'altra per ritardare il più possibile la candidatura alla premiership di Matteo Renzi. In verità, già scorrendo la lista dei ministri del Pdl si poteva scorgere l'intenzione di dividere i "buoni", disposti al momento opportuno a mollare il vecchio leader e a dar vita all'ennesima operazione centrista (nonostante quella appena fallita di Monti e Casini), da Berlusconi e i "cattivi", che sarebbero stati abbandonati al loro destino.
Ecco, quindi, che l'unico obiettivo del governo sembrava il tirare a campare, per dividere il centrodestra da un lato e sbarrare la strada a Renzi dall'altro. Dai tempi lunghissimi, e le procedure pletoriche, del processo di riforme concepito dal ministro Quagliariello, alle scelte chiave in politica economica continuamente rinviate, rateizzate, anche quando le coperture sembravano alla portata: l'Imu cancellata solo a metà e l'aumento dell'Iva rinviato di tre mesi in tre mesi (per poter scaricare la responsabilità della loro permanenza sul Pdl nel caso in cui avesse staccato la spina), per non parlare della spending review, delle dismissioni e dei costi standard. Anzi, diversi sono stati i decreti di spesa, coperti con nuovi balzelli e accise, di cui anche i ministri Pdl sono stati complici, se non addirittura artefici. Altro che "fortino" e "sentinelle" anti-tasse! I ministri del Pdl in questi mesi hanno avallato, e fino all'ultimo dimostrato che avrebbero continuato ad avallare, qualsiasi nefandezza fiscale pur di tenere in vita il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il pasticcio sull'Iva cucinato tra Saccomanni, Letta e i ministri Pdl, per cui l'aumento veniva rinviato di soli tre mesi aumentando però altre tasse (accise e acconti Ires/Irap). Per qualsiasi motivo e strategia Berlusconi abbia staccato la spina, nessun rimpianto per questo governo dei "Guardiani della Spesa".
Insomma, un film già visto: invece di battere Berlusconi nelle urne, da anni si tenta un "rassemblement" centrista e moderato dopo l'altro per isolarlo nei palazzi della politica. Poi, però, presto o tardi si torna al voto e dalle urne esce un centrino ambiguo e democristiano. E' già capitato a Fini, Casini e Monti. Ora è il turno di Alfano? Il ruolo della sinistra e dei giornali dell'establishment è sempre lo stesso (è scritto a chiare lettere negli editoriali di oggi): allettare i dissidenti di turno (per poi abbandonarli a "funzione" svolta) con la prospettiva di un ambizioso progetto politico - niente meno che un Partito popolare finalmente europeo e liberale - mentre ciò a cui sono veramente interessati è un centro che isoli la destra, docile e remissivo, subalterno, da battere agevolmente o buono al massimo per un governo di coalizione. "Se volete esistere politicamente dopo Berlusconi - ripetono - questo è il momento di farsi avanti". Può darsi, ma esistere come? Come Martinazzoli, Dini e Mastella? Operazione legittima, intendiamoci, com'è legittimo opporsi da parte di chi nel centrodestra ritiene di non voler morire democristiano.
Sta di fatto che le scelte responsabili di Berlusconi a inizio legislatura - la rielezione di Napolitano e le larghe intese - sono state rivoltate contro di lui. Anziché coglierla questa occasione, forse l'ultima, per una pacificazione, una legittimazione reciproca, come premessa per una politica finalmente capace di cambiare il paese, è stata buttata nel cesso, trasformandola nell'ennesimo tentativo di farlo fuori e dividere il centrodestra. Il che c'entra poco o nulla con i richiami alla "stabilità" e alla "responsabilità" di queste ore. In cosa consisterebbero moderazione e responsablità? Nel tenere in vita un governo che si preparava ad aumentare accise e acconti Ires/Irap pur di non trovare nella spesa pubblica il miliardo che serviva. Non in grado, dopo cinque mesi di vita, di muovere un solo passo per tagliare spesa e debito?
La mossa di Berlusconi quindi fa chiarezza anche tra i suoi. Non è solo una questione di fedeltà/tradimento, sono in gioco diverse visioni di centrodestra. Quella centrista delle cosiddette "colombe" a mio modo di vedere porta alla divisione del centrodestra e alla subalternità politica e culturale alla sinistra e al partito della spesa. E' vero però che nemmeno l'alternativa che sembra profilarsi con la nuova Forza Italia appare molto entusiasmante: sarebbe poco lungimirante e perdente se fosse una ridotta di "falchi" interessati a lucrare personalmente da un partito di mera resistenza, senza vocazione maggioritaria e di governo, incapace di recuperare credibilità.
Possibile che il centrodestra italiano sia condannato alla subalternità neo-democristiana o alla marginalità di un nostalgico "Msi" post-berlusconiano? La questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra, o un centrodestra, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte oltre che dagli avversari politici anche da poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro democristiano trasformista, culturalmente subalterno.
Ancora una volta Silvio Berlusconi spiazza tutti, anche molti nel suo partito, e ha contro quasi tutti nei palazzi e nei salotti romani (nelle urne, si vedrà). No, non bluffava. Solo chi è molto ingenuo o propina scadente propaganda può davvero sostenere che il Cavaliere abbia aperto la crisi nel tentativo di evitare che si perfezioni la sua decadenza da senatore e di salvarsi dall'applicazione della sentenza di condanna che ne determina comunque l'incandidabilità per tre o sei anni. Certo, ha cercato di trattare sulla sua "agibilità politica", ma sa bene che non sarà certo la crisi a ritardare la sua esclusione dalle istituzioni e il suo destino giudiziario. Perché la crisi, dunque? E' certamente vero che la mossa è strettamente legata alle sue vicende personali (che qualcuno crede fondatamente abbiano a che fare con la democrazia), ma non nel modo banale che ci viene raccontato. Udite udite: nell'aprire questa crisi Berlusconi non ha alcuna convenienza personale. Ma il problema è proprio questo: è stato messo nelle condizioni di non avere nulla da perdere. E allora, perché assecondare i disegni dei suoi carnefici?
Ancora una volta "L'arte della Guerra" di Sun Tzu si conferma compendio di saggezza senza tempo: accerchia il tuo nemico, ma lascia sempre una via di fuga, si batterà con meno ardore. Invece, un animale ferito e disperato, lotterà con tutte le sue forze e contro qualsiasi pronostico. Chi ha deciso di non concedere nemmeno l'onore delle armi a Berlusconi, di accelerare una decadenza che sarebbe comunque sopraggiunta entro poche settimane, applicando una legge di dubbia costituzionalità e comunque funesta per la nostra democrazia, pur di purificarsi agli occhi del proprio elettorato, e di ignorare la questione giustizia per avere dalla sua parte i magistrati, unici in grado di togliere di mezzo l'avversario politico, ha messo nel conto, accettato, il rischio di questa crisi. E d'altronde, la situazione in cui è venuto a trovarsi Renzi - il Congresso che rischia di essere rinviato, l'ipotesi elezioni con Letta candidato, o un brutto governicchio da sostenere - rivela che le impronte digitali su questa crisi non sono solo quelle di Berlusconi. In tanti hanno tirato la corda.
Due erano gli elementi costitutivi di questo governo: una prospettiva di "pacificazione" e una svolta nella politica economica - senza abbandonare il rigore ma coniugandolo con riforme e tagli alla spesa pubblica e alla pressione fiscale per ridare fiato alla nostra economia. Ma proprio il presidente della Repubblica che nel discorso della sua rielezione sembrava perfettamente consapevole della necessità e urgenza di una pacificazione nazionale, nel momento più critico, quello seguito alla controversa condanna definitiva di Berlusconi (eventualità a cui certamente Napolitano era preparato), non ha saputo, o voluto, rilanciarla. Poteva farlo non necessariamente a scapito dell'applicazione della sentenza della Cassazione, aggirandola con provvedimenti di clemenza o leggi ad personam.
La via della pacificazione sarebbe potuta restare nell'alveo della politica, per esempio attraverso un percorso di riforme costituzionali più celere che portasse alla legittimazione reciproca tra avversari e che includesse anche il tema della giustizia. Non, quindi, un quarto grado di giudizio che assolvesse Berlusconi delegittimando clamorosamente la Cassazione, ma un atto politico che riconoscesse come anomalia da correggere l'accanimento giudiziario nei suoi confronti. Eppure, nemmeno una volta fatto fuori il suo avversario per via giudiziaria il Pd ha mostrato una disponibilità - nemmeno tattica - a mettere finalmente mano alla questione della giustizia ideologizzata e politicizzata, che pure enormi danni sta infliggendo al Paese, anche in sfere diverse da quella strettamente politica (vedi il caso Riva/Ilva). E nemmeno un gesto politico, magari nella forma di un messaggio alle Camere, è arrivato da Napolitano per incoraggiare i suoi "compagni". Qualcosa che potesse, nonostante la sentenza di condanna di Berlusconi, rimettere in moto il processo di pacificazione che sembrava alla portata subito dopo la sua rielezione e la nascita del governo Letta.
Da lì in poi, infatti, le larghe intese nate sotto il segno della pacificazione e della svolta economica si sono rivelate per quello che molti sospettavano: un'operazione di galleggiamento del "relitto Italia", da una parte nell'attesa di mettere fuori gioco Berlusconi, che si compiesse la sua espulsione dalle istituzioni, dall'altra per ritardare il più possibile la candidatura alla premiership di Matteo Renzi. In verità, già scorrendo la lista dei ministri del Pdl si poteva scorgere l'intenzione di dividere i "buoni", disposti al momento opportuno a mollare il vecchio leader e a dar vita all'ennesima operazione centrista (nonostante quella appena fallita di Monti e Casini), da Berlusconi e i "cattivi", che sarebbero stati abbandonati al loro destino.
Ecco, quindi, che l'unico obiettivo del governo sembrava il tirare a campare, per dividere il centrodestra da un lato e sbarrare la strada a Renzi dall'altro. Dai tempi lunghissimi, e le procedure pletoriche, del processo di riforme concepito dal ministro Quagliariello, alle scelte chiave in politica economica continuamente rinviate, rateizzate, anche quando le coperture sembravano alla portata: l'Imu cancellata solo a metà e l'aumento dell'Iva rinviato di tre mesi in tre mesi (per poter scaricare la responsabilità della loro permanenza sul Pdl nel caso in cui avesse staccato la spina), per non parlare della spending review, delle dismissioni e dei costi standard. Anzi, diversi sono stati i decreti di spesa, coperti con nuovi balzelli e accise, di cui anche i ministri Pdl sono stati complici, se non addirittura artefici. Altro che "fortino" e "sentinelle" anti-tasse! I ministri del Pdl in questi mesi hanno avallato, e fino all'ultimo dimostrato che avrebbero continuato ad avallare, qualsiasi nefandezza fiscale pur di tenere in vita il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il pasticcio sull'Iva cucinato tra Saccomanni, Letta e i ministri Pdl, per cui l'aumento veniva rinviato di soli tre mesi aumentando però altre tasse (accise e acconti Ires/Irap). Per qualsiasi motivo e strategia Berlusconi abbia staccato la spina, nessun rimpianto per questo governo dei "Guardiani della Spesa".
Insomma, un film già visto: invece di battere Berlusconi nelle urne, da anni si tenta un "rassemblement" centrista e moderato dopo l'altro per isolarlo nei palazzi della politica. Poi, però, presto o tardi si torna al voto e dalle urne esce un centrino ambiguo e democristiano. E' già capitato a Fini, Casini e Monti. Ora è il turno di Alfano? Il ruolo della sinistra e dei giornali dell'establishment è sempre lo stesso (è scritto a chiare lettere negli editoriali di oggi): allettare i dissidenti di turno (per poi abbandonarli a "funzione" svolta) con la prospettiva di un ambizioso progetto politico - niente meno che un Partito popolare finalmente europeo e liberale - mentre ciò a cui sono veramente interessati è un centro che isoli la destra, docile e remissivo, subalterno, da battere agevolmente o buono al massimo per un governo di coalizione. "Se volete esistere politicamente dopo Berlusconi - ripetono - questo è il momento di farsi avanti". Può darsi, ma esistere come? Come Martinazzoli, Dini e Mastella? Operazione legittima, intendiamoci, com'è legittimo opporsi da parte di chi nel centrodestra ritiene di non voler morire democristiano.
Sta di fatto che le scelte responsabili di Berlusconi a inizio legislatura - la rielezione di Napolitano e le larghe intese - sono state rivoltate contro di lui. Anziché coglierla questa occasione, forse l'ultima, per una pacificazione, una legittimazione reciproca, come premessa per una politica finalmente capace di cambiare il paese, è stata buttata nel cesso, trasformandola nell'ennesimo tentativo di farlo fuori e dividere il centrodestra. Il che c'entra poco o nulla con i richiami alla "stabilità" e alla "responsabilità" di queste ore. In cosa consisterebbero moderazione e responsablità? Nel tenere in vita un governo che si preparava ad aumentare accise e acconti Ires/Irap pur di non trovare nella spesa pubblica il miliardo che serviva. Non in grado, dopo cinque mesi di vita, di muovere un solo passo per tagliare spesa e debito?
La mossa di Berlusconi quindi fa chiarezza anche tra i suoi. Non è solo una questione di fedeltà/tradimento, sono in gioco diverse visioni di centrodestra. Quella centrista delle cosiddette "colombe" a mio modo di vedere porta alla divisione del centrodestra e alla subalternità politica e culturale alla sinistra e al partito della spesa. E' vero però che nemmeno l'alternativa che sembra profilarsi con la nuova Forza Italia appare molto entusiasmante: sarebbe poco lungimirante e perdente se fosse una ridotta di "falchi" interessati a lucrare personalmente da un partito di mera resistenza, senza vocazione maggioritaria e di governo, incapace di recuperare credibilità.
Possibile che il centrodestra italiano sia condannato alla subalternità neo-democristiana o alla marginalità di un nostalgico "Msi" post-berlusconiano? La questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra, o un centrodestra, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte oltre che dagli avversari politici anche da poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro democristiano trasformista, culturalmente subalterno.
Wednesday, November 16, 2011
Tecno-ulivismo al potere con il partito di Todi
Anche su NotapoliticaSe per "tecnici" si intendono figure non solo competenti nel loro settore, ma anche distanti dalla politica, ebbene il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti non è poi così tecnico. Sono pochi, forse un paio, i nuovi ministri di cui ad un primo sguardo non si riesce a scorgere alcuna traccia di una qualsiasi collocazione, mentre abbondano i tecnici la cui area, e in qualche caso esperienza politica, è ben marcata. Studiando le biografie e scorrendo le prime reazioni, sembra piuttosto un tecno-Ulivo, nemmeno troppo dissimulato (ma va bene anche la definizione di Osvaldo Napoli: «tecno-prodismo»). La componente cattolica però questa volta non è limitata ai cattolici democratici, ma è forse la prima espressione di quel rinnovato impegno dei cattolici in politica teorizzato a Todi, e quindi è allargata ad esponenti di un mondo cattolico che non ha mai fatto parte dell'ulivismo. Mondo cattolico che per la prima volta dai tempi della Dc si trova riunito in una esperienza di governo: dai big dell'Università Cattolica favoriti in Vaticano (Ornaghi) fino all'associazionismo, alla galassia della solidarietà e del terzo settore (Riccardi).
Insomma, più che un governo d'emergenza che quasi casualmente imbarca dai più disparati ambienti le migliori menti di un Paese, sembra di intravedere un nucleo, se non compatto almeno coerente, pronto ad aprire una nuova stagione politica di centro-centrosinistra. E persino, al fianco di Monti, che potrà puntare al Quirinale nel 2013, un leader in pectore, un nuovo Prodi, che risponde al nome di Corrado Passera, vero e proprio super ministro per la crescita economica. O davvero si può pensare che l'ad di una banca come Intesa Sanpaolo abbia deciso di lasciare il suo posto per una parentesi politica di poco più di un anno? Qualificanti saranno ora i sottosegretari scelti da Monti per il suo dicastero, ma è soprattutto dalle prime misure concrete che vedremo quale tasso di riformismo saprà esprimere questo tecno-Ulivo con autorevoli apporti bocconiani e cattolici. Il gusto per la concertazione e i calorosi attestati di stima con i quali i nuovi ministri sono stati accolti da sindacati e corporazioni varie (la Fornero, ad esempio, diversamente da Ichino sembra raccogliere la stima della Camusso e di Cesare Damiano) non fanno presagire molto di buono. All'orizzonte non si scorge nessuna rivoluzione liberale, come la figura di Monti poteva indurre a sperare, nessuna rottamazione del baraccone pubblico, ma l'idea innanzitutto di riprenderne il controllo, poi di riossigenarlo con alcune minime e ineluttabili riforme. E il Pdl? Sembra fare buon viso a cattivo gioco, con la sua componente cattolica forse consapevole che si è aperta la gara per l'egemonia dell'area moderata nell'era del post-berlusconismo. Insomma, ci sono tutte le premesse per la liquidazione del bipolarismo.
Nella nuova compagine governativa sono ben rappresentati i cosiddetti "poteri forti", il Vaticano e le banche (molta Intesa e una spruzzata di Unicredit), e l'establishment culturale, università (Bocconi, Cattolica, Politecnico di Torino) e grandi giornali (Corriere e Sole24Ore).
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Tuesday, November 15, 2011
Una squadra per Mr. Monti
Un governo per farcela e uno per il default
Un amico mi ha chiesto stamattina di designare i miei favoriti (non una previsione, dunque) per la nuova squadra di governo del sen. prof. Monti. Ecco la lista che è venuta fuori per singolo ministero, motivazioni incluse. Un gioco, ma neanche troppo. Un governo che potrebbe farcela a salvare l'Italia:
Affari esteri
Gianni Castellaneta: una garanzia, ci vuole sempre uno che sappia farsi ascoltare a Washington.
Interno
Luciano Portolano: generale di brigata, attualmente al comando del Regional Command West in Afghanistan, esperienze in Kosovo (1999) e Iraq (2003). Chi può negare che la sfida della ricostruzione e dell'ordine pubblico in certe regioni italiane non sia paragonabile al Kosovo o all'Afghanistan?
Giustizia
Guido Tabellini: no, non è una svista. Alla giustizia serve un economista forse più che all'economia. Basta coi parrucconi della Consulta, ci vuole uno che razionalizzi il baraccone sulla base di criteri di economicità.
Difesa
Antonio Martino: già ministro, semplicemente un liberale e atlantista di ferro.
Economia e finanze
interim a Mario Monti: stavolta niente rischi, massima unità d'azione.
Sviluppo economico
Sergio Marchionne: una "mano tesa" ai sindacati...
Agricoltura
Emma Bonino: a discutere col contadino chi meglio di una cuneese molto concreta; già esperienza in Europa nel settore e critica sulla Pac.
Ambiente
Carlo Stagnaro: spezziamo la catena di luoghi comuni sul riscaldamento globale e gli ogm.
Infrastrutture e trasporti
Antonio Catricalà: Mr. concorrenza in Italia.
Welfare
Pietro Ichino: il padre della flexsecurity italiana.
Istruzione, università e ricerca
Roberto Perotti: autore de "L'Università truccata", leggere per credere che cambiarla si può.
Cultura
Antonio Paolucci: già ministro, uno che almeno non farà gaffe sul nostro patrimonio artistico.
Poi mi sono chiesto: e un governo dei peggiori? Be', qui la scelta era molto più ampia. Ecco una delle tante combinazioni possibili per un governo in grado di farci finire come la Grecia entro Natale:
Affari esteri: Rocco Buttiglione
Interno: Livia Turco
Giustizia: Anna Finocchiaro
Difesa: Marco Perduca
Economia e finanze: Stefano Fassina
Sviluppo economico: Maurizio Gasparri
Agricoltura: Alfonso Pecoraro Scanio
Ambiente: Stefania Prestigiacomo
Infrastrutture e trasporti: Altero Matteoli
Welfare: Paolo Ferrero
Istruzione: Rosi Bindi
Cultura: Renata Polverini
Un amico mi ha chiesto stamattina di designare i miei favoriti (non una previsione, dunque) per la nuova squadra di governo del sen. prof. Monti. Ecco la lista che è venuta fuori per singolo ministero, motivazioni incluse. Un gioco, ma neanche troppo. Un governo che potrebbe farcela a salvare l'Italia:
Affari esteri
Gianni Castellaneta: una garanzia, ci vuole sempre uno che sappia farsi ascoltare a Washington.
Interno
Luciano Portolano: generale di brigata, attualmente al comando del Regional Command West in Afghanistan, esperienze in Kosovo (1999) e Iraq (2003). Chi può negare che la sfida della ricostruzione e dell'ordine pubblico in certe regioni italiane non sia paragonabile al Kosovo o all'Afghanistan?
Giustizia
Guido Tabellini: no, non è una svista. Alla giustizia serve un economista forse più che all'economia. Basta coi parrucconi della Consulta, ci vuole uno che razionalizzi il baraccone sulla base di criteri di economicità.
Difesa
Antonio Martino: già ministro, semplicemente un liberale e atlantista di ferro.
Economia e finanze
interim a Mario Monti: stavolta niente rischi, massima unità d'azione.
Sviluppo economico
Sergio Marchionne: una "mano tesa" ai sindacati...
Agricoltura
Emma Bonino: a discutere col contadino chi meglio di una cuneese molto concreta; già esperienza in Europa nel settore e critica sulla Pac.
Ambiente
Carlo Stagnaro: spezziamo la catena di luoghi comuni sul riscaldamento globale e gli ogm.
Infrastrutture e trasporti
Antonio Catricalà: Mr. concorrenza in Italia.
Welfare
Pietro Ichino: il padre della flexsecurity italiana.
Istruzione, università e ricerca
Roberto Perotti: autore de "L'Università truccata", leggere per credere che cambiarla si può.
Cultura
Antonio Paolucci: già ministro, uno che almeno non farà gaffe sul nostro patrimonio artistico.
Poi mi sono chiesto: e un governo dei peggiori? Be', qui la scelta era molto più ampia. Ecco una delle tante combinazioni possibili per un governo in grado di farci finire come la Grecia entro Natale:
Affari esteri: Rocco Buttiglione
Interno: Livia Turco
Giustizia: Anna Finocchiaro
Difesa: Marco Perduca
Economia e finanze: Stefano Fassina
Sviluppo economico: Maurizio Gasparri
Agricoltura: Alfonso Pecoraro Scanio
Ambiente: Stefania Prestigiacomo
Infrastrutture e trasporti: Altero Matteoli
Welfare: Paolo Ferrero
Istruzione: Rosi Bindi
Cultura: Renata Polverini
Monday, November 14, 2011
Una sfida per tutti
Anche su Notapolitica.itSe «la fronda di Fini è il peccato originale della legislatura», Berlusconi ha sbagliato a non ascoltare quanti a lui vicini suggerirono, già all'indomani della rottura nell'ormai storica Direzione nazionale, di cacciare via tutti dall'Eden e di non farsi logorare. Ma ormai il latte è versato e anche se non c'è mai nulla da festeggiare nella nascita di un governo non legittimato (non in via diretta) dalla volontà popolare, è tuttavia una medicina amara che il Pdl non poteva rifiutarsi di ingoiare. Sì, la forzatura istituzionale è evidente, e assume tratti preoccupanti per la pressione internazionale esercitata a favore dell'ipotesi Monti, ma l'emergenza è innegabile e Berlusconi, i partiti di maggioranza, non sono certo senza peccato. Non s'era mai visto che neanche aperte le consultazioni il premier in pectore fosse già al lavoro. Ci sta che come un pugile frastornato il Pdl abbia faticato a comprendere cosa stesse accadendo nell'ultima settimana e di conseguenza non abbia saputo assumere velocemente una linea netta tra elezioni immediate e sostegno a Monti. Le democrazie, se vogliono funzionare nel mondo di oggi superveloce e globalizzato, devono sempre più somigliare al cda di un'azienda, con simili capacità e rapidità decisionali, altrimenti rischiano di essere commissariate. L'Italia (così come l'Unione europea) è tra gli Stati occidentali meno attrezzati dal punto di vista dei meccanismi istituzionali, troppo farraginosi, ma è un grande tema cui non ci si può sottrarre e di cui le forze politiche devono essere consapevoli. E' comprensibile il fastidio per una soluzione elitaria e tecnocratica, ma intraprendere la strada del "tanto peggio tanto meglio", cedere al populismo anti-mercatista e anti-finanza, come indignados qualsiasi, sarebbe puro autolesionismo per un grande partito di governo come il Pdl.
Certo, la sconfitta politica è innegabile e cocente. Ma pur con le attenuanti generiche di un sistema politico malato di ingovernabilità e di un'aggressione mediatico-giudiziaria senza precedenti, per cui si è distrutta l'immagine del Paese pur di distruggere quella di Berlusconi, non c'è dubbio che la causa prima va individuata nello scarso tasso di riformismo del governo e della maggioranza, che non hanno voluto/saputo somministrare al nostro Paese la cura liberale, che pure era stata promessa fin dal 1994, per le malattie più gravi che ci affliggono: spesa pubblica e pressione fiscale a livelli insostenibili; alto debito; privilegi corporativi.
Nei prossimi mesi il Pdl dovrà sostenere un vero e proprio esame di maturità: dovrà analizzare a fondo limiti e inadeguatezze dal punto di vista liberale e riformatore della propria esperienza di governo; dovrà vigilare rispetto ai rischi e alle trappole che si nascondono nella fase politica che si sta aprendo; il tutto restando unito e senza bocciare apriori il tentativo di Monti, nel 1994 scelto proprio da Berlusconi come commissario europeo. Almeno in teoria, infatti, il presidente della Bocconi è chiamato a realizzare le riforme liberali che il centrodestra non è stato in grado di realizzare e che la sinistra odia. Il Pdl ha in questo un grande vantaggio: al contrario del Pd non ha pregiudiziali ideologiche sulle ricette che la Bce, l'Ue e i mercati ci chiedono – e, non scordiamocelo, che sono anche nel nostro interesse di italiani.
Certo, bisognerà vedere se Monti vorrà e saprà fare quelle riforme, o si rivelerà un nuovo Padoa-Schioppa. Il rischio concreto, com'è già accaduto in passato, è che il governo dei tecnici se la cavi con una patrimoniale subito e faccia leva sulla propria credibilità e sul favorevole atteggiamento dei media nazionali e internazionali per allentare la tensione dei mercati, rimandando le riforme decisive per la crescita (tasse e lavoro), che sono quelle più scomode per la sinistra. Così facendo, dilapiderebbe il suo "momentum" di poche settimane, due/tre mesi al massimo, trovandosi molto presto impantanato, e la ritrovata stabilità italiana sarebbe di nuovo fondata su un'illusione contabile, senza un reale cambiamento nei comportamenti di spesa e nel modello socio-economico. Rispetto a tale prospettiva purtroppo probabile, il Pdl dev'essere però cosciente che è nel suo interesse che Monti riesca sulla base del programma europeo. Perché se riesce, e se quelle ricette dovessero funzionare, a trarne vantaggio in vista delle prossime elezioni sarà la forza politica che con più convinzione l'avrà sostenuto. E oggettivamente il Pdl, più del Pd, è nelle condizioni di appoggiare certe riforme.
Quali i rischi e le trappole che si nascondono in questo cammino? Non è un mistero che le forze centriste guidate da Casini mirano a liquidare il bipolarismo e alla disgregazione del Pdl, per porsi come unico soggetto aggregatore dell'area moderata, con una esclusiva identità democratico-cristiana, marginalizzando il pur imperfetto progetto fusionista che invece è alla base del Pdl. Il Pd, da parte sua, si augura che dall'esperienza comune di appoggio al governo Monti possa finalmente nascere l'alleanza moderati-progressisti contro la destra. Se quindi il governo dei tecnici offrisse l'occasione e i tempi per inseguire simili disegni, che nulla hanno a che fare con l'affrontare l'emergenza finanziaria, per esempio tramite la riforma della legge elettorale, il Pdl dovrà essere pronto a rovesciare il tavolo.
Ma questa nuova fase rappresenta una sfida non solo per il Pdl. Anche per la sinistra, che non avrà più l'alibi di Berlusconi, si dovrà misurare con un governo di professori catto-liberisti, e dovrà finalmente assumersi la responsabilità di una visione e di scelte di merito. Sotto esame però è anche tutto quel mondo intellettuale e accademico che da anni si esercita sui giornali in dotti editoriali e bacchetta la politica per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora i più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro ragioni e il loro valore. E se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali? Già dalla composizione della squadra e dalle prime misure si comprenderà molto delle reali intenzioni e delle chance del governo Monti.
Friday, November 11, 2011
Un solo programma per Monti
Anche su Notapolitica.it
Pare (sottolineo: pare) che Berlusconi e il Pdl abbiano finalmente cominciato a ragionare in modo serio sull'ipotesi Monti, cioè riportando in primo piano la politica, il programma, e lasciando sullo sfondo le ambizioni personali, e che stiano ponendo sul tavolo le condizioni che suggerivo nei post dei giorni scorsi.
Com'era prevedibile, un minuto dopo (in realtà già un minuto prima) l'annuncio delle dimissioni e della non ricandidatura da parte di Berlusconi, è scattato nel Pdl il momento del "ciascuno per sé, Dio per tutti". Ci sarà modo e tempo per analizzare il brutto finale di partita cui in parte lo stesso Berlusconi si è auto-condannato in quest'ultimo anno, le tante occasioni sprecate per rilanciarsi. Ma commetterebbe un grossolano errore il big del partito che si convincesse di potersi salvare singolarmente, del fatto che se la casa comune crolla, sotto le macerie ci restano solo Berlusconi e gli altri suoi competitor interni, e non anche lui stesso. Chi freme per ereditare la baracca ed è in posizione di forza nel partito spinge per il voto, per consolidarsi; chi ambisce alla leadership ma deve ancora costruirla, magari con un incarico prestigioso nel prossimo governo tecnico, spinge per Monti, e dunque per avere un anno di tempo. Ragionando così chiunque sarà ad ereditare, rischia di ereditare le macerie.
In realtà, con in campo un'ipotesi così autorevole e con la quasi certezza che i mercati penalizzerebbero con esiti disastrosi l'incertezza politica di una campagna elettorale in questo momento (con la fondata prospettiva della vittoria di una sinistra in massima parte contraria alla lettera della Bce), il Pdl non può realisticamente permettersi di sottrarsi al confronto. E' un momento di straordinaria emergenza per il Paese. Napolitano e Monti sanno che non tutte le responsabilità sono attribuibili all'operato del governo uscente, né possono permettersi ribaltoni. E il Pdl ha un grande vantaggio davanti agli occhi, che sarebbe un peccato non riuscire a vedere e ad afferrare: al contrario del Pd non ha pregiudiziali ideologiche sulle ricette della lettera della Bce, né sui 39 punti segnalati dall'Ue. Solo che per state of denial, incapacità e debolezza non è riuscito a realizzarle.
Proprio quel programma, e non qualche poltrona, rappresenta oggi una straordinaria polizza d'assicurazione contro i rischi e le trappole che si nascondono dietro un governo tecnico di unità nazionale. Se Monti si impegna ad attuare esclusivamente, ed integralmente, quel programma, allora il Pdl non ha nulla da perdere, non solo a dare il proprio sostegno parlamentare, ma a metterci la faccia. Se la cura Monti avrà effetto, nel 2013 certe impostazioni ideologiche prevalenti a sinistra saranno pressoché bandite, bollate come perdenti. Se invece i cosiddetti "tecnici" cominciano a regalare la patrimoniale, in modo che il Pd possa far digerire la pillola ai propri elettori, si mettono a pescare dalla lettera della Bce solo le cose meno sgradite ai partiti, e magari nel frattempo in Parlamento si ritocca la legge elettorale per liquidare il bipolarismo, o per favorire il progetto dalemiano di alleanza tra Pd e Udc, allora sarebbero clamorosamente contraddette la natura "tecnica" e le ragioni puramente emergenziali dell'unità nazionale.
Sia pure Monti a decidere autonomamente la sua squadra di governo (e lui stesso a scegliere al massimo un solo rappresentante per Pdl, Pd e Terzo polo), ma la scrupolosa attinenza alla lettera della Bce è la misura della serietà dell'operazione. Il punto è proprio questo: se Monti vorrà/saprà fare le riforme liberali o se invece, per propria inclinazione o per le pressioni del Pd, è destinato a diventare un nuovo Padoa-Schioppa. Tanto per capirci: un governo Monti con il Pd che impone la patrimoniale e mette il veto su parti della lettera della Bce (come il responsabile economico Fassina continua a fare in queste ore) non ha senso. Ha senso rinunciare a consultare gli italiani solo se il programma è quello europeo. Su questo bisogna essere chiari. Altrimenti, tanto vale rischiare e tornare dritti al voto.
Pare (sottolineo: pare) che Berlusconi e il Pdl abbiano finalmente cominciato a ragionare in modo serio sull'ipotesi Monti, cioè riportando in primo piano la politica, il programma, e lasciando sullo sfondo le ambizioni personali, e che stiano ponendo sul tavolo le condizioni che suggerivo nei post dei giorni scorsi.
Com'era prevedibile, un minuto dopo (in realtà già un minuto prima) l'annuncio delle dimissioni e della non ricandidatura da parte di Berlusconi, è scattato nel Pdl il momento del "ciascuno per sé, Dio per tutti". Ci sarà modo e tempo per analizzare il brutto finale di partita cui in parte lo stesso Berlusconi si è auto-condannato in quest'ultimo anno, le tante occasioni sprecate per rilanciarsi. Ma commetterebbe un grossolano errore il big del partito che si convincesse di potersi salvare singolarmente, del fatto che se la casa comune crolla, sotto le macerie ci restano solo Berlusconi e gli altri suoi competitor interni, e non anche lui stesso. Chi freme per ereditare la baracca ed è in posizione di forza nel partito spinge per il voto, per consolidarsi; chi ambisce alla leadership ma deve ancora costruirla, magari con un incarico prestigioso nel prossimo governo tecnico, spinge per Monti, e dunque per avere un anno di tempo. Ragionando così chiunque sarà ad ereditare, rischia di ereditare le macerie.
In realtà, con in campo un'ipotesi così autorevole e con la quasi certezza che i mercati penalizzerebbero con esiti disastrosi l'incertezza politica di una campagna elettorale in questo momento (con la fondata prospettiva della vittoria di una sinistra in massima parte contraria alla lettera della Bce), il Pdl non può realisticamente permettersi di sottrarsi al confronto. E' un momento di straordinaria emergenza per il Paese. Napolitano e Monti sanno che non tutte le responsabilità sono attribuibili all'operato del governo uscente, né possono permettersi ribaltoni. E il Pdl ha un grande vantaggio davanti agli occhi, che sarebbe un peccato non riuscire a vedere e ad afferrare: al contrario del Pd non ha pregiudiziali ideologiche sulle ricette della lettera della Bce, né sui 39 punti segnalati dall'Ue. Solo che per state of denial, incapacità e debolezza non è riuscito a realizzarle.
Proprio quel programma, e non qualche poltrona, rappresenta oggi una straordinaria polizza d'assicurazione contro i rischi e le trappole che si nascondono dietro un governo tecnico di unità nazionale. Se Monti si impegna ad attuare esclusivamente, ed integralmente, quel programma, allora il Pdl non ha nulla da perdere, non solo a dare il proprio sostegno parlamentare, ma a metterci la faccia. Se la cura Monti avrà effetto, nel 2013 certe impostazioni ideologiche prevalenti a sinistra saranno pressoché bandite, bollate come perdenti. Se invece i cosiddetti "tecnici" cominciano a regalare la patrimoniale, in modo che il Pd possa far digerire la pillola ai propri elettori, si mettono a pescare dalla lettera della Bce solo le cose meno sgradite ai partiti, e magari nel frattempo in Parlamento si ritocca la legge elettorale per liquidare il bipolarismo, o per favorire il progetto dalemiano di alleanza tra Pd e Udc, allora sarebbero clamorosamente contraddette la natura "tecnica" e le ragioni puramente emergenziali dell'unità nazionale.
Sia pure Monti a decidere autonomamente la sua squadra di governo (e lui stesso a scegliere al massimo un solo rappresentante per Pdl, Pd e Terzo polo), ma la scrupolosa attinenza alla lettera della Bce è la misura della serietà dell'operazione. Il punto è proprio questo: se Monti vorrà/saprà fare le riforme liberali o se invece, per propria inclinazione o per le pressioni del Pd, è destinato a diventare un nuovo Padoa-Schioppa. Tanto per capirci: un governo Monti con il Pd che impone la patrimoniale e mette il veto su parti della lettera della Bce (come il responsabile economico Fassina continua a fare in queste ore) non ha senso. Ha senso rinunciare a consultare gli italiani solo se il programma è quello europeo. Su questo bisogna essere chiari. Altrimenti, tanto vale rischiare e tornare dritti al voto.
Thursday, November 10, 2011
Monti a due condizioni
Monti deve servire ad attuare le riforme - tutte! - della lettera della Bce (senza patrimoniali) e non per liquidare il bipolarismoFosse stato Berlusconi il problema, l'annuncio delle sue dimissioni e non ricandidatura (che solo nella mente ossessionata di qualcuno non sono una certezza ma l'ennesima beffa) se non calare lo spread almeno non avrebbe dovuto causarne l'esplosione. Il problema invece è sistemico: l'irriformabilità del Paese, il deficit di credibilità di tutte le forze politiche e sociali, la mancanza di alternativa politica e, non ultime, le sciagurate (in-)decisioni del direttorio franco-tedesco. Se fosse stato solo Berlusconi il problema, anche le elezioni, come in Spagna, avrebbero almeno sospeso il giudizio dei mercati. Ci stiamo rapidamente accorgendo che così non è e proprio perché Berlusconi non è l'unico problema era inevitabile, come ho scritto nei precedenti post, che il Pdl dovesse valutare l'ipotesi di un governo tecnico d'emergenza (anche se è una soluzione non entusiasmante e per la quale nutro la massima sfiducia) e, anzi, a certe condizioni metterci la faccia.
Non mi scandalizza di per sé la sgradevole sensazione che siano i mercati, e non la volontà popolare, a imporci un governo. Questo accade quando la politica fallisce, quando la democrazia si inceppa. E rispetto ai colonnelli, meglio i mercati. E accade quando si è debitori incalliti di arrivare al punto di dover fare quello che ti impongono i creditori. Se Berlusconi avesse voluto la certezza delle elezioni anticipate, avrebbe dovuto fare l'anno scorso di questi tempi quello che ha fatto martedì, invece di rabberciare una maggioranza e farsi logorare per mesi. Ebbene oggi, se c'è anche una minima possibilità che il governo tecnico sia una cosa seria e non l'ennesimo pastrocchio politicista, il Pdl ha il dovere di verificarla.
Senza le adeguate precauzioni politiche infatti è altamente probabile che un governo tecnico sostenuto in Parlamento da Pdl, Pd e Terzo polo, riduca la propria azione ad una gigantesca patrimoniale e a poco altro. Calmate un po' le acque, soprattutto con l'aiuto del profilo market-friendly di Monti, ma senza aver davvero trasformato il modello socio-economico del Paese, tra un paio d'anni ripartirà la giostra della politica e quindi della spesa, magari nel frattempo avendo pure archiviato il bipolarismo. Questo, purtroppo, l'esito più probabile dell'operazione, che però bisogna scongiurare.
L'introduzione della patrimoniale e la modifica della legge elettorale sono le due spie principali dell'inganno. Per questo anziché preoccuparsi di piazzare i propri uomini nella nuova compagine governativa, il Pdl dovrebbe prima di tutto dettare due condizioni politiche per il proprio appoggio al nuovo governo: 1) la lettera della Bce dev'essere attuata integralmente, non dev'essere annacquata per addolcire la medicina al Pd, che dovrà garantire il proprio appoggio a tutte quelle riforme "europee" che fino ad oggi ha contrastato nelle aule parlamentari e in piazza; 2) nessuna modifica della legge elettorale per soddisfare la voglia matta del Terzo polo di liquidare il bipolarismo: se il governo nasce per affrontare l'emergenza finanziaria, il suo mandato e quest'ultima parte della legislatura devono essere esclusivamente circoscritti ad essa. Della legge elettorale si occuperanno i cittadini con il referendum già depositato. Chi sostiene che nell'agenda di un governo Monti dovrebbe esserci anche la riforma della legge elettorale, vuole strumentalizzare l'emergenza per liquidare il bipolarismo (e il Pdl).
In breve, bisogna scongiurare le due "P": il Pd deve condividere per intero l'impopolarità delle riforme presso il suo elettorato, senza sconti, senza imboscarsi dietro patrimoniali; e l'Udc deve rinunciare al proporzionale. E' in gioco il bipolarismo, il diritto degli elettori a scegliersi i governi. Se un governo Monti non può offrire garanzie su questo, allora dritti al voto.
Wednesday, November 09, 2011
Scongiurare le due "P"
Il botto di oggi sui mercati ha dato forza al partito delle larghe intese e nel Pdl il dissenso rispetto alla strada maestra del voto anticipato rischia di trasformarsi in una valanga. Che sia dettato dall'attaccamento dei singoli parlamentari ai propri scranni, o dal timore di alcuni big di non poter contrastare la leadership di Alfano in una corsa precipitosa alle urne, il partito potrebbe ritrovarsi nel giro di pochi giorni al punto di disgregazione. Contro l'ipotesi che la valanga si trasformi in un ribaltone gioca innanzitutto l'indisponibilità del capo dello Stato ma anche, pare di capire, quella del Pd ad un governo con eventuali scissionisti del Pdl. Comprensibile che non vogliano essere l'unico grande partito ad assumersi la titolarità di scelte impopolari. E' evidente però che nel Pdl non si tratta di qualche scontento, ma di una vera e propria spaccatura del gruppo dirigente sul da farsi, e nel momento in cui con l'annuncio delle dimissioni Berlusconi è ancora più debole come fattore aggregante può degenerare in una sorta di "si salvi chi può".
A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.
Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.
Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.
A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.
Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.
Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.
Orfani del fattore B
Anche su notapolitica.it
Per la prima volta il mondo politico italiano è costretto a misurarsi con l'assenza del fattore B e chi non l'ha ancora capito, chi ancora teme (o spera?) in un colpo di coda, farebbe bene a guardare in faccia la realtà per non farsi trovare impreparato. Berlusconi annuncia che si dimetterà e che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Non credo porrà la fiducia sulla legge di stabilità e sul maxi-emendamento con le misure promesse all'Ue, con il retropensiero di ottenere un reincarico da parte di Napolitano, perché ricostituirebbe di colpo l'alibi che con questa mossa ha voluto togliere sia alle opposizioni che ai dissidenti della sua maggioranza. Invece, portando in aula almeno una prima parte del programma che Ue, Bce e Fmi ci chiedono di attuare nel più breve tempo possibile, ma avendo tolto di mezzo la questione politica che riguarda la sua persona, dimostrerà in Parlamento quali forze politiche sono in grado per davvero, nel merito, di adempiere ai doveri necessari per portarci fuori dalla crisi. Le opposizioni dovranno consentire di accelerare i tempi e se il Pd non dovesse votare il pacchetto pur avendo sul tavolo le sue dimissioni, sarà la dimostrazione senza bisogno di aggiungere altre parole che un governo "tecnico", di unità nazionale, è semplicemente impensabile, e dunque che chi lo invoca ha in mente la propria convenienza, che sia quella del singolo parlamentare a restare aggrappato allo scranno, o quella di un partito, o di una corrente, al miglior posizionamento possibile prima del voto, magari grazie a qualche ritocco alla legge elettorale.
Certamente non tutti nel Pdl condividono l'idea che sia preferibile evitare un governo tecnico e che l'unica strada sia quella di tornare al voto. Per questo cosa ci aspetta dopo le dimissioni del premier è ancora avvolto nell'incertezza, e i mercati lo avvertono (anche se forse B. non valeva da solo 100 punti o più di spread). La campagna acquisti di Casini e del Terzo polo proseguirà nel tentativo di convincere un gruppo il più folto possibile di parlamentari del Pdl a sostenere un altro governo, facendo leva ovviamente più sul loro attaccamento alla poltrona che sulla responsabilità istituzionale. Ma la riuscita dell'operazione dipenderà dai numeri e non credo bastino una ventina o una trentina fra deputati e senatori. E' improbabile infatti che il capo dello Stato voglia avallare soluzioni ribaltonistiche che tra l'altro in poco tempo potrebbero rivelarsi persino più deboli numericamente di quanto lo fosse il governo Berlusconi. Il rischio c'è, ma dipenderà dai numeri. Quindi il voto resta ad oggi l'esito più probabile.
Sarebbe bello se vivessimo in un Paese in cui le forze politiche fossero capaci, nell'emergenza, di fare un passo indietro a favore di un governo davvero esclusivamente di tecnici, guidato da uno come Mario Monti, con nessun altro scopo se non quello di approvare le misure richieste all'Italia dalle istituzioni europee e internazionali. Purtroppo è un'ipotesi preferibile ma in astratto, perché l'appoggio del Pd ad un simile governo ci costerebbe una tassa patrimoniale (che non mi risulta sia citata nella lettera della Bce) e probabilmente di dover accantonare buona parte delle misure necessarie, quelle sul lavoro, per esempio, mentre per accontentare Casini dovremmo sacrificare il bipolarismo. Insomma, i partiti non farebbero davvero un passo indietro rispetto ai loro calcoli elettoralistici. Il Pdl dovrebbe aprire ad un'ipotesi Monti solo a due condizioni: che sia formato al 100% da tecnici puri e che si occupi esclusivamente di realizzare, integralmente, il programma della lettera Bce; e che si convenga tra le forze politiche di non ritoccare la legge elettorale, perché si finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare questo o quel partito e, dunque, per intaccare la natura "tecnica" e puramente emergenziale dell'ultima parte di legislatura. Dovrebbero essere gli elettori, invece, a decidere su di essa con il referendum.
Come sarebbe un errore pensare, una volta ricompattata la maggioranza grazie al "passo indietro" di Berlusconi e votata la legge di stabilità, ad un governo Alfano o Letta. Un governo che si troverebbe ben presto nelle stesse condizioni del governo Berlusconi, sotto il ricatto di questo o quel pezzo di maggioranza e di scontenti, oppure, nel caso l'Udc ci ripensasse sull'allargamento senza Pd, a dover accontentare Casini, il cui scopo ultimo è il superamento del bipolarismo e lo sfaldamento del Pdl, per presentarsi come unico soggetto aggregatore dell'area moderata.
Per la prima volta il mondo politico italiano è costretto a misurarsi con l'assenza del fattore B e chi non l'ha ancora capito, chi ancora teme (o spera?) in un colpo di coda, farebbe bene a guardare in faccia la realtà per non farsi trovare impreparato. Berlusconi annuncia che si dimetterà e che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Non credo porrà la fiducia sulla legge di stabilità e sul maxi-emendamento con le misure promesse all'Ue, con il retropensiero di ottenere un reincarico da parte di Napolitano, perché ricostituirebbe di colpo l'alibi che con questa mossa ha voluto togliere sia alle opposizioni che ai dissidenti della sua maggioranza. Invece, portando in aula almeno una prima parte del programma che Ue, Bce e Fmi ci chiedono di attuare nel più breve tempo possibile, ma avendo tolto di mezzo la questione politica che riguarda la sua persona, dimostrerà in Parlamento quali forze politiche sono in grado per davvero, nel merito, di adempiere ai doveri necessari per portarci fuori dalla crisi. Le opposizioni dovranno consentire di accelerare i tempi e se il Pd non dovesse votare il pacchetto pur avendo sul tavolo le sue dimissioni, sarà la dimostrazione senza bisogno di aggiungere altre parole che un governo "tecnico", di unità nazionale, è semplicemente impensabile, e dunque che chi lo invoca ha in mente la propria convenienza, che sia quella del singolo parlamentare a restare aggrappato allo scranno, o quella di un partito, o di una corrente, al miglior posizionamento possibile prima del voto, magari grazie a qualche ritocco alla legge elettorale.
Certamente non tutti nel Pdl condividono l'idea che sia preferibile evitare un governo tecnico e che l'unica strada sia quella di tornare al voto. Per questo cosa ci aspetta dopo le dimissioni del premier è ancora avvolto nell'incertezza, e i mercati lo avvertono (anche se forse B. non valeva da solo 100 punti o più di spread). La campagna acquisti di Casini e del Terzo polo proseguirà nel tentativo di convincere un gruppo il più folto possibile di parlamentari del Pdl a sostenere un altro governo, facendo leva ovviamente più sul loro attaccamento alla poltrona che sulla responsabilità istituzionale. Ma la riuscita dell'operazione dipenderà dai numeri e non credo bastino una ventina o una trentina fra deputati e senatori. E' improbabile infatti che il capo dello Stato voglia avallare soluzioni ribaltonistiche che tra l'altro in poco tempo potrebbero rivelarsi persino più deboli numericamente di quanto lo fosse il governo Berlusconi. Il rischio c'è, ma dipenderà dai numeri. Quindi il voto resta ad oggi l'esito più probabile.
Sarebbe bello se vivessimo in un Paese in cui le forze politiche fossero capaci, nell'emergenza, di fare un passo indietro a favore di un governo davvero esclusivamente di tecnici, guidato da uno come Mario Monti, con nessun altro scopo se non quello di approvare le misure richieste all'Italia dalle istituzioni europee e internazionali. Purtroppo è un'ipotesi preferibile ma in astratto, perché l'appoggio del Pd ad un simile governo ci costerebbe una tassa patrimoniale (che non mi risulta sia citata nella lettera della Bce) e probabilmente di dover accantonare buona parte delle misure necessarie, quelle sul lavoro, per esempio, mentre per accontentare Casini dovremmo sacrificare il bipolarismo. Insomma, i partiti non farebbero davvero un passo indietro rispetto ai loro calcoli elettoralistici. Il Pdl dovrebbe aprire ad un'ipotesi Monti solo a due condizioni: che sia formato al 100% da tecnici puri e che si occupi esclusivamente di realizzare, integralmente, il programma della lettera Bce; e che si convenga tra le forze politiche di non ritoccare la legge elettorale, perché si finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare questo o quel partito e, dunque, per intaccare la natura "tecnica" e puramente emergenziale dell'ultima parte di legislatura. Dovrebbero essere gli elettori, invece, a decidere su di essa con il referendum.
Come sarebbe un errore pensare, una volta ricompattata la maggioranza grazie al "passo indietro" di Berlusconi e votata la legge di stabilità, ad un governo Alfano o Letta. Un governo che si troverebbe ben presto nelle stesse condizioni del governo Berlusconi, sotto il ricatto di questo o quel pezzo di maggioranza e di scontenti, oppure, nel caso l'Udc ci ripensasse sull'allargamento senza Pd, a dover accontentare Casini, il cui scopo ultimo è il superamento del bipolarismo e lo sfaldamento del Pdl, per presentarsi come unico soggetto aggregatore dell'area moderata.
Tuesday, November 08, 2011
Le due poste in gioco
Nel grande caos di queste ore Berlusconi sembra propenso a decidere il da farsi alla luce del voto di oggi pomeriggio sul rendiconto, in questo modo concedendo però ai cosiddetti malpancisti e ai sostenitori - molto interessati - del "passo di lato", cioè della successione in corsa Alfano-Maroni, un potere d'influenza senza responsabilità definitive. Letta è pronto a tessere le trame della nuova fase; Alfano e la corte dei giovani ministri berlusconiani (come Maroni nella Lega) a coronare le loro ambizioni di successione; Tremonti è fuori gioco ma può e vuole ancora far male. Una certezza almeno dovrebbe invece coltivare Berlusconi: a prescindere dai numeri, andare in Parlamento e chiedere la fiducia sul programma e sui tempi di realizzazione della lettera all'Ue. Può anche annunciare che si dimetterà e non si ricandiderà se la maggioranza numerica si dimostrasse troppo labile, ma quello a mio avviso è un passaggio di chiarezza essenziale. "Passo indietro" significa gettare la spugna, il voto in Parlamento è un atto politico su cui tutti si assumono le proprie responsabilità nelle sedi proprie di una democrazia. Chi drammatizza un'eventuale sfiducia ragiona con gli schemi della Prima Repubblica. Ma perché dovrebbe pregiudicare le successive mosse di Pdl e Lega, che restano la coalizione uscita vittoriosa dalle urne nel 2008 e di cui quindi non si potrà fare a meno?
Una premessa è d'obbligo: purtroppo nessuno, ma proprio nessuno in queste ore, né partiti né singoli, sta ragionando in base a cosa convenga al Paese, ma in base al miglior posizionamento possibile per se stesso. Chi per tenersi la poltrona, chi per succedere a Berlusconi, chi addirittura guardando al Quirinale. Le poste in gioco per l'Italia sono ovviamente diverse: una è chiaramente la salvezza dalla crisi del debito; l'altra, come sostiene Il Foglio, secondo me a ragione, il «sistema maggioritario in cui il popolo sceglie chi governa, esprime un mandato su un programma». Ma non è detto che votare a gennaio o a marzo sia la soluzione più efficace.
UDC - Votare a gennaio o a marzo è infatti la best option di chi il sistema maggioritario vuole distruggerlo. E' sempre più palese che Casini a parole predica le "larghe intese", ma nei fatti (alzando ogni giorno le sue pretese) lavora ad elezioni subito. I parlamentari del Pdl che invocano una "nuova fase", il "passo indietro", avanti o di lato, e così via, e che si affidano all'Udc pensando di prolungare la vita della legislatura e la permanenza sulle loro poltrone, si illudono e stanno finendo nelle braccia di quelli che più di tutti premono per le elezioni anticipate. In questo momento l'Udc è l'unica forza a non avere niente da perdere dalle urne. Guarda un po', appena si è vociferato che il Pdl potesse prendere in considerazione un passo indietro di Berlusconi e un allargamento all'Udc, magari con Letta o Alfano premier, Casini ha subito alzato l'asticella, dichiarando che è da «irresponsabili escludere il Pd» dal governo di unità nazionale che propone, e Rutelli ha bocciato il nome dello «stimatissimo» Letta. Come dire meglio il voto subito. Il Terzo polo infatti può sperare di capitalizzare, risultando determinante al Senato, le debolezze di Pdl e Lega e dell'asse di Vasto. Ossia con i voti di un italiano su dieci di dominare la successiva fase politica, magari posizionando Casini nella casella della presidenza della Camera per il momento in cui il Parlamento dovrà votare il successore di Napolitano al Quirinale.
Questo sarebbe uno scenario ad altissimo rischio rispetto ad entrambe le poste in gioco. Ma ancora peggiori sarebbero le ipotesi di una successione in corsa Alfano-Maroni, di un governo dei "moderati" o di "larghe intese" a guida politica: sarebbe comunque alto il rischio di veder archiviare il maggioritario per accontentare l'Udc e di certo, scontata l'euforia del momento per l'uscita di scena di Berlusconi, non sarebbero sufficientemente autorevoli da risolvere il problema di credibilità dell'Italia agli occhi dei mercati, l'unico intento nobile che potrebbe giustificare un mancato ritorno alla volontà degli italiani.
PROPOSTA - Caduto Berlusconi, ma solo sulla lettera della Bce, un minuto dopo il Pdl dovrebbe tentare di spiazzare l'Udc, dando la propria disponibilità ad un governo al 100% di tecnici, guidato da Mario Monti, con un mandato chiaro - la lettera della Bce - ma con una clausola di salvaguardia sulla tenuta del sistema maggioritario: essendo un governo di tecnici, sostenuto da una unità nazionale per affrontare l'emergenza del debito, nell'ultima fase della legislatura nessun ritocco alla legge elettorale. Pd e Terzo polo si troverebbero davanti ad un bel dilemma: appoggiare le misure impopolari che la Ue ci chiede, e che il Pdl sostiene, e accettare che si voti il referendum per il ritorno al Mattarellum; oppure, far cadere anche l'ipotesi "tecnica" di Monti, rendendo evidente ai cittadini e ai mercati chi è che affossa il Paese e chi, invece, è il partito "europeo".
Solo a queste condizioni - governo al 100% di "tecnici" fino al 2013 per attuare la lettera della Bce e nessun intervento sulla legge elettorale - sarebbe conveniente per il Paese non tornare subito alle urne. In teoria, ma siccome nella pratica ciascuno, a cominciare da Alfano e Casini, guarda alle proprie convenienze, nemmeno di partito ma puramente personali, allora piuttosto che soluzioni pasticciate meglio il voto.
Una premessa è d'obbligo: purtroppo nessuno, ma proprio nessuno in queste ore, né partiti né singoli, sta ragionando in base a cosa convenga al Paese, ma in base al miglior posizionamento possibile per se stesso. Chi per tenersi la poltrona, chi per succedere a Berlusconi, chi addirittura guardando al Quirinale. Le poste in gioco per l'Italia sono ovviamente diverse: una è chiaramente la salvezza dalla crisi del debito; l'altra, come sostiene Il Foglio, secondo me a ragione, il «sistema maggioritario in cui il popolo sceglie chi governa, esprime un mandato su un programma». Ma non è detto che votare a gennaio o a marzo sia la soluzione più efficace.
UDC - Votare a gennaio o a marzo è infatti la best option di chi il sistema maggioritario vuole distruggerlo. E' sempre più palese che Casini a parole predica le "larghe intese", ma nei fatti (alzando ogni giorno le sue pretese) lavora ad elezioni subito. I parlamentari del Pdl che invocano una "nuova fase", il "passo indietro", avanti o di lato, e così via, e che si affidano all'Udc pensando di prolungare la vita della legislatura e la permanenza sulle loro poltrone, si illudono e stanno finendo nelle braccia di quelli che più di tutti premono per le elezioni anticipate. In questo momento l'Udc è l'unica forza a non avere niente da perdere dalle urne. Guarda un po', appena si è vociferato che il Pdl potesse prendere in considerazione un passo indietro di Berlusconi e un allargamento all'Udc, magari con Letta o Alfano premier, Casini ha subito alzato l'asticella, dichiarando che è da «irresponsabili escludere il Pd» dal governo di unità nazionale che propone, e Rutelli ha bocciato il nome dello «stimatissimo» Letta. Come dire meglio il voto subito. Il Terzo polo infatti può sperare di capitalizzare, risultando determinante al Senato, le debolezze di Pdl e Lega e dell'asse di Vasto. Ossia con i voti di un italiano su dieci di dominare la successiva fase politica, magari posizionando Casini nella casella della presidenza della Camera per il momento in cui il Parlamento dovrà votare il successore di Napolitano al Quirinale.
Questo sarebbe uno scenario ad altissimo rischio rispetto ad entrambe le poste in gioco. Ma ancora peggiori sarebbero le ipotesi di una successione in corsa Alfano-Maroni, di un governo dei "moderati" o di "larghe intese" a guida politica: sarebbe comunque alto il rischio di veder archiviare il maggioritario per accontentare l'Udc e di certo, scontata l'euforia del momento per l'uscita di scena di Berlusconi, non sarebbero sufficientemente autorevoli da risolvere il problema di credibilità dell'Italia agli occhi dei mercati, l'unico intento nobile che potrebbe giustificare un mancato ritorno alla volontà degli italiani.
PROPOSTA - Caduto Berlusconi, ma solo sulla lettera della Bce, un minuto dopo il Pdl dovrebbe tentare di spiazzare l'Udc, dando la propria disponibilità ad un governo al 100% di tecnici, guidato da Mario Monti, con un mandato chiaro - la lettera della Bce - ma con una clausola di salvaguardia sulla tenuta del sistema maggioritario: essendo un governo di tecnici, sostenuto da una unità nazionale per affrontare l'emergenza del debito, nell'ultima fase della legislatura nessun ritocco alla legge elettorale. Pd e Terzo polo si troverebbero davanti ad un bel dilemma: appoggiare le misure impopolari che la Ue ci chiede, e che il Pdl sostiene, e accettare che si voti il referendum per il ritorno al Mattarellum; oppure, far cadere anche l'ipotesi "tecnica" di Monti, rendendo evidente ai cittadini e ai mercati chi è che affossa il Paese e chi, invece, è il partito "europeo".
Solo a queste condizioni - governo al 100% di "tecnici" fino al 2013 per attuare la lettera della Bce e nessun intervento sulla legge elettorale - sarebbe conveniente per il Paese non tornare subito alle urne. In teoria, ma siccome nella pratica ciascuno, a cominciare da Alfano e Casini, guarda alle proprie convenienze, nemmeno di partito ma puramente personali, allora piuttosto che soluzioni pasticciate meglio il voto.
Friday, November 04, 2011
A breccia aperta
Quando si apre una breccia, è probabile che l'argine ceda del tutto e che si venga travolti. Ed è quello che sembra stia accadendo in queste ore alla maggioranza. Alla luce di quanto accaduto ieri notte a Cannes e del forsennato mercato parlamentare in corso, comprendiamo fino in fondo quanto sia stata determinante la scelta di procedere con il maxi-emendamento anziché con decreto. La breccia l'ha aperta proprio lo stop al decreto con le misure anticrisi. La prova finale della ormai irreversibile debolezza di leadership del presidente del Consiglio, che si è dovuto piegare al suo ministro dell'Economia e al capo dello Stato, che molti nel Pdl aspettavano. Le condizioni di «necessità e urgenza» per emanarlo c'erano tutte, anzi mai in modo così conclamato, ma serviva un passaggio parlamentare a breve, in modo da sfruttare fino in fondo questa finestra di panico politico aperta dal martedì nero delle Borse per sfilare deputati dalla maggioranza. Era, insomma, ciò che ci voleva - indebolimento ulteriore, definitivo, del premier e passaggio in aula a breve - per garantire un certo grado di successo a questa nuova fase di campagna acquisti.Peccato che sull'altare dell'ennesima manovra di palazzo sia stato sacrificato un altro pezzo di credibilità del nostro Paese. Che Berlusconi abbia accettato o meno il monitoraggio dell'Italia da parte del Fmi, il che non è detto sia un male, è evidente che senza quel decreto, quindi senza nuove misure già in vigore, il nostro Paese si è presentato al G20 di Cannes ancor più debole politicamente di quanto già non fosse per i demeriti del governo. Tremonti e - bisogna dirlo - Napolitano portano per intero questa responsabilità. Quella che nelle intenzioni del ministro e a questo punto credo anche del capo dello Stato non era che una tattica parlamentare per favorire la caduta del premier, e quindi una «nuova prospettiva di larga convergenza», agli occhi degli interlocutori internazionali è apparsa come l'ennesima dimostrazione della mancanza di volontà delle istituzioni italiane ad agire con rapidità sulla strada delle riforme.
A ciò si aggiungano altri gravi strappi costituzionali, senza precedenti, come le consultazioni pre-crisi, il ministro dell'Economia che concerta con il capo dello Stato atti di governo alle spalle del Consiglio dei ministri, il presidente della Camera che partecipa in prima persona alla campagna acquisti per far cadere il governo. Cose cui purtroppo assisteremo anche in futuro e che contribuiranno ad aggravare l'instabilità del nostro sistema politico-istituzionale.
Per carità, i motivi di malcontento sono più che fondati e su questo blog non li abbiamo certo nascosti, ma per favore, almeno non credeteci così scemi da berci il racconto di improvvisi sussulti di responsabilità istituzionale. I movimenti di queste ore non hanno nulla a che fare né con il merito della politica del governo (anzi, sarà un caso che proprio ora che sembra costretto a cimentarsi in riforme serie, si fanno mancare i voti?), né con la credibilità di Berlusconi, né con l'assenza di dibattito nel Pdl, e nemmeno con chissà quali nobili strategie politiche. Semplicemente lo scenario è cambiato, un Berlusconi che ha provato a reagire e a rilanciarsi si è ulteriormente indebolito, forse in modo decisivo, il Pdl rischia lo sfaldamento, e ciascun deputato sta giocando la sua personalissima partita di miglior posizionamento possibile. E' così che vanno le cose in Italia perché questo è il sistema politico. E non mi si venga a raccontare che da una parte ci sono i venduti e dall'altra i "responsabili". Sono tutti venduti, chi per un posto di sottogoverno, chi per una ricandidatura, chi per un appartamento a Roma, chi per un pezzo di pane. Governo tecnico, di "larghe intese"? Con chi? E per fare cosa? Una patrimoniale e poco altro, e poi si ricomincerà come prima. Ma senza Berlusconi, questo è l'unico obiettivo che importa realmente. Ma come ha ricordato un portavoce della Casa Bianca, non è che cambiando un governo cambiano i problemi del Paese.
Non bisogna farsi distrarre dai tatticismi del momento, l'obiettivo ultimo di Casini non è governare insieme al Pdl senza Berlusconi, prospettiva da cui molti parlamentari sono ovviamente attratti, sembra così ragionevole... E' invece distruggere il Pdl (quante volte ha ripetuto di voler "disgregare" questo bipolarismo?) ed ergersi come unico soggetto aggregatore sulle macerie del centrodestra, spianando la strada alla discesa in campo di Montezemolo in quello spazio politico oggi occupato proprio dal Pdl. L'Udc è l'unico partito che in questa situazione non ha nulla da perdere, o almeno così crede. Se si forma un governo tecnico o transitorio, non potrà che acquisire una centralità sempre maggiore, da capitalizzare al momento del voto, soprattutto se nel frattempo si mettesse mano ad una riforma elettorale in senso proporzionalista; ma anche se si vota subito, con l'attuale legge (guarda caso facendo saltare il referendum per il ritorno al Mattarellum!), è probabile che al Senato risulti determinante. Ecco perché è il partito più attivo nel forzare il quadro politico, pur sapendo che al 90% si rischia di andare a votare a marzo. «Governo di larghe intese. Pdl dica sì o si dissolverà», è il titolo dell'intervista di Casini oggi al Corriere della Sera. L'impressione è che nei suoi piani/sogni il Pdl si dissolverà comunque.
Per quanto mi riguarda non riesco proprio a mandar giù questa logica del "passo indietro". Che sia auspicabile o meno la fine di questo governo e l'uscita di scena di Berlusconi, il modo più democratico e trasparente è ciò che molti, abituati ad una logica trasformistica e fangosa, chiamano "schianto", "ultima raffica", o "fucilata": un voto di sfiducia parlamentare, lineare, limpido. Nel quale ciascuno si assume le sue responsabilità guardando negli occhi l'avversario e il Paese. Non sarebbe nulla di drammatico. Sarebbe la democrazia, bellezza. Sarebbe.
Friday, December 17, 2010
Fini neocentrista perde appeal
Non sono la laicità e i temi della bioetica i principali motivi di contraddizione di un terzo polo Fini-Casini. Per due motivi. Primo, perché Fini è una banderuola, non ha problemi a "cambiare idea", e tra i suoi i liberali sono al massimo un paio; secondo, perché si può sempre dire che su quei temi c'è "libertà di coscienza" e a ben vedere è ormai da parecchio tempo che lo stesso Fini sembra averli accantonati. No, la contraddizione strategica è sull'assetto del sistema politico e sul posizionamento in esso, ed è su questa che quattro finiani hanno scelto di non votare la sfiducia.
Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...
I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.
Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.
E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.
Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...
I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.
Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.
E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.
Tuesday, December 14, 2010
O Berlusconi o il voto
Vince la linea più comprensibile, più trasparente rispetto alla volontà degli elettori: o Berlusconi o il voto. E' del tutto evidente, infatti - non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo - che con questi numeri (intendo quelli della Camera) non si governa. Ma il voto di oggi non per questo era senza significato. E' stata una prova di forza tra Berlusconi e la Lega da una parte e Fini e il terzo polo dall'altra. Berlusconi è riuscito a dimostrare che non ci sono i numeri in Parlamento, in nessuna delle due Camere, per governi diversi da quello uscito legittimato dalle urne, ma questo non significa che la crisi sia conclusa. Da oggi o questo governo avrà la capacità di rafforzarsi numericamente (convincendo l'Udc e/o spaccando ulteriormente Fli), oppure si tornerà al voto (probabilmente già a metà marzo). Questi sono i due scenari più probabili dopo il voto di oggi, da cui Fini esce sconfitto (probabilmente grazie allo sciagurato intervento "dipietrista" di Bocchino).
Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.
Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.
Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.
Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.
Assalto alle istituzioni
In una giornata come quella di oggi c'è da ringraziare le forze dell'ordine che hanno consentito a Camera e Senato di esercitare le proprie funzioni democratiche. Il centro di Roma, intorno al Senato e a Montecitorio, è stato messo letteralmente a ferro e fuoco. In fiamme auto, mezzi della polizia, cassonetti; devastate vetrine e bancomat. Non studenti, ma gruppi di estremisti esigui e ben organizzati che hanno tentato - è bene non tacerlo e non sottovalutarlo - di dare l'assalto alle Camere dove si stava votando la fiducia al governo. Mi chiedo in quale altro Paese si possa impunemente tentare di assaltare le istituzioni democratiche; in quale altro Paese neanche in circostanze simili - in cui persino la sicurezza delle sedi istituzionali, quindi la democrazia stessa, è messa a repentaglio da una violenza squadrista - si ricorre all'uso legittimo della forza.
Monday, December 13, 2010
Veltroni e il Comma 22
Veltroni intervenendo alla Camera sulla sfiducia al governo spaccia un'invenzione letteraria per il comma 22 del Codice militare degli Stati Uniti. E a riascoltarlo sembra proprio che sia convinto che quel comma esista davvero:
«Penso che lei rischi, magari consigliato dai suoi più estremi consiglieri, di cadere nel comma 22 del Codice militare degli Stati Uniti, che - come lei sa - recita "chi non è sano di mente può chiedere l'esenzione dal servizio militare, ma chi chiede l'esenzione dal servizio militare non è insano di mente"».Ebbene, Veltroni cita in modo appropriato il paradosso, volendo indicare come Berlusconi si trovi in un vicolo cieco, di fronte a una situazione che in realtà non presenta possibilità di scelta. E' esilarante però che creda davvero che quel comma («Chiunque non è sano di mente può chiedere il congedo dal fronte; ma chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo») faccia davvero parte del Codice militare degli Stati Uniti, mentre è solo un'invenzione letteraria che prende spunto da un paradosso logico (qui su Wikipedia). E questo soggetto ha governato Roma per 8 anni e ora chiede al premier di dimettersi...
Le colombe volano?
Berlusconi nel suo discorso rilancia quel «patto di legislatura» su cui ottenne la fiducia il 29 settembre scorso, accogliendo quella che era stata la richiesta originaria di Fini, a Mirabello, prima del passo ulteriore a Bastia Umbria, la richiesta di dimissioni. Fa appello ai «moderati», dicendosi disponibile a «rinnovare cosa c'è da rinnovare nel programma e nella compagine del governo», richiamando esplicitamente la possibilità di «ricomporre l'alleanza di tutte le forze moderate che oggi ritroviamo, oltre che nella Lega, nel Fli e nell'Udc», citate esplicitamente. Solo su un punto è irremovibile: dimissioni e crisi al buio. Disponibilità anche alla modifica della legge elettorale (di questa legge che proprio Fini e Casini - è bene ricordarlo - avevano imposto nel 2005 come condizione per ripresentarsi alle elezioni alleati con Berlusconi), ma con un solo e condivisibile «limite invalicabile: la difesa del bipolarismo». Perché il cittadino sappia chi è il leader, quali le alleanze di governo e i programmi prima di votare e non dopo aver votato.
Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.
Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.
Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).
Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».
In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".
Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.
Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.
Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).
Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».
In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".
Friday, December 10, 2010
E meno male che sono "nominati"...
E meno male che parlamentari di fatto "nominati" avrebbero dovuto osservare totale fedeltà e cieca obbedienza ai vertici dei loro partiti... Le scissioni, le migrazioni, i cambi di casacca, il "calciomercato", di questi primi due anni di legislatura dimostrano quanto sia secondario uno dei difetti che più scandalizza dell'attuale legge elettorale. In realtà, la principale causa di instabilità del nostro sistema politico è la non completa separazione dei poteri tra esecutivo e legislativo. Finché i parlamentari avranno il potere di mandare a casa il governo occuperanno il loro tempo e le loro energie più in trame di palazzo che a realizzare il programma o a fare opposizione sui temi concreti; e finché chi è al governo potrà brandire la minaccia del ritorno alle urne non sarà portato a rispettare il Parlamento. Ciò che ci vuole per l'Italia è una riforma presidenzialista "all'americana", o semipresidenzialista, dove i mandati dell'esecutivo e del legislativo siano fissi (quattro o cinque anni), e la cui legittimazione provenga direttamente dal corpo elettorale, così da costringere l'uno e l'altro a svolgere il proprio lavoro, a cooperare, anche dialetticamente, ma togliendo di mezzo il retropensiero reciproco di poter risolvere i problemi politici mandandosi a casa.
Pannella ha perso il suo partito?
Con la loro gloriosa - sì, gloriosa - storia è normale che si interpreti il «dialogo» intrapreso in questi giorni da Pannella con i più alti e nobili obiettivi politici, come hanno fatto stamattina Biagio Marzo, su L'Opinione, e lo storico Ciuffoletti, sul Quotidiano nazionale. Certo, i radicali sono contro le ammucchiate e per il bipartitismo, ma in questa fase il «dialogo» bifronte pannelliano ha raggiunto innanzitutto lo scopo di recuperare un minimo di ascolto dalle parti del Pd, dopo mesi di indifferenza e angherie. Manfrina, insomma. Ma il quesito inedito che ancora nessuno si è posto (forse per una malintesa idea di rispetto nei confronti del leader radicale), e che invece sarebbe ora di porsi è il seguente: volendo giocare una partita diversa, più ambiziosa, rispetto a quella per la mera visibilità, Pannella, ad oggi, avrebbe davvero la forza politica di imporre ai suoi deputati e senatori, e al suo movimento, scelte non scontate?
Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".
Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.
Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".
Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.
Thursday, December 09, 2010
La paura fa 14
A dimostrazione che più passano le ore più cresce tra i finiani l'incertezza sui propri numeri per sfiduciare il governo alla Camera, ecco il loro ultimo tentativo di evitare il voto del 14: chiedono a Berlusconi di dimettersi prima, assicurandogli un reincarico «entro 72 ore», ma allo stesso tempo - dandogli un motivo per non fidarsi - intimano dimissioni "al buio" (si discute solo dopo) o sfiducia. Ora: ciò che la gente proprio non capisce, è perché sia così indispensabile che Berlusconi si dimetta per dar vita a quel nuovo patto di legislatura che il premier, accogliendo la richiesta di Fini a Mirabello, aveva avanzato, ottenendo la fiducia (dei finiani compresi) a settembre, cioè neanche tre mesi fa. A rigor di logica si chiedono le dimissioni di qualcuno se questo qualcuno non lo si vuole più, mentre se si cerca davvero un accordo politico - sull'agenda economica dell'esecutivo, o sulla legge elettorale - lo si può ottenere (dal momento che l'interlocutore su questo piano sembra ben disposto) senza esporre il Paese ad una pericolosa fase di instabilità.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
Friday, December 03, 2010
Rissa al buio
Altro che «responsabilità», «piena operatività», governo «solido e sicuro», «evitare il declino», è la più classica delle crisi al buio quella cui ci precipita Fini. Ed è una rissa al buio quella cui stiamo assistendo, nel senso che tutti tirano fendenti per colpire Berlusconi ma molti in realtà non sanno cosa riescono a colpire. Ed è comprensibile che, in questa situazione di estrema incertezza, ci sia spazio per il grottesco e il ridicolo.
Nessuno sa cosa accadrà dopo il 14. Al contrario di quanto affermano, neanche Fini e Casini sono del tutto certi dei propri numeri, né hanno bell'e pronte le chiavi per un nuovo governo come dicono di volerlo. Con le 85 firme mostrano i muscoli, certo, sperando ancora di convincere Berlusconi a farsi da parte, così da non essere costretti a votare la sfiducia insieme alla sinistra. Ma poiché quella che presentano sembra quasi una mozione di sfiducia "costruttiva", in cui cioè si fa riferimento ad un governo di «responsabilità nazionale», il 14 non basterà avere i numeri per sfiduciare il premier, sarà bene che già da quel voto emergano i numeri di una maggioranza alternativa, e ciò resta improbabile. Rimango convinto che il governo cadrà - di poco - alla Camera, ma otterrà la fiducia al Senato. Quindi Berlusconi si recherà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Napolitano vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate, ma non è neanche disposto a legittimare ribaltoni. Cercherà quindi una soluzione in grado per lo meno di salvare le apparenze.
Le uniche possibilità per evitare le urne sono le seguenti: Berlusconi si rassegna e indica, come nel '95 con Dini, qualcuno a lui vicino per sostituirlo, acconsentendo a che Pdl e Lega sostengano un nuovo governo di centrodestra allargato a Fli, Udc, Mpa e Api (o accetti di guidare un Berlusconi-bis "commissariato" da Fini e Casini); la Lega, o un pezzo importante del Pdl, o entrambi, all'ultimo momento si smarcano da Berlusconi e danno vita a un governo con Fli, Udc, Mpa e Api, operazione condotta in porto da qualche personalità vicina al premier, oppure come estrema ratio guidato da una figura esterna ma eminente e "tecnica". Ovvio che più si riducono i pezzi dell'attuale maggioranza disponibili, più si renderebbe necessaria numericamente la partecipazione del Pd e dell'Idv, più precario sarebbe l'equilibrio politico del nuovo governo.
Capite bene che tutto ciò è improbabile, seppure rimane vero che nella politica italiana la caduta di un governo rappresenta un "tana libera tutti" e chi fino ad un minuto prima si era mostrato leale e compatto, un minuto dopo può essere pronto a giocare nella nuova partita con totale spregiudicatezza. A ciò si aggrappano Fini e Casini, ma la dice lunga su quanto responsabile sia questa operazione: letteralmente un salto nel buio. In generale, i due sono convinti che prima o poi - prima o dopo il 14, o eventualmente dopo il voto (non ottenendo la maggioranza al Senato per via delle legge elettorale) - Berlusconi o il suo partito saranno costretti a prendere atto che senza di loro non può esserci un governo di centrodestra. Il vero collante di questa «nuova fase» sarebbe una legge elettorale senza premio di maggioranza (con l'ironia della sorte che l'attuale legge fu praticamente imposta a Berlusconi da Casini e Fini nel 2005), mentre è letteralmente una presa per il culo far credere che l'eventuale nuova maggioranza, così eterogenea, in una situazione così avvelenata, riesca a reggere il tempo necessario, e a trovare al suo interno la coesione, per avviare un «risanamento strutturale della finanza pubblica».
Nel frattempo, lo stillicidio di rivelazioni da Wikileaks sull'Italia, sulla politica energetica dell'Eni e su Berlusconi conferma una straordinaria capacità selettiva, se pensiamo che da oltre 2 milioni di file si sia passati a oltre 250 mila, poi a qualche centinaio, da cui emergono dispacci risalenti a un periodo molto ristretto e riguardanti sempre gli stessi personaggi, mentre, per esempio, mancano tutti i pareri e le analisi dell'ambasciata Usa a Roma risalenti agli anni 2006-2008. Altro che libertà d'informazione e trasparenza totale, è lecito supporre che sui file di cui è entrato in possesso Assange si sia aperto un vero e proprio mercato, in cui si sono buttati a capofitto gruppi editoriali ed economici per far propri pacchetti di documenti molto ben selezionati utili ai loro scopi.
Sorprende che anche il Corriere della Sera abbia deciso di giocare con il fuoco. Non è credibile, infatti, anzi è ridicolo, che il quotidiano di Via Solferino, e Massimo Mucchetti, con tutte le loro fonti e i loro preziosi agganci, abbiano avuto bisogno di Wikileaks per porsi certe domande sugli affari dell'Eni in Russia, a dimostrazione della strumentalità dello stupore con cui viene accolto quanto di già arcinoto esce ogni giorno dai cables. Così come è grottesco che circolino sempre di più nel Pdl, e nel giornalismo vicino al centrodestra, teorie del complotto amerikano. Mentre guardiamo attoniti una classe dirigente - in tutte le sue componenti: politica, economica, giornalistica - che sembra impazzita, e mentre di lui dicono peste e corna, lo accusano di governare calpestando le opposizioni, gli rinfacciano persino le battute, può anche capitare che Berlusconi in privato con l'ambasciatore Usa vada a parlar bene di Bersani e D'Alema e gli confidi di voler riformare insieme a loro la giustizia. L'unica certezza al momento sembra essere solo che il Cav. c'è, non ci fa.
Nessuno sa cosa accadrà dopo il 14. Al contrario di quanto affermano, neanche Fini e Casini sono del tutto certi dei propri numeri, né hanno bell'e pronte le chiavi per un nuovo governo come dicono di volerlo. Con le 85 firme mostrano i muscoli, certo, sperando ancora di convincere Berlusconi a farsi da parte, così da non essere costretti a votare la sfiducia insieme alla sinistra. Ma poiché quella che presentano sembra quasi una mozione di sfiducia "costruttiva", in cui cioè si fa riferimento ad un governo di «responsabilità nazionale», il 14 non basterà avere i numeri per sfiduciare il premier, sarà bene che già da quel voto emergano i numeri di una maggioranza alternativa, e ciò resta improbabile. Rimango convinto che il governo cadrà - di poco - alla Camera, ma otterrà la fiducia al Senato. Quindi Berlusconi si recherà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Napolitano vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate, ma non è neanche disposto a legittimare ribaltoni. Cercherà quindi una soluzione in grado per lo meno di salvare le apparenze.
Le uniche possibilità per evitare le urne sono le seguenti: Berlusconi si rassegna e indica, come nel '95 con Dini, qualcuno a lui vicino per sostituirlo, acconsentendo a che Pdl e Lega sostengano un nuovo governo di centrodestra allargato a Fli, Udc, Mpa e Api (o accetti di guidare un Berlusconi-bis "commissariato" da Fini e Casini); la Lega, o un pezzo importante del Pdl, o entrambi, all'ultimo momento si smarcano da Berlusconi e danno vita a un governo con Fli, Udc, Mpa e Api, operazione condotta in porto da qualche personalità vicina al premier, oppure come estrema ratio guidato da una figura esterna ma eminente e "tecnica". Ovvio che più si riducono i pezzi dell'attuale maggioranza disponibili, più si renderebbe necessaria numericamente la partecipazione del Pd e dell'Idv, più precario sarebbe l'equilibrio politico del nuovo governo.
Capite bene che tutto ciò è improbabile, seppure rimane vero che nella politica italiana la caduta di un governo rappresenta un "tana libera tutti" e chi fino ad un minuto prima si era mostrato leale e compatto, un minuto dopo può essere pronto a giocare nella nuova partita con totale spregiudicatezza. A ciò si aggrappano Fini e Casini, ma la dice lunga su quanto responsabile sia questa operazione: letteralmente un salto nel buio. In generale, i due sono convinti che prima o poi - prima o dopo il 14, o eventualmente dopo il voto (non ottenendo la maggioranza al Senato per via delle legge elettorale) - Berlusconi o il suo partito saranno costretti a prendere atto che senza di loro non può esserci un governo di centrodestra. Il vero collante di questa «nuova fase» sarebbe una legge elettorale senza premio di maggioranza (con l'ironia della sorte che l'attuale legge fu praticamente imposta a Berlusconi da Casini e Fini nel 2005), mentre è letteralmente una presa per il culo far credere che l'eventuale nuova maggioranza, così eterogenea, in una situazione così avvelenata, riesca a reggere il tempo necessario, e a trovare al suo interno la coesione, per avviare un «risanamento strutturale della finanza pubblica».
Nel frattempo, lo stillicidio di rivelazioni da Wikileaks sull'Italia, sulla politica energetica dell'Eni e su Berlusconi conferma una straordinaria capacità selettiva, se pensiamo che da oltre 2 milioni di file si sia passati a oltre 250 mila, poi a qualche centinaio, da cui emergono dispacci risalenti a un periodo molto ristretto e riguardanti sempre gli stessi personaggi, mentre, per esempio, mancano tutti i pareri e le analisi dell'ambasciata Usa a Roma risalenti agli anni 2006-2008. Altro che libertà d'informazione e trasparenza totale, è lecito supporre che sui file di cui è entrato in possesso Assange si sia aperto un vero e proprio mercato, in cui si sono buttati a capofitto gruppi editoriali ed economici per far propri pacchetti di documenti molto ben selezionati utili ai loro scopi.
Sorprende che anche il Corriere della Sera abbia deciso di giocare con il fuoco. Non è credibile, infatti, anzi è ridicolo, che il quotidiano di Via Solferino, e Massimo Mucchetti, con tutte le loro fonti e i loro preziosi agganci, abbiano avuto bisogno di Wikileaks per porsi certe domande sugli affari dell'Eni in Russia, a dimostrazione della strumentalità dello stupore con cui viene accolto quanto di già arcinoto esce ogni giorno dai cables. Così come è grottesco che circolino sempre di più nel Pdl, e nel giornalismo vicino al centrodestra, teorie del complotto amerikano. Mentre guardiamo attoniti una classe dirigente - in tutte le sue componenti: politica, economica, giornalistica - che sembra impazzita, e mentre di lui dicono peste e corna, lo accusano di governare calpestando le opposizioni, gli rinfacciano persino le battute, può anche capitare che Berlusconi in privato con l'ambasciatore Usa vada a parlar bene di Bersani e D'Alema e gli confidi di voler riformare insieme a loro la giustizia. L'unica certezza al momento sembra essere solo che il Cav. c'è, non ci fa.
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